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La guerra per fermare un declino inesorabile
di Alessandro Volpi
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.
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Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump
di nlp
La serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.
In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico- o il Venezuela in questo caso – marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo, trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran. Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos.
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Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
di Fernando Bilotti
E’ dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati a essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco. Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira e altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali. Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza. Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese.
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La Sinistra Negata 08
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)
Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?
6. L’IPOTESI… POLACCA
Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.
A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.
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Trump attacca il Venezuela. Un gangster a piede libero
di Marco Consolo
- Nella notte di sabato 3 gennaio, l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha ordinato un attacco militare alla Repubblica bolivariana del Venezuela. I bombardamenti contro le infrastrutture militari e civili sono stati la copertura operativa di ciò che il linguaggio militare imperiale definisce un’“estrazione”. Nella stessa notte, il Presidente costituzionale Nicolas Maduro è stato sequestrato insieme a sua moglie, la deputata Cilia Flores, da truppe speciali statunitensi e portato in gran segreto negli USA dove è iniziato un processo farsa contro entrambi. Mentre scrivo, non c’è ancora un bilancio delle vittime civili e militari dei bombardamenti e delle distruzioni.
- I bombardamenti e il sequestro del mandatario e della deputata Cilia Flores sono una flagrante violazione della Carta dell’ONU, e fanno carta straccia del diritto internazionale, sostituito dalla “legge della giungla” e la “legge del più forte”. Nessun Paese è al sicuro da questo comportamento da gangster internazionale.
- Tutto questo non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa della democrazia, dei diritti umani o la lotta al narcotraffico. Si tratta della riconfigurazione della geopolitica imperiale più sfacciata e bellicosa, del dominio geopolitico della regione e del saccheggio coloniale delle risorse naturali. Ne è un esempio lampante la conferenza stampa di Trump, una perla di infamia e cinismo. La maschera è caduta e il re (si fa per dire) è nudo.
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Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse
di Maylyn López
Introduzione — 3 gennaio: una soglia oltrepassata
Il 3 gennaio si è verificato un evento senza precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali che ha riguardato il Venezuela. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il vertice istituzionale del Paese, il presidente della Repubblica bolivariana, è stato sequestrato insieme alla moglie, dopo bombardamenti che hanno prodotto tra gli 80 e i 100 morti (stime attuali). Il tutto all’interno di una più ampia escalation che ha incluso sequestri marittimi, blocchi operativi e misure extraterritoriali.
Ciò che rende questo episodio qualitativamente diverso dal passato non è solo la sua gravità, ma la soglia politica e simbolica che è stata oltrepassata. Quando la coercizione non si limita più alla pressione economica o diplomatica e tocca il cuore della rappresentanza statale, la questione non è più solo negoziale: diventa una questione di sovranità.
Sul piano cognitivo, è anche un test estremo: verificare fino a che punto un evento eccezionale possa essere assorbito, normalizzato e reso accettabile attraverso il linguaggio.
È da qui che l’analisi deve partire.
Il linguaggio che decide prima del pensiero
Nel discorso pubblico dominante, il Venezuela non viene raccontato come una realtà complessa, ma come una formula riduttiva: dittatura, regime, narco-Stato, crisi umanitaria.
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I “finanziamenti ad Hamas”: prove, indizi, preconcetti
di Emilio Sirianni
Dell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Genova ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas (https://volerelaluna.it/controcanto/2026/01/02/la-trasformazione-della-solidarieta-in-terrorismo/), colpiscono le pagine iniziali.
In esse si narrano la costituzione e l’evoluzione della suddetta associazione iniziando addirittura dal 1928, anno di nascita del movimento dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è filiazione e si percorre, molto approssimativamente e discutibilmente, un secolo di storia contemporanea di quella parte di mondo che gli Stati europei hanno plasmato con la forza, in un processo storico efficacemente definito “l’invenzione del Medio Oriente” (espressione che da il titolo a un interessante libro di C. Brad Faught, pubblicato nel 2023 da Neri Pozza). Sono pagine che colpiscono tanto lo storico che il giurista, entrambi consapevoli delle note diversità epistemiche fra verità storica e verità giudiziaria. La prima, “mero” prodotto della libera esplicazione del pensiero umano, libera nei mezzi e nei fini. La seconda, estrinsecazione di un potere coercitivo e, proprio in quanto tale, condizionata da procedure e approdi predeterminati, a tutela dei diritti individuali che dalla sua affermazione sono attinti.
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Schiavi. E mercanti di schiavi
di Paola Caridi
È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?
Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.
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Stati imperfetti, dominio perfetto: cosa succede quando le alternative sono eliminate
di Lia Haramlik De Feo
Negli anni ’90 la sovranità sulle risorse segnava il confine invalicabile imposto al Sud del mondo. Chávez lo oltrepassò, rendendo visibile un conflitto già esistente. Cuba, Venezuela, Iran mostrano che l’autonomia ha un prezzo altissimo, ma la sua eliminazione produce solo più dominio, meno alternative e un ordine globale più autoritario
Erano gli anni ’90 e insegnavo italiano ai dirigenti di una multinazionale che si dedicava alle estrazioni petrolifere. Chiacchieravamo molto. Arrivò un pezzo grosso dal Venezuela, mi raccontava che il governo era al loro servizio e che nessun tentativo del Venezuela di controllare le proprie risorse petrolifere sarebbe mai stato tollerato, pena un colpo di Stato immediato.
Parlavamo della scoperta dell’acqua calda, certo. Era il copione eterno dell’America latina, eccezione cubana a parte: la linea rossa che nessun governo latinoamericano poteva oltrepassare non era il socialismo, era la semplice sovranità sulle risorse.
Arrivò Hugo Chávez, oltrepassò quella linea rossa e tutto ciò che quel dirigente mi aveva anticipato accadde.
Alla luce di quelle conversazioni, per me in quei giorni era evidente che Chávez non avesse creato alcun conflitto in Venezuela. Si era limitato semplicemente a rendere esplicito l’esistente: la democrazia era limitata, la sovranità energetica era totalmente fittizia, le multinazionali davano per scontata la reazione di fronte a qualsiasi tentativo di rompere il patto implicito durato fino ad allora e Chávez era disposto a pagare il prezzo della rottura.
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Venezuela e oltre siamo al dunque
di Algamica*
Premessa
Il più delle volte nell’affrontare una questione si pensa all’interlocutore cui ci si rivolge e quasi sempre la risposta è: non lo so. Si tratta di una questione seria e complicata perché non trovi sempre il modo di spiegare quello che intendi chiarire su un problema cogente. Parliamo del sequestro Maduro avvenuto qualche giorno fa da parte del banditismo americotrumpiano.
Trump avrebbe violato il diritto internazionale? Ma di che parliamo? Ma con quale faccia tosta il liberalismo democratico, cioè l’Occidente, che si è costruito sulla rapina mondiale, per oltre 500 anni, ai danni di tanti popoli del sud del mondo oggi invoca il diritto internazionale?
C’è un unico diritto ed è costituito dalla forza: se ce l’hai la usi, se non ce l’hai non la puoi usare e cerchi di arrangiarti come puoi.
Trump ha fatto quello che uno Stato imperialista in crisi è stato obbligato a fare: cercare a tutti i costi, pensando di avere la forza sufficiente e necessitata, di mettere le mani sulla maggiore materia prima del momento storico, il petrolio, e in modo particolare nei confronti di un paese, quale il Venezuela è il maggior produttore del miglior greggio.
Il punto in questione che dobbiamo perciò affrontare non è se ha violato o meno il diritto internazionale, figurarsi, ma perché è stato costretto a farlo e lo sta potendo fare in questo preciso contesto storico. La storia è fatta di tempi e mai un tempo successivo è uguale a uno precedente.
Siamo chiari: fallito il tentativo di costituire una nuova Israele in Ucraina, per smembrare e smantellare la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse, causa la dura e obbligata – e finalmente – reazione, agli Usa, rimaneva la necessità di mettere le mani altrove, in conto proprio e contro altri paesi occidentali, cioè gli europei, per intenderci.
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Venezuela, il diritto contro l'arroganza imperiale
di Geraldina Colotti
C’era un’emozione palpabile, ieri, tra i banchi dell’Assemblea Nazionale venezuelana. Non era solo il peso delle vittime — oltre cento tra civili e militari falciati dai bombardamenti del 3 gennaio — ma la consapevolezza di abitare un inedito momento di rottura. L'attacco che ha colpito obiettivi civili e militari a Caracas, Miranda, Aragua e La Guaira, ha innescato una battaglia immediata sul piano semantico.
