La crisi distruttiva dell'ordine internazionale
di Alessandro Colombo
Alessandro Colombo illustra la tesi che quella attuale non è già più, ormai, l’epoca della crisi dell’ordine internazionale liberale, bensì l’epoca della sua fine. Che significa, tanto per cominciare, fine dell’ordine come tale, con tutto ciò che comporta sempre la fine di un ordine internazionale: la crisi del controllo, la tendenza alla militarizzazione, il collasso delle regole. E, in più, significa ripiegamento del contenuto liberale di quell’ordine, che si manifesta tra le altre cose nella crisi del multilateralismo e nello smontaggio della globalizzazione
Nonostante i richiami sempre più irrealistici alla sua resilienza, l’ordine internazionale liberale concepito alla fine della Seconda guerra mondiale e apparentemente “liberato” dalla scomparsa dell’Unione sovietica è ormai definitivamente crollato. E lo ha fatto, sarà bene ricordarlo, dopo una parabola sorprendentemente breve di ascesa e declino. La condizione di superiorità senza precedenti della quale avevano goduto gli Stati Uniti e i loro alleati all’indomani della scomparsa dell’Unione sovietica non aveva impedito infatti al Nuovo Ordine Mondiale di entrare in crisi già pochi anni più tardi, grossomodo alla metà del primo decennio del XXI secolo, sotto i colpi di due fallimenti maturati pienamente al proprio interno: la guerra in Iraq a partire dal 2003 e, ancora di più, la crisi economico-finanziaria del 2007-08. Nel decennio successivo, lo smottamento dell’edificio aveva aperto lo spazio al riemergere di competitori sia su scala regionale (come la Russia) sia, almeno potenzialmente, su scala globale (come la Cina), mentre ciò non aveva tardato a reinnescare proprio ciò che dieci anni prima era stato precipitosamente escluso, una nuova competizione tra grandi potenze.


Il 14 luglio Donald Trump ha precisato i contorni della nuova iniziativa statunitense nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Con al fianco il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha ribadito di essere “deluso dal presidente Putin, perché pensavo che avremmo raggiunto un accordo due mesi fa, ma non sembra esserci riuscito. Quindi sulla base di ciò imporremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo entro 50 giorni. Dazi pari a circa il 100%” fa applicare alle nazioni che commerciano con Mosca. “Spero di non doverlo fare” ha detto Trump alla Casa Bianca, annunciando nuovi invii di armamenti a Kiev ma ribadendo, come aveva già anticipato, che saranno gli alleati europei a pagare il conto molto salato.
In questi giorni è venuto a mancare Goffredo Fofi. Sulle TV di Stato la notizia non è stata riportata. I libertari non trovano spazio nei media ufficiali privati e pubblici. Nei media statali l’informazione è stata sostituita dalle canzonette e dalla pubblicità dei concerti e delle produzioni musicali di cantanti, il cui vuoto siderale è abissale. In questo contesto in stile “panem et circenses” uomini come Goffredo Fofi non trovano spazio. La cultura della cancellazione avanza in una miriadi di modi. Si cancellano i vivi e i morti per trasformarli in “non nati”. Questo è il tempo del capitalismo senza limiti. Il deserto avanza annichilendo la memoria. Goffredo Fofi lottò per la democrazia radicale/reale e la sua vita è un testo da cui emergono domande profonde a cui diede risposte sperimentando l’alternativa al capitalismo. Uomini di tale valore politico sono presenze dialettiche, che il sistema capitale deve seppellire nel deserto delle canzonette e delle vuote parole senza concetto. Fu un cittadino militante in una realtà che produce in serie “consumatori” che possono assistere ad immagini di Gaza fumante, tra le cui macerie si alzano le urla di donne e bambini, a cui succedono con somma indifferenza gli spot agli spettacoli di cantanti di ultima generazione che inneggiano “all’amore e al successo nelle calde estati estive”. Goffredo Fofi ha donato la sua esistenza contro tutto questo. Democrazia è dignità di ogni essere umano, nel nostro tempo, invece, sono il denaro e il potere a dare rilevanza, così muore la democrazia e il pensiero politico. Goffredo Fofi ci rammenta che non è un destino, ma ciascuno di noi può testimoniare l’alternativa nel presente senza delegare ad altri l’alternativa. Ciascuno di noi può diventare con la sua storia un modello piccolo o grande che testimonia che un altro modo di vivere è possibile. Solo così si difende la dignità di tutti gli esseri umani dal consumismo pianificato che ha consumato anche “l’essere” e lo ha sostituito con la società dello spettacolo, nella quale attori e spettatori recitano un ruolo stabilito da potenze sempre più distanti e anonime



