Il mito della classe operaia
di Moreno Pasquinelli
Tra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del “fattore di classe”. Cosa questi critici intendano per “fattore di classe” non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta, oltre al primato del Politico sul sociale, i concetti di popolo e nazione “a spese” di quelli di classe operaia e internazionalismo. L’accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell’accusa di “rossobrunismo”) implica ci sia una “ortodossia”, ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Agli arruffoni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.
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No al pressapochismo teorico
Com’è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c’erano poco più di dieci persone.
Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”. Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall’analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico.
E’ triste dirlo ma ciò vale anche per tanti militanti marxisti che di Marx conoscono, sì e no, l’abc. L’alibi di chi non ha profondità teorica è mascherare questa deficienza apponendo i dati di fatto, i risultati pratici ai principi teorici. E’ vero che il pensiero da solo non cambia il mondo, ma non si è mai visto cambiarlo da chi pensiero profondo non possedeva. L’America ha vinto anche grazie all’egemonia della sua peculiare filosofia, il pragmatismo: meglio l’uovo oggi che la gallina domani, la prassi trasmutata in calvinistica operosità performativa, la filosofia disprezzata come superflua metafisica.
Esula da questo breve saggio, poiché chiederebbe molto più spazio, un’indagine sistematica sulle idee fondamentali di Marx — per meglio dire, e non è la stessa cosa, quelle che gli epigoni han fatto diventare fondamentali a spese di altre sottacendo le evidenti antinomie marxiane —, quelle che hanno dilagato nel ‘900, in molti casi diventando egemoniche. Dobbiamo limitarci, per stare ai nostri critici, a quella che può essere definita la madre di tutte le idee marxiste: il mito della classe operaia.
Dei miti e delle loro funzioni
I seguaci che considerano il marxismo una scienza — nel senso di una concezione esatta e infallibile della storia — sobbalzeranno sulla sedia, ci accuseranno di blasfemia. Per essi il mito è per sua natura irrazionale, fantasticheria primitiva, un’anticaglia seppellita da progresso. Per essi dunque, affermare che Marx (lo scienziato!) abbia fondato un mito, significa squalificarlo, attribuirgli una tremenda nota di demerito. Per noi è l’esatto contrario: una delle ragioni della grandezza di Marx è proprio quella di avere fabbricato il potente mito di una classe che per sua stessa natura era destinata a riscattare tutti gli oppressi e a salvare il mondo.
L’essere umano, data la sua natura antropologica, ha bisogno di miti in cui credere e per cui battersi; essi sono infatti espressioni simboliche di istanze psichiche profonde, istintive ed emotive, archetipi che soggiacciono, come strati nascosti, alle sovrastrutture ideologiche successive, che dunque preesistono all’esperienza. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo”.
Il Sorel, checché se ne possa pensare della commistione tra marxismo e vitalismo bergsoniano, è stato quello che con più forza ha sottolineato la potenza demiurgica e creativa del mito sociale, come figura che spinge le masse all’azione, per lui quindi opposta a quella dell’utopia —dove utopia sta per la credenza che si possa cambiare il mondo senza rivoluzione:
«Si può parlare all’infinito di rivolte sociali senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] Il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna». [Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza]
Ciò che sterminate masse, anche negli angoli più sperduti del pianeta, accettarono come mito nel secolo grandioso che ci siamo lasciati alle spalle, è l’idea che vi fosse una classe, quella degli operai dell’industria, destinata a liberarci una volta per tutte dalle catene dell’oppressione e dell’abiezione, e quindi a condurre l’umanità al socialismo. Non è che nella modernità fosse scomparso il mito: merito di Marx è averlo strappato dal cielo facendolo scendere sulla terra, costruendolo come mito storico-sociale.
Il mito nel giovane Marx…
Vale la pena soffermarsi su come Marx sia giunto a tanto. Basti dire che come materiali grezzi ha usato, genialmente assemblandoli, la filosofia finalistica della storia hegeliana (con la sua dialettica del negativo come motore del progresso storico) e la sociologia positivistica di Saint Simon (col suo culto dell’industria, delle forze tecnico-scientifiche, delle moderne classi produttive).