Mentre i media mainstream, come la BBC, hanno diramato direttive interne che proibiscono tassativamente l’uso del termine “sequestro” (imponendo eufemismi come "detenzione cautelare internazionale"), la realtà dei fatti parla di una violazione dei più elementari diritti diplomatici. Il sequestro di un Capo di Stato in carica e di una deputata della Repubblica è un crimine di lesa internazionalità che, come denunciato da Samuel Moncada all'ONU, cancella secoli di giurisprudenza sull'immunità sovrana.
Nelle ore seguite ai bombardamenti, Washington ha tentato la carta della guerra cognitiva. Sono state messe in circolo calunnie pilotate volte a insinuare un presunto "accordo di transizione" tra gli Stati Uniti e la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodríguez, cercando di seminare il sospetto tra le fila del chavismo e della FANB. La risposta istituzionale è stata una smentita nei fatti: il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha ratificato Rodríguez come Presidenta encargada, un titolo che, ai sensi degli articoli 233 e 234 della Costituzione Bolivariana, non indica un governo di transizione ad interim, ma la piena continuità dell'ordine costituzionale in caso di assenza forzata del titolare.
Non c’è vuoto di potere, né spazio per le ambizioni neocoloniali di María Corina Machado, la quale, in un’intervista su Fox News, è arrivata a invocare apertamente l’amministrazione esterna delle risorse energetiche venezuelane, palesando il volto fascista di un'opposizione che vede nelle bombe l'unico strumento di consenso.
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L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste
di Mario Sommella
C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.
Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.
Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.
Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.
Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.
In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.
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3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto
di Alessandro Visalli
Userò una formula che non amo, ma che è necessaria qualche volta. Non si può essere tutto, ma capita che il mondo metta di fronte alla necessità di valutare dimensioni di cui non si è specialisti.
Non sono un giurista, ma ciò che è accaduto il 3 gennaio 2026 è un passaggio storico. Si tratta di un cambiamento irreversibile che fa seguito alla recente pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, nella quale è dichiara l’intenzione di affermare il dominio sull’emisfero Occidentale ed espellere i paesi extraemisferici (la Russia e la Cina).
Ciò che ha fatto l’Amministrazione Trump è un atto extragiudiziario sia sul piano dell’esile Diritto Internazionale e delle sue Istituzioni, sia su quello strettamente interno. Un atto senza alcuna base giuridica, pura forza. Si tratta della diretta contestazione della Carta delle Nazioni Unite tale da determinare un terremoto di portata catastrofica, e di lunghissima durata, sui meccanismi messi faticosamente (e non senza forzature) in piedi nel dopoguerra, con l’espresso obiettivo di non rendere più possibile fenomeni come il Nazismo.
Si è trattato di un atto giustificato come espressione di un law enforcement militarizzato, fondato su un superseding indictment (Atto di accusa sostitutivo) non emesso da alcun organismo giuridico preesistente ed avente giurisdizione. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti[1], come ovvio, ha giurisdizione su questi ultimi e non ha portata extraterritoriale di tale portata da poter travolgere l’immunità dei Capi di Stato in carica. Non è la prima volta che accade, ma è sempre stato avanzato dagli Stati Uniti e solo da questi.
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I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Durante l’incontro del 30 dicembre con Netanyahu e il suo team, il presidente Trump si è impegnato pubblicamente ad attaccare l’Iran: se continua con il suo programma missilistico balistico, “Sì”. E per il suo programma nucleare: “Immediatamente”. “Li faremo fuori di testa“, ha detto Trump.
In contrasto con questa bellicosità, il linguaggio di Trump all’incontro di Mar-a-Lago rifletteva solo calore e lodi smodate per Netanyahu e Israele. Pubblicamente, Netanyahu ha ricevuto il sostegno pubblico di Trump per un attacco all’Iran e per la Fase Due di Gaza, ma dietro le quinte, scrive Anna Barsky (in ebraico), molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.
Il linguaggio inasprito nei confronti dell’Iran non è stato una sorpresa per Teheran. Era prevedibile. Tutti i segnali di ostilità imminenti sono evidenti: la narrazione in crescendo – “centinaia di cellule dormienti di al-Qaeda pronte a scatenare la carneficina; al-Qaeda ha trovato rifugio sicuro in Iran per 25 anni… [permettendo all’Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico”, afferma un “infiltrato dell’MI5 e dell’MI6”. Al momento giusto, la valuta iraniana crolla vertiginosamente e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa si nasconde dietro questa esplosione di militarismo tra Stati Uniti e Israele? Le fanfaronate di Trump sulle “porte dell’Inferno” che si aprono a “chiunque” sono ormai familiari a tutti noi. Ciononostante, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono schierati per un altro round di guerra.
