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seminaredomande

Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza

di Francesco Cappello

palestna istaele map storica 1.jpgLa spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.

La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.

 

Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo

Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.

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contropiano2

“Il destino di Israele è segnato”

Andrea Lanzetta* intervista Ilan Pappè

Israele abbiamo un problema.jpgIlan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.

Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.

L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.

Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.

 

Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?

«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».

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lantidiplomatico

La Cina determinata a vincere la guerra alla corruzione nell'esercito: il caso del generale Zhang Youxia

di Marinella Mondaini*

720x410c0.jpgIn Cina, ancora nello scorso novembre, è stato dato inizio a una massiccia campagna contro la corruzione. La Commissione Centrale per l'Ispezione Disciplinare del PCC a novembre annunciò sul suo sito web di aver avviato un'indagine su Liu Xiwen, vicesegretario del Comitato Municipale di Pechino del Partito Comunista Cinese, a capo del Dipartimento del Lavoro Organizzativo. Secondo i media cinesi, la funzionaria era sospettata di "gravi violazioni disciplinari", una formulazione che implica solitamente accuse di corruzione. Dopo di che, fu avviata un'indagine disciplinare interna al partito nei confronti del vicesindaco di Shanghai, Ai Baojun, che è anche membro del comitato municipale del PCC di Shanghai. Entrambi i funzionari, rimossi dai loro incarichi e processati, sono stati soprannominati "le grandi tigri cadute da cavallo". La campagna anticorruzione all'interno del Partito Comunista Cinese si è intensificata dopo l'ascesa al potere della "quinta generazione" di leader, guidata dal Presidente cinese e Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC Xi Jinping, nel 2012-2013. Un lavoro di “pulizia” che è proseguito incessantemente. Ieri si è saputo che un generale cinese è stato accusato di corruzione e di aver divulgato informazioni sulle armi nucleari agli Stati Uniti. Si tratta nientemeno che il braccio destro di Xi Jinping: il generale Zhang Youxia, accusato di “crimini su larga scala contro il Paese”.

Il Wall Street Journal l’ha definito “un fidato consigliere militare di Xi Jinping”. L'ex CEO della China National Nuclear Corporation ha testimoniato contro di lui. Il generale deve rispondere di una serie di accuse: accettazione di tangenti per promozioni, creazione di cricche politiche, tentativo di costruire reti di influenza che minano l'unità del partito e abuso di potere nel massimo organo militare del Partito Comunista. Alcuni analisti sostengono che l'ultima repressione della corruzione e della slealtà nell'esercito da parte di Xi Jinping rappresenta il più radicale rimpasto nella leadership militare cinese dai tempi di Mao Zedong.

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transform

Sul modello economico e sociale cinese

di Ernesto Screpanti

Riprendiamo dall’ultimo numero di Alternative per il socialismo l’articolo di Ernesto Screpanti –

lotte 3.jpgLa sinistra è giustamente schierata con la Cina e i Brics+ nel valutare gli attuali conflitti geopolitici e geoeconomici. Il multipolarismo portato avanti dalle economie emergenti lo vediamo come una valida alternativa all’unipolarismo o bipolarismo cui sembra puntare l’imperialismo americano al suo tramonto. Questa preferenza però innesca un meccanismo psicologico – la tendenza a considerare nostro amico il nemico del nostro nemico – che c’induce a dare credito alle ideologie di autorappresentazione del soggetto per cui proviamo simpatia. Così una presa di posizione geopolitica rischia di diventare un’ingiustificata discriminante di classe: I cinesi tendiamo ad arruolarli tra le schiere del proletariato internazionale, nella speranza che alla fine stiano per arrivare i nostri1.

Ecco perché recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, compresa quella secondo cui si tratterebbe di un socialismo e una democrazia con caratteristiche cinesi. Sono favole fuorvianti che è necessario sfatare, anche se sono pochi quelli che ci credono. Lo farò come si può fare in un articolo di una dozzina di pagine. Ma penso che le cose essenziali si possano dire in modo semplice e sintetico. E, per limitarmi all’essenziale, lo farò concentrando l’attenzione sugli aspetti strutturali, industriali e sociali dell’economia cinese. Ignorerò le dinamiche congiunturali, gli aspetti finanziari, le bolle immobiliari, il fallimento di Evergrande eccetera. Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, è necessaria una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definirò come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definirò come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.