Ogni teoria politica ha una base filosofica. Prima di diventare marxista, ovvero prima di individuare la classe operaia industriale come la moderna e peculiare forza sociale levatrice del socialismo, nei vulcanici scritti giovanili, Marx così pose filosoficamente la questione:
«La liberazione è la liberazione dal punto di vista di quella teoria che proclama l’uomo la più alta essenza dell’uomo (…) la condizione operaia è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell’uomo. (…) Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell’ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo». [K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Dicembre 1843-Gennaio 1844].
Evidente la matrice umanistica e idealistica di questo filosofare. Pochi mesi dopo il nostro, riflettendo sulle prime rivolte operaie in Germania, ribadiva questa matrice filosofica:
«Una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità perché — se pure essa ha luogo solo in un distretto industriale — essa è una protesta dell’uomo contro la vita disumanizzante, perché muove dal punto di vista del singolo individuo reale, perché la comunità, contro cui la separazione da sé l’individuo reagisce, è la vera comunità dell’uomo, l’essenza dell’uomo». [ K. Marx, Glosse critiche all’articolo di un prussiano. Agosto 1844 ]
Qui, con le categorie di essenza umana, di comunità e totalità, sta la sorgente filosofica del successivo mito della classe operaia, qui abbiamo già, infatti, la figura simbolica di una classe sociale dalla missione salvifica e universale. E’ a questo punto che Marx compie una seconda mossa filosofica: l’innesto su questa matrice umanistica della dialettica hegeliana servo-signore, radicalizzandola:
«Proletariato e ricchezza sono opposti. Essi formano come tali un tutto. Entrambi sono figure del mondo della proprietà privata. Ciò che conta è la posizione determinata che entrambi occupano nell’opposizione. Non basta dire che sono lati di un tutto. (…) Il proletariato è costretto è costretto a togliere sé stesso e con ciò l’opposto che lo condiziona e lo fa proletariato, la proprietà privata. Esso è il lato negativo dell’opposizione, la sua irrequietezza in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi». [K. Marx, La sacra famiglia. Settembre 1844]
Da questa mossa Marx ricava e propone una versione estrema di teleologia deterministica:
«Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere». [ K. Marx, Ibidem]
… e in quello “maturo”
Come si vede qui non abbiamo nessuna analisi del capitalistico modo di produzione, nemmeno un riferimento alle sue leggi di movimento tra cui la presunta essenziale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Non abbiamo le categorie di merce, di valore e plusvalore, nessun accenno al lavoro astratto come fonte del valore. Pur tuttavia, come detto, è qui che vengono gettate le basi filosofiche del mito della classe operaia come soggetto che proprio in base alla sua intrinseca essenza, pur senza averne coscienza, quali che siano le sue rivendicazioni, è destinato, anzi costretto, a compiere la propria missione. Non si discute quindi di possibilità, qui c’è il dogma finalistico della necessità. Usando il paradigma di Carl Schmitt, per cui le moderne categorie del Politico non sono che concetti teologici secolarizzati, dovremmo parlare di una visione soteriologica ed escatologica.
C’è qui, infine, implicita un’idea, anzi un teorema: che la battaglia dei proletari in difesa dei propri interessi immediati, anche meramente sindacali, sia consustanziale a quella ideale e rivoluzionaria per il comunismo. Sarà Lenin a prendere atto che così purtroppo non è, che le lotte sindacali ed economiche sono “la politica borghese in seno alla classe operaia”, che la coscienza rivoluzionaria non sorge spontaneamente ma “può essere portata solo dall’esterno” dei meri rapporti di fabbrica. [ V.I.Lenin, Che fare ]
Chiediamoci: il Marx maturo, quello del Capitale, quello che pretese di aver trasformato il socialismo da utopia a scienza, rinnegò forse, come ebbe a sostenere Luis Althusser, la sua visione filosofica originaria? Per niente. Egli utilizzerà le sue analisi empiriche del capitalismo e le sue scoperte scientifiche, come conferme a fortiori della sua visione finalistica della storia. Solo si sbarazzerà di certo linguaggio astratto e concetti metafisici — ad esempio l’idea del proletario come agente di una rivoluzione sociale che nel suo essere totale e radicale doveva addirittura fare a meno di essere politica — affinché il mito di una classe rivoluzionaria in sé potesse essere più solido e quindi penetrare tra le masse, affinché diventasse una forza invincibile.
