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Published: 27 August 2025
Created: 26 August 2025
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lantidiplomatico

La (sospetta) tempistica della traccia ucraina nel sabotaggio ai North stream 1 e 2

di Fabrizio Poggi

Non è certo un mistero per nessuno che le cosiddette “operazioni di polizia” (o dei carabinieri: non è questo il punto), nonostante vengano quasi sempre presentate come colpi portati a termine grazie a “circostanze fortuite”, verificatesi all'ultimo momento, nascondono in realtà tempistiche ben più ampie e, soprattutto, rispondono a logiche politiche che ne decidono modalità e cronologia.

Ora, stando alle cronache, anche dei fogli di regime, gli spostamenti in giro per l'Europa dell'ucraino Sergej Kuznetsov, uno dei sei elementi coinvolti nell'affare del sabotaggio ai North stream 1 e 2, erano seguiti da tempo dalle polizie di vari paesi e il fatto che si sia proceduto solo pochi giorni fa al suo arresto non è certo dovuto alla circostanza di volerlo cogliere, come si dice, stravaccato in pigiama su una spiaggia riminese. La tempistica dell'operazione risponde a una precisa logica “europeista”, legata con ogni probabilità ai piani di liquidazione (forse non ancora fisica) del jefe de la junta nazigolpista ucraina, Vladimir Zelenskij.

A parere dell'osservatore militare Konstantin Sivkov, si tratterebbe di uno “scambio” proposto dalle cancellerie europee a Mosca, per cui si offre la defenestrazione di Zelenskij, in cambio del consenso russo a delle “semplici” condizioni: L-DNR restano alla Russia per intero; le regioni di Kherson e Zaporož'e solo per metà. Ma, per giustificare l'eliminazione di Zelenskij e della sua banda, è necessario creare una parvenza di legalità, così che l'arresto di Kuznetsov potrebbe costituire il prologo di una campagna per mettere sotto accusa Zelenskij e i suoi, in particolare il SBU, nella persona di Kirill Budanov.

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Published: 27 August 2025
Created: 25 August 2025
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linterferenza

 

L’Europa non ha un ruolo perché ha scelto un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi

di Alessandro Volpi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

L’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto è stato, come di consueto, oggetto di infiniti elogi, dai “progressista di sinistra” alla Nicola Zingaretti fino ai liberal di destra. In realtà un latore forse meno encomiastico farebbe emergere almeno due elementi discutibili.

Il primo. Draghi sostiene che Trump e l’attuale situazione dimostrano che non basta all’Europa essere una potenza economica per avere un ruolo internazionale vero. Ora, a questo riguardo, verrebbe da obiettare proprio citando il noto “Piano Draghi” che l’Europa ha smesso da tempo di essere una potenza economica. I flussi finanziari europei, a partire dal risparmio, vanno nelle Borse americane e gli effetti della globalizzazione hanno trasferito i sistemi produttivi fuori dal continente spostandoli in Cina e nel cosiddetto “Sud globale”, dove ora albergano le potenze economiche. Il neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa il ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente appunto dalle Borse Usa in termini finanziari e dal mercato estero per le proprie sempre più povere produzioni.

Quindi dov’è la potenza economica europea? I consumi sono diminuiti, gli investimenti anche e la concentrazione della ricchezza è esplosa.

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Published: 27 August 2025
Created: 25 August 2025
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sollevazione

Evaporazione

di Leonardo Mazzei

A.D. 2025, piccole verità crescono.

«Per anni l’Unione europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata».

Evaporazione! Così ha parlato il “Vile affarista” (copyright Francesco Cossiga) al meeting dei ciellini a Rimini. Un’ammissione sostanziata da innumerevoli ovvietà: l’Ue ha dovuto subire i dazi americani, aumentare le spese militari nelle forme dettate da Washington, mentre il suo peso sulle grandi questioni internazionali dell’ultimo periodo (Ucraina, Gaza, bombardamento dell’Iran) è stato – parole sue – “abbastanza marginale”. Da qui la sensazionale scoperta che la dimensione economica da sola non basta per assicurarsi quel potere geopolitico tanto ambito. Da qui la confessione di un’Unione europea irrimediabilmente subalterna agli Usa.

Domanda: ma Draghi finora dov’era? Davvero dovremmo credere alla storiella secondo cui solo ora ci si rende conto delle panzane raccontate per decenni? Ove volessimo crederci, quelli come lui dovrebbero andarsi a nascondere da qui all’eternità; qualora invece si propenda (come naturale) verso l’ipotesi della piena consapevolezza, dunque della menzogna continuata e aggravata delle oligarchie euriste, l’unica risposta minimamente seria avrebbe da essere la cacciata immediata a calci nel sedere.

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Published: 27 August 2025
Created: 20 August 2025
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UCRAINA/ “Ecco il piano Usa per attribuire la loro sconfitta all’Ue. E l’incontro Putin-Zelensky non ci sarà”

Paolo Rossetti intervista Alberto Bradanini

L’enfasi di Trump sulla svolta per la pace nasconde la verità: l’accordo Ucraina-Russia è difficile. E Mosca sa che alla fine vincerà sul campo

Nelle trattative per la pace in Ucraina, quello che è cambiato veramente è che gli USA hanno capito di essere stati sconfitti, riconoscendo che il tentativo di mettere in difficoltà la Russia attraverso la guerra in Ucraina è fallito. Una presa di coscienza che non può comportare un’ammissione esplicita, tanto che gli americani cercano di presentarsi come parte terza, pur essendo gli artefici del conflitto, scaricando su Zelensky la responsabilità di un accordo per la cessione di territori che resta lontano.

Il tanto sbandierato incontro Putin-Zelensky, spiega Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Cina e in Iran, potrebbe non tenersi affatto; se anche ci fosse, le distanze fra russi e ucraini rimangono intatte. La guerra, insomma, potrebbe continuare, con gli europei che pagheranno le armi per Kiev comprandole dagli americani, anche se alla fine il ritmo di produzione da parte dell’Occidente sarà troppo lento per sostenere gli sforzi militari.