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lantidiplomatico

Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale

Rong Jianxin per Wenhua Zongheng intervista Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya*

aeongtuygIl 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".

Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?

In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.

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Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

di Suleyman Karan*

logorio dolllaro.jpegL’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie… Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione“.

Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando ai bordi. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema dalle politiche di un singolo Stato e la sua affidamento alle conversioni intermedie hanno generato strati di rischio e attrito. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo trono monetario.

 

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati.

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lantidiplomatico

Virtù e Vizi tra Hannoun, Trump, Piantedosi e Askatasuna. É la sicurezza, bellezza!

di Fulvio Grimaldi

mraepdnmgiaàdlpTra Piantedosi e Askatasuna

Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.

Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.

E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.

Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

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lantidiplomatico

Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN

di Fulvio Grimaldi

Immairangine3.pngIran, orgia di disinformazione

Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.

Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.

Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.

Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata.

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Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Screenshot 2026 01 20 085351.pngNon è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

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Il Sudan al crocevia dell’Impero - Rivoluzione, controrivoluzione e le ambizioni sub-imperiali degli Emirati Arabi Uniti

di Abu Hureirah

2025 01 13T073955Z 69399180 RC2G8CAV6UWR RTRMADP 3 SUDAN POLITICS WAD MADANI 1 scaled 1.jpgIntroduzione

Il Sudan si trova oggi a un crocevia critico, non soltanto per il proprio destino nazionale, ma anche per la più ampia configurazione di potere che definisce l’Africa e il Medio Oriente. La guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) non è una mera lotta interna per il potere, ma riflette la collisione di due progetti imperiali: quello ereditato dal colonialismo britannico-egiziano e quello emergente dell’espansionismo del Golfo, incarnato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti. Entrambe le forze militari rivendicano il patriottismo, ma servono interessi che trascendono i confini del Sudan. La SAF, sotto il comando del generale Abdel Fattah al-Burhan, è sostenuta da Egitto e in parte dall’Arabia Saudita, mirando a preservare un ordine regionale tradizionale incentrato sulla sovranità statale e sul controllo militare.

La RSF, guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, funge invece da veicolo per l’accumulazione e la proiezione del capitale del Golfo, operando in stretta collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, la cui influenza economica e militare si estende sempre più nell’Africa orientale.

La guerra in Sudan non può quindi essere compresa come un conflitto isolato, ma come il riflesso di tensioni globali tra forme diverse di imperialismo, capitalismo militare e sfruttamento delle risorse. Essa rivela la natura ibrida dello Stato sudanese — un’entità plasmata da secoli di estrazione coloniale, militarizzazione e dipendenza economica — e l’emergere di nuovi attori che cercano di ridefinire i confini dell’impero nel XXI secolo. Questa analisi esamina il Sudan come un caso emblematico del modo in cui i processi di rivoluzione e controrivoluzione si intrecciano con le logiche dell’accumulazione globale, del sub-imperialismo e delle relazioni tra centro e periferia. Per comprendere la crisi attuale, è necessario situarla nel lungo arco della storia economica e politica del Sudan — dalle sue origini coloniali alla sua posizione contemporanea come teatro di conflitto tra potenze regionali e globali.

 

Estrazione coloniale – Fondamenti storici dello sfruttamento e della rivolta

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lafionda

Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio

di Elena Basile

iran.jpgSono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo.

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nicomaccentelli

Riflessioni venezuelane

di Nico Maccentelli

CITTNUOVAPAMOM 2024012409270164 ab797a4841ddcdbbf56bcc88f59835ca scaled 1.jpgIl sequestro del Presidente del Venezuela Bolivariano Nicolas Maduro e di sua moglie Prima Dama Cilia Flores, unitamente all’aggressione imperialista degli USA che dura da ormai 27 anni, ma oggi ha fatto il salto di qualità dell’embrago armato totale, ci induce d alcune riflessioni. Si tratta infatti di comprendere al di là delle considerazioni capitolazioniste che si leggono da più parti, quali siano i punti di forza e nel contempo i limiti di questo assalto criminale e in che contesto è maturato.