Il proletariato della fase idealistica subiva un processo di transustanziazione, il suo carattere provvidenziale dipendeva ora non più dall’essere la parte più alienata e abietta della società, bensì dal posto centrale che esso deteneva nel processo di produzione sociale, in quanto incarnazione della forza produttiva generale.
«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente». [K. Marx F, Engels, L’ideologia tedesca, 1845-46]
Spazzato via, a favore dell’oggettivismo storicista hegeliano, ogni dualismo kantiano tra essere e dover essere. E’ l’essere stesso così, il movimento oggettivo della storia, a procedere, motu proprio, verso il comunismo.
Una forza è tanto più invincibile se crede nel mito di sé medesima, se si convince che la propria liberazione non è mera possibilità — che quindi dipende dall’incontro di molteplici fattori — ma risponde a necessità, a un movimento oggettivo, a un ordine destinale della storia. Invincibile poiché addirittura impersona la spinta delle moderne forze produttive. Di qui la tesi che il socialismo sia l’ineluttabile frutto dello stesso sviluppo delle forze produttive capitalistiche; di qui il mito che la classe operaia (ormai individuata negli operai dell’industria moderna) abbia intrinseca la missione di sopprimere, col capitale, se stessa, in vista del definitivo approdo al “regno della libertà”. Il comunismo come inveramento in terra della “città di Dio”.
Non abbiamo così solo un mito, ma mito raddoppiato in quanto si addobba coi paramenti sacerdotali della scienza. Un mito che sarà poi Engels a giustificare, fabbricando un marxismo come sintesi di storicismo, positivismo ed evoluzionismo — con ciò aggiungendo al corpo teorico marxiano ulteriori antinomie.
Che qualche dubbio si sia insinuato già in Marx sulla natura e il ruolo attribuito alla classe operaia è certo. Non ci spiegheremmo altrimenti il seguente lapidario giudizio:
«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla». [ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865 ]
Né capiremmo il ricorso di Marx (nei Grundrisse) alla categoria del “general intellect”, che infatti verrà utilizzata da certo operaismo italiano, dopo la sbornia fabbrichista, come controfigura e successore della classe operaia. Anche questo tentativo era il sintomo del tramonto di un mito, anzi il tentativo, disperato quanto elegante, d’inventarsene uno nuovo.
E’ proprio così, la classe operaia o è rivoluzionaria o non è nulla, per la precisione, e stando alle categorie del Marx maturo, solo la parte variabile del capitale. E quando questa classe è riuscita a svolgere, momentaneamente, un ruolo rivoluzionario è stato grazie all’esistenza, nel suo seno, di un’avanguardia organizzata, un’avanguardia forte appunto dell’arma del mito.
Dopo l’oblio, quale mito?
Ha resistito il mito della classe operaia — quello che il postmodernista Francois Lyotard ridenominò “meta-narrazione” — alla prova della storia? La risposta è no. Non solo non ha resistito, dopo essersi appassito è stato dimenticato dalle masse, abbandonato anzitutto dalla classe operaia medesima, stanca di portare addosso quella pesante croce. Quel mito è stato condannato alla desuetudine, è oramai un’arma scarica, un’idea priva di ogni potenza evocativa.
