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Published: 07 April 2026
Created: 03 April 2026
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acropolis

Come si svilupperà la crisi globale

Nika intervista Michael Hudson e Steve Keen

Come mia abitudine, ho una grossa obiezione. Trump non ha lanciato questa guerra con obiettivi economici, se non forse quello di rovesciare il regime iraniano e ottenere il controllo del petrolio iraniano. È stato ampiamente riportato come sionisti ed evangelici cristiani abbiano influenzato Trump a livello cognitivo e finanziario, ancor prima di considerare il fatto che Netanyahu sia in grado di contenere la sua smisurata arroganza abbastanza spesso da poter manipolare Trump a proprio piacimento [Yves Smith]

AdobeStock 502959818NIKA: Salve a tutti. Siamo lieti di dare nuovamente il benvenuto a Michael Hudson e al professor Steve Keen presso il David Graeber Institute. Steve Keen è un economista e autore, uno dei pochi ad aver preannunciato la crisi del 2008. È noto per la sua critica alla teoria neoclassica dominante e per i suoi modelli di deflazione da debito e instabilità finanziaria. Michael Hudson è un economista e storico del debito statunitense presso l’Università del Missouri, Kansas City. Il suo lavoro su finanza, rendita e deindustrializzazione ha profondamente influenzato il pensiero di David Graeber su impero, tributo e politica del debito.

Oggi analizzeremo l’aggravarsi della crisi e i possibili scenari del suo sviluppo, in particolare nel contesto della guerra in corso, che a mio avviso assomiglia sempre più all’invasione sovietica dell’Afghanistan. La mia domanda a Michael e Steve è: inflazione, iperinflazione o deflazione? Quale scenario prevedono? Iniziamo con Michael Hudson.

MICHAEL HUDSON: Se si guardano i mercati azionari e obbligazionari di oggi, si nota che il mondo intero si aspetta che la guerra in Iran non duri più di un mese circa. È una guerra mondiale perché il mondo intero dipende dal petrolio e dal gas naturale liquefatto – per fertilizzanti, energia, elettricità, riscaldamento, cottura, produzione di vetro ed elio. L’elio e il gas naturale venivano forniti a gran parte del mondo dal Qatar, in quanto membro dei paesi arabi dell’OPEC. Ma i suoi impianti multimiliardari per la liquefazione del gas naturale – la cui costruzione ha richiesto quattro anni – sono stati appena bombardati dall’Iran, perché il Qatar ospita basi militari statunitensi utilizzate per bombardare l’Iran.

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Published: 07 April 2026
Created: 02 April 2026
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contropiano2

La prima guerra mondiale asimmetrica

di Dante Barontini - Thierry Breton*

guerra mondiale asimmetrica.jpgOgni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

E’ l’equazione che consente a una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito e implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:

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Published: 07 April 2026
Created: 31 March 2026
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voltairenet

Le conseguenze della guerra contro l’Iran

di Thierry Meyssan

222074 8 ac041.jpgPer la prima volta un popolo aggredito dalla più grande forza militare della storia reagisce contro le basi militari e gli investimenti all’estero dell’avversario. Si tratta di un modo di fare la guerra adeguato all’èra della globalizzazione, che nessuno dei nostri strateghi aveva previsto. Questo conflitto è diverso da ogni altro: il primo in cui un Paese di media importanza potrebbe avere la meglio su una forza mostruosa.

Contrariamente a quanto ci hanno spiegato i media, i Guardiani della Rivoluzione non sono fanatici assetati di sangue. A gennaio scorso non hanno massacrato il proprio popolo. Sono patrioti che difendono la loro civiltà e lottano contro lo sfruttamento imperialista. Oggi ci danno una lezione di coraggio rispondendo all’aggressione che subiscono.

 

Una guerra “sionista revisionista”

Benjamin Netanyahu è figlio dello storico Benzion Netanyahu, segretario particolare del fondatore del “sionismo revisionista”, Vladimir Ze’ev Jabotinsky. La dinastia dei Netanyahu ha sempre sostenuto il “sionismo revisionista” contro i “sionisti”. Questi ultimi, guidati da Theodor Herzl, volevano costruire uno Stato ebraico, mentre Jabotinsky rivendicava la creazione di un «impero ebraico».

Nel 1921, in Ucraina, Jabotinsky strinse alleanza contro i bolscevichi con il leader nazionalista integralista Symon Petliura. Quest’ultimo continuò a organizzare pogrom contro gli ebrei, che Jabotisky pretendeva difendere. Questa contraddizione portò Jabotinsky a dimettersi dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), di cui era amministratore.

Durante la corsa dell’Europa verso la seconda guerra mondiale, Jabotinsky si affermò come fascista. A Roma creò una milizia, il Betar, sotto l’alto patrocinio del duce Benito Mussolini. All’inizio della guerra si rifugiò in uno Stato neutrale, gli Stati Uniti (che entrarono in guerra solo dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbor).

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Published: 07 April 2026
Created: 03 April 2026
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intelligence for the people

Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto

di Roberto Iannuzzi

Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese

Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.

Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.

Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.

Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.

Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.

Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.

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Published: 07 April 2026
Created: 03 April 2026
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machina

Oltre lo stallo dell'apocalittismo

di Vando Borghi

Recensione a Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025)

Vando Borghi si confronta con le tesi sviluppate in Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025), interrogandosi sulle implicazioni dell’apparente incapacità delle scienze sociali di pensare un futuro non già interamente inscritto nel presente e nelle forme di dominio che lo strutturano. Più in generale, la riflessione si estende al rapporto che le nostre società intrattengono con il futuro.

* * * *

Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza materiale e immateriale e dell’eclisse del proprio mondo non è più il lottatore Okonkwo, abitante di un villaggio sulle sponde del Niger dal quale assiste all’imporsi di un mondo altro, quello dei missionari e degli emissari del governo britannico.

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Published: 07 April 2026
Created: 03 April 2026
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lafionda

Quando Dio incontra la Bomba

di Vincenzo Pellegrino

Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale

C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?

Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.

 

Un sistema che si smonta pezzo per pezzo

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Published: 07 April 2026
Created: 02 April 2026
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effimera

L’IA: il disallineamento di un paese di geni

di Giorgio Griziotti

Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale.

Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate.

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Published: 07 April 2026
Created: 07 April 2026
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manifesto

Sigonella, Aviano, Napoli Capodichino. Così le guerre Usa si servono dell’Italia

di Antonio Mazzeo

Ciò che la Difesa non dice Il ruolo chiave assunto dalla base siciliana, ma non solo, per le operazioni militari in Iran

Nessun’altra notte di Sigonella. Quel che è accaduto la notte di tre giorni fa sui cieli siciliani non ha niente a che vedere con il confronto armato tra avieri italiani e marines Usa, il 10 ottobre 1985, all’interno della stazione aeronavale in Sicilia, dopo il dirottamento dell’aereo in cui viaggiavano gli autori del sequestro dell’Achille Lauro. Il mondo era diverso, c’era ancora la Guerra fredda e l’Italia, nonostante la partnership con Washington, interpretava un ruolo di mediazione nello scenario mediorientale, riconosciuto dalle parti.

Il divieto all’atterraggio a Sigonella di velivoli diretti in Iran che la Difesa italiana avrebbe imposto all’Aeronautica militare degli Stati uniti non condurrà di certo a una crisi nelle relazioni del governo Meloni con l’amministrazione Trump. Tropo stretti sono i legami con Washington e soprattutto mai è stato fatto mancare in queste settimane il sostegno diretto e indiretto alle operazioni di guerra Usa-israeliani. Ancora top secret il numero e la tipologia dei velivoli che si voleva far transitare da Sigonella. Gli analisti hanno tracciato il volo di 4 cacciabombardieri F-35 dei marines sullo spazio aereo della Sicilia orientale, sabato 28 marzo; lasciato il Regno Unito i velivoli hanno raggiunto il Medio Oriente dopo essere stati riforniti dagli aerei cisterna. Erano quelli non autorizzati dalla Difesa?

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Published: 06 April 2026
Created: 03 April 2026
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lafionda

Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario

di Fabio Vighi

mondo appeso a filo.jpgLa scena del crimine 

Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.

Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.

 

Il Golfo si incendia

Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo.

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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unblogdirivoluzionari.png

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

di Mario Sommella

11 2023.jpgTrump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

 

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

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Published: 06 April 2026
Created: 30 March 2026
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machina

Della miseria dell’industria scolastica

Francesca Ioannilli Intervista Gigi Roggero

0e99dc 9658884130d54eff86f82a74f8a5507fmv2.jpgIn Italia la scuola sembra assurgere a tema di attenzione solo quando avvengono episodi drammatici. Se di fronte a un caso come l’accoltellamento nella scuola di Trescore Balneario non ci si vuole limitare al (legittimo) orrore, alla (necessaria) indignazione per le risposte governative o alla (discutibile) patologizzazione dei comportamenti giovanili, bisogna iniziare a ragionare. Andando oltre l’emergenza della cronaca, afferrando l’urgenza delle questioni di fondo. Siamo ad esempio sicuri che gli (e le) insegnanti siano semplici vittime di questa situazione? Per chi vuole riflettere e discuterne seriamente, riproponiamo un’intervista a Gigi Roggero realizzata nel gennaio 2021, in piena crisi Covid, e allora pubblicata su Commonware. L’intervistato, al tempo insegnante nelle scuole superiori, ha anticipato temi che oggi sono di stringente attualità.

* * * *

Francesca Ioannilli: È una scuola diversa quella di quest’anno: che aria si respira tra i corridoi dopo questo passaggio alla Dad, quali sono le percezioni degli insegnanti?

Gigi Roggero: I corridoi sono deserti perché in realtà la stragrande maggioranza degli insegnanti lavora da casa anche laddove c’è la possibilità di scegliere, le percezioni che si hanno quindi sono ovviamente mediate dallo schermo e dalla distanza. L’aria è piuttosto di solitudine e rassegnazione, con un aumento di casi di ansia o depressione tra gli studenti: si tratta di una tendenza ormai di lungo periodo, accelerata nella crisi sanitaria e con cui, credo, dovremo sempre più fare i conti.

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Published: 06 April 2026
Created: 01 April 2026
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Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla?

di Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele

960px Global Sumud Flotilla Sidi Bou Said Tunis Tunisia 07 09 2025 05567 37.jpgLa campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc… Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza?

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Published: 06 April 2026
Created: 03 April 2026
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piccolenote

Israele e neocon bombardano l'Iran, Vance e i negoziati

di Davide Malacaria

Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”.

L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da sembrare un sarcastico pesce d’aprile: semplicemente il presidente non sapeva più che dire ed è andato in confusione.

Probabilmente si preparava ad annunciare l’apertura di negoziati concreti, rispondendo in qualche modo, in maniera più o meno indiretta, alla lettera aperta agli americani resa pubblica nello stesso giorno – tempistica che a posteriori non sembra un caso – dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, i cui toni erano fermi, ma pacati, e nella quale apriva al dialogo, pur senza concedere nulla ai diktat statunitensi.

Le bombe israeliane hanno chiuso, almeno al momento, la finestra di opportunità. A indicare che le trattative avevano un fondamento anche l’appello lanciato ieri sera dalla Cina – che sta spingendo il Pakistan, partner privilegiato di Pechino insieme all’Iran, a impegnarsi a fondo nella mediazione – nel quale ha chiesto “la fine immediata delle operazioni militari”.

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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contropiano2

Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump

di Francesco Piccioni

Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni.

Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.

Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.

Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).

Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità».

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Published: 06 April 2026
Created: 02 April 2026
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lantidiplomatico

Il "Metodo Trump": Insider trading e speculazione sulle macerie della guerra all'Iran

di Alessandra Ciattini

Già dai tempi delle famose e belle tasse lanciate entusiasticamente da Trump molti analisti avevano notato una costante relazione tra le sue dichiarazioni e l’andamento delle borse, alimentando il sospetto, più che ragionevole, che i componenti della sua stessa famiglia e della sua cerchia più stretta, tra cui stanno anche i donatori per le campagne elettorali, avessero accesso a informazioni privilegiate, del tutto illegali, per investire o disinvestire a seconda delle decisioni prese, accaparrandosi così straordinari guadagni. Del resto, un video registrato alla Casa Bianca circa un anno fa mostra il presidente, sulla cui salute mentale ormai si esprimono apertamente molti dubbi, che loda alcuni suoi amici per i loro recenti guadagni in borsa. In particolare, in questo video si riferisce a Charles Schwad e Roger Penske i quali, entrambi organizzatori di gare automobilistiche, si sarebbero messi in tasca il primo 2.500 milioni di dollari, il secondo solo 900 milioni.

Tutto ciò si sta ripetendo con quanto sta avvenendo in seguito all’imperialistica e folle guerra non provocata degli Usa e di Israele contro l’Iran, che si sta difendendo eroicamente e in maniera notevolmente abile, mirando a far sì che il conflitto diventi economicamente insostenibile per gli spietati nemici grazie, per esempio, all’uso dei droni Shahed. Questi costituiscono una delle armi più distruttive ed efficaci, per il fatto che sono droni d'attacco unidirezionali e costano assai poco, mentre i missili necessari per abbatterli costano milioni di dollari (per es. i famosi Patriot) e le grandi produttrici occidentali di armi non riescono a costruirli nella quantità necessaria per sostituire quelli abbattuti.

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Published: 06 April 2026
Created: 01 April 2026
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contropiano2

La ormai insostenibile ipoteca delle basi militari Usa in Italia

di Sergio Cararo

Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato.

Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.

Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.

La stessa Repubblica scrive che due ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.

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Published: 06 April 2026
Created: 31 March 2026
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lantidiplomatico

"Dissonanza imperiale": quando la menzogna diventa l'unico pilastro del sistema

di Mario Petri

C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore, escalation militari presentate come strumenti di stabilizzazione, atti di forza descritti come necessità difensive. Il punto non è più la violenza — che appartiene da sempre alla dinamica del potere — ma la leggerezza con cui l’incoerenza viene ormai esibita come normalità.

Non si tratta più nemmeno di costruire una versione alternativa dei fatti, ma di sovrapporre piani inconciliabili senza preoccuparsi della loro compatibilità, come se il linguaggio avesse smesso di essere uno strumento di mediazione per trasformarsi in un atto di imposizione pura, una dichiarazione performativa che pretende di sostituire la realtà stessa. Ed è proprio qui che si inserisce una delle crepe più evidenti emerse nelle ultime settimane: mentre la Casa Bianca continua a parlare di “negoziati produttivi” e “progressi significativi”, le controparti negano apertamente che tali negoziazioni esistano, arrivando a definire queste dichiarazioni come costruzioni funzionali alla manipolazione dei mercati energetici.

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Published: 06 April 2026
Created: 31 March 2026
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comuneinfo2

La guerra dei petro-monarchi del Golfo

di Tahar Lamri

C’è una frase che spiega la guerra contro l’Iran. Una sola. Donald Trump, il 27 marzo, davanti a una platea di investitori sauditi riuniti a Miami per il Future Investment Initiative – il forum finanziario dell’Arabia Saudita – parla di Mohammed bin Salman [MbS] e dice: “Non pensava che avrebbe finito per leccarmi il culo. Davvero no. E ora deve essere gentile con me”. Fermiamoci qui. Non sulla volgarità quella è stile, non sostanza. Fermiamoci sulla scena: Trump che umilia pubblicamente il principe ereditario saudita davanti ai suoi stessi uomini d’affari. Non in un’intervista, non in un comizio per la base MAGA. Lì. In quella sala.

Perché quella sala è il cuore del problema. Il Future Investment Initiative è il braccio mondano del fondo sovrano saudita il luogo dove i miliardi del petrolio si trasformano in relazioni, influenze, favori. Ed è esattamente attraverso quella macchina che le monarchie del Golfo hanno costruito, pazientemente e nell’ombra, la guerra all’Iran che volevano.

Il prezzo era già stato pagato da tempo, e in contanti. Durante il primo mandato di Trump, l’Arabia Saudita aveva versato 450 miliardi in accordi e investimenti negli Stati Uniti. Non bastava. Al ritorno di Trump alla Casa Bianca, MbS ha promesso 600 miliardi nei successivi quattro anni, cifra che Trump ha subito rilanciato pretendendo mille.

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Published: 05 April 2026
Created: 05 April 2026
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sinistra

Sì, tutti gli ebrei

di Amanda Gelender

La fuga degli ebrei su un rilievo dellArco di TitoSulla questione ebraica oggi – introduzione di Algamica

Presentiamo questo articolo di Amanda Gelender pubblicato sulle pagine del sito substack, ritenendolo un Manifesto politico coraggioso, di cui gran parte della sinistra che vuol essere anticapitalista è spesso sprovvista. Troppe volte assistiamo alla denuncia del sionismo accompagnata da una strumentale sottolineatura del «No all’antisemitismo ».

L’articolo di Amanda Gelender piuttosto che essere una condanna del sionismo, è una vera e propria requisitoria contro l’ebraismo del xxi secolo e nei confronti del risultato di uno specifico processo storico che lo ha portato ad essere definitivamente, diciamo noi, diverso da quello del tempo storico precedente. Il tempo storico ha il suo corso inesorabile, è un processo materiale che fa emergere nuove determinazioni e nuove identità sociali sulle ceneri di quelle precedenti di cui rimangono solo che deboli tracce. Questo Manifesto è una lama che affonda nel burro contro quelle posizioni che a riguardo del genocidio in Palestina affermano « Non in mio nome », come è giusto affondare lo stesso bisturi quando l’esclamazione è riferita a noi occidentali, bianchi o europei. Il ragionamento lucido di Amanda Gelender non può che essere la constatazione empirica di quanto prodotto da un moto storico ascendente di un modo di produzione impersonale, che ha messo a servizio della dominazione coloniale e imperialista degli occidentali proprio quelle comunità diverse, ma di comune credo religioso e vittime del razzismo degli europei, facendo sorgere in loro nome una nuova identità storica del popolo nazionale ebraico inventato, come anche lo storico Shlomo Sand sostiene.

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Published: 05 April 2026
Created: 31 March 2026
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sollevazione

Il cybercapitalismo e le tre varianti di tecnocrazia

di Moreno Pasquinelli

Fronte del Rifiuto.jpegCiò che ci distingue, ciò da cui non si può prescindere

Il FRONTE del DISSENSO — vedi Il Manifesto — pare essere l’unico movimento politico che abbia segnalato come ineludibile comprendere l’enorme portata sociale della “rivoluzione tecnologica” in atto, e che abbia posto come politicamente essenziale la lotta contro l’ideologia che indossa: il Transumanesimo.

Il CyberCapitalismo è il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme  certamente inedite, dei contrasti sociali.

Ad apertura della nostra inchiesta sul Transumanesimo abbiamo lasciato parlare i demiurghi del balzo di tigre cybercapitalistico in atto per ben capire il mondo dove vorrebbero portarci:

«E’ ora di domandarsi se un corpo da bipedi respiranti con una visione binoculare e un cervello da 1400cc sia una forma biologica adeguata”. (Manfred E. Clynes, Nathan S.Kline). “Il salto tecnologico basato sull’interazione tra genetica, nanotecnologie e robotica, consentirà già dal 2030 individui ibridi che trascenderanno le nostre radici biologiche”. (Ray Kurzweil). “Tutto questo richiede che la vita subisca un ultimo aggiornamento a Vita 3.0, che può progettare non solo il proprio software ma anche il proprio hardware.

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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fuoricollana

Come può rinascere il marxismo occidentale

di Domenico Losurdo

In un libro tradotto in molte lingue, Domenico Losurdo denunciava la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale. L’abbandono di ogni atteggiamento dottrinario e la disponibilità a misurarsi con il proprio tempo sono la condizione necessaria perché il marxismo possa rinascere in Occidente

a975f7fffe3f534e70a3234554906c80 XLL’abbattimento del sistema colonialista-schiavistico mondiale è avvenuto in circostanze tragiche: a Santo Domingo/Haiti lo scontro tra sostenitori e avversari dell’assoggettamento coloniale e della schiavitù ha finito con il configurarsi come guerra totale da una parte e dall’altra. Niente è più facile che metterle sullo stesso piano e contrapporre a entrambe, per esempio, la repubblica nordamericana. Apparentemente i conti tornano, la logica è rispettata: la democrazia degli Stati Uniti celebra la sua superiorità rispetto al dispotismo vigente sia nella Francia di Napoleone sia a Santo Domingo/Haiti di Toussaint Louverture e dei suoi successori. Solo che la realtà è completamente diversa: a lottare contro il paese e il popolo che si erano scrollati di dosso il giogo coloniale e le catene della schiavitù erano congiuntamente la Francia di Napoleone (col ricorso a una poderosa macchina bellica) e gli Usa di Jefferson (col ricorso a un embargo e a un blocco navale miranti esplicitamente a condannare all’inedia i neri disobbedienti e ribelli). Col medesimo formalismo argomenta ai giorni nostri la teoria corrente del totalitarismo. Essa accosta e assimila largamente l’Unione sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler, dimenticando che quest’ultimo, nel portare avanti il suo tentativo di sottoporre a dominio coloniale e schiavizzare gli slavi, si richiamava ripetutamente alla tradizione coloniale dell’Occidente e aveva costantemente ed esplicitamente dinanzi ai propri occhi il modello costituito dall’espansionismo dell’Impero britannico e dall’irresistibile avanzata nel Far West e dalla politica razziale della repubblica nordamericana.

 

Due marxismi e due diverse temporalità

Disgraziatamente, questa lettura del Novecento, che mette sullo stesso piano l’espressione più feroce del sistema colonialista-schiavistico mondiale e il suo nemico più conseguente, è stata fatta propria in misura più o meno ampia dal marxismo occidentale o da non pochi dei suoi esponenti.

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Published: 05 April 2026
Created: 02 April 2026
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comidad

Il fuorviante accostamento tra Israele e la Germania nazista

di comidad

Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.

Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce.

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Published: 05 April 2026
Created: 01 April 2026
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coniarerivolta

L’impossibile trilemma: le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni

di coniarerivolta

Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.

Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.

Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?

Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta a una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.

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Published: 05 April 2026
Created: 01 April 2026
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comedonchisciotte.org

“Le alleanze della terza guerra mondiale stanno diventando sempre più evidenti”

di Aleksandr Dugin, alexanderdugin.substack.com

L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale.

In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha fatto di questa guerra la guerra di Trump. E Trump non sta facendo marcia indietro.

Si è così formato un asse: Stati Uniti/Israele contro l’Iran. Alle altre potenze regionali viene offerta una scelta – ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi all’Iran (la Resistenza). Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Qui non c’è neutralità. Il treno è partito.

Il secondo asse: UE/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (principalmente il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev. Si tratta di una guerra molto reale e feroce, alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. Il Partito Democratico negli Stati Uniti sta promuovendo proprio questa guerra; per questo polo, l’Ucraina è la priorità.

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Published: 05 April 2026
Created: 30 March 2026
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mondocane

Guerra che fai, resistenza che trovi

di Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/6xMaWppSb8M

Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?

Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?

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  1. Fabrizio Verde: Dalle cene di Manhattan alle bombe su Gaza: il filo nero che lega Epstein, Thiel e i Rothschild
  2. Gerardo Lisco: Il movimento ” No Kings” e l’americanizzazione della sinistra italiana
  3. Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
  4. di Vijay Prashad: L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran
  5. Adelino Zanini: In cerca di regole
  6. Flavia: Qualche riflessione sull’Iran e su di noi
  7. Laura Bazzicalupo: Neoliberalismo totalitario. Che fare?
  8. Gianandrea Gaiani: Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran
  9. Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan: Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026
  10. Militant: Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico
  11. Il Pungolo Rosso: “No Kings” a Roma: buona la partecipazione, ma c’è una questione di fondo da chiarire
  12. Enrico Tomaselli: Prigionieri di Patton
  13. Alessandro Volpi: Guerra e recessione
  14. Andrea Zhok: Cos’è un gatekeeper?
  15. Fulvio Grimaldi: Venezuela tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà
  16. Gaetano Azzariti: Ma dov’è finito il pensiero critico?
  17. Chris Hedges: “L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”
  18. Enrico Tomaselli: Giro di boa
  19. Miguel Martinez: “Senza pietà” Parole nuove per un mondo nuovo
  20. Dante Barontini: Usa e Israele fanno i conti con le difficoltà impreviste
  21. Mario Sommella: Il federalismo della vergogna
  22. Elena Basile: Iran, resta poco tempo. L'escalation è possibile
  23. Eros Barone: La dottrina sociale della Chiesa cattolica fra continuità e discontinuità
  24. nlp: Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
  25. Leo Essen: Un professore viene mangiato

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