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Published: 14 August 2025
Created: 11 August 2025
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officinaprimomaggio

Milano dall’elettronica alle aragoste

di Sergio Fontegher Bologna

Adesso che ho cominciato a dire la mia come faccio a tirarmi indietro?

L’altro giorno il “Corriere” ha intervistato mons. Delpini. Tra le tante cose sacrosante che ha detto, una mi è piaciuta particolarmente. Tanti dicono che Milano avrà la forza di risollevarsi dopo questa batosta. “Se queste persone ci sono, si facciano avanti!” dice Delpini.

Ma all’orizzonte non si vede anima viva, non si fa avanti nessuno. Qui l’aria che tira è: “ha da passà ‘a nuttata!”

I giornali poi sull’intervista di Delpini hanno chiesto il parere di Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale. Quando si occupava di città metropolitana ha dato una mano a noi di ACTA, perché potessimo avere più spazio nella tutela delle Partite Iva. La ricordo quindi con gratitudine. Oggi si trova in un’altra posizione e immagino che la poltrona che occupa non sia il massimo della comodità. Ovviamente non fa una difesa d’ufficio della Giunta, però dice una cosa che mi lascia perplesso: la bella Milano che tanti rimpiangono contrapponendola a quella di oggi, che tanti non sopportano, in realtà non è mai esistita, è il prodotto della fantasia di chi oggi critica la politica urbanistica.

Boh, sarà. Posso anche essere d’accordo: nella sequenza Mediobanca-Ligresti-Berlusconi- Catella-Sala-Tancredi c’è effettivamente una certa continuità, anzi mettiamoci dentro anche la “Milano da bere”, e abbiamo una storia che dura da quarant’anni (1985-2025). Elena ne ha 43 e capisco che non ha visto altro nella vita, quindi ha ragione a dire che “l’altra Milano” sta solo nella testa di anime belle.

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Published: 14 August 2025
Created: 10 August 2025
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rete dei com

No al summit della guerra! L’11 settembre mobilitiamoci a Roma

di Coordinamento Disarmiamoli

È stato annunciato dal Sole 24 Ore il primo “Defence Summit”, appuntamento programmato dal giornale di Confindustria per l’11 settembre a Roma. La sala scelta è nelle disponibilità del Comune capitolino e della Regione Lazio, dimostrando ancora una volta come gli enti territoriali, amministrati da questo o da quello schieramento politico, si riempiono la bocca della parola “pace” per poi essere pienamente coinvolti nella promozione di iniziative che vanno in direzione opposta. Era già accaduto lo scorso 15 marzo, in occasione della piazza chiamata da Michele Serra e sostenuta con 270 mila euro di fondi pubblici tramite Zétema – società in house del Campidoglio che si dovrebbe occupare di eventi culturali – così come si verificò nuovamente ad aprile con l’iniziativa analoga promossa a Bologna dal sindaco felsineo e dalla collega fiorentina, e a maggio quando Comune di Napoli e Governo hanno ben pensato di sfruttare la cornice offerta dalle celebrazioni dell’anniversario dei natali della città partenopea per ospitare un vertice NATO.

L’evento in calendario per l’11 settembre, dal nome roboante, cade in un periodo in cui i venti di guerra soffiano sempre più forte. Lo sanno i palestinesi, il cui genocidio continua con il consenso statunitense e il silenzio complice degli apparati europei, e di fronte al quale risultano quantomeno tardive le prime contromisure indicate da alcune cancellerie continentali, mentre lo stato terrorista di Israele si prepara all’invasione di Gaza dopo aver portato il quadrante sull’orlo di una crisi generale con i recenti attacchi all’Iran.

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Published: 14 August 2025
Created: 11 August 2025
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insideover

Lo scacco a BlackRock a Panama è una sconfitta anche per Donald Trump

di Giuseppe Gagliano

 

Il progetto di BlackRock di acquisire porti strategici a Panama si è concluso con un nulla di fatto. Il veto di Pechino, che ha rifiutato qualsiasi accordo senza la partecipazione di capitali cinesi, ha messo fine a mesi di trattative e speranze a stelle e strisce. È un episodio simbolico, ma potentissimo: dimostra come gli Stati Uniti, anche nella loro dimensione finanziaria e commerciale più aggressiva, non siano più in grado di imporsi da soli in zone che un tempo consideravano cortile di casa.

 

Il ritorno di Trump e il mito del “piccolo impero”

Alla vigilia del secondo mandato, Donald Trump ha rilanciato il suo disegno geopolitico: un’America meno globale ma più coesa, che rinuncia all’universalismo interventista per consolidare un nucleo imperiale compatto. Da qui l’ambizione di rimettere le mani sul Canale di Panama, nodo strategico per il commercio mondiale, già al centro delle tensioni USA-Cina da oltre un decennio. Lo stesso Trump, nel suo stile provocatorio, aveva persino evocato l’annessione del Canada e del Groenlandia, segnando un ritorno a un imperialismo esplicito ma selettivo.

 

BlackRock, un braccio armato troppo fragile

Nel tentativo di realizzare questa visione, Washington si è affidata a uno dei suoi attori più potenti: BlackRock.

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Published: 14 August 2025
Created: 14 August 2025
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sinistra

Il tabù della lotta aperta e il genocidio inarrestabile dei palestinesi

di Davide Gatto

L’esperienza più significativa che noi elaboriamo del mondo è mediata dal linguaggio: parole che definiscono le cose, legami sintattici che le mettono in relazione. Sono di conseguenza ben radicate nel linguaggio anche le nostre azioni, persino quelle più istintive: una “guerra” – come quella che per i media occidentali Israele combatte a Gaza – non può che protrarsi fino a che non siamo venute meno le ragioni che l’hanno innescata, e pazienza per le vittime civili e le distruzioni che - si sa - sono effetti collaterali e necessari di qualunque conflitto.