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L’emergenza in Cisgiordania mette a nudo le intenzioni di Israele
di Roberto Iannuzzi
Espansione degli insediamenti, offensiva militare, violenze dei coloni, strangolamento economico. E’ evidente l’intento annessionista del governo Netanyahu. Ma l’Occidente tace
Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio palestinese occupato.
Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220.000 nuove licenze di porto d’armi, in gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati paragonabili a milizie private.
L’ONU ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti.
Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura.
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Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?
di Rete dei Comunisti
Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo se ne discuterà a Roma il prossimo 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.
C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.
Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.
Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.
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Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci
di Carlo Cattivelli
È questo lo splendido titolo battagliero di una raccolta di saggi pubblicata di recente dall’editore Jaca Book.
Una raccolta che, oltre all'omonimo contributo di Miguel Benasayag, pensatore, psicanalista e attivista argentino di fama internazionale, include i saggi di altri tre autori: Paolo Bartolini, analista a orientamento filosofico e formatore, nonché Matteo Mollisi e Giulia Zaccaro, ricercatori in filosofia e analisti filosofi in formazione.
Un libro prezioso. Soprattutto in questo caotico frangente storico che ci vede schiacciati in una morsa: da una parte, l’evidente crisi sistemica che investe quel neoliberismo che soprattutto a queste latitudini pervade ormai da mezzo secolo ogni ganglio e struttura della nostra vita associata; dall'altra, l’apparente assenza di alternative credibili e strutturate, il crollo delle aspirazioni socialiste e comuniste, nonché, da qualche anno a questa parte, inquietanti prospettive belliche.
In simili condizioni, la tentazione del pessimismo disfattista - giocoforza - è sempre in agguato.
Dunque che fare? Da dove ripartire per costruire un’alternativa degna del nome?
In realtà, sembrano suggerire gli autori, il fondamento di questa alternativa è già qui, da sempre presente, da sempre letteralmente a portata di mano: ed è il nostro stesso corpo.
Posto che per gli autori la mente è ancora, in termini spinoziani, “idea del corpo” (Benasayag utilizza il termine psichesoma), il punto cruciale da comprendere bene è: che cos’è, nella prospettiva adottata dagli autori, “corpo”?
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Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo
di Pier Giorgio Ardeni
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie sono atti di una gravità inaudita. Uno Stato sovrano violato impunemente, per sequestrarne il presidente e portarlo di fronte alla giustizia a difendersi dalle accuse di organizzare il narcotraffico, questa la motivazione ufficiale, con un’azione di puro gangsterismo. Con l’aggravante, come ha ammesso lo stesso Trump, di puntare in realtà a gestire le risorse petrolifere del paese e «guidarlo verso una transizione giudiziosa». Insomma, qualcosa che dovrebbe essere considerato inaccettabile: rapire il capo di Stato di un paese il cui regime è inviso per poi controllarlo e governarlo, come era già accaduto con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muammar Gheddafi. Con la differenza che, in quei casi, si cercò, a giustificazione dell’intervento, quantomeno l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. No, in questo caso gli Stati Uniti hanno agito unilateralmente e sfrontatamente in un atto di guerra per il quale il presidente Trump non ha neppure richiesto l’autorizzazione del Congresso, come stabilito dalla legge. Il che pone gli Usa in cima alla lista di quegli Stati “canaglia” che essi stessi avevano stilato all’indomani dell’attacco alle torri gemelle nel 2001.
Di fronte a questo, si pongono due questioni. La prima è capire il perché di tale inusitata iniziativa. Quale minaccia poneva il Venezuela? Perché gli Usa sono intervenuti per decapitarne il potere e prendere la guida del paese (e ancora non è chiaro come)? La seconda è: come dobbiamo reagire? Quali prospettive politiche si aprono? L’aggressione al Venezuela ha squarciato un velo: il leone imperialista ha dato una zampata per uscire da quella che percepisce come un’agonia e vuole riprendersi il controllo del mondo sul quale la sua supremazia sembrava indiscussa. E il mondo non ha che da temere e deve pertanto reagire cercando il modo migliore per non cadere in una spirale di violenza e disordine senza fine.
