In cerca di regole
di Adelino Zanini
Un’analisi delle politiche economiche internazionali e della guerra come possibile esito delle logiche finanziarie globali. Tra epica, tragedia, ragionevole utopia
Un’età non più epica, certamente tragica
Il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lucarelli (Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori Università, Milano, 2025) non è solo allusivo, è anche esplicativo. Ricorre, con intenzione teorica dichiarata, all’epica greca, a figure che informano paradigmi fondativi della grande cultura occidentale. Basti leggere i titoli dei tre capitoli che costituiscono il breve libro: oltre ad Ares, in essi s’invocano Ermes e Pan. La nascita del primo è segnata dal conflitto: dio della guerra, egli rappresenterebbe i tempi odierni. Dei quali Ermes, liberatore di Ares, messaggero degli dèi e scaltro dio dei commerci, prefigurerebbe gli intrighi, poiché ingegno, eloquenza e persuasione si sono spinti sino alla “astuzia” dello scambio ineguale globalizzato. Infine, il dio-capro, Pan – secondo l’interpretazione di Károly Kerényi, prima, e di James Hillman, poi –, il quale, sebbene sia per molte ragioni avvicinabile ad Ares, potrebbe dare un significato al “trauma”, in modo tale che l’odierno tempo della paura e del “panico” potesse far nascere una consapevolezza assente nel tempo della guerra. Insomma, una misura.
Ebbene, i rapporti e le differenze che connotano le tre figure epiche menzionate definiscono, con tratto iconico, i contorni di una riflessione che ha indubbiamente tra i suoi intenti quello introduttivo, ma con un taglio che non “risolve” affatto i temi presentati. Piuttosto, li apre, li squaderna, offrendo al contempo strumenti utili a comprenderli e a interpretarli. In questo senso, le vicende epiche della classicità sono lì a rammemorare quel paradigma occidentale, di cui le scienze economiche sono tra le figlie più tarde. Di esse, Lucarelli intreccia profili analitici essenziali, nessi interpretativi, storia, richiami quantitativi esplicativi, per dar conto, a partire dalle categorie della critica dell’economia politica (locuzione marxiana, non a caso), delle relazioni internazionali da un punto di vista economico e politico. Dunque, l’analisi delle politiche economiche internazionali, delle pretese “leggi” economiche, della guerra come possibile sostegno delle perverse logiche finanziarie globali, sono coniugate insieme. L’idea basilare è che la “finzione” del commercio fondato sulla libera concorrenza e sulla libera circolazione dei capitali, anziché armonizzare i rapporti tra i paesi, abbia di fatto creato una centralizzazione dei capitali stessi e una catena di ostilità molteplici, sino a generare significativi conflitti cosiddetti “regionali”, delineando di fatto un contesto dominato dalla fondata preoccupazione per una non più impensabile terza guerra mondiale.
Cesure
L’argomentazione si articola muovendo dal prendere atto di una cesura ormai sempre più netta tra Oriente e Occidente – senza indulgenza alcuna, anzi, nei confronti di argomentazioni à la Samuel P. Huntington. Cesura economica, anzitutto, lungo una linea che attraversa il Canale di Suez, la Turchia e passa per l’Ucraina – territori e regioni non a caso interessati dalla Nuova via della seta cinese; ma, allo stesso modo, anche cesura politica, manifestazione tangibile, tra le altre, del declino del ruolo geopolitico interpretato dai paesi occidentali, di cui l’impasse della vecchia Europa è espressione precipua e le minacciose contorsioni statunitensi, intra et extra muros, sono la conferma più temibile. Il venir meno dello stretto legame atlantico, la delegittimazione pressoché totale delle grandi istituzioni internazionali, lo smisurato accrescimento del potere strategico di soggetti privati (Elon Mask e Starlink, in primis), tali ormai da condizionare gli equilibri di potere internazionali e gli esiti di conflitti militari strategici, ne rappresentano i complementi.
Certamente – lo ha convincentemente mostrato Alessandro Colombo nel suo Il suicidio della pace (Raffaello Cortina, Milano, 2025) – dietro a ciò vi è una lunga serie di premesse e di avvenimenti che, dopo l’implosione del “sistema” sovietico, nel corso degli ultimi cinquant’anni, hanno letteralmente sconvolto le dottrine geo-politiche Novecentesche – sebbene alcune pagine conclusive di Der nomos der Erde (1950) di Carl Schmitt sembrino scritte appena ieri. E vi è altresì da considerare il farsi e disfarsi di una secolare storia di idee filosofiche, politiche, economiche, anch’esse interrogate alla radice. Basti menzionare, nel pur ristretto ambito economico, i molti tentativi di dare senso alle relazioni internazionali, già a partire dal superamento della concezione assolutistico-mercantilistica (nei fatti mai del tutto desueta) in età illuministica. L’idea che il libero mercato potesse essere la miglior via verso la pace si rivelò peraltro ben presto illusoria. Le vicende legate ai Navigations Acts, tanto biasimati da Adam Smith nella sua Wealth of Nations (1776) ne furono la testimonianza palese – e la coeva Guerra dei Sette anni la conferma.
Del resto, argomenta Lucarelli, non è un caso che sia tipica del XX secolo la relazione tra protezionismo e guerre. Tant’è che uno dei tratti peculiari del sistema economico internazionale negli ultimi vent’anni si sarebbe palesato proprio nelle spinte alla centralizzazione dei capitali, riscontrabile (anche in termini statistici) all’interno delle principali economie mondiali, di pari passo con il polarizzarsi crescente delle posizioni tenute dai paesi creditori, da un lato, e dai paesi debitori, dall’altro. Questione controversa, indubbiamente, poiché la lettura marxiana riproposta da Lucarelli (sulla scorta anche dei molti lavori di Emiliano Brancaccio) non è affatto accettata dalla teoria economica mainstream, per la quale l’intrecciarsi di fallimenti, acquisizioni, fusioni, avrebbe creato, in realtà, tramite la concorrenza, nuove opportunità imprenditoriali.
Quanto è comunque certo è che, in questo scenario, a imporsi concretamente è stato l’intreccio tra integrazione commerciale e finanziaria a livello globale, soprattutto, a partire dal 1992, come i dati indicano. Inoltre, la progressiva finanziarizzazione delle catene transnazionali del valore, il processo di concentrazione dei capitali alimentato dall’incontenibile crescita cinese, l’aumento del peso dei BRICS, hanno evidenziato quanto Stati Uniti e storici alleati (con diversità estremamente significative, e non solo per la grandissima differenza in termini di potenza militare), anziché essere le forze dominanti della centralizzazione capitalistica, alla lunga, si siano rivelati gli anelli più usurati (non per questo marginali), in quanto grandi debitori.
In sintesi si potrebbe sostenere che la scena geopolitica attuale appare caratterizzata sì dal dominio esercitato da una potenza militarmente egemone, gli Stati Uniti, i quali, dato l’imponente debito verso l’estero, dopo aver aperto i mercati, hanno però abbracciato, soprattutto con la seconda presidenza Trump, una ferrea politica protezionistica. Non va tuttavia dimenticato che i paesi creditori, Cina in primis, hanno nel frattempo via via accumulato non solo riserve, ma anche una capacità accresciuta di influenza geopolitica e di potenza militare. Nei confronti di tale situazione, assodata la drammatica debolezza europea nel giocare un ruolo significativo, il grande debitore per antonomasia, disponendo di una potenza militare incontrastata, può ricorrere sistematicamente alle minacce (e non solo) che essa permette, al fine di bilanciare ciò che ha perso in termini economici. Cina permettendo, sarebbe forse da aggiungersi.
Vincere la pace
Rispetto a tutto ciò, alla scena maturata negli ultimi cinquant’anni e più – a partire dalla fine del modello varato a Bretton Woods – e oggi esasperata dal neo-mercantilismo trumpiano, secondo Lucarelli, si potrebbe immaginare (il verbo mi sembra inevitabile), quale alternativa tutta da costruire, una “regionalizzazione sensata” del commercio internazionale, necessaria sia per disinnescare i molti conflitti locali (che tali non sono mai), sia per immaginare una possibile diffusione non escludente di nuove tecnologie e quindi di migliori condizioni di vita per popolazioni di norma escluse, mentre i loro territori e le loro risorse sono saccheggiati.
Per fare questo, sarebbe ancor prima necessario, però, un meditato ritorno a Keynes, al progetto di un International Clearing Union da lui formulato nel 1944, ossia, alla creazione di una sorta di stanza di compensazione internazionale, necessaria a bilanciare gli attivi e i passivi accumulati dai singoli paesi sulla base delle rispettive bilance dei pagamenti, nel tentativo di contenere gli squilibri tramite opportuni limiti e penalizzazioni possibili. In breve, la ri-definizione di un ordine monetario internazionale, potrebbe rappresentare, secondo Lucarelli, un primo passo, se non il passo decisivo per vincere non la guerra, ma la pace.
Giudizio certamente molto impegnativo. Ritengo però che non sia solo questo il punto su cui soffermarsi nella lettura di questo libro. Assodato che in un testo molto breve la possibilità che la tesi sembri confondersi con un auspicio è sempre latente, in questo caso, l’articolazione e i modi argomentativi che conducono a essa sono di particolare interesse – e non solo per la ricchezza delle fonti, le articolate riflessioni su dati statistici, etc. Rivelano infatti gli esiti di una “visione”, avrebbe detto Joseph A. Schumpeter, sempre più rara e desueta nelle scienze economiche odierne.
Ma che significa “visione”? Significa l’impossibilità di fare a meno di un atto conoscitivo preanalitico – esplicitato anche come scelta di campo, come presa di posizione responsabile, aperta – necessario per il lavoro analitico stesso. Un atto che spinge all’indagine e all’analisi dei fatti, in quanto il lavoro di ricerca non consiste solo nell’elaborazione degli aspetti formali di una teoria astratta, ma anche nell’elaborazione di un “apparato concettuale” in grado di rappresentare la realtà. In termini filosofici, si potrebbe forse dire un “prendere parte al mondo” (senza scomodare l’impegnativo “essere-nel-mondo” heideggeriano), pur consapevoli dei vincoli posti dalla avalutatività (Wertfreiheit) weberiana. Infatti, l’ideologia, come ancora Schumpeter, sulla scorta di Karl Mannheim osserva, è tutt’altro da una “visione”. I giudizi di valore di un ricercatore rivelano spesso la sua ideologia – sosteneva l’economista austriaco – ma non necessariamente la rappresentano.
Ecco allora che i ripetuti riferimenti a epoche remote della storia del pensiero economico, le lunghe citazioni tratte dalla Wealth of Nations smithiana, i richiami a Hume, alla ricardiana teoria dei vantaggi comparati nell’ambito dei commerci internazionali, e poi a Marx (e persino alla bistrattata algebra marxiana), non sono semplici “complementi” didattici nella riflessione di Lucarelli. Al pari degli estesi passi tratti da Omero e delle intere pagine impiegate per illustrare il “senso” del richiamo alle tre figure epiche sopra menzionate, denotano una memoria capace di aprirsi e uno “stile” di pensiero – entrambi tutt’uno con l’analisi stessa.










































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