La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare
di Luciana Castellina
Cuba. Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca
La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.
È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.
Quanto all’Unione europea, la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)
L’OCCIDENTE, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto a un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera.
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Vizi privati, pubbliche virtù
di Andrea Zhok
Discussioni come quella recente su Chomsky e gli Epstein file mi hanno fatto riflettere su un problema profondo nelle società occidentali odierne.
Per arrivare al punto devo fare una digressione.
Partiamo da una questione antropologica e sociologica elementare. Posto che ciò che caratterizza gli esseri umani in termini di efficacia nel mondo è la capacità di cooperare, chiediamoci: come si può costruire una rete di cooperazione?
Esistono naturalmente le istituzioni formali, ma esse dipendono a loro volta da un livello motivazionale più profondo: tu puoi avere formalmente uno stato e una magistratura con delle leggi, e tuttavia questo può essere del tutto vuoto e ineffettivo se la gente non ci crede, se non sente una ragione per riconoscervisi. Il mondo è pieno di stati e istituzioni che esistono solo sulla carta, ma che di fatto coprono altri meccanismi di potere.
La domanda dunque diventa: cosa consente di costruire reti di cooperazione a livello motivazionale profondo? Nel contesto odierno credo vadano nominati due modelli.
1) Il modello tradizionale si incardina nella natura umana e ha un passato glorioso: gruppi di persone si organizzano, coordinano e cooperano sulla scorta di ideali comuni, dando agli altri e ricevendo dagli altri riconoscimento. Gli elementi affettivi fondanti di questi ordinamenti sono cose come l’amicizia, la lealtà, l’onore, la reputazione.
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Suprematismo e retorica anti Islam e Iran
La costruzione del mostro orientale sulla stampa italiana
di Pasquale Liguori
Lo scorso 3 febbraio, i due principali quotidiani italiani hanno pubblicato editoriali sull'Islam e, in particolare, sull'Iran che, pur provenendo da prospettive diverse in apparenza, condividono una struttura argomentativa profondamente problematica. L'articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e quello di Massimo Recalcati su la Repubblica costituiscono due varianti di quello che Edward Said ha definito orientalismo: una modalità di rappresentazione dell'altro che funziona come negativo speculare necessario all'autorappresentazione occidentale. Non si tratta semplicemente di analisi sbagliate o incomplete, ma di un costrutto ideologico che istituisce l'alterità radicale come conditio sine qua non per l'affermazione della propria superiorità civilizzatrice.
Entrambi gli autori operano attraverso una strategia di riduzionismo che schiaccia l'Islam politico e l’Iran su una dimensione immutabile e monolitica. Galli della Loggia si chiede se nell'Islam esista libertà, trasformando una religione praticata da oltre un miliardo e ottocento milioni di persone in un'entità omogenea, impermeabile alla storia e alle sue interne contraddizioni. Recalcati, da parte sua, descrive il governo iraniano come “un'ideologia della morte”, costruendo una dicotomia assoluta tra la vita (l'Occidente democratico) e la morte (il dispotismo orientale).
Tale operazione, ovviamente, non è neutra. Ciò che entrambi gli articoli sistematicamente omettono è la dimensione storica e politica delle dinamiche che descrivono.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Giacomo Gabellini: La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Antonio Martone: Giovani d’oggi
Carlo Formenti: Diritto internazionale? Non fatemi ridere!
comidad: Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch
Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"
Alessio Mannino: Il Manifesto di Ventotene è una ca***a pazzesca
Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."
Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!
Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro
Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?
Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre
Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno
Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco
comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Lavinia Marchetti: Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso
Massimo Zucchetti: Grazie, Volodymir Zelensky!
Andrea Zhok: Vogliamo lasciarci alle spalle la vicenda pandemica?
Barbara Spinelli: La follia bellica Ue e l’arma di Čechov
Giorgio Agamben: Il medioevo prossimo venturo
Ilan Pappé: Sul panico morale e il coraggio di parlare
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto








Con grande piacere pubblichiamo questa intervista di , curatore della sezione «sudcomune», a Stefano Lucarelli sul suo ultimo libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025), un testo fondamentale per comprendere le dinamiche geo-economiche che influenzano, se non determinano, le attuali guerre. Se prima il nostro tempo era contraddistinto da Ermes, ci dice Lucarelli, cioè basato su commercio e libera circolazione, adesso è il tempo di Ares, un periodo in cui il conflitto, armato, diventa il perno delle relazioni politiche. La critica dell’economia politica che Lucarelli porta avanti, incentrata sull’analisi della centralizzazione dei capitali e delle politiche protezioniste, ci permette di indagare e comprendere meglio questo nostro tempo e, pertanto, ci offre qualche spunto per il suo superamento.
Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.


Guerre dentro, guerre fuori 
Ecco qui, in questo articoletto per Sinistrainrete, alcune questioni forse un pochino inusitate ma che riportiamo per agitare e tentar di far maturare certe vecchie liturgie ideologiche pseudo-sovversive. Come tante proverbiali e usuali di gran parte delle ‘sinistre’ sistemiche. Attuali o antiquate.
Nel 2010 Emiliano Brancaccio scrisse la recensione del libro di Gianfranco La Grassa Finanza e poteri, edito da Manifestolibri. Inizialmente il saggio di La Grassa avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, ma la casa editrice ci chiese un titolo più accattivante, che è appunto quello con il quale è stato poi pubblicato.

C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.
Che nel mondo tiri una brutta aria è ormai evidente.
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse, tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine).




