Riflettendo sullo stato dell’arte della letteratura di fantascienza, Giulia Abbate, scrittrice ed esperta del genere, fa il punto sul rapporto tra realtà e inquietudine speculativa, tra futuro inverato e critica sociale. E ripercorre la pista battuta da Mario Tronti, quella che coniuga politica e profezia, per illuminare il futuro critico della SF, ora che è divenuta «la star delle feste perbene». Un testo acuto e critico, come Abbate sa fare.
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Durissimo atto d’accusa del saggista italo-inglese nei confronti di Kaja Kallas. L’Alto rappresentante dell’Unione europea è descritta come una figura bellicosa e tutt’altro che diplomatica, alle prese con gaffe e tensioni internazionali. Nel suo intervento ospitato da Krisis, Fazi porta anche alla luce le discrepanze fra la linea anti-russa di Kallas e le profonde connessioni della sua famiglia con il regime sovietico, oltre ai controversi affari commerciali con la Russia del marito. Il giudizio finale di Fazi è tagliente: Kallas compromette l’immagine e la credibilità dell’Europa nel mondo.Sebbene Ursula von der Leyen sia sopravvissuta alla mozione di sfiducia del 10 luglio al Parlamento europeo, il risultato (175 voti favorevoli) ha messo a nudo un crescente malcontento nei suoi confronti. La mozione prendeva però di mira l’intera Commissione europea. E, in particolare, la numero due della presidente: Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante per gli Affari esteri.

Non solo RAI, La7, Mediaset
Il rifiuto da parte dell'amministrazione Trump di rendere pubblici i documenti e i video raccolti durante le indagini sulle attività del pedofilo Jeffrey Epstein dovrebbe mettere fine all'idea assurda, abbracciata dai sostenitori di Trump e dai liberali creduloni, che Trump smantellerà il Deep State. Trump fa parte, e da tempo, della ripugnante cricca di politici – democratici e repubblicani –, miliardari e celebrità che guardano a noi, e spesso a ragazze e ragazzi minorenni, come merce da sfruttare per profitto o piacere.

Il contributo offerto dai compagni e dalle compagne della Rete dei Comunisti con il Forum – e la successiva pubblicazione degli Atti – per un “Elogio del comunismo del Novecento”, nelle sue quattro sessioni-approfondimenti tematici (prima della Seconda guerra mondiale: l’assalto al cielo; dopo la Seconda guerra mondiale: le nuove rivoluzioni, le conquiste operaie e i movimenti di liberazione dei Paesi in via di sviluppo; la regressione del movimento comunista e la controffensiva capitalista; la riemersione delle contraddizioni accumulate dalla supremazia del capitalismo), rappresenta, nel suo complesso, una iniziativa preziosa per l’approfondimento e il dialogo tra comunisti (e oltre l’ambito specifico del movimento di classe) nonché un terreno di lavoro condiviso con le soggettività del movimento che intendono sviluppare una riflessione, non apologetica e non liquidatoria, non eclettica e non dogmatica, per attualizzare l’analisi critica, marxista, e ricomporre terreni unitari.





1. Esternalizzazione dell’intrattenimento
L’obbiettivo del presente intervento è quello di portare a tema la questione della programmazione ecologica in Marx (accennando in apertura anche alla concezione di Engels). All’interno del primo (1867) e del terzo libro del Capitale (1894) Marx va elaborando una risposta al tema della distruzione capitalistica della natura umana ed extra umana, a partire dal governo razionale e pianificato dello Stoffwechsel (metabolismo) tra uomo e natura. In Engels il tema della programmazione economica è affrontato nell’opera Antidüring (1878), dove sulla scia di Marx, egli allude al piano come una forma di produzione sociale in cui i lavori privati divengono immediatamente sociali e in cui viene superato il sistema di produzione basato sulla merce, sulla logica del valore e del lavoro astratto 
