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sinistra

I BRICS: una risposta capitalistaa un problema del capitalismo

di Eros Barone

ChatGPT Image 4 gen 2026 01 00 41Tra le forze che soggettivamente si ispirano a modelli di carattere socialista è in corso da tempo un dibattito vivace e conflittuale sul significato della “multipolarità” e sul ruolo del raggruppamento denominato BRICS. Coloro che esprimono un giudizio positivo sulla “multipolarità” valorizzano i BRICS e li considerano una tappa importante in direzione del socialismo. Questi apologeti dei BRICS dividono il mondo secondo uno schema binario basato sulla contrapposizione tra gli Stati Uniti e i loro alleati, da una parte, e i paesi che in varia misura si oppongono agli Stati Uniti, dall’altra. A volte caratterizzano tale schema come un conflitto tra il “Nord globale” e il “Sud globale”, a volte identificano gli antagonisti come “l’Occidente collettivo”.

I sostenitori della “multipolarità” nutrono la convinzione secondo cui, se i paesi che resistono agli Stati Uniti riuscissero a neutralizzare il predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati, allora si schiuderebbe per il mondo un avvenire pacifico e armonioso. Secondo i BRICS, infatti, non è il capitalismo che ostacola una pace duratura, ma solo le aspirazioni imperiali statunitensi. Di conseguenza, in questo utopico futuro, la cooperazione amichevole fra tutti gli Stati, fondata su transazioni economiche pacifiche, eque e reciprocamente vantaggiose, condotte all’insegna del principio definito dai leader cinesi come “win-win”, renderà il mondo più armonioso e più ospitale per tutti.

Tuttavia, la realtà storica ci insegna che, per quanto sia importante resistere al predominio e all’aggressività degli Stati Uniti, il declino della superpotenza o la sua sconfitta non metteranno fine all’imperialismo, finché il capitalismo monopolistico continuerà ad esistere. Del resto, è noto che nella storia dell’imperialismo dell’epoca moderna il declino di ogni grande potenza capitalista dominante ha generato l’ascesa di un’altra. La storia dell’imperialismo non ammette vuoti di potere, sicché, quando una potenza va incontro al suo declino e recede, altre potenze avanzano sulla scena mondiale a sfidarne il dominio globale. In tal modo si creano quelle condizioni che spesso portano, attraverso una serie di conflitti locali, regionali e continentali, ad una conflagrazione mondiale.

Orbene, è un indubitabile dato di fatto che la potenza economica degli Stati Uniti si è indebolita e che l’egemonia di questo paese è stata scossa. Tuttavia, le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti sono finiti o sconfitti sono altamente esagerate e non hanno alcun fondamento nella realtà. Gli Stati Uniti sono stati la potenza egemone del sistema imperialistico a partire dalla seconda guerra mondiale. In passato era l’imperialismo britannico la potenza che occupava la posizione dominante: quindi, se ci si chiede quale potenza emergente prenderà il posto degli Stati Uniti, è evidente che il paese più probabile quale successore egemonico degli Stati Uniti è la Cina, che ha raggiunto un livello di potenza molto significativo sia sul piano economico che sul piano militare. Dal canto loro, gli Stati Uniti, cercando di mantenere la loro egemonia e dovendo intervenire ovunque per preservarla, sono impegnati in uno stato di guerra permanente che li vede anche conseguire nuovi successi, come in Siria con la caduta del governo di Assad, in Palestina con il sostegno del genocidio sionista e in Venezuela con il sequestro di Maduro e di sua moglie.

In tal senso, occorre riconoscere che lo stato complessivo del modo di produzione capitalistico e dei rapporti di forza tra le grandi potenze geopolitiche dimostra che il grande assente della teoria della “multipolarità” è il concetto di classe. In altri termini, i sostenitori di un mondo multipolare non sono in grado di spiegare come l’esistenza di più poli capitalistici determini dei rapporti di forza favorevoli alla classe lavoratrice e promuova gli interessi di tale classe. Una cosa è certa: il sistema economico dominante in Russia, India, Sud Africa e Brasile, membri originari dei BRICS, è chiaramente il capitalismo; altrettanto dicasi dei membri che si sono aggiunti nel 2024 (i cosiddetti BRICS +: Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti), tutti paesi capitalistici. In realtà, la lotta di classe, che è il motore della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, per il potere dei lavoratori e il socialismo, viene sistematicamente limitata e repressa dai governi di quasi tutti i paesi BRICS e BRICS +. In Arabia Saudita e in Iran il comunismo è illegale, il governo di Modi ha condotto una guerra di classe contro gli agricoltori indiani, i lavoratori sudafricani hanno visto la disoccupazione e la povertà aumentare sotto un governo che non ha corrisposto alle loro aspetttive, e i lavoratori egiziani sono sottoposti al dispotismo di un governo militare brutale.

