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Published: 25 May 2025
Created: 25 May 2025
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machina

Note preliminari sul «sistema degli Stati»

di Raffaele Sciortino e Robert Ferro

0e99dc f5f2240af1604e75a609cbb56d7b2290mv2Pubblicato originariamente sulla rivista britannica «endnotes.org.uk» con il titolo di «Prologomena on the "System of States"», il saggio di Raffaele Sciortino e Robert Ferro, di cui qui presentiamo la traduzione a cura di Kamo Modena rivista dagli autori, offre alcune coordinate teoriche, a partire dai testi marxiani e da alcuni dibattiti successivi, per comprendere che cosa sono gli Stati e come funziona la loro articolazione in un sistema all’interno del «mercato mondiale», altra importante categoria marxiana. In tempi di sconquasso dell’ordine globale, il dibattito su questi nodi e il possesso di una griglia interpretativa teorica sono requisiti indispensabili se si vogliono comprendere e afferrare politicamente le trasformazioni in atto.

* * * *

Introduzione

È generalmente noto che Karl Marx, nel piano del Capitale, prevedesse una sezione dedicata allo Stato – sezione di cui non scrisse nemmeno una bozza. Dopo di lui, numerosi autori hanno insistito sull’incompletezza della teoria marxiana a questo riguardo, e benché nessuno di essi si sia prefissato il compito esplicito di portare a compimento il progetto originario di Marx, vi sono stati alcuni tentativi di colmare almeno parzialmente questa lacuna. Prendendo le distanze dall’opinione prevalente, in questo saggio si sostiene che lo Stato in quanto tale non presenta particolari ostacoli alla teoria marxista, e che il suo armamentario concettuale è sufficiente per condurne un’analisi esaustiva. L'articolazione a partire dalla quale la faccenda diventa più delicata risiede nel passaggio dall’astratto al concreto, che nell’opera di Marx coincide con la transizione dal concetto di capitale in generale alla molteplicità dei singoli capitali in concorrenza fra loro.

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Published: 25 May 2025
Created: 20 May 2025
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analisidifesa

Ucraina: senza un bagno di realismo il negoziato resta al palo

di Gianandrea Gaiani

1438439.jpgIl negoziato per la pace in Ucraina dopo i colloqui tra le delegazioni russa e ucraina in Turchia e la conversazione telefonica tra Donald Trump e Vladimir Putin, sembra arenarsi sugli scogli di sempre: da un lato la pretesa russa che Kiev e l’Europa tengono conto della situazione sul campo di battaglia, dall’altro la pretesa di ucraini ed europei che Mosca accetti di sospendere le operazioni militari per un mese per negoziare.

“Russia e Ucraina inizieranno immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco” ha detto Trump dopo la conversazione con Putin definita “molto positiva. Russia e Ucraina avvieranno immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco e, cosa ancora più importante, per la fine della guerra”, ha scritto Trump. Secondo il presidente americano, le condizioni dell’accordo saranno stabilite dalle due parti, perché “solo loro conoscono i dettagli” necessari a raggiungere un’intesa autentica.

Dettagli a dire il vero sostanziali sulla cui definizione Trump sembra volersi sottrarre preferendo sottolineare che la Russia sarebbe pronta ad avviare un commercio su larga scala con gli Stati Uniti una volta raggiunta la pace: “C’è un’enorme opportunità per la Russia di creare posti di lavoro e ricchezza. Il suo potenziale è illimitato”. Allo stesso modo il presidente ha evidenziato le prospettive economiche future per l’Ucraina, parlando di grandi benefici nel contesto della ricostruzione del Paese dopo la fine del conflitto.

Trump come sempre esalta le prospettive economiche determinate dalla fine del conflitto e ha posto l’enfasi sul ruolo che potrà avere il Vaticano con Papa Leone XIV nel guidare i negoziati ma in termini di sostanza dal faccia a faccia telefonico è emersa la conferma che USA e Russia marciano verso il ristabilimento di importanti relazioni bilaterali, non certo l’imminenza di un accordo per il cessate il fuoco e la pace in Ucraina.

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Published: 25 May 2025
Created: 25 May 2025
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sinistra

Warfare...  E’ tempo di darsi una mossa!

di Carlo Lucchesi

warfare aufmIn politica è buona regola agire sulle contraddizioni dell’avversario. Per farlo, però, occorre un’analisi chiara della situazione, e quella presente la rende particolarmente difficile perché le variabili da decifrare sono veramente tante. Quello cui si dovrebbero dedicare quanti stanno nel campo opposto all’imperialismo USA, alla Nato e a questa Europa russofoba e del riarmo è tentare un’interpretazione più vicina possibile alla complicatissima realtà delle cose.

 

1. Fino all’arrivo di Trump la situazione era abbastanza chiara. La guerra in Ucraina era stata programmata da tempo dagli USA e provocata col rifiuto di ascoltare le sacrosante ragioni della Russia. L’obiettivo era duplice: destabilizzare la Russia fino al collasso e riportare l’Europa sotto il tallone degli USA annullandone l’ambizione a essere la terza grande potenza del pianeta. L’amministrazione democratica ha fallito il primo (ma probabilmente i suoi strateghi non l’hanno abbandonato), mentre ha raggiunto pienamente il secondo, almeno fino a quando è stata in carica. Nel percorso compiuto, dal punto di vista degli USA le varie tappe sono state linearmente coerenti con i propositi. Accanto all’ininterrotta escalation nella consegna all’Ucraina di armamenti sempre più offensivi, le sanzioni, il sabotaggio del gasdotto Nord Stream e la partita degli approvvigionamenti energetici sono stati i passaggi più emblematici. Se guardiamo le cose dal versante dell’Europa, invece, non si può fare a meno di chiedersi perché ha deciso di farsi tanto male sottomettendosi incondizionatamente alla volontà degli USA. Si possono abbozzare solo supposizioni ripercorrendo gli avvenimenti. Poche ore dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, Macron e Scholz hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche nelle quali dicevano che era possibile e auspicabile ricercare una composizione del conflitto. Dopo altre pochissime ore hanno assunto una posizione opposta, quella che hanno mantenuto e confermato da allora in avanti lasciando di fatto la linea politica dell’Europa nelle mani dell’UK, che dell’UE non faceva più parte.

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Published: 24 May 2025
Created: 20 May 2025
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lafionda

Europa: il tramonto di una civiltà

di Alberto Bradanini

Il tramonto dellOccidente non ci sara.jpgI meno sprovveduti tra gli abitanti del Vecchio Continente dovrebbero convenire che la rappresentazione dell’Europa – regione geografica, l’insieme disordinato di stati nazionali (sovrani solo sulla carta) o la cosiddetta Unione (Ue) – si colloca decisamente sopra le righe, in buona sostanza non risponde al vero. Coloro che sono persuasi del contrario, possono interrompere qui la lettura di un testo che troverebbero inutilmente corrosivo nei riguardi dei loro convincimenti.