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Published: 26 August 2025
Created: 25 August 2025
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Il ritorno di James Monroe

di Enrico Tomaselli

Doctrina Monroe.jpgLa ormai storica tensione tra Stati Uniti e Venezuela vede, in questi giorni, un inasprirsi della postura aggressiva da parte di Washington, anche se poi – alla resa dei conti – questa appare essere più una grande operazione di psyop. Gli USA  hanno sempre osteggiato la Rivoluzione Bolivariana di Chavez, ma da quando gli è succeduto Maduro la pressione statunitense si è decisamente fatta ben più forte. Innumerevoli tentativi di golpe, il sostegno a personaggi al limite del ridicolo come Guaidò – autoproclamatosi presidente ad interim, prima di sparire nel nulla da cui era emerso – per approdare infine all’accusa di essere un narcotrafficante, anzi di essere a capo del Cártel de los Soles. Molto opportunamente, nelle scorse settimane è stata innalzata la taglia su Maduro a 50 milioni di dollari (quasi fossimo nel far west), ed è stato approvato un ordine esecutivo segreto che equipara i cartelli della droga ad organizzazioni terroristiche, e rende possibile agire contro di loro con le forze armate.

La questione, però, al di là dello specifico venezuelano, va inquadrata in un contesto assai più ampio. L’America Latina, almeno a partire dalla proclamazione della cosiddetta Dottrina Monroe – affermata dal presidente James Monroe nel 1823 – ha sempre considerato il sub-continente americano come il proprio cortile di casa. Dietro lo slogan “l’America agli americani”, infatti, la dottrina mirava essenzialmente a garantire l’egemonia USA nell’emisfero occidentale; l’intento primario era quello di azzerare l’influenza europea, adottando un linguaggio propagandistico di tipo sovranista-populista, ma lo scopo ultimo era appunto quello di sostituirsi agli europei, e con il termine “americani” intendeva effettivamente nord-americani.
Questo dominio statunitense sull’America Latina è sostanzialmente durato per tutto il novecento, ed è stato caratterizzato da spietate dittature, massacri di popolazioni indigene, e completo diritto di saccheggio da parte delle multinazionali americane.

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Published: 26 August 2025
Created: 20 August 2025
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transform

Il ritorno delle classi sociali nel dibattito sulla composizione sociale in Italia

di Alessandro Scassellati

lavoratori .jpgDopo decenni in cui il dibattito pubblico e la ricerca sociologica in Italia e a livello internazionale è stato permeato dalla famosa frase di Margaret Thatcher che la società non esiste mentre “ci sono singoli uomini e donne e ci sono famiglie”, si torna a ragionare sul concetto e sul ruolo delle classi sociali nella strutturazione delle società contemporanee. Pier Giorgio Ardeni, professore di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna, ha scritto un libro importante (Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024) che fa il punto su ricerche e dibattito nazionale e internazionale sulla composizione sociale con l’approccio dell’economia politica, una disciplina che a partire dai suoi fondatori (Smith, Ricardo e Marx) ha sempre studiato la relazione tra economia e società, indagando in modo particolare il tipo di ordine sociale che storicamente emerge e si struttura di fatto in relazione al mutare dell’economia capitalistica.

Di classi sociali si era praticamente smesso di parlare in Europa a partire dagli anni ’90, sia nel discorso politico sia nella percezione comune. Nel 1999, Tony Blair, uno degli alfieri della “terza via”, aveva affermato che “la lotta di classe è finita” perché “ora siamo tutti classe media” negli stili di vita e nelle aspirazioni. Nell’ambito di un capitalismo “democratico”, lo Stato doveva garantire uguali possibilità a tutti, intervenendo e contribuendo affinché tali aspirazioni degli individui si potessero realizzare sulla base del “merito” (attraverso un rafforzamento del legame tra credenziali educative, lavoro e reddito). In quei decenni, con l’avanzare dei processi di deindustrializzazione e di terziarizzazione dell’economia, i sociologi (e anche i politici) hanno sostituito le classi sociali con termini più neutri come quelli di “ceti, gruppi e fasce sociali”, legati alla distribuzione del reddito, alle professioni e alle disparità di ceto (stili di vita), genere, età, zona di origine ed etnia/nazionalità. Giuseppe De Rita e il Censis hanno cantato la “cetomedizzazione” come contraltare della terziarizzazione.

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Published: 26 August 2025
Created: 25 August 2025
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lariscossa

Andava combattendo ed era morto

di Matteo

Questi giorni sono caratterizzati da alcuni elementi che si stanno muovendo in modo sotterraneo, ma potrebbero essere collegati strettamente.

Repubblica il 21 agosto pubblica un’intervista al giornalista ebreo Nathan Thrall, che smonta tutta la narrazione sionista. Il Sole 24 Ore in un articolo di Ugo Tramballi invoca le sanzioni a Israele.

È solo palwashing [1] o si sta muovendo qualcosa di più grosso?

“Il servizio britannico di intelligence all’estero MI6 ha espresso insoddisfazione riguardo allo stato delle «relazioni speciali» con i servizi segreti statunitensi” (The Observer)

Ma che succede?

Poi arriva la spiegazione, per chi la sa leggere.

È il tentativo disperato delle oligarchie europee per uscire dalla trappola mortale in cui gli USA (prima Biden e oggi Trump) li hanno cacciati [2].

Due messaggi in codice.

Il primo. Mario Draghi è intervenuto il 22 agosto a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione. I commenti del giorno dopo sono, come sempre di massima, destinati a guardare il dito e non la luna.

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Published: 26 August 2025
Created: 22 August 2025
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contropiano2

Le ambiguità della “pace giusta”

di Sergio Cararo

“Tutti vogliono che la guerra in Ucraina finisca ma serve una pace giusta e duratura”. A fare la sottolineatura è stato il premier britannico Keir Starmer prima di arrivare a Washington per il vertice “largo” tra volenterosi europei e Trump.

Dal canto suo anche la Meloni ha dichiarato nei giorni scorsi che “è emersa una forte unità di vedute nel ribadire che una pace giusta e duratura non può prescindere da un cessate il fuoco, dal continuo sostegno all’Ucraina, dal mantenimento della pressione collettiva sulla Russia, anche attraverso lo strumento delle sanzioni, e da solide e credibili garanzie di sicurezza ancorate al contesto euroatlantico”.

Il concetto di “pace giusta” viene dunque agitato come un randello dai governi europei impegnati nella guerra in Ucraina contro le ipotesi di “pace possibile” che vengono invece evocate da Trump e da altri paesi come Cina, India, Brasile, Turchia. Qualcuno evoca il modello delle due Coree che si regge da decenni su un armistizio che ha messo fine alla guerra ma non su un vero e proprio trattato di pace.

Sul teatro di guerra in Ucraina, la situazione sul campo e gli inviti al realismo vengono invece respinti come cedimento alle richieste russe, ragione per cui ogni passo avanti sulla strada della fine della guerra vede i governi europei – a cominciare da Gran Bretagna e Polonia – mettersi sistematicamente di traverso.

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Published: 26 August 2025
Created: 22 August 2025
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lantidiplomatico

I burattini europei e le "garanzie di sicurezza"

di Marinella Mondaini

E quali sarebbero le “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina? Quelle che vogliono confezionare i burattini europei? Entrare nell’Unione Europea, secondo i folli, “è fondamentale perché sarebbe una garanzia di sicurezza per l’Ucraina”. La Nato le garantirebbe la sicurezza?? Gli europei hanno addirittura escogitato di mandare truppe in Ucraina, (in sostanza la Nato) a "garantire la sicurezza".

Ma queste sono garanzie di guerra, guerra a oltranza e sanguinosa! La Russia ha avviato l’Operazione Speciale proprio per evitare tutto questo. Ma loro non capiscono.

O meglio, non vogliono capire.

Il Micron francese ha parlato con Erdogan dicendo: “il nostro obiettivo è fermare l’aggressione russa all’Ucraina”

La “madre cristiana e sovranista” ha proposto di difendere la cricca nazi sta di Kiev con un “Intervento entro 24 ore in caso di attacco in Ucraina” - “dettaglio” questo rivelato da Bloomberg. Si tratta di una clausola di sicurezza ispirata all'articolo 5 della Nato e sottoscritta dai Paesi alleati dell’Ucraina, che prevederebbe la risposta in un giorno! I furbi hanno escogitato insomma una "Nato light", confezionata su misura per l'Ucraina. E pensano, i folli, che la Russia abboccherà e permetterà ciò?

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Published: 26 August 2025
Created: 26 August 2025
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sinistra

Trump e la fine dell’ipocrisia liberista: una teoria della disvelazione

di Roberto di Luzio

Nel panorama politico contemporaneo, la figura di Donald Trump ha suscitato reazioni polarizzate, spesso ridotte a una condanna morale o a una difesa identitaria. Ma al di là del giudizio personale, Trump rappresenta un fenomeno teorico che merita attenzione: egli non è l’antitesi del neoliberismo, bensì la sua manifestazione più esplicita e disinibita. In questo senso, la sua ascesa può essere interpretata come un momento di disvelamento — una rottura dell’ipocrisia che ha per decenni mascherato la vera natura dell’egemonia del neoliberismo, di cui gli Stati Uniti rappresentano il caposaldo.

Il liberismo democratico, soprattutto nella sua versione anglosassone, ha costruito un’immagine di sé fondata su valori universali: libertà, diritti, meritocrazia, efficienza. Ma questa narrazione ha sempre convissuto con pratiche imperiali, diseguaglianze strutturali e una mercificazione crescente di ogni aspetto della vita. Trump, con la sua retorica brutale e il suo decisionismo economico, non fa che portare alla luce ciò che era già presente: l’identificazione tra mercato e società, tra potere e profitto, tra nazione e dominio.

La sua politica estera, i dazi, il disprezzo per le convenzioni multilaterali, non sono una deviazione dal modello liberista, ma la sua radicalizzazione. In questo senso, Trump rompe con l’ipocrisia del soft power e rivendica apertamente il primato dell’interesse nazionale, del potere economico e della cultura americana come forma di egemonia globale. È una forma di “americanismo” senza maschera, per usare un’espressione cara a Costanzo Preve. 

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Published: 25 August 2025
Created: 25 August 2025
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contropiano2

Come i ‘diritti umani’ sono diventati un’arma occidentale

di Kit Klarenberg*

Kit Klarenberg denuncia come l’Occidente abbia trasformato i ‘diritti umani’ in un’arma dopo gli accordi di Helsinki, trasformando un’idea nobile in uno strumento per regime change, sanzioni e guerre imperialiste.

Helsinki act.jpgIl 1° agosto ha segnato il 50° anniversario della firma degli Accordi di Helsinki. Il giubileo d’oro dell’evento è trascorso senza grandi commenti o riconoscimenti da parte del grande pubblico. Eppure, la data è assolutamente ‘sismica’, le cui conseguenze distruttive si ripercuotono ancora oggi in tutta Europa e oltre. Gli Accordi non solo hanno sancito la condanna a morte dell’Unione Sovietica, del Patto di Varsavia e della Jugoslavia anni dopo, ma hanno anche creato un mondo nuovo, in cui i ‘diritti umani’ – in particolare, una concezione occidentale e imposta – sono diventati un’arma formidabile nell’arsenale dell’Impero.

Gli Accordi miravano formalmente a concretizzare la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. In base ai loro termini, in cambio del riconoscimento dell’influenza politica di quest’ultima sull’Europa centrale e orientale, Mosca e i suoi satelliti del Patto di Varsavia accettarono di sostenere una definizione di ‘diritti umani’ che riguardasse esclusivamente le libertà politiche, come la libertà di riunione, espressione, informazione e movimento. Le tutele di cui godevano universalmente gli abitanti del blocco orientale – come la garanzia di istruzione gratuita, lavoro, alloggio e altro – erano del tutto assenti da questa tassonomia.