Secondo i “multipolaristi”, la ‘contraddizione’ che informa la multipolarità è lo scontro tra il “Nord globale” e il “Sud globale” o, detto altrimenti, l’“Occidente” e il resto del mondo. Sennonché una divisione geografica di questo tipo è poco significativa, in quanto fa pensare che l’Australia abbia qualcosa in comune con il Mozambico o che Albania e Germania siano associate nello sfruttamento degli Stati più poveri dell’Africa australe. Vi è, naturalmente, una divisione tra paesi ricchi e paesi poveri, tra paesi sfruttatori e paesi sfruttati, ma storicamente le linee di faglia più profonde sono state definite dal colonialismo e dal suo successore, il neo-colonialismo. Dopodiché, l’espansione dell’imperialismo ha rimescolato le carte inserendo i vari paesi nei diversi livelli della formazione economico-sociale mondiale, come dimostrano i casi di paesi ex coloniali, quali l’India e l’Arabia Saudita, giunti ad occupare posti di primo piano nella piramide imperialista.

A tale proposito, un esempio che merita attenzione riguarda proprio la posizione geopolitica dell’India. Questo grande paese capitalistico è il terzo pilastro dell’alleanza dei BRICS, che viene presentata, come si è visto, quale alternativa al sistema economico guidato dagli Stati Uniti. Sicché, quando si parla dei BRICS, è doveroso iniziare con Cina, Russia e India. Allora la domanda è: quale paese è sostenuto politicamente, industrialmente e militarmente dal gigante del subcontinente asiatico? La risposta è: l’India sostiene Israele contro l’Iran.

Sempre ad avviso dei “multipolaristi”, i BRICS + offrono ai paesi l’opportunità di sganciarsi dalle strutture finanziarie internazionali imposte dopo la seconda guerra mondiale e di liberarsi dal dominio del dollaro nelle transazioni globali. Laddove è da osservare che tale opzione può senz’altro esistere in futuro, ma è chiaramente intesa come un’opzione e non come un sostituto delle strutture e degli strumenti di scambio esistenti. Non a caso, gli stessi leader cinesi ribadiscono ad ogni piè sospinto di non voler lanciare alcuna sfida agli accordi finanziari esistenti. Il che conferma che lo schema binario della contrapposizione antimperialista, schema accreditato alla teoria “multipolarista” da alcuni esponenti della sinistra, non rientra nella logica politica del paese leader dei BRICS.

Per quanto concerne poi la discussione sulla natura sociale, capitalistica o socialistica, della Repubblica Popolare Cinese, gioco da salotto preferito della sinistra euro-americana, è sufficiente chiarire che questa non è la sede appropriata per tale discussione; tuttavia, vale la pena di sottolineare che, pur essendo l’unico paese formalmente socialista dei BRICS, la Repubblica Popolare Cinese non mira a sostenere, incoraggiare o aiutare materialmente la lotta per il socialismo al di fuori della Cina. In sostanza, a differenza dell’Unione Sovietica nel periodo socialista e perfino in quello revisionista, la Cina “socialista” non conferisce priorità al sostegno materiale verso i paesi che intraprendono un percorso socialista e la parola “socialismo” è in gran parte assente dalle sue dichiarazioni di politica estera. Ciò nondimeno, alcuni esponenti della sinistra vedono la “multipolarità” e i BRICS, raggruppamento composto nella quasi totalità da paesi capitalistici, come una via per il socialismo valida a livello mondiale.

