Terremoto Usa, tutti fermi
di Francesco Piccioni
E’ sicuramente successo qualcosa, negli Stati Uniti. Cosa è successo e quali ricadute avrà, a breve e medio periodo (nel lungo, diceva Keynes, “sicuramente saremo tutti morti”), non è proprio chiarissimo.
Trump ha perso nettamente, molto di più del preventivato. Ha voluto un referendum su di sé, e il risultato non è contestabile. Il Congresso è in mano all’opposizione “dem”, ma beato chi sa cosa questa vorrà fare.
Due soli esempi per averne un’idea. Il nuovo senatore del Michigan, Abdul El Sayed, nel suo discorso di ringraziamento agli elettori, era accompagnato dalla moglie col velo della regola musulmana e tra i diversi temi ha ricordato che “i bambini palestinesi devono vivere nella terra dei loro padri”. Un avviso a Israele: qui non ci comanderete più come avete fatto con Trump grazie a Jeffrey Epstein e all’Aipac.
Al contrario, la governatrice “dem” del New Jersey, Mikie Sherrill, ha minacciato multe alle autorità portuali che accetteranno il diesel trasportato dalle navi russe. Messaggio alla Russia: continueremo la guerra in Ucraina, grazie anche a quei deficienti alla guida di Francia, Gran Bretagna e Germania, che si sono dichiarate pronte ad inviare truppe in Ucraina pure se Unione Europea e Usa non sono d’accordo.
In mezzo ci passano diversi oceani, con tutta evidenza.
In mezzo c’è la possibile paralisi strategica della prima superpotenza per i due anni che restano con Trump alla Casa Bianca. Il presidente, in quell’ordinamento, ha infatti grandi poteri esecutivi e la possibilità di mettere il veto su tutte le leggi approvate dal Congresso. E il tycoon ha già promesso di usarli.
Dovrà fare i conti, oltre che con un’opposizione imbaldanzita dal successo larghissimo, con una pattuglia repubblicana finita sotto un treno e costretta ad interrogarsi su quanto valga la pena di star dietro a questo vecchio egocentrico che tra due anni, comunque, finirà la sua carriera.
Raggiungere su qualche provvedimento la maggioranza dei due terzi nei due rami del Congresso, sicuramente impossibile in condizioni normali, potrebbe non esserlo se si tiene l’occhio puntato – fin d’ora – sulle presidenziali (e il rinnovo di mezzo parlamento) del 2028.
Ci potrebbe anche essere di mezzo una proposta di impeachment, con un vicepresidente giovane tentato dall’arrivare in cima prima del tempo e potersela giocare con qualche chance in più di adesso, a rimorchio del vecchio matto.
Dal punto di vista interno agli Stati Uniti sembra chiaro che il melting pot si è messo in moto, aprendo nuove faglie e linee di ricomposizione fin qui impensate. L’emergere di innumerevoli figure giovani e sicuramente non “wasp” (bianchi, anglosassoni, protestanti), con posizioni spesso “socialdemocratiche” che negli Usa sono considerate equivalenti al “comunismo”, mostra che non solo si è rotta socialmente qualche diga separatista verso le comunità “altre”, ma soprattutto che la crisi ha eroso la tradizionale fiducia del “sogno americano” narrato dal liberismo più sregolato.
Le placche tettoniche della composizione sociale sono innumerevoli e il loro vagare in cerca di nuovi equilibri sicuramente imprevedibile. Basta vedere quanti latinos, fin qui incatenati al carro repubblicano in nome dell’anticomunismo, sono stati convinti involontariamente dai raid dell’ICE a cambiare cavallo in piena corsa.
Gli stessi vertici dell’establishment “democratico” sopravvissuti alla mini-onda “socialista” si guardano attorno consapevoli di doversi presentare prossimamente con un programma economico di riforme su cui non hanno mai riflettuto un attimo, visto che “il mercato” andava soltanto “accompagnato” nelle sue scelte di allocazione delle risorse. Rischiano la paralisi, anche loro, in attesa di rimettere in funzione i neuroni.
Ma rischia la paralisi subito anche la politica estera della Casa Bianca. Tra le ragioni della debacle c’è, in cima alla lista, la guerra all’Iran che ha fatto esplodere i prezzi del petrolio e quindi quelli dei carburanti. Se una sconfitta di stretta misura – perdere la Camera ma conservando il Senato – avrebbe lasciato a Trump & co. ampia scelta di opzioni, compreso il più volte ventilato uso di “atomiche tattiche”, il disastro di questa notte sconsiglia colpi di testa. O quantomeno impone una pausa di riflessione strategica un po’ più seria di quanto avvenuto finora.
A Trump serve tempo, insomma, mentre a Netanyahu serve un’altra guerra subito, altrimenti il rischio di una maggioranza spuria alla Knesset che chiuda la porta al suo ritorno come premier – l’unico ruolo che per legge lo salva dai processi che lo attendono – gli apre la botola del carcere o della fuga all’estero.
L’asse Usa-Israele è così al punto di tensione massima, in qualche modo rivelata dall’annuncio della sospensione degli aiuti militari a Tel Aviv per 4 miliardi l’anno, ma anche in questo caso i colpi di coda di due iene morenti (Trump e “Bibi”) possono essere pericolosi.
Incertezze da tutti i lati, come si vede.
Un quadro che non si adatta affatto alla prima superpotenza e che non può affatto far piacere ai “mercati”. E neanche ai super-boss delle piattaforme o dell’AI che in questo momento stanno ballando sulla superficie di una bolla finanziaria che può esplodere in qualsiasi momento per eccesso di debiti e scarsità di profitti certificabili.
La ricetta americana è sempre stata quella di scaricare gli effetti dei propri problemi sul resto del mondo. Stavolta anche questo sembra assai meno facile, perché la concorrenza è cresciuta ed ha una solidità maggiore.
La crisi di egemonia dell’imperialismo statunitense è questa roba qui. Trovare un riassetto per conservarla è una scommessa. Il tempo, e la concorrenza, non giocano a favore.














































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