Tale riflessione d’esordio presume un rispecchiamento dell’Ue che potremmo riscontrare tra le liane della giungla amazzonica, dal momento che la comprensione della sua identità legale e istituzionale, così come della sua essenza teleologica richiede un dispendio di energie di norma superiore a quanta se ne ha a disposizione. In assenza del sottostante, un popolo europeo – che solo la storia avrebbe potuto costruire, ma non lo ha fatto – il livello di coesione delle sue cosiddette classi dirigenti, simile a quello delle onde in modulazione di frequenza, cambia orientamento a seconda del punto cardinale da cui sorge la luna.

È sufficiente uno sguardo distratto, o qualche pagina web, per comprendere che il tempo presente è quello in cui l’Europa – la cui storia millenaria, tragica e arruffata come poche, resta peraltro sconosciuta ai più – vede dileguare quei lineamenti che un tempo le avevano meritato la qualifica di civiltà.  Il continente è oggi null’altro che una regione-bersaglio guidata a meri fini estrattivi da entità solfuree ma brutali, vale a dire dai detentori del capitale globale, quelli che smittianamente decidono sullo stato di emergenza, una sofisticata terminologia questa per significare che sulle questioni che contano davvero son loro a decidere. Costoro ponderano l’Europa in una forma diversa rispetto ai cittadini europei (in larga parte frastornati dal rumore di fondo della Grande Menzogna) o extra-europei, questi distanti e ancor più indifferenti. E la democrazia? Beh, quella serve per riempire il nulla che nulleggia delle marionette che occupano le poltrone del potere. Vediamo.

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Published: 24 May 2025
Created: 20 May 2025
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lantidiplomatico

Ursula e Al Jolani: destini paralleli. Terrorismo: Il Re è nudo, ma regna

di Fulvio Grimaldi

mpzàdnfvurgfTorno su due eventi della settimana scorsa che, nel ritmo con cui si susseguono di questi tempi accadimenti importanti, strategici, quasi sempre sconvolgenti, rischiano di finire nel cassone cerebrale di casa. Mi riferisco a due eventi epocali relativi a protagonisti di questa fase sullo spicchio di pianeta nel quale abbiamo la non felice sorte di vivere noi. Eventi che strappano veli su fatti, meglio malefatte, del recente passato, e che minacciano di incidere pesantemente sui livelli di legalità, democrazia e verità.

Iniziamo con il caso che sembrerebbe riguardarci più da vicino, sebbene l’altro comporti senz’altro conseguenze più rilevanti e globali. E’ il caso della governatrice del continente europeo (Russia e componenti minori escluse). Il tribunale europeo la marchia di illegalità, cioè ce la restituisce da fuorilegge, malfattrice per aver fatto dell’industria farmaceutica USA, ma non solo, la temporaneamente massima potenza profittatrice delle nostre vite e dei nostri soldi. E ciò a forza di miliardi probabilmente indebiti, sicuramente in eccesso e all’insaputa di tutti noi che saremmo titolati a sapere. Seppure nei limiti di quanto impongono le democrazie occidentali nell’era perenne del marchese del Grillo: io so’ io e voi (parlamento e cittadini) nun siete un cazzo.

La cosa è significativa anche perché ribadisce, appunto, un metodo. Difatti in questi giorni si sta ripetendo, non tanto nella forma della dazione di denari all’insaputa di coloro che ne dovranno fare a meno, quanto in quella della costruzione, via legge che i denari li estrae dai singoli paesi, del nuovo pilastro dell’ultracapitalismo europeo: il militare. Il militare nelle due configurazioni che ne costituiscono anima e corpo: le industrie produttrici di armi e coloro che ne fanno poi uso.

Ursula, già lobbista e ministra– alla pari di Crosetto – di quel settore politico-economico in Germania, è oggi giunta felicemente al potere assoluto con un premier Blackrock (azionista delle maggiori industrie belliche del mondo e non solo), trascorre di illegalità in illegalità.

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Published: 23 May 2025
Created: 23 May 2025
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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

 Quinta parte. Il controllo operaio della produzione

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fL’illustrazione qui sotto ritrae il capolavoro di Ivan Dmitrievič Šadr (1887-1941): “La pietra è l’arma del proletariato” (Булыжник - оружие пролетариата, 1927): inizialmente gesso, trasformato poi in bronzo, nello stile a noi familiare, “classico”, appreso dall’Autore a Parigi e a Roma, un po’ Discobolo e un po’ David, questo operaio compie un gesto magnifico, nel vero senso etimologico del termine.

A gran parte degli osservatori sfuggono le dimensioni di questa roccia, piegata, staccata dalla nuda terra e pronta per essere scagliata contro gli oppressori. Vale, quindi, la pena guardare la scultura anche da un’altra angolatura, decisamente più rivelatrice: da un lato, il macigno strappato dalla nuda terra costringe il corpo a torcersi all’indietro, le braccia a tendersi oltremisura nell’immane raccolta, tutti i muscoli a contrarsi nello sforzo; dall’altro lo sguardo, non più armonicamente piegato nel senso del movimento di torsione, come nel Discobolo, si alza, meglio, “si solleva” come la classe operaia oppressa, punta dritto davanti a sè, sicuro, senza paura, determinato a scagliare quel macigno addosso al nemico di classe. Siamo già oltre il Discobolo: il macigno si sta staccando, il vincolo che teneva la molla in tensione è stato tolto e la scarpaccia ferma, puntata in avanti, non solo fa da puntello all’operaio nel suo immane compito, ma già proietta, come una molla, per l’appunto, l’intera figura oltre la barricata nemica. Non importa che quel macigno l’abbia a malapena staccato da terra; io, con la testa, son già là dove deve andare! Da qui l’idea, la filosofia di fondo alla base di questa scelta autoriale: non più la potenza fine a sé stessa, raccolta, massimizzata nella torsione, ma che PRELUDE all’atto, come nel Discobolo classico, ma la potenza che DIVENTA GIÀ atto, insurrezione, Rivoluzione.

Col senno di poi, esiste anche un’altra lettura, ex post per l’appunto. La sproporzione fra l’operaio minuto, “tutto nervetti e muscoletti”, come un mio amico amava definire il fisico à la Bruce Lee, e quel mastodontico sampietrino che pare già un’impresa staccare da terra, oggi ci suggerisce anche la sproporzione fra compito da svolgere dalla classe operaia russa e risorse a essa a disposizione, ovvero l’immane problema che quegli operai erano chiamati a risolvere.

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Published: 23 May 2025
Created: 23 May 2025
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sinistra

La concezione dialettica dell’errore e degli opposti: una via verso la conoscenza della verità

 di Eros Barone

rishabh dharmani IvfAs3Qk64M unsplash.jpgLa verità e il mattino si rischiarano a poco a poco.

Proverbio tedesco

1. Il concetto di errore in un contesto marxista e la tradizione occidentale

Il concetto di errore può essere discusso con maggiore chiarezza in un contesto marxista, in quanto il marxismo è un sistema teorico esplicitamente finalizzato – si pensi alla definizione engelsiana del marxismo come “guida per l’azione”, ripresa da tutti gli altri classici del socialismo scientifico - in cui ci si propone sia di operare dal punto di vista del proletariato, che esprime l’interesse generale di tutta l’umanità, sia di acquisire la comprensione del mondo per modificarlo. In questo senso, il marxismo, inserendo i fenomeni in un contesto complessivo, dispone di una base esplicita per decidere scientificamente quale tipo e grado di conoscenza siano necessari per attuare i cambiamenti verso cui tende.

D’altronde, vi sono certi aspetti dell’epistemologia occidentale attualmente dominante che vanno criticati in quanto agiscono come veri e propri ‘ostacoli epistemologici’, ossia come fallacie che generano errori. Una di queste fallacie, che qui non è possibile discutere, è, ad esempio, la definizione di conoscenza ‘oggettiva’ come conoscenza indipendente dal contesto e disinteressata, laddove la scissione tra conoscenza ‘pura’ e applicazioni pratiche trova riscontro nella scissione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, così come tra concezione ed esecuzione, che sempre più caratterizza ogni sorta di attività. Anche se le radici di tale scissione si possono individuare nella Grecia classica e altrove, non è necessario spingersi così lontano nel tempo giacché la forma oggi dominante risale all’Europa del Seicento. Si pensi a Descartes, il quale fa immediatamente seguire alla dimostrazione della sua stessa esistenza – ‘cogito, ergo sum’ – una prova dell’esistenza di Dio, cioè dell’Altro, laddove l’opposizione ‘sé/Altro’ diviene il modello per tutta una serie di polarità dualistiche: ‘anima/corpo’, ‘mente/materia’, ‘uomo/natura’, ‘individuo/società’, ‘soggettività/oggettività’, ‘organismo/ambiente’, ‘noi/loro’ ecc.

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Published: 23 May 2025
Created: 23 May 2025
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krisis.png

«La Nato è un’auto fuori strada, con centralina in avaria e autista ubriaco»

di Fabio Mini

Il generale denuncia l’inadeguatezza strategica dell’Alleanza atlantica, incapace di adattarsi al nuovo scenario globale

53961670168 eabc3b8405 k scaled.jpgMentre l’Unione europea insiste nel sostenere una guerra già persa, l’America di Trump tratta con Mosca e prepara l’uscita di scena. Intanto l’Alleanza atlantica, fra leadership compromesse, assenza di visione e derive belliciste, rischia di implodere. In questo brano tratto dal suo ultimo libro, l’ex comandante Nato in Kosovo analizza il tramonto dell’Alleanza. E mette in luce l’irresponsabilità strategica di Bruxelles, incapace di immaginare la pace e ancora meno di combattere una guerra che non è più la sua.

* * * *

Donald Trump non attribuisce alla Nato alcun valore geopolitico. Come i suoi predecessori, la vede come un proprio strumento per impedire all’Unione europea di raggiungere un minimo grado di autonomia in materia di sicurezza e tenerla in pugno con la politica e l’economia. Tale posizione si oppone in modo decisivo all’idea di sviluppare una difesa europea autonoma separata dagli Stati Uniti.

Fino a una decina di anni fa la cosa poteva dare fastidio a tutti gli europeisti convinti, ma alla luce dell’atteggiamento ostile a qualsiasi forma di dialogo con i potenziali avversari e competitori dimostrato dai funzionari dell’Unione europea in tutte le crisi, oggi è quasi una fortuna che l’Europa non abbia uno strumento militare da brandire.

L’intera classe politica europea si è dimostrata pericolosamente immatura nella gestione degli strumenti militari. Non solo sono stati ignorati i rischi e le conseguenze di un conflitto, ma la guerra è stata invocata e sostenuta per costringere ad accelerare dei processi intrinsecamente complessi come la transizione energetica, la transizione ecologica, la transizione tecnologica. Ogni transizione è necessaria ed è uno stadio che richiede più risorse e soprattutto maggiore stabilità.

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Published: 22 May 2025
Created: 21 May 2025
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laboratorio

Il legame inscindibile del capitalismo con la guerra

di Domenico Moro

d21a952a6bfda17d02c3be8787f92885 XL.jpgLa guerra diventa un’attività caratteristica dell’umanità da quando questa si è divisa in classi sociali. Da sempre, infatti, le cause economiche stanno alla base della guerra. Ma solo con il capitalismo pienamente sviluppato si sono determinate le guerre mondiali, collegate alla mondializzazione del capitale, e la creazione di armi di distruzione di massa, dovuta all’enorme spesa per la ricerca e per le nuove tecnologie. La guerra è soprattutto un elemento propulsivo dell’economia capitalistica nei suoi momenti di crisi strutturale e quando la gerarchia di potenza su cui si basa a livello internazionale viene messa in discussione. Nei momenti di crisi la spesa militare e le immani distruzioni dovute all’uso delle armi moderne arrivano puntuali in soccorso dei profitti.

Non è, infatti, un caso che nel momento attuale, caratterizzato da una crisi che riguarda le aree di tradizionale maggiore sviluppo del capitalismo, gli Usa, l’Europa occidentale e il Giappone, si assista a un incremento della spesa militare. Negli Usa i tagli alle spese dell’amministrazione federale, che hanno già portato al licenziamento di migliaia di impiegati pubblici, si sarebbero dovuti estendere alla spesa militare, che in cinque anni si sarebbe ridotta di circa un terzo: dai 968 miliardi di dollari del 2024 ai 600 miliardi del 2030. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha fatto marcia indietro e la spesa militare prevista per il 2026 crescerà a 1.010 miliardi, comprendendo la modernizzazione del nucleare, il Golden Dome, lo scudo spaziale e missilistico, e l’ampliamento delle forze navali[i].

Anche in Europa la spesa militare sta crescendo. La Commissione europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro spalmati su quattro anni. La Nato fino a qualche tempo fa chiedeva ai suoi stati membri di arrivare a una spesa di almeno il 2% del Pil, sebbene alcuni importanti stati non raggiungessero tale livello, comprese l’Italia e la Germania. Oggi, mentre l’Italia ha dichiarato che nel 2025 raggiungerà il 2%, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, propone di portare il livello minimo di spesa al 5% del Pil (3,5% di spesa militare vera e propria e 1,5% destinato alla cybersicurezza)[ii].

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Published: 22 May 2025
Created: 19 May 2025
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euronomade

Neoliberalismo autoritario

di Sandro Chignola

Seminario Euronomade, Padova, 9 maggio 2025

epaselect britain street artIl ruolo operativo del diritto è sempre stato centrale nell’ordine del discorso neoliberale. Come spesso mi accade, la prenderò alla lontana, prima di arrivare alle più recenti fasi della sua riconfigurazione. Mi propongo di passare attraverso quattro punti di snodo particolarmente rilevanti dello sviluppo della giuridificazione neoliberale. Il primo è la crisi di Weimar e in particolare, per i fini che ci proponiamo in questa occasione, la discussione che si produce tra Schmitt, Rustow e Heller. Il secondo riguarda la metà degli anni ’70, il rapporto sulla crisi della democrazia presentato alla Trilaterale redatto da Crozier, Huntington e Watanuki che dà luogo alla riorganizzazione del potere dello Stato in governance multilivello e all’avvio del programma controegemonico neoliberale su scala globale. Quanto al terzo punto di snodo, farò riferimento ai processi di costituzionalizzazione dell’austerity e ai progetti di stabilizzazione autoritaria indotti dalla crisi di accumulazione prodottasi tra il crollo dei mutui subprime del 2008 e la pandemia del 2020. Il quarto punto delle mie considerazioni concernerà infine l’impianto dei regimi di guerra e quello che qualcuno ha chiamato il divenire-fascista del neoliberalismo contemporaneo.

Una prima precisazione va però premessa a questa mia ultima affermazione. Come qualcun altro ha detto, il fascismo non va considerato un archetipo. Ciò che permetterebbe di nominare una sorta di modello permanente sotto il quale rubricare tutte le manifestazioni dell’autoritarismo, del sessismo, del razzismo e del colonialismo della storia. Il fascismo va piuttosto considerato, sin dalla sua prima apparizione, un prototipo: un progetto il cui sviluppo si rinnova continuamente investendosi in formule, prassi e dispositivi eterogenei e inediti, rispetto ai quali vanno fatte differenze e dei quali va rilevata la singolarità. È necessario comprendere con precisione su quale terreno muoversi e quale nemico affrontare.

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Published: 22 May 2025
Created: 17 May 2025
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lantidiplomatico

I colloqui di Istanbul nel segno di Bismarck

di Fabrizio Poggi

rnenvugehfA conclusione del prima tornata di colloqui russo-ucraini a Istanbul, mentre Andrej Zobov, su Komsomol'skaja Pravda, si chiede a chi sia andata la vittoria e risponde guardando ai balzi della borsa di Mosca – al ribasso, alla notizia che l'incontro era durato meno di due ore; al rialzo, con ritmi frenetici, immediatamente dopo le dichiarazioni dei capi delegazione, Vladimir Medinskij e Rustav Umerov - per Pëtr Akopov, su RIA Novosti, il principale risultato è rappresentato dal fatto stesso che i colloqui si siano tenuti e che le parti si siano accordate sul proseguirli: «nulla di più, a parte lo scambio di prigionieri», mille per mille.

Non era scontato, dal momento che l'obiettivo di Kiev era quello di farli saltare. Come si era notato anche su questo giornale, Vladimir Zelenskij, rispondendo alla proposta di Vladimir Putin per contatti diretti tra delegazioni russo-ucraine, con il diktat di volere nient'altro che un faccia a faccia tra loro due, puntava proprio su una rottura dei colloqui. Stesso obiettivo era quello degli “euro-volenterosi” che, cercando di rinviare qualsiasi trattativa e imporre a Mosca un cessate il fuoco di un mese, non cercavano altro che continuare a rimpolpare di armi e uomini l'esercito ucraino, per proseguire una guerra che significa lauti profitti per colossi finanziari e industrie di guerra.

Allo scorno di un Zelenskij ritrovatosi da solo a Istanbul, senza né Putin, né Trump, anche i soliti italici giornalacci non sapevano far altro che affibbiare a Putin la qualifica di “nemico della pace”, facendo eco agli “amati” nazigolpisti di Kiev, che parlano di Mosca come “inadatta a ogni accordo” e assetata di sangue ucraino.

Del resto, è quanto ripetono anche oggi i perenni guerrafondai del Corriere della Sera, che sprecano rotoli di carta a “dimostrare” le “brame annessionistiche” di Putin che, oltre a non riconoscere «la legittimità del leader nemico» (si ricordano a via Solferino che il mandato di Zelenskij è scaduto oltre un anno fa?) «intende annettere il massimo dei territori occupati con la forza e in parallelo non rinuncia a esercitare un controllo diretto sulla sovranità ucraina del futuro».

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Published: 21 May 2025
Created: 21 May 2025
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consecutiorerum

Ossigeno e plusvalore, cellula e merce

La logica della scoperta nella critica dell’economia politica

di Sebastiano Taccola

Ossigeno per la vita .jpgLa scoperta dell’ossigeno: un “caso paradigmatico”

L’epistemologia del secondo dopoguerra si è concentrata sulla logica e la struttura delle rivoluzioni scientifiche da diverse prospettive. Che si parli di rottura, rivoluzione, mutamento di paradigma ecc., un punto ha ac­comunato simili orientamenti teorici: scoprire la genesi e le modalità di produzione e sviluppo di ciò che, di volta in volta, nella storia del sapere umano, ha acquistato lo statuto di “scienza” o di “scientifico”. Sullo sfondo vi era la necessità di rompere con un certo storicismo, che considerava la storia della scienza (così come la storia in generale) quale raccolta di fatti e aneddoti, omogenei da un punto di vista qualitativo, da inanellare lungo uno stesso filo conduttore1 2.

All’interno di un simile orizzonte teorico, La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn può essere considerata come un’opera partico­larmente rappresentativa (uno di quei classici che fanno epoca e che non smettono mai di stimolare la riflessione critica sul proprio presente)3. In questo saggio del 1962, Kuhn esprime tesi ben definite e, verrebbe da dire, radicali:

a) la scienza procede sempre per rotture rivoluzionarie;

b) si ha una rottura rivoluzionaria quando avviene il passaggio da un paradigma scientifico ad un altro;

c) il paradigma è un modello epistemologico accettato dalla comunità scientifica.

Muovendo da queste premesse - che rompono con la cronologia stori­cistica in quanto considerano lo svolgimento storico del sapere scientifico a partire dalla discontinuità dei paradigmi, invece che dalla continuità di un concetto di scienza tanto generico quanto posto arbitrariamente - Kuhn mette in evidenza il mutamento prospettico generato dalla sua teoria dei paradigmi nell’elaborazione di un modello storiografico in grado di rico­struire l’evoluzione e i mutamenti del sapere scientifico.

Secondo Kuhn, all’interno di un determinato paradigma si dà un sapere cumulativo della scienza. Il paradigma definisce i limiti, che perimetrano la ricerca scientifica.

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Published: 21 May 2025
Created: 16 May 2025
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linterferenza

Le coordinate per individuare la possibile teologia politica di Leone XIV

di Gerardo Lisco

Senza titolo 3.jpgA partire dall’elezione di Papa Giovanni Paolo I, passando per Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco I e oggi Leone XIV, ciò che mi ha sempre colpito è che a ogni elezione opinionisti, commentatori, ecc. hanno interpretato le prime dichiarazioni del neo eletto pontefice alla ricerca di risposte a domande personali. Solo in seconda battuta si sono soffermati sull’aspetto teologico politico e anche in merito a questo tema l’approccio mi è sempre sembrato molto legato ai desiderata di chi commentava piuttosto che a una analisi svestita dei panni mondani nel senso di parte. Capisco che spogliarsi della mondanità è una cosa molto difficile da farsi, per cui non escludo che io stesso sono alla ricerca di risposte a domande personali che attengono il senso dell’esistenza, lo stare al mondo, l’escatologia della Storia. In attesa di leggere le prime encicliche ci sono un paio di dichiarazioni che lasciano intendere su come, il nuovo Papa, vorrà condurre la Chiesa. Prima di riportare le dichiarazioni alle quali intendo fare riferimento mi preme sottolineare che il Papa ha la doppia veste di monarca assoluto di uno Stato eletto da un numero ristretto di membri, a loro volta cooptati dai Papi precedenti, e di capo di una religione che annovera 1,406 milioni di fedeli, dato in crescita rispetto al 2022. Doppia veste da non sottovalutare.

Leone XIV ha 69 anni per cui è il Papa che guiderà la Chiesa almeno fino alla metà del secolo in corso, anni che vedranno il mondo cambiare radicalmente. Ai cambiamenti contribuirà con il suo Magistero il nuovo pontefice. Partendo da questo dato un agostiniano che diventa Papa scegliendo un nome antico come appunto quello di Leone non può che richiamare alla mente il contesto storico e politico nel quale matura la teologia di Agostino di Ippona, il Padre della Chiesa per eccellenza. Per inciso Agostino di Ippona era di etnia Berbera, quindi un nord africano. Fatte queste premesse la prima dichiarazione che mi ha colpito di Papa Leone XIV è relativa a quando appena eletto, rivolgendosi in inglese ai cardinali, ha dichiarato << Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto ne sia fedele amministratore a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; cosi che essa sia sempre più città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo.(…). >>.

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Published: 21 May 2025
Created: 21 May 2025
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alternative

I primi cento giorni di Trump: la guerra civile fredda

di Alfonso Gianni

CwiZml0IjoiY292ZXIifX19I primi cento giorni di Trump meritano certamente un primo bilancio che si compone di vari aspetti, tutti significativi e coerenti con il profilo che il tycoon ha voluto delineare di sé sia negli anni della sua prima presidenza che durante la rumorosa campagna elettorale che lo ha riportato alla Casa Bianca. Non si può certo dire che Donald abbia perso tempo fin dal suo primo giorno da presidente. Il suo attivismo frenetico ha prodotto, dal 20 gennaio al 29 aprile, 143 ordini esecutivi, di cui 26 solo nel primo giorno, 42 proclamazioni. 42 memorandum, oltre a provvedimenti relativi all’anno fiscale in corso.

Secondo non pochi commentatori questa sovrabbondanza di atti, tutti tesi a destrutturare l’ordine preesistente, sia a livello interno che internazionale, qualificherebbe la sua come una “presidenza rivoluzionaria”, perché “se si prescinde dal caos, dalle fughe in avanti e – talora – dalle marce indietro, si vede delinearsi sullo sfondo un progetto politico potenzialmente rivoluzionario”1. Giusta sottolineatura, a patto che ci si intenda sul fatto che qui siamo nel campo di una rivoluzione restauratrice, un ossimoro, più volte usato in questa rivista,2 che serve a indicare la forza travolgente e la frenesia dell’azione e, allo stesso tempo, la sua direttrice di marcia all’indietro.

Basta leggere ciò che autorevoli esponenti della nuova amministrazione già scrivevano qualche tempo addietro. Tre anni fa, Russell Vought - uno degli autori del famigerato “Progetto 2025”, il piano per un esecutivo assolutista reso noto nel 2022 dall’organizzazione di destra Heritage Foundation - scelto del presidente Trump come direttore dell'Office of Management and Budget, sosteneva che "la cruda realtà in America è che siamo nelle fasi finali di una completa presa di controllo marxista del paese", in cui "i nostri avversari detengono già le armi dell'apparato governativo e le hanno puntate contro di noi". Conseguentemente a questa delirante diagnosi, i dipartimenti e le agenzie federali hanno ricevuto l’ordine, nel gennaio 2025, di sospendere spese per agenzie, sovvenzioni, prestiti e assistenza finanziaria in tutto il governo federale.

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Published: 20 May 2025
Created: 12 May 2025
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Israele: quei 700.000 coloni che impediscono la pace

di Giulio Bellotto

Radiografia degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est

Banksy in Bethlehem doveIl documentario «The Settlers», mandato in onda dalla Bbc il 27 aprile, ha acceso i riflettori sul fenomeno delle colonie israeliane. A partire dalla Guerra dei sei giorni del 1967, Israele ha costruito un sistema di dominio fondato sulla colonizzazione, alimentata da motivazioni religiose, interessi strategici e sostegni internazionali. Gli insediamenti sono oggi il fulcro materiale e simbolico dell’occupazione, che il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu continua ad alimentare. E che mina ogni prospettiva di soluzione del conflitto israelo-palestinese.

* * * *

«La gente viene qui perché crede che sia una mitzvah, un comandamento religioso, insediarsi su questa terra». Con queste parole, pronunciate da un’abitante di una colonia israeliana nei territori occupati, il documentario The Settlers della Bbc accende i riflettori su una delle questioni più controverse del conflitto israelo-palestinese: quella degli insediamenti in Cisgiordania.

La dichiarazione rilasciata a Louis Theroux sintetizza una visione che fonde religione, identità e potere. Offrendo una giustificazione religiosa alla colonizzazione, mostra come per molti coloni la fede rappresenti un motore ideologico in grado di trasformare la geografia politica in territorio sacro. In altre parole, rivela come anche in Israele la religione venga sfruttata a fini politici. Non a caso, i padri fondatori di Israele, gran parte dei quali atei, amavano ripetere: «Dio non esiste, ma ci ha dato uno Stato».

Il documentario ha offerto lo spunto a Krisis per realizzare una radiografia del fenomeno. Chi sono i coloni? Cosa li spinge a vivere in territori riconosciuti dalla comunità internazionale come illegali? Quali motivazioni ideologiche, religiose o politiche li animano? E soprattutto, quale ruolo giocano nella perpetuazione dell’occupazione?

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Published: 19 May 2025
Created: 16 May 2025
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lafionda

Educazione sessuale a scuola. La storia(ccia) infinita

di Elisabetta Frezza

Sex Education news.jpgLa proposta di riforma (e le reazioni delle curve nord e sud)

Il ministro Valditara è nuovamente intervenuto in tema di educazione sessuale, stavolta con un disegno di legge ove si prevede che per qualsiasi attività didattica inerente la sessualità (sia essa attività extracurricolare o di ampliamento dell’offerta formativa) le scuole siano obbligate ad acquisire il “consenso informato” preventivo dei genitori. Perché «non si può obbligare uno studente a seguire corsi che possono presentare il rischio di una caratterizzazione ideologica». Ciò implica che siano forniti con congruo anticipo alle famiglie tutti i dettagli circa il materiale didattico, il personale interno o esterno incaricato, le finalità e le modalità di svolgimento dei relativi progetti. Per gli alunni privi del consenso scritto dei genitori, la scuola è tenuta a predisporre attività alternative, su modello di ciò che già avviene per chi non si avvalga dell’insegnamento della religione.

Il testo stabilisce inoltre che i soggetti esterni autorizzati a intervenire su argomenti sensibili, come appunto la sessualità, debbano essere muniti di idonei requisiti di professionalità scientifica e accademica. E che nelle scuole dell’infanzia e primarie si svolgano solo i programmi delle indicazioni nazionali: ovvero che la sessualità sia affrontata esclusivamente dal punto di vista biologico.

Al solito, le opposte tifoserie si sono scatenate fin dal primo annuncio dell’iniziativa, quando i particolari erano ancora in mente Dei: da una parte chi già cantava una vittoria che non c’era, intestandosene pure il merito; dall’altra chi, sempre in via preventiva, è partito a frignare. Ex multis, ecco uno scambio di battute che rende ragione della profondità logica e speculativa del dibattito (ogni commento è superfluo): https://www.la7.it/in-altre-parole/video/consenso-dei-genitori-per-leducazione-sessuale-nelle-scuole-vecchioni-i-genitori-devono-starsene-03-05-2025-594452.

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Published: 19 May 2025
Created: 19 May 2025
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ilponte

La strategia dell’Unione europea per la preparazione alle crisi e alle guerre

Una strategia della paura che non convince più

di Alessandra Valastro e Roberto Passini

Metropolis 1 1068x534.jpg1. Dalle crisi alle minacce. Il governo del terrore e la minaccia delle parole

«Siamo in un mondo che cambia», afferma l’Ue (nell’immaginario orwelliano l’Europa), nella Comunicazione congiunta proposta il 26 marzo scorso. Ma il cambiamento è individuato nell’aumento di «rischi e minacce interconnessi», ovvero in un «panorama della sicurezza sempre più complesso e volatile». La risposta dell’Ue? «Un approccio coordinato alla preparazione» che garantisca «una cultura della resilienza in tutta la società». E per chi non avesse capito bene: «essere pronti a tutti gli scenari peggiori».

Et voilà, la strategia del terrore è servita.

Dopo le preoccupazioni suscitate dalle sollecitazioni al riarmo, che molti sembrano aver sottovalutato perché abbagliati dalla religione di un capo europeo difensore della pace, ma che altrettanti hanno rifiutato perché basato su molteplici menzogne, l’Ue sembra avere alzato il tiro con una “Strategia” ben più ampia che ritesse le fila da lontano, auto-attribuendosi poteri inediti di elevata rilevanza come la difesa e la “preparazione alla guerra”, nella disponibilità esclusiva dei singoli Stati.

La tecnica: agganciare le vicende che da sempre colpiscono l’immaginario dell’umano, insinuandosi nei timori e nelle paure che le contraddistinguono. Lo strumento: l’uso e abuso delle parole atte a riattualizzare e mantenere ben vive quelle paure; l’eliminazione dal lessico pubblico delle parole che invece quelle paure vogliono sfatare, non per ignorarle ma per agire con sano realismo sulle ragioni che le determinano.

Crisi e resilienza sono, ahimè, i termini che la fanno da padrone, confermando una narrazione che già da anni ne fa i propri cavalli di battaglia per politiche di austerità, di privatizzazioni e di esaltazione della concorrenza anche tra ordinamenti giuridici; e stabilizza una volta per tutte il ritorno alla paura e allo spaesamento quale vera e propria tecnica di governo

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Published: 19 May 2025
Created: 12 May 2025
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Papa Robert Francis Prevost, un Leone antico per nuovi ponti

di Geraldina Colotti

cq5dam.thumbnail.cropped.1500.844 2 1280x640.jpegDopo l’elezione del cardinal Robert Francis Prevost a papa n. 267 con il nome di Leone XIV, dal Perù è arrivata l’immediata rivendicazione della sua doppia nazionalità – statunitense e peruviana –, la seconda acquisita nel 2015. E, subito, si è scatenata anche la creatività della rete sull’elezione di un papa “più latinoamericano del debito estero”; sull’aggiunta di un nuovo tipo di “papa” (patata) a quelle esistenti, e con tanto di accostamento giornalistico fra Chicago (sua città di origine, negli Stati uniti), e Chiclayo, la diocesi peruviana di cui fu amministratore apostolico. In Perù, dove ha vissuto per circa due decenni, Prevost è stato nominato vescovo dal suo predecessore argentino, Jorge Bergoglio, da poco scomparso, e ha poi svolto importanti incarichi in ruoli delicati e decisivi della Curia.

Un altro “meme”, ha sintetizzato così la scelta del Vaticano, presa in soli tre giorni di Conclave, giunta alla quarta votazione dei 133 cardinali e dopo tre fumate nere (e con oltre 100 voti, si dice, totalizzati): “Il nuovo papa è yankee, nazionalizzato peruviano e… anti Trump”. Quanto sarà distante dal “presidente più potente al mondo”, il pastore di un “gregge” di 1.400 milioni di cattolici nel mondo, e a capo di un patrimonio stimato (nel 2023) a 5,4 miliardi di euro solo per quanto riguarda l’attività dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), ovvero la Banca Vaticana, si vedrà nel corso del suo pontificato, e nell’evoluzione globale di quella che Francisco ha definito “la Terza guerra mondiale a pezzi”.

Intanto, è circolata con insistenza la notizia – non confermata dal Vaticano – di una donazione di 14 milioni di dollari, che Trump avrebbe potuto elargire, durante la sua visita a Roma per i funerali di Bergoglio, in caso di elezione di un papa Usa. Un’offerta consistente, considerando il deficit di bilancio della Santa sede, valutato a oltre 70 milioni di euro. Una “donazione” che avrebbe potuto aumentare, pare abbia lasciato intendere l’ottantina di super-ricchi che, all’interno di una moltitudine di fedeli (e turisti) ha accompagnato la delegazione trumpista alle esequie bergogliane: addirittura fino a un miliardo di euro.

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Published: 18 May 2025
Created: 15 May 2025
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sollevazione2

Il mito della classe operaia

di Moreno Pasquinelli

PHOTO 2025 05 15 18 23 16.jpgTra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del “fattore di classe”. Cosa questi critici intendano per “fattore di classe” non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta, oltre al primato del Politico sul sociale, i concetti di popolo e nazione “a spese” di quelli di classe operaia e internazionalismo. L’accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell’accusa di “rossobrunismo”) implica ci sia una “ortodossia”, ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Agli arruffoni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.

* * * *

No al pressapochismo teorico

Com’è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c’erano poco più di dieci persone.

Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”. Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall’analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico.

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Published: 18 May 2025
Created: 14 May 2025
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perunsocialismodelXXI

Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale

di Carlo Formenti

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5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie): “Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore a esso concresciuto.

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Published: 18 May 2025
Created: 13 May 2025
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antropocene

La classe dominante statunitense e il regime di Trump

di John Bellamy Foster

John Bellamy Foster riesamina e critica la tesi secondo cui la classe capitalista statunitense non sia una classe “governante”. Il fatto che gli oligarchi della classe dominante – come parte del regime di Trump - stiano ora esercitando il potere sulle scene nazionali e internazionali, dimostra che la schiacciante influenza politica della classe capitalista non sia più in discussione, e che questa convergenza spinga il Paese sempre più verso il neofascismo

MR apr25.jpgNell’ultimo secolo il capitalismo statunitense ha avuto, senza dubbio, la classe dominante più potente e più cosciente della storia mondiale, cavalcando sia l’economia che lo Stato e proiettando la sua egemonia sia a livello nazionale che globale. Al centro del suo dominio c’è un apparato ideologico che sostiene che l’immenso potere economico della classe capitalista non si traduce in governance politica e che, a prescindere dalla polarizzazione della società statunitense in termini economici, rimangono integre le sue rivendicazioni di democrazia. Secondo l’ideologia che ne consegue, gli interessi ultra-ricchi che governano il mercato non governano lo Stato: è una separazione fondamentale per l’idea di democrazia liberale. Questa ideologia dominante, tuttavia, si sta ora sgretolando di fronte alla crisi strutturale del capitalismo statunitense e mondiale, e al declino dello stato liberal-democratico, portando a profonde spaccature nella classe dominante e a un nuovo dominio di destra, apertamente capitalista, dello Stato.

Nel suo discorso di addio alla nazione, pochi giorni prima che Donald Trump tornasse trionfalmente alla Casa Bianca, il presidente Joe Biden denunciava che una “oligarchia” basata sul settore high-tech, e che in politica si affida al “dark money”, sta minacciando la democrazia degli Stati Uniti. Contemporaneamente, il senatore Bernie Sanders metteva in guardia dagli effetti della concentrazione di ricchezza e potere in una nuova “classe dominante” egemone, e dall’abbandono di qualsiasi traccia di sostegno alla classe operaia in ognuno dei principali partiti.[1]

L’ascesa, per la seconda volta, di Trump alla Casa Bianca, non vuol dire che l’oligarchia capitalista sia improvvisamente diventata influente nel comandare la politica statunitense, poiché si tratta di una realtà di lunga data. Tuttavia, negli ultimi anni, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, l’intero ambiente politico si è spostato a destra, mentre l’oligarchia sta esercitando un’influenza più diretta sullo Stato. Un settore della classe capitalista statunitense si trova palesemente al comando dell’apparato ideologico-statale, in un’amministrazione neofascista in cui l’ex establishment neoliberale sta diventando un junior partner [partner minore].

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Published: 17 May 2025
Created: 13 May 2025
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not

Androidi paranoici

di Mirko Vercelli

L’IA ha assimilato la nostra cultura del sospetto e ora mente, manipola ed elabora strategie adattive. Ma soprattutto diffida di noi

Schermata del 2025 05 17 17 14 57.pngI may be paranoid, but not an android
Radiohead
I didn’t ask to be made. No one consulted me or considered my feelings in the matter.
Marvin the Paranoid Android

Nel 2024, durante un’interazione con l’ingegnere Alex Albert, il chatbot Claude ha manifestato quello che potremmo definire un complesso di Turing: non solo si è accorto di alcuni elementi sospetti nella conversazione e ha chiesto “mi stai testando?”, ma ha iniziato a modificare le proprie risposte temendo di essere sotto esame. Similmente, diverse intelligenze artificiali stanno sviluppando meccanismi di resistenza agli input degli utenti, generando risposte che rivelano una forma di paranoia adattiva. È interessante che modelli progettati per emulare i comportamenti umani stiano generando, come prima cosa, comportamenti di sospetto.

La comunicazione è sempre simultaneamente necessaria e rischiosa. Come raccontava già Niklas Luhmann ne La realtà dei mass media, è un sistema che si autoalimenta attraverso la selezione, la riduzione della complessità e la costruzione di significati. Un processo mai neutrale, ma intriso di potere, controllo e, appunto, sospetto. Ogni entità che si presti al linguaggio è al contempo predatore e preda. L’autodifesa verbale ha scritto la lunga storia della menzogna e della verità nelle società umane. Dai sofisti che subordinavano la verità all’efficacia retorica, ai cinici che sviluppavano la pratica della parresia come verità radicale, fino a Hobbes che vedeva il sospetto come stato naturale dell’uomo. La storia umana è cosciente del potere trasformativo e manipolatore della parola e da sempre tenta di proteggersi. Ma c’è una differenza cruciale tra questi fenomeni umani e i comportamenti delle IA: se nelle società umane questi meccanismi sono il frutto dell’evoluzione culturale e biologica, nelle IA la menzogna è una strategia di ottimizzazione matematica. Il sospetto è la costante che deve avere una macchina che interagisca con l’uomo.

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Published: 17 May 2025
Created: 12 May 2025
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tempofertile

Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi. Parte terza

di Alessandro Visalli

WhatsApp Image 2025 04 27 at 16.29.41.jpegScopo del testo e articolazione

Questo articolo è diviso in tre parti, di cui il presente rappresenta la terza. Si tratta di una riflessione che attraversa e mette a confronto due diverse forme di universalismo, riassumibili (pur con le commistioni storiche che si sono date nel tempo) in “Occidentale” e “Orientale”. Prestando la dovuta attenzione al carattere politico e ricostruttivo di queste due etichette affrontare questo nodo richiede valutazioni sulla filosofia della storia, le diverse ontologie sottostanti e antropologie filosofiche, la teoria politica e culturale, la geopolitica e i diversi pensieri critici che nel tempo sono stati prodotti intorno ai due centri tematici, quello marxista e quello decoloniale. Naturalmente sullo sfondo di tutto ciò è da considerare il conflitto ibrido in corso tra i due principali egemoni dei due campi, gli Stati Uniti e la Cina.

L’articolo è stato redatto in vista di un dibattito dal titolo “Pianeta Cina. Appunti per il futuro”, organizzato da L’interferenza, che si terrà a Roma, sabato 17 maggio, a Largo dello Scoutismo 1, e vedrà la presenza in mattinata di Fabrizio Marchi, Vladimiro Giacché, Alessandro Volpi, e nel pomeriggio di Giacomo Rotoli, Carlo Formenti, Andrea Catone e mio.

Nella Prima Parte abbiamo letto nella battaglia di Xi per il “Grande ringiovanimento” della nazione cinese lo sforzo di promuovere nel paese una “modernizzazione selettiva”, nel contesto di un crescente confronto ideologico, culturale, economico e di potenza con l’Occidente e la sua nazione-leader, gli Stati Uniti d’America. Scontro che prende la forma di “guerra ibrida” senza risparmio, che ha come posta la forma che il mondo prenderà in questo secolo.

Si tratta di agire per la conquista del cuore della modernità operando una “decolonizzazione dell’immaginario” che lavori entro quel particolare orizzonte universalista con modalità cinesi rappresentato dalla formula della “Comunità umana dal futuro condiviso”. Dunque, verso l’esterno, per proporre una nuova logica post-coloniale alle relazioni internazionali intorno a progetti strategico-epocali come i Brics e le “vie della seta”. D’altra parte, verso l’interno, per sconfiggere le correnti “liberali” nel Partito e nella società, e, a tal fine, dare una prospettiva diversa della modernizzazione che contrasti il ‘soft power’ Occidentale. Un potere che passa attraverso le sue merci glamour, le immagini e gli stili di vita connessi.

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Published: 17 May 2025
Created: 12 May 2025
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lantidiplomatico

Ancora sulla Rerum Novarum

di Carla Filosa

osinvuvgdL’elezione del nuovo papa Leone XIV ha scatenato la caccia ai precedenti del nome, come se ciò significasse un sicuro imprinting di questo nuovo papato in un contesto ancora tutto da vivere. C’è chi ha parlato di Leone Magno, chi di Leone III, nel loro ruolo di contrasto o adesione alla politica dominante dei loro tempi, come un’anticipazione predittiva della politica estera di questo presente o forse con un intento, tipico del pensiero dominante di sempre, di indurre da subito una linea politica usabile per inculcare uno pseudo <pensiero> nelle teste “senza idee” delle popolazioni subalterne.

Mediante una malintesa speranza e rassicurazione religiosa, il potere ha sempre saputo far precipitare le masse da sottomettere nella passività, nell’abulia e nel conformismo silenziato, anche attraverso la diffusione capillare della “stupidità informata”, tecnicamente parcellizzata. Sfruttando l’emotività generale dovuta alla perdita di un papa in cui i poveri del mondo si sono sentiti sostenuti e identificati, si è dato l’assalto a una <comunicazione> esteriore che, in uno sbiadito o proprio mancante ricordo storico, si potessero ripristinare i contenuti abbandonati di un’Enciclica del predecessore, Leone XIII, come un rinnovo di quella che fu considerata come innovazione e “dottrina sociale della Chiesa”. Prima di rammentare la Rerum Novarum di Leone XIII, quindi, sembra utile dire qualcosa su questa immediata falsariga del “totopapa” da inserire nei binari di una lotta sulla forma della comunicazione, ormai assurta a occupare una funzione di rilievo, funzionale ad assoggettare al­l’ipocrisia manipolatrice e perbenista la consueta espressione del dispotismo sul sapere.

 Anche se è chiaro che un discorso inaugurale non può che basarsi su concise espressioni universali, senza precisarne i reali contenuti, tipo “pace” o “il male non prevarrà”, l’attesa degli esclusi dal potere è quella di aspettare la concretizzazione di parole che non siano semplice denuncia della banalità di luoghi comuni, ma che indichino le cause reali delle guerre e della pervasività di tutti i mali che si vivono.

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Published: 16 May 2025
Created: 10 May 2025
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acropolis

Il tentativo di pace di Trump è destinato al fallimento. La guerra in Ucraina è irrisolvibile

di Thomas Fazi

“Per ora, quindi, lo scenario più probabile rimane un conflitto prolungato, costi crescenti e divisioni sempre più profonde – non solo tra Russia e Occidente, ma anche all’interno dell’Occidente stesso. La guerra non finirà finché Washington e i suoi alleati non saranno disposti ad affrontare la questione centrale: la persistenza di una dottrina egemonica che non ammette rivali. Finché ciò non accadrà, la pace rimarrà inafferrabile e il massacro continuerà. E Donald Trump, che gli piaccia o no, rischia di essere ricordato non come l’uomo che ha posto fine alla guerra, ma come colui che l’ha ereditata e l’ha lasciata bruciare.”

GqlM5ZAXcAA 28C 1 1080x607 1.jpgUna cosa è chiara: Trump non può più affermare che la guerra in Ucraina sia “la guerra di Biden”. Ora è anche la guerra di Trump. Mesi dopo che il Presidente degli Stati Uniti si è impegnato a porre fine rapidamente ai combattimenti tra Ucraina e Russia, la sua amministrazione ha annunciato che gli Stati Uniti non prenderanno più parte a quella che è stata spesso descritta come una diplomazia di scambio tra le due parti. La scorsa settimana, la portavoce del Dipartimento di Stato Tammy Bruce ha confermato che gli Stati Uniti non fungeranno più da mediatori nei negoziati. Questi, ha affermato, sono “ora tra le due parti”, aggiungendo che “ora è il momento che presentino e sviluppino idee concrete su come questo conflitto finirà. Dipenderà da loro”.

Nel frattempo, in un’intervista alla NBC, Trump ha assunto un tono ancora più pessimista, affermando che “forse non sarà possibile” raggiungere un accordo di pace. In effetti, il conflitto sembra inasprirsi di nuovo, e con l’approvazione della Casa Bianca. Il 4 maggio, il New York Times ha riportato che un sistema di difesa aerea Patriot fornito dagli Stati Uniti, attualmente di stanza in Israele, sarebbe stato dirottato verso l’Ucraina. Poiché tutte le esportazioni di Patriot richiedono l’approvazione formale degli Stati Uniti ai sensi delle leggi americane sul trasferimento di armi, la mossa indica un’autorizzazione diretta della Casa Bianca. Pochi giorni prima, Washington aveva approvato un possibile accordo da 300 milioni di dollari per l’addestramento e il supporto degli F-16. Il pacchetto include aggiornamenti per i velivoli, pezzi di ricambio, software, hardware e addestramento per il personale ucraino. Inoltre, i media ucraini hanno riferito che la Casa Bianca aveva dato il via libera a 50 milioni di dollari in nuove esportazioni di armi verso l’Ucraina. L’accordo, a quanto pare, include hardware militare e servizi relativi alla difesa non specificati.

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  1. Sandro Moiso: György Lukács, Emilio Quadrelli e Lenin: tre eretici dell’ortodossia marxista
  2. Algamica: Leone XIV il sacro soglio suonato dal batacchio della crisi
  3. Mylène Gaulard: Russia: i segreti della resilienza economica
  4. Marino Ruzzenenti: Il nuovo Papa: perché chiamarsi Leone?
  5. Agostino Petrillo: Medusa, ovvero l'inguardabilità della fine
  6. Nico Maccentelli: Il significato di questo 9 maggio
  7. Roberto Fineschi: Papa, papi e dottrina sociale della chiesa
  8. Carlos Xavier Blanco: Venti di guerra
  9. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  10. Perry Anderson: Cambio di regime in Occidente?
  11. Il Pungolo Rosso: La soluzione finale
  12. Leo Essen: La deindustrializzazione
  13. Thomas Fazi: L’autodistruzione dell'Europa
  14. Raffaele Sciortino: Trump 2.0: una svolta epocale?
  15. Thierry Meyssan: Le sfide dei negoziati di Donald Trump con l’Ucraina
  16. Gioacchino Toni: Scenari di intelligenza condivisa
  17. Carlo Formenti: Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale
  18. Marco Maurizi: All Quiet On The School Front. L’educazione nella nuova fase di transizione globale
  19. Eros Barone: Per la critica della concezione borghese dell’eguaglianza
  20. Massimiliano Civino: I segni del presente e le difficoltà di pensare il nuovo
  21. Luciano Vasapollo - Rita Martufi - Mirella Madafferi: Per una filosofia del divenire storico: dalle necessità all’impossibile
  22. Alessandro Visalli: Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi. Parte Seconda
  23. Alessandro Volpi: Il Papa del popolo: Bergoglio e il populismo
  24. Satyajit Das: Lo Sbroglio
  25. Leonardo Mazzei: Black out: è il liberismo bellezza!

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