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Che cos’è il ‘classico’?
Storicità di un concetto e persistenza di un valore
di Eros Barone
L’itinerario che seguirò in questo articolo è essenzialmente storico e l’intenzione che mi anima è quella di sbozzare una prima risposta alla domanda che ho posto nel titolo: “Che cos’è il ‘classico’?”. È muovendo da alcuni essenziali prolegomeni di carattere storico e teoretico che mi propongo di individuare il significato del ‘classico’ e di definire quale sia il suo valore oggi.
Anche se nel nostro presente può sembrare un fantasma o un fossile, nel corso dell’età moderna e poi di quella contemporanea il valore storico del classico è stato grandissimo. Sinonimo di eccellente e di perfetto, ma anche di costante e sempre valido, il termine di ‘classico’, anche nelle accezioni moderne, conserva tuttavia l’idea, che è aristotelica, della “medietà” 1 – idea mutuata poi dal ‘modus’ oraziano. Sono qui evidenti gli effetti dell’umanesimo: parallelismo e specularità reciproca tra norme stilistiche, norme etiche e modelli di educazione per le classi dirigenti.
Così, il canone degli “studi classici”, codificato nell’età antica e riproposto dall’umanesimo rinascimentale, ha contraddistinto un lungo arco storico che comprende buona parte del XX secolo e si dirama sino ai nostri giorni. 2 Ed è pur vero che i secoli e le culture hanno assunto ora questa ora quella parte dell’eredità del mondo antico, spesso in conflitto fra loro. Nella storia del termine si esprime pertanto, a livello simbolico, lo stretto rapporto fra le arti e la letteratura, da una parte, e l’insegnamento, dall’altra, laddove quest’ultimo va inteso, in tutto il suo spessore storico, come condizione e trasmissione di potere.
In questo senso, è molto significativo che nelle Noctes Atticae Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.C., distingua lo ‘scriptor classicus’, destinato a esser letto dal ceto dei massimi contribuenti fiscali (la classe per antonomasia), dallo ‘scriptor proletarius’, che si rivolge al più basso ceto dei consumatori. Nell’età giustinianea ‘classicus’ è già lo studente e tale è l’opera che a scuola, nelle classi, viene letta e commentata quale modello.
Solo nella tarda età umanistica si afferma, nella storia del termine, il doppio significato di “autore dell’eredità greco-latina” (l’“antico”, degno di ossequio e di imitazione) e di “autore comunque eccellente e riconosciuto”, benché questo secondo significato resti subordinato e metaforico per quasi tre secoli (dal XVI al XIX).
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Innovazioni tecnologiche, infrastrutture del fossile e conflitto sociale nelle transizioni a un nuovo regime socio-ecologico di accumulazione
di Matteo Vescovi
Come ci ricorda Nancy Fraser nel suo ultimo saggio, “la contraddizione ecologica del capitalismo non può essere nettamente separata dalle altre irrazionalità e ingiustizie costitutive del sistema” [Fraser N. (2022), p. 100], quali l’espropriazione coloniale, il patriarcato, lo sfruttamento del lavoro e la sottrazione di democrazia. Per questo la teoria critica deve tentare di analizzare queste contraddizioni all’interno di un quadro interpretativo che provi a dar conto delle loro interconnessioni. In questo approfondimento, proviamo a mettere insieme alcune dimensioni di questo quadro interpretativo che riguardano il ruolo dell’energia e delle tecnologie di uso generale (“General Purpose Technologies” – GPT) nel produrre e consolidare la transizione a diversi regimi socio-ecologici di accumulazione. [ivi, p. 103]
L’applicazione della tecnologia energetica su vasta scala attraverso l’architettura delle sue infrastrutture è un passaggio essenziale da un regime di accumulazione all’altro. L’importanza delle infrastrutture, infatti, risiede proprio nella loro capacità di istituzionalizzazione del reale [Borghi e Leonardi, 2024, p. 18]. Per comprendere, quindi, i nodi storici e sociali della transizione energetica attuale è necessario mettere in luce il ruolo storico svolto dall’innovazione tecnologica, in particolare in campo energetico, e il ruolo giocato dai processi di infrastrutturazione del fossile nel risolvere le crisi dei precedenti regimi socio-ecologici di accumulazione. Di questi problemi si sono occupati alcuni autori centrali per la riflessione sulle fonti fossili, come Timothy Mitchell e Andreas Malm.
Quest’ultimo si è occupato in particolare del nesso tra innovazione tecnologica e conflitto sociale. Nel suo saggio Long waves of fossil development: Periodizing energy and capital del 2018 si rifà al lavoro di Nikolai Kondriatef che aveva individuato delle fasi cicliche di accumulazione capitalistica della durata di circa 60 anni. Questi cicli, definiti onde lunghe di accumulazione, sarebbero caratterizzati da una fase iniziale di boom, cioè di rapida crescita di produzione e profitti, che cede il posto ad un periodo di stagnazione.
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Attentati e disciplina morale “a gettone” dell’Occidente
di Lavinia Marchetti*
L’Occidente, quando scatta il sangue, sa produrre due cose in tempi brevissimi: una “narrativa” dell’innocenza per chi merita protezione simbolica e un tribunale morale per chi viene trattato come sospetto permanente. Dal 2001 siamo nello stato d’eccezione come norma.
L’islamofobia funziona come tecnica di governo dell’emozione pubblica. Trasforma un crimine in indizio di identità, così si sposta più facilmente l’attenzione dall’autore di un gesto alla sua “appartenenza”, sociale, simbolica. In altre parole estende la responsabilità per contagio.
In questo schema, il musulmano resta chiamato a una prova di lealtà, un po’ come se la cittadinanza fosse un prestito revocabile. A quel punto il discorso smette di parlare di “sicurezza” e inizia a parlare di gerarchia umana.
Bondi Beach, Sydney, 14 dicembre 2025. Una celebrazione pubblica di Hanukkah. Due uomini aprono il fuoco su una folla radunata per “Chanukah by the Sea”. Le autorità australiane parlano di attacco mirato contro ebrei australiani. I numeri dei morti cambiano nel giro di ore, segno tipico delle prime fasi, fra conteggi ospedalieri e aggiornamenti clinici. Siamo intorno ai 16 morti e 38 feriti.
Secondo la polizia del Nuovo Galles del Sud, gli attentatori identificati finora sono un padre e un figlio: Sajid Akram (50 anni), ucciso sul posto, e Naveed Akram (24 anni), ricoverato in condizioni critiche sotto custodia.
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Quando la sinistra tradisce il popolo: la strada che ha portato Kast al potere in Cile
di Fabrizio Verde
Il fallimento del progetto costituente, le concessioni al modello neoliberista e la gestione timida di Boric hanno creato il vuoto in cui è cresciuta l’ultradestra neoliberista
Con il 58,1% dei voti, José Antonio Kast è diventato il presidente più votato nella storia del Cile. La sua vittoria schiacciante su Jeannette Jara, candidata esponente del Partito Comunista ma espressione dell’intero centrosinistra, non è un incidente politico, né un colpo di scena improvviso. È il culmine di un processo lungo sei anni, innescato dal fallimento delle promesse di cambiamento emerse dal cosiddetto ‘estallido social’ del 2019 e accelerato dalle politiche implementate del governo di Gabriel Boric. Il Cile, dopo decenni di tentativi di superare l’eredità di Augusto Pinochet, ha consegnato le chiavi de ‘La Moneda’ a un uomo che non solo ne riconosce apertamente l’eredità, ma la venera apertamente e con orgoglio.
Kast, fondatore del Partito Repubblicano, ha vinto in tutte e sedici le regioni del paese, compresi bastioni storici della sinistra come Valparaíso e la Regione Metropolitana di Santiago.
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Il mondo in mano
di Pierluigi Fagan
Spifferi chissà come motivati e da chi soffiati, affermano che esisterebbe una parte “esoterica” (ovvero non rivolta all’esterno) del recente piano New National Security US di cui sia noi che altri abbiamo parlato di recente.
L’amministrazione Trump ha più volte usato questo metodo di far uscire “unofficial” qualcosa per vedere l’effetto che fa e magari pre-abituare a qualche nuova iniziativa politica. Ma non abbiamo elementi per dire che è questo il caso. Sta il fatto che il sito Defense One ripreso da Politico (di solito serio e ben informato) afferma che alla Casa Bianca circolerebbe una nuova idea di tavolo per le relazioni mondiali.
Si tratterebbe della definitiva presa d’atto almeno di tre fatti.
1) Il G7 rappresenta oggi intorno al solo 15% della popolazione mondiale e comunque una minoranza in termini sia di potere economico, che militare destinata a ulteriore declino. Il G20 ha il difetto di essere troppo grande, non si discutono cose e poi mediano gli interessi di cose molto complesse in venti soggetti (vedi UE), ognuno attaccato al suo irrinunciabile punto di vista. Infine, da tempo, si discuteva della riforma del Consiglio di Sicurezza UN dove non si capisce cosa ci facciano Francia e UK mentre non c’è il più grande paese e quarta economia del mondo (oggi, fra poco terza) e potenza atomica ovvero l’India.
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La Bulgaria si ribella all’Unione Europea e fa cadere il governo pro UE
di Vladimir Volcic
La Bulgaria ha vissuto in questi giorni una vera e propria insurrezione popolare, culminata nelle dimissioni del premier Rosen Zhelyazkov e dell’intero governo, travolti da settimane di proteste contro corruzione, aumento del costo della vita e l’imposizione dall’alto dell’ingresso nell’euro. Le piazze hanno imposto ciò che il Parlamento non voleva concedere: la fine di un esecutivo percepito come braccio locale della burocrazia di Bruxelles.
Le piazze che abbattono il governo
Tutto è esploso attorno al bilancio 2026, con l’annuncio di nuove misure fiscali, aumenti di tasse e contributi sociali, usati come leva per adeguare il paese ai parametri richiesti dall’Eurozona. Le proteste, iniziate a Sofia a fine novembre, si sono rapidamente estese a numerose città e regioni, trasformandosi da contestazione “sociale” a richiesta esplicita di dimissioni del governo.
La sera decisiva, decine di migliaia di persone hanno riempito il centro di Sofia, con cortei che partivano dal Largo e dal Parlamento e si allargavano a perdita d’occhio, mentre manifestazioni parallele si svolgevano a Plovdiv, Varna, Burgas e in molte altre città. Pochi minuti prima di un voto di sfiducia ormai inevitabile, il premier Zhelyazkov ha annunciato in diretta tv la resa dell’esecutivo, riconoscendo che la pressione della strada aveva reso insostenibile la sua permanenza al potere.
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La Cina è stra-vicina
di Lelio Demichelis
Arlacchi ritrae la storia della Cina e le peculiarità di una civiltà che si vede universalista e pacifista. Ma la tendenza a integrare economia, politica e società del socialismo di mercato somiglia a quella del capitalismo liberale. Più che a uno svolta verso il multipolarismo globale, potremmo essere vicini a un’uniformazione totalizzante secondo la razionalità tecnica produttivista
Torniamo a riflettere sui temi nostri – tecnica e IA, capitalismo, lavoro – guardandoli però da Oriente, dopo la lettura dell’ultimo saggio di Pino Arlacchi dal titolo impegnativo se non ultimativo: La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, pag. 521). Un libro molto empatico (forse troppo) con il socialismo di mercato in costruzione in Cina – che riprenderemo però più avanti, dopo qualche riflessione iniziale.
Sì, sono davvero lontani i tempi del film di Marco Bellocchio La Cina è vicina (del 1967), dell’analogo slogan filo-maoista, del libro di Enrico Emanuelli del 1957. In quegli stessi anni Mao aveva sentenziato “una fornace in ogni cortile”, in nome dell’industrializzazione forzata del paese, secondo il mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive, anche se declinato in salsa maoista. Oggi la Cina è ancora più vicina, così vicina da essere dentro e attorno l’Occidente, ma in modi tutti diversi da allora; eppure sembra anche sempre più lontana da noi Occidente, proponendo un ordine globale multilaterale al posto dell’imperialismo unilaterale euro-americano, basato soprattutto sulla forza e sulla violenza. E le fornaci sono uscite dai cortili e sono diventate industrie, mentre le auto cinesi si promuovono abilmente sui nostri mezzi di comunicazione – e se facciamo caso, sono quasi tutti suv. Con un dato eclatante su tutti: la Cina ha fatto registrare un maxi-surplus commerciale nei primi undici mesi del 2025: 1.076 miliardi di dollari, superando il record precedente di 992 miliardi, però relativo all’intero 2024. L’export verso gli USA è diminuito, mentre quello verso l’Europa è aumentato, i dazi di Trump sono serviti a poco per piegare il nemicocinese.
E poi l’intelligenza artificiale, tema (accanto a quello ambientale – e questo va a suo merito, essendo passata invece l’Europa dal Green Deal al quasi negazionismo climatico nel nome di Mario Draghi e del riarmo) su cui la Cina è impegnatissima, ma anche consapevole dei rischi per il suo impatto sociale, antropologico e sul lavoro.
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Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia
di Fabrizio Russo
Riguardo alla mia visione dello scenario macroeconomico e finanziario, credo di essere stato abbastanza chiaro nei miei precedenti articoli (ed interventi): col passare del tempo, mi aspetto che la dinamica dei prezzi nominali di tutti i beni e di tutti i servizi aumenti, via via che governi e banche centrali, dopo azioni di disturbo e di annebbiamento (leggi “pura e vuota comunicazione”), finalmente daranno forfait e capitoleranno.
Che il processo debba essere questo mi pare oltremodo ovvio: per le autorità, l’unica via di fuga dal disastro irresponsabile – in slow motion sotto i nostri nasi – del crescente, e sempre meno gestibile, accumulo di debito che esse hanno favorito, dove non “consapevolmente” creato, è quella di brutalizzare silenziosamente (a dire il vero, negli ultimi tempi non così “silenziosamente”) le classi medie e basse, usando la mannaia dell’inflazione. Non è elegante, non è morale, ma è storicamente un sistema “affidabile” per “salvare la pelle”, visto che libera politici e banchieri dall’assunzione di una vera ed autentica responsabilità: quindi, ovviamente, è la scelta più comoda e facile (quasi obbligata) da compiere.
Detto ciò, nell’ultimo biennio ho anche, in parallelo, sostenuto (a più riprese) che, una volta che il consumatore e l’economia nel suo complesso – leggi le economie occidentali, specie gli USA – avranno alla fine esaurito le loro forze (e il fiato), non potendo più essere spremuti ulteriormente, assisteremo a un vigoroso evento di deleveraging. Una mossa rapida e violenta verso il basso dei mercati: un bel colpo di spugna che permetterà di annullare anni di denaro facile, speculazioni senza rischi e il finanziamento “ridicolo” e sconsiderato di iniziative e attività che, col senno di poi, sembreranno indistinguibili dal “vuoto assoluto” per la loro inconsistenza (pensate a: Fartcoin, Dogecoin, la “società di tesoreria” Ethereum, SPAC che bruciano contanti come fosse legname imbevuto di benzina, o qualsiasi altro asset la cui utilità principale è generare “meme”). L’ondata di superbia ed euforia che ha pervaso l’ultimo decennio/quindicennio verrà così spazzata via e finalmente soffocata. Un evento che, per essere chiari, “risulterebbe in ritardo” di diversi anni.
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Il momento della "fine della storia" di Trump
di Patrick Lawrence* - ScheerPost
Trump non ha ancora terminato il suo primo anno alla Casa Bianca, e non riesco a immaginare come la nostra repubblica in rovina sopravviverà ad altri tre anni di questo bambinone e dei disadattati e dei delinquenti di cui si è circondato. E ultimamente mi rendo conto che né io né nessun altro dovremmo immaginare alcun tipo di futuro – buono, cattivo, intermedio – oltre il 20 gennaio 2029, quando il Presidente Trump non sarà più presidente. Il futuro non sarà più il punto. A quel punto dovremmo vivere in un passato immaginario che non dovremo immaginare perché il passato immaginario sarà il presente reale.
Non sono passati nemmeno tre mesi da quando Trump ha emesso un ordine esecutivo che definisce "antifa", l'"organizzazione" più o meno fittizia di antifascisti, un'"organizzazione terroristica interna". Nella versione della Casa Bianca di Trump, l'antifa "chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell'ordine e del nostro sistema legale". A tal fine, organizza e attua vaste campagne di violenza. Coordina tutto questo in tutto il paese. Recluta e radicalizza i giovani, "quindi impiega mezzi e meccanismi elaborati per nascondere l'identità dei suoi agenti, nascondere le sue fonti di finanziamento e le sue operazioni nel tentativo di frustrare le forze dell'ordine e reclutare ulteriori membri".
Non ho preso minimamente sul serio l'ordine esecutivo contenente questo tipo di linguaggio quando è stato emanato il 22 settembre. L'Antifa, per quanto ne so, non esiste davvero. È uno stato d'animo, o indica un insieme condiviso di sentimenti politici vagamente orientati verso l'anarchismo tradizionale – un ultralibertarismo iper-individualista se tradotto nel contesto americano.
L'ordine esecutivo di Trump che descrive l'antifa come un'organizzazione terroristica organizzata non mi ha ricordato altro che quei vecchi bacucchi degli anni della Guerra Fredda che, nostalgici di un'epoca più semplice ma senza capire nulla, continuavano a parlare di "agitatori esterni" come della radice dei mali dell'America.
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USA, Germania, Giappone, Italia e il nuovo asse per il fascismo del XXI secolo
di OttolinaTV
Lo stretto di Tsushima separa il Giappone dalla Corea del Sud ed ha un passato glorioso: nel maggio del 1905 è stato teatro di una delle battaglie navali più importanti della storia moderna. Gli imperi russo e giapponese si contendevano il controllo della penisola coreana e si menavano come fabbri; qualche mese prima, i giapponesi avevano asfaltato la flotta del Pacifico russa in un’altra storica battaglia navale, quella del Mar Giallo. I russi avevano provato a reagire, allestendo in fretta e furia un’altra flotta che partì dal Baltico; peccato che, per arrivare nel mar del Giappone, dovette attraversare mezzo mondo: quando, finalmente, arrivò a destinazione, reggeva l’anima coi denti e la marina giapponese la menò, ma proprio di brutto brutto. Alla fine, i russi persero qualcosa come 30 imbarcazioni e la flotta fu completamente annientata; ai giapponesi, invece, la battaglia – come si dice a Oxford – gli fece un po’ come il cazzo alle vecchie: non persero nemmeno una corazzata; giusto tre torpediniere giocattolo. La battaglia determinò la sconfitta definitiva dell’impero russo e l’inizio della fase terminale dello zarismo, e la prima, vera vittoria di un paese asiatico su una grande potenza europea nell’era moderna, ringalluzzendo l’imperialismo nipponico che, tutto baldanzoso, decise di fare uno spicinio in tutta la regione che, in confronto, Adolf Hitler è tipo una suora orsolina.
Da lì in poi, lo stretto di Tsushima è diventato off limits, anche durante la seconda guerra mondiale; fino a ieri, quando due bombardieri russi hanno deciso di rompere il tabù: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, si sarebbe trattato di due Tupolev TU-95, i leggendari bombardieri strategici che, da quasi 70 anni, rappresentano una delle colonne portanti della triade nucleare della Federazione russa. Sono quelli che, nel 1961, giusto per mandare un messaggio inequivocabile di amore e fratellanza, lanciarono sulla baja di Mitjušicha, nell’arcipelago di Novaja Zemlja, la bomba Zar, il più potente ordigno mai sperimentato (per vedere l’effetto che fa): secondo le ricostruzioni, l’effetto che fece fu un fungo atomico alto oltre 60 chilometri e visibile fino a 1000 chilometri di distanza; non esattamente un simbolo di pace, diciamo…
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Niente Nato e territori, Kiev si adatta alla linea Usa
di Dante Barontini
Qualsiasi trattativa di pace che si rispetti è lunga, condotta sottotraccia e con slogan propagandistici in superficie, dolorosa per tutti perché nel frattempo la guerra continua.
Chi deve affidarsi alle indiscrezioni lasciate trapelare dagli addetti ai lavori – al 99% propaganda – può solo cogliere eventuali modifiche nella “narrazione” dominante che accompagna le trattative da questo lato della barricata. Ossia in campo euro-atlantico e secondo le linee di faglia ormai conclamate tra Usa trumpiani e “volenterosi” del Vecchio Continente.
Seguendo questo criterio abbiamo potuto cogliere lo spostamento passo dopo passo da una posizione totalmente contraria a qualunque soluzione realistica della guerra verso una che prende atto della situazione sul campo e lascia nel cestino gran parte delle sparate retoriche che invece ancora abitano i media mainstream europei.
Il campo di gara è presto disegnato. Usa e Russia hanno raggiunto un’intesa di massima solo in parte resa nota. I “volenterosi” – e a seguire, spesso malvolentieri, il resto dell’Unione Europea – sono contrari a qualsiasi conclusione diversa dalla sconfitta della Russia. La junta di Kiev, sedotta e abbandonata da chi la guerra l’ha voluta (gli Stati Uniti in bersione “dem”), erosa dagli scandali e dalle ruberie, alle prese con l’esaurimento della “carne da cannone” da inviare al fronte, deve lasciare gradualmente da parte i sogni di vittoria e recupero dei territori già persi militarmente.
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Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
di Giuseppe Gagliano
C’è un mondo che continua a raccontarsi come se fosse rimasto quello di trent’anni fa, intrappolato nella retorica del “villaggio globale”, convinto che i commerci portino la pace, che la tecnologia sia un ponte e non un’arma, che la finanza sia un meccanismo neutrale e non un centro di comando geopolitico.
È un mondo che non vuole vedere ciò che ha davanti agli occhi: le relazioni internazionali sono entrate in una fase in cui la distinzione fra pace e guerra è evaporata. Lo scontro tra potenze non si manifesta più con fronti, invasioni e ultimatum, ma attraversa le reti digitali, i tubi dei gasdotti, le piattaforme tecnologiche, le valute internazionali, i colli di bottiglia delle supply chain.
Questo è il punto di partenza del libro di Francesco Frasca, e al tempo stesso la sua intuizione più evidente: la geoeconomia non è una disciplina accademica, ma la forma reale e quotidiana del conflitto globale contemporaneo.
In questa trasformazione, la geografia non è scomparsa: è migrata. Le mappe non segnano più solo confini e montagne, ma corridoi energetici, snodi logistici, cavi sottomarini, hub digitali, centri dati, fabbriche di semiconduttori, standard normativi. Le nuove frontiere non sono linee sulla terra, ma regole scritte a Bruxelles, chip prodotti a Taipei, infrastrutture installate da Pechino, server ospitati in California. Il potere abita i nodi, non i territori. Chi controlla i nodi può decidere chi sopravvive, chi prospera, chi fallisce.
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Cile 2025: L’ombra del pinochettismo e il vicolo cieco della sinistra atlantista
di Geraldina Colotti
L’11 marzo del 2026, con l’assunzione di incarico del nuovo presidente del Cile, il paese tornerà ufficialmente agli anni bui del pinochettismo. Al secondo turno delle elezioni, domenica 14 dicembre, José Antonio Kast, il candidato delle destre che si sono unite per l’occasione ha vinto con il 58,16% dei voti contro la rappresentante della sinistra, Jeannette Jara, che ha ottenuto il 41,84%.
E sarà il primo esponente dell’estrema destra a guidare il paese dopo la fine della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990): il presidente con il maggior numero di voti nella storia. A capo del Partito Repubblicano, di estrema destra, ha ricevuto 7.252.410 suffragi, una cifra spinta anche dall’implementazione del voto obbligatorio. E ha vinto in tutte le regioni.
Jeannette Jara, esponente del Partito comunista (disposta a lasciarlo in caso di vittoria elettorale), è stata candidata dal patto Unità per il Cile, e ha invece ottenuto il peggior risultato della sinistra dal ritorno alla democrazia. Con il suo 41%, è rimasta al di sotto dell’ex senatore Alejandro Guiller, che nel 2017 aveva raggiunto il 45%. I 5.216.289 voti realizzati al ballottaggio non sono stati sufficienti, dato che ha prevalso in soli 32 dei 345 comuni del territorio cileno.
“La democrazia ha parlato forte e chiaro”, ha detto Jara congratulandosi con il vincitore. La sua voce, tuttavia, è stata quella di una classe politica progressista esaurita, incapace di offrire una reale alternativa al modello neoliberale. La schiacciante vittoria di Kast non è un incidente della storia, ma il sintomo di una malattia politica più profonda.
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Ucraina: il panico europeo e la “guerra civile” d’Occidente
di Roberto Iannuzzi
Sebbene gli USA non puntino a una pace vera con Mosca, l’Europa vuole una prosecuzione della guerra. I russi lasceranno che il fronte occidentale si sfaldi sotto il peso delle sue contraddizioni
La pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, insieme all’ultimo piano di pace per l’Ucraina proposto dalla Casa Bianca, costituiscono solo gli ultimi due episodi che hanno inasprito le relazioni fra Washington e il vecchio continente.
Ma la spaccatura fra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che netta, bensì frastagliata e trasversale, e le sue origini precedono l’arrivo di Donald Trump alla presidenza americana.
Al momento del suo insediamento, avevo scritto che anche il secondo mandato del magnate statunitense era destinato “a suscitare opposizione, resistenze, confusione e shock a livello politico ed economico, sia sul piano interno che all’estero”.
Avevo sottolineato però che una parte dell’oligarchia USA era ormai dalla sua parte, e che i principali venture capitalist della Silicon Valley si contendevano l’orecchio del presidente.
Aggiungevo che allo stesso tempo
“pezzi della magistratura sono determinati ad opporsi ai provvedimenti di Trump all’interno, mentre elementi del cosiddetto “Stato profondo”, come la comunità dell’intelligence, sono pronti a dar filo da torcere al presidente sulle questioni di politica estera”.
Già allora era facile prevedere che Trump era “destinato a spaccare ulteriormente l’Europa”, e a dare un’ulteriore spallata a “un ordine internazionale già abbondantemente picconato da Joe Biden e dai suoi predecessori alla Casa Bianca”.
Le ragioni erano molteplici:
“Trump ha detto di amare l’Europa ma non l’UE. Tuttavia i dazi e la richiesta di acquistare ancora più LNG americano rischiano di svuotare le tasche dei comuni cittadini europei prima ancora di danneggiare i tecnocrati di Bruxelles.
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L’illuminismo nero di Trump. Diversamente imperialista
di Antonio Cantaro
L’intervento di Antonio Cantaro tenuto a Roma martedì 9 dicembre nell’ambito dei “Laboratori di cittadinanza attiva”, promossi da Auser e dedicati al tema “La crisi della democrazia nel nuovo quadro internazionale”
La crisi della democrazia nel nuovo quadro internazionale è un tema enorme e che suscita crescenti, legittime, inquietudini. Specie oggi, a pochi giorni dalla pubblicazione di un documento – National Security Strategy of the United States of America – che chiarisce inequivocabilmente gli obiettivi della dottrina di politica internazionale dell’amministrazione Trump e, altrettanto inequivocabilmente, che una delle principali poste in gioco di questa dottrina è la liquidazione della democrazia nel mondo e in Europa per come l’abbiamo conosciuta e praticata a partire dal secondo dopoguerra. Sbagliano Carlo Rovelli e Stefano Fassina a non cogliere il significato diversamente imperialista della “nuova” dottrina dell’ amministrazione americana. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti è, in questo senso, un inquietante manuale di cittadinanza. Di cittadinanza passiva.
La sua lettura è, perciò, quanto mai istruttiva per chi, al contrario, si batte per una cittadinanza attiva, per chi crede ancora nella democrazia come forma di vita. Una lettura che va rigorosamente fatta a partire dalla prefazione al documento a firma di The Donald. Due paginette in cui c’è scritto tutto quello che ci rifiutiamo di capire e che, anche in questi giorni, continuiamo, con rare eccezioni, a non voler capire. Il valore ‘rivoluzionario’ e, al tempo stesso, profondamente reazionario delle due parole d’ordine della nuova destra americana. America first, Make America Great Again. “Prima L’America”, “Fare l’America Grande di Nuovo”.
Due paginette, assertive e messianiche, che vanno prese sul serio. Molto sul serio. Non si tratta di mera sovrastruttura retorica. Siamo di fronte a una vera e propria dottrina sull’Occidente. A una dottrina sul punto cui è giunta la sua storia recente, sul perché questa storia è finita, sul come può ricominciarne un’altra nel “Vecchio” Continente e nel c.d. emisfero occidentale. Non si tratta di isolazionismo: siamo di fronte alla riproposizione, in nuove forme, di un progetto imperialista sotto l’egida statunitense.
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Smascherare le complicità nel genocidio
di Paolo Ferrero
In questo numero della rivista pubblichiamo il Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. La relatrice speciale, come sappiamo è Francesca Albanese.
Questo rapporto, di cui si è molto parlato, si intitola “Dall’economica dell’occupazione all’economia del genocidio” e illustra i modi e percorsi con cui molte aziende e colossi internazionali hanno aiutato Israele, in particolar modo dopo il 1967, nella guerra ai palestinesi e nella loro deportazione forzata dai territori in cui abitavano. Nel dossier si fanno i nomi di 48 corporation tra cui spicca l’italianissima Leonardo.
Sono produttori di armi, di macchine movimento terra, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e associazioni di beneficenza. Per sviluppare i loro affari danno il loro indispensabile sostegno al colonialismo israeliano e hanno permesso allo stato di Israele di violare i diritti umani e occupare terre palestinesi nel corso dei decenni, e oggi di compiere il genocidio del popolo palestinese a Gaza e di porre le condizioni per la pulizia etnica nella striscia come nel resto dei territori palestinesi.
Mentre scriviamo si è raggiunto un accordo sul cessate il fuoco a Gaza. Non è un accordo di pace ma certo un primo segno positivo. Si tratta di un risultato di cui siamo felici e che è stato possibile in primo luogo grazie alla resistenza del popolo palestinese che non ha ceduto a i ricatti e, pagando un prezzo umano indicibile, ha resistito nei suoi territori, determinando la modifica dell’orientamento dei paesi arabi e mussulmani. Parimenti le mobilitazioni dei popoli del mondo e segnatamente nei paesi occidentali hanno modificato l’orientamento delle opinioni pubbliche, in particolare quella degli strati giovanili e questo ha spinto i governi occidentali a modificare la loro posizione al fine di non pagare costi eccessivi sul piano del consenso.
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Le (spiacevoli) verità di Trump sull'Unione Europea
di Andrea Zhok*
Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea.
Vi troviamo scritto:
“L'Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità.
Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l'Europa si trova ad affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.
Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.
(…)
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Davos, BlackRock e il cerino della democrazia
Quando il potere non si presenta alle elezioni
di Giuseppe Gagliano
C’è chi parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante. Perché il punto non è il titolo sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta, chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale scricchiola.
Dicono che non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”, forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.
Il World Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu, lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più grandi di molti Stati, può farlo?
BlackRock non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale, quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci, scompari. Altro che sovranità.
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La libertà in saldo. Repubblica e Stampa all’asta
Quando i padroni vendono anche l’Agorà
di Mario Sommella
C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.
È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.
Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.
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Ucraina: l’Europa in trappola
di Michele Paris
La recente intervista di Trump alla testata on-line Politico ha fatto salire l’isteria dei governi europei a livelli senza precedenti, dal momento che il presidente americano ha ribadito per una platea decisamente più ampia la marginalità del vecchio continente per le priorità di Washington, in linea con quanto ratificato ufficialmente nel nuovo documento strategico sulla sicurezza dei giorni precedenti. L’Europa si ritrova così, nell’immediato, a dovere trovare un modo per prolungare la guerra in Ucraina contro le intenzioni degli USA, pena il dover fare i conti con una sconfitta epocale che metterebbe in discussione ancora di più la residua legittimità della sua classe dirigente e del progetto ultra-screditato che rappresenta. Trascinando Kiev verso una tragedia ancora più grande di quella che già sta vivendo, rischia però di avere un costo ancora maggiore, in termini sia di distruzione e perdita di vite umane – non solo tra gli ucraini – sia economici, oltretutto in un quadro complessivo già pesantemente deteriorato da quasi quattro anni di guerra.
L’accettazione del “piano di pace” di Trump, in qualsiasi forma dovesse essere concordato con Mosca, comporterebbe per l’Europa il crollo dei sogni di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Assieme all’ammissione dello spreco di centinaia di miliardi di euro, in parte finiti nel buco nero della corruzione ucraina, per un progetto irrealizzabile. Oltre a ciò, i governi dei vari Merz, Macron, Starmer e Tusk sarebbero chiamati a spiegare ai loro elettori le decisioni sciagurate di questi quattro anni, così come la loro indifferenza verso la corruzione del regime di Zelensky e la sua deriva verso una sostanziale dittatura mentre si è ripetuto ad nauseam l’imperativo di salvare la “democrazia” ucraina.
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Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione
di Il PungoloRosso
Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale, che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.
L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan, anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).
Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.
Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo contenuto neo-coloniale?
Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI) (3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU), segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati.
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La Cina spiegata all’Occidente
di Pino Arlacchi*
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
“Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!“
* * * *
Il ritorno della Cina in cima ai destini della terra è stato definito il più grande evento del nostro tempo, ma non è facile da spiegare, a meno che non si voglia chiudere subito il discorso dichiarando scontata la supremazia millenaria della sua civiltà rispetto alle altre, e in particolare rispetto alla civiltà europea.
L’argomento in questo caso può essere che la Cina è così perché è sempre stata così. Il crollo dell’Ottocento e l’incorporazione subordinata della Cina nelle trafile del capitalismo occidentale fino al 1949 sono da considerare poco più di un blip. Un accidente storico lungo una vicenda plurisecolare di stabilità sistemica. Un semplice inciampo che tra cento anni sarà appena menzionato.
Se decidiamo di vedere le cose in questo modo, attraverso il filtro di un determinismo storico assoluto, non c’è molto di cui dibattere, non ci sono speciali indagini da condurre e non ci sono segreti da scoprire.
Seguendo questa linea di pensiero, tuttavia, occorre prendere per buona, senza coglierne l’acuminata dose di paradosso, la celebre risposta del ministro degli Esteri di Mao Tse-Tung, Chou EnLai, alla domanda di Henry Kissinger se la Rivoluzione francese fosse stata un bene per l’umanità: «È troppo presto per dirlo».
