Un professore viene mangiato
di Leo Essen
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Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.
Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.
Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.
È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.
Si potrebbe dire che la parola uccide la cosa, la sottrae all’immediatezza e la risolve nel simbolico. La morte è la condizione stessa del simbolico, direbbe Lacan. Il padre diventa così il vettore dell’ingresso del soggetto nell’ordine della cultura, della civiltà e del linguaggio. Questo ingresso lo strappa a una condizione narcisistica in cui il soggetto sprofonda nel piacere immediato e si perde nel reale, cosa tra le cose, in un’esperienza caotica e indifferenziata.
Fatte salve le riserve che, in linea di principio, possono essere mosse alla teoria edipica (sulle riserve storiche tornerò in seguito), e tenuto conto che essa struttura e convoglia le pulsioni verso esiti non distruttivi, la sua dissoluzione comporterebbe una vera e propria catastrofe.
Edipo rappresenta infatti il momento dell’interiorizzazione delle norme di comportamento, da cui ha origine il Super-io. Per Freud non si tratta di un episodio marginale dello sviluppo psichico, ma del suo nucleo centrale. La sua eliminazione – non la rimozione, ma l’annichilimento – impedirebbe al soggetto di collocare sé stesso e gli altri in posizioni determinate, lo renderebbe incapace di circoscrivere la propria identità e lo esporrebbe alla psicosi, producendo una confusione generalizzata dei ruoli e una condizione di promiscuità indifferenziata. Il mondo, le cose e gli esseri ricadrebbero così nel disordine di una natura priva di articolazione. È ciò che Lacan chiama forclusione, il meccanismo che conduce alla psicosi, segnando lo scacco di Edipo e l’impossibilità di accedere al simbolico e al linguaggio. Il soggetto resta allora saldato alle cose. Niente trascendenza, niente lingua, niente legge.
Il grande merito del libro di Mitscherlich consiste nel collocare l’Edipo freudiano entro il contesto storico del capitalismo.
La società degli anni Sessanta, dice Mitscherlich, è attraversata da un progressivo svuotamento dell’autorità. L’Io costituisce la sfera più minacciata della vita psichica. Ridotto al minimo, tende a ritirarsi dalla vita attiva oppure a rifugiarsi nel piacere, disperdendosi nel consumo. I rapidi e imprevedibili progressi scientifici, le trasformazioni delle strutture di potere e gli sconvolgimenti sociali producono un diffuso senso di paura, cui si aggiunge lo smarrimento derivante dall’introiezione di oggetti tra loro incompatibili.
La sede della paura, dice Freud, è l’Io. Esso dovrebbe essere sufficientemente forte per fronteggiare queste nuove fonti di angoscia. Tuttavia, proprio questa forza, nel nostro mondo tormentato, rappresenta al tempo stesso la condizione che lo spinge al disastro.
Il bambino senza padre, e sempre più spesso anche senza madre, tende a diventare un adulto senza padrone. Un individuo che esercita funzioni anonime ed è a sua volta guidato da funzioni anonime. Ciò che egli percepisce è soprattutto la moltitudine indistinta dei suoi simili.
In questo contesto, non è difficile individuare la radice filogenetica del rafforzarsi delle manifestazioni narcisistiche e aggressive nelle esperienze della vita di massa. Il vicino occasionale, quando viene a occupare il nostro spazio minimo, appare inevitabilmente come un intruso, se non come un nemico, e suscita impulsi aggressivi, fino all’aggressione vera e propria. La convivenza in spazi ristretti, opprimente per la sua limitatezza, richiede uno sforzo eccessivo di repressione delle reazioni affettive primarie, in particolare delle tendenze all’aggressione e alla fuga.
L’ottimismo progressista, legato allo sviluppo scientifico e tecnico, si rivela così infondato. Si impone piuttosto una tendenza inscritta nelle forme stesse dell’organizzazione umana, il possibile e brusco passaggio dall’azione razionale alla follia collettiva.
Attraverso questo sforzo continuo di difesa, dice Mitscherlich, si accumula una tensione aggressiva, ulteriormente rafforzata dalla frustrazione libidica derivante dall’incontro quotidiano con individui altrettanto tesi e aggressivi. La tensione che non riesce a esprimersi viene allora scaricata nello sport o in altre forme di consumo collettivo.
L’antropologia psicoanalitica definisce il conflitto tra generazioni, che diviene fattore di produzione culturale, con il termine di Edipo.
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Il tema dello svuotamento della paternità e, più in generale, della patria e delle forme tradizionali dell’autorità, sempre più sostituite da istanze tecniche e funzionali, così come la scissione tra formazione affettiva e formazione tecnico-professionale, che si accentua a partire dagli anni Sessanta, attira un’attenzione crescente.
In questo contesto si colloca la ricerca di Christopher Lasch, che nel 1977 pubblica Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio, dove analizza come la famiglia sia stata progressivamente svuotata delle sue funzioni tradizionali e posta sotto assedio da una società dominata da logiche impersonali, burocratiche e di mercato. Nel 1979, con La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Lasch descrive l’emergere di una personalità narcisistica, segnata dalla perdita di legami sociali stabili e da una diffusa disillusione collettiva. Infine, in L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti (1984), mostra come la società contemporanea tenda a produrre individui ripiegati su se stessi, concentrati sulla mera sopravvivenza psichica e privi di un autentico orientamento verso il futuro o la continuità storica. In un mondo percepito come instabile, minaccioso e fuori controllo, l’Io tende così a restringersi a una dimensione minima, limitandosi a gestire le proprie emozioni più che a trasformare la realtà.
In merito alla famiglia e alle trasformazioni dell’autorità, risultano fondamentali anche le ricerche avviate negli anni Trenta dalla Scuola di Francoforte e sviluppate negli anni Quaranta e Cinquanta dalla sociologia americana (Riesman). In questo ambito spicca il contributo di Marcuse che, muovendo dalla frattura inaugurata da Lutero, individua l’emergere di una distinzione tra corpo empirico e corpo istituzionale, processo che conduce a una progressiva virtualizzazione dell’autorità e alla trasformazione, più che alla semplice scomparsa, della patria potestas.
Nel mondo medievale, l’autorità è inseparabile dal corpo fisico di chi la detiene. Con la morte del principe viene meno anche la legge. Il potere coincide con il corpo che lo incarna e non esiste trasmissione al di fuori di questa identificazione tra persona e funzione. La svolta moderna consiste precisamente nella separazione tra ufficio e individuo. L’autorità si distacca dal singolo e assume una forma astratta, durevole, indipendente dalla natura corporea di chi la esercita.
Questa separazione produce una duplice conseguenza, rende possibile la trasmissione del potere, consentendo alla legge di passare da un soggetto all’altro, ed eleva l’individuo a una dignità ideale, segnando il momento propriamente moderno dell’idealismo. Il processo di virtualizzazione dell’autorità procede parallelamente a quello della virtualizzazione del valore economico e apre alla possibilità di una sua progressiva delocalizzazione.
Lo sviluppo dei commerci internazionali favorisce infatti la creazione di strumenti di credito capaci di separare il valore nominale dal potere d’acquisto. L’invenzione della cambiale e delle tecniche di scrittura contabile rappresenta il corrispettivo tecnico-economico di questa trasformazione. Analogamente, sul piano del lavoro, la separazione tra forza-lavoro e lavoro, che accompagna il superamento dei vincoli di signoria e servitù, produce una forma analoga di deterritorializzazione.
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Il tema dell’autorità e della formazione è riesploso di recente in Italia e ha riguardato prevalentemente il degrado della scuola. Sotto la lente è finita, ancora una volta, la formazione tecnico-professionale, insieme allo scollamento tra formazione e affetti, tra ufficio e persona.
Giorgio Chiosso, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Torino, dove insegna Pedagogia generale e Storia dell’educazione, riassume la questione in questi termini. La prima emergenza della scuola è la fragilità psicologica degli studenti. Una quota crescente di adolescenti mostra debolezza e difficoltà a sostenere il normale ritmo scolastico. Schiacciando sul presente un processo che si sviluppa da oltre un secolo, Chiosso riconduce il fenomeno a una visione grigia e negativa dell’esistenza trasmessa dal mondo adulto, aggravata dalla pandemia, dalle guerre e dall’incertezza sul futuro.
La seconda emergenza riguarda il conflitto scuola-famiglia. Il rapporto tra insegnanti e genitori è sempre più deteriorato. Si va dalla diffidenza nelle chat private fino alle aggressioni fisiche ai docenti. La collaborazione auspicata dagli organi collegiali è in gran parte fallita. Il nodo centrale resta la perdita di autorevolezza della scuola come istituzione.
Le cause storiche di questa perdita, dice Chiosso, sono molteplici: l’immissione rapida e poco selettiva di docenti precari tra gli anni Sessanta e Settanta, in assenza di concorsi per circa un ventennio; i bassi stipendi, che allontanano i laureati migliori; la semplificazione dei contenuti, che ha progressivamente svuotato il valore culturale della scuola; la sfiducia delle aziende nel valore del diploma e la conseguente fuga all’estero di chi può permetterselo.
In queste condizioni, la scuola rischia di trasformarsi da luogo di formazione culturale a semplice spazio di contenimento – «dalla scuola che insegna alla scuola che assiste» – incapace di competere con i media digitali e priva di reale prestigio sociale.
Sullo stesso versante si collocano quanti chiedono una maggiore autonomia amministrativa degli istituti. Alfonso D’Ambrosio, preside molto presente nel dibattito pubblico, dopo aver elencato dati ormai ricorrenti – il burnout diffuso tra i docenti, l’ansia crescente, l’abbandono scolastico – formula un’osservazione significativa, ma lasciata in gran parte inesplorata. La scuola tende a funzionare come un sostituto del mondo esterno, un hub sociale e civico su cui si scaricano le difficoltà di famiglie, servizi sociali e istituzioni locali.
Quando D’Ambrosio descrive famiglie disorientate, psicologi sovraccarichi, comuni in difficoltà e figure religiose in crisi, delinea implicitamente un sistema istituzionale che fallisce nelle proprie funzioni e trasferisce sulla scuola compiti che non è in grado di sostenere.
Su una linea analoga, ma in forma più radicale, si colloca Marco Pitzalis. In una sequenza rapida e con scarsa distinzione tra piani analitici, egli chiama in causa liberismo, delocalizzazione, flessibilità del lavoro, crisi della classe media, legandoli al declino della scuola. Si tratta, tuttavia, di un repertorio di parole-feticcio. Termini dotati di forte risonanza simbolica, ma che, nell’argomentazione concreta, tendono a produrre più effetti retorici che chiarimenti analitici.
Segue, quasi inevitabilmente, l’attacco alla razionalità burocratica, evocata come categoria autosufficiente, e la denuncia della presunta opposizione tra insegnante-magister e insegnante-professionista. La via d’uscita proposta è la figura dell’insegnante-intellettuale, capace di connettere saperi e pratiche didattiche e di interrogarsi sul significato dell’apprendere nell’epoca delle learning machine. Anche qui, tuttavia, il discorso rischia di risolversi in formule suggestive, più indicative di una posizione teorica che di una reale capacità esplicativa.
Su un versante diverso si colloca Roberto Fineschi. Se ci troviamo nella fase del capitalismo progressivo, osserva, la scuola ha una funzione relativamente chiara. Formare il cittadino-lavoratore. Se invece siamo entrati in una fase di capitalismo crepuscolare, la funzione resta formalmente identica, con la differenza decisiva che il lavoro, semplicemente, non c’è più. In questa condizione, la scuola tende a trasformarsi in altro, in una sala d’attesa, un centro di intrattenimento, in un dispositivo di gestione del tempo sociale. L’insegnante oscilla così tra la figura dell’animatore e quella del funzionario svuotato di funzione.
Eppure, secondo Fineschi, la scuola dovrebbe produrre coscienza collettiva, formare individui autonomi e contribuire alla costruzione di una classe dirigente capace di esercitare egemonia. Tuttavia, nel momento in cui viene depotenziata la distinzione tra valore e uso, l’impianto teorico di Fineschi rivela una fragilità strutturale e tende a ridursi a una forma di genericità valoriale: la cultura come bene in sé svincolato dalle condizioni materiali che lo rendono possibile.
In questo quadro, viene trascurato un nodo classico, la divisione del lavoro. Nel momento storico in cui il lavoro diventa un diritto, tale divisione produce una separazione netta. Da un lato si concentra l’intero carico dell’insegnamento, insieme a una funzione di supplenza affettiva; dall’altro, gli altri ambiti lavorativi restano autonomi, sostenuti da dispositivi previdenziali che sostituiscono progressivamente le funzioni della famiglia.
Qui si inserisce il ruolo storico del Welfare, che ha profondamente trasformato i legami sociali tradizionali. Più che semplice protezione, esso ha rappresentato una riorganizzazione complessiva delle relazioni sociali, contribuendo alla dissoluzione di quelle strutture che oggi vengono spesso rimpiante come valori perduti.
Le conseguenze di questo processo emergono con chiarezza nelle analisi di Eugenio Donnici, che segnala la formazione di una massa strutturalmente esclusa dalla partecipazione attiva. Le difficoltà di apprendimento e la proliferazione delle diagnosi di DSA non possono essere comprese se isolate dal contesto socioeconomico. Già Bettelheim aveva colto il ruolo decisivo della motivazione nell’apprendimento.
La scuola continua a formare il cittadino-lavoratore in un’epoca in cui il lavoro promesso non esiste più per una quota crescente di studenti. Questo dato, anche quando non è pienamente conosciuto, viene percepito nella precarietà dei genitori, nella disoccupazione dei fratelli maggiori, nell’inadeguatezza dei titoli di studio. Ne deriva una crisi della motivazione. Lo studio perde senso.
