Details
Published: 24 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1076
Print Friendly, PDF & Email

ilblogdim.consolo

BRICS 2025: il nuovo paradigma del Sud globale

di Marco Consolo

BRICS 2025.jpgLo scorso 6 e 7 luglio a Rio de Janeiro si è svolto il 17° Vertice dei BRICS+. Tema centrale: “Rafforzare la cooperazione del Sud globale per una governance più inclusiva e sostenibile”. In un contesto internazionale di riassetto geopolitico, attraversato da guerre e tensioni armate, crisi sistemiche e una crescente fragilità dell’ordine multilaterale, il vertice BRICS 2025 ha segnato un punto di svolta nella postura geopolitica del Sud globale.

Per la terza volta, il Brasile ha accolto la riunione dell’alleanza, dopo gli incontri del 2014 (a Fortaleza) e del 2019 (a Brasilia). Nonostante i tentativi diplomatici di ridurre l’attrito con l’Occidente, le divergenze strutturali con Washington si sono acuite, in particolare con il presidente Donald Trump, che ha minacciato ritorsioni commerciali contro i Paesi allineati al blocco.

“Il mondo è cambiato. Non vogliamo un imperatore, siamo Paesi sovrani” ha dichiarato Luiz Inácio Lula da Silva, presidente brasiliano e anfitrione del summit, rispondendo alle provocazioni statunitensi. Lula ha anche sottolineato che i Paesi colpiti potrebbero rispondere con proprie tariffe, cosa che lo stesso Brasile ha attivato nei giorni seguenti, come risposta all’imposizione di quelle di Washington.

Con la legittimità occidentale sepolta sotto le macerie di Gaza, lo scontro era inevitabile. Le differenze riguardano due diverse visioni del mondo. Fin dall’adozione del motto del suo 17° vertice, i BRICS hanno chiarito di essere favorevoli alla “…cooperazione con il Sud globale, verso una governance multilaterale più inclusiva e sostenibile”, in opposizione alle politiche escludenti, unilaterali ed egemoniche del G-7 e degli Stati Uniti.

L’artiglieria mediatica occidentale ha speculato sull’assenza fisica di Vladimir Putin e Xi Jinping al vertice, proiettando l’immagine di un blocco indebolito, pieno di contraddizioni insanabili e non in grado di andare avanti.

Read more ...

Details
Published: 24 July 2025
Created: 24 July 2025
Hits: 3731
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Lettere dal Sahel XIX

di Mauro Armanino

 

Patrie

Niamey, marzo 2025. Dimentichiamo troppo spesso che tutti, in questa terra, siamo stranieri. Arriviamo da clandestini, transitiamo come migranti, viviamo spesso da rifugiati e partiamo senza documenti di viaggio. Le frontiere che delimitano i Paesi, le Nazioni o le Patrie sono delle costruzioni politiche validate dalle consuetudini o come realtà riconosciuta dal diritto. Tutto è precario nell’assunzione dell’inevitabile fragilità che attraversa tutte le umane istituzioni. Eppure ci si ostina a rendere eterno, immortale, divino e dunque atto a richiedere sacrifici umani un’entità in balia di contingenze storiche.

Non casualmente, a l’occasione della festa che ricorda la nascita della nazione, si organizzano spesso sfilate militari che vorrebbero rassicurare i cittadini della protezione contro i nemici, interni e soprattutto esterni della patria. D’altronde il dizionario ricorda bene che... Il termine patria deriva dal latino pater «padre» e indica in generale la terra natale, la terra dei padri, vale a dire il Paese, il luogo e la collettività cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura e memorie. Si tratta di una paternità esclusiva dove l’identità del cittadino si lega a quella della patria.

Da questo termine derivano gli altri che conosciamo, patriota, patriottismo, combattente per la patria o traditore della patria. Naturalmente il significato dipende dal momento, dai rapporti di forza, dai condizionamenti culturali, ideologici o religiosi. Gli organizzatori delle guerre e cioè i fabbricanti di armi, di confini e di interessi legati al mutevole capitalismo globale, usano con dovizia gli accenti romantico- identitari che la patria offre ai migliori acquirenti.

Read more ...

Details
Published: 24 July 2025
Created: 19 July 2025
Hits: 6547
Print Friendly, PDF & Email

coku

Provaci ancora, Stalin!

di Leo Essen

Quando, nel Novecento, diventa chiaro che l’uomo, oltre a essere stato assemblato a casaccio nella natura, pensa anch’egli a casaccio – dunque non secondo un piano, ma davvero sparando a caso – e che, di tutti i brillanti teoremi che vengono alla luce, non c’è un principio che li giustifichi, così come non c’è un piano divino dietro alla meraviglia del corpo umano, allora si iniziano a cercare teorie che spieghino il funzionamento dello spirito umano senza ricorrere all’intervento di un demiurgo, di un autore, di un soggetto: è qui che ha inizio la decostruzione del soggetto.

Sono prodotte montagne di studi che puntano a mostrare il funzionamento di sistemi complessi a-teleologici. La biologia è in prima linea, seguita dalla linguistica, dall’antropologia, dalla cibernetica, eccetera. Libri come La logica del vivente, Il caso e la necessità, La cibernetica: controllo e comunicazione nell’animale e nella macchina, Autopoiesi e cognizione, la realizzazione del vivente, Sistemi che osservano, Un’ecologia della mente, Saggi di linguistica generale, eccetera, diventano best sellers. Non mancano tentativi di estendere queste teorie ad altre discipline, persino al marxismo sovietico.

Se tutto si muove e tutto è collegato, come spiegare la stabilità relativa che sta alla base del riposo, e come strutturare l’interdipendenza universale se non è gerarchizzata? Se tutto, in primo luogo il pensiero, si organizza procedendo a casaccio, sparandole senza intenzione, come si arriva a una stazione di riposo e a un fermo immagine? Se il nuovo è emergente, il passato può veramente essere conservato nell’avvenire, o tutto è un deragliare continuo, un’erranza che non è nemmeno un errare o un errore?

Read more ...

Details
Published: 24 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 5515
Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

Padroni del mondo e servitù volontaria

di Marco Savelli

Cosa accomuna due autori come il filosofo della politica Mario Tronti e l’intellettuale keniota Ngugi wa Thiong’o? La convinzione che in questo allucinogeno ventunesimo secolo all’imposizione violenta della volontà dei più forti è subentrata la convinta sottomissione dei più deboli

«La servitù volontaria prende il posto della proibizione imposta» (Mario Tronti). E’ la tragica consapevolezza a cui arriva uno dei maggiori filosofi italiani ricordato come promotore negli anni ‘60 del secolo scorso del tanto discusso operaismo (Operai e capitale, 1966) e come spericolato incursore teorico armato di una volontà di ricerca mai quieta, mai pacificata, che lo porterà attraverso la cosiddetta autonomia del politico e il corpo a corpo con il grande pensiero conservatore novecentesco – Carl Schmitt in particolare – a un’ultima fase della sua vita in cui dopo aver ricoperto anche ruoli istituzionali – è stato Senatore della Repubblica – si sarebbe come fermato a riflettere sulla storia del secolo “grande e terribile” (il ‘900), fortemente intrecciata con la sua, in una condizione da lui stesso definita di monachesimo combattente lasciando il chiacchiericcio filosofico «ai tanti che fanno filosofia in piazza» [quasi tutti gli ospiti abituali degli insopportabili festival estivi…].

Il risultato di questa riflessione, inteso anche come lascito teorico della sua opera che attraversa sessant’anni di storia di questo Paese, è stato il testo postumo Il proprio tempo appreso col pensiero (Tronti è scomparso il 7 agosto 2023) che ho appena finito di leggere insieme a un altro volume all’apparenza appartenente a un altro mondo, un mondo completamente diverso, quello del Kenya, ex colonia britannica indipendente dal 1963: Decolonizzare la mente del grande intellettuale, scrittore e letterato africano Ngugi wa Thiong’o, scomparso anche lui poco tempo fa.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1028
Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

In Ucraina Trump somiglia sempre più a Biden

di Roberto Iannuzzi

Chiuso lo spiraglio negoziale, torna la logica delle armi e il rischio di escalation

18d59473 280f 42fd 9d00 997f7bb6132a 2048x1366E’ probabile che chi ancora nutriva speranze nella possibilità che il presidente americano Donald Trump risolvesse il conflitto ucraino per via negoziale le abbia perse in questi giorni.

Una reale trattativa fra Russia e Ucraina non è mai decollata, e la bizzarra mediazione dell’amministrazione Trump (gli Stati Uniti sono parte cobelligerante piuttosto che arbitro) è stata inefficace fin dall’inizio . Ma gli eventi di questi giorni segnano uno spartiacque probabilmente definitivo.

Dopo una breve pausa nell’invio di armi a Kiev apparentemente motivata dall’assottigliarsi delle riserve americane, lo scorso 7 luglio Trump ha annunciato la ripresa delle forniture giustificandola con gli intensificati attacchi russi e l’urgente bisogno di sistemi di difesa aerea da parte dell’Ucraina.

L’amministrazione ha pertanto deciso di prelevare dalle riserve del Pentagono armi per un valore di 300 milioni di dollari in base alla Presidential Drawdown Authority (PDA), per mandarle a Kiev.

E’ la prima volta nel suo secondo mandato che Trump fa ricorso alla PDA, uno strumento abitualmente utilizzato dal suo predecessore Joe Biden.

La decisione è coincisa con un cambio di toni da parte del presidente USA, che per la prima volta ha impiegato un linguaggio molto aspro nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, accusato di “uccidere un sacco di gente” e di non far seguire alle parole azioni concrete.

 

Trump e i sostenitori della “linea dura” 

Sebbene il presidente americano ci abbia abituato da tempo a repentini cambi di rotta e improvvisi sbalzi d’umore, il differente approccio nei confronti di Mosca è parso nei giorni successivi come qualcosa di meno estemporaneo.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 16 July 2025
Hits: 813
Print Friendly, PDF & Email

machina

I valletti dell'Apocalisse

I governi occidentali e l'impunità di Israele

di Alberto Toscano

0e99dc fb6e25d3a4154e769b53e3765793bcbfmv2La responsabilità dei governi occidentali nel genocidio in corso a Gaza è enorme. Ciò che sta emergendo con chiarezza è il fallimento conclamato del cosiddetto «ordine internazionale liberale». Un ordine che non solo non ferma i genocidi, ma legittima e protegge la violenza sistematica di Israele, che viene per definizione considerata un atto di autodifesa. Mentre si concede carta bianca a Netanyahu, i governi dell'Occidente continuano a intrecciare proficui rapporti con il suo complesso militare-industriale.

Come ci ricorda Alberto Toscano, nel suo rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide la relatrice speciale dell'Onu Francesca Albanese è esplicita: «se il genocidio non si è fermato, è anche perché è un’impresa redditizia. Rende, e rende molto».

Le lezioni della guerra in Iraq sono ancora davanti ai nostri occhi: la complicità delle élite «democratiche» occidentali producono effetti duraturi, e continueranno a farsi sentire per anni.

* * * *

Il 2 luglio, il Parlamento britannico ha votato per inserire il gruppo Palestine Action nella lista delle organizzazioni terroristiche. La decisione è arrivata dopo l’ultima azione diretta del gruppo, avvenuta il 20 giugno, quando alcuni attivisti hanno danneggiato due aerei da rifornimento in volo Voyager presso la base di Brize Norton, da cui partono regolarmente voli verso la RAF Akrotiri, la base situata a Cipro da cui sono decollati centinaia di voli di sorveglianza su Gaza. Mentre il governo britannico insiste sul fatto che le operazioni di ricognizione sono finalizzate esclusivamente alla localizzazione e al salvataggio degli ostaggi, gli attivisti sostengono che la condivisione di informazioni d’intelligence con Israele implichi la complicità del Regno Unito in crimini di guerra.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 15 July 2025
Hits: 1337
Print Friendly, PDF & Email

collettivolegauche

Comunismo della decrescita: soluzione o scorciatoia?

di Collettivo Le Gauche

DECRESCITA FELICE Comportamento de consumoKhoei Saito in Il capitale nell’Antropocene critica duramente gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite paragonandoli all’oppio dei popoli di marxiana memoria poiché distolgono l’attenzione dalla reale crisi climatica con soluzioni superficiali come l’uso di borse riutilizzabili o borracce che fungono da greenwashing senza affrontare il problema alla radice. Saito sostiene che queste azioni individuali, sebbene ben intenzionate, rischiano di assolvere la coscienza delle persone, impedendo un cambiamento radicale necessario per contrastare il riscaldamento globale. La situazione ambientale è descritta come irreparabile, con l’uomo che ha alterato profondamente il pianeta, tanto da far coniare il termine Antropocene per indicare l’era geologica dominata dall’impatto umano. Viene citato Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica, per sottolineare come le attività economiche abbiano modificato l’ambiente, con un’enorme diffusione di microplastiche negli oceani e un aumento senza precedenti della CO₂ atmosferica, passata da 280 ppm prima della Rivoluzione Industriale a oltre 400 ppm nel 2016. Questo incremento, paragonabile a livelli risalenti a quattro milioni di anni fa, potrebbe portare a un innalzamento catastrofico del livello dei mari e a un clima simile a quello del Pliocene. La crisi climatica minaccia la sopravvivenza stessa della civiltà umana, con le disuguaglianze sociali che si acuiscono. I ricchi potrebbero mantenere il loro stile di vita ma la maggior parte della popolazione sarà costretta a lottare per la sopravvivenza. Per Saito la vera causa della crisi climatica è nel capitalismo stesso, il cui sviluppo dalla Rivoluzione Industriale ha coinciso con l’aumento delle emissioni di CO₂. Per trovare una via d’uscita propone di rileggere Marx in modo innovativo, analizzando le connessioni tra capitale, società e natura nell’Antropocene non per riproporre un marxismo dogmatico ma per riscoprire aspetti del suo pensiero finora trascurati, nella speranza di immaginare una società più giusta e sostenibile.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 20 July 2025
Hits: 9286
Print Friendly, PDF & Email

barbaraspinelli.png

La “diplomafia” di Trump: i dazi

di Barbara Spinelli

Diplomafia: così viene chiamata dal giornale israeliano «Haaretz» l’offensiva globale che Donald Trump ha scatenato sui dazi.

A sorreggere la politica statunitense non ci sono ragionamenti commerciali, né economico-finanziari, e neanche geopolitici, contrariamente a quanto affermano alcuni esperti. La geo-politica presuppone una mente fredda, analitica, mentre quel che quotidianamente va in scena ai vertici degli Stati Uniti è uno spirito di vendetta ben conosciuto e praticato nel mondo dei gangster e dei mafiosi.

Contemporaneamente Trump è sempre più impelagato nelle losche vicende di Jeffrey Epstein, suscitando rancore in un elettorato cui aveva promesso la fine del connubio fra politica, affari, malavita e uso sessuale delle minorenni che lo Stato Profondo custodiva e copriva. Chi conosce la serie The Penguin avrà l’impressione di vedere Gotham City. Non è infranto solo il diritto internazionale e non sono esautorati solo gli organismi delle Nazioni Unite. Trump ostenta ammirazione per i Presidenti protezionisti ed espansionisti dell’Ottocento (William McKinley, James Polk, Andrew Jackson, famosi per la liquidazione dei nativi americani e per le annessioni delle Hawaii, della California, di parte del Messico). Ma essendo figlio del Novecento e delle sue guerre calde e fredde immagina che in quanto padrone della terra tutto gli sia permesso, e interferisce nei procedimenti giudiziari di Stati sovrani – amici e nemici– ergendosi a giudice supremo di un inesistente governo universale.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 19 July 2025
Hits: 8465
Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Il Mainstream e l’omeopatia dell’orrore

di Giorgio Lonardi

Nelle ultime settimane, in concomitanza con l’accelerazione imposta da Israele al genocidio palestinese, si assiste a un analogo cambio di passo anche da parte dell’informazione embedded che, ormai, sembra lavorare al passo e al ritmo dei massacratori israeliani e dei loro complici (USA, UE, paesi arabi, con pochissime e lodevoli eccezioni).

La nuova strategia informativa dei Tg non è più quella della negazione, resa del tutto impossibile da una pletora di dati, video, studi e dichiarazioni pubbliche dello stesso governo israeliano, bensì quella dell’assopimento, della normalizzazione, della distrazione e dell’assuefazione dell’opinione pubblica all’orrore quotidiano.

Le vie seguite nella costruzione della nuova narrativa mainstream sono molteplici. Si va dalla manipolazione linguistica, alla concessione parziale, allo spostamento del focus, per giungere infine alla somministrazione dell’orrore a dosi omeopatiche e tollerabili. D’altronde ci troviamo in una fase storica complessa, nella quale il senso morale dell’opinione pubblica è distratto e debilitato da problemi quotidiani impellenti e, spesso, vitali. Le persone hanno sovente poco tempo, scarse risorse e strumenti limitati per informarsi a fondo mediante reali alternative alla narrazione dominante.

Lo strumento della manipolazione linguistica, in realtà, è stato utilizzato dal potere fin da i tempi più remoti, ma nei brevi Tg nostrani assume forme addirittura grottesche.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 3255
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Il Vangelo secondo Meloni: indignarsi solo per i morti giusti

di Michele Agagliate

C’è un momento, nella liturgia dell’ipocrisia occidentale, che si ripete sempre uguale, con la puntualità di un’orazione scritta a tavolino: il momento in cui ci si indigna. Non per tutto. Non per tutti. Ma solo per qualcuno, e solo quando conviene. In Italia, questo rito ha trovato in Giorgia Meloni la sua sacerdotessa perfetta. Bastava attendere.

Quando le bombe israeliane hanno colpito la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, ferendo il parroco italiano padre Gabriel Romanelli, le parole della Presidente del Consiglio sono arrivate leste, impomatate di indignazione: “Inaccettabile. Bisogna fermarsi. Bisogna trovare la pace.”

Parole che fino al giorno prima non avevano trovato spazio. Non per gli oltre 60.000 morti palestinesi. Non per i bambini spappolati sotto le macerie. Non per le scuole distrutte, gli ospedali ridotti in polvere, gli anziani lasciati morire di fame. Non per i bombardamenti quotidiani, le esecuzioni a sangue freddo, la fame come arma di guerra. No, per quelli nulla. Nessuna parola. Nessun monito. Nessuna richiesta di pace.

La voce di Meloni si è alzata solo ora, solo perché tra quei muri sventrati c’è un italiano. Un prete. Un cattolico. Una vita che vale, secondo il catechismo geopolitico di questo governo. Gli altri, quelli con il nome arabo, quelli senza cittadinanza europea, quelli che non votano, non contano.

Read more ...

Details
Published: 23 July 2025
Created: 17 July 2025
Hits: 3179
Print Friendly, PDF & Email

altrenotizie

Netanyahu e la Siria in pezzi

di Mario Lombardo

Lo scioccante bombardamento del palazzo presidenziale e di altri edifici governativi siriani da parte di Israele nella giornata di mercoledì ha dimostrato ancora una volta come non sia possibile intrattenere rapporti paritari con lo stato ebraico, il quale, per sua natura, comprende e accetta soltanto la dipendenza, quando a essa è collegata la sua stessa esistenza, ed è il caso delle relazioni con gli Stati Uniti, o la sottomissione, a cui cerca invece di sottoporre virtualmente tutti gli altri paesi. Il nuovo regime (ex) qaedista al potere a Damasco aveva infatti obbedito agli ordini di Washington per aprire un processo di normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv, ma questa disponibilità non lo ha risparmiato dalla violenza sionista.

Le drammatiche vicende siriane, in un quadro più ampio, sono la conseguenza di uno dei crimini più macroscopici degli ultimi decenni, vale a dire la distruzione di questo paese e del governo di Assad, orchestrata da Washington, dai suoi alleati in Europa e in Medio Oriente – Israele incluso – e messa materialmente in atto da una galassia di formazioni armate fondamentaliste. La “liberazione” della Siria è sfociata ora prevedibilmente nel caos più totale, con le minoranze etniche e religiose esposte a massacri indiscriminati e, sullo sfondo, una rivalità in prospettiva dai contorni esplosivi tra Turchia e Israele, di cui i fatti di questi giorni rappresentano probabilmente soltanto le prime avvisaglie.

Il bombardamento di Damasco è arrivato dopo una settimana di pesanti scontri armati nella provincia meridionale di Suwayda tra la minoranza drusa, che qui costituisce la maggioranza degli abitanti, da una parte e tribù beduine sunnite e forze del regime dall’altra.

Read more ...

Details
Published: 22 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1953
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Francesca Albanese e la disumanità degli umani

di Alberto Bradanini

175845866 c690becc 623e 4406 9418 5c9d181d52c1.jpg1. Solo gli esseri umani sanno essere disumani. Quelli che nel creato qualifichiamo come animali si comportano in modo decisamente più umano. La mesta realtà che ci circonda riflette le prodezze di figure politiche dozzinali ed evanescenti, giornalisti reclutati tanto al chilo, accademici/esperti che misurano le parole per il loro rimbalzo su carriera e immagine, pubblici funzionari eviscerati al servizio funzionale di chi sta in alto. Tutti costoro hanno divelto dalle loro arterie ogni traccia di empatia nei riguardi dei loro simili. Ogni istante, uomini, donne e bambini palestinesi vengono massacrati dallo stato sion-nazista di Israele, senza alcuna ragione che non sia riconducibile a malvagità, odio, delirio di potenza, saccheggio e furto di terre. Eppure, coloro che dispongono di poteri o pubbliche tribune tremano all’idea di gridare l’evidenza. Devono obbedire al dominus atlantico, guardiano della finanza privata, dei produttori di armi o dei potenti ricattati per crimini dicibili o indicibili (pedofilia/Epstein, evasione fiscale, corruzione, depravazione senile …).

La realtà è invero plateale: Israele è uno stato terrorista, impunito e impunibile perché come le iene nella giungla dispone dell’astuzia e della forza, guidato da un governo che bombarda tutto ciò che si muove entro un raggio di 500 km dalla sua capitale (Tel Aviv, per il diritto internazionale, non Gerusalemme!), sicuro di farla franca perché protetto dai loro complici (gli amerikani sfrontati davanti alla storia e alla coscienza del mondo), violando la Carta delle Nazioni Unite, uccidendo civili come mosche, demolendo edifici pubblici dove capita (Teheran, Beirut, Gaza e ierlaltro 16 luglio 2025 a Damasco!) in una lista di nefandezze lunga fino al pianeta Marte, tutto e sempre per legittima difesa, che vergogna!

Codardi quali sono, i titolari delle nostre istituzioni – sulla carta guardiani della Costituzione più bella del mondo, quella umiliata ogni istante dalla incomprensibile cobelligeranza sul fronte ucro-nazista, della guerra predatoria Usa contro la Russia e del sostegno al sionismo espansionista, ladro di territori altrui – sostenuti dai maggiordomi mediatici-accademici-esperti, temono di essere puniti dal cerchio magico sionista che ha penetrato persino le sfere di un sistema-paese inconsistente come l’Italia

Read more ...

Details
Published: 22 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1868
Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

Capitalismo crepuscolare. Fate presto

di Salvatore Bianco

L'odierno "capitalismo crepuscolare" non è in grado di offrire lavoro dignitoso e benessere diffuso. Pubblichiamo un estratto del libro di Salvatore Bianco “Fate Presto. Emergenzialismo come fase estrema del neoliberismo” (Roma, Rogas, 2025)

Riders.jpgQui conviene ritornare sia pur celermente alla crisi del 2007 e alla sua frettolosa e interessata interpretazione, da parte dell’establishment e dei vari ammennicoli mediatici, nei termini riduttivi di una semplice crisi finanziaria. Di contro, una più convincente letteratura critica recente l’ha poi correttamente inquadrata come Terza grande depressione del capitalismo moderno, dopo quelle di fine Ottocento e l’altra arcinota crisi del ’29 nello scorso secolo. Secondo questa analisi, essa si sarebbe aperta nel biennio 2007-2008 per mai più richiudersi e pertanto dopo oltre quindici anni ne saremmo completamente pervasi. In realtà, lo stesso pensiero mainstream ha finito con il reinterpretarla piuttosto cinicamente, utilizzando a sua volta le categorie del «pensiero negativo»: il negativo, cioè la crisi, è parte dell’ordine, non ci può essere ordine privo di negazione interna, con buona pace del «razionalismo moderno» e della sua pretesa di trattare la crisi con strumenti risolutivi. In effetti, si è constatato sul piano fattuale che la crisi si era dilatata e intensificata oltre misura. Si è cominciato allora a gestirla, governando non più sulla crisi ma attraverso di essa. E per questo è divenuta nel discorso pubblico, alimentato ad arte dall’élite dominante, «permacrisi»: la cui gestione non può che essere all’insegna dell’emergenza permanente, per l’appunto emergenzialismo. Tutto ciò con l’obiettivo di preservare quello che rimane del proprio ordine e delle gerarchie politiche e sociali in esso incorporate. Ironia della sorte, quella vita biologica che la politica moderna in Occidente aveva elevato a bene supremo da proteggere, come illustrato precedentemente, appare ora sempre più ostaggio, tramite i continui avvertimenti recapitati ad esempio dalla natura, del «modo di produzione capitalistico», che nella sua forma assoluta annichilisce l’ambiente e disumanizza la società, come le guerre più recenti con il loro carico di distruzione e di morti attestano. La crisi deve ritornare a essere nel discorso politico di chi sta in basso quella che è sempre stata in epoca moderna dopo la cesura dalla Rivoluzione francese: un’occasione per agire il conflitto nel vuoto di legittimità che si determina all’indomani della perdita di consenso, con una robusta battaglia di idee a fare da apripista.

Read more ...

Details
Published: 22 July 2025
Created: 16 July 2025
Hits: 1216
Print Friendly, PDF & Email

poliscritture

Il comunismo nel buio (6)

di Ennio Abate

Stalin Joseph 1930 640x420 1Tra anni’60 e ’70, la storia ha spinto alcune generazioni, che pareva potessero intendersi e cooperare, su posizioni politicamente diverse e spesso in forte opposizione. È andata così e ne subiamo tuttora le conseguenze. Le separazioni spesso non si ricompongono più e al massimo si sopportano come brutte cicatrici. Al dunque, i dissensi, irrisolti e probabilmente irrisolvibili nel tempo che ancora ci resta da vivere, restano. Dialogare da dove siamo finiti (o forse eravamo già in quegli anni più luminosi) è arduo.Per il peso della sconfitta e senza più la speranza di un comune progetto. Possiamo, però, circoscrivere i nostri dissensi; e continuare a ragionarci sopra. Questo tento di fare replicando con questi appunti a Eros Barone, Beppe Corlito e Ezio Partesana . Comincio dall’intervento di Eros (qui).

@ Eros Barone

1. C’è un primo ostacolo al nostro dialogo: tu omaggi Fortini («con tutto il rispetto che si deve ai “maggiori”») ma subito dopo lo accantoni e salti a piè pari il suo scritto del 1989 (qui), dal quale io pensavo potesse partire questa riflessione sul comunismo. E con quale argomento?

Cito: «mi sembra importante prendere le distanze per il forte sapore di idealismo, di sconfitta e di potenziale opportunismo che quella definizione non sempre chiara e persuasiva, elaborata a ridosso degli eventi epocali del 1991, contiene e diffonde».

Non spieghi in cosa consista, nella definizione fortiniana di comunismo, il forte sapore d’idealismo, dove essa non sia chiara, perché non convinca e se la sconfitta sia stata reale o solo “sapore”.

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1451
Print Friendly, PDF & Email

metis

I cinque problemi strategici di Israele

di Enrico Tomaselli

Arab Israeli Conflict KeyStoricamente, Israele ha sempre avuto una leadership pienamente consapevole dell’importanza delle sue forze armate, intese non come ipotetico baluardo difensivo del paese, ma come strumento attivo e costante della politica statuale. A loro volta, le forze armate israeliane hanno spesso fornito importanti leader alla politica, e tutto questo ha fatto sì che la guida politica e militare dello stato ebraico è sempre stata caratterizzata da una piena integrazione dei due aspetti. Questo equilibrio è però cominciato a venire meno quando, all’interno della società israeliana, si è andato affermando un radicalismo di destra, con forti accenti messianici, che ha trovato in Netanyahu la figura di riferimento. Per il leader del Likud, infatti, l’esercito è a tutti gli effetti uno strumento del potere politico, che ne dispone a suo piacimento; e benché il personaggio sia indiscutibilmente un pragmatico – diciamo pure uno spregiudicato – è anche assai poco disponibile ad ascoltare chi non è d’accordo con lui.

Nel corso della sua ormai ventennale carriera politica, Netanyahu ha via via esercitato un controllo sempre più stretto sull’apparato statale (proprio al fine di consolidare e difendere il suo potere personale), in primis sulle forze armate e sui servizi di sicurezza. Trovandosi spesso in disaccordo con entrambe, ma imponendo sempre il proprio volere. Questa divaricazione, che in qualche misura si è riflessa sulla società, ha sicuramente aperto una crepa nella stessa capacità operativa di Israele.

Ciò risulta macroscopicamente evidente a partire dallo spartiacque del 7 ottobre 2023.

Senza entrare qui nel merito dell’operazione Al Aqsa Flood, e delle varie interpretazioni che ne sono state fatte (e sulle quali ho più volte scritto), appare evidente che a partire da quel momento Israele si è impegnato in una serie di conflitti – praticamente ininterrotti – che hanno visto il culmine con l’attacco all’Iran del 13 giugno scorso.

Questi conflitti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen, Siria, Iran – hanno opposto l’IDF essenzialmente a formazioni di guerriglia (Resistenza palestinese, Hezbollah), con le quali ha ingaggiato un confronto a contatto, mentre con le realtà statuali (Siria, Yemen, Iran) il confronto è sempre rimasto a distanza.

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 15 July 2025
Hits: 1087
Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

Trump finge di minacciare la Russia ma spreme l’Europa

di Gianandrea Gaiani

250714a 014 rdax 775x503s.jpgIl 14 luglio Donald Trump ha precisato i contorni della nuova iniziativa statunitense nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Con al fianco il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha ribadito di essere “deluso dal presidente Putin, perché pensavo che avremmo raggiunto un accordo due mesi fa, ma non sembra esserci riuscito. Quindi sulla base di ciò imporremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo entro 50 giorni. Dazi pari a circa il 100%” fa applicare alle nazioni che commerciano con Mosca. “Spero di non doverlo fare” ha detto Trump alla Casa Bianca, annunciando nuovi invii di armamenti a Kiev ma ribadendo, come aveva già anticipato, che saranno gli alleati europei a pagare il conto molto salato.

Trump e Rutte hanno presentato un accordo, peraltro ancora vago, in base al quale la NATO (cioè i partner europei dell’alleanza) acquisterà armi dagli Stati Uniti, comprese le batterie antimissile Patriot, per poi darle all’Ucraina. “Gli Stati Uniti venderanno miliardi di dollari di equipaggiamento militare alla NATO che li porterà’ rapidamente sul campo di battaglia”, ha dichiarato Trump.

Rutte ha aggiunto che grazie a questo accordo l’Ucraina riceverà “un numero enorme di armi”. “Quello che faremo è lavorare attraverso i sistemi Nato per assicurarci di sapere di cosa hanno bisogno gli ucraini, in modo da poter preparare i pacchetti” ha detto il segretario generale dichiarando che “è del tutto logico che gli europei paghino per le armi inviate all’Ucraina” e di essere in contatto con “numerosi Paesi” che vogliono aderire all’accordo, fra cui Finlandia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Olanda e Canada. “Ed è solo la prima ondata, ce ne saranno altri”, ha aggiunto.

Rutte, nei confronti di Trump più nei panni di un maggiordomo che di un segretario generale, sembra aver ormai sdoganato il fatto che la guerra in Ucraina contro la Russia riguarda solo l’Europa mentre gli Stati Uniti, bontà loro, ci vendono le armi necessarie a tentare di sostenere Kiev.

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 21 July 2025
Hits: 1399
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Goffredo Fofi

di Salvatore Bravo

192146147 e9ede282 5b94 4cb5 8a61 e249494010a6.jpgIn questi giorni è venuto a mancare Goffredo Fofi. Sulle TV di Stato la notizia non è stata riportata. I libertari non trovano spazio nei media ufficiali privati e pubblici. Nei media statali l’informazione è stata sostituita dalle canzonette e dalla pubblicità dei concerti e delle produzioni musicali di cantanti, il cui vuoto siderale è abissale. In questo contesto in stile “panem et circenses” uomini come Goffredo Fofi non trovano spazio. La cultura della cancellazione avanza in una miriadi di modi. Si cancellano i vivi e i morti per trasformarli in “non nati”. Questo è il tempo del capitalismo senza limiti. Il deserto avanza annichilendo la memoria. Goffredo Fofi lottò per la democrazia radicale/reale e la sua vita è un testo da cui emergono domande profonde a cui diede risposte sperimentando l’alternativa al capitalismo. Uomini di tale valore politico sono presenze dialettiche, che il sistema capitale deve seppellire nel deserto delle canzonette e delle vuote parole senza concetto. Fu un cittadino militante in una realtà che produce in serie “consumatori” che possono assistere ad immagini di Gaza fumante, tra le cui macerie si alzano le urla di donne e bambini, a cui succedono con somma indifferenza gli spot agli spettacoli di cantanti di ultima generazione che inneggiano “all’amore e al successo nelle calde estati estive”. Goffredo Fofi ha donato la sua esistenza contro tutto questo. Democrazia è dignità di ogni essere umano, nel nostro tempo, invece, sono il denaro e il potere a dare rilevanza, così muore la democrazia e il pensiero politico. Goffredo Fofi ci rammenta che non è un destino, ma ciascuno di noi può testimoniare l’alternativa nel presente senza delegare ad altri l’alternativa. Ciascuno di noi può diventare con la sua storia un modello piccolo o grande che testimonia che un altro modo di vivere è possibile. Solo così si difende la dignità di tutti gli esseri umani dal consumismo pianificato che ha consumato anche “l’essere” e lo ha sostituito con la società dello spettacolo, nella quale attori e spettatori recitano un ruolo stabilito da potenze sempre più distanti e anonime

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 4764
Print Friendly, PDF & Email

mondocane

Siria, gli avvoltoi si scannano sui bocconi

E l’America sta a guardare

di Fulvio Grimaldi

Un sanguinoso parapiglia di mercenari in parte sfuggiti ai loro datori di lavoro pare portare a uno scompiglio imprevisto nella sistemazione della Siria che sembrava completata con l’installazione al Damasco del capo del terrorismo islamico – nominato indifferentemente e senza sostanziali differenze Al Qaida, Al Nusra, ISIS, Daesh, Tahrir al Sham, e delle sue bande di tagliagole. Bande che ho avuto il maledetto privilegio di vedere all’opera in una ininterrotta orgia di atrocità contro civili, durante 12 anni di guerra su mandato Nato alla Siria libera, democratica e socialista. Bande che hanno subito continuato l’opera con la mattanza di centinaia di civili per la grave colpa di essere alawiti, la religione del presidente Assad, o cristiani.

Oggi il mercenariato druso di Israele, storicamente inserito nelle forze di sterminio dei palestinesi, addirittura come reparti d’élite, è stato mandato a dar man forte ai drusi di Siria che, al momento dell’invasione israeliana, si sono immediatamente messi a disposizione di quello che è il vero obiettivo di Tel Aviv, l’estensione della Grande Israele alla regione meridionale della Siria.

Il ruolo di manovalanza e vivandiere che i mercenari curdi hanno svolto a favore della stabilizzazione coloniale statunitense nel nordest della Siria, regione dei giacimenti petroliferi e dei settori agricoli più produttivi, corrisponde esattamente al ruolo dei drusi a servizio della colonizzazione israeliana.

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 21 July 2025
Hits: 10605
Print Friendly, PDF & Email

volerelaluna

Una rapina chiamata libertà

di Carlo Rovelli

Nel corso della mia vita, ho visto la parola “libertà” subire una spettacolare traiettoria discendente. È passata da luminoso ideale universale, a ipocrita copertura della difesa di privilegi.

“Libertà” è stata la parola d’ordine della Rivoluzione Francese per liberarsi dal dominio dell’aristocrazia. Della Rivoluzione Americana per liberarsi dal dominio della corona inglese. Delle comunità religiose che volevano liberarsi dal potere corrotto delle gerarchie cattoliche. Delle polis greche che non volevano cadere nelle mani dell’impero persiano. Dei popoli che cercavano di liberarsi da secoli di feroce sfruttamento coloniale. È stata l’ideale della lotta contro fascismo e nazismo che avevano scatenato un’immensa aggressività distruttiva. Libertà è stata la parola magica che aleggiava sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sulla dichiarazione d’indipendenza, sulla Rivoluzione Russa e su quella Cinese. Era Galileo libero di difendere l’idea che la Terra gira. Era libertà dai dogmi, era l’idea che il pensiero non debba essere costretti in limiti. Gli esseri umani non debbano essere schiavi, non debbano essere in catene.

Libertà è stata la parola d’ordine della mia generazione, che rifiutava ipocrisie e imposizioni di un mondo dominato da minoranze, e voleva cercare la sua strada. Da ragazzo, percepivo attorno a me un mondo pieno di regole che volevano impormi modi di essere che mi sembravano ingiusti.

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 16 July 2025
Hits: 3542
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Gli errori strategici figli dell'arroganza USA sconvolgono la guerra

di Alastair Crooke - Strategic Culture

Il grande problema emerso dal raid degli Stati Uniti contro l'Iran del 22 giugno – secondo solo alla domanda "l'Iran soccombe?" – è se, nel calcolo di Trump, egli possa "imporre retoricamente" l'affermazione di aver "annientato" il programma nucleare iraniano abbastanza a lungo da dissuadere Israele dal colpire nuovamente l'Iran, pur consentendo a Trump di perseguire il suo titolo sensazionalistico: "ABBIAMO VINTO: Ora comando io e tutti faranno quello che dico".

Questi erano i principali contrasti da risolvere con Netanyahu durante la sua visita alla Casa Bianca questa settimana. Gli interessi di Netanyahu sono essenzialmente orientati a una "guerra più calda", divergendo quindi dalla strategia generale di cessate il fuoco di Trump.

Implicito nel suo approccio all'Iran "In-Boom-Out & Cessate il fuoco" è che Trump potrebbe credere di aver creato lo spazio per riprendere il suo obiettivo primario: istituire un ordine più ampio, centrato su Israele, in tutto il Medio Oriente, basato su accordi commerciali, legami economici, investimenti e connettività, per creare un'Asia occidentale guidata dagli affari, con epicentro a Tel Aviv (e Trump come suo de facto "Presidente").

E, attraverso questa "Superstrada degli Affari", spingersi ancora oltre – con gli Stati del Golfo che penetrano nel cuore sudasiatico dei BRICS per interromperne connettività e corridoi.

La condizione sine qua non per qualsiasi rilancio di un presunto "Abraham Accords 2.0" – come Trump comprende bene – è la fine della guerra a Gaza, il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia e la sua ricostruzione (nessuna delle quali sembra al momento realisticamente raggiungibile).

Read more ...

Details
Published: 21 July 2025
Created: 15 July 2025
Hits: 3273
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Il prezzo della fedeltà atlantista: dazi, guerra e isolamento economico

di Fabrizio Verde

Come il fanatismo russofobo ha ucciso il rapporto strategico con Mosca e penalizzato l’Italia

La domanda sorge spontanea: ma questo è davvero un alleato? A guardare le recenti mosse dell’amministrazione Trump – non solo nel contesto del conflitto ucraino, ma anche nell’ambito delle relazioni commerciali ed energetiche con l’Europa – viene da chiedersi se la parola “alleato” utilizzata dalla politica e dai media mainstream abbia un senso. O se, invece, non debba essere sostituita da un termine più preciso: vassallo, o meglio, semi-colonia. Così è possibile inquadrare con maggiore precisione la condizione di subalternità nei confronti degli Stati Uniti in cui si trova l’Italia e l’intera Europa. E non di certo da quando alla Casa Bianca è tornato Donald Trump.

 

Armi a spese europee

Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno missili all’Ucraina – tra cui i tanto richiesti sistemi Patriot – ma con una precisazione: “Non pagheremo noi. Saranno gli europei a farlo”. Ecco dunque che Washington con una sola mossa mossa ottiene due obiettivi: alimentare ancora il conflitto in Ucraina e allo stesso tempo realizzando profitti a scapito dei già spolpati “alleati” europei.

Trump non ha neppure nascosto che il pacchetto militare varato con l’Europa ammonta a “migliaia di miliardi di dollari”, con l’obiettivo di rifornire l’esercito ucraino di equipaggiamenti sempre più sofisticati. Equipaggiamenti che, però, finiscono per arricchire le industrie belliche statunitensi, mentre i contribuenti europei fanno cassa per il Pentagono.

Read more ...

Details
Published: 20 July 2025
Created: 15 July 2025
Hits: 1626
Print Friendly, PDF & Email

machina

La fantascienza come profezia

La SF alla prova del presente

di Giulia Abbate

0e99dc dbe9b1de168342e8811b7f36333d5bb1mv2Riflettendo sullo stato dell’arte della letteratura di fantascienza, Giulia Abbate, scrittrice ed esperta del genere, fa il punto sul rapporto tra realtà e inquietudine speculativa, tra futuro inverato e critica sociale. E ripercorre la pista battuta da Mario Tronti, quella che coniuga politica e profezia, per illuminare il futuro critico della SF, ora che è divenuta «la star delle feste perbene». Un testo acuto e critico, come Abbate sa fare.

* * * *

Un genere della modernità

«Devo forse essere soltanto un’arancia a orologeria?». Anthony Burgess, Un’arancia a orologeria [1].

La fantascienza nasce con la civiltà industriale, dall’inquietudine suscitata dall’avanzamento tecnologico oltre limiti ritenuti insuperabili – è questo, ad esempio, il tema centrale di Frankenstein di Mary Shelley, opera fondativa del genere. Oltre a misurarsi con la tecnologia e la hybris della scienza, la fantascienza si confronta con la società di massa, con i lati oscuri delle utopie, con la propaganda del potere, elaborando visioni distopiche memorabili.

«La fantascienza è mitografia della scienza», afferma Franco Ricciardiello. Secondo Valerio Evangelisti, «la fantascienza è il genere narrativo che ha per oggetto i sogni e gli incubi generati dallo sviluppo tecnologico, scientifico e sociale». Una definizione di merito, che può essere arricchita da una nota di metodo: la fantascienza procede nella sua narrazione in modo razionale, sviluppando metodicamente le premesse poste dall’idea peculiare, che Darko Suvin chiama novum.

Il novum è l’idea di base su cui si fonda la traslazione fantascientifica: un cruciale «e se?», il cui sviluppo avviene in modo sistematico, non attraverso simbolismi o fantasie in senso lato, ma mediante il racconto delle implicazioni di quell’idea e la cura per la verosimiglianza dei suoi sviluppi. Inoltre, la fantascienza non si esprime in forme filosofiche o saggistiche, ma si realizza nella scrittura narrativa, e per di più «profana» – secondo la definizione di Northrop Frye – ovvero romanzesca e popolare.

Read more ...

Details
Published: 20 July 2025
Created: 15 July 2025
Hits: 1203
Print Friendly, PDF & Email

sollevazione

Apologia del protezionismo

di Moreno Pasquinelli

PHOTO 2025 07 15 10 42 10.jpg«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero». Karl Kraus

La buona notizia

Bullo, giocatore d’azzardo, erratico, collerico, narcisista impulsivo, nazionalista, matto…

Questi sono solo alcuni degli epiteti che i nostalgici della globalizzazione neoliberista, calpestando le sottigliezze formali del politicamente corretto, appioppano a Donald Trump. Insulti che tradiscono lo stato confusionale in cui sono caduti. Erano caduti nel criosonno della fine della storia e si trovano alle prese con le leniniane contraddizioni inter-imperialistiche.

La vetusta bagascia del capitalismo europeo, sedotta e abbandonata dal suo giovane amante americano, vive una crisi esistenziale perché non riesce a darsi ragione di questo tradimento, che non sembra affatto un voltafaccia estemporaneo ma lungamente meditato e programmato. Fanno i finti tonti: com’è possibile che Trump dimentichi i dogmi liberoscambisti e rinneghi l’Abc della ricardiana Teoria dei costi comparati che regolerebbero il commercio internazionale?

La verità è che, sgomenti, i nostalgici condannano Trump per quello che considerano il più grave dei crimini:

«Una politica che non è motivata da un’ideologia politica, non già da un pensiero economico. Con Trump, il determinismo economico che ha orientato la fase neoliberale (è l’economia che determina la politica) è stato sostituito dall’autoritarismo politico (è la politica che determina l’economia». [1]  

[Notare la chicca e il tranello semantico: la chicca per cui ogni determinazione politica dell’economia è squalificata come “autoritaria” e l’imbroglio per cui la finanza predatoria è chiamata “mercato”].

Incapaci di fuoriuscire dalla loro gabbia concettuale liberal globalista — il cui motto è: “mai mettersi contro il mercato che ha sempre ragione anche quando ha torto”—, i censori di Trump, dopo aver affermato che “una bilancia commerciale in passivo ha i suoi grandi vantaggi”,  si consolano prevedendo sfracelli per l’economia americana.

Read more ...

Details
Published: 20 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 1291
Print Friendly, PDF & Email

krisis.png

«Kaja Kallas, la guerrafondaia in capo dell’Unione europea»

di Thomas Fazi

Ritratto impietoso dell’Alto rappresentante Ue per gli Esteri, ex prima ministra estone accesamente anti-russa.

 Ursula von der Leyen and Kaja Kallas at the weekly college meeting of the von der Leyen Commission 2024 P065043 77274 resultDurissimo atto d’accusa del saggista italo-inglese nei confronti di Kaja Kallas. L’Alto rappresentante dell’Unione europea è descritta come una figura bellicosa e tutt’altro che diplomatica, alle prese con gaffe e tensioni internazionali. Nel suo intervento ospitato da Krisis, Fazi porta anche alla luce le discrepanze fra la linea anti-russa di Kallas e le profonde connessioni della sua famiglia con il regime sovietico, oltre ai controversi affari commerciali con la Russia del marito. Il giudizio finale di Fazi è tagliente: Kallas compromette l’immagine e la credibilità dell’Europa nel mondo.Sebbene Ursula von der Leyen sia sopravvissuta alla mozione di sfiducia del 10 luglio al Parlamento europeo, il risultato (175 voti favorevoli) ha messo a nudo un crescente malcontento nei suoi confronti. La mozione prendeva però di mira l’intera Commissione europea. E, in particolare, la numero due della presidente: Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante per gli Affari esteri.

La figura che, nell’architettura europea, più si avvicina a quella di un ministro degli Esteri è la vera minaccia all’Europa. Kaja Kallas ha costruito la sua carriera su una sfrenata russofobia, che attribuisce agli orrori vissuti crescendo nell’Estonia sotto il controllo sovietico. Il 23 agosto 2023, quand’era ancora primo ministro dell’Estonia, in visita al memoriale alle vittime del comunismo a Maarjamäe, ha per esempio denunciato con veemenza i «crimini mostruosi commessi dal comunismo».

Eppure, la realtà è ben diversa. La sua famiglia, ben lontana dall’essere vittima dell’oppressione sovietica, ha vissuto in realtà un’esistenza relativamente agiata all’interno dell’apparato del potere dell’Urss. Una famiglia la cui ascesa è stata facilitata, in misura non trascurabile, proprio dal sistema sovietico che lei oggi demonizza.

Questa ironia getta un’ombra pesante sulla sua postura morale anti-russa: è difficile conciliare le sue invocazioni a una linea dura e inflessibile contro la Russia con il fatto che gran parte del prestigio della sua famiglia – e quindi il suo – sia stato reso possibile dalle opportunità offerte dall’Unione Sovietica.

Read more ...

Details
Published: 20 July 2025
Created: 18 July 2025
Hits: 8768
Print Friendly, PDF & Email

laboratorio

La prospettiva di default del debito USA e l'imperialismo valutario

di Domenico Moro

Recentemente sulla prima pagina del Sole24ore è stata messa in dubbio la sostenibilità del debito pubblico statunitense, ossia la capacità del governo di onorare i pagamenti dei titoli di debito emessi dal Tesoro[i]. La notizia viene da una indagine rivolta a 40 Banche centrali di tutto il mondo, la UBS Asset Management’s Reserve Manager Survey. Più precisamente, il 47% dei rispondenti ritiene possibile, in futuro, uno scenario di ristrutturazione del debito pubblico americano. Per ristrutturazione si intende la più o meno ampia insolvenza sul debito pubblico.

Non si tratta di una notizia da poco. Secondo le parole del Sole24ore sarebbe “un evento catastrofico, senza precedenti, che avrebbe ripercussioni devastanti per il mondo intero”[ii]. Perché sarebbe così grave? Per rispondere dobbiamo ricordare che il dollaro è la valuta di scambio commerciale e soprattutto di riserva mondiale. Il debito pubblico statunitense, essendo in dollari, assume un ruolo centrale nell’economia mondiale, dal momento che è usato come riserva da organismi ufficiali, come le banche centrali di tutto il mondo, ma anche da organismi quasi e non ufficiali. Se il debito non venisse onorato, anche solo in parte, verrebbe meno la fiducia negli Usa e quindi verrebbe minato lo status di riserva del dollaro. Questo creerebbe una grave instabilità a livello finanziario mondiale e finanche una grave crisi generale.

Il debito americano, cioè i suoi titoli di stato, è da lungo tempo considerato un investimento sicuro, anzi l’investimento sicuro per eccellenza, specie nei periodi di crisi. Sulla capacità degli Usa di onorare il loro debito si fonda non solo la stabilità finanziaria mondiale, ma anche il dominio economico e soprattutto valutario degli Usa. Grazie al fatto che il dollaro è valuta di riserva mondiale gli Usa fino a oggi hanno potuto finanziare un sempre più grande debito pubblico.

Read more ...

  1. Agata Iacono: Cosa spaventa veramente del rapporto di Francesca Albanese
  2. Alessio Mannino: Contro la “comunità gentile” di Serra: not war, but social war
  3. Fabrizio Poggi: Abituare gli italiani alla guerra
  4. Fulvio Grimaldi: Terroristi i partigiani quando sono palestinesi? --- Medioriente, carta vince, carta perde
  5. Chris Hedges: Trump, Epstein e il Deep State
  6. Marinella Correggia: COVID-19, i tristi primati dell’Italia
  7. Gianmarco Pisa: Le tre grandi rotture del Novecento
  8. comidad: Sono gli israeliani a spiegarci come manipolano Trump
  9. Alessandro Volpi: Come i dazi di Trump mettono a rischio l’Unione europea
  10. Gianni Giovannelli: La NATO in guerra
  11. Alessandro Colombo: La crisi distruttiva dell'ordine internazionale
  12. Enrico Tomaselli: Sulla situazione in Ucraina
  13. Alberto Remonato: Social media, realismo capitalista e post-fascismo
  14. Francesco Bugli: Programmazione ed ecologia in Marx
  15. BankTrack - PAX - Profundo: Obbligazioni di guerra a sostegno di Israele
  16. Gianandrea Gaiani: Il Piano Marshall si fa a guerra finita
  17. Paolo Giuliodori: Un piccolo omaggio a Mark Fisher
  18. Sonia Savioli: Cos’è rimasto di umano?
  19. Alberto Giovanni Biuso: Colonizzati dal peggio
  20. Vincenzo Morvillo: Goffredo Fofi, l’ultimo rompicoglioni
  21. Lelio Demichelis: Quei ‘sovversivi’ degli anni Settanta
  22. Enrico Tomaselli: Sulla situazione in Medio Oriente
  23. Marco Gatto: Compagno Fofi. Morte di un maestro
  24. Roberto Fineschi: Questioni correnti
  25. Alex Marsaglia: Salari: gli ultimi dati OSCE annientano la propaganda di Draghi e Meloni

Page 107 of 688

  • 102
  • 103
  • 104
  • ...
  • 106
  • 107
  • 108
  • 109
  • ...
  • 111
Web Analytics