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Published: 06 April 2026
Created: 03 April 2026
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lafionda

Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario

di Fabio Vighi

mondo appeso a filo.jpgLa scena del crimine 

Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.

Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.

 

Il Golfo si incendia

Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo.

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

di Mario Sommella

11 2023.jpgTrump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

 

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

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Published: 06 April 2026
Created: 30 March 2026
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machina

Della miseria dell’industria scolastica

Francesca Ioannilli Intervista Gigi Roggero

0e99dc 9658884130d54eff86f82a74f8a5507fmv2.jpgIn Italia la scuola sembra assurgere a tema di attenzione solo quando avvengono episodi drammatici. Se di fronte a un caso come l’accoltellamento nella scuola di Trescore Balneario non ci si vuole limitare al (legittimo) orrore, alla (necessaria) indignazione per le risposte governative o alla (discutibile) patologizzazione dei comportamenti giovanili, bisogna iniziare a ragionare. Andando oltre l’emergenza della cronaca, afferrando l’urgenza delle questioni di fondo. Siamo ad esempio sicuri che gli (e le) insegnanti siano semplici vittime di questa situazione? Per chi vuole riflettere e discuterne seriamente, riproponiamo un’intervista a Gigi Roggero realizzata nel gennaio 2021, in piena crisi Covid, e allora pubblicata su Commonware. L’intervistato, al tempo insegnante nelle scuole superiori, ha anticipato temi che oggi sono di stringente attualità.

* * * *

Francesca Ioannilli: È una scuola diversa quella di quest’anno: che aria si respira tra i corridoi dopo questo passaggio alla Dad, quali sono le percezioni degli insegnanti?

Gigi Roggero: I corridoi sono deserti perché in realtà la stragrande maggioranza degli insegnanti lavora da casa anche laddove c’è la possibilità di scegliere, le percezioni che si hanno quindi sono ovviamente mediate dallo schermo e dalla distanza. L’aria è piuttosto di solitudine e rassegnazione, con un aumento di casi di ansia o depressione tra gli studenti: si tratta di una tendenza ormai di lungo periodo, accelerata nella crisi sanitaria e con cui, credo, dovremo sempre più fare i conti.

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Published: 06 April 2026
Created: 01 April 2026
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futurasocieta2.png

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla?

di Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele

960px Global Sumud Flotilla Sidi Bou Said Tunis Tunisia 07 09 2025 05567 37.jpgLa campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc… Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza?

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Published: 06 April 2026
Created: 03 April 2026
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piccolenote

Israele e neocon bombardano l'Iran, Vance e i negoziati

di Davide Malacaria

Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”.

L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da sembrare un sarcastico pesce d’aprile: semplicemente il presidente non sapeva più che dire ed è andato in confusione.

Probabilmente si preparava ad annunciare l’apertura di negoziati concreti, rispondendo in qualche modo, in maniera più o meno indiretta, alla lettera aperta agli americani resa pubblica nello stesso giorno – tempistica che a posteriori non sembra un caso – dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, i cui toni erano fermi, ma pacati, e nella quale apriva al dialogo, pur senza concedere nulla ai diktat statunitensi.

Le bombe israeliane hanno chiuso, almeno al momento, la finestra di opportunità. A indicare che le trattative avevano un fondamento anche l’appello lanciato ieri sera dalla Cina – che sta spingendo il Pakistan, partner privilegiato di Pechino insieme all’Iran, a impegnarsi a fondo nella mediazione – nel quale ha chiesto “la fine immediata delle operazioni militari”.

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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contropiano2

Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump

di Francesco Piccioni

Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni.

Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.

Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.

Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).

Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità».

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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lantidiplomatico

Il "Metodo Trump": Insider trading e speculazione sulle macerie della guerra all'Iran

di Alessandra Ciattini

Già dai tempi delle famose e belle tasse lanciate entusiasticamente da Trump molti analisti avevano notato una costante relazione tra le sue dichiarazioni e l’andamento delle borse, alimentando il sospetto, più che ragionevole, che i componenti della sua stessa famiglia e della sua cerchia più stretta, tra cui stanno anche i donatori per le campagne elettorali, avessero accesso a informazioni privilegiate, del tutto illegali, per investire o disinvestire a seconda delle decisioni prese, accaparrandosi così straordinari guadagni. Del resto, un video registrato alla Casa Bianca circa un anno fa mostra il presidente, sulla cui salute mentale ormai si esprimono apertamente molti dubbi, che loda alcuni suoi amici per i loro recenti guadagni in borsa. In particolare, in questo video si riferisce a Charles Schwad e Roger Penske i quali, entrambi organizzatori di gare automobilistiche, si sarebbero messi in tasca il primo 2.500 milioni di dollari, il secondo solo 900 milioni.