Se invece non ci accontentiamo della spiegazione che attribuisce sic et simpliciter alla superiorità della Cina come Stato e come civiltà la straordinaria continuità storica di questi ultimi, e se non vogliamo aspettare cent’anni, la prima domanda che dobbiamo porci è se il governo della Cina post-1949 ha rappresentato o no una rottura completa con il sistema di governo del Celeste Impero e con le sue radici nella cultura e nella filosofia più antiche della Cina stessa.
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Come gli USA chiudono l’era Bush
di Michele Prospero
La nuova strategia di sicurezza nazionale archivia la filosofia neocon, che voleva gli Stati Uniti profeti in armi dell’impero e dell'egemonia liberale. Riconosce legittimità ad alcune pretese russe anche in relazione alla guerra in Ucraina, da terminare il prima possibile nonostante l’opposizione degli europei. La sinistra non lasci alla destra autoritaria la bandiera del negoziato
Ma quale nuovo patto Molotov-Ribbentrop! Non è esagerato rimarcare, su due punti specifici almeno, il carattere assai innovativo delle pagine della National Security Strategy (NSS)firmata da Trump. In primo luogo, il rapporto annuale declassa l’avvelenata inimicizia con Pechino: da sfida sistemica condotta senza esclusione di colpi, quella con il Dragone diviene una competizione certo cruciale per prolungare l’egemonia americana ma gestibile attraverso le vie ordinarie. Inoltre la NSS cancella, ed è la cesura più urticante, il fondamento del pensiero neoconservatore, cioè lo scontro tra culture e modelli inconciliabili come verniciatura ideologica dell’unipolarismo a stelle e strisce.
Dopo George W. Bush gli stessi leader democratici hanno raccolto il nocciolo delle riflessioni di Irving Kristol, imperniate sul mito di un “internazionalismo tipicamente americano” da esibire in alternativa al postulato minimalista di un ordinamento pluralistico retto da organismi per la cooperazione e da norme comuni tra pari. Alla cosiddetta ottica tradizionale di New York, trionfante nel dopoguerra con la mappa della deterrenza, venne contrapposta la prospettiva di Washington, che rielaborava l’intera teoria politica delle relazioni internazionali secondo i paradigmi dell’etica dell’interventismo in nome dei diritti violati.
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Il patrone del mondo
di Manlio Dinucci
La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 del Presidente Trump prevede una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Non c’è nulla di nuovo in spese così astronomiche, ma questa volta la Casa Bianca aggiunge il costo della lotta all’immigrazione e deduce i benefici della Trump Gold Card.
Questo pacchetto mira a trasformare gli Stati Uniti (con un debito superiore a 33.000 miliardi di dollari) in una fortezza in grado di eludere i creditori, ponendo fine all’era della globalizzazione economica che ha caratterizzato gli anni di Clinton-Bush-Obama-Biden.
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La Casa Bianca ha pubblicato, a firma del Presidente Trump, la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America”, il documento annuale che traccia le linee fondamentali della politica statunitense. Un documento di tale importanza è stato essenzialmente ignorato dal nostro mainstream politico-mediatico, lo stesso che tutti i giorni riporta le esternazioni mediatiche di Trump. Bisogna per questo conoscerne i concetti fondamentali.
Anzitutto - sottolinea il documento - per “garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni avvenire, occorre una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.” Tale strategia poggia su due pilastri l’uno collegato all’altro:
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Ci stanno preparando alla guerra. E lo fanno contro di noi
di Italo Di Sabato, da Osservatorio Repressione
Se militarizzano la società e ci chiamano nemici, la risposta è una sola: disertare la loro guerra, sottrarsi alla paura, spezzare il linguaggio che la legittima, difendere lo spazio vivo del dissenso. L’Europa nell’era della guerra diffusa: governo, disciplina e vite sacrificabili
Ci stanno preparando alla guerra. Non è un artificio retorico né un eccesso polemico: è la forma che sta assumendo la politica nel nostro presente. Mentre l’opinione pubblica viene saturata dal linguaggio dell’emergenza, mentre i governi si rifugiano dietro il mantra del “non c’è alternativa”, la società europea viene progressivamente inglobata in un regime che trasforma l’eccezione in normalità. Questa normalizzazione dell’eccezione costituisce la nuova razionalità del potere: una razionalità bellica che permea la vita civile anche in assenza di un conflitto dichiarato.
Lo stato di eccezione come infrastruttura del presente
La teoria politica ha da tempo chiarito la natura dello stato di eccezione. Per Carl Schmitt esso rappresenta il luogo in cui la sovranità si manifesta pienamente sospendendo l’ordinamento giuridico [1]. Walter Benjamin ha osservato come la modernità, lungi dall’essere un’epoca regolata dalla legge, sia invece attraversata da un “stato di eccezione permanente” [2]. Giorgio Agamben ha ulteriormente mostrato come tale eccezione, da misura straordinaria, si sia trasformata in dispositivo stabile di governo [3].
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