Karl Kautsky, il principale teorico dell’Internazionale Socialista, ha anticipato la teoria della “multipolarità” nel 1914, introducendo un concetto che definì come “ultraimperialismo”. Kautsky riteneva che sia la guerra che il grande potere dell’imperialismo, da lui concepito come politica di alcune frazioni della borghesia e non come fase suprema del processo di sviluppo e crisi del capitalismo, fossero destinati ad estinguersi. Nella visione di questo esponente del revisionismo centrista il sistema imperialistico si sarebbe necessariamente stabilizzato e, a causa del declino delle esportazioni di capitale, la politica dell’imperialismo non avrebbe trovato il terreno adatto al suo sviluppo. Dopodiché, una fase di “concentrazione” degli Stati capitalistici (non a caso, Kautsky propugnava la formazione degli Stati Uniti d’Europa), paragonabile alla formazione dei ‘trust’ delle imprese multinazionali, avrebbe portato all’armonia interimperialista. Tale teoria fu puntualmente confutata e prontamente respinta da Lenin1.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, era un fenomeno relativamente diffuso nelle file della sinistra euro-americana un certo scetticismo circa il potenziale rivoluzionario delle classi lavoratrici. Effettivamente, in Europa i movimenti operai egemonizzati dai partiti comunisti adottarono strategie di avanzata verso il socialismo caratterizzate in senso gradualista ed elettoralista. La cosiddetta “Nuova Sinistra”, dal canto suo, propose una strategia rivoluzionaria incentrata sul Terzo Mondo. Nel linguaggio comune dell’epoca, il Terzo Mondo era costituito dai paesi ex coloniali che non erano né nel campo degli Stati Uniti né nel campo sovietico. Secondo il punto di vista del terzomondismo, il cambiamento rivoluzionario (e in definitiva il socialismo) sarebbe concresciuto dalle vie indipendenti di sviluppo scelte dai leader di queste nazioni emergenti. Sennonché tali nazioni sono state sopraffatte dal neo-colonialismo delle grandi potenze capitalistiche e “integrate” nel mercato capitalistico globale, con poche eccezioni.

L’imperialismo non è un sistema stabile, poiché i paesi capitalistici che lo compongono e che occupano posti diversi nella piramide imperialista, per via della legge economica dell’ineguale sviluppo sono sempre alla ricerca di un vantaggio competitivo contro i loro rivali. A volte trovano utile o necessario formare coalizioni (spesso temporanee) o alleanze con gli altri paesi al fine di proteggere o far progredire i loro interessi. Una di queste alleanze, la NATO, è stata forgiata dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale in opposizione al blocco socialista e ai movimenti di liberazione nazionale.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno cercato di mantenere intatte le coalizioni esistenti selezionando o inventando nuovi nemici: la guerra alla droga, la guerra contro il terrorismo e le guerre umanitarie. Sotto questa rete di legami politici esisteva una struttura economica globale consolidata e dominata dagli Stati Uniti, finalizzata a proteggere il sistema capitalistico. Questo quadro politico-economico è stato funzionale al capitalismo, ma è entrato in crisi con il grande crollo economico del 2007-2008 e con le crepe e le fratture che hanno incrinato e in parte destrutturato quel quadro. Così, le turbolenze prodotte dalla crisi economica hanno smorzato il ritmo di crescita del commercio internazionale e hanno inasprito la concorrenza per i mercati, per le materie prime, per l’energia e per le vie di comunicazione. A queste difficoltà si è aggiunta, sfida ulteriore all’egemonia degli Stati Uniti, la capacità della Cina di cavalcare la tigre della crisi in modo relativamente indolore. Ciò spiega perché la classe dominante degli Stati Uniti, che in precedenza vedeva la Repubblica Popolare Cinese come un ‘partner’, ha iniziato a vedere la Cina come un rivale (non del ma) nel sistema imperialistico.

D’altra parte, le ragioni che determinano la scelta degli Stati Uniti sia nell’assumere un ruolo più o meno aggressivo verso la Cina sia una maggiore o minore ostilità verso la Russia, rispecchiano fedelmente i rapporti di forza rispetto alla crescente potenza economica della Repubblica Popolare Cinese e al dominio della Russia sui mercati dell’energia eurasiatica. Si comprende allora perché, in questa nuova epoca del nazionalismo economico e del protezionismo, la Russia, la potenza mondiale più estesa, la Cina, la potenza economica emergente, l’India, la principale potenza del subcontinente asiatico, il Sudafrica, la principale potenza economica dell’Africa, e il Brasile, la più grande economia dell’America Latina, cerchino di contrastare la concorrenza aggressiva degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. L’epoca della globalizzazione sta finendo, e l’epoca dell’intensa rivalità e del preminente interesse nazionale sta emergendo. È in questo ambiente storico che sono nati i BRICS ed è in questo ambiente che i BRICS hanno assunto la fisionomia concreta che li caratterizza: una risposta capitalista ad un problema del capitalismo, non una soluzione socialista ad un problema del socialismo.


Note
1 Partendo dalla “questione economica fondamentale”, ho trattato la teoria kautskiana dell’ultraimperialismo e la conseguente critica leniniana in un articolo al quale al quale mi permetto di rinviare: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/21041-eros-barone-lenin-e-la-questione-economica-fondamentale.html.
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