Credo che vada ricercato anche in quest’ambito il motivo per cui il mondo non riesce a fermare il genocidio dei palestinesi di Gaza. Se è vero infatti che dall’ottobre 2023 si sono via via moltiplicati gli appelli, le raccolte firma, le manifestazioni di piazza, fino all’attuale ondata di indignazione che vediamo montare sui social, pure si avverte in queste prese di posizione finalmente larghe una sorta di vischiosità che non consente loro di affrancarsi dalla consueta inerzia: come se la nuova consapevolezza e la protesta restassero tuttavia chiuse entro un recinto che le rende inoffensive, inefficaci.

È fatto delle parole con cui siamo abituati a sentire raccontare e a raccontarci il mondo questo recinto, è fatto della trama di un linguaggio che reca ben impresse le impronte di chi detiene il potere, di un linguaggio che disegna nella mente di chi lo usa reti concettuali che possono essere vere e proprie gabbie, di un linguaggio al cui successo contribuiscono fortemente la pigrizia mentale e il vile opportunismo dell’uomo qualunque.

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Published: 13 August 2025
Created: 12 August 2025
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italiaeilmondo

Alaska e oltre: Trump in una scatola

di Mark Wauck

trump tariff threat 2 1733320235Naturalmente, le speculazioni odierne continuano, come nel fine settimana, su cosa aspettarsi dall’incontro in Alaska tra Putin e Trump. Alastair Crooke, oggi, approfondisce le pressioni che Trump deve affrontare da diverse parti. La descrivo come se Trump si trovasse in una scatola, una scatola, in gran parte, creata da lui stesso. Oltre agli accordi che ha dovuto concludere per tornare alla Casa Bianca, c’è anche il suo passato con Epstein che lo perseguita, così come le pessime decisioni sul personale che continua a prendere, una sorta di marchio di fabbrica di Trump. Negli ultimi giorni ho sottolineato l’influenza di una delle decisioni più sconsiderate di Trump in materia di personale, il suo continuo affidamento al generale in pensione Keith Kellogg, e Crooke ne parla. Tra l’altro, oggi ho ascoltato una breve intervista (15 minuti) con Jeffrey Sachs. Sachs è solitamente caritatevole, ma si è riferito all’ottantenne Kellogg come a “quel vecchio”. Significativo. L’ipotesi è che Trump si affidi ai consigli di un uomo che vive nel passato ed è ormai troppo vecchio per affrontare la mutata realtà post-Guerra Fredda di una Russia che, pur mantenendo la continuità con il suo passato culturale, è diversa sia dalla Russia zarista che da quella sovietica.

Se vi fornissi una trascrizione parziale della discussione tra Crooke e il giudice Nap, e devo dire subito che ho editato questo scambio orale con una certa libertà, credo che capirete il motivo per cui Crooke parla di “pressioni” su Trump. Trump sta affrontando pressioni derivanti dai fallimenti della sua politica estera ed economica – entrambe basate sui dazi e sulle sanzioni – e dall’ombra di scandalo rappresentata dalla controversia sul dossier Epstein. Ha bisogno di dirottare l’attenzione pubblica e ha bisogno di un successo clamoroso – o apparente – per riuscirci. Gaza, Epstein, il fallimento dello shock tariffario e il timore reverenziale stanno tutti trascinando Trump verso il basso.

Così l’Alaska. Eppure, come detto, ha scarso controllo effettivo sulla politica estera.

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Published: 13 August 2025
Created: 07 August 2025
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antiper

Tricontinental | Iper-imperialismo: una nuova fase pericolosa di declino

Introduzione

di Antiper

Introduzione a Tricontinental. Institute for Social Research, Hyper-Imperialism: A Dangerous Decadent New Stage, 23 gennaio 2024

trico 2.jpgSono passati appena 30 anni da quando gli ideologi della borghesia, in un impeto di wishful thinking, hanno dichiarato la “fine della storia” dando per scontata l’intangibilità dell’imperialismo statunitense. Ma per le lotte e i movimenti popolari che sentivano sul collo lo stivale dell’imperialismo, non si intravedeva all’orizzonte una fine del genere.

Nonostante la violenta repressione, come nel massacro di Carajás in Brasile nel 1996, il Movimento dei Lavoratori “Sem terra” guidò la riappropriazione delle terre per realizzare una riforma agraria popolare attraverso occupazioni e coltivazioni, sfidando i colossi dell’agrobusiness, come la multinazionale statunitense Monsanto. [2]

Un “soldato che ha scosso il continente”, Hugo Chávez, vinse le elezioni popolari [in Venezuela] nel 1999, una brusca svolta a sinistra che fu seguita da altri paesi in America Latina. Questa svolta incluse un’ondata di mobilitazioni di massa di milioni di lavoratori, contadini, indigeni, donne e studenti che nel 2005 sconfisse le proposte di Area di Libero Scambio delle Americhe [ALCA] degli Stati Uniti, sfidando direttamente quasi 200 anni di Dottrina Monroe. [3]

Nel 2002, le donne nigeriane si radunarono ai cancelli della Shell e della Chevron per protestare contro la distruzione e lo sfruttamento ambientale nel Delta del Niger. Gli haitiani rifiutarono secoli di umiliazioni con manifestazioni di massa in seguito alla destituzione di Jean-Bertrand Aristide da parte degli Stati Uniti e all’occupazione statunitense nel 2004. Milioni di nepalesi celebrarono il rovesciamento della monarchia attraverso la resistenza armata sotto la guida dei comunisti nel 2006. Quando il fruttivendolo Mohamed Bouazizi si diede fuoco nel 2010, il popolo tunisino si ribellò al sistema neoliberista che lo aveva spinto ad un gesto così estremo.

Negli anni successivi, si verificarono cambiamenti, a volte piccoli e impercettibili, altre volte turbolenti ed esplosivi. Questi cambiamenti coinvolsero sia movimenti popolari che attori statali, in alcuni casi estremamente potenti.

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Published: 13 August 2025
Created: 10 August 2025
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contropiano2

Non c’è posto in Alaska per le follie “europeiste”

di Redazione Contropiano

Non c’è nulla di più complicato delle trattative per metter fine a una guerra, a meno che una delle due parti non abbia raggiunto una situazione schiacciante sul campo. Il che sicuramente non è, nel caso del conflitto in Ucraina, per l’alleanza occidentale che supporta Kiev, ma neanche per Mosca, che pure appare in vantaggio strategico molto consistente.

L’ormai prossimo vertice in Alaska tra Putin e Trump, come abbiamo già detto, può avvenire solo perché – senza che siano emersi contenuti concreti sul possibile accordo – le due diplomazie principali hanno evidentemente raggiunto risultati sufficienti a garantire che l’incontro tra i due presidenti possa essere rivenduto come un “successo”. Altrimenti non si farebbe neanche…

Le ulteriori complicazioni arrivano dalla qualità non eccelsa dei negoziatori statunitensi – l’incaricato principale, Witkoff, è un immobiliarista miliardario a digiuno di diplomazia istituzionale – e quindi dalla possibilità che da quel lato non si comprendano a fondo le conseguenze concrete di quel che si discute.

E’ l’ipotesi avanzata ad esempio dalla tedesca Bild, molto “governativa”, secondo cui Witkoff avrebbe scambiato la proposta di “ritiro pacifico” delle truppe ucraine dalle porzioni degli oblast di Kherson e Zaporizha ancora sotto il loro controllo (circa un quarto dei due territori) per il ritiro unilaterale dell’Armata russa dalle due regioni, costate sicuramente molto in termini di mezzi, uomini e investimenti.

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Published: 13 August 2025
Created: 08 August 2025
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mondocane

Il 7 ottobre come l’11 settembre. E c’è chi ancora ci casca --- Terrorista a chi?

di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=t_ZqRFMFsbk&t=58s

https://youtu.be/t_ZqRFMFsbk

Dove ci si chiede, ma il pesce puzza dalla testa, come tutto sta a dimostrare, o dal corpo, come ci vogliono far credere?

Allora in primis: demattarelliziamoci. In secundis defascistizziamo lo Stato. Naturalmente si tratta di procedimenti politico-culturali, non essendoci a disposizione brigate Garibaldi, ma che intanto rafforzano un elemento indispensabile: la consapevolezza dalla quale fiorisce l’autonomia di giudizio. E, magari, l’azione

La prima consapevolezza è che questo Capo dello Stato, con la disponibilità a firmare qualsiasi provvedimento di una banda di malfattori, dilettanti allo sbaraglio, scappati di casa, è un “rappresentante di tutti gli italiani” che non ne rappresenta due terzi, i quali drasticamente lo disconoscono quanto a giudizi sul Rearm Europe e su quanto è giusto o sbagliato in Ucraina. La seconda è che questo governo di reggicoda delle tirannie politico-economiche del complesso atlantico-sionista vale, forse, il 25% degli elettori italiani. Sono appunto coloro che, tenendo conto degli astenuti bipartisan disgustati, lo hanno votato.

Poi c’è la questione, di più arduo superamento, della misura in cui coloro che queste consapevolezze le hanno raggiunte, restano tuttavia imbrigliati nelle megatruffe fondate sulla distorsione di una realtà fatta passare per verità, giustizia, morale.

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Published: 13 August 2025
Created: 08 August 2025
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contropiano2

“Per mezzo dell’inganno”: la doppiezza del Mossad e la complicità di Washington

di Rima Najjar*

Nonostante miliardi di aiuti militari, un supporto tecnologico all’avanguardia e un’incrollabile protezione diplomatica, gli Stati Uniti sono regolarmente sorvegliati dallo stesso alleato che sostengono. Attraverso il Mossad, Israele ricambia non con lealtà, ma con uno spionaggio stratificato, descritto dall’ex agente della CIA Andrew Bustamante come doni intrisi di programmi spia e una collaborazione intrisa di sfiducia. Per molti americani, questa imparità morale contrasta il legame intuitivo tra generosità e fedeltà.

In un segmento del programma radio podcast #224 di Julian Dorey, ormai virale, Bustamante racconta come il Mossad offrisse alla CIA dei “regali”, solitamente strumenti tecnologici o di rilevamento, sistematicamente dotati di programmi spia. L’aneddoto non è eccezionale; è emblematico. L’etica del Mossad, plasmata da una politica Sionista che privilegia il dominio sulla responsabilità, è impenitente: l’inganno sulla trasparenza, la sopravvivenza sulla solidarietà, gli interessi sulle alleanze. Il suo credo guida, “Con l’inganno, farai la guerra”, non è un vezzo retorico. È una dottrina tattica in cui la manipolazione è sacra, i confini etici sacrificabili e il tradimento strategico, persino dei benefattori, pienamente normalizzato.

Mentre la CIA si destreggia tra vincoli diplomatici e supervisione esecutiva, il Mossad opera con autonomia dottrinale. L’imparità è sia operativa che filosofica, e si ripercuote negativamente sui palestinesi attraverso l’elaborazione delle politiche, le regole di spionaggio e il linguaggio morale dell’alleanza.

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Published: 13 August 2025
Created: 09 August 2025
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sinistra

La battaglia di Gaza

di Enrico Tomaselli

Tutti - spero - ricordano il film "La battaglia di Algeri", di Gillo Pontecorvo. Per chi non sa di cosa si parla, o volesse semplicemente rivederlo, in questi giorni è disponibile su Rai Play.

Il film racconta sostanzialmente un pezzo della guerra di liberazione algerina, e precisamente una fase acuta della battaglia svoltasi ad Algeri tra gli uomini (e le donne) del FLN e i paracadutisti francesi. Quello che pochi sanno, è che questo film viene spesso proiettato nelle scuole di guerra, in tutto il mondo. La ragione è che il film, oltre a essere un capolavoro della cinematografia, illustra perfettamente un fatto storico, ovvero come l'esercito di Parigi riuscì ad avere ragione dei combattenti algerini nella più importante città dell'allora colonia francese. Le tecniche contro-insurrezionali descritte nel film, non soltanto sono quelle effettivamente usate contro l'FLN, ma saranno poi prese a modello, soprattutto dagli eserciti occidentali, su come affrontare una guerriglia.

