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contropiano2

No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro

di Craig Mokhibir*

israele diritto esistere.jpgA differenza dell’affermazione sionista secondo cui “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà.

La notizia che, nel pieno del genocidio in Palestina, il parlamento tedesco stesse portando avanti questa settimana una legge che criminalizzerebbe, con pene fino a cinque anni di reclusione, chi nega a Israele il “diritto di esistere”, non ha sorpreso praticamente nessuno.

Dopotutto, questa è la stessa Germania che ha perpetrato un genocidio prima in Namibia e poi in Europa , e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente chiunque osi opporsi all’interno del proprio territorio.

In effetti, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco oggi ha la dubbia distinzione di essere tra quelli più asserviti agli interessi sionisti e più corrotti dall’ideologia sionista.

Lo Stato tedesco ha addirittura una politica ufficiale (Staatsräson ) che lo impegna a sostenere la continua esistenza del regime israeliano, e per acquisire la cittadinanza tedesca è necessaria una dichiarazione formale del “diritto all’esistenza” di Israele. (Non è invece richiesta alcuna dichiarazione analoga per la Germania).

Ma l’affermazione secondo cui il regime israeliano non ha diritto di esistere non è solo un’opinione legalmente tutelata. È anche dimostrabilmente vera, sia di fatto che di diritto.

Naturalmente, l’affermazione secondo cui Israele “ha il diritto di esistere” è sempre stata priva di senso, non avendo alcun fondamento né nel diritto né nei fatti.

Ma questa affermazione sionista suona familiare alle orecchie degli occidentali perché è stata ripetuta così spesso come pilastro della propaganda sionista, ripresa dai politici occidentali che beneficiano delle tangenti delle lobby israeliane e dalle società mediatiche allineate a Israele che diligentemente sostengono l’impunità del regime.

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lantidiplomatico

Israele, il grande equivoco

di Patrizia Cecconi

gmdekngkfSe quella famosa “maestra di vita” avesse allievi semplicemente diligenti e appena un po’ intelligenti, non tanto, solo quel poco che basta per capire quanto appreso, non ci sarebbe più nessun umano onesto, ripeto onesto,  pronto a sostenere, e nemmeno a  giustificare,  l’entità sionista autoproclamatasi Stato il 14 maggio del 1948 e colpevole da sempre di eccidi, stragi, furti, illegittime espulsioni e pulizia etnica contro la popolazione autoctona in Palestina (e non solo).

Azioni delittuose, in parte precedenti  e “propiziatorie” alla dichiarazione di quel 14 maggio e da allora mai interrottesi, se non per brevissimi periodi e, comunque, sempre restando nell’illegalità internazionale,  mai sanzionata per una sorta di “principio d’eccezione” che ha consentito a Israele di far avanzare  l’originario progetto coloniale sionista stritolando vite e diritti umani con la complicità, a volte tacita, altre esplicita, della maggior parte degli Stati sedicenti democratici. 

Ma la Storia è impegno e fatica e così, molto spesso, viene sostituita dalla cronaca dell’ultim’ora somministrata dal sistema mediatico, più o meno fedele portavoce della narrazione dominante. Le poche eccezioni che forniscono spiccioli di conoscenza storica autentica riescono a malapena a sollecitare una riflessione sulle cause originarie dalle quali sono scaturiti gli effetti. Ma si tratta di gocce nel mare.

È quindi indispensabile ricorrere alla Storia, sebbene nelle limitazioni imposte dalle norme editoriali di una rivista  come Valori, partendo dalla menzogna originaria che vuole Israele nato per disposizione dell’ONU.

Visto che proprio l’articolo 1 della Carta Onu, al comma 2 afferma  il rispetto e la tutela del  principio  dell'auto-determinazione dei popoli, sarebbe ben strano che la stessa Organizzazione sovranazionale che, tra l’altro, pone tra i suoi fini  il riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, si fosse assunta il compito di negare sia l’auto-determinazione dei popoli che il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

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sollevazione

Di ritorno da un altro mondo

di Moreno Pasquinelli

senza paura.jpeg«Una volta era la bandiera rossa di Lenin a rappresentare gli oppressi. Ora quella bandiera è la bandiera rossa di Husayn».

Non sarei sincero se nascondessi quel miscuglio di eccitazione e di inquietudine che mi ha accompagnato per tutto il viaggio verso l’Iran. C’ero già stato anni addietro, in tempi di “pace”, ma cosa era diventato il Paese dopo due devastanti aggressioni? Quale impatto ha avuto la contundente lezione sferrata ai farabutti sionisti e americani? Quanto è davvero solida la Repubblica Islamica? E la spinta propulsiva della fede religiosa, è ancora poderosa come un tempo? Quanto profondi i segni lasciati dalle rivolte armate di gennaio, inculcate e sobillate dai nemici esterni? Che tipo di società è quella iraniana? E qual è lo stato di salute di un’economia segnata da un cinquantennale assedio imperialistico? Quanto conta l’aiuto dei Paesi cosiddetti amici come Russia e Cina? Quanto fondate sono le speranze che i negoziati di Islamabad producano la fine dell’accerchiamento? Gli iraniani avranno finalmente la pace o dovranno prepararsi ad una spietata guerra di logoramento?

*   *   *

Appena giunti a Tehran il 4 luglio come delegazione di ASSE ANTIMPERIALISTA, abbiamo fatto un giro per le strade della capitale già colme di gente, di capannelli, di presidi. Al primo impatto restiamo colpiti da un’atmosfera surreale, spiazzante. Venuti per partecipare ai funerali della Guida Suprema, ci aspettavamo un clima di mestizia, di afflizione. Quale stupore invece il sentimento prevalente di serenità, anzi di giubilo. Avrà mica ragione Trump a dire che questi iraniani sono dei pazzi furiosi?

Per descrivere ciò che palpitava per le strade si potrebbe ricorrere a delle antitesi lessicali: collera e pacatezza, lutto e gioia. Lutto certo per la morte della Guida Suprema, collera per l’inusitata aggressione subita e il sangue versato, ma gioia per la memorabile e vittoriosa risposta armata all’aggressione americano-sionista, vittoria forse solo temporanea ma che per temerarietà e coraggio indomito ha posto l’Iran al centro del mondo e della storia.

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comuneinfo

Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale

di Marco A. Pirrone

Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale

randy fath uuFZHr nRWY unsplash.jpgIl 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.

Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.

Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.

La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.

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mondocane

Gaza: guerra barbarie contro civiltà

Se non distruggi il passato non vinci il presente

di Fulvio Grimaldi

RJzU434NlLa voce e la Storia

Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.

Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.

 

Sopprimere la voce del passato

Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.

La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.

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maggiofil

USA e UE alla canna del gas

di Giorgio Gattei

Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?»  (Roma, 09/05/2026)

balcan 800x450 1.jpg1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).

Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.

Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?

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ilblogdim.consolo

Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)

di Marco Consolo

RAELE AL.pngForse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.

Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.

* * * *

La “creazione” di Israele e l’America Latina

I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.

Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].  

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mondocane

Iran latinoamericano cercasi. Cuba, capitalismo o muerte

La dottrina Donroe in progress

di Fulvio Grimaldi

Xu488WUMsDa Emiliano Zapata a Raul Castro

Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse. Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni questi fornitori di assist. O i loro interessi.

Cuba! Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti. Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home, Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la mia adorata Yamaha 600 Enduro.

E le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli, generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma popolare, per tutti.

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capibara.png

Caracas, il termometro della fermezza

di Geraldina Colotti

delcy rodriguez 93f62a7039.jpgDopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l'esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l'unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell'ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all'alternativa sistemica nell'assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d'assedio il Venezuela e minaccia l'esistenza di Cuba? C'è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l'accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell'alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.

Scrivere oggi di Venezuela significa misurarsi esattamente con questa scivolosa dialettica tra principi e compromessi. L'assalto imperiale sferrato all'inizio del 2026, culminato nell'inedito sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha gettato il processo bolivariano in una fase difensiva complessa e drammatica, dagli esiti tutt'altro che scontati. La scelta del gruppo dirigente, oggi guidato dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez, di non reagire militarmente all'offensiva – diversamente da quanto fatto dall'Iran nello scacchiere mediorientale – ha evitato una carneficina immediata ma ha spalancato le porte a un negoziato asimmetrico sotto ricatto, esponendo il paese al rischio di una perdita irreversibile di sovranità nazionale.

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lantidiplomatico

Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?

di Mision Verdad

mvirtyihLa realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.

Per comprendere questa riconfigurazione, il realismo politico di Hans Morgenthau offre un quadro di riferimento insostituibile: la sua opera sostiene che il realismo "riconosce il significato morale dell'azione politica, ma afferma che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati in termini astratti; piuttosto, devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete di tempo e luogo".

Da questa premessa, l'obbligo centrale di un governante è proteggere la sopravvivenza e gli interessi vitali del proprio Stato, il che spesso lo costringe a dare priorità alle decisioni pragmatiche rispetto ai postulati ideologici. Le azioni devono essere calibrate in base alle minacce, alle risorse disponibili e alle circostanze specifiche. Morgenthau l'ha formulata come la sua terza regola del realismo: l'interesse nazionale a preservare la sovranità e la continuità dello Stato è permanente, ma le sue espressioni sono dinamiche e si trasformano a ogni cambiamento negli equilibri di potere. Le coordinate che governano le azioni del governo venezuelano, il riorientamento della strategia statunitense e la ritirata dell'opposizione sono manifestazioni di una logica classica: l'interesse nazionale alla sopravvivenza è permanente, ma le sue forme mutano in base agli equilibri di potere.

Anche le chiavi per comprendere la complessa realtà venezuelana si stanno riconfigurando, di pari passo con la ristrutturazione che il Paese sta attraversando dopo gli eventi del 3 gennaio. Il quadro concettuale e il sistema di coordinate che hanno guidato le decisioni del governo venezuelano e del consiglio presieduto dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez sono stati caratterizzati da una flessibilità e un pragmatismo chiaramente condizionati dal contesto. Per comprendere questa dinamica, è necessario osservare non solo Caracas, ma anche l'intero insieme di attori e forze che interagiscono sulla scena politica.

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mondocane

Quinte Colonne dell’imperialismo. Gli agit-prop della dissidenza

I casi Satrapi e Navalny

di Fulvio Grimaldi

Persepolis.pngSono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza.

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

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sinistra

Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*

di Eros Barone

nlxknlckj.jpegL’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.

 

  1. Un naufragio con molti spettatori

Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete. Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.

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I rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu

di Thierry Meyssan

224654 26f63.jpgDonald Trump ha capito chi è Benjamin Netanyahu durante le elezioni presidenziali statunitensi truccate del 2020. Nonostante le apparenze, da quel momento i due uomini non sono più sulla stessa lunghezza d’onda. Il presidente Trump sogna di concludere la pace ovunque c’è guerra, il primo ministro Netanyahu invece persegue il progetto sionista revisionista di conquista del Medio Oriente, che non ha nulla in comune con il sionismo di Herzl. La tenacia iraniana ha messo a nudo i loro programmi e ha avuto la meglio sui loro compromessi.

* * * *

Abbiamo molte difficoltà a comprendere il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Per interpretarlo e coglierne la profondità dobbiamo analizzare innanzitutto i legami storici tra le due nazioni, indi l’evoluzione politica di Donald Trump durante i due mandati presidenziali.

 

Gli Stati Uniti e Israele

Il mito della creazione degli Stati Uniti nel 1620 da parte dei Padri Pellegrini è tradizionalmente presentato come esodo dei puritani dissidenti della Chiesa anglicana. Sarebbero fuggiti dal “Faraone” (re Giacomo I d’Inghilterra), avrebbero stipulato un “Patto” durante la traversata del “Mar Rosso” (l’Oceano Atlantico) e avrebbero fondato la colonia di Plymouth. Ecco perché gli statunitensi sarebbero un “Popolo eletto”, allo stesso titolo degli ebrei.

Questa narrazione è stata sostenuta da tutti i presidenti degli Stati Uniti, da George Washington a Donald Trump, senza eccezioni [1]. Viene celebrata ogni anno il quarto giovedì di novembre, con la festa del Thanksgiving (Ringraziamento).

Il sostegno degli Stati Uniti allo Stato di Israele è quindi un dato di fatto mai messo in discussione pubblicamente.

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seminaredomande

Il buco nero d'Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?

di Francesco Cappello

Dalla distruzione demografica alla speculazione dei mercati transatlantici: come la guerra d’attrito ha trasformato una nazione in un’idrovora finanziaria, nel silenzio complice e masochista dell’Europa. Caccia all’uomo per le strade, miliardi a fondo perduto e corruzione di regime: sotto il velo dello stato marziale si consuma la fine di una nazione sacrificata sull’altare dell’unipolarismo 

Gemini Generated Image iozfa5iozfa5iozf 1140x641.pngAiutarli!? Aiutarli a morire del tutto in lenta agonia?

Nel dicembre del 2025, tracciando un bilancio analitico dopo quasi quattro anni di conflitto, provavo ad analizzare e denunciare il collasso generalizzato e senza speranza che stava investendo l’Ucraina (qui l’articolo: https://www.francescocappello.com/2025/12/01/alcuni-aspetti-dello-stato-dellucraina-dopo-tre-anni-di-guerra/).

 

L’agonia terminale dello Stato ucraino: l’epilogo di un fallimento strategico e finanziario annunciato

Oggi, nel maggio 2026, quel quadro fosco che avevo delineato non solo si è confermato, ma è precipitato in un’agonia terminale. Quello che gli analisti allineati si ostinano a chiamare “stallo” è in realtà il definitivo fallimento strategico, demografico, economico e infrastrutturale di un intero Paese, scientificamente sacrificato sull’altare degli interessi geopolitici anglo-statunitensi e della cecità masochista dell’Unione Europea.

La risorsa più preziosa e insostituibile, l’essere umano, è stata interamente consumata da una logica di attrito spietata. Recenti analisi e report istituzionali indicano che le perdite totali complessive sul teatro di guerra si stanno inesorabilmente avvicinando alla spaventosa soglia di due milioni tra uccisi e feriti. Questo dissanguamento ha generato una piaga che i vertici politici non possono più censurare, ovvero l’esplosione delle diserzioni e dell’abbandono volontario delle unità, che ha ormai raggiunto picchi insostenibili per la tenuta dei fronti. Di conseguenza, la caccia all’uomo da parte dei centri di reclutamento si è fatta brutale nelle strade, mentre il governo tenta disperatamente di varare strette normative che vincoleranno i giovani tra i 18 e i 22 anni all’addestramento obbligatorio, vietando di fatto ogni speranza di espatrio. Il risultato finale è un deserto demografico irreversibile, con una popolazione reale stimata ormai ben al di sotto dei 30 milioni di residenti (quasi 44 milioni ad inizio conflitto) e un tasso di natalità che tocca il minimo storico mondiale, configurando un vero e proprio suicidio biologico e sociale di lungo periodo.

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mondocane

America Latina tra tradimenti e resistenze. Bolivia 2000: rivoluzione - controrivoluzione - rivoluzione? Cosa c’è “sotto”?

di Fulvio Grimaldi

esdnsrnlàx.jpgLa Colombia tiene?

E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.

 

Aspettando Cuba

In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.

Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.

 

Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù