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Le conseguenze della guerra contro l’Iran

di Thierry Meyssan

222074 8 ac041.jpgPer la prima volta un popolo aggredito dalla più grande forza militare della storia reagisce contro le basi militari e gli investimenti all’estero dell’avversario. Si tratta di un modo di fare la guerra adeguato all’èra della globalizzazione, che nessuno dei nostri strateghi aveva previsto. Questo conflitto è diverso da ogni altro: il primo in cui un Paese di media importanza potrebbe avere la meglio su una forza mostruosa.

Contrariamente a quanto ci hanno spiegato i media, i Guardiani della Rivoluzione non sono fanatici assetati di sangue. A gennaio scorso non hanno massacrato il proprio popolo. Sono patrioti che difendono la loro civiltà e lottano contro lo sfruttamento imperialista. Oggi ci danno una lezione di coraggio rispondendo all’aggressione che subiscono.

 

Una guerra “sionista revisionista”

Benjamin Netanyahu è figlio dello storico Benzion Netanyahu, segretario particolare del fondatore del “sionismo revisionista”, Vladimir Ze’ev Jabotinsky. La dinastia dei Netanyahu ha sempre sostenuto il “sionismo revisionista” contro i “sionisti”. Questi ultimi, guidati da Theodor Herzl, volevano costruire uno Stato ebraico, mentre Jabotinsky rivendicava la creazione di un «impero ebraico».

Nel 1921, in Ucraina, Jabotinsky strinse alleanza contro i bolscevichi con il leader nazionalista integralista Symon Petliura. Quest’ultimo continuò a organizzare pogrom contro gli ebrei, che Jabotisky pretendeva difendere. Questa contraddizione portò Jabotinsky a dimettersi dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), di cui era amministratore.

Durante la corsa dell’Europa verso la seconda guerra mondiale, Jabotinsky si affermò come fascista. A Roma creò una milizia, il Betar, sotto l’alto patrocinio del duce Benito Mussolini. All’inizio della guerra si rifugiò in uno Stato neutrale, gli Stati Uniti (che entrarono in guerra solo dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbor).

Jabotinsky morì nei primi mesi di guerra, ma i suoi uomini ne continuarono la lotta a fianco dei fascisti e dei nazisti. È scioccante, ma i sionisti organizzarono diverse trattative con il Terzo Reich. Rezso Kasztner (detto Rudolf Ysrael Kastner), leader nazionalista revisionista ungherese, condusse trattative fino alle ultime settimane di guerra con Adolf Eichmann, responsabile della logistica della «soluzione finale» degli slavi, degli ebrei e degli zingari [1].

Nel corso della sua carriera politica, Benjamin Netanyahu non ha mai rinnegato le proprie origini. Ma ha agito con opportunismo, senza mettere in pratica il proprio ideale [2]. Questa fase si è conclusa il 29 dicembre 2022, con la costituzione, grazie all’aiuto e al sostegno di Elliott Abrams, di una coalizione governativa suprematista ebraica [3].

A poco a poco, Netanyahu ha preso coraggio, minacciando gli anglosassoni, a febbraio 2024, di ricostituire la Banda Stern [4], che nel 1948 assassinò il rappresentante speciale delle Nazioni Unite nella Palestina mandataria; dichiarando in ebraico, il 23 agosto 2025, la propria affezione per l’idea di un Grande Israele; infine esortando, il 15 settembre 2025, a trasformare la democrazia israeliana in una «super Sparta» [5].

Netanyahu non è più un politico intrigante, ma un fascista dichiarato che ha annunciato di voler condurre una guerra su «sette fronti» e volersi liberare del rivale iraniano.

Esattamente un anno fa previdi l’attuale guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran [6]. Non serve a nulla cavillare sulle cause di questo conflitto, tutte le giustificazioni ufficiali si sono dimostrate false: dal 1988 non esiste un programma nucleare militare iraniano; l’Iran non possiede lanciamissili intercontinentali; l’Iran non minacciava gli Stati Uniti; infine l’Iran dal 2019 non ha più proxy. È sufficiente prendere atto che Netanyahu non sta facendo altro che applicare il programma sionista revisionista. I milioni di israeliani che hanno manifestato contro di lui non si lasciano ingannare.

Vediamo ora quali sono le prime conseguenze.

 

L’esplosione del movimento MAGA

La prima conseguenza di questa guerra è l’esplosione che ha provocato nel movimento MAGA (Make America Great Again!). I principali sostenitori popolari del presidente Trump gli hanno subitamente revocato la fiducia. Non accettano che gli Stati Uniti siano implicati in una guerra solo perché lo chiede Israele.

Si può discutere se Trump sia stato manipolato o se abbia agito per conservare il sostegno al proprio Paese dei grandi banchieri della diaspora. È irrilevante. Quel che conta è che Trump ha perso l’appoggio popolare. Non per questo i suoi ex sostenitori si orienteranno verso il Partito Democratico, però vogliono portare avanti la causa senza di lui.

