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intelligence for the people

Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto

di Roberto Iannuzzi

Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese

Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.

Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.

Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.

Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.

Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.

Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.

Dal canto suo, lo stesso Netanyahu ha modificato la propria narrazione, sostenendo che l’Iran è ancora in grado di minacciare Israele ma non rappresenta più una minaccia esistenziale.

Tale affermazione rappresenta un ripiegamento rispetto ai tre obiettivi principali precedentemente enunciati dal leader israeliano: il cambio di regime a Teheran, lo smantellamento del programma nucleare iraniano, e il ridimensionamento dell’arsenale missilistico.

Rimane ugualmente irrisolta la questione della riapertura dello Stretto di Hormuz. Trump ha perfino detto che saranno i paesi che ricevono petrolio dal Golfo a doversene occupare.

In Israele serpeggia il timore che il presidente americano voglia sfilarsi dal conflitto. Netanyahu ha precisato che un eventuale (e al momento remoto) accordo fra Stati Uniti e Iran non fermerebbe l’offensiva israeliana in Libano.

Il governo israeliano sta esercitando pressioni sulla Casa Bianca affinché intensifichi i bombardamenti sull’Iran, concentrandosi in particolare sulle infrastrutture energetiche della strategica isola di Kharg e del giacimento di South Pars (il più grande al mondo, condiviso da Iran e Qatar).

Tel Aviv ha chiarito che appoggerebbe convintamente anche un’eventuale operazione militare di terra condotta da Washington, offrendo assistenza e informazioni di intelligence.

Sebbene un diretto intervento di Israele con proprie truppe non sia al momento previsto in eventuali incursioni americane in territorio iraniano, alcuni esperti israeliani non escludono la partecipazione di forze speciali, aggiungendo che agenti israeliani potrebbero già essere attivi in Iran (come del resto già accadde nel corso della “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno, e durante le proteste iraniane dello scorso gennaio).

Fin dai primi giorni dell’attacco all’Iran, Israele ha avuto un ruolo di primo piano nell’escalation che ha portato a includere le infrastrutture civili tra gli obiettivi dello scontro militare.

Nei primi giorni del conflitto, aerei israeliani colpirono decine di depositi di combustibile alla periferia di Teheran avvolgendo la capitale iraniana in una densa nube tossica di petrolio bruciato, in quella che numerosi esperti hanno definito una terribile catastrofe ambientale.

Successivamente Israele ha colpito le infrastrutture del giacimento di South Pars, provocando la rappresaglia iraniana sugli impianti energetici delle monarchie del Golfo.

L’aviazione di Tel Aviv ha poi bombardato due acciaierie strategiche del paese, facendo capire che Israele punta a distruggere la base industriale iraniana.

Lo stato ebraico ha però dovuto subire la pesante rappresaglia di Teheran.

Centinaia di missili e droni si sono abbattuti su Tel Aviv e su altre zone del paese, assottigliando progressivamente l’arsenale di intercettori della difesa aerea israeliana, provocando danni ingenti e costringendo la popolazione nei rifugi.

I missili ipersonici iraniani, e i missili balistici che rilasciano decine di submunizioni, sono praticamente impossibili da intercettare, e hanno bersagliato installazioni militari ma anche infrastrutture economiche, energetiche (inclusa la raffineria di Haifa) e civili di altra natura.

La situazione interna israeliana si è ulteriormente complicata con l’apertura del fronte libanese, allorché Hezbollah ha cominciato a sua volta a lanciare razzi e missili contro il territorio di Israele, spesso coordinandosi con l’alleato iraniano.

Dal canto suo, Israele ha lanciato un’offensiva militare di terra in Libano nella quale ha schierato cinque divisioni e si prepara a dispiegarne una sesta. L’obiettivo ufficiale delle forze israeliane è di creare una zona cuscinetto nel sud del Libano, fino al fiume Litani.

L’offensiva israeliana si è però tradotta in un’operazione di pulizia etnica che ha portato allo sfollamento di oltre un milione di libanesi.

La risposta militare di Hezbollah sta a sua volta rendendo invivibili numerosi centri nel nord di Israele. Secondo fonti militari israeliane, il partito sciita libanese riuscirebbe a sparare in media 150 razzi al giorno verso il territorio israeliano.

In Libano, le forze armate di Tel Aviv hanno incontrato l’aspra resistenza dei miliziani di Hezbollah, che sta trasformando lo scontro in una guerra di logoramento nella quale Israele subisce perdite di uomini e mezzi.

Dopo la dura sconfitta subita nell’autunno del 2024, la preparazione militare del gruppo libanese ha sorpreso i vertici israeliani, sia per la pronta reazione dei suoi uomini nel sud del Libano sia per la frequenza e la gittata dei suoi missili, alcuni dei quali raggiungono i 200 km.

In Israele, il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra comincia a scemare, così come la fiducia che l’esercito possa raggiungere gli obiettivi prefissati.

Secondo un recente sondaggio dell’Institute for National Security Studies (uno dei più importanti think tank israeliani), la percentuale di coloro che ritengono che il regime delle Repubblica Islamica possa essere seriamente intaccato è calata dal 69% dei primi giorni del conflitto al 43,5% attuale.

E il sostegno alla prosecuzione della campagna militare fino a un eventuale rovesciamento del governo di Teheran è calato dal 63% al 45,5%.

Vi è poi il problema del crescente logoramento dell’esercito, già provato da due anni di conflitto a Gaza e altrove. Oltre a sostenere lo scontro a distanza con l’Iran, le forze armate israeliane sono impegnate sul fronte libanese e sono dispiegate a Gaza, in Cisgiordania e nel sud della Siria.

Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha ammonito che l’esercito rischia di implodere, soprattutto per la carenza di uomini.

Egli ha dichiarato che le forze armate necessitano di una nuova “legge sulla coscrizione, una legge sui riservisti e una legge per estendere il servizio obbligatorio”.

Altri esponenti militari di alto livello hanno espresso analoghe preoccupazioni, in particolare sottolineando che il dispiegamento di uomini in Cisgiordania a difesa dei coloni sottrae risorse essenziali.

Anche il generale in congedo Giora Eiland (ex capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale) ha messo in guardia sulla sovra-estensione dell’esercito e sul fatto che Israele starebbe commettendo “errori strategici” in Libano.

A ciò si aggiungono gli enormi costi economici e sociali del conflitto. Durante la guerra dei dodici giorni, il costo dello sforzo militare, dei danni materiali, e della paralisi delle attività economiche, era stato stimato in almeno 1 miliardo di dollari al giorno.

La guerra attuale si è già dimostrata molto più prolungata e distruttiva, sollevando interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale di Israele, tanto più che la fine delle ostilità non pare imminente.

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