Tutto ciò si sta ripetendo con quanto sta avvenendo in seguito all’imperialistica e folle guerra non provocata degli Usa e di Israele contro l’Iran, che si sta difendendo eroicamente e in maniera notevolmente abile, mirando a far sì che il conflitto diventi economicamente insostenibile per gli spietati nemici grazie, per esempio, all’uso dei droni Shahed. Questi costituiscono una delle armi più distruttive ed efficaci, per il fatto che sono droni d'attacco unidirezionali e costano assai poco, mentre i missili necessari per abbatterli costano milioni di dollari (per es. i famosi Patriot) e le grandi produttrici occidentali di armi non riescono a costruirli nella quantità necessaria per sostituire quelli abbattuti.

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Published: 06 April 2026
Created: 01 April 2026
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contropiano2

La ormai insostenibile ipoteca delle basi militari Usa in Italia

di Sergio Cararo

Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato.

Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.

Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.

La stessa Repubblica scrive che due ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.

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Published: 06 April 2026
Created: 31 March 2026
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lantidiplomatico

"Dissonanza imperiale": quando la menzogna diventa l'unico pilastro del sistema

di Mario Petri

C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore, escalation militari presentate come strumenti di stabilizzazione, atti di forza descritti come necessità difensive. Il punto non è più la violenza — che appartiene da sempre alla dinamica del potere — ma la leggerezza con cui l’incoerenza viene ormai esibita come normalità.

Non si tratta più nemmeno di costruire una versione alternativa dei fatti, ma di sovrapporre piani inconciliabili senza preoccuparsi della loro compatibilità, come se il linguaggio avesse smesso di essere uno strumento di mediazione per trasformarsi in un atto di imposizione pura, una dichiarazione performativa che pretende di sostituire la realtà stessa. Ed è proprio qui che si inserisce una delle crepe più evidenti emerse nelle ultime settimane: mentre la Casa Bianca continua a parlare di “negoziati produttivi” e “progressi significativi”, le controparti negano apertamente che tali negoziazioni esistano, arrivando a definire queste dichiarazioni come costruzioni funzionali alla manipolazione dei mercati energetici.

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Published: 06 April 2026
Created: 31 March 2026
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comuneinfo2

La guerra dei petro-monarchi del Golfo

di Tahar Lamri

C’è una frase che spiega la guerra contro l’Iran. Una sola. Donald Trump, il 27 marzo, davanti a una platea di investitori sauditi riuniti a Miami per il Future Investment Initiative – il forum finanziario dell’Arabia Saudita – parla di Mohammed bin Salman [MbS] e dice: “Non pensava che avrebbe finito per leccarmi il culo. Davvero no. E ora deve essere gentile con me”. Fermiamoci qui. Non sulla volgarità quella è stile, non sostanza. Fermiamoci sulla scena: Trump che umilia pubblicamente il principe ereditario saudita davanti ai suoi stessi uomini d’affari. Non in un’intervista, non in un comizio per la base MAGA. Lì. In quella sala.

Perché quella sala è il cuore del problema. Il Future Investment Initiative è il braccio mondano del fondo sovrano saudita il luogo dove i miliardi del petrolio si trasformano in relazioni, influenze, favori. Ed è esattamente attraverso quella macchina che le monarchie del Golfo hanno costruito, pazientemente e nell’ombra, la guerra all’Iran che volevano.

Il prezzo era già stato pagato da tempo, e in contanti. Durante il primo mandato di Trump, l’Arabia Saudita aveva versato 450 miliardi in accordi e investimenti negli Stati Uniti. Non bastava. Al ritorno di Trump alla Casa Bianca, MbS ha promesso 600 miliardi nei successivi quattro anni, cifra che Trump ha subito rilanciato pretendendo mille.