Le 3.300 manifestazioni di sabato scorso non avevano lo scopo di denunciare la guerra in Iran, ma il potere del presidente degli Stati Uniti. Vi hanno aderito non solo Democratici, ma anche Repubblicani e jacksoniani, che a Trump devono la loro rinascita, ma che oggi non si fidano più di lui.

 

Nessuno percepisce più il diritto internazionale come prima

La seconda conseguenza di questa guerra è la presa di coscienza che ogni Paese che ospita una base militare degli Stati Uniti, lungi dall’esserne difeso, è esposto al rischio di diventare obiettivo bellico. Dal 28 febbraio 2026 tutti gli Stati del Golfo presi di mira dall’Iran protestano con veemenza. Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar hanno presentato denunce al Consiglio di sicurezza. Tutti hanno denunciato «una flagrante violazione della sovranità nazionale e un attacco diretto alla sicurezza e all’integrità territoriale». Erano talmente sicuri di avere ragione che non hanno prestato attenzione alla risposta dell’Iran. Teheran ha dovuto ribadire la propria posizione perché si arrendessero all’evidenza: la Carta dele Nazioni Unite e il diritto internazionale danno ragione all’Iran: ogni Stato aggredito da un altro può legittimamente reagire contro di esso nonché contro Paesi terzi il cui territorio venga usato per l’aggressione.

Finora nessuno Stato aveva resistito in questo modo a un’aggressione degli Stati Uniti. Nessuno era stato in grado di reagire colpendo gli interessi statunitensi all’estero, tanto meno le loro basi militari.

Per i dirigenti del Golfo è stata una doccia fredda. Ciò che stanno realizzando da decenni crolla. Sono impietriti perché non hanno alternative. Gli Stati che invece aspirano a un mondo multipolare intravvedono un barlume: qualunque sia il prezzo da pagare, è meglio rifiutarsi di ospitare basi militari statunitensi piuttosto che trovarsi catapultati in guerre devastanti.

La Cina ha immediatamente rivisto i propri piani. In caso di attacco statunitense per cambiare lo statuto di Taiwan, Beijing non colpirebbe l’isola, ma le 24 basi militari Usa dell’Asia-Pacifico. L’Esercito di Liberazione ha già riorientato i lanciamissili. Tutti gli Stati della regione rischiano di trasformarsi in un campo di battaglia se, dopo aver ringraziato il Pentagono, non gli chiederanno cortesemente di andarsene dal loro territorio.

 

Le forze armate statunitensi si rivelano «tigri di carta»

Come già disse Mao Zedong, le forze armate statunitensi non sono altro che «tigri di carta». Dispongono certo di un arsenale straordinario, ma non riescono a schiacciare chi si è preparato ad affrontarle.

L’Iran non è sicuramente in grado di attaccare bombardieri e missili israeliani e statunitensi, ma risponde colpendo in tutta la regione le basi Usa al suolo. Ha colpito il Golfo, ma anche la Giordania e Cipro. Potrebbe persino attaccare le basi statunitensi in Germania. L’Iran si è preparato da tempo a questo scontro. Ha immagazzinato grandi quantitativi di armi a basso costo in luoghi sicuri, in tunnel e bunker a grande profondità. Per il momento riesce a costringere il Pentagono a difendersi con gioielli di alta tecnologia, dal costo esorbitante. Per missile Shahed da 25 mila dollari lanciato dall’Iran, gli Stati Uniti devono rispondere con due o tre missili Patriot da 1,3 milioni di dollari ciascuno. È una corsa contro il tempo: andranno in rovina prima i Guardiani della Rivoluzione o il Pentagono? E come se lo sperpero economico non bastasse, le scorte statunitensi stanno finendo e il complesso militare-industriale non è in grado di ricostituirle in tempi brevi.

 

Il metodo Trump ha raggiunto il limite

L’autore di The Art of the Deal era sempre riuscito, fino a ora, a piegare gli interlocutori, sia nei negoziati commerciali sia in quelli politici. Ma «l’iperbole veritiera» non funziona con l’Iran. Per quanto Trump possa affermare di aver vinto, è Teheran a dettare le condizioni.

Ogni iperbole, lungi dall’incutere paura, viene percepita come una spacconata. Washington non può più minacciare un’escalation, è Teheran a farlo. Il 22 marzo Trump ha tentato perciò di far finire la guerra prima che le sue forze armate si trovino disarmate. Ha minacciato di bombardare le centrali elettriche iraniane se i Guardiani della Rivoluzione non avessero riaperto lo Stretto di Ormuz [7]. Ma Teheran gli ha immediatamente risposto comunicandogli il proprio piano di escalation: bombardare il sistema elettrico israeliano – di cui ha pubblicato i piani – e colpire le aziende della regione che hanno azionisti statunitensi [8]. Trump ha replicato senza indugio che stava negoziando con Teheran e che, in Iran, tutti i dirigenti sapevano di essere in bilico se non avessero negoziato. Ha quindi concesso cinque giorni per portare a termine i colloqui [9]..