C’è stato un momento storico decisivo in cui il mito della classe operaia è stato messo alla prova: dopo la rivoluzione bolscevica. Davanti a quel poderoso assalto al cielo, compiuto per nome e per conto della classe operaia mondiale, di quella europea anzitutto, questa classe, nella sua maggioranza, è restata appresso ai socialdemocratici, in Italia e Germania subendo addirittura un processo di fascistizzazione, così che l’avanguardia russa è stata lasciata drammaticamente sola, fino a collassare su sé stessa. Oggi possiamo dirlo: quello fu un colpo letale, un colpo dal quale il grande mito non si riprenderà più.
Nulla di nuovo che ci siano in giro testardi i quali, sordi alle lezioni della storia, non vogliano riconoscerlo, che sperano nel miracolo della sua palingenesi. Che si rifiutano di ammettere che la dipartita di quel mito è forse la ragione fondamentale del supplizio subito dal marxismo, poiché esso era il vero e proprio fulcro su cui poggiava l’intera costruzione teorica.
Nulla di strano che i miti siano destinati ad appassire per poi soccombere all’opera distruttrice del divenire storico. L’umanità, le civiltà, molti ne hanno conosciuti, rimpiazzando miti vecchi con miti nuovi.
Del fatto che gli umani abbiano bisogno di miti, di simboli che indichino orizzonti di senso alla storia, lo vediamo anche nei nostri tempi. In barba ai sapientoni liberali che considerano i miti arcaiche fantasie, vediamo oggi che il mito a cui la civiltà occidentale (e non solo quella) consegna il suo destino è quello della scienza, per la precisione della potenza della tecnica e dei suoi prodigi. Ogni civiltà ha un suo mito, che corrisponde al suo proprio spirito. E’ un paradosso solo apparente che il mito che nella modernità abbia resistito sia proprio quello della scienza, che proprio questa sia diventata la religione civile, con la sua corte dei miracoli di apostoli, sacerdoti e ministri del culto. Non cadete nell’inganno: il mito della tecno-scienza non cade dal cielo, è la maschera dietro alla quale la nuova borghesia nasconde sé stessa, spacciandosi come agente del progresso universale.
Ma che sia un travestimento ingannevole non deve impedirci di smentire quella che Marx considerava come la principale contraddizione sistemica, quella tra rapporti di produzione e forze produttive, per cui il capitalismo sarebbe diventato una camicia di forza del “progresso”. In verità il capitale è per sua natura dinamico, mosso anzi da un frenetico impulso vitale. Esso non può infatti fare a meno di sviluppare le sue forze produttive, quindi a utilizzare pro domo sua ogni scoperta scientifica per accrescere la propria produttiva potenza. Il capitalismo è una “brutta bestia” per diverse ragioni, ma la prima delle quali è proprio che in fatto di progressismo batte in breccia ogni concorrente.
Così forse ci spieghiamo come mai, siccome questo progressismo si manifesta come spietato Moloch che sacrifica ai suoi piedi tutto quanto di propriamente umano incontra sulla sua strada, s’avanza nelle viscere del mondo un comune sentire anti-progressista e tradizionalista, che certe élite politiche tentano di usare come carburante reazionario.
Il fatto è che avendo la storia scippatoci il vecchio mito, non abbiamo un contro-mito da opporre a quello di cui il capitale si serve per giustificare la propria supremazia. E non si vede all’orizzonte, né questo contro-mito, né un profeta che lo annunci.
Per questo dovremmo forse chiuderci in un cenacolo? No, l’umanità è sempre in cammino e noi dobbiamo procedere con essa, sapendo anzi che siamo dentro una crisi di civiltà, che il mondo conoscerà nuove scosse telluriche, che dentro questo gorgo siamo condannati a stare, a pensare, ad organizzarci per agire. Dobbiamo accendere il fuoco con la legna che abbiamo in cascina. E che legna abbiamo? Quanta ne abbiamo?
