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Ceuta: il dito e la luna
di ALGAMICA*
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Il famoso proverbio calza alla perfezione circa le reazioni ai fatti drammatici appena accaduti a Ceuta, alle porte dei confini con l’Europa e in quell’exclave in Marocco che rimane tutt’ora una eredità del colonialismo Spagnolo in tutta la fascia dell’Africa Nord Occidentale.
In questo caso lo stolto è l’insieme composito delle società europee e occidentali che ha guardato e assiste agli avvenimenti tutt’ora corso. Nonostante verifichiamo sfumature diverse, riteniamo che tutte le reazioni siano il riflesso di quell’inesorabile declino dell’Occidente, in particolare dell’Europa che conta, che è messo alle corde da una crisi inarrestabile dell’accumulazione capitalistica.
C’è chi l’ha chiamata “invasione”, chi una “guerra ibrida”, chi sostiene che si sia trattato di complotto ordito da soggettività islamiste qatariote con lo scopo di destabilizzare la civiltà europea, laica e democratica attraverso una invasione araba e musulmana. Chi ascrive la causa dei fatti alla storica rivendicazione del Marocco sulla sovranità delle due exclavi coloniali spagnole di Ceuta e Melilla, che dunque ha sobillato la popolazione per creare pressioni politiche nei confronti della Spagna. Chi ritiene il tutto la conseguenza di una doppia “sciagura” operata dal governo spagnolo: la recente sanatoria per circa 500 mila immigrati non regolari e la sentenza della Corte Suprema che stabilisce il divieto di una espulsione immediata da parte di chi attraversa il confine a nuoto.
C’è chi poi al contrario ha sostenuto che l’avvenimento drammatico dei giorni passati sia stato realizzato dai servizi di intelligence statunitensi e israeliani per destabilizzare la Spagna governata dal socialista Pedro Sánchez, non proprio compiacente e del tutto accondiscendente nei confronti dello Stato sionista di Israele, che da ultimo ha negato l’uso delle basi militari USA per l’aggressione imperialista all’Iran. Alla stregua di quest’ultima analisi “geopolitica”, c’è anche chi aggiunge che il disegno sia quello di realizzare un “grande Marocco” nel Nord Africa per controllare l’intera regione e in particolare l’Europa meridionale e il traffico commerciale sullo stretto di Gibilterra.
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Venezuela, la resa dei conti
di Fulvio Grimaldi
Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue, cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri? Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi, Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco Guccini?
Tutti temi degni di causare attenzione, discussione, avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso? Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.
Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti, quando non litiganti.
E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino coscienza e capacità di giudicare.
Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come abile tessitore di costruttive mediazioni.
La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella che ritengo sia una convincente conclusione.
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I Brics: la seconda colonizzazione
di Paolo Ferrero
I BRICS e il processo di cui sono protagonisti rappresentano a tutti gli effetti un secondo ciclo di decolonizzazione dei paesi del SUD del mondo. Il primo ciclo, nel secondo dopoguerra, fu un fenomeno in primo luogo politico e militare e dette luogo all’indipendenza politica di larghissima parte degli stati prima assoggettati al colonialismo occidentale. Dopo la decolonizzazione molti di quegli stessi stati subirono però un neocolonialismo di tipo economico che – imposto a suon di piani di aggiustamento strutturali elaborati dal Fondo Monetario Internazionale – ha ridotto molti di quei paesi in una condizione di nuova sudditanza.
Non tutti i paesi sono stati però piegati dal neocolonialismo, e una parte di questi sono riusciti a conquistare un livello di sviluppo economico che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più marcato. Nel caso cinese, questo sviluppo, governato dallo stato – che ha continuato a controllare finanza e moneta – ha determinato un vero terremoto a livello mondiale.
La base materiale di aggregazione dei BRICS non è stata politica, ma fondata sull’essere paesi non occidentali che hanno avuto un rilevante sviluppo economico nel nuovo millennio. Come sottolineava già il Presidente Mao, la conquista dell’indipendenza politica avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo economico al fine di dotarsi delle basi materiali dell’indipendenza stessa. Così è stato per la Cina, e così comincia a essere per una pluralità di paesi del Sud del mondo, in misura tale da mettere in discussione i rapporti di forza che hanno caratterizzato il mondo in questi ultimi cinque secoli. Parlare dei BRICS significa parlare del declino del dominio occidentale, come farò in larga parte di questo editoriale.
UNA GRANDE CESURA STORICA
Quella a cui stiamo assistendo oggi è – a mio parere – una enorme transizione. E’ il ruolo di dominio che l’occidente ha esercitato negli ultimi secoli sul mondo a essere entrato in crisi su molteplici piani. Assistiamo alla fine del ciclo coloniale iniziato con la conquista delle Americhe ma anche alla crisi dell’egemonia del capitalismo occidentale sviluppatosi a partire dalla rivoluzione industriale del XVII secolo in Inghilterra.
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Venezuela, sotto il cielo stretto nell'assedio
di Geraldina Colotti
Capita, nelle fasi più contorte della storia, di avvertire un sottile e straniante disagio politico. A chi ha attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria, a chi conosce il peso materiale della lotta di classe — con i suoi costi umani, le sue carceri, i suoi errori e il suo prezzo di sangue — provoca un certo senso di estraniamento ritrovarsi oggi, nel dibattito pubblico e persino in una parte della “sinistra pura”, spinti quasi a forza nel ruolo di "moderate e pragmatiche".
È il paradosso di chi si rifiuta di scambiare la dialettica con la metafisica. Di fronte alla sequenza drammatica degli eventi in Venezuela — dall'aggressione imperialista, all'operazione extraterritoriale e al sequestro del Presidente costituzionale Nicolás Maduro e di Cilia Flores, fino all'estenuante gestione della continuità statale e al doppio devastante terremoto del 24 giugno— si assiste al consueto festival dei ragli digitali.
Un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza aver mai conosciuto né la responsabilità del potere popolare né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica di quinta o sesta generazione, né quindi i costi della sconfitta.
Non vale la pena rispondere all'invettiva sterile di chi confonde il marxismo con un catechismo morale, ma vale la pena prendere sul serio, per discuterne, le contestazioni sincere e le preoccupazioni di principio che arrivano da organizzazioni della sinistra antimperialista, che hanno sempre difeso il processo bolivariano.
Quando questi compagni denunciano l'avvenuta capitolazione del governo bolivariano e vedono nelle manovre di contenimento economico e diplomatico un processo di liquidazione, sentiamo la responsabilità di evitare la mefitica logica da tifoseria e riaprire un dibattito di merito, condotto sul filo del marxismo.
La cifra della Rivoluzione: la politica e la mediazione contro la martirologia
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"Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”
di Rita Martufi - Salvatore Izzo - Luciano Vasapollo
Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.
Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.
“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.
“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario.
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No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro
di Craig Mokhibir*
A differenza dell’affermazione sionista secondo cui “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà.
La notizia che, nel pieno del genocidio in Palestina, il parlamento tedesco stesse portando avanti questa settimana una legge che criminalizzerebbe, con pene fino a cinque anni di reclusione, chi nega a Israele il “diritto di esistere”, non ha sorpreso praticamente nessuno.
Dopotutto, questa è la stessa Germania che ha perpetrato un genocidio prima in Namibia e poi in Europa , e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente chiunque osi opporsi all’interno del proprio territorio.
In effetti, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco oggi ha la dubbia distinzione di essere tra quelli più asserviti agli interessi sionisti e più corrotti dall’ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha addirittura una politica ufficiale (Staatsräson ) che lo impegna a sostenere la continua esistenza del regime israeliano, e per acquisire la cittadinanza tedesca è necessaria una dichiarazione formale del “diritto all’esistenza” di Israele. (Non è invece richiesta alcuna dichiarazione analoga per la Germania).
Ma l’affermazione secondo cui il regime israeliano non ha diritto di esistere non è solo un’opinione legalmente tutelata. È anche dimostrabilmente vera, sia di fatto che di diritto.
Naturalmente, l’affermazione secondo cui Israele “ha il diritto di esistere” è sempre stata priva di senso, non avendo alcun fondamento né nel diritto né nei fatti.
Ma questa affermazione sionista suona familiare alle orecchie degli occidentali perché è stata ripetuta così spesso come pilastro della propaganda sionista, ripresa dai politici occidentali che beneficiano delle tangenti delle lobby israeliane e dalle società mediatiche allineate a Israele che diligentemente sostengono l’impunità del regime.
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Israele, il grande equivoco
di Patrizia Cecconi
Se quella famosa “maestra di vita” avesse allievi semplicemente diligenti e appena un po’ intelligenti, non tanto, solo quel poco che basta per capire quanto appreso, non ci sarebbe più nessun umano onesto, ripeto onesto, pronto a sostenere, e nemmeno a giustificare, l’entità sionista autoproclamatasi Stato il 14 maggio del 1948 e colpevole da sempre di eccidi, stragi, furti, illegittime espulsioni e pulizia etnica contro la popolazione autoctona in Palestina (e non solo).
Azioni delittuose, in parte precedenti e “propiziatorie” alla dichiarazione di quel 14 maggio e da allora mai interrottesi, se non per brevissimi periodi e, comunque, sempre restando nell’illegalità internazionale, mai sanzionata per una sorta di “principio d’eccezione” che ha consentito a Israele di far avanzare l’originario progetto coloniale sionista stritolando vite e diritti umani con la complicità, a volte tacita, altre esplicita, della maggior parte degli Stati sedicenti democratici.
Ma la Storia è impegno e fatica e così, molto spesso, viene sostituita dalla cronaca dell’ultim’ora somministrata dal sistema mediatico, più o meno fedele portavoce della narrazione dominante. Le poche eccezioni che forniscono spiccioli di conoscenza storica autentica riescono a malapena a sollecitare una riflessione sulle cause originarie dalle quali sono scaturiti gli effetti. Ma si tratta di gocce nel mare.
È quindi indispensabile ricorrere alla Storia, sebbene nelle limitazioni imposte dalle norme editoriali di una rivista come Valori, partendo dalla menzogna originaria che vuole Israele nato per disposizione dell’ONU.
Visto che proprio l’articolo 1 della Carta Onu, al comma 2 afferma il rispetto e la tutela del principio dell'auto-determinazione dei popoli, sarebbe ben strano che la stessa Organizzazione sovranazionale che, tra l’altro, pone tra i suoi fini il riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, si fosse assunta il compito di negare sia l’auto-determinazione dei popoli che il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
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Di ritorno da un altro mondo
di Moreno Pasquinelli
«Una volta era la bandiera rossa di Lenin a rappresentare gli oppressi. Ora quella bandiera è la bandiera rossa di Husayn».
Non sarei sincero se nascondessi quel miscuglio di eccitazione e di inquietudine che mi ha accompagnato per tutto il viaggio verso l’Iran. C’ero già stato anni addietro, in tempi di “pace”, ma cosa era diventato il Paese dopo due devastanti aggressioni? Quale impatto ha avuto la contundente lezione sferrata ai farabutti sionisti e americani? Quanto è davvero solida la Repubblica Islamica? E la spinta propulsiva della fede religiosa, è ancora poderosa come un tempo? Quanto profondi i segni lasciati dalle rivolte armate di gennaio, inculcate e sobillate dai nemici esterni? Che tipo di società è quella iraniana? E qual è lo stato di salute di un’economia segnata da un cinquantennale assedio imperialistico? Quanto conta l’aiuto dei Paesi cosiddetti amici come Russia e Cina? Quanto fondate sono le speranze che i negoziati di Islamabad producano la fine dell’accerchiamento? Gli iraniani avranno finalmente la pace o dovranno prepararsi ad una spietata guerra di logoramento?
* * *
Appena giunti a Tehran il 4 luglio come delegazione di ASSE ANTIMPERIALISTA, abbiamo fatto un giro per le strade della capitale già colme di gente, di capannelli, di presidi. Al primo impatto restiamo colpiti da un’atmosfera surreale, spiazzante. Venuti per partecipare ai funerali della Guida Suprema, ci aspettavamo un clima di mestizia, di afflizione. Quale stupore invece il sentimento prevalente di serenità, anzi di giubilo. Avrà mica ragione Trump a dire che questi iraniani sono dei pazzi furiosi?
Per descrivere ciò che palpitava per le strade si potrebbe ricorrere a delle antitesi lessicali: collera e pacatezza, lutto e gioia. Lutto certo per la morte della Guida Suprema, collera per l’inusitata aggressione subita e il sangue versato, ma gioia per la memorabile e vittoriosa risposta armata all’aggressione americano-sionista, vittoria forse solo temporanea ma che per temerarietà e coraggio indomito ha posto l’Iran al centro del mondo e della storia.
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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
di Marco A. Pirrone
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.
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Gaza: guerra barbarie contro civiltà
Se non distruggi il passato non vinci il presente
di Fulvio Grimaldi
La voce e la Storia
Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.
Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.
Sopprimere la voce del passato
Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.
La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.
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USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
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La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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Iran latinoamericano cercasi. Cuba, capitalismo o muerte
La dottrina Donroe in progress
di Fulvio Grimaldi
Da Emiliano Zapata a Raul Castro
Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse. Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni questi fornitori di assist. O i loro interessi.
Cuba! Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti. Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home, Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la mia adorata Yamaha 600 Enduro.
E le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli, generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma popolare, per tutti.
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Caracas, il termometro della fermezza
di Geraldina Colotti
Dopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l'esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l'unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell'ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all'alternativa sistemica nell'assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d'assedio il Venezuela e minaccia l'esistenza di Cuba? C'è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l'accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell'alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.
Scrivere oggi di Venezuela significa misurarsi esattamente con questa scivolosa dialettica tra principi e compromessi. L'assalto imperiale sferrato all'inizio del 2026, culminato nell'inedito sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha gettato il processo bolivariano in una fase difensiva complessa e drammatica, dagli esiti tutt'altro che scontati. La scelta del gruppo dirigente, oggi guidato dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez, di non reagire militarmente all'offensiva – diversamente da quanto fatto dall'Iran nello scacchiere mediorientale – ha evitato una carneficina immediata ma ha spalancato le porte a un negoziato asimmetrico sotto ricatto, esponendo il paese al rischio di una perdita irreversibile di sovranità nazionale.
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Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?
di Mision Verdad
La realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.
Per comprendere questa riconfigurazione, il realismo politico di Hans Morgenthau offre un quadro di riferimento insostituibile: la sua opera sostiene che il realismo "riconosce il significato morale dell'azione politica, ma afferma che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati in termini astratti; piuttosto, devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete di tempo e luogo".
Da questa premessa, l'obbligo centrale di un governante è proteggere la sopravvivenza e gli interessi vitali del proprio Stato, il che spesso lo costringe a dare priorità alle decisioni pragmatiche rispetto ai postulati ideologici. Le azioni devono essere calibrate in base alle minacce, alle risorse disponibili e alle circostanze specifiche. Morgenthau l'ha formulata come la sua terza regola del realismo: l'interesse nazionale a preservare la sovranità e la continuità dello Stato è permanente, ma le sue espressioni sono dinamiche e si trasformano a ogni cambiamento negli equilibri di potere. Le coordinate che governano le azioni del governo venezuelano, il riorientamento della strategia statunitense e la ritirata dell'opposizione sono manifestazioni di una logica classica: l'interesse nazionale alla sopravvivenza è permanente, ma le sue forme mutano in base agli equilibri di potere.
Anche le chiavi per comprendere la complessa realtà venezuelana si stanno riconfigurando, di pari passo con la ristrutturazione che il Paese sta attraversando dopo gli eventi del 3 gennaio. Il quadro concettuale e il sistema di coordinate che hanno guidato le decisioni del governo venezuelano e del consiglio presieduto dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez sono stati caratterizzati da una flessibilità e un pragmatismo chiaramente condizionati dal contesto. Per comprendere questa dinamica, è necessario osservare non solo Caracas, ma anche l'intero insieme di attori e forze che interagiscono sulla scena politica.
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