Teheran ha smentito i negoziati e ha ribadito le minacce [10]. Trump ha ceduto e ha annunciato di voler posticipare la scadenza fissata.

L’Iran non ha vacillato. Ha attaccato la fonderia Aluminium Bahrain (Alba) e la fonderia Emirates Global Aluminium (Erga). Senza aspettare che gli Stati Uniti bombardassero le sue centrali elettriche, Teheran ha attaccato società i cui principali azionisti sono statunitensi.

Dopo che gli Stati Uniti, o Israele, hanno bombardato l’università di scienze e tecnologia nel nord-est della capitale e un altro istituto superiore, Teheran ha avvertito che avrebbe reagito contro le università statunitensi con sedi nel Golfo. Si pensi alla Texas A&M University in Qatar o alla New York University negli Emirati Arabi Uniti.

Dopo che gli Stati Uniti, o Israele, hanno bombardato un porto sullo Stretto di Ormuz, Teheran ha avvertito che avrebbe attaccato la portaerei USS Abraham Lincoln non appena fosse entrata nel raggio di tiro.

A ogni nuovo attacco del nemico i Guardiani della Rivoluzione rispondono colpendo nuovi obiettivi statunitensi. Minacciano, uno per uno, tutti gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Nessuno aveva mai combattuto in questo modo. Una grande civiltà ci sta dando una lezione: l’Iran – che non esita ad assassinare i propri cittadini che lo minacciano dall’estero – non ha mai praticato il terrorismo contro i civili, qualunque cosa affermi la propaganda israeliana. Mai Teheran ha assimilato la globalizzazione e ora colpisce gli interessi statunitensi, ovunque si trovino.

Il presidente Trump non ha via d’uscita. Le sue battute possono divertire il pubblico, ma il fuoco iraniano lo insegue. L’unica via d’uscita possibile è l’annientamento di un’intera civiltà; una prospettiva che nessun leader eletto può prendere in considerazione.

 

Israele si sta mettendo in trappola da solo

Israele è nella stessa situazione degli Stati Uniti. Tel Aviv non può replicare all’escalation iraniana. Tanto più che le sue forze armate sono esauste: hanno condotto una guerra atroce contro gli abitanti di Gaza, senza esitare a commettere un genocidio; hanno continuato contro i libanesi, i siriani, gli iracheni e gli yemeniti.

Per Israele la prima sfida è umana, più che materiale. Tel Aviv ha bisogno di uomini, ma non può reclutarli senza indebolire in modo duraturo la propria economia. Può fare tutto, ma non tutto in una volta.

Molti commentatori stanno iniziando a discutere su come porre fine alla resistenza del popolo iraniano; si ipotizza anche di seguire il modello che il presidente Truman applicò contro il Giappone: sganciare una o due bombe nucleari. Sarebbe il crimine supremo. Al momento la discussione verte su come reagirebbe il mondo. Israele potrebbe sfuggire un’altra volta alle proprie responsabilità?

Nel caso in cui Israele si dichiarasse sconfitto, la sua stessa esistenza verrebbe messa in discussione. Ecco perché sarà tanto più difficile all’opposizione israeliana rovesciare Netanyahu, perché in tal caso parteciperebbe all’halali contro la propria patria. È quindi importante per tutti coloro che vogliono prevenire la catastrofe rassicurare l’opposizione israeliana che può liberare il proprio Paese dall’attuale governo fascista e sottomettersi al diritto internazionale che esso non ha mai rispettato.


Note
[1] מדוע חוסל קסטנר» (Pourquoi Kastner a-t-il été assassiné ?), Nadav Kaplan, Steimatzky publishing (2024).
[2] “Netanyahu e il nazismo”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 23 settembre 2025.
[3] “Il colpo di Stato degli straussiani in Israele”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.
[4] “A Gerusalemme la “Conferenza per la vittoria di Israele” minaccia Londra e Washington”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 febbraio 2024.
[5] “Dopo il Grande Israele, Benjamin Netanyahu auspica una Super-Sparta e la «fine del lavoro a Gaza»”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 30 settembre 2025.
[6] “E dopo l’Ucraina, l’Iran?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 18 marzo 2025.
[7] «@realDonaldTrump», Truth Social, March 22, 2026.
[8] Dépêche 5111 «Les quatre cibles prioritaires de l’Iran en cas d’escalade», Voltaire, actualité internationale, N°168, 27 mars 2026.
[9] «@realDonaldTrump», Truth Social, March 23, 2026.
[10] «A Toothless Iran? Missile and Drone Strikes Show It Can Still Inflict Pain», Nicholas KulishHelene CooperIsabel Kershner & Erika Solomon, The New York Times, March 29, 2026.
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