“No Kings” a Roma: buona la partecipazione, ma c’è una questione di fondo da chiarire
di Il Pungolo Rosso
Molte migliaia di manifestanti, molte di più di quanto dichiarato dalla Questura, sono scesi sabato a Roma da Piazza della Repubblica fino a San Giovanni per poi salire sulla tangenziale. Un fatto positivo questa partecipazione alla chiamata dei “No Kings”, che aveva un respiro internazionale essendo partita dagli Stati Uniti.
A Roma questa nuova mobilitazione di massa ha visto partecipare centinaia di associazioni, reti sociali, organizzazioni politiche, movimenti, centri sociali e la Cgil, con esponenti politici e sindacali dell’opposizione di centro sinistra (Landini, Bonelli, Fratoianni, I. Salis, qualche deputato e senatore del M5S e del Pd).
Pur avendo deciso di non aderire all’iniziativa, abbiamo osservato attentamente l’andamento della giornata, perché ci è estranea l’attitudine indifferentista di mettersi alla finestra a contemplare “a che punto è la notte”. Nel pieno di una terza guerra mondiale “a pezzi”, ma a pezzi sempre più collegati tra di loro, per chi si muove in un’ottica di classe vanno scrutati con attenzione tutti i segnali di attivizzazione delle masse. Una attivizzazione che in Italia è stata incoraggiata, nelle ultime settimane, dalla batosta subita dal governo in carica con il No al Referendum.
Pur non essendo quella una nostra vittoria, è ovvio, siamo contrari a ridurla a un’eterodirezione dei PD, AVS, M5S o CGIL su masse totalmente informi. Tocca a chi si muove su una prospettiva di classe, approfittare del momento di difficoltà del governo Meloni, per lavorare alacremente a rovesciargli contro la disponibilità a scendere in campo di settori di massa, e a farlo sul terreno meno congeniale al riformismo e all’opportunismo: la piazza e i cancelli dei magazzini e delle fabbriche.
Viviamo tempi eccezionali: la guerra dispiegata a Gaza, in Ucraina, in Iran, in Medio Oriente, in Venezuela, l’assedio soffocante a Cuba, governi e stati sempre più repressivi, società percorse da contraddizioni sociali, ambientali ed economiche sempre più violente e insanabili.
In questi tempi eccezionali le politiche belliciste e fascisteggianti dei Trump e delle Meloni creano le condizioni per alleanze tattiche, su piccola o grande scala, volte riparare, o modificare, questa o quella decisione, questa o quella “folle esagerazione”. In realtà, però, siamo di fronte a una congiuntura che produce tragedie storiche, che possono essere sventate, o rovesciate di segno, solo con un’azione anticapitalista coerente priva di illusioni sulla possibilità di bonificare il capitalismo. Proprio quella che gli organizzatori del corteo di Roma esplicitamente escludono, ora e sempre.
Intorno alla manifestazione di sabato 28 a Roma c’è di sicuro, nella massa dei partecipanti, un fraintendimento di fondo (ci sarebbe molto altro da dire, ma limitiamoci a questo): non si può separare il “fronte interno” da quello internazionale.
Non si può essere contro i re e le regine esteri, in quanto guerrafondai, e stare in Italia col Pd guerrafondaio, o con chi non si schiera contro la NATO, o rifiuta di vedere che l’Italia è già pienamente dentro i piani di guerra della UE e della NATO; con chi ha votato e continua a farlo per il sostegno alla guerra imperialista in Ucraina; con chi ha sostenuto le strategie del riarmo tagliando la spesa sociale; con chi è ambiguo di fronte alla resistenza palestinese; con chi governa e amministra molte città, moltiplicando i processi di turistificazione, alimentando il lavoro povero e la crisi abitativa; con chi sgombera gli spazi occupati, e utilizza (o copre l’utilizzo di) immigrati e immigrate come manodopera a basso costo.
Se sono inutili e dannosi i settarismi verso masse che si rimettono in movimento, è però necessario, anzi fondamentale, dirsi le cose con estrema chiarezza.
Occorre operare quotidianamente per far si che il dato emerso dal referendum e da piazze come quelle del 28 marzo sia carburante per rilanciare l’autonomia di classe: e non, al contrario, per mettere a riposo le masse che stanno tornando a muoversi, cullandole nell’attesa messianica del prossimo “giro dell’urna” tutto interno alle compatibilità capitalistiche e agli interessi della “coalizione-Epstein”.
Lavoriamo, quindi, ad allargare la mobilitazione a livello nazionale e internazionale, per rimettere al centro quel “blocchiamo tutto”, quell’azione diretta, che abbiamo visto a settembre e ottobre scorsi. Impegniamoci ad allargare lo sguardo e l’agitazione contro l’economia di guerra fuori dai nostri perimetri di minoranze attive, nel corpo largo della società e della classe.










































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