C’era un altro inconveniente. Gli Accordi portarono alla creazione di diverse organizzazioni occidentali incaricate di monitorare il rispetto dei termini da parte del Blocco Orientale, tra cui Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. Successivamente, queste entità visitarono frequentemente la regione e strinsero stretti legami con le fazioni politiche dissidenti locali, supportandole nelle loro attività di agitazione antigovernativa. Non si parlava nemmeno di invitare rappresentanti dell’Unione Sovietica, del Patto di Varsavia o della Jugoslavia a valutare il rispetto dei ‘diritti umani’ in patria o all’estero da parte degli Stati Uniti o dei loro vassalli.

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Published: 25 August 2025
Created: 24 July 2025
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jacobin

Revisionismo, controllo e militarizzazione

di Michele Lucivero

Un racconto, da dentro, della progressiva fascistizzazione della scuola italiana: l’insegnamento diventa apprendimento. Anzi, addestramento. E affonda pericolosamente nel peggiore passato

scuola fascismo jacobin italia 2048x746.jpgDa diversi anni ormai l’insegnamento, derubricato semanticamente ad apprendimento, è entrato all’interno di una riflessione che apparentemente è ammantata di ragioni pedagogiche, ma in realtà risulta completamente asservita al mercato e a logiche neoliberiste che tendono a valorizzare la misurazione e la standardizzazione dei prodotti finali. Questa omologazione ideologica degli alunni e delle alunne è il risultato della messa a punto di un sottile dispositivo di controllo dell’educazione, di cui i docenti, nell’ubriacatura della novità didattica, pedagogica e tecnologica, finiscono per divenire complici, diventando mere esecutori materiali, valutatori di un processo di apprendimento scritto altrove e da altri soggetti, estranei alla crescita intellettuale che deve proliferare all’interno delle scuole e delle università.

Distratte e distratti dall’urgenza di rincorrere l’innovazione pedagogica e la tecnica didattica all’ultimo grido per rendere più accattivante e ammaliante l’oggetto dell’apprendimento e raggiungere la specifica competenza da certificare, gli e le insegnanti smarriscono il senso politico ed esistenziale del progetto educativo e vengono spinti ad abdicare alla consapevolezza di essere soggetti fondamentali nel passaggio dei ragazzi e delle ragazze alla vita adulta, come mostra in maniera magistrale Gert J.J. Biesta nel suo Riscoprire l’insegnamento. E proprio in questo vuoto progettuale dallo slancio utopistico, quale dovrebbe essere il fine e, al tempo stesso, la postura della professione docente, si è insinuato nella scuola in maniera beffarda un programma di addestramento che ha delle profonde analogie con retaggi del passato, con circostanze che in Italia, e anche altrove, abbiamo già vissuto e che come uno spettro preoccupante ritorna sotto spoglie nuove e anche piuttosto evidenti.

Che la scuola pubblica sia sotto attacco è un’evidenza empirica che non ha bisogno di essere dimostrata.

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Published: 25 August 2025
Created: 22 August 2025
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arianna

Ue e Kiev corrono verso la disfatta

di Fabio Mini

Illusioni e consigli sbagliati all’alleato ucraino portano i leader europei ad autoescludersi da ogni trattativa con Mosca. Trump lo sa bene e ha già risolto con Putin le questioni che interessano agli Usa

Ricapitolando, non i fatti di questi tre anni e mezzo di guerra, poiché i lettori di questo giornale hanno avuto il privilegio di avere informazioni corrette giorno per giorno. Per quanto la censura europea consentisse. Non le analisi che questo giornale ha pubblicato ribaltando le narrazioni prevalenti e smontando le menzogne che pseudo-analisti “d’alto ingegno perché d’alto lignaggio” avallavano seguendo le direttive euroatlantiche che poi erano quelle ucraine. Ricapitolando, quindi, i risultati degli ultimi 15 giorni di guerra e di attività politico-diplomatiche, si nota sul fronte ucraino la costante pressione militare russa contro le organizzazioni difensive ucraine ormai ridotte a un colabrodo grazie alla tattica dei mille tagli adottata dai russi. Il termine evoca la famosa tortura cinese di tagliare brandelli di carne senza far morire il condannato, ma come tattica militare è la riesumazione del vecchio progetto occidentale del Supc (Small Unit Precision Combat) ideato per colpire a grande distanza obiettivi limitati previa acquisizione del dominio dell’aria e perfetta organizzazione operativa e logistica. Tattica che non è mai stata applicata dalle forze tradizionali in nessun teatro di guerra perché troppo intelligente e dispendiosa e perché non assicurava il mantenimento delle posizioni acquisite. E tuttavia è stata la tecnica usata dai raid di forze speciali o degli stessi terroristi a Mumbai e alle Torri gemelle.

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Published: 25 August 2025
Created: 23 August 2025
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nicomaccentelli

Strazzami, ma di bombe saziami…

di Nico Maccentelli

Mentre Trump scende a patti con i poteri che hanno gestito il deep state USA, ossia la triade Black Rock, State Street e Vanguard, e procede a vassallare l’Unione Europea, le cancellerie del vecchio continente che dirigono le danze per la guerra atlantista in Ucraina, capitanate da Gran Bretagna, Francia e Germania e le euroburocrazie rappresentate dalla Von Der Leyen, manovrano per boicottare il più che palese accordo strategico dell’amministrazione USA con la Russia, che cambierà gli scenari internazionali, le alleanze, nello sviluppo inarrestabile del multipolarismo.

Questo il quadro generale detto molto in sintesi, anche non volendo mangiare pane e Volpe, riferito all’economista Alessandro, che con i suoi interventi descrive in modo puntuale da Ottolina TV la situazione sempre più sottomessa per l’UE, che ci sta riducendo sempre più a colonia della potenza finanziaria USA. Altro che polo imperialista! L’ininfluenza internazionale, le decime neofeudali a USA, unite al riarmo delirante per ragioni inesistenti (la Russia non vuole andare a Lisbona, caro Calenda), porteranno alla tempesta perfetta nel continente nella distruzione di quel che resta degli stati sociali, tra privatizzazioni e ricchezza sociale destinata ai piani bellici, a partire dai paesi più deboli come il nostro.

E in tutto questo certa sinistra come reagisce, come analizza la situazione? Sono capitato su un ottimo intervento di Antonio Mazzeo dal titolo Eurosinistrati, pubblicato su Sinistrainrete lo scorso 20 agosto e proveniente da Sollevazione. In detto articolo giustamente Mazzeo stigmatizza il pezzo di Francesco Strazzari sul Manifesto:

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Published: 25 August 2025
Created: 21 August 2025
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contropiano2

Le ambizioni dei “volenterosi” europei passano per la guerra in Ucraina

di Sergio Cararo

La conclusione o meno della guerra in Ucraina potrebbe ridisegnare la mappa del potere politico e di potere in Europa.

Se è vero che l’andatura del ritmo dei negoziati sembra essere indicato da Trump e Putin, è anche vero che i governi europei arruolatisi nella coalizione dei volenterosi sembrano voler sfruttare in ogni modo la guerra – e le sorti – dell’Ucraina per forzare quei passaggi di decisionalità che sono mancati fino a oggi.

Gran parte degli osservatori si limitano a segnalare le difficoltà europee dentro la crisi apertasi a est del continente, ma cominciano a emergerne anche altri che ne segnalano le finestre di opportunità per spingere in avanti quella che rimane l’ambizione inceppata all’autonomia strategica dagli Usa e a un ruolo assertivo.

Insomma un addio definitivo al soft power su cui gli europeisti si sono adagiati per decenni per dotarsi piuttosto di un hard power ritenuto vitale per la sopravvivenza politica, magari non più dell’Unione Europea come tale – e dei suoi meccanismi decisionali farraginosi come l’unanimità – ma della ambiziosa convergenza di un gruppo di paesi europei decisi a pesare di più come soggetto globale, insieme quando possibile, per progetti mirati quando necessario.

L’analista Moises Naim, per molti anni direttore di Foreign Policy, in una intervista su La Stampa ha visto un bicchiere mezzo pieno nel ruolo assunto dai “volenterosi” paesi europei nella guerra in Ucraina e la contrapposizione con la Russia.

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Published: 25 August 2025
Created: 20 August 2025
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lantidiplomatico

La “pace” europeista irride le esigenze di sicurezza di Mosca e significa guerra

di Fabrizio Poggi

Ecco servita la “pace” che vogliono i furfanti europeisti: un esercito ucraino ancora più forte, armato con soldi europei e rimpinguato di armi yankee. Stando a Bloomberg, dopo l'incontro del 18 agosto alla Casa Bianca, USA ed Europa inizieranno immediatamente a lavorare per fornire garanzie di sicurezza all'Ucraina, volte a rafforzarne le forze armate.

Le fonti citate da Bloomberg sottolineano che l'obiettivo è proprio quello di eludere le richieste russe sulla limitazione delle forze armate ucraine nel quadro del futuro accordo di pace. Al contrario, le garanzie saranno «incentrate sul rafforzamento delle forze e delle capacità militari ucraine senza alcuna restrizione, come ad esempio quella di un limite al numero di truppe» e sarà compito della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, guidata da Gran Bretagna e Francia, assicurare tali garanzie. Lo aveva del resto detto, demonia von der Leyen, che l'Ucraina deve trasformarsi in un "porcospino d'acciaio" che nessun aggressore possa digerire. La guerra: ecco ciò a cui lavorano gli avvoltoi delle cancellerie europeiste.

E non dimentichiamo che il 18 agosto, a Washington, erompe impettito il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera, gli europei hanno dimostrato di essere «in grado di tenere il punto, in difesa dei propri valori e dei propri interessi»: i valori liberal-terroristici di affamamento delle masse popolari e gli interessi del complesso militare industriale. Non fa una piega.

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Published: 24 August 2025
Created: 21 August 2025
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ilcomunista

Marx incostituzionale

di Nicolò Monti*

AVvXsEjp2vFXcjA1SCiO7oz2ZFNGUT68E kQgaoSSO4aRSembrava una vittoria storica quella del “Forum serale Marxista per la politica e la cultura”, abbreviato Masch, nei confronti dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, ma le motivazioni della sentenza del Tribunale di Amburgo hanno spazzato via il già molto cauto ottimismo. L’8 Marzo scorso l’associazione, che aveva citato in giudizio lo Stato per essere stata classificata come associazione di “estrema sinistra”, togliendole lo status di organizzazione no profit, ha ottenuto la riabilitazione e il proprio status. In un clima così fortemente anticomunista, questa sembrava davvero una bella notizia per le associazioni e le organizzazioni marxiste tedesche.

Come sappiamo però, ogni tribunale che emette una sentenza ne pubblica dopo un certo lasso di tempo le motivazioni per la quali è stata emessa. Il 6 Agosto sono arrivate e non suonano affatto come una vittoria politica, anzi. Per il Tribunale infatti l’unico motivo che ha portato a dar ragione a Marsch è stato che i membri non avevano un "atteggiamento attivo e combattivo" tale da essere pericoloso per la Costituzione. Insomma, per i giudici i militanti di Masch sono “poco attivi” per poter essere considerati una minaccia, per il momento. Oltre ciò, che già di suo farebbe sorridere se non fossero così maledettamente seri, le motivazioni arrivano al nocciolo della questione.

Prima di fare la disamina delle stesse però è necessario spiegare cosa sia Masch. L’organizzazione nasce nel 1981 ad Amburgo affiliata al DKP, Partito Comunista Tedesco, che nell’allora Germania Ovest era messo al bando e vittima di persecuzioni. Lo scopo di Masch è la formazione marxista tramite conferenze, corsi e lezioni e riprende le caratteristiche delle scuole operaie nate nel 1925 in Germania. La loro importanza negli anni 20 e 30 era tale che tra insegnanti e partecipanti ai corsi vi si poteva leggere nomi del calibro di Bertolt Brecht. Oggi continua la sua opera di formazione politica e culturale marxista, ma con una ampia autonomia dal DKP.

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Published: 24 August 2025
Created: 21 August 2025
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barbaraspinelli.png

L’irrealtà europea tra Kiev e Mosca

di Barbara Spinelli

In attesa del vertice trilaterale fra Trump, Putin e Zelensky, o di precedenti incontri bilaterali Mosca-Kiev come preferirebbe Putin, occorrerà distinguere con precisione quel che separa l’apparenza dalla realtà.

L’accordo di cui Trump ha discusso lunedì a Washington – con Zelensky, i capi di Stato o di governo di cinque paesi europei, la Nato, la presidente della Commissione Ue – sembrerebbe chiaro: cessione alla Russia di gran parte dei territori perduti da Kiev (Donbass soprattutto), compresa la Crimea annessa nel 2014 quando Washington organizzò lo spodestamento del presidente Yanukovich, giudicato troppo filo-russo; solide garanzie di sicurezza, con una presenza di soldati francesi e inglesi in quel che resta dell’Ucraina, con eventuale copertura aerea e satellitare Usa; “riarmo forte” dell’Ucraina; fine degli aiuti militari Usa ma acquisto di armi statunitensi destinate a Kiev da parte degli Stati europei, per un totale di ben 100 miliardi di dollari (le spese sociali saranno ancora più tagliate); impegno a difendere l’Ucraina in caso di attacchi, “sul modello articolo 5” della Nato (l’attacco a un Paese è un attacco contro tutti) ma senza adesione alla Nato.

Tema preminente è stato la garanzia di sicurezza per l’Ucraina, com’è naturale. Ma neanche un cenno è stato fatto alle garanzie di sicurezza chieste da Mosca: garanzie non solo militari, ma concernenti i cittadini russi e russofoni, la cui lingua deve tornare a essere lingua ufficiale accanto a quella ucraina, secondo Putin. Mosca chiede anche la riabilitazione della Chiesa ortodossa canonica, illegalmente messa al bando da Zelensky nel 2024.

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Published: 24 August 2025
Created: 21 August 2025
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contropiano2

Pensiero critico. Perché progressismo e sinistra perdono le elezioni?

di Álvaro García Linera*

Le sinistre e i progressismi al governo non perdono le elezioni a causa dei troll dei social network. Né perché le destre sono più violente, e tanto meno perché la gente che ha beneficiato delle politiche sociali è ingrata.

Le battaglie politiche sui social non creano dal nulla ambienti politico-culturali espansivi nelle classi popolari maggioritarie. Le radicalizzano e le conducono lungo percorsi isterici. Ma la loro influenza presuppone, in precedenza, l’esistenza sociale di un malessere generalizzato, di una disponibilità collettiva al distacco e al rifiuto delle posizioni progressiste.

Allo stesso modo, le destre estreme, autoritarie, fascistoidi e razziste sono sempre esistite. Vegetano in spazi marginali di militanza rabbiosa e chiusa in sé stessa. Ma la loro predicazione si espande a causa del deterioramento delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice, della frustrazione collettiva lasciata da progressismi timorosi, o della perdita di status di settori medi.

E quanto a quelli che sostengono che la sconfitta sia dovuta all'”ingratitudine” di quei settori precedentemente beneficiati, dimenticano che i diritti sociali non sono mai stati un’opera di beneficenza governativa. Sono state conquiste sociali ottenute nelle strade e attraverso il voto.

Per tutto questo, senza alcuna scusa, un governo progressista o di sinistra perde le elezioni per i suoi errori politici.

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Published: 24 August 2025
Created: 20 August 2025
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comuneinfo

Per l’Ue ogni passo verso la pace minaccia l’industria bellica

di Pasquale Pugliese

L’incontro tra Trump e Putin in Alaska ha coinciso con il quarto anniversario della precipitosa fuga dell’esercito Usa da Kabul dopo vent’anni di occupazione: un quarto di secolo di guerre, iniziato nell’ottobre del 2001, come vendetta e punizione collettiva – modello futuro per Netanyahu – per l’attacco terroristico subìto l’11 settembre.

L’invasione dell’Ucraina ne è stata anche l’estremo effetto, un effetto farfalla nel tempo e nello spazio secondo l’intuizione di Edward Lorenz, che impregna di sé anche le complesse relazioni internazionali: il battito d’ali di una farfalla in una parte del mondo genera un uragano dall’altra. Ossia il diritto internazionale vale per tutti ovunque – dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Ucraina alla Palestina – oppure è impossibile farlo valere solo per qualcuno.

L’Europa si è stracciata le vesti per la sua esclusione dall’incontro di Anchorage, insieme a quella di Zelensky, ma la sua assenza – recuperata solo quattro giorni dopo con l’anticamera dei “volenterosi” alla Casa Bianca, nell’incontro tra Trump e il presidente ucraino – è frutto della rinuncia sdegnosa a essere, fin dall’inizio, terzo rispetto alla guerra russo-ucraina. L’Ue, scegliendo la cobelligeranza con una parte “fino alla vittoria”, attraverso la reiterata fornitura di armi all’Ucraina “per tutto il tempo che sarà necessario”, e imponendo 18 ondate di sanzioni economiche all’altra (ma zero ad Israele), anziché essere attivamente neutrale come chiedevano i movimenti pacifisti, è esattamente il Terzo assente secondo la formula usata da Norberto Bobbio nel 1989: il terzo mancante nel conflitto.

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Published: 23 August 2025
Created: 20 August 2025
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transform

La vittoria di Trump nella guerra dei dazi

di Alfonso Gianni

2025 04 03T103222Z 515470366 RC2XPDAPOPSV RTRMADP 3 USA TRUMP TARIFFS RESULTS.jpgLa partita dei dazi fra Usa e Ue si è giocata non a caso a Turneberry, in uno dei campi di golf di proprietà di Trump e si può tranquillamente dire che è stata una debacle per gli interessi europei. Ci vuole una buona dose di faccia tosta per affermare, come ha fatto Ursula Von der Leyen, che si è trattato di un risultato “enorme” corrispondente al “massimo” che si sarebbe potuto ottenere. Tanto più che si era partiti da dichiarazioni da un lato ottimistiche, dall’altro bellicose. Le prime facevano credere che si potesse puntare a un risultato finale sul tipo di uno “zero per zero”. Le seconde che si poteva percorrere la strada di una guerra commerciale di non breve durata. La prima ipotesi è stata subito bersagliata dall’aggressività spavalda di Trump che ha continuamente alzato l’asticella delle tariffe doganali. Una tattica del continuo rialzo che però già prevedeva un punto di caduta. Esattamente quel 15% che aveva trovato già una sua applicazione nel confronto con il Giappone e che in quello con la Ue rappresenta una indubbia vittoria tutt’altro che solo simbolica da parte di Trump.

Va sempre considerato che la guerra dei dazi è stata cominciata dal tycoon all’interno di una più ampia strategia di politica economica e finanziaria giocata a livello internazionale. E’ quanto sta scritto nel corposo documento del novembre del 2024, stilato dal suo principale consigliere economico, Stephen Miran, che suggerisce all’Amministrazione americana di alternare il “bastone e la carota” (testuale nel paper citato) nei rapporti con i vari paesi sullo scenario internazionale. In questa visione l’applicazione dei dazi e la loro ipertrofica minaccia preventiva, costituisce il bastone, mentre la carota sarebbe rappresentata dalla continuazione di una protezione militare, o meglio la rinuncia a un totale o parziale abbandono della stessa. Qui emerge già un primo elemento che pone fin dall’inizio in vantaggio la posizione negoziale (si fa per dire) di Trump.

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Published: 23 August 2025
Created: 21 August 2025
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analisidifesa

Non esistono garanzie senza rischi

di Gianandrea Gaiani

2fab2c656faadae5cb65b42d414e2101 1755543385 extra large.jpegCome spesso è accaduto da quando è iniziata la guerra russo-ucraina, la situazione è grave ma non seria, come sta dimostrando il dibattito sulle garanzie di sicurezza da offrire Kiev.

Garanzie necessarie in un ipotetico scenario futuro in cui un’ipotetica pace si instauri tra Mosca e Kiev in seguito a un ipotetico accordo di cui al momento non si vedono i presupposti, neppure quelli ipotetici considerato che l’Ucraina non ha accettato di cedere i territori perduti e già in mano ai russi, prima condizione per portare Mosca al tavolo delle trattative.

I leader europei sono rientrati esultanti da Washington tra lo scetticismo di molti osservatori che, come Analisi Difesa, hanno cercato di valutare gli eventi con un approccio pragmatico.

Il giornale web americano Politico evidenzia infatti che vi sono profonde divergenze tra gli alleati occidentali sul tipo di garanzie di sicurezza da offrire all’Ucraina.

Nella sua edizione europea, Politico sottolinea come, nonostante le pressioni del presidente statunitense Donald Trump e l’apertura a protezioni simili all’articolo 5 della NATO” come proposto dall’Italia, non sono stati definiti ne’ il perimetro ne’ le modalità di attuazione di tali garanzie.

Durante l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i leader europei del 18 agosto, Trump ha escluso l’invio di truppe statunitensi in Ucraina, lasciando l’onere agli alleati europei. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato l’impegno a lavorare a una “forza di rassicurazione” da schierare in caso di cessazione delle ostilità. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di una missione congiunta con Regno Unito, Germania e Turchia, ma i dettagli restano vaghi, precisa Politico.

Fonti europee riferiscono che gli scenari ipotizzati prevedono un possibile mandato di combattimento per le truppe occidentali, senza però attribuire loro il compito di far rispettare la pace. Concetto non molto chiaro che sembra sottintendere che la responsabilità militare resterebbe alle forze armate ucraine.

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Published: 23 August 2025
Created: 23 August 2025
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sinistra

Il canzoniere del proletariato. Le canzoni di Lotta Continua

di Diego Giachetti

 

Il libro, curato da Massimo Roccaforte, Il canzoniere del proletariato. Le canzoni di Lotta Continua, i testi e le musiche (Interno4, Rimini 2024), ha richiesto più di cinque anni di ricerca da quando è stato pensato e poi pubblicato. Le parole e le musiche suonate e cantate dal Canzoniere del Proletariato e dal gruppo del Canzoniere pisano prima, tornano alla luce nella loro versione originale grazie a un lavoro di gruppo che ha coinvolto tra gli altri, oltre al curatore, Luigi Manconi, Pino Masi, Piero Nissim, Antonio Giordano, Giuseppe Barbera, Piero Lanfranco, Alessandro Portelli ed Emiliano Sisto dell'archivio La Lunga Rabbia. Insieme alle 41 canzoni, raccolte e rimasterizzate in due CD, il libro contiene la riproduzione delle grafiche dei dischi originali, i testi delle canzoni, alcuni scritti critici e alcune strisce di fumetti di Roberto Zamarin dedicate al suo protagonista Gasparazzo. Particolarmente interessanti i contributi utili a ricostruire il clima di quel tempo agitato, come il saggio Canti della lotta dura, curato da Piero Nissim, il reperto del Canzoniere del Proletariato di Pino Masi, l’articolo di Alessandro Portelli estratto dal libro La chitarra e il potere, che collocano criticamente il contributo delle canzoni di protesta nella storia culturale italiana.

 

Cantautori proletari

Il testo è dedicato alla memoria di Alfredo Bandelli, un operaio che faceva il cantautore e firmava le sue canzoni con la dicitura “Parole e musica del proletariato” e a Sergio Martin, uno dei promotori dei Circoli Ottobre, l’associazione culturale promossa da Lotta Continua per l’organizzazione di concerti, spettacoli teatrali e cinematografici, con una propria etichetta discografica, uno dei primi esempi di autoproduzione e autogestione musicale.

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Published: 23 August 2025
Created: 20 August 2025
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ilchimicoscettico

Metti la cera, leva la cera: NITAG e teatro d'agosto

di Il Chimico Scettico

 

Schillaci fa il NITAG, Schillaci sfa il NITAG.

In mezzo e dopo, il teatro.

Un teatro costruito su una vicenda marginale, come spesso capita in agosto.

 

La comunità scientifica

Una settimana di ferragosto in cui, come palline da ping pong, rimbalzavano su tutti i media italiani "scienza" e i suoi derivati: io scienzio, tu scienzi, egli antiscienza, essi comunità scientifica.

Bellavite protestava: non sono un no-vax, ma uno scienziato (si, ok...). Poi FNOMCeO (Associazione di ordini professionali), comunità scientifica, Società Italiana di Pediatria (associazione medica), comunità scientifica. Parisi, premio Nobel per la Fisica, comunità scientifica, anche se parla di sanità o medicina - ma quando si accetta il ruolo di uomo immagine dell'iperrealtà scientifica questo è. E poi i grandi classici: la lettera o la corrispondenza su una rivista internazionale, e anche questa volta chi scrive è italiano - i precedenti in tempi di COVID (BMJ) e all'epoca dell'obbligo vaccinale pediatrico (tante se ne videro tra 2017 e 2018). Lo schema è sempre lo stesso, lettera a Lancet o a Nature in inglese, sì, ma per parlare al dibattito italiano, anche perché per gli anglofoni la cosa non è che in generale sia quella più interessante del mondo. Tutto armamentario già usato per questioni di ben altro spessore.

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Published: 23 August 2025
Created: 20 August 2025
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contropiano2

“L’ora delle decisioni irrevocabili”, ovvero fatela finita

di Francesco Piccioni

La situazione dell’Unione Europea davanti alla guerra in Ucraina è molto simile a quella di un investitore di piccolo taglio davanti al calo di prezzo dei titoli azionari su cui ha puntato: vendere (fare la pace) accettando di formalizzare perdite sostanziose oppure “tenere” (continuare la guerra) sperando che i prezzi risalgano?

A guardare l’ostinazione acefala con cui si insiste – anche dopo il maltrattamento subito a Washington dal loro “alleato-padrone” – a ripetere sempre le stesse richieste (cessate il fuoco prima di trattare, nessuna cessione di territorio, altre sanzioni contro Mosca, ecc) effettivamente si ha l’impressione di vedere in azione degli idioti irrimediabili.

Ovviamente, nonostante la loro infima “statura da statisti”, non sono affatto degli idioti, ma se non altro dei furbastri che sono stati capaci di arrivare al vertice dei rispettivi paesi sfruttando meglio dei concorrenti le opportunità fornite da “donatori importanti”.

Il problema nasce dal fatto che anche tutti insieme continuano a contare come se ognuno fosse comunque “da solo”, ovvero dal fatto che il progetto europeo era sostanzialmente sbagliato (facciamo prima l’unità economica – peraltro basata sulla competizione interna – poi quella monetaria ma non quella fiscale e bancaria, poi quella politica e militare, anzi no, ci si arma ognuno per conto suo).

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  1. Lo sfondo teologico-politico: Gaza è il rimosso che torna in superficieDavide Sabatino:
  2. Alessandra Ciattini: I palestinesi non sono responsabili dello stermino degli ebrei. Perché ne pagano la colpa?
  3. comidad: La fine del mito della statualità
  4. Larry C. Johnson: Trump non riesce ancora a capire le ragioni fondamentali dell'operazione militare speciale della Russia, però ci sta provando
  5. Piccole Note: Trump piega Zelensky e Ue: l'agenda Alaska tiene
  6. Diego Giachetti: Il canzoniere del proletariato. Le canzoni di Lotta Continua
  7. Gianandrea Gaiani: Gli gnomi bellicosi
  8. Gianmarco Pisa: Russia-Usa, uno storico bilaterale
  9. Thomas Fazi: La mossa finale di Trump sull’Ucraina. Il ritiro americano sarà mascherato da pace
  10. Fulvio Grimaldi: Bolivia, il padre della patria uccide sua figlia
  11. Dante Barontini: A Washington “l’Europa” esce di scena, ma non vuole ammetterlo
  12. Piccole Note: Il genocidio di Gaza non è brandito solo dalla destra israeliana
  13. Gerardo Lisco: Anchorage, la nuova Yalta?
  14. Gianandrea Gaiani: Più domande che risposte dagli incontri alla Casa Bianca
  15. Matteo Bortolon: Oltre la Ue? Bonificare il dibattito
  16. Leonardo Mazzei: Eurosinistrati
  17. Francesco Piccioni: Tra guerra e pace, con poche scelte
  18. Fulvio Grimaldi: Da Gaza allo zoo, al vertice Trump-Putin, a Schillaci-No Vax, a Pippo Baudo santo subito. Cose raccapriccianti
  19. Nico Maccentelli: Imbecillità imperante
  20. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  21. Sandro Moiso: E’ uno sporco lavoro / 3: Hiroshima Nagasaki Russian Roulette
  22. Vincenzo Brandi: Zelensky all'atto finale?
  23. Antiper: Le guerre di Israele sono (anche) guerre per procura
  24. Alessandro Visalli: Per la Cina, la guerra in Ucraina è un laboratorio
  25. Marco Cattaneo: Chiarimenti sull’effetto espansivo del deficit pubblico

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