Abbiamo un neo-capitalismo che nel suo vorticoso sviluppo, come non mai, ha ammucchiato ricchezza smisurata a un polo e miseria crescente a quello opposto. Abbiamo un sistema che mentre ha neutralizzato la classe operaia salariata ha creato una moltitudine di dannati costretti a loro volta a mettersi in vendita per tirare a campare. Non è propriamente una classe, è una nuova plebe. Una poltiglia sociale che tuttavia recalcitra, si oppone come può allo stato di cose presente. Queste plebe rifiuta tuttavia questa condanna, sa che oggi non è nulla ma vuole essere tutto, inizia lentamente a sentirsi popolo, vuol diventare popolo e in quanto tale chiede democrazia reale e sovranità. Questa consapevolezza può sembrare poca cosa, in verità porta seco un impulso che, per quanto frammisto a diversi detriti, sta entrando in rotta di collisione con la nuova aristocrazia liberal-capitalistica, perché contiene un’eccedenza comunitaria e democratica che non può essere esaudita dal sistema, che quindi può (sottolineiamo può) avere una dimensione rivoluzionaria.
Da qui occorre partire, dal fatto di sentirsi e voler essere popolo di questi nuovi e tiranneggiati plebei, dal loro considerarsi l’anima stessa della comunità nazionale, dall’aver scoperto che loro è la nazione, che anche per questo il super-capitalismo globalista (di cui la Ue è protesi) vuole mandare in frantumi.
Crescono i populismi delle più diverse fattezze, ed i nazionalismi con loro. Siamo nella fase di ascesa di questi populismi non quindi per un accidente, ma perché il populismo è la modalità funzionale, la forma politica più adeguata che questa plebe ha partorito, per dimostrare di esistere, per sfidare il potere dell’élite, per rivendicare giustizia sociale. Se le sinistre sono escluse da questa sfida è perché si sono messe di traverso alla riscossa plebea, quelle di regime per ovvie ragioni, quelle radicali anche per essere restate aggrappate a mito morto della “classe operaia”, riciclato e sputtanato in quello del “povero migrante”, così che la lotta di classe è diventata la pietistica e impolitica “accoglienza” a prescindere, con la violazione delle frontiere come simbolo di massimo antagonismo (sic!).
Classe e nazione
Maggio 2004, era il tempo dei 21 giorni di lotta allo stabilimento FIAT di Melfi, in Lucania. Uno sciopero prolungato animato da un pugno di sindacalisti della FIOM. Si concluse con una sostanziale vittoria. Avvenne un fatto che ci colpì profondamente. Davanti alla carica della polizia gli operai si sedettero a terra e mentre i celerini si accanivano con i loro manganelli gli operai, tutti assieme, intonarono non Bandiera Rossa ma… Fratelli d’Italia.
AI critici che ci dicono che dimentichiamo il “fattore di classe” diciamo che è l’esatto contrario, poiché questa lotta plebea è, nelle concrete condizioni, una forma, per quanto sui generis, di lotta di classe. Il compito non è quello di trasformare questa plebe in classe, ma di sostenere l’impulso di questa plebe a diventare popolo, affinché diventi una forza rivoluzionaria. Affinché ciò sia possibile occorre oggi, non un riverniciato partito comunista, ma un partito che invece di fare spallucce davanti ai fenomeni populisti, agisca per dividere il grano dal loglio, per depurare l’impulso democratico implicito nel populismo dai detriti anche reazionari che lo contaminano. Un partito populista di massa, rivoluzionario e democratico.
Avremo convinto i nostri critici? Ne dubitiamo. Come minimo le loro critiche ci son servite a precisare quanto pensiamo. Per noi è abbastanza.
Tuttavia, dato che essi vogliono trastullarsi al gioco del chi è più “fedele alla linea” chiudiamo con una citazione di Engels, che mentre era convinto della missione salvifica della classe operaia, sapeva altrettanto bene che per farlo detta classe doveva appunto diventare l’avanguardia politica della nazione, il campione di altre classi popolari.
“Come si può uscire da questa miseria? Solo una via è possibile. Una classe deve diventare abbastanza forte da far dipendere dalla sua ascesa quella di tutta la nazione, dal progresso e dallo sviluppo dei suoi interessi il progresso degli interessi di tutte le altre classi. L’interesse di questa unica classe deve diventare per il momento interesse nazionale”. [F. Engels, Lo status quo in Germania, 1847]
Ammesso che gli operai assumano un ruolo dirigente, non ci riusciranno mai con un classismo ottuso, sezionale e corporativo, non sotto la bandiera dei propri interessi particolari ma, al contrario, nel nome dei diritti universali della società, della nazione e dei suoi cittadini.









































Comments
Nella Sacra Famiglia, opera strutturata per la critica del “Critical Criticism” Marx sostiene qualche cosa di più sofisticato: le categorie di analisi del capitalismo sono implicite nel riferimento alla proprietà privata e alla rappresentazione degli effetti sulla condizione estrema del proletariato, di cui descrive il sentimento di annichilimento, mutuando solo espressioni linguistiche di Hegel, “It is, to use an expression of Hegel, in its abasement the indignation at that abasement, an indignationit is necessarily driven by the contradiction between its human nature and its condition of life, which is the outright, resolute and comprehensive negation of that nature.
Within this antithesis the private property-owner is therefore the conservative side, the proletarian the destructive side”.
E aggiunge che la deplorevole condizione del proletariato riassume e condensa la natura dei rapporti sociali del capitalismo, un po’ come avviene in modo irrevocabile con la moneta, il denaro.
Né trascura il ruolo necessario svolto dalla consapevolezza teorica da parte del proletariato, in merito alla propria condizione reale, morale e spirituale e al compito storico da affrontare, il cammino verso la sua emancipazione: emancipazione che spiritualmente e concretamente dipenderebbe solo dal proletariato e che si produce su chiari e oggettivi requisiti logici e storici, determinati dai rapporti di produzione e potere del capitalismo.
Oltre al problema della effettività e tempi storici di attuazione della teologia della gloria nei termini difesi da Marx, (non a caso il teologo Sant’Agostino non gli fu completamente congeniale), si presentano per Marx tre sfavorevoli complicazioni storiche, non tanto attinenti l’analisi scientifica del capitalismo, che rimane in assoluto la più grandiosa e profonda, ma in relazione a alcune convinzioni e potenziali deduzioni.
La prima, alquanto controversa, ha a che fare con il fatto che il capitalismo non è necessariamente un definitivo superamento del feudalesimo come auspicato, ma una variante evolutiva.
La seconda e terza, che possono essere raggruppate, si collegano alla dinamica del capitalismo, specie quando crescono accumulazione e tasso del salario: non si manifestano chiaramente né situazioni in cui leader rivoluzionari emergono spontaneamente dal proletariato, né situazioni in cui la classe dei lavoratori, del proletariato esprima una posizione e soggettività marcatamente e efficacemente rivoluzionaria.
Marx spese gli ultimi anni studiando il sistema finanziario e suoi punti critici. Ciò che oggi curiosamente e tragicamente si constata è che l’imposizione del paradigma neoliberale fascista ha rappresentato uno straordinario regresso, voluto della classe dominante, (contro un capitalismo marxiano kaleckiano), verso un sistema di dominio neofeudale e schiavistico, anche a spese dell’accumulazione capitalistica.
Cioè il capitalismo e imperialismo finanziario, con le sue innovative modalità di creazione di moneta, concentrazione di flussi finanziari, di indebolimento dello stato e ristrutturazione delle gerarchie di potere e di estrazione di plusvalore, con netto privilegio concesso alla estrazione di rendite, rappresenta un potente strumento di riedizione dello schiavismo e di forme di sottomissione medievali, nelle quali il valore della vita delle classi inferiori ridiventa zero, come ai tempi della condizione estrema del proletariato.
Non si può però che concordare con la sconfortante osservazione, che chi si è fermato a una lettura di Marx eccessivamente vertente su sclerotizzati miti e dogmi, equivocamente rassicuranti e sorgente di falsa autorità, è probabilmente, poi, scivolato con la stessa leggerezza nella adesione acritica agli slogan mitologici neoliberali fascisti.
Se tu parli anteponendo il "se" e non ti accorgi che porti a spasso il tuo cervello fra le nuvole non è colpa mia.
Prova a misurarti con la realtà. Parli di Lenin senza conoscere neanche dieci pagine di quello straordinario evento storico, in questo modo puoi parlare solo a chi si bea della sua ignoranza.
L'umiltà non alberga negli adulatori delle idee astratte. E tu continui a parlarti addosso. Beato te, continua così, continua a vivere bene, guai a prendere coscienza della pochezza di quel che scrivi. Capito mi hai?
Michele Castaldo
Ecco l'eccelso ideologo mostrare impunemente la sua miseria, come dire: nessuno può mai dimostrare che se non cadeva l'acqua mi sarei ugualmente bagnato.
Ora nei confronti di un simile personaggio bisognerebbe solo riservargli lo stesso trattamento che riservo' il celebre comico romano rivolgendosi al cretitino che fischiava dal loggione: non c'è lho con te, ma con quell'imbecille che ti siede a fianco e non ti butta giù dal loggione.
Michele Castaldo
https://www.feltrinellieditore.it/news/2005/02/21/massimo-mucchetti-fiat--lassegno-gm-evita-laumento-di-capitale-4503/
Massimo Mucchetti: Fiat, l’assegno Gm evita l’aumento di CAPITALE
21 Febbraio 2005
Che cosa rappresenta, in concreto, il divorzio di Fiat da General Motors? L’assegno di 1,55 miliardi di euro ricevuto a Torino costituisce per due terzi il premio pagato dagli americani per evitare di dover rilevare Fiat Auto e per un terzo il corrispettivo per la comproprietà dei brevetti del cambio M 20-32 e dei motori diesel multijet Sde e Jtd nonché per il 50% della fabbrica polacca degli Sde. Il premio equivale a un aumento di capitale, ma non ha le stesse motivazioni: i soci spendono per acquistare nuove azioni; Gm, invece, paga per non doverle comprare.
PS
Quello che manca oggi è l'internazionalismo comunista,che non può essere surrogato dal multipolarismo....Con tutti i suoi difetti fino al Comintern il movimento internazionale dei lavoratori ha prodotto un avanzamento generale in tutti i paesi del movimento dei lavoratori,con la rottura dell'unità internazionalista tra URSS e RPC è iniziato il declino del movimento dei lavoratori.
Segno dei tempi, scontiamo da epigoni di una teoria positività incapace di capire come soggetto la relazione che fa la storia e andiamo alla ricerca di Maria pe Roma.
L'uomo si muove solo in base a necessità. Se non si è in grado di capire questa semplice verità si può sempre tacere, che è una nobile arte.
Michele Castaldo
socio-politico può essere “moribondo” sostanzialmente per secoli, senza che le condizioni accidentali (b) del crollo si presentino. La preoccupazione dei gruppi dirigenti di un sistema moribondo può essere, addirittura, di conservarlo tale molto a lungo e di escludere le occasioni di un crollo in cui i rivoluzionari fanno la fine di Pisacane o di Bresci. Da questo punto di vista, niente esclude che il sistema possa riuscire a rinnovarsi, pur conservandosi: questo è, ad esempio, il significato del trumpismo; parimenti, per servirci di un’ipotesi controfattuale, nessuno può escludere che Nicola II sarebbe riuscito a far meglio di Lenin, se un insieme di cose avesse funzionato diversamente. In realtà, il fatto che non esistano scadenze nei processi storici implica che le teorie del crollo sono perfettamente legittime. Le teorie rivoluzionarie sono plausibili proprio perché sfornite di scadenze, così come i rivoluzionari professionali sono leciti perché, scommettendo su scadenze, sono consapevoli di poter perdere, accettando il duplice rischio di formulare una previsione sbagliata e, nel contempo, di lavorare “dentro” la crisi, che è quanto dire dentro i processi (a) avendo di mira le condizioni (b). Dunque, è vero che i processi oggettivi sono più potenti delle intenzioni soggettive (momento organico e sostanziale), ma è altrettanto vero che essi non possono giungere al loro pieno compimento senza l’intervento delle forze soggettive (momento inorganico e accidentale).
continui ad arrovellarti il cervello, ti e ci fa bene, ci aiuta a vivere senza impigrirci finendo come tanti per portare a spasso il cane (amico dell'uomo? Si, dell'uomo solo).