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L'America, lo Stato canaglia
di Chris Hedges*
La classe dirigente degli Stati Uniti, separata da un universo basato sui fatti e accecata dall'idiozia, dall'avidità e dalla superbia, ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggersi da un mondo senza legge fatto di colonialismo e diplomazia delle cannoniere.
Le nostre istituzioni democratiche sono moribonde. Non sono in grado o non vogliono frenare la nostra classe dirigente gangster. Il Congresso, infestato dalle lobby, è un'appendice inutile. Ha rinunciato alla sua autorità costituzionale, incluso il diritto di dichiarare guerra e approvare leggi, molto tempo fa. L'anno scorso ha inviato ben 38 proposte di legge alla scrivania di Donald Trump per la loro firma.
La maggior parte erano risoluzioni di "disapprovazione" che annullavano le normative emanate durante l'amministrazione Biden. Trump governa per decreto imperiale attraverso ordini esecutivi. I media, di proprietà di multinazionali e oligarchi, da Jeff Bezos a Larry Ellison, sono una cassa di risonanza per i crimini di stato, tra cui il genocidio in corso dei palestinesi, gli attacchi contro Iran, Yemen e Venezuela e il saccheggio da parte della classe miliardaria. Le nostre elezioni sature di denaro sono una farsa. Il corpo diplomatico, incaricato di negoziare trattati e accordi, prevenire guerre e costruire alleanze, è stato smantellato. I tribunali, nonostante alcune sentenze di giudici coraggiosi, tra cui il blocco degli schieramenti della Guardia Nazionale a Los Angeles, Portland e Chicago, sono lacchè del potere aziendale e sono supervisionati da un Dipartimento di Giustizia la cui funzione principale è quella di mettere a tacere i nemici politici di Trump.
Il Partito Democratico, la nostra presunta opposizione, legato alle multinazionali, blocca l'unico meccanismo che può salvarci – i movimenti popolari di massa e gli scioperi – sapendo che la sua leadership corrotta e disprezzata verrà spazzata via.
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Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi
di Vincenzo Comito
Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica
L’incontro di Busan
Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano.
Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.
Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi.
Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina.
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“Intelligenza” artificiale e stoltezza (senza virgolette) naturale
di Giulio Maria Bonali
Per Natale un caro amico mi ha fatto un gradito regalo; mi ha segnalato la recensione (Meglio cyborgs che imbecilli — Stultifera Navis) di un libro di Claudio Paolucci (Nati cyborg) proposta da Francesco Parisi, professore di Teorie dei media e Fotografia e cultura virtuale, che aveva trovato in FaceBook e che mi ha fatto riflettere sull’ “intelligenza” artificiale, i suoi cultori, i suoi cantori e i suoi denigratori.
Espongo qui alcune di queste mie riflessioni.
Non concordo con la tesi, sostenuta da Parisi (e con tutta evidenza da Paolucci) dell' Homo sapiens "naturalmente debole" che per scampare alla selezione naturale avrebbe avuto bisogno della cultura e in particolare della tecnica (oggi quasi universamente detta -impropriamente; salvo prima o poi inevitabile adeguamento dei dizionari al pessimo andazzo- "tecnologia", che invece é lo studio teorico delle tecniche).
E' un luogo comune che secondo me deriva dalla corrente interpretazione e forzatura ideologica (reazionaria!) della nozione scientifica della selezione naturale, tendente a identificarla tout court con la selezione artificiale o culturale di allevatori e agricoltori (errore che fu già in qualche misura del pur genialissimo Darwin; ma allora era scusabile!). Quest' ultima (la selezione artificiale) opera "in positivo", consentendo la riproduzione solo dell' "ottimo" (il perfettamente adatto alle esigenze del mercato): fa riprodurre unicamente i “supercampionissimi” come Eddy Merckx eliminando perfino grandi campioni come Felice Gimondi! Invece la prima opera "in negativo", impedendo la riproduzione dei soli "troppo inadatti" (unicamente delle schiappe colossali come sarei potuto essere io se avessi praticato il ciclismo agonistico); dei soli troppo inadatti -presentemente- a un ambiente in continuo mutamento, ragion per cui l' "ottimamente adatto" di oggi può da un momento all' altro diventare "troppo inadatto" e perire senza riprodursi.