Si configura così una struttura che può essere letta come una forma di difesa patologica. Di fronte all’irraggiungibilità dell’obiettivo, il sistema non lo rivede, ma intensifica i mezzi per raggiungerlo: più didattica, più tecnologie, più riforme. Il fallimento non interrompe il processo, ma lo alimenta. Si continua a formare per un lavoro che non esiste, attribuendo ogni insuccesso agli strumenti e mai alla contraddizione di fondo.
In questo modo, la contraddizione strutturale – la disoccupazione – viene rimossa dal piano simbolico e ritorna nel reale sotto forma di sintomo: fallimento scolastico, demotivazione, disturbi dell’attenzione. Oppure sotto forma di racconto compensativo. Gli studenti italiani, si dice, all’estero trovano lavoro. Sono richiesti. Sono pagati bene. È una storia che torna periodicamente sui giornali, con una puntualità quasi rituale. Funziona perfettamente, non nega il problema, lo sposta. Non è il sistema che non funziona, sei tu che devi andartene. Una promessa che ha la forma di una via d’uscita e la funzione di un autoinganno.
La proliferazione delle diagnosi di DSA può allora essere interpretata come una forma di medicalizzazione di un disagio strutturale. Il problema viene spostato dal contesto al soggetto. Non è la scuola a preparare a un futuro inesistente, ma è il bambino a essere portatore di un disturbo. Il sistema si auto-assolve, mentre il soggetto assume su di sé il peso della contraddizione.
I disturbi dell’apprendimento appaiono così come sintomi collettivi di un sistema che continua a ripetere una promessa, formazione e integrazione attraverso il lavoro, divenuta strutturalmente irrealizzabile per una parte crescente della popolazione. La risposta istituzionale non consiste nel mettere in discussione tale promessa, ma nel diagnosticare e compensare gli effetti della sua impossibilità, in una dinamica che finisce per riprodurre il disagio che pretende di risolvere.
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Nelle società feudali, dice Mitscherlich, fondate su rapporti di signoria e servitù e caratterizzate da un’economia prevalentemente contadina, i figli costituivano un capitale. Erano manodopera ausiliaria a basso costo e, al tempo stesso, una forma di assicurazione per la vecchiaia. Nella società industriale moderna, invece, l’educazione dei figli, che richiede periodi di formazione sempre più lunghi, rappresenta un investimento oneroso, mentre la sicurezza nella vecchiaia viene affidata a istituzioni pubbliche o private. Il rapporto tra le generazioni diventa indiretto e passa attraverso la mediazione dello stato sociale.
Ne deriva una trasformazione profonda del rapporto tra le generazioni. Da un lato si affermano maggiori libertà individuali, nella scelta della professione, nella gestione del proprio tempo, nell’esonero dal lavoro di cura di bambini e anziani, nella mobilità e nella residenza. Il fatto stesso di non avere figli, e di non dover dipendere da essi per la propria sussistenza nella vecchiaia, introduce un elemento di rottura nei rapporti sociali.
Dall’altro lato, tuttavia, si richiedono più sacrifici e un grado crescente di altruismo indiretto, cui spesso si accompagna una resistenza diffusa. Il contributo individuale non è più rivolto a persone determinate, legate da rapporti affettivi diretti, ma a una generica collettività. Si finisce per sostenere, attraverso il proprio lavoro e la fiscalità, una generazione indistinta, frequentatori di asili nido, scuole, istituzioni educative, senza alcun legame personale con essa.
Nella società borghese, l’incomprensione tra generazioni affonda le radici proprio in questo mutamento. I figli cessano di rappresentare un vantaggio materiale e, a un certo punto, genitori e figli tendono a separare le rispettive traiettorie di vita.
Si contribuisce all’allevamento di figli che non si sono generati e, al tempo stesso, si viene mantenuti da figli che non hanno con noi alcun legame personale. Si produce, in altri termini, uno scollamento strutturale tra paternità e generazione.
La distribuzione dei ruoli è ormai affidata alla divisione del lavoro. Le generazioni vengono segmentate e collocate in funzioni distinte. Alcune nella produzione, altre nella formazione, altre ancora nei servizi di cura e amministrazione: scuole, ospedali, mense, uffici pubblici. Il compito di coordinare queste sfere è demandato al mercato, quando riesce a farlo, e allo Stato sociale quando il mercato fallisce.
In un mondo in cui la divisione del lavoro è ancora limitata, osserva Mitscherlich, i rapporti interumani e quelli con gli oggetti si collocano nella stessa sfera di attività. Il bambino accompagna l’adulto nel luogo di lavoro e partecipa direttamente alla produzione, apprendendo attraverso un’esperienza immediata, in cui il rapporto tra uomo e uomo si traduce nel rapporto tra uomo e cosa.
È in questo intreccio concreto tra generazioni che si radica quel sentimento di appartenenza che si esprime nella parola patria. Il fatto che tale sentimento sia stato successivamente sfruttato sul piano ideologico dimostra, paradossalmente, la forza di un legame originario percepito come perduto.
La modernità rompe questa unità. La separazione della prestazione lavorativa dal luogo di lavoro e dal prodotto – cioè la separazione dai mezzi di produzione – non è un accidente, ma il fondamento dei nuovi rapporti sociali. Il lavoratore non si riconosce più né nel prodotto né nel processo produttivo. La sua attività viene parcellizzata, ridotta a semplice dispendio di forza lavoro astratta e intercambiabile. Le competenze si semplificano, i ruoli si uniformano, i lavoratori diventano sostituibili. A un ordine verticale, fondato sulla trasmissione gerarchica, si sostituisce un ordine orizzontale, fatto di classe, generazione, fratellanza.
In questo contesto viene meno la funzione paterna come luogo della trasmissione. Poiché non esiste più una continuità concreta tra il lavoro del padre e l’esperienza del figlio, la tradizione si interrompe e i coetanei tendono a orientarsi l’uno sull’altro. Il peer group diventa il principale punto di riferimento normativo.
Parallelamente, il sapere si separa dalla pratica. La formalizzazione scientifica e la cosiddetta ricerca di base distaccano il sapere dall’esperienza concreta, rendendolo astratto, generalizzabile e indipendente dal contesto. Ne emerge una figura nuova, lo scolaro puro, istruito a prescindere dal luogo e dalle condizioni di provenienza. Anche qui si riproduce lo stesso processo di astrazione, virtualizzazione e perdita di radicamento.
La separazione tra mondo del lavoro e mondo familiare produce un ulteriore effetto, la frattura dell’esperienza tra padre e figlio. Il figlio non sa che cosa faccia il padre, e il padre non conosce lo sviluppo delle attitudini del figlio. Viene meno ogni esperienza condivisa e, con essa, la possibilità stessa di una trasmissione concreta.
Un ulteriore esito di questa trasformazione è la comparsa dell’anziano come categoria separata. Non è più il figlio a farsi carico del padre. La funzione di sostegno viene trasferita a sistemi impersonali. La paternità, come bastone della vecchiaia, viene così completamente virtualizzata. Il legame diretto è sostituito da mediazioni astratte: il salario, la tassazione, il sistema previdenziale.
Questo scollamento tra anzianità e paternità produce, secondo Mitscherlich, una condizione di abbandono reciproco tra le generazioni. L’anziano diventa una figura marginale, mentre la dipendenza generalizzata da pensioni e rendite conferisce allo Stato i tratti di una padre primordiale. Ne deriva una nuova forma di obbedienza, non più fondata sull’autorità paterna, ma su una dipendenza amministrata. Lo Stato sociale ha occupato, nell’economia psichica dei soggetti moderni, una posizione strutturalmente analoga a quella dell’oggetto primario: non semplicemente un’istituzione erogante servizi, ma un Altro affidabile capace di assorbire le angosce fondamentali dell’esistenza (malattia, disoccupazione, marginalità, vecchiaia), di garantire una continuità temporale, il futuro come orizzonte prevedibile e quindi abitabile, e di sostenere la formazione dell’ideale dell’Io, vale a dire quella proiezione verso la realizzazione di sé, la mobilità sociale, l’appartenenza a una comunità di diritti.
Il welfare state ha funzionato come un dispositivo di contenimento, rendeva tollerabili le ansietà persecutorie legate alla precarietà dell’esistenza, trasformando l’angoscia diffusa in fiducia istituzionale e progetto biografico.
Il soggetto rimane così legato all’oggetto perduto attraverso una riattivazione idealizzante. Il welfare viene retrospettivamente investito come età dell’oro, come promessa tradita, come mondo possibile mancato. Questa posizione, pur contenendo un nucleo critico reale, tende a cristallizzarsi in una forma di attaccamento malinconico che ostacola ogni reinvestimento politico nel presente.
Un terzo movimento, forse il più sintomatico, è quello del disinvestimento e della privatizzazione del sé. Lo Stato non è più in grado di garantire protezione, meglio i privati, meglio arrangiarsi. Qui la perdita non viene elaborata, ma agita. Il soggetto interiorizza la logica del mercato come orizzonte naturale, si identifica con l’aggressore istituzionale e trasforma la propria vulnerabilità in un difetto individuale da correggere. Non è più un cittadino che rivendica diritti, ma un consumatore di servizi che gestisce il proprio capitale umano.
È in questa terza configurazione che la perdita del welfare state produce il suo effetto più pervasivo, non la rivolta né il lutto, ma una melanconia silenziosa. Un progressivo impoverimento dell’Io collettivo, che si manifesta come rassegnazione, isolamento, ritiro dalla sfera pubblica, incapacità di immaginare alternative. È il punto in cui la perdita si stabilizza come condizione, e il futuro si contrae fino a coincidere con la gestione individuale dell’esistente. È la fase delle start-up.
Anche il conflitto tra generazioni cambia natura. Nella società borghese esso riguardava l’accesso all’autorità e alla proprietà. Nella società industriale di massa si trasforma in una competizione per la sicurezza, cioè per l’accesso ai dispositivi di protezione sociale. La capacità non coincide più con la conquista dell’autonomia, ma con l’accesso a forme di tutela.
Parallelamente, il sistema dei consumi introduce un nuovo circuito di appagamento. Il prestigio si trasferisce sugli oggetti e il desiderio viene continuamente riattivato attraverso nuovi beni. A differenza della società patriarcale, fondata sulla stabilità e sulla frustrazione sistematica del desiderio, la società di massa organizza un’economia dell’eccitazione e del rapido esaurimento.
In questo quadro, la funzione paterna non scompare semplicemente, si svuota. Nelle società meno differenziate il figlio assume direttamente il ruolo del padre. Nella società moderna, invece, deve prima affermarsi come soggetto autonomo e separato. L’infanzia stessa diventa una posizione distinta, dotata di una propria sfera.
La parcellizzazione del lavoro, la separazione tra luogo di vita e luogo di produzione e il passaggio dal produttore indipendente al lavoratore salariato e consumatore, dice Mitscherlich, hanno contribuito in modo decisivo allo svuotamento dell’auctoritas e al restringimento della potestas del padre, dentro e fuori la famiglia.
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La progressiva specializzazione, dice Mitscherlich, ha condotto a una crescente assenza paterna. Il padre in carne e ossa diventa invisibile o, quanto meno, si indeboliscono i primi rapporti oggettuali. L’ingerenza dell’organizzazione tecnico-industriale, con il suo lavoro di routine, interviene già nella relazione madre-figlio, producendo effetti non meno rilevanti della scomparsa del lavoro condiviso tra padre e figlio.
L’impoverimento del contatto affettivo con il bambino costituisce, in sé, un processo di indifferenziazione della struttura sociale. L’indebolimento dell’autorità paterna si manifesta anche nel fatto che la società tende a intervenire direttamente nell’educazione, scavalcando la famiglia. Non più mediando attraverso di essa, come avveniva in passato, quando, ad esempio, le minoranze religiose potevano opporre una certa resistenza, ma sostituendosi ad essa. Il padre, reso più o meno invisibile, e la madre, sempre più assorbita da processi di emancipazione, vengono così surrogati. In questo quadro, la scuola e i mezzi di comunicazione di massa assumono un ruolo educativo sempre più ampio e diretto.
Anche il rapporto con la madre tende a essere riorganizzato e, in parte, trasferito su altre figure. La possibilità tecnica di surrogare la funzione materna, per esempio attraverso l’introduzione di alimenti artificiali o altamente digeribili, favorisce una razionalizzazione precoce dell’allattamento già nelle cliniche di maternità. L’allattamento artificiale appare più rapido, uniforme e meno oneroso di quello al seno. L’alta percentuale di madri che rinunciano facilmente all’allattamento naturale indica quanto le condizioni esterne possano prevalere sui bisogni relazionali. La diffusione di forme di contatto sociale agli estremi dell’arco della vita – infanzia e vecchiaia – rinvia, secondo Mitscherlich, a una medesima matrice, una regressione narcisistica.
Nel mondo borghese classico, la prassi fondamentale per la sopravvivenza, l’esercizio della professione del padre, non è più direttamente osservabile dal bambino. Tuttavia, il padre può ancora raccontare il proprio lavoro e far valere la propria competenza all’interno della famiglia. Questa possibilità tende a scomparire nella società contemporanea, dove un numero crescente di padri è impiegato in settori tecnici altamente parcellizzati o in attività amministrative segmentate. Il loro operato non assume una forma visibile e difficilmente può essere trasmesso nel contesto familiare, se non sotto forma di residui marginali, noie, frustrazioni, pettegolezzi d’ufficio.
Quanto più una civiltà si sviluppa in senso specialistico e complesso, e quanto più entrambi i genitori sono impegnati in attività lavorative esterne e altamente determinate, tanto più si moltiplicano le situazioni in cui altri soggetti devono assumere, fin dai primi anni di vita, funzioni educative originariamente proprie della famiglia. Si assiste così alla progressiva istituzionalizzazione della figura del maestro, che diventa una professione autonoma. Gli insegnanti rappresentano, in questo senso, figure di supplenza, segnano l’assenza del padre e, insieme, la sostituzione funzionale di entrambi i genitori.
I processi che conducono alla società industriale di massa sconvolgono la figura tradizionale del padre, un tempo percepito come onnisciente e responsabile ultimo delle decisioni. Questo mutamento è stato accolto con entusiasmo da parte del progressismo liberale. Nei metodi educativi più recenti, dice Mitscherlich, si è diffusa una forma di pseudo-bontà, volta a compensare simbolicamente questa perdita.
Tale entusiasmo affonda le sue radici nella ribellione contro il predominio paterno, ormai in crisi. L’emancipazione femminile costituisce il segno più evidente di questo indebolimento, ma è anche strettamente connessa alle esigenze dell’economia, che richiede la presenza di donne sia come forza lavoro sia come soggetti consumatori. Ne deriva una forma di indulgenza passiva che può essere scambiata per bontà e che si intreccia superficialmente con i modelli dell’educazione progressista.
Eppure, ogni società, dice Mitscherlich, deve porre limiti ai propri membri e insegnare ad assimilarli senza produrre alienazione. Senza cioè che vengano interiorizzati passivamente o rifiutati in modo asociale. Deve inoltre favorire forme di elaborazione simbolica, come la sublimazione. Il liberalismo progressista tende invece a trascurare questo aspetto, concentrandosi quasi esclusivamente sulle opportunità aperte agli individui adulti dalla dissoluzione dei vincoli edipici.
In questo contesto, gli interessi della donna emancipata tendono a spostarsi fuori dalla famiglia, mentre i figli vengono affidati precocemente a strutture istituzionali che surrogano su larga scala le funzioni genitoriali, contribuendo alla formazione di un assetto post-edipico spesso instabile e disorganico.
L’emancipazione femminile non produce soltanto libertà, ma anche nuove forme di subordinazione. Nei regimi autoritari, le donne possono essere mobilitate forzatamente nella produzione e nell’amministrazione, con i figli affidati a istituzioni pubbliche. Nei sistemi democratici, invece, vengono integrate nei circuiti del lavoro e del consumo, inserite in logiche generazionali.
La divisione del lavoro, combinata con l’imposizione di atteggiamenti affettivi di massa, genera una configurazione sociale particolarmente critica: individui altamente competenti nella produzione di singole funzioni, ma incapaci di comprendere o modificare il processo complessivo. Si tratta di soggetti che costruiscono dispositivi di cui ignorano il funzionamento e che, proprio per questo, tendono a ripiegare narcisisticamente su se stessi, sul corpo, sul consumo, sul tempo libero.
L’abbondanza di beni voluttuari svolge una duplice funzione, manifesta e latente. Da un lato offre piaceri immediati, dall’altro maschera un’angoscia più profonda, legata alla perdita di controllo sui processi produttivi. La ricerca compulsiva di piaceri sostitutivi può essere letta come formazione reattiva rispetto a questa angoscia. La libido si ritrae e si reinveste narcisisticamente.
Espropriati dei mezzi di produzione, dei prodotti, delle conoscenze e dei contesti originari, inseriti in spazi abitativi standardizzati e in strutture sociali astratte, i genitori, padri e madri, vengono privati della possibilità di esercitare le proprie facoltà creative. Relegati nella dimensione limitata della professione, non assolvono più né alla funzione affettiva né a quella pedagogica. Non trasmettono più una prassi di vita né un rapporto significativo con gli oggetti. Da questa condizione emergono, da un lato, soggetti iper-adattati alla carriera, dall’altro, masse disorientate, in cerca di soddisfazioni sostitutive e inclini a comportamenti regressivi.
Alla luce di questa struttura sociale, caratterizzata da compartimentazione generazionale e separazione tra formazione e produzione, molti modelli educativi tradizionali risultano inadeguati. Si impone la necessità di elaborare nuove forme educative capaci di prendersi cura dell’Io fin dalle prime fasi dello sviluppo.
In questo compito, la psicoanalisi può offrire un contributo decisivo, dice Mitscherlich. Le pulsioni e le loro modalità di espressione non sono mutate storicamente. Per questo le costrizioni sociali restano necessarie. Il problema non è eliminarle, ma determinarne la forma. Ciò che conta non è tanto la loro quantità o il loro contenuto, quanto il livello di consapevolezza che rendono possibile. Si tratta di stabilire se esse debbano essere esterne, fondate su premi e punizioni, o interne, come nel caso del Super-io, oppure ancora affidate alla regolazione consapevole dell’intelligenza.
Il fatto che i figli non apprendano più il mestiere dei padri è ormai irreversibile. Sarebbe illusorio idealizzare il mondo premoderno, con il suo conformismo, la sua rigidità gerarchica e le sue limitazioni culturali. Eppure, quel mondo offriva una possibilità concreta di elaborare il conflitto edipico attraverso la prassi. La rivalità con il padre si esprimeva in forme operative, nella continuità del lavoro. Il figlio poteva dimostrare il proprio valore nel medesimo campo d’azione. Questo orizzonte non è più recuperabile.
Resta però essenziale che i figli apprendano le condizioni di un comportamento responsabile, indipendentemente dal campo di attività in cui opereranno.
In una società in cui nessun individuo detiene stabilmente il potere, si configura teoricamente una comunità di fratelli. Ma è proprio a questo livello che emergono nuove difficoltà. La società non è ancora in grado di sostenere questa forma.
Molti ruoli tradizionali sono stati istituzionalizzati, e lo Stato è stato spesso pensato come una figura paterna. Tuttavia, l’atteggiamento diffuso nei suoi confronti, passivo e rivendicativo, rivela piuttosto una dipendenza di tipo materno. Gli apparati dello Stato sociale, scuole, servizi, strutture assistenziali, funzionano come dispositivi di genitorialità surrogata, ma faticano a strutturare relazioni simbolicamente efficaci. Si crea così un cortocircuito. Educatori ed educandi risultano omologhi rispetto a un terzo impersonale costituito da essi stessi.
Infine, al conflitto edipico classico si aggiunge un nuovo elemento di angoscia. L’autorità si è dispersa in una molteplicità di funzioni, dirigenti, funzionari, apparati, segretari, presidenti. Finché queste istituzioni riescono a svolgere una funzione simbolica sostitutiva, l’ordine si mantiene. Ma quando anche queste figure perdono credibilità, emerge un senso diffuso di solitudine. Il padre appare definitivamente come una figura debole, inaffidabile.
Non bisogna dimenticare che Mitscherlich elabora questa diagnosi negli anni Sessanta, cioè nel momento di massimo sviluppo dello Stato sociale. Non indulge in nostalgie per un passato dissolto proprio da quei processi. La sua analisi può essere letta come una critica incisiva al dispiegamento delle politiche di pieno impiego e si colloca sullo stesso crinale delle letture più radicali che interpretano il Welfare come una fase di capitalismo pianificato.
Il fatto che Mitscherlich non rimpianga un mondo distrutto dalla divisione del lavoro e dal liberalismo moderno – e riorganizzato dallo Stato sociale – non deve però far sottovalutare la presenza di elementi conservatori nel suo discorso, e più in generale nell’apparato concettuale psicoanalitico quando viene esteso all’analisi della società. Sotto la struttura servo-padrone, che consente al soggetto di costituirsi attraverso il riconoscimento di un’autorità e l’interiorizzazione della Legge come condizione della propria identità, si intravede infatti una naturalizzazione dei rapporti di dipendenza e subordinazione, presentati come destino psichico inevitabile.
In modo analogo, il processo di idealizzazione – inteso come attesa, rimando, mancanza e desiderio di ciò che è proibito – presentato come una struttura originaria della psiche, è il prodotto di una specifica configurazione storica, una forma di cattura che trasforma la potenza produttiva e relazionale del desiderio in un’economia del debito psichico, in cui il soggetto si trova costitutivamente in difetto rispetto a un ideale irraggiungibile.
D’altronde, è la stessa analisi di Mitscherlich a mostrare come l’Edipo debba essere inteso come una struttura storica, progressivamente erosa dalla divisione del lavoro e dalla società borghese. Il Welfare State ne rappresenta, in questa prospettiva, il definitivo scacco. Richiamarsi oggi all’Edipo, come fa Mitscherlich, invocandone il ripristino in quanto solidale con la struttura naturale della psiche significa dunque porsi in contrasto con l’evidenza storica.
Una dinamica analoga si ritrova in molte critiche contemporanee alla scuola liberale o liberista, che denunciano gli effetti della specializzazione senza riconoscere che il modello di sapere che contrappongono – la ricerca pura e disinteressata – è esso stesso il prodotto più coerente di quel medesimo sistema che intendono contestare.
Infine, leggere oggi la crisi o il possibile tramonto del Welfare esclusivamente nei termini del lutto e della perdita oggettuale comporta il rischio di riprodurre la logica che si vorrebbe criticare. In questo modo, infatti, lo Stato viene reintrodotto surrettiziamente come oggetto idealizzato: un Padre perduto da rimpiangere, una Legge la cui assenza produce mancanza e castrazione.
Un desiderio che si limita a inseguire l’oggetto perduto resta interamente inscritto nella logica edipica. Piuttosto, si tratterebbe di pensare forme di desiderio capaci di produrre nuove connessioni e nuove configurazioni collettive, senza attendere il riconoscimento o la garanzia di un Altro supposto affidabile.










































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