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Contrordine! Cessate il fuoco per 15 giorni
di Dante Barontini
Ultim’ora. L’agenzia iraniana Fars ha reso noto il traffico nello Stretto di Hormuz, ripreso stamattina dopo l’accordo con gli Usa, è stato nuovamente interrotto a causa della violazione criminale del cessate il fuoco operata da Israele, che ha ha addirittura intensificato i bombardamenti sul Libano.
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Tra il bluff e «la fine di una civiltà» per ora continua il bluff. Non stranamente è una buona notizia per tutti. Non si può vivere in un mondo in cui tirare un’atomica diventa una cosa «normale».
Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan, hanno concordato una sospensione dei bombardamenti per quindici giorni. La base fisica per le trattative dirette è Islamabad, quella politica è il «piano in dieci punti» presentato dall’Iran e non quello in «15 punti» – di fatto una richiesta di resa senza condizioni – strombazzato per giorni da Trump. La differenza è sostanziale, perché si tratterà per raggiungere non una imposizione Usa un po’ attenuata, ma per un equilibrio proposto dall’Iran, seppure un po’ annacquato.
Questo è quanto, dopo di che ci sono le diverse trombe delle diverse propagande.
Quella più equilibrata è naturalmente espressa dal mediatore. Poco prima della scadenza diventata ormai un conto alla rovescia, il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif è apparso per dire: «Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano, con effetto immediato».
«Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i Paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le controversie», ha aggiunto.
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Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla?
di Stefano Bertoldi
Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele
La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc… Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.
1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza?
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Venezuela tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà
Illusioni, delusioni?
di Fulvio Grimaldi
“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)
Sono consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico. Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà, trasformano avvoltoi in innocue farfalle.
Il tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la riuscita del disastro.
Prima di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie millenarie del mistico e dell’irrazionale.
Dialettico, grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia. Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.
Storico vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.
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“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”
di Chris Hedges*
Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto del Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.
La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.
Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace“.
In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.
Per quattro decenni il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran.
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Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo
di Pepe Escobar
"Pointed threats, they bluff with scorn
Suicide remarks are torn
From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn
Plays wasted words, proves to warn
That he not busy being born is busy dying"
Bob Dylan
Il piano in 15 punti che il Team Trump ha presentato all’Iran è già destinato al fallimento
Si tratta di una capitolazione imposta: un atto di resa mascherato da “negoziazione”.
Il piano-non-piano – che impone richieste mentre implora una tregua di un mese – prevede l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espulsione di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; il programma missilistico estremamente limitato; nessun finanziamento a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; lo Stretto di Hormuz totalmente aperto.
Tutto ciò in cambio di una vaga “revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni”.
L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di vane speranze potrebbe essere il signor Khorramshahr-4 che distribuisce il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati – in linea con l’utilizzo della deterrenza economica e militare per dettare le vere condizioni.
E le condizioni reali sono dure:
Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di diritti proprio come l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.
Conclusione: l’infernale macchina dell’escalation continua a girare.
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L’INVINCIBILE. Iran, tremila anni e andare
di Fulvio Grimaldi
Il passato chi ce l’ha, chi meno
I padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.
Se invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e 2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.
Immemori di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper, inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi, tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando (del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai ed esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.
Un dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri media e circoli politici sappiamo un decimo.
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La NATO: un'istituzione criminale fondata sulla violenza e sulla menzogna
di Carlo Formenti
Se mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinguer dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti.
Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle.
Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali.
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La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?
di Giuseppe Gagliano
La vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.
Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.
Il complesso militare-industriale
Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.
La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.
Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.
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Guerra alla biosfera. Il ruolo dei né né e dei curdi
di Fulvio Grimaldi
Nè nè
Parto con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma capita che a volte sia determinante.
Ci sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono. Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.
Poi ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali, che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente, ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni, loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.
Esempio recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran. Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere).
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Una svolta culturale che cambia la storia
di Piero Bevilacqua
Quando sommovimenti repentini e profondi sconvolgono la crosta solidificata dello status quo, l’ordine delle cose a cui le menti dei contemporanei si sono assuefatte da decenni, il pensiero umano si mette in movimento e si sporge a guardare nel fondo ribollente del cratere. E oggi scorge una deriva dei continenti che scuote l’intero pianeta. Non stupisce perciò la straordinaria fioritura di studi e ricerche che analizzano lo scenario mondiale, che scavano nella storia di grandi Paesi a lungo fuori dallo sguardo eurocentrico, come la Cina, i Brics o l’Africa, che osservano con disincanto il fallimento dell’Unione europea, la divaricazione crescente tra USA ed Europa, il declino dell’egemonia dell’impero americano. Alle res gestarum succede invariabilmente la historia rerum gestarum, alle vicende reali la civetta della storia che giunge al tramonto per interpretare i fatti. Si tratta di una letteratura di alto profilo, frutto di studi non improvvisati, che si avvale finalmente di una non superficiale prospettiva storica e che cresce in modo spettacolare di giorno in giorno. Con ogni evidenza essa sorge dal bisogno di dipanare un’altra storia rispetto a quella che i gruppi dominanti ci hanno raccontato negli ultimi 80 anni, con soggetto le magnifiche sorti del mercato, il trionfo della democrazia americana e del suo ruolo pacificatore globale, insomma la suprema conclusione capitalistico-atlantica della vicenda del genere umano. È un’esigenza che comprensibilmente oggi tende a erompere in forme incontenibili, perché nel 2025 si sono conclusi gli 80 anni del “secolo americano”, iniziato nel 1945 col genocidio atomico delle popolazioni di Hiroshima e Nagasaki e concluso con quello del popolo palestinese, a Gaza, tramite la procura dell’esercito di Israele.
Spesso queste pubblicazioni sembrano ubbidire a ragioni politiche contingenti, come il conflitto russo-ucraino quale occasione immediata. E non c’è dubbio che quella guerra agisca da potente acceleratore. Esemplare è stato — non solo per l’eco suscitata — il contributo dell’antropologo francese Emmanuel Todd, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi 2024), a cui si potrebbe associare il quasi contemporaneo, di Elena Basile, “L’Occidente e il nemico permanente”. Prefazione di L. Canfora, Postfazione di A. Bradanini (Paperfirst 2024), insieme, ovviamente, a tanti altri titoli.
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Gaza, il diritto sotto assedio e la macchina della delegittimazione
di Giuseppe Gagliano
Quando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti
L’articolo di Francesca Albanese non va letto come una semplice autodifesa. È piuttosto la ricostruzione di un meccanismo politico e mediatico che oggi colpisce chiunque tenti di nominare, con gli strumenti del diritto internazionale, ciò che accade in Palestina. Il punto di partenza è netto: le campagne contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite non nascono da un confronto serio sui fatti, ma dalla volontà di alterarne il senso, di amplificarli o ridurli a seconda delle convenienze, di deformare dichiarazioni pubbliche fino a farne materia di delegittimazione personale. In questo senso il bersaglio non è solo Albanese. Il bersaglio è il diritto stesso di descrivere la realtà senza passare per il filtro degli interessi strategici occidentali.
Nel testo, Albanese osserva che da tempo, dentro il dibattito alle Nazioni Unite e ancor più nella sua eco mediatica, si è consolidata una narrazione diffamatoria: quella secondo cui le sue parole avrebbero giustificato le atrocità del 7 ottobre 2023, negato o minimizzato le violenze sessuali, attenuato il dramma degli ostaggi o, addirittura, espresso una forma di ostilità pregiudiziale contro Israele. La sua replica è dura perché è documentata. Ricorda di avere condannato senza esitazione i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità compiuti contro i civili israeliani, di aver parlato con chiarezza delle violenze sessuali commesse contro le vittime israeliane sulla base della documentazione raccolta dagli organismi dell’ONU, e di aver sempre collocato quei crimini dentro il quadro del diritto internazionale, non dentro una contabilità morale selettiva. Questa precisazione è essenziale: per Albanese la giustizia non è un riflesso emotivo, né un’arma da agitare contro il nemico di turno. È una qualificazione giuridica dei fatti, che implica responsabilità individuali, prove, procedure e rispetto del giusto processo.
Il 7 ottobre e la trappola della selezione morale
Proprio qui emerge uno dei nuclei più forti dell’articolo.
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Il piano dell’Iran per resistere a una lunga guerra contro America e Israele
di Shadi Ibrahim*
“L’Iran ha studiato le guerre statunitensi per oltre due decenni per costruire un sistema che distribuisca strutture di comando, armi e unità, affinché bombardare la nostra capitale non comprometta la nostra capacità di combattere la guerra.”
Con queste parole, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha riassunto l’essenza della strategia di difesa iraniana, in una dichiarazione rilasciata all’inizio della recente guerra e del colpo di mira militare tra Stati Uniti e Israele ai centri di comando a Teheran.
Araqchi voleva sottolineare che la struttura del sistema di difesa del suo paese era progettata per neutralizzare l’impatto del “colpo decisivo” su cui si basava la strategia militare di Stati Uniti e Israele.
La dichiarazione di Araqchi ha attirato l’attenzione nella sua descrizione della strategia iraniana come “difesa a mosaico decentralizzata“, un termine militare iraniano che esprime l’essenza della sua dottrina difensiva.
Questo termine suggerisce che l’idea centrale della difesa iraniana non sia quella di proteggere la capitale o anche l’alto comando, ma di garantire la continuità delle decisioni e la capacità di combattimento anche se si tratta di comandi superiori o strutture vitali.
Così facendo, Araqchi ha rivelato esplicitamente che l’Iran ha preparato la sua struttura militare per un lungo conflitto, in cui la guerra si condotta come un attrito prolungato, non come una battaglia fulminea decisa da un attacco aereo concentrato, come speravano Stati Uniti e Israele.
Guerre lampo e guerra prolungata
Molti paesi hanno sviluppato le loro moderne strategie militari secondo il principio della vittoria rapida e della resa rapida, che è stato uno dei principi fondamentali della dottrina militare israeliana sin dalla sua fondazione, e che è stato manifestato più di una volta, forse più chiaramente dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967).
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Riuscirà Cuba a sopravvivere anche a Trump?
di Carlo Formenti
Premessa
È appena uscito, nella collana "Visioni eretiche" che dirigo per Meltemi, Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, di Noam Chomsky e Vijay Prashad. E' un libro importante in un momento in cui, dopo avere aggredito Venezuela e Iran, il Moloch criminale a stelle e strisce potrebbe rivolgere l'attenzione all'isola che considera da sempre una spina nel fianco. Prima di entrare nel merito, tuttavia, vorrei fare chiarezza in merito al mio pensiero in merito alle immagini che testimoniano l'esistenza di un rapporto fra Chomsky ed Epstein, che ça va sans dire, verranno sfruttate per neutralizzare le crude verità sui delitti yankee contro il popolo cubano documentate nel libro. Inizio citando qui di seguito il comunicato che l'editore Meltemi ha emesso qualche giorno fa:
Questo venerdì uscirà in libreria il volume “Su Cuba”, che vede come autore, insieme a Vijay Prashad, Noam Chomsky. Quando nell’autunno del 2024 abbiamo acquisito i diritti per l’edizione italiana di questo volume, si trattava di una scelta mirata ad ampliare quella parte del nostro catalogo dedicata all’analisi del post colonialismo e dell’imperialismo con l’aggiunta di due autori di primo piano.
Come molte e molti di voi, siamo rimasti scioccati dalla pubblicazione di numerose email e immagini che testimoniano lo stretto rapporto intercorso tra Chomsky e Jeffrey Epstein negli anni precedenti al secondo arresto di quest’ultimo. Anche nel caso in cui questi scambi non andassero a mettere in luce alcuna specifica condotta illegale, rimangono la testimonianza di una compromissione morale con un mondo di élite spregiudicate che non è giustificabile in alcun modo, a maggior ragione da parte di un intellettuale dalla storia di Chomsky. Questo volume è il frutto di un lungo lavoro di confronto e riflessione che ha coinvolto numerose persone, a partire dal musicista Silvio Rodríguez, che ispirò per primo a Prashad l’idea di scrivere un libro su Cuba, a Manolo de Los Santos, che ne ha scritto l’introduzione, e a Marc Favreau e Ishhan Desai-Geller, che ne hanno curato l’edizione originale. Le loro riflessioni rimangono un punto di partenza prezioso per comprendere Cuba oggi.
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La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti
Caracas. Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
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L’Iran preso sul serio
di Antonio Martone
L’urto bellico scatenato dalle forze israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o militare ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente.
Questa topologia non è soltanto una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda, il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la rinnovazione finale del mondo.
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