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lafionda

La democrazia e i suoi simulacri

di Antonio Cantaro

Screenshot 480.pngIl teatro dei pupi di Garlasco, lo spettacolo del VAR. Non è che l’iperrealtà ha superato la realtà, se l’è proprio mangiata: è l’unica verità in cui crediamo, l’unica verità che ancora ci “emoziona”, ci tiene svegli, attaccati allo schermo, sino a notte fonda. La politica non se la passa meglio. I simulacri della democrazia – il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete, dell’invettiva – si stanno anch’essi mangiando il “popolo in carne e ossa”. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici. Un viaggio, a volo d’uccello, nella genealogia e nella morfologia del plebiscitarismo antipolitico.

* * * *

La democrazia come apparenza e finzione non è, in assoluto, un tema inedito. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole? Sino a un certo punto. Il passaggio universalmente più noto de Il contratto sociale è quello in cui Jean-Jacques Rousseau causticamente afferma che «il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla». Un grido di dolore contro lo svuotamento della democrazia, un campanello d’allarme contro la sua trasfigurazione in un simulacro. Quel rischio si è oggi moltiplicato, all’ennesima potenza. Si scrive postdemocrazia, si legge crisi della democrazia a vantaggio di altre forme di governo il cui antico nome è aristocrazia (il governo dei migliori) e oligarchia (comando di pochi). Si tratta del governo tecno-capitalista della vita individuale e collettiva.

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«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra

di Rezgar Akrawi

palantir estrema destraILLO20ICEIl manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.

Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.

La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.

È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.

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unblogdirivoluzionari.png

La marcia inarrestabile del neoliberismo

di Mario Sommella

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

neoliberismo.jpgUna rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

 

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.

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lantidiplomatico

"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic

di Laura Ruggeri*

ropaiengiuyiurweIl movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.

Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.

Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.

Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".

Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.

Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.

Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi.

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sbilanciamoci

Deindustrializzazione, una strada senza ritorno

di Vincenzo Comito

intervento 01 25Le crisi e le guerre fanno riscoprire l’importanza dell’industria, ma da decenni i paesi occidentali perdono capacità produttive in tutti i settori, ora concentrate in Asia e in Cina. E le politiche di Stati Uniti ed Europa per reindustrializzare l’economia non stanno funzionando

Con la guerra all’Iran, la questione dei processi di deindustrializzazione è tornata a essere rilevante, in particolare per l’economia dei paesi che fanno parte della UE e per gli Stati Uniti.

Le cifre. Quanto è stato veramente rilevante il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali?

Un recente articolo comparso su Il Sole 24 Ore (Fotina, 2026) ci fornisce una prima valutazione. Secondo tale fonte tra il 2000 e il 2025 il peso del settore industriale sul totale del Pil dei vari paesi è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. Tutti ne hanno dunque sofferto, anche se in misura differente. Forse non a caso chi ha avuto più problemi, come la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, sono anche quelli che hanno cercato di varare successivamente con maggiore determinazione dei processi di reindustrializzazione. La Germania solo molto di recente sta cercando di fare qualcosa, mentre l’Italia appare forse la più smarrita e la più inerte di tutte.

Ma il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali appare in maggiore risalto se guardiamo a quello che è avvenuto nel frattempo in Asia. Prendendo spunto da alcune osservazioni di Emmanuel Todd, lo storico, demografo e antropologo francese, possiamo segnalare il peso delle produzioni anche solo dei paesi dell’area culturale confuciana (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan) sul totale mondiale per alcuni prodotti. In tale area, in particolare in Cina, Corea del Sud, Giappone si produce il 95% del naviglio mondiale, circa l’80% dei chip, circa il 60% delle vetture, includendo in questo caso tutti i paesi asiatici, il 94% dei telefonini includendo l’India (l’82% senza), sempre l’85-90% dei televisori, mentre per quanto riguarda l’installazione dei robot industriali Cina, Giappone e Corea del Sud pesano per il 75-80% del totale mondiale.

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machina

Neoliberismo senza speranza

di Riccardo Boeri

0e99dc 5d5530e5f3274219b369a132438e29ffmv2Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.

A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).

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Sulle tracce del discorso neoliberale

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sollevazione

Il cybercapitalismo e le tre varianti di tecnocrazia

di Moreno Pasquinelli

Fronte del Rifiuto.jpegCiò che ci distingue, ciò da cui non si può prescindere

Il FRONTE del DISSENSO — vedi Il Manifesto — pare essere l’unico movimento politico che abbia segnalato come ineludibile comprendere l’enorme portata sociale della “rivoluzione tecnologica” in atto, e che abbia posto come politicamente essenziale la lotta contro l’ideologia che indossa: il Transumanesimo.

Il CyberCapitalismo è il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme  certamente inedite, dei contrasti sociali.

Ad apertura della nostra inchiesta sul Transumanesimo abbiamo lasciato parlare i demiurghi del balzo di tigre cybercapitalistico in atto per ben capire il mondo dove vorrebbero portarci:

«E’ ora di domandarsi se un corpo da bipedi respiranti con una visione binoculare e un cervello da 1400cc sia una forma biologica adeguata”. (Manfred E. Clynes, Nathan S.Kline). “Il salto tecnologico basato sull’interazione tra genetica, nanotecnologie e robotica, consentirà già dal 2030 individui ibridi che trascenderanno le nostre radici biologiche”. (Ray Kurzweil). “Tutto questo richiede che la vita subisca un ultimo aggiornamento a Vita 3.0, che può progettare non solo il proprio software ma anche il proprio hardware.

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sinistra

Qui e ora

di Lo Sparviero

Lo shock-scossa tellurica Epstein-files. Alcune riflessioni work in progress

immag1qui.jpgQui e Ora è il seguito delle due precedenti puntate sul castello degli orrori emerso con la vicenda di Jeffrey Epstein, del “sistema Epstein” per meglio dire. La nostra prima puntata è del luglio 2025 (https://comedonchisciotte.org/questo-castello-degli-orrori-che-bisogna-radere-al-suolo/), la seconda del 2 febbraio appena passato (https://comedonchisciotte.org/negli-esptein-files-ce-la-bestia-satanica-tutti-dentro/).

Titoliamo Qui e Ora per significare e cercare di trasmettere lo stato di necessaria tensione nel quale svolgiamo le nostre “riflessioni”, incalzati dal ritmo vorticoso degli eventi e sapendo che il tempo delle calende greche è scaduto. Non vale solo per la Palestina, per l’Iran, per l’Asia occidentale.

E’ una raccolta di “minime riflessioni” che presentiamo in capitoletti su alcuni dei molteplici aspetti dello shock-scossa tellurica derivante dalle terrificanti rivelazioni degli Epstein files di cui al momento non siamo in grado di comprenderne precisamente “l’utilizzo politico”. Nelle ipotesi estreme esse “rivelazioni” potrebbero far parte di una manovra di vasta portata volta alla destituzione del presidente Trump, oppure volte a sollecitare lo scatenamento del criminale attacco diretto all’Iran, o allo scatenamento di una orrenda civil war in America e in Europa che è già comunque nell’aria e altro ancora. It may be... Potrebbe essere, lo scopriremo presto (ed anche sulla nostra pelle).

Una mole enorme di documenti è stata desecretata il 30 gennaio 2026, molti sono stati censurati e non sono state rese pubbliche le immagini presenti nei files di omicidi e torture. Da quanto apprendiamo mancano ancora circa 2,5 milioni di pagine per la completa apertura dei files. Ma basta e avanza così per dare il quadro dell’orrore. “Un vero inferno” ha commentato Maria Zakharova portavoce del Ministero degli Esteri russo. Ai russi dedichiamo uno dei capitoletti work in progress.

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acropolis

Le Big Tech sono i nuovi Sovietici. Ora viviamo in un’economia pianificata

di Yanis Varoufakis

nvpdnkblvGli entusiasti del libero mercato non hanno nulla da festeggiare e molto da rimpiangere. Ma ci vorrà un’anima coraggiosa tra loro per guardare in faccia la realtà. Proprio come i marxisti filosovietici continuarono a negare il fallimento dell’esperimento sovietico per molti anni dopo il 1991, così gli ideologi del libero mercato si rifiutano di ammettere che il capitalismo ha generato una forma di capitale – il capitale cloud – che ha sostituito i mercati con qualcosa che risale al passato sovietico. Nel processo, ha ucciso il capitalismo.

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I cosiddetti Magnifici Sette delle Big Tech sono sulla bocca di tutti. Le esorbitanti valutazioni azionarie di Google, Meta, Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon e Tesla suscitano un misto di stupore e paura. I loro investimenti da mille miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale spingono alcuni a prevedere un futuro roseo e altri a temere l’impoverimento dell’umanità, la disoccupazione e persino i licenziamenti. In questo frastuono travolgente, è facile perdere di vista il quadro generale: un nuovo tipo di capitale sta uccidendo i mercati, l’habitat del capitalismo.

All’inizio, il capitalismo era sostenuto dalla fede nei mercati competitivi. Nella fantasia liberale, guidata da Adam Smith, fornai, birrai e macellai lavoravano in mercati così spietati che nessuno riusciva a guadagnare più del minimo indispensabile per mandare avanti le proprie piccole attività a conduzione familiare. Questo, a sua volta, ci forniva il pane quotidiano, la birra e la carne.

Poi arrivò la seconda rivoluzione industriale e i conglomerati il ​​cui potere di mercato avrebbe fatto piangere di gioia Smith. Questa era l’era delle grandi imprese e dei “baroni ladri”. E così fu creata un’altra fantasia – neoliberista – per giustificare le nuove grandi bestie che ora monopolizzavano quasi tutti i mercati rilevanti. Joseph Schumpeter, ex ministro delle finanze austriaco che aveva fatto dell’America la sua casa, fu il più efficace sostenitore del nuovo credo. Il progresso, sosteneva, è impossibile nei mercati competitivi.

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L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 2)

di Ferdinando Bilotti

11286659155 bf61ce1e8f b.jpgNella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.

L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.

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La Grecia ritorna all'inizio dell'ottocento: 13 ore di lavoro giornaliere

di Domenico Moro

Aumento dellorario di lavoro in Grecia.jpegIl 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore giornaliere. Si tratta di un balzo all’indietro di due secoli. Infatti, durante la Rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la durata massima della giornata lavorativa era compresa tra le 13 e le 15 ore giornaliere.

Il movimento operaio, però, sin dall’inizio dette luogo a intense lotte, spesso sanguinose e coincidenti con sommovimenti rivoluzionari, che portarono alla progressiva riduzione della giornata lavorativa. Nel 1848 la rivoluzione in Francia portò l’orario di lavoro a 10 ore. Nel 1872 in Inghilterra la giornata lavorativa scese a 9 ore. Ma fu solo nel 1917 in Russia che, con la Rivoluzione d’ottobre, l’orario venne portato per la prima volta alle attuali 8 ore giornaliere. La riduzione della giornata di lavoro incontrò sempre forti resistenze da parte degli imprenditori, che paventavano il crollo dei profitti. In realtà, la riduzione dell’orario di lavoro, è sempre stata più che compensata dall’aumento della produttività, grazie alle continue innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato le condizioni di lavoro.

A ogni modo, l’orario di lavoro in Grecia era già più lungo che negli altri paesi dell’area euro prima dell’approvazione della giornata delle 13 ore. Secondo l’International Labour Organization (ILO), nel 2024 l’orario di lavoro settimanale era di 39,8 ore in Grecia, a fronte delle 36,1 ore in Italia, delle 35,5 ore in Francia e delle 33,6 in Germania[i]. Bisogna aggiungere, poi, che la legge che porta le ore di lavoro a 13 prevede delle limitazioni: l’aumento è su base volontaria e per un massimo di 37 giorni all’anno. Inoltre, il lavoro extra sarà compensato con un aumento della retribuzione del 40%. Malgrado tali limitazioni, si tratta di un grave arretramento per i lavoratori greci e potenzialmente per tutti quelli europei, che porta all’inversione della tendenza storica alla riduzione dell’orario di lavoro.

Dunque, per quale ragione l’orario di lavoro è aumentato? Per rispondere dobbiamo rifarci al meccanismo attraverso il quale funziona il rapporto tra forza lavoro e capitale.

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«Smettetela di piangere sulla “trappola cinese”»

Il punto di vista di un analista di Pechino sul confronto in atto con gli Stati Uniti

di Zichen Wang

1024px An episode in the revolutionary war in China 1911 the battle at the Ta ping gate at Nanking. Wellcome L0040002 2«Siamo in una guerra commerciale con la Cina». L’annuncio fatto dal presidente Donald Trump il 15 ottobre ha raggelato i mercati, consapevoli che l’escalation tra Washington e Pechino avrà una ricaduta sul panorama geopolitico globale. Negli ultimi anni, gli scontri fra Cina e Usa si sono intensificati attraverso dazi reciproci su centinaia di miliardi di dollari di prodotti, restrizioni tecnologiche sempre più severe – in particolare sui semiconduttori avanzati – e accuse di pratiche commerciali sleali. Gli Stati Uniti hanno imposto limitazioni ad aziende tecnologiche cinesi come Huawei. Di pari passo, la Cina ha accelerato i suoi sforzi per l’autosufficienza in settori strategici, avviati nel 2015 con il piano «Made in China 2025». Queste tensioni hanno intensificato il dibattito sul ruolo di Pechino sulla scena economica mondiale. Per comprendere meglio la prospettiva cinese, in Occidente spesso fraintesa o semplificata, diamo voce all’analista cinese Zichen Wang. Il fondatore della newsletter «Pekingnology» presenta ai lettori di «Krisis» la sua prospettiva sulle dinamiche economiche globali. Una lettura controcorrente che interpreta l’ascesa tecnologica cinese come risultato della competizione globale e non come risultato di una manovra ingannevole.

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I recenti commenti negli Stati Uniti dipingono la Cina come l’architetto di un piano calcolato a lungo termine per attirare aziende straniere nel suo mercato, estrarre la loro tecnologia e favorire i concorrenti locali, per poi scartare le imprese straniere una volta che hanno esaurito il loro scopo. In questa narrazione, un’azienda americana dopo l’altra cade vittima della presunta «trappola tecnologia-per-mercato» di Pechino: prima Motorola, poi Apple, ora Tesla.

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carmilla

La fine del vecchio mondo e l’inizio di quello nuovo

di Sandro Moiso

Michael Hardt, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 315, 22 euro

658e92357ddaf83a37526e47323880e7e339b4c0.jpgChe non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo è ovvio. Che siamo stati «sovversivi» è altrettanto ovvio. (I militanti dell’Autonomia in attesa del processo nel carcere di Rebibbia – 1983)

Michael Hardt, docente alla Duke University del North Carolina è stato co-autore con Toni Negri di numerosi e ben noti saggi di carattere politico. Il suo testo pubblicato in Italia per DeriveApprodi, e uscito in lingua inglese nel 2023 per la Oxford University Press, ha come intento quello di riassumere la grande varietà di esperienze di lotta e organizzazione sviluppatesi nel corso degli anni Settanta del ‘900 e, allo stesso tempo, anche quello di affrontare ed esporre con coerenza e lucidità le differenze intercorse tra le lotte degli anni Sessanta, tutte troppo spesso riassunte a livello di immaginario collettivo dall’autentico brand rappresentato dal ’68, e quelle del decennio successivo, altrimenti riassumibile da un’altra iconica cifra stilistica, quella del ’77.

Due riferimenti simbolici per la rappresentazione di esperienze allo stesso tempo così vicine eppur così lontane. Soprattutto in tante valutazioni sociologiche, politiche e storiche successive che hanno, troppo spesso, diviso gli “anni dell’innocenza”, quelli che avrebbero portato al 1968, da quelli della furia, della rabbia e dell’estremismo. In cui, però, il concetto di autonomia politica, di classe e di genere, si è materializzato concretamente nelle esperienze organizzative di lotta dei lavoratori salariati, delle donne, dei giovani e delle loro differenti culture. Anche se in certe ricostruzioni a posteriori si è sostenuto che, in fin dei conti, negli anni Settanta non sia successo alcunché di significativo.

Sostenere che negli anni Settanta non sia successo nulla, tuttavia, richiede una certa strategia per supportare una tale cecità. In una certa misura, questa cecità ha a che fare con il «come». Molti dei movimenti più importanti degli anni Sessanta – i movimenti dei lavoratori di fabbrica, le femministe, le lotte di liberazione nazionale e antimperialiste, i movimenti antirazzisti, le ribellioni studentesche e giovanili, le lotte indigene – sono continuate negli anni Settanta, in molti casi in numero maggiore e con più intensità di prima. Il fatto che potessero diventare invisibili (almeno per alcuni) era dovuto al fatto che assumevano caratteristiche molto diverse, forme di organizzazione radicalmente rinnovate e nuovi obiettivi, che non rientravano nelle narrazioni accettabili.

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sbilanciamoci

Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato

di Franco Padella

Guerre e politiche securitarie poggiano su sistemi operativi, in primis su Palantir, società di Peter Thiel e Alex Karp diventata fondamentale nei teatri di guerra in corso, per la caccia ai migranti negli Usa. Dopo la visita di Trump a Londra si estende in Uk. Con un piedino in Italia.

553757609 1219045323584074 2896138364894316625 n.jpgI conflitti contemporanei, dall’Ucraina al Medio Oriente, si stanno rivelando essere sempre più guerre digitali, dove l’Intelligenza Artificiale e le capacità di elaborazione dati diventano elementi decisivi sul campo di battaglia. Non si combatte più solo con armi fisiche: informazioni, dati interconnessi e algoritmi avanzati formano ormai un vero e proprio sistema operativo della guerra moderna. E’ il controllo dei flussi informativi a determinare il successo delle operazioni con la stessa – se non maggiore – importanza della potenza di fuoco tradizionale.

In questo scenario, le Big Tech, tradendo le loro originarie narrative di beneficio per l’umanità, si sono posizionate velocemente in prima linea per sfruttare le opportunità offerte dalle tensioni globali, mettendosi pesantemente in corsa per inserire le loro capacità di Intelligenza Artificiale e di calcolo nella gestione dei conflitti, siano essi di tipo geopolitico o di controllo sociale a uso interno. Un’operazione pervasiva che invade non solo gli ambiti securitari e bellici, ma anche settori che fino a poco fa erano dominio esclusivo degli Stati nazionali.

Mentre i riflettori mediatici restano focalizzati sul ristretto gruppo FAMAG (Meta, Apple, Microsoft, Amazon, Google), note per le nostre interazioni quotidiane, è un’altra azienda, mediaticamente “minore”, a rappresentare un’alternativa tanto silenziosa quanto potente: Palantir Technologies. Poco visibile rispetto alle altre, si è già profondamente integrata con gli apparati di sicurezza e di guerra americani, ed è molto avviata nella stessa direzione in tutto l’Occidente. A differenza delle altre, Palantir preferisce rimanere in penombra: non vende se stessa al pubblico, non fa pubblicità. Vende potere. Potere dato in uso a Stati e governi, potere di prevedere, di controllare, di dominare. E facendo questo, in qualche modo, diventa essa stessa Stato.

 

Gemelli diversi per uno stesso potere

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sinistra

Effetti culturali dell’economia neoliberista V

di Luca Benedini

(Quinta parte – Neoliberismo, dinamiche psicologico-emotive e vita relazionale: prima metà del discorso, con un approfondimento sulla naturalità della filosofia dialettica)*

globa2.jpg 800x445.jpegOsservazioni e riflessioni a tutto campo su dipendenze, proiezioni, dualismi,

sfasature tra i sessi e forme di venerazione sociale di cosiddetti leader

carismatici, tanto più nell’attuale mondo dominato dall’ideologia neoliberista 

Prima di inerpicarsi nei vari aspetti di una possibile integrazione tra il “socialismo scientifico” marx-engelsiano e le forme di esperienza, di pensiero e di movimenti alternativi più congrue, profonde e costruttive che si sono sviluppate nell’ultimo centinaio d’anni (integrazione che è stata delineata nella quarta parte del presente intervento), appare opportuno – e per molti versi intrinsecamente necessario – approfondire nel loro insieme una serie di tematiche psicologico-emotive e relazionali che riguardano il modo stesso in cui viviamo e in cui, più in particolare, affrontiamo le varie situazioni e circostanze nelle quali ci veniamo a trovare.

Naturalmente, anche i modi in cui affrontiamo i vari temi che ci si presentano nell’ambito della vita sociale possono essere profondamente influenzati da tali tematiche, benché si tratti di un argomento che è rimasto praticamente escluso dal “cielo della politica” sia durante il ’900 che in questo inizio di secolo: un’esclusione che è avvenuta non certo per caso, ma per tutelare le ambizioni personali e le tendenze ideologiche che – con pochissime, rare e solo parziali eccezioni – hanno drammaticamente predominato nella politica in tutto questo periodo, impoverendo molto pesantemente il lato umano, relazionale e intimamente democratico della politica stessa (lato che invece dovrebbe essere fondamentale in qualsiasi società che al suo interno intenda limitare fortemente il classismo e i suoi tipici effetti umanamente devastanti o che, addirittura, sia orientata esplicitamente al superamento di qualsiasi forma di classismo).

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