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Alcune riflessioni sull'attacco di droni ucraini che ha preso di mira Putin
di Scott Ritter, scottritter.substack.com
L’analisi di Scott Ritter sulla situazione attuale nel conflitto russo-ucraino
L’attacco soddisfa due dei criteri stabiliti nei “Fondamenti della politica statale della Federazione Russa sulla deterrenza nucleare”, pubblicati il 3 dicembre 2024, riguardanti gli atti di aggressione concepiti per essere dissuasi dalle forze di deterrenza nucleare della Russia.
Ciò include “L’aggressione da parte di qualsiasi stato di una coalizione militare (blocco, alleanza) contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati è considerata come un’aggressione da parte di questa coalizione (blocco, alleanza) nel suo complesso“, e “L’aggressione contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati da parte di qualsiasi stato non nucleare con la partecipazione o il supporto di uno stato nucleare è considerata come un loro attacco congiunto“.
L’Ucraina opera come parte di un blocco NATO il cui obiettivo dichiarato è la sconfitta strategica della Russia. L’attacco dell’Ucraina al Presidente russo costituisce “un’azione da parte di un avversario che colpisce elementi di infrastrutture statali o militari di importanza critica della Federazione Russa, la cui disattivazione comprometterebbe le azioni di risposta delle forze nucleari“.
Se l’attacco ucraino avesse avuto successo, la Russia avrebbe attuato una massiccia rappresaglia nucleare contro tutta l’Europa.
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Finanziaria 2026: la banalità dell'austerità
di coniarerivolta
A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.
La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.
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Una critica filosofica della tecnica
Considerazioni a margine di C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna, 2025
di Paolo Piluso
“Nei meandri labirintici dell’ultimo automa, del ‘formicaio elettronico’,
la critica è la pietà del pensiero”.
(Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, 2025, p. 167)
Il 2025 è stato, per molti versi, l’anno della tecnica (e della tecnopolitica).
Basti ricordare due esempi significativi, pur tra loro così diversi.
In primo luogo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la presenza ingombrante – poi resasi sempre più problematica, sino al congedo dall’Amministrazione – di Elon Musk, ha rappresentato una nuova, significativa, tappa di quel processo di funzionalizzazione dello Stato alle esigenze della “realizzazione tecnica” descritto più di cinquanta anni fa da Ernst Forsthoff nel suo Staat der Industriegesellschaft. Quell’indecifrabile identificazione Stato-tecnica sembra così essersi tradotta, oggi, negli USA di Trump, nell’interdipendenza funzionale, resa evidente dalle dinamiche del nuovo “capitalismo politico”, tra apparati dello Stato (rectius, lo Stato come macro-amministrazione), potere militare e complessi industriali tecnologici, secondo la logica della geo-economia e della “tecnica di Stato”.
Ma, a segnalare l’importanza della “tecnica” per l’anno appena trascorso, si può evocare anche un altro dato: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori dell’ultima edizione del Premio Nobel per le Scienze Economiche.
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Kiev, Gaza… e la cupola d’Occidente
di Vincenzo Morvillo
Dopo la sedicente “operazione antiterrorismo” portata a termine, in realtà, contro organizzazioni di solidarietà palestinesi in Italia, con l’alibi del finanziamento ad Hamas e su esplicita indicazione israeliana, siamo entrati ufficialmente in una nuova fase delle post-democrazie occidentali.
Non possiamo definirle neanche più “democrature“, prendendo a misura l’esautoramento dei parlamenti nazionali. Somigliano ormai alla realizzazione plastica di una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, con ai vertici della Cupola occidentale istituzioni statuali e attori finanziari capaci di esercitare un racket violento, intimidatorio e corruttore nei confronti di governi, partiti, soggetti e personaggi politici: comprati, minacciati, intimiditi.
E soprattutto le cui Costituzioni diventano carta straccia per direttiva degli organismi sovranazionali. Quella Cupola cui accennavamo poc’anzi formata da banche, fondi di investimento, comitati d’affari, istituzioni finanziarie: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, ecc.
Ad ogni modo, a proposito degli arresti in Italia, andrebbe ricordato che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Non si è più votato, dopo, tra un’offensiva israeliana e l’altra. Ma neanche a Kiev, dove il presidente è scaduto da un anno e mezzo e tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Usando i criteri occidentali, insomma, si potrebbe dire che c’è un partito legittimo e democraticamente eletto al governo di Gaza.
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