Innanzi tutto l’imperialismo statunitense non si è svegliato una mattina, con l’idea belluina di aumentare l’aggressività militarista. Esistono cause strutturali riguardo la crisi sistemica del capitalismo, già ben note ai marxisti e che in generale nella sua crisi epocale di sovraproduzione di capitali, al netto di tutte le controtendenze messe in atto dalle élite finanziarie sul piano monetario, creditizio e nella catena del valore e degli approvigionamenti, non evitano, anzi portano come sbocco inevitabile alla guerra imperialista.

Fondamentalmente l’imperialismo, ossia quel campo di paesi a capitalismo avanzato a dominnza USA è in crisi di egemonia. Il prorompere di altri attori capitalistici o a società ibride con gestioni statali di economie di mercato sulla scena internazionale, sta spostando il baricentro dell’economia mondiale da una governance finanziaria ultraliberista unipolare a economie reali che si relazionano in modo paritetico realizzando ambiti di scambio che bypassano il dominio del dollaro quale moneta di riferimento.

All’imperialismo non resta che ridefinire la propria catena di dominanza interna e di rispondere manu militari e con ogni altro mezzo ai paesi che esprimono con maggior forza economica e militare questa tendenza: Cina, Russia in primis, che sono ormai nemici esistenziali dell’imperialismo (1).

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ilponte

Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense

di Marco Morra

Big Story Garrett Graff on Trump and Venezuela PoliticsL’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, uccidendo oltre 50 militari della sua scorta, costituisce un’azione di guerra in violazione al diritto internazionale. L’incursione giunge al culmine di mesi di crescenti tensioni nelle acque dei Caraibi, antistanti il Venezuela, seguite all’invio di navi da guerra con il pretesto della “lotta al narcotraffico”. Maduro è accusato di essere il capo del Cártel de los Soles, un cartello della droga che minaccerebbe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti[nota 1]. Tali accuse non sussistono. Com’è noto, la maggior parte della droga che raggiunge le città statunitensi non è prodotta, né distribuita attraverso il Venezuela[nota 2]. D’altra parte, le dimensioni, i costi e la sofisticatezza del dispositivo militare dispiegato dagli Stati Uniti rivelano obiettivi politici più ampi: esercitare una pressione decisiva sul regime di Maduro e assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere del paese caraibico, le maggiori al mondo[nota 3].

L’operazione denominata Absolute Resolve sancisce la nuova strategia di sicurezza nazionale perseguita dall’Amministrazione Trump in America latina, il cui fine ultimo è il ristabilimento dell’influenza statunitense nel subcontinente e il contenimento della penetrazione economica cinese. Su scala globale, invece, dimostra un approccio sempre più offensivo nel quadro della competizione strategica che oppone gli Stati Uniti alle potenze capitalistiche in espansione – come Cina e Russia – che rifiutano di allinearsi ai dettami dell’Occidente. Dopo aver consolidato la propria egemonia in Medioriente attraverso l’appoggio incondizionato a Israele, per Trump sarebbe giunto il momento di piegare il Venezuela ai propri interessi strategici. Come ha notato Alessandro Volpi, la Casa Bianca è “alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale”[nota 4].

Molto è stato scritto su questi fatti all’indomani dell’attacco. Molto poco sulle condizioni in cui la Rivoluzione bolivariana si è trovata ad affrontare la minaccia nordamericana.

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effimera

Venezuela e la verità

di Craig Murray

Pubblichiamo un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray, diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è laureato. Murray si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei paesi occidentali. Murray poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado. A tal proposito si sofferma sull’impossibile parallelismo con i precedessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama. A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale. Non si tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente avviene nei golpe tradizionali): un esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo da lustri.

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Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump

di nlp

Paratrump 800x445.jpgLa serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.

In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico- o il Venezuela in questo caso –  marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo,  trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran.  Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos.