A somma zero
Spunti per un dibattito sull’aggressione imperialista all’Asia Occidentale
di Senza Tregua
Con l’aggressione militare lanciata dall’imperialismo a matrice sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran, il primo ha deciso di arrivare alla resa dei conti con chi finora ha resistito alle sue mire neo-colonialiste sull’intera Area. Con l’attacco “a sorpresa” sferrato il 28 febbraio scorso, gli USA e Israele hanno dichiarato guerra all’intera regione. “A tradimento” come candidamente ammesso dal presidente statunitense che, durante l’incontro con la sua omologa giapponese alla Casa Bianca, ha equiparato l’odierna “sorpresa” statunitense a quella dell’Impero giapponese anti-statunitense di Pearl Harbour!
Mai fidarsi degli imperialisti, questa lezione storica va introiettata senza eccezioni.
La tipologia di guerra che si sta combattendo in Asia Occidentale
Senza dubbio in Asia Occidentale ci troviamo di fronte a una guerra imperialista. Ma fermarsi a questa ovvietà, senza declinarla ulteriormente, non permette di assumere una posizione coerente e materialista. Non la decliniamo infatti come guerra inter-imperialista, bensì come guerra di aggressione imperialista. Secondo i nostri criteri di analisi politica, non ci troviamo di fronte allo scontro tra contrapposti campi imperialisti – ad esempio NATO vs BRICS… -. Le maggiori potenze (Cina, Russia, India, Brasile) dei BRICS non sono direttamente coinvolte nel conflitto, e quelle minori (Iran, Arabia Saudita, EAU) lo sono trasversalmente, negli opposti schieramenti. Sempre secondo i principi di nostro riferimento, l’Iran non può essere considerato un paese imperialista. Tante altre cose, ma non imperialista. E’ vero che all’interno dell’aggressione imperial-sionista possono essere considerate sia la componente di contenimento della Repubblica Popolare Cinese, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea – come in Ucraina… -, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione.
L’ampio scenario bellico, che si sviluppa in una arco spaziale di circa 7.000 km, da Cipro all’isola Diego Garcia dell’Arcipelago della Chagos – in pieno Oceano indiano -, la definisce come una guerra di aggressione imperialista, di stampo neocolonialista a tutti gli effetti. Non solo contro l’Iran.
La causa principale dell’aggressione imperialista
Questa lettura ci porta a considerare che le cause più profonde dell’aggressione, vanno individuate nella crisi strutturale del capitalismo monopolista occidentale, a guida anglo-sionista e che naviga in bruttissime acque, in procinto di affogare nelle sue stesse contraddizioni sistemiche. La più importante delle quali è l’abnorme debito di Stato statunitense verso il sistema finanziario imperialista. I 40 trillioni di dollari di debito USA che sarà raggiunto entro l’estate e accelerato dalla cosiddetta de-dollarizzazione della finanza e del commercio internazionali, rappresentano una zavorra ineliminabile. Che affonderà l’economia occidentale, a trazione statunitense, deindustrializzata a favore della finanziarizzazione a oltranza. Una zavorra collegata tramite un cappio al collo del sistema capitalista, col rischio di un inabissamento che solo la guerra imperialista può tentare di ritardare. La conquista del patìo trasero amerikano, con la aggressiva strategia lanciata contro alcuni paesi – Groenlandia, Venezuela, Colombia, Cuba… -, per rapinarli delle loro gigantesche ricchezze, rappresenta una soluzione individuata dalla Gang degli Epstein per tappare la voragine debitoria. Nel disperato tentativo di far corrispondere un controvalore materiale al valore fittizio del dollaro, in cui è detenuto il debito e che equivale a carta straccia. Per colmare decine di trillioni di debito, però non gli bastano alcuni trillioni latinoamericani, serve molto di più. Di qui la seconda tappa – non l’ultima…- della strategia predatoria delle ricchezze altrui, per tentare di rimettere a posto i conti.
Alla conquista dell’Asia Occidentale
L’attacco all’Iran, o per meglio dire, all’intero Asse della Resistenza nell’Asia Occidentale, rientra in questa strategia neocoloniale. I pokeristi evangelico-sionisti, rendendosi conto della “missione incompiuta” nell’attacco all’Iran del giugno 2025, preceduto dal genocidio in Palestina e le devastazioni in Libano, hanno deciso quindi di puntare al buio contro la Resistenza arabo-islamica. Cercando di intimidirla e conquistarla “alla venezuelana”. Un’aggressione che, al netto della propaganda di guerra riferita al pericolo atomica, ai diritti delle donne, all’odioso regime dei mullah e via dicendo; in decenni ha visto dispiegare da parte imperialista una guerra a tappe che, in successione, ha visto Afghanistan, Iraq, Yemen, Siria, Palestina, Libano e Iran divenire le vittime dell’aggressione imperial-sionista. Che però non è stato sufficiente per sottometterle.
Da qui l’idea di rilanciare, con un’aggressione su ampia scala dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, con il malcelato obiettivo di conquistare l’intera Asia Occidentale, cercando di prendere i classici “due piccioni con una fava”, rispettivamente:
- Annientare il cosidetto Asse della Resistenza.
- Abramizzare (normalizzare) sotto il Governorato d’Israele le titubanti petromonarchie.
Che in soldoni significa appropriarsi delle trillionarie ricchezze dell’Area, alleviare la crisi debitoria, eliminare le Resistenze, addomesticare e spennare le élites compradore locali e, in prospettiva, mettere sotto scacco il maggior competitor strategico (Cina) e i codardi europei. Un risiko strategico apertamente dichiarato.
Mission not accomplished?
(Forse) l’imperialismo ha commesso un errore madornale. La tracotante superpotenza non ha ben considerato la mentalità e lo spirito di sacrificio degli scacchisti persiani e dei loro alleati; così come ha sottovalutato la loro resiliente sovrastruttura, nel senso marxista del termine. Questa è costituita da un complesso sistema statuale, politico, istituzionale, filosofico e culturale resiliente che in combinato con una forte base produttiva, una dottrina militare “resistente”, una vastità spaziale e una popolazione complessiva di circa 150 milioni di persone – solo l’Iran circa 90 milioni -, sta impantanando i bluffisti genocidari. Trasformando un preventivato Blitzkrieg nel classico pantano della guerra d’attrito.
Il Piano sionista di “tagliare la testa al serpente” attraverso l’eliminazione della Guida Suprema (Ayatollah Kamenei) e di un gran numero di alti quadri politici e militari, per poi provvedere a un regime change attraverso l’azione di una quinta colonna monarchica e la balcanizzazione dell’Iran attraverso vari movimenti seccessionisti (curdi, baluci e arabi) finora non ha funzionato. Al contrario ha determinato delle conseguenze sottovalutate ma immaginabili da chi conosceva la realtà sul campo, come alcuni dei seguenti dati di fatto:
- La capacità del comando politico-militare iraniano di rigenerarsi rapidamente, nonostante i pesantissimi attacchi e le perdite subite.
- La coesione di ampi strati di popolazione iraniana attorno alla Repubblica islamica e la contemporanea mancanza di una significativa mobilitazione “antiregime”.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente crisi dell’economia mondiale in molti settori, non solo energetici e sui mercati finanziari.
- Per la prima volta dalla 2° Guerra Mondiale una portaerei USA è stata costretta ad abbandonare uno scenario di guerra operativo.
- Dopo decenni di occupazione la NATO è stata costretta ad abbandonare lo scenario bellico iracheno.
- Sono state rese inservibili la maggior parte delle basi e delle istallazioni USA nell’Area.
- Si sono approfondite le contraddizioni in ambito NATO tra le due sponde dell’Atlantico (USA vs EU).
- Per la prima volta e su ampia scala, sono state messe fuori uso le difese aeree sia USA e che israeliane, creando una sorta “free fly zone” per gli attacchi aerei e missilistici, costringendo l’esercito sionista nuovamente a infilarsi nel pantano libanese.
- Aumentano le contraddizioni tra USA e petromonarchie, taglieggiate con la richiesta di trillioni di dollari sia per terminare che per continuare l’aggressione.
A questi dati di fatto vanno poi affiancati degli effetti collaterali, come una prevedibile trasformazione del “regime dei mullah” in “regime” delle guardie rivoluzionarie, col conseguente efficientamento, ringiovanimento e, forse, laicizzazione della classe dirigente iraniana. Altri collateralismi saranno l’incremento della remigrazione dei coloni sionisti dalla Palestina occupata; il desanzionamento dei prodotti energetici della Russia – persino dell’Iran… -; il mantenimento del flusso di risorse energetiche verso la Cina nonostante il blocco del Canale; l’importante recessione prevista nel prossimo futuro in tutto l’Occidente; e via dicendo.
In tutti gli scenari eventuali va comunque preso atto che la “guerra lampo” imperialista è fallita, entrando in una nuova fase in cui la guerra di attrito preparata dalle forze resistenti sta diventando una dura realtà per gli aggressori. Va tenuto conto che in questi casi vale il principio strategico che “in una guerra di aggressione (neo)coloniale se gli invasori non vincono, perdono; se i resistenti non perdono, vincono…”.
E i rivoluzionari nei paesi imperialisti?
Definito il “tipo” di guerra, le “cause” principali, “chi” sono gli aggressori e gli aggrediti, riteniamo giunto il momento di mettere nero su bianco una posizione concreta nella realtà concreta. “Senza se e senza ma” ci atteniamo al principio internazionalista sull’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni, così come già praticato nella fattispecie dell’appoggio alla Resistenza arabo-palestinese contro i genocidi sionisti. Così come alla collegata “Battaglia della narrazione”, in antitesi alla propaganda di guerra imperialista con cui il main stream mediatico cerca di intossicare le posizioni di classe internazionaliste. E’ fuor di dubbio che questa battaglia vada condotta nel segno della decolonizzazione della narrazione. Come in precedenza abbiamo contrastato l’obiezione pacifinta del “ma Hamas?…” nel caso della Palestina, rigetteremo nettamente quella del “ma i mullah?…” nel caso dell’Iran. Sta agli oppressi iraniani decidere il proprio futuro, di certo non alle potenze imperialiste o a certa aristocrazia proletaria – compresa quella della diaspora iraniana -, intossicata com’è da venature di islamofobia ed eurocentrismo. Siamo indisponibili ad ammainare le bandiere della Repubblica islamica dell’Iran per sostituirle con quelle monarchiche, sbandierate insieme a quelle imperialiste e sioniste nella metropoli imperialista. Rigettiamo anche l’etichetta di “campismo”, che qualcuno furbescamente cerca di cucirci addosso. Dal momento in cui abbiamo definito come guerra di aggressione neocolonialista quella che l’imperialismo ha scatenato contro le forze resistenti e i popoli dell’Asia Occidentale, ci sembra irricevibile. Nello specifico non solo la differenza tra aggressori e aggrediti è macroscopica, ma rileviamo che da un punto di vista “internazionalista”, “loro” risultano fattivamente più internazionalisti nei nostri confronti di quanto lo siamo “noi”, che continuiamo a balbettare confusamente.
Partendo dai dati di fatto incontestabili che, come in molti riconoscono, l’Italia è il paese occidentale più militarmente coinvolto, dopo quello statunitense, nello scenario bellico mediorientale – Libano, Palestina, Iraq, Kuwait… -, oltre all’essere una gigantesca e aggressiva portaerei al centro del Mediterraneo.in questo quadro va riconosciuto politicamente che nelle ultime settimane, con i bombardamenti in rapida successione contro le basi italiane in Iraq, Kuwait e Libano, i partigiani dell’Asse della Resistenza hanno raggiunto risultati più concreti per il ritiro dei militari italiani, che trent’anni di movimento pacifinto nel nostro Paese. Il precipitoso ridispiegamento della maggior parte dei contingenti italiani al di fuori di quello scenario, ne sono una testimonianza cangiante. E’ evidente che quelle operazioni partigiane aggiungono forza politica alle denunce antimperialiste contro l’interventismo politico-militare italiano. Partendo dal principio che l’internazionalismo è una questione più politica che “ideologica”, per questo la linea di condotta dovrebbe essere quella di schierarsi risolutamente al fianco dell’Asse della Resistenza contro l’aggressione imperialista e sionista.










































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