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Published: 05 April 2026
Created: 05 April 2026
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sinistra

Sì, tutti gli ebrei

di Amanda Gelender

La fuga degli ebrei su un rilievo dellArco di TitoSulla questione ebraica oggi – introduzione di Algamica

Presentiamo questo articolo di Amanda Gelender pubblicato sulle pagine del sito substack, ritenendolo un Manifesto politico coraggioso, di cui gran parte della sinistra che vuol essere anticapitalista è spesso sprovvista. Troppe volte assistiamo alla denuncia del sionismo accompagnata da una strumentale sottolineatura del «No all’antisemitismo ».

L’articolo di Amanda Gelender piuttosto che essere una condanna del sionismo, è una vera e propria requisitoria contro l’ebraismo del xxi secolo e nei confronti del risultato di uno specifico processo storico che lo ha portato ad essere definitivamente, diciamo noi, diverso da quello del tempo storico precedente. Il tempo storico ha il suo corso inesorabile, è un processo materiale che fa emergere nuove determinazioni e nuove identità sociali sulle ceneri di quelle precedenti di cui rimangono solo che deboli tracce. Questo Manifesto è una lama che affonda nel burro contro quelle posizioni che a riguardo del genocidio in Palestina affermano « Non in mio nome », come è giusto affondare lo stesso bisturi quando l’esclamazione è riferita a noi occidentali, bianchi o europei. Il ragionamento lucido di Amanda Gelender non può che essere la constatazione empirica di quanto prodotto da un moto storico ascendente di un modo di produzione impersonale, che ha messo a servizio della dominazione coloniale e imperialista degli occidentali proprio quelle comunità diverse, ma di comune credo religioso e vittime del razzismo degli europei, facendo sorgere in loro nome una nuova identità storica del popolo nazionale ebraico inventato, come anche lo storico Shlomo Sand sostiene.

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Published: 05 April 2026
Created: 31 March 2026
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sollevazione

Il cybercapitalismo e le tre varianti di tecnocrazia

di Moreno Pasquinelli

Fronte del Rifiuto.jpegCiò che ci distingue, ciò da cui non si può prescindere

Il FRONTE del DISSENSO — vedi Il Manifesto — pare essere l’unico movimento politico che abbia segnalato come ineludibile comprendere l’enorme portata sociale della “rivoluzione tecnologica” in atto, e che abbia posto come politicamente essenziale la lotta contro l’ideologia che indossa: il Transumanesimo.

Il CyberCapitalismo è il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme  certamente inedite, dei contrasti sociali.

Ad apertura della nostra inchiesta sul Transumanesimo abbiamo lasciato parlare i demiurghi del balzo di tigre cybercapitalistico in atto per ben capire il mondo dove vorrebbero portarci:

«E’ ora di domandarsi se un corpo da bipedi respiranti con una visione binoculare e un cervello da 1400cc sia una forma biologica adeguata”. (Manfred E. Clynes, Nathan S.Kline). “Il salto tecnologico basato sull’interazione tra genetica, nanotecnologie e robotica, consentirà già dal 2030 individui ibridi che trascenderanno le nostre radici biologiche”. (Ray Kurzweil). “Tutto questo richiede che la vita subisca un ultimo aggiornamento a Vita 3.0, che può progettare non solo il proprio software ma anche il proprio hardware.

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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fuoricollana

Come può rinascere il marxismo occidentale

di Domenico Losurdo

In un libro tradotto in molte lingue, Domenico Losurdo denunciava la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale. L’abbandono di ogni atteggiamento dottrinario e la disponibilità a misurarsi con il proprio tempo sono la condizione necessaria perché il marxismo possa rinascere in Occidente

a975f7fffe3f534e70a3234554906c80 XLL’abbattimento del sistema colonialista-schiavistico mondiale è avvenuto in circostanze tragiche: a Santo Domingo/Haiti lo scontro tra sostenitori e avversari dell’assoggettamento coloniale e della schiavitù ha finito con il configurarsi come guerra totale da una parte e dall’altra. Niente è più facile che metterle sullo stesso piano e contrapporre a entrambe, per esempio, la repubblica nordamericana. Apparentemente i conti tornano, la logica è rispettata: la democrazia degli Stati Uniti celebra la sua superiorità rispetto al dispotismo vigente sia nella Francia di Napoleone sia a Santo Domingo/Haiti di Toussaint Louverture e dei suoi successori. Solo che la realtà è completamente diversa: a lottare contro il paese e il popolo che si erano scrollati di dosso il giogo coloniale e le catene della schiavitù erano congiuntamente la Francia di Napoleone (col ricorso a una poderosa macchina bellica) e gli Usa di Jefferson (col ricorso a un embargo e a un blocco navale miranti esplicitamente a condannare all’inedia i neri disobbedienti e ribelli). Col medesimo formalismo argomenta ai giorni nostri la teoria corrente del totalitarismo. Essa accosta e assimila largamente l’Unione sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler, dimenticando che quest’ultimo, nel portare avanti il suo tentativo di sottoporre a dominio coloniale e schiavizzare gli slavi, si richiamava ripetutamente alla tradizione coloniale dell’Occidente e aveva costantemente ed esplicitamente dinanzi ai propri occhi il modello costituito dall’espansionismo dell’Impero britannico e dall’irresistibile avanzata nel Far West e dalla politica razziale della repubblica nordamericana.

 

Due marxismi e due diverse temporalità

Disgraziatamente, questa lettura del Novecento, che mette sullo stesso piano l’espressione più feroce del sistema colonialista-schiavistico mondiale e il suo nemico più conseguente, è stata fatta propria in misura più o meno ampia dal marxismo occidentale o da non pochi dei suoi esponenti.

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Published: 05 April 2026
Created: 02 April 2026
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comidad

Il fuorviante accostamento tra Israele e la Germania nazista

di comidad

Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.

Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce.

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Published: 05 April 2026
Created: 01 April 2026
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coniarerivolta

L’impossibile trilemma: le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni

di coniarerivolta

Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.

Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.

Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?

Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta a una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.

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Published: 05 April 2026
Created: 01 April 2026
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comedonchisciotte.org

“Le alleanze della terza guerra mondiale stanno diventando sempre più evidenti”

di Aleksandr Dugin, alexanderdugin.substack.com

L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale.

In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha fatto di questa guerra la guerra di Trump. E Trump non sta facendo marcia indietro.

Si è così formato un asse: Stati Uniti/Israele contro l’Iran. Alle altre potenze regionali viene offerta una scelta – ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi all’Iran (la Resistenza). Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Qui non c’è neutralità. Il treno è partito.

Il secondo asse: UE/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (principalmente il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev. Si tratta di una guerra molto reale e feroce, alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. Il Partito Democratico negli Stati Uniti sta promuovendo proprio questa guerra; per questo polo, l’Ucraina è la priorità.

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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mondocane

Guerra che fai, resistenza che trovi

di Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/6xMaWppSb8M

Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?

Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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lantidiplomatico

Dalle cene di Manhattan alle bombe su Gaza: il filo nero che lega Epstein, Thiel e i Rothschild

di Fabrizio Verde

Dagli Epstein Files emergono i legami tra Peter Thiel, la famiglia Rothschild e l'apparato militare israeliano. Un'impresa criminale globale che dalla finanza è arrivata a fornire gli algoritmi per il massacro di Gaza

Nel febbraio del 2016, un periodo in cui i riflettori del mondo iniziavano a illuminare le zone d’ombra di Jeffrey Epstein, quando il finanziere scriveva una email a Peter Thiel. Non chiedeva consigli sulla Silicon Valley, né offriva affari leciti. Voleva sapere se il suo essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali per lo scandalo sessuale con una minorenne e il principe Andrea potesse spaventare l’uomo più potente della tecnologia statunitense. "La mia cattiva reputazione ti fa riflettere?", chiese Epstein.

La risposta di Thiel, oggi uno dei più spietati oligarchi tecnologici alleati di Donald Trump, fu una pietra tombale gettata sopra ogni parvenza di morale. "Se mi facessi intimidire dalla cattiva stampa, non sarei arrivato da nessuna parte nella vita", scrisse. Per poi aggiungere: "Spero che tu stia resistendo e che questo ciclo non vada oltre".

Non è andato oltre. Quello che è emerso dai milioni di pagine dei cosiddetti "Epstein Files" rilasciati dal Dipartimento di Giustizia è la fotografia nitida di un capitalismo criminale che non conosce confini, imbarazzo o ritegno. È la storia di come un mostro sia diventato il collante tra un miliardario della tecnologia e l’apparato di sicurezza di uno Stato straniero, un intreccio che oggi si traduce in bombe sganciate su bambini, grazie all’intelligenza artificiale fornita da Palantir, l’azienda di Thiel.

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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linterferenza

Il movimento ” No Kings” e l’americanizzazione della sinistra italiana

di Gerardo Lisco

Basta poco, oggi, perché una parte della sinistra italiana si senta chiamata alla mobilitazione. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello del movimento “No Kings”, nato negli Stati Uniti come forma di protesta contro le politiche della presidenza di Donald Trump. Un nome evocativo, che richiama i valori della guerra d’indipendenza del 1776 e l’opposizione a ogni forma di potere percepito come arbitrario. Eppure, nel passaggio dal contesto americano a quello italiano, quel richiamo perde gran parte della sua specificità e viene rapidamente adattato al dibattito interno, fino a diventare l’ennesimo segnale di un presunto rischio autoritario domestico. È una dinamica ormai ricorrente: categorie, simboli e mobilitazioni nati altrove vengono importati e reinterpretati senza un reale lavoro di mediazione.

Più che dire qualcosa sugli Stati Uniti, questo meccanismo rivela molto sulla trasformazione della cultura politica della sinistra italiana. Il punto, infatti, non è tanto il movimento “No Kings” in sé, quanto ciò che esso rappresenta: un ulteriore tassello nel processo di americanizzazione del lessico, delle categorie e dei riferimenti politici. Un processo che in Italia appare più marcato rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia o Spagna, dove le tradizioni politiche nazionali hanno mantenuto una maggiore capacità di resistenza. In Italia, al contrario, la fine della Prima Repubblica ha segnato non solo la crisi dei partiti, ma anche la dissoluzione delle culture politiche che li sostenevano: quella comunista, socialista, cattolico-democratica e laica.

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Published: 03 April 2026
Created: 30 March 2026
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perunsocialismodelXXI

Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya

Un'analisi critica

di Carlo Formenti

9791259677518 0 0 536 0 75.jpgMentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale.

 

Concetti e definizioni

Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”.

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Published: 03 April 2026
Created: 01 April 2026
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contropiano2

L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran

di Vijay Prashad

Nel giugno dello scorso anno, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti di energia nucleare e di ricerca nucleare dell’Iran per dodici giorni. Dopo alcuni giorni, le due potenze belligeranti – che non disponevano dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per questa guerra di aggressione – hanno aperto le porte a un cessate il fuoco.

In quel momento, credendo che ciò potesse benissimo servire come base per una negoziazione completa, il governo iraniano guidato dalla Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei accettò i termini stabiliti: la fine immediata degli attacchi e l’assenza di escalation.

I lanciamissili tacquero, ma l’accordo era molto fragile. Non c’era un accordo di pace a lungo termine, né meccanismi vincolanti di attuazione o monitoraggio, né un accordo sulle questioni nucleari, né un accordo per porre fine agli atti di sabotaggio e agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Non si trattava della fine della guerra imposta dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran, ma solo di un accordo per interrompere una battaglia. Khamenei descrisse l’aggressione di Stati Uniti e Israele come futile e affermò che essi “non avevano guadagnato nulla“, dichiarando al contempo che l’Iran aveva imposto un cessate il fuoco e “non si sarebbe mai arreso“.

L’Oman ha una reputazione decennale come mediatore neutrale tra Iran e Stati Uniti (con la presenza discreta di Israele dietro le quinte).

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Published: 03 April 2026
Created: 03 April 2026
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gazzettafilosofica

In cerca di regole

di Adelino Zanini

Un’analisi delle politiche economiche internazionali e della guerra come possibile esito delle logiche finanziarie globali. Tra epica, tragedia, ragionevole utopia

Un’età non più epica, certamente tragica

Il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lucarelli (Il tempo di Ares. Politiche interna­zio­nali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori Università, Milano, 2025) non è so­lo allusivo, è anche esplicativo. Ricorre, con intenzione teorica dichiarata, all’epica greca, a figure che informano paradigmi fonda­tivi della grande cultura occidentale. Basti leggere i titoli dei tre capitoli che co­stitui­scono il breve libro: oltre ad Ares, in essi s’invocano Ermes e Pan. La nascita del primo è segnata dal conflitto: dio della guerra, egli rappresente­rebbe i tempi odierni. Dei quali Ermes, liberatore di Ares, mes­saggero degli dèi e scal­tro dio dei commerci, prefigurerebbe gli intrighi, poiché ingegno, elo­quenza e per­suasione si sono spinti sino alla “astuzia” dello scambio ine­guale glo­ba­lizzato. In­fine, il dio-capro, Pan – secondo l’interpretazione di Károly Ke­ré­nyi, prima, e di James Hillman, poi –, il quale, sebbene sia per molte ragioni avvicinabile ad Ares, potrebbe dare un significato al “trauma”, in modo tale che l’odierno tempo della paura e del “panico” potesse far na­scere una con­sape­volezza assente nel tempo della guerra. In­somma, una mi­sura.

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Published: 03 April 2026
Created: 03 April 2026
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sinistra

Qualche riflessione sull’Iran e su di noi

di Flavia

Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di “campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è dell’altro.

La nostra solidarietà ai popoli oppressi è quasi spontanea quando è in assenza di una loro reazione, tanto più se non violenta e brutale; ma se lo diventa iniziamo a sollevare perplessità e distinguo. Facendo un esempio relativamente recente sulla Palestina: fino a quando le reazioni dei palestinesi si sono limitate alle diverse Intifade ci veniva automatico solidarizzare con gli eroici lanci di pietra dei ragazzini della Cisgiordania ma già con il 7 ottobre quella solidarietà ha iniziato a vacillare. La reazione passava dai sassi alle mitragliatrici e la nostra empatia ha iniziato a vacillare.

La nostra solidarietà contro l’aggressione imperialista all’Iran rischia di essere ancora più ostica e condizionata. L’Iran è sì un paese aggredito ma è anche uno Stato teocratico e patriarcale, schierarci in sua difesa vorrebbe dire appoggiarne la struttura reazionaria e conservatrice. Così la pensano tanti compagni anarchici e tante compagne femministe; salvo - poi - non solo cadere nei tanti luoghi comuni costruiti ad arte della propaganda occidentale ma soprattutto ignorare che si aggredisce lo Stato iraniano, ancor prima che per colpirne gli Ayatollah, per colpire e assoggettarne la popolazione e per depredarne le risorse. E quindi lo slogan “Giù le mani dall’Iran!” è tutt’altro che campista o semplificatorio.

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Published: 02 April 2026
Created: 30 March 2026
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fuoricollana

Neoliberalismo totalitario. Che fare?

di Laura Bazzicalupo

L'errore peggiore è sottovalutare la capacità del neoliberalismo di penetrare nelle anime. Ma è un errore anche sopravvalutarne la forza. Il neoliberalismo è sfociato oggi in un regime di guerra permanente. Una versione securitaria e autoritaria: evidentemente contestata e contestabile 

Neoliberalismo totalitario.jpgCosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.

 

Perché parliamo di totalitarismo?

Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.

Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.

Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto. E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.

Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.

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Published: 02 April 2026
Created: 30 March 2026
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analisidifesa

Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran

di Gianandrea Gaiani

P20251229DT 0629Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.

Di certo, dopo la presidenza di Joe Biden, gravemente inibito nella sua lucidità dalla malattia, né gli Stati Uniti né il mondo possono permettersi un altro presidente americano squilibrato.

 

Una narrazione raffazzonata

Eppure Trump solo negli ultimi giorni è riuscito a ribadire che la guerra all’Iran è vinta, smentendosi subito dopo con l’invio di 4.500 marines e 2.000 paracadutisti per un’operazione di terra tesa forse a minacciare di prendere il controllo del terminal petrolifero dell’Isola di Kharg o del tratto di costa iraniana che fronteggia lo Stretto di Hormuz.

Oggi Trump ha dichiarato al Financial Times di poter “impadronirsi del petrolio iraniano” e potenzialmente conquistare l’isola di Kharg, sede del più importante terminal petrolifero dell’Iran.

“Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni“, ha detto Trump al Financial Times. “Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo. Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistarla molto facilmente.”

Sul fronte diplomatico Trump ha aggiunto che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran tramite “emissari” pakistani stanno procedendo bene, ma si è rifiutato di commentare la possibilità di raggiungere presto un accordo per il cessate il fuoco.

In tema di operazioni sul territorio iraniano,  Trump ha però nuovamente esternato la possibilità di mettere le mani sull’uranio iraniano, stimato in quasi 1.000 libbre (453 kg).

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  22. Pierluigi Fagan: Quando metti i pezzi assieme
  23. Senza Tregua: A somma zero
  24. m.l.: Il Katechon e la sua merce
  25. Pepe Escobar: Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo

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