La cosa più interessante, in tutto ciò, è che ovviamente l'esercito francese vinse la battaglia di Algeri, ma perse la guerra, e l'Algeria ottenne la sua liberazione. Anche se la narrazione al riguardo tende a raccontare le cose come una sorta di tradimento da parte di De Gaulle - e infatti i militari francesi che operavano nella colonia diedero vita all'OAS, una organizzazione terroristica di estrema destra, che cercò più volte di assassinarlo - la realtà è che l'FLN rese semplicemente troppo oneroso il mantenimento del dominio coloniale. E solo qualche anno prima la Francia aveva perduto l'Indocina, dopo la sanguinosa sconfitta di Dien Bien Phu (anche su questa battaglia trovate un buon film, su Netflix).

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Published: 12 August 2025
Created: 11 August 2025
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analisidifesa

Timori, speranze e tante illazioni in vista del vertice Putin-Trump in Alaska

di Gianandrea Gaiani

1451017.jpgIl Summit di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump sta gettando nel panico le cancellerie europee, incluso il governo di Kiev, che puntavano tutto su una crisi prolungata nei rapporti tra le due superpotenze per mantenere in sella governi e capi di governo.

Lo si evince chiaramente dalle ultime dichiarazioni. L’agenzia di stampa Bloomberg ha riferito ieri sera che i leader di alcuni Paesi europei stanno cercando di parlare con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in vista dell’incontro di venerdì in Alaska con il leader russo, Vladimir Putin.

il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato nel suo consueto discorso serale alla nazione che “sappiamo che la Russia ha intenzione di ingannare l’America, ma noi non lo permetteremo”. La NATO ha così tanta fiducia nell’esito positivo (per l’Ucraina) del summit in Alaska che il Segretario generale Mark Rutte ha ribadito ieri sera che le forniture di armi all’Ucraina continueranno a prescindere dal vertice Russia-USA.

“Assolutamente sì, continueranno”, ha affermato Rutte, sottolineando che “i primi due pacchetti sono stati stanziati dagli olandesi e poi dagli scandinavi” e che ulteriori annunci sono attesi “nei prossimi giorni e settimane”.

 

Chi ha paura dell’incontro Putin-Trump?

A preoccupare ucraini ed europei sono almeno due elementi: a quanto sembra il summit Putin-Trump non li coinvolgerà direttamente e secondo il consigliere del Cremlino Yury Ushakov il vertice sarà focalizzato sulle opzioni per raggiungere una soluzione duratura alla crisi Ucraina e potrebbe essere seguito da un altro incontro faccia a faccia in territorio russo.

Il rischio quindi è un’intesa tra Mosca e Washington che porrà gli altri davanti al fatto compiuto.

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Published: 12 August 2025
Created: 06 August 2025
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transform

Perché l’Occidente sta fomentando la guerra contro la Cina?

di Alessandro Scassellati

6 ago 8.pngUno dei veri motivi che alimenta l’ostilità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo nei confronti della Cina è che lo spettacolare sviluppo economico della Cina ha fatto aumentare il costo del lavoro cinese e ridotto i profitti delle aziende occidentali. Un secondo elemento è la tecnologia. Pechino ha utilizzato la politica industriale per dare priorità allo sviluppo tecnologico in settori strategici nell’ultimo decennio e ha ottenuto progressi notevoli. Lo sviluppo tecnologico della Cina sta ora infrangendo i monopoli occidentali e potrebbe offrire ad altri Paesi del Sud globale fornitori alternativi di beni industriali necessari a prezzi più accessibili. La possibile saldatura economica tra Cina e Sud globale rappresenta la sfida fondamentale all’assetto imperiale occidentale e allo scambio ineguale.

* * * *

Negli ultimi quindici anni, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina si è evoluto dalla cooperazione economica all’antagonismo più assoluto (si veda il rapporto Revising US grand strategy toward China del 2015). I media e i politici statunitensi hanno continuato a impegnarsi in una retorica anti-cinese persistente, mentre il governo statunitense ha imposto restrizioni commerciali e sanzioni alla Cina e ha perseguito il rafforzamento militare in prossimità del territorio cinese. Washington vuole che la gente creda che la Cina rappresenti una minaccia.

L’ascesa della Cina minaccia effettivamente gli interessi degli Stati Uniti, ma non nel modo in cui l’élite politica statunitense cerca di presentarla. Le relazioni tra Stati Uniti e Cina devono essere comprese nel contesto del sistema capitalista mondiale.

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Published: 12 August 2025
Created: 09 August 2025
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lafionda

Variabili di potere e sovranità: le guerre per procura dell’Occidente

di Elena Basile

Attualmente, ancora più che in passato, è essenziale, per condurre un’analisi corretta delle dinamiche internazionali, comprendere la differenza tra variabili indipendenti e non, che operano in un contesto complesso e fortemente strutturato.

Nel corso delle primavere arabe, il malcontento popolare albergava nei Paesi del Nord Africa da tempo, ma ha costituito un fattore in grado di destabilizzare le società soltanto quando la politica neoconservatrice statunitense ha deciso, con finanziamenti e organizzazione, di puntare sui Fratelli Musulmani per una forma di dominio più solida rispetto ai dittatori tradizionali.

La defenestrazione di Moubarak, l’elezione di Morsi — in seguito abbandonato da Washington a vantaggio dell’odierno Presidente dell’Egitto, Al Sisi — è la rappresentazione evidente della strategia ondivaga che ha sede a Washington.

Ugualmente, la guerra civile in Siria non sarebbe scoppiata, seminando lutti e dolore nel popolo siriano per circa un decennio, se Obama, nel 2015, non avesse deciso, con l’operazione Sycamore e d’accordo con i servizi segreti sauditi, di utilizzare le fisiologiche proteste anti-Assad quale fattore di destabilizzazione della società siriana.

Ricordo che all’epoca ero in Svezia e restavo allibita nell’osservare la bella intellighenzia del Paese che aveva d’obbligo un libro in tasca contro il pericolosissimo dittatore Assad. Sicuramente gli Assad, soprattutto il padre, avevano commesso crimini e favorito il loro potere alaudita con la repressione. Non diversamente da come molti dittatori, nostri alleati, hanno sempre fatto.

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Published: 12 August 2025
Created: 07 August 2025
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piccolenote

Putin da Trump, Modi da Xi: prove tecniche di nuovo mondo

di Piccole Note

Nell’incontro tra Vladimir Putin e l’inviato Usa Steve Witkoff è stato concordato un incontro tra il presidente russo e Trump, che dovrebbe tenersi la prossima settimana. Di seguito, lo scriviamo come parentesi di relativo interesse, Trump dovrebbe incontrare Zelensky, incontro al quale potrebbe prendere parte anche Putin, aggiunta che lo renderebbe di grande interesse, ma che ad oggi è solo un’ipotesi e che l’assistente di Putin, Yuri Ushakov, ha attribuito a “speculazioni”, dal momento di tale ipotesi si è solo “accennato” nell’incontro con Witkoff, anche perché, ha aggiunto, garantire che l’incontro tra i due presidenti “sia un successo e produca risultati tangibili è ciò che più conta”.

Trump ha detto al suo team di procedere rapidamente per organizzare l’incontro col suo omologo russo, dimostrando quanto sia galvanizzato alla prospettiva. Sarebbe storico.

Arduo pensare che tale summit ponga fine alla guerra ucraina subito, ma dovrebbe avviare una nuova fase di negoziati, più incisiva (Ushakov ha affermato che gli Usa hanno presentato “un’offerta accettabile”) oltre che produrre, forse, un cessate il fuoco temporaneo o altre limitazioni delle ostilità dal significato simbolico.

A facilitare il summit la rivelazione del complotto per istruire il Russiagate, la Fake news sull’aiuto che avrebbe ottenuto Trump per vincere le elezioni del 2016, che rischiò di costargli la Casa Bianca e produsse un procedimento di impeachement contro di lui una volta conquistata.

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Published: 12 August 2025
Created: 07 August 2025
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megachip

Il Ponte sullo Stretto è una truffa tecnico-politica da smontare bullone per bullone

di Pino Cabras

Altro che “grande opera”. Il Ponte di Salvini è una gigantesca messinscena da 15 miliardi. Con fondamenta nell’inganno, piloni nella propaganda, e un’impalcatura che non regge nemmeno sulla carta. Ingegneria? Semmai fantascienza prepotente con i soldi pubblici

🤡 Un progetto del 2011 venduto come “rivoluzionario”

Il governo lo chiama “progetto aggiornato”. Ma in realtà è lo stesso identico del 2011, truccato qua e là con una relazione in cui si promettono modifiche “nella fase esecutiva”. Tradotto: prima vi vendono il sogno, poi (forse) capiscono come realizzarlo. È come mettere all’asta un’auto dicendo che il motore lo monteremo dopo. Magari mentre il trabiccolo è in movimento lungo una discesa.

 

🔩 “Cambiamo l’acciaio”: parole che fanno ridere gli ingegneri (e piangere i contribuenti)

Nel nuovo progetto si propone di usare un acciaio con il 20% in più di resistenza. Peccato che questo cambia tutto: sezioni, cavi, masse, ancoraggi. Quindi buttano nel cestino tutti i calcoli statici e sismici fatti finora. Ma va bene così, dicono: “lo correggeremo più avanti”. Come no.

 

💥 Sismica e aerodinamica? Alla cieca, grazie

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Published: 12 August 2025
Created: 06 August 2025
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contropiano2

Genocidio e linguaggio: la semantica dell’ impero

di Vincenzo Morvillo

Come sosteneva Gramsci nei “Quaderni“, il linguaggio è potere e ideologia. Non è mai asettico o impersonale.

Ogni parola che pronunciamo è già attraversata da rapporti di forza, carica di significati storicamente determinati e ideologicamente costruiti.

La lingua non è semplicemente un mezzo per comunicare. È il terreno stesso su cui si gioca la lotta per l’egemonia.

In questo senso l’analisi del rapporto tra linguaggio e potere non può che essere condotta a partire da una prospettiva marxista, che riconosca nella produzione simbolica una dimensione altrettanto determinante quanto quella economica.

Ai tempi del capitalismo crepuscolare e tardo-imperialista infatti, il linguaggio è evoluto come sofisticato strumento sofisticato di governo, gestione del dissenso, cancellazione del conflitto.

Il controllo significante di concetti fondamentali – come “terrorismo”, “pace”, “difesa”, “resistenza”, ma soprattutto “genocidio”– rivela l’intreccio profondo tra dominio politico-militare e dominio ideologico.

Ed è su questo crinale che si colloca la censura sistematica del termine genocidio, appunto in relazione alle politiche israeliane nei confronti del popolo palestinese.

Nel contesto dell’occupazione sionista della Palestina, il termine genocidio è diventato dunque un campo di battaglia semantico.

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Published: 11 August 2025
Created: 06 August 2025
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giubberosse

Perché l'egemonia occidentale è finita

Josephine Ma* intervista Jeffrey D. Sachs

L’economista in questa lunga e interessante intervista incentrata sugli Stati Uniti di Trump tocca vari temi, dalla guerra tariffaria alla politica estera americana gestita in realtà dallo Stato Profondo con una sostanziale continuità tra i vari presidenti, alla difficile relazione con la Cina che considera elemento chiave per la transizione energetica globale verso un’energia a zero emissioni di carbonio, soprattutto nei mercati al di fuori di Stati Uniti ed Europa

Immagine1 7.jpgLa tregua tariffaria tra Cina e Stati Uniti dovrebbe concludersi ad agosto. Cosa prevede che accadrà dopo? E cosa accadrà alle relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti per il resto del secondo mandato del presidente americano Donald Trump?

Gli Stati Uniti hanno imparato che non possono imporre la propria volontà alla Cina. La minaccia delle terre rare è stata di per sé sufficiente a far riconsiderare la situazione agli Stati Uniti. Quindi, quasi subito dopo aver imposto i dazi elevati, gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro. Ed entrambe le parti sanno di avere una certa influenza sull’altra. Per questo motivo, potremmo aspettarci che le due parti mantengano determinati limiti alle tensioni commerciali negli anni a venire. Ci sarà, quindi, una sorta di accordo, ma non sarà definito nei dettagli, e le tensioni continueranno ad aumentare e diminuire, senza che nessuna delle due parti imponga definitivamente la propria volontà all’altra. La ragione fondamentale è che entrambe le parti traggono un reciproco vantaggio dalla prosecuzione degli scambi commerciali. Spero che prevalga un po’ di razionalità.

La sfida più grande, ovviamente, è il comportamento degli Stati Uniti. Sono stati gli Stati Uniti a dare inizio a questa guerra commerciale. Non si tratta di due parti che si combattono tra loro, ma piuttosto degli Stati Uniti che combattono contro la Cina. Dovremmo ricordarcelo. Gli Stati Uniti devono mostrare una certa prudenza a questo punto. Sospetto che ci sia un atteggiamento di umiltà tra molti alti funzionari statunitensi. Lo stesso Trump è imprevedibile. Ha una soglia di attenzione molto breve. Gli accordi con Trump non durano. Quindi, non prevedo un periodo di calma, ma prevedo alcuni limiti alla competizione, perché ciascuna parte può danneggiare l’altra ed entrambe hanno una forte ragione per raggiungere una certa cooperazione.

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Published: 11 August 2025
Created: 06 August 2025
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partenzadazero.png

Perché comandano i ricchi

di Ferdinando Bilotti

Blog 02 A.jpgNella civilissima Europa, culla della democrazia e dei diritti, qualunque analisi politica che ambisca a valere qualcosa deve necessariamente partire da questo presupposto: oggi il potere politico è completamente subordinato al potere economico. Da oltre quarant’anni i governi, di destra o sinistra che siano, favoriscono in tutti i modi i grandi soggetti imprenditoriali: privatizzano e liberalizzano i servizi pubblici, indeboliscono la posizione dei lavoratori (introducendo contratti precari, limitando i diritti sindacali, creando disoccupazione tramite la contrazione del settore pubblico e l’accoglienza di manodopera straniera), tagliano la spesa sociale per abbassare le tasse sui redditi alti e sui profitti d’impresa (e anche per costringere i cittadini a usufruire di servizi scolastici, sanitari e pensionistici privati), consentono agli industriali di chiudere stabilimenti per rilocalizzarli in paesi dov’è più conveniente operare e di reimportare i manufatti lì realizzati, tollerano gestioni finanziarie che sono forme legalizzate di evasione fiscale... e probabilmente ho dimenticato qualcosa.

“Che c’è di strano?” commenterà il lettore blasé. “La democrazia è un sistema di governo fondato sul danaro. Chi ha il danaro controlla i politici, poiché fare politica costa, e direttamente o tramite le inserzioni pubblicitarie controlla i media, che formano l’opinione degli elettori. Quindi chi ha il danaro ha il potere sia di scegliere i candidati che di farli eleggere.”

Eppure non è stato sempre così. Come ho accennato, la situazione odierna è andata determinandosi sostanzialmente a partire dagli anni Ottanta. Prima abbiamo avuto alcuni decenni in cui il controllo dei ceti popolari sull’attività dei governi è andato crescendo: è stata la fase in cui abbiamo conosciuto la programmazione pubblica dell’economia e la statizzazione dei servizi essenziali, la tutela dei diritti dei lavoratori, l’espansione dei sistemi di sicurezza sociale, la tassazione progressiva. E allora dobbiamo chiederci: cosa è cambiato a un certo punto? Perché dopo esserci spinti così avanti siamo tornati indietro?

Molto banalmente, la risposta è che nel periodo storico che stiamo vivendo il potere politico è divenuto maggiormente dipendente dalle risorse che il potere economico era in grado di fornirgli, e che di conseguenza il secondo ha accresciuto la propria capacità di condizionamento del primo. Molto meno banale è capire per quali ragioni ciò sia avvenuto.

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Published: 11 August 2025
Created: 07 August 2025
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comidad

Non sono russofobi, semmai italofobi

di comidad

Si può comprendere la fretta degli Elkann di liberarsi di Iveco, dato che la loro priorità in questo momento è la costituzione di Stellantis Bank USA. Ufficialmente questa nuova creatura rientrerebbe nella categoria degli istituti di credito specializzati nel finanziamento a chi compra auto del gruppo; in realtà si tratta di banche a tutti gli effetti, che possono accettare depositi ed emettere carte di credito. Il finanziamento all’acquisto di auto è quindi un alibi che serve a legittimare la riconversione di imprese industriali in imprese finanziarie.

Molte critiche sono piovute sul governo Meloni e sul ministro Urso per aver avallato questa ennesima deindustrializzazione ed esportazione di capitali da parte degli Elkann. In realtà nella vicenda il governo era incapace di intendere e di volere, infatti la copertura a John Elkann è arrivata direttamente dal Quirinale. Gli organi di informazione ci hanno fatto sapere che Elkann avrebbe dato alla Meloni e a Mattarella ampie “garanzie”. Nessuno si è chiesto cosa c’entrasse Mattarella in una questione che sarebbe di stretta competenza del governo; forse non ci si è posta la domanda perché la risposta è ovvia, dato che Stellantis è una multinazionale e perciò tutto ciò che fa riguarda direttamente la gerarchia dei rapporti imperialistici. In Italia il garante di questi rapporti imperialistici è il presidente della repubblica, che è colui che, in base alla Costituzione, presiede il Consiglio Supremo di Difesa; quindi il vero referente istituzionale della NATO e degli USA è Mattarella. Del resto è noto che non si viene eletti presidenti della repubblica senza il pieno gradimento da parte degli USA.

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Published: 11 August 2025
Created: 30 July 2025
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mondocane

Gaza, Valsusa, antifascismi fascisti e chi ci sta

di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=cfi1OGKY3pg

https://youtu.be/cfi1OGKY3pg

Cosa hanno in comune, fatte le debite proporzioni, Gaza e la Val di Susa? Una lotta, per gli uni, quasi secolare, per gli altri, trentennale. In entrambi i casi mai abbandonata, per quanto costasse. Pagata con la vita e la devastazione, o con la devastazione e il carcere. In entrambi i casi una guerra, imposta, accettata, combattuta. In entrambi i casi una guerra di lunga durata, combattuta da avanguardie legittimate dal consenso e dal sostegno del loro popolo.

E se vogliamo insistere con i paralleli, che, a dispetto della gigantesca disparità tra le dimensioni, hanno una loro evidenza, ci ritroviamo davanti a un dato ontologico: la guerra dei pochi contro i tanti, padroni e lavoratori, feudatari e servi della gleba, colonizzatori e colonizzati, inoculatori e inoculati, èlite e il resto. Un aggregato di ricchi e potenti, cresciuti sull’esproprio di altri. I valsusini e chi si affianca a loro, come i palestinesi e chi ne condivide condizione, diritto, sofferenza, intento e obiettivi, sono epitome, compendio e simbolo della lotta per liberazione dell’essere umano. Costi quel che costi, in chiave speculare e contraria al whatever it takes del noto portavoce di chi, per rubare, arriva ad ammazzare.

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Published: 11 August 2025
Created: 05 August 2025
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volerelaluna

Il pregiudizio democratico

di Piero Bevilacqua

Ci sono pochi dubbi sul fatto che analisti, esponenti politici, giornalisti del mondo occidentale fondano la propria scelta di campo (o coprono la loro malafede), sovrapponendo il proprio giudizio sul regime interno dei paesi alle loro posizioni di politica estera. Se gli stati non sono democratici – secondo gli standard decisi in occidente – qualunque sia il loro comportamento, in qualunque controversia, hanno torto in partenza, sono dalla parte sbagliata della storia. Il caso più recente di applicazione di tale criterio l’abbiamo osservato in occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran. Il fatto che il governo iraniano abbia sottoscritto il trattato di non proliferazione, si sia sottoposto per anni ai controlli degli ispettori dell’AIEA, abbia trattato da ultimo con l’amministrazione Trump non è stato sufficiente a evitare il bombardamento da parte di Israele e degli USA. Poiché l’Iran è uno stato teocratico (anche se la sua realtà effettiva non corrisponde alla caricatura che ne fanno i media occidentali) gran parte dei governanti e dei commentatori europei si è sentita autorizzata ad affermare, senza alcuna vergogna, che Israele – il quale possiede un arsenale nucleare e non si sottopone ad alcun controllo – “ha il diritto di difendersi” e dunque di bombardare chi crede.

Ma il doppio standard degli esponenti democratici non è solo fallace nel giudicare la politica estera degli stati sulla base dei loro ordinamenti interni. Alla luce dell’analisi storica esso appare ingiusto e infondato anche nel giudizio di merito sulla democrazia che si sceglie come criterio di valore.

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Published: 11 August 2025
Created: 05 August 2025
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contropiano2

L’IA può sostituire i mercati? Una risposta socialista di mercato a Carlo L. Cordasco

di Andrea Genovese

Il mio amico Carlo Ludovico Cordasco ha recentemente pubblicato due articoli ricchi e stimolanti sull’IA e il problema della conoscenza. Il suo argomento ha il merito di andare oltre dicotomie semplicistiche, esplorando in modo intellettualmente onesto se e come l’IA possa replicare, o addirittura sostituire, le funzioni economiche tradizionalmente svolte dai mercati.

In particolare, si concentra sul ruolo dei mercati nella scoperta della conoscenza e nella correzione degli errori, sollevando dubbi sulla capacità dell’IA di eguagliarli in queste aree cruciali.

Ciò che colpisce della sua analisi è quanto si avvicini a una prospettiva socialista di mercato, che vede i mercati non come sacri, ma come strumenti istituzionali contingenti, che possono essere integrati, simulati o parzialmente sostituiti se e quando emergono meccanismi migliori.

Molte delle sfide che Carlo solleva, così come le soluzioni ibride che immagina, si inseriscono bene nel quadro proposto da Oskar Lange e altri che cercavano una sintesi tra pianificazione e feedback decentralizzato.

 

Separare la normatività dal meccanismo

Uno dei punti chiave di Carlo è che qualsiasi criterio normativo di allocazione ottimale deve essere indipendente dai mercati stessi.

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Published: 10 August 2025
Created: 04 August 2025
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lafionda

Genocidio e doppi standard: una riflessione sulle parole di Liliana Segre

di Elena Basile

combo1 kq7C U34601311085884H9B 656x492Corriere Web Sezioni.jpgIl pensiero di Liliana Segre, esternato ripetutamente sulla stampa più letta, appare attualmente in minoranza. Non era così quando, dopo 10.000 morti, mi vidi accusata dall’intero arco costituzionale, nonché dallo spazio mediatico, per aver avuto l’ardire di rivolgermi alla Senatrice per condividere una riflessione sull’esistenza di una medesima mentalità — riassumibile nella disumanizzazione del nemico — che accomuna i nazisti di un tempo agli israeliani di oggi.

Mi rivolsi alla Senatrice in quanto la consideravo l’esponente più influente della comunità ebraica. L’avevo ammirata per il coraggio e l’indignazione morale espressi nella denuncia dei crimini nazisti che ella stessa aveva patito.

Sono stata così ingenua da pensare che la Senatrice avrebbe potuto, insieme al movimento di protesta contro il genocidio, levare la sua voce e condannare Israele.

L’intervista che avevo letto su la Repubblica, credo, nella quale la Senatrice — pilotata forse male dal suo intervistatore — esordiva affermando di non riuscire a dormire pensando ai bambini israeliani sterminati dall’attacco terroristico del 7 ottobre, per poi aggiungere, alla fine, che era spiacente per la morte di tutti i bambini di ogni religione e nazionalità, mi colpì sgradevolmente. Mi spinse a pubblicare un video sui social media in cui mi appellavo a Liliana Segre per fare chiarezza.

Non avendo ritrovato l’intervista, aggredita persino da coloro che reputavo amici, decisi di scusarmi. Lo feci in buona fede, pensando di essere stata vittima di un’allucinazione.

Naturalmente, le mie scuse furono interpretate malignamente e subii un linciaggio mediatico: si sostenne che mi ero scusata per paura delle querele della Segre. Così, del resto, si può leggere su Wikipedia in inglese (non quello italiano), che mi fa l’onore di uno spazio, elencando i miei incarichi diplomatici e la mia attività di scrittrice ed editorialista.

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Published: 10 August 2025
Created: 05 August 2025
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nazioneindiana

Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio

di Andrea Inglese

ZZZAisrael protest philadelphia 2024 04 25 1 768x512 1.jpgQuando quello che sta succedendo sarà abbastanza lontano nel tempo, tutti si chiederanno sbigottiti come mai si è permesso che accadesse.
Omar El Akkad

Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.
Jean-Pierre Filiu

Le corporazioni di artisti, scrittori, docenti universitari: un caso di studio

Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di complicità al genocidio[1] dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali)[2]. Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico.

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Published: 10 August 2025
Created: 10 August 2025
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alternative

L’indicibile genocidio è ciò che avviene

di Alfonso Gianni

gianni AS77 page 0001.jpg“Regalo un rifugio a te e ai piccoli,
i piccoli addormentati come pulcini nel nido.
Non camminano nel sonno verso i sogni.
Sanno che la morte è in agguato.
Le lacrime delle madri sono ora colombe
che li seguono, trascinandosi dietro
ogni bara.”
Hiba Abu Nada, 20/10/2023, uccisa da
bombe israeliane lo stesso giorno in cui
aveva postato questi versi.1

“La morte dell’empatia umana è uno dei primi
e più rivelatori segni di una cultura sull’orlo
della barbarie”
Hannah Arendt

Chissà che cosa avrebbe scritto oggi Nuto Revelli, ufficiale degli Alpini nella tragica missione in Russia prima, comandante partigiano poi, e autore del testo di quello splendido canto partigiano che è Pietà l’è morta, la cui musica risale a una canzone – Il ponte di Perati – cantata dagli Alpini ai tempi della Prima guerra mondiale. Chissà se l’orrore del genocidio del popolo palestinese in corso in questi mesi, senza che nessuno riesca a fermarlo, avrebbe trovato modo e spazio per esprimersi nei versi di una canzone di rabbia e di lotta. Allo stesso tempo un inno alla pietà per quelle vittime della ferocia e della stupidità umana. Come è appunto Pietà l’è morta. Come si ricorderà, nel 1949 Adorno aveva dichiarato che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie» Con questo aforisma, diventato subito famoso – oggi si direbbe virale - non voleva certo stilare un atto di morte per un intero genere letterario quanto segnalare una estrema difficoltà, anche per un pensiero critico, di misurarsi in modo congruo con le problematiche di un sistematico sterminio, cioè un genocidio. Inoltre segnalava che quel genocidio fissava una cesura epocale nella storia umana e del pensiero.

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  1. Barbara Spinelli: La Palestina non ha bisogno di parole
  2. Enrico Vigna: La Conferenza Ebraica Antisionista di Vienna chiede l’espulsione di Israele dalle Nazioni Unite
  3. Alessandro Volpi: Partecipazioni statali e la sudditanza italiana alle follie del neoliberismo
  4. Giovanni Di Fronzo: L’occidente vuole disarmare la Resistenza, i regimi arabi si accordano
  5. Fulvio Grimaldi: Da Ben Gurion a Netaniahu: il passo più lungo della gamba
  6. Glauco Benigni: La volete l’intelligenza artificiale? Almeno rendetevi conto di quanto costa
  7. Ibrahim Moussa: L’ex portavoce di Gheddafi: «L’Italia sostenga la riconciliazione del popolo libico»
  8. Andrea Zhok: Il fallimento storico delle liberaldemocrazie
  9. Il Chimico Scettico: Debunker vs complottisti
  10. Davide Malacaria: Carestia a Gaza: l'ecatombe si approssima
  11. Francesco Piccioni: Dazi e scelte politiche, intreccio fatale per un impero in crisi
  12. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  13. Salvatore Bravo: La Passione durevole e Costanzo Preve
  14. Eros Barone: La questione giovanile e un “nuovo umanesimo”
  15. Andrea Balloni: A che punto è la colonizzazione dell’Europa. Un aggiornamento
  16. Fulvio Grimaldi: Antisemita a chi? Putiniano perchè?
  17. Sergio Fontegher Bologna: Milano: al nocciolo della questione
  18. Giuseppe Masala: Cyberdisastro per la Difesa francese (ed europea)
  19. Biljana Vankovska: Le crepe nella NATO: un’analisi
  20. Alessandra Ciattini: Riceveranno gli europei una visita del “signor Oreshnik"?
  21. John Bellamy Foster: Marx e la società comunitaria
  22. Nicola Licciardello: Pubblicità dell'indicibile
  23. Andrea Zhok: Perché non ha (mai) senso parlare di un'Italia "con o senza l'Europa"
  24. Elena Basile: L’appello che non basta
  25. Leonardo Mazzei: Dalla sottomissione immaginaria a quella reale

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