La classe operaia una classe rivoluzionaria? Una vera e propria stupidaggine.
La borghesia una classe rivoluzionaria rispetto all'aristocrazia?
Un'altra stupidaggine.
Eppure su due stupidaggini si sono formati migliaia di militanti, intellettuali, dirigenti e così via.
Prendiamo però il toro per le corna e diciamo che tutto l'impianto del Manifesto del Partito comunista del 1848 è metafisica allo stato puro.
Ma Marx non è solo il Manifesto, ma molto, molto e molto di più: è un vero e proprio laboratorio e se ci sono degli ingenui che partono da dove Marx e Engels partirono non potranno mai capire che gli stessi due lo misero in discussione approdando a nuove e ben diverse posizioni.
Il punto teorico NEVRALGICO, che non si vuole da più parti affrontare consiste nell'IMPERSONALITA' di rapporti sociali che hanno come cardile lo SCAMBIO con leggi proprie che per loro natura non possono non essere TEMPORALI.
Posta in questi termini la questione, vanno a farsi friggere tutte le teorie che puntano su un soggetto come "leva per sollevare il mondo", ovvero la ricerca di un chi possa rivoluzionare un sistema sociale come il capitalismo.
Ora che la politica possa influenzare l'azione è anch'essa metafisica allo stato puro.
Peggio ancora se si pensa che una nazione o un popolo (ti ricordo solo che il po-po-lo è un sostantivo con 3 zeri: che può essere?) influenzato da una teoria possa fare chissà cosa.
Piedi a terra caro Moreno:
Il modo di produzione capitalistico prima di divenire modo è stato ed è un MOTO, IMPERSONALE degli uomini con i mezzi di produzione.
Capisco che hai buon gioco con gli orfani della "classe operaia rivoluzionaria", ma tu sostituisci un CHI - la classe operaia - sostantivo concreto, pur non taumaturgo, con un'altro Chi, ma astratto è metafisico, Dunque non ne esci.
Facciamo un esempio pratico: ci sono degli scellerati "marxisti" che pretendono che la causa palestinese debba fare una sorta di salto verso una purezza di classe al suo interno.
Ma gli stessi palestinesi, oggi sotto genocidio sono chiamati a superare l'idea di una patria, magari col sostegno di altri popoli e paesi arabo-islamici imbrigliati nelle reti impersonali delle leggi del mercato, dunque del moto-modo di produzione capitalistico.
In che modo si può introiettare una teoria rivoluzionaria nel medio Oriente? Una domanda priva di senso.
Alziamo perciò bandiera bianca? No, è non per eroismo cui saremmo portati a immolarci, ma un no supportato da una CRISI del modo di produzione che colpisce in modo particolare l'Occidente di cui la vecchia e decrepita Europa sta già facendo la figura che merita. E gli USA? In preda a UNA crisi di nervi. E la Cina? Alle prese con un calo demografico, con una sovrapproduzione di merci e mezzi di produzione. Con un'Africa in crescita e crisi in molti paesi con conseguenti lotte anticoloniali.
Insomma è un caos in marcia che sta rivoluzionando l'intero movimento capitalistico che non trova vie d'uscita.
In ciò poniamo profonda fiducia e convinzione.
La teoria? È la comprensione della crisi e starci dentro in modo coerente.
Tutto qua? Si, tutto qua, ed è tanta, ma tanta, ma tanta roba.
Michele Castaldo