
Presentazione del volume "La lenzuolata"
di Cristina Quintavalla
Ci sono due storie dentro questa storia.
La più nota è quella della lenzuolata: una stesa di lenzuola nella pubblica piazza sotto l'ombra svettante del Partigiano di Mazzacurati, su cui erano stati scritti date, dati, rogiti, verbali di Consigli di amministrazione, atti della pubblica amministrazione, che configuravano la predisposizione di una gigantesca operazione speculativa. Una vasta e pregiatissima area destinata ad edilizia economico-popolare fu acquistata da un potente gruppo di imprenditori, fu costituita una societa per azioni, la SIEM, fu accordata una prima tranche di finanziamenti da un' importante banca cittadina, quando ancora su di essa vigeva il vincolo ad intervento pubblico. Chi acquisterebbe per 5000 lire/mq un'area che, stante il vincolo, avrebbe potuto essere espropriata a 1000 lire/mq? Chi avesse avuto la certezza che il vincolo sarebbe stato tolto. Cosa che avvenne il 26 luglio 1973 quando l'Amministrazione comunale approvò una Variante al Piano Regolatore Generale, che attraverso una pioggia di delibere, svincolò tutto il possibile.
In virtù di questo gioco di vincoli e di svincoli, l'area acquisì un valore spropositato, sui 10 miliardi in valuta dell'epoca, senza la posa di un solo mattone, e sui 27-30 miliardi, erigendo mattoni, di plus-valore parassitario.
Lo svincolo, accordato dalla Riadozione del PRG, fu esteso non solo al Centro Direzionale Montebello ma a tutte le aree libere destinate a direzionale, originariamente ad iniziativa pubblica. Anch'esse erano già finite nelle mani dello stesso gruppo di speculatori, seppure camuffati dietro società per azioni con prestanomi vari. All'epoca questo potentissimo gruppo di imprenditori disponeva di circa 650.000 mq di aree edificabili, in condizioni tali da controllare il mercato immobiliare e di determinare valori, prezzi, affitti, qualità della vita.
La lenzuolata smascherò dunque la rete occulta, costituita cinquant'anni or sono da amministratori pubblici, partiti, imprenditori, tecnici, faccendieri, istituti bancari, che consentì, piegando le norme a favore di precisi interessi privati, la costituzione di un governo-ombra, parallelo a quello istituzionale, di cui i cittadini e gli stessi iscritti ai partiti coinvolti erano all'oscuro.
Fornì al contempo la rappresentazione chiara di una forma di gestione capitalistica del territorio e dei meccanismi attraverso i quali l'istituzione pubblica poteva accrescere rendita e profitto privati, favorire l'espansione e il consumo di territorio, nonché la gentrificazione e la mercificazione del centro storico, anziché contrastarli.
Si trattò di un'ennesima forma di corruzione? Fu di più e altro. Fu la creazione di una concertazione che è ben rappresentata dalla modalità in cui questo disegno venne realizzato: la costituzione di una occulta Società per azioni, la SIEM appunto, di cui il 46% delle quote societarie era nelle mani del gruppo di imprenditori che acquistò le aree, ed il 54% nelle mani del PCI, del PSI e della DC. I rappresentanti dei tre partiti divennero soci della SIEM a titolo gratuito, senza tirare fuori un centesimo. La partecipazione azionaria dei partiti era evidentemente funzionale al ruolo che avrebbero esercitato all'interno delle istituzioni pubbliche, nella predisposizione delle norme e delle condizioni favorevoli, nell'opera di convincimento dei loro iscritti e militanti, nella giustificazione delle scelte urbanistiche adottate, nell'acquisizione attraverso propri uomini ai vertici delle banche di finanziamenti miliardari all'attuazione dell'enorme progetto. Perchè la DC, che era partito all'opposizione, fu associata nella Società per Azioni a pari merito dei partiti che erano al governo della città? E perchè fu accortamente tenuta nascosta la partecipazione societaria dei partiti e in particolare della DC? E perchè l'uscita dalla grave crisi politica provocata dallo scandalo edilizio fu intravista dai partiti della sinistra storica nell' associazione della DC al governo cittadino, “rosso” da trent'anni, lungamente evocata, sollecitata, auspicata?
Parma da questo punto di vista fu paradigmatica, incarnando quella sorta di democrazia consociativa, fondata sulla coesistenza di interessi diversi, sul compromesso tra istanze sociali e politiche diverse, sulla sterilizzazione del conflitto sociale, che caratterizzarono il modello emiliano-romagnolo.
A cavallo degli anni Settanta, questo modello, e certo sul crinale di processi di trasformazione della linea politica nazionale, praticava una politica delle alleanze che ambiva a garantire una più efficace razionalizzazione capitalistica. Naturalmente le scelte effettuate nelle città a guida PCI-PSI erano funzionali dialetticamente a supportare il quadro nazionale e l'ingresso nell'area di governo.
In quegli anni la stessa giunta regionale dell' Emilia-Romagna, come esito di una trentennale esperienza di amministrazioni locali e di una quinquennale esperienza regionale, aveva iniziato a indicare come prospettiva il paradigma del “governo unitario”, con cui richiamava gli enti amministrativi all'“assunzione di piena responsabilità di governo locale, partecipe del governo nazionale” (S. Cavina, 1975), capace di coinvolgere in stretta collaborazione “l'associazionismo, le strutture imprenditoriali, pubbliche e private, il sistema bancario” (S. Cavina, 1977). Il “governo unitario” aveva l'ambizione di porsi come “contributo all'elaborazione del programma a medio termine nazionale, come strumento di unità di governo della spesa pubblica, dal centro alle regioni, agli enti locali” .
Dal governo “unitario” delle giunte “rosse” emiliano-romagnole alla prospettiva di un governo “unitario” nazionale.
La seconda storia è quella della denuncia politica dal basso, ad opera del Comitato di lotta per la casa, che era un organismo spontaneo, parte integrante della sinistra antisistemica. Riuniva al suo interno giovani cattolici, che provenivano da comunità di base, animate dallo spirito del rinnovamento conciliare, e che erano operanti nei quartieri cittadini con attività di assistenza, accompagnamento, mutualismo, e giovani attivisti, impegnati nelle formazioni della nuova sinistra.
Era attivo nei quartieri della città destinati ad un'umanità marginale, di cui non metteva nemmeno conto parlare. Quella che con cipiglio arrogante e classista un sindaco socialista di Parma bollò come espressione di “grave disadattamento sociale”. Non si trattava solo di poveri, persone ai margini, disoccupati, anziani, ma soprattutto di operai emigrati dal sud, quelli che fornivano le loro giovani braccia alle industrie locali, muratori, donne delle pulizie, per i quali la precarietà delle loro condizioni di vita e di lavoro erano delle discriminanti, che li collocavano tra coloro che venivano giudicati come perdenti, senza valore e dunque suscettibili di dinamiche escludenti e inferiorizzanti.
La questione della casa in quegli anni era strettamente legata ai processi migratori dal sud o dalle aree povere del paese e connessa con il problema del lavoro e della offerta di lavoro funzionale all' industrializzazione del paese. Non a caso il problema della casa acquisiva una centralità proprio nell' analisi del sistema capitalistico, indicava la divisione per classi sociali del territorio urbano, mostrava la correlazione inscindibile tra la fabbrica e il quartiere, era un atto d'accusa nei confronti dei meccanismi di governo delle scelte urbanistiche, individuate come responsabili dell'indebolimento dell'ente locale e del rafforzamento delle classi dominanti e della loro vocazione speculativa. Spesso la fiammella della lotta per la casa fu alimentata dalle lotte di fabbrica, dai nuovi quadri operai, che dettero vita ad imponenti manifestazioni, che portarono all'occupazione di immobili, all'autoriduzione degli affitti e delle bollette.
Le lotte per la casa nascevano insomma all'interno della polarizzazione fabbrica-quartiere ed erano parte integrante del più vasto fronte anticapitalista.
Più propriamente è un racconto dal basso, per molti aspetti corale, rappresentativo di un noi collettivo, nato nel crogiuolo delle lotte, che restituisce la parola a quelle voci che nei quartieri più degradati della città non avevano voce, non contavano, non erano nelle condizioni di agire, esclusi dalla dialettica tra “forze politiche e sindacali responsabili”, rappresentative di una presunta “normalità” nelle relazioni istituzionali e politiche, cui solo era accordato a pieno il diritto di cittadinanza e dunque di contare.
E' quindi anche la storia di una “democrazia dimezzata”, per usare l'espressione di N. Frazer, che ha fatto della democrazia istituzionale, legalitaria e compatibile con i rapporti sociali vigenti, il paradigma della partecipazione politica.
C'è dunque nel libro anche la rivendicazione di una diversa forma di partecipazione politica, attuabile attraverso la creazione di commissioni popolari di quartiere, partecipate dai Consigli di fabbrica, dai Consigli di zona, e dai/dalle cittadini/e. Il modello partecipativo teorizzato era quello di base, unitario, fondato su forme di democrazia diretta, di “controllo popolare dal basso”, qualificate dalla presenza, esperienza di lotta e antagonismo della classe operaia e del più vario mondo del lavoro, ma anche di tutti coloro che, messi nella condizione di capire e parlare, potevano, volevano, dovevano partecipare ai processi di trasformazione sociale.
La città che è venuta su a partire da quegli anni iniziava a essere pensata, progettata, costruita, sulla base di nuovi modelli economici: i vantaggi derivanti dal mercato, da una classe imprenditoriale rassicurata nei suoi investimenti da un ente locale che stava dalla sua parte e garantiva moderazione e pace sociale, erano funzionali a delineare anche una nuova prospettiva socio-antropologica, fatta di paradigmi vincenti, dominanti, di potere. La città delle banche, insediate nei migliori palazzi storici cittadini a smazzettare banconote; la città-vetrina del lusso e della raffinatezza delle griffes, memore del suo passato ducale; la città edonistica dei rampolli borghesi; la città che istituisce i daspo per coloro che turbano il decoro cittadino, che bandisce crociate iper-repressive contro le baby-gang ed i migranti, che ha svenduto patrimonio pubblico, privatizzato servizi sociali, monetizzato pezzi di città e di funzioni legate alla vita urbana collettiva.
Ponevamo non a caso l'urgenza di un intervento pubblico nei centri storici, per frenare il loro degrado funzionale a farli diventare merce acquistabile a vil prezzo da orde di speculatori, che si accaparravano la parte più qualificata della città e la trasformavano secondo parametri ad essa estranei; che costruivano nelle estreme periferie quartieri speculativi, dove colate di cemento, che trasformavano terreni agricoli in terreni edificabili, tiravano su palazzoni- dormitorio per i ceti meno abbienti e quartieri-recinto per chi vive la casa come fortezza da proteggere dagli assalti nemici.
Con largo anticipo sui tempi, il Comitato di lotta per la casa rivendicava la lotta contro il consumo di suolo e l'espansione dissennata nelle periferie. Rivendicava non solo il diritto alla casa per tutti, come diritto fondamentale e bene sociale, ma il diritto alla città di tutti/e - la città pubblica- la città considerata nel suo valore d'uso anziché nel suo valore di scambio. La città pubblica è quella che pre-esiste alla sua privatizzazione o meglio alla destinazione delle sue parti a interessi e interventi privati. E' quella che noi indicavamo come lo spazio in cui esercitare il diritto alla libertà individuale e collettiva, alla integrazione, alla relazione, alla condivisione, alla fruizione senza limiti, preclusioni o pericoli di tutti/e: bambini, giovani, anziani, donne... La città pubblica è quella che contrasta la divisione del territorio urbano su base di classe, genere, etnia. La città pubblica è quella che l'urbanista E. Granata definisce come “la città che educa” alla polis, alla dimensione sociale e politica della vita.
Il libro scavalla tra generi: è un ibrido fluido che tenta di tenere insieme storia e memoria, ricostruzione storica, racconto, soggettività.
Da un certo punto di vista si pone come sfidante nei confronti di certa ricostruzione storica oggettiva, che spesso ha riprodottto logiche dominanti: lo scandalo edilizio sarebbe stato un fenomeno corruttivo; la Magistratura avrebbe montato una situazione che poi alla resa dei conti tra prescrizioni, condoni, condizionali, si è sfarinata da sola; i partiti coinvolti avrebbero tratto le conclusioni e operato le rispettive epurazioni; e la lenzuolata ed il Comitato di lotta per la casa -ma cos'è?- sarebbero stati un fenomeno passeggero, irrilevante, di cui ci si può tranquillamente dimenticare.
Il libro è stato scritto con l'intento di superare il carattere di parzialità e incompletezza di queste ricostruzioni, che si presentavano come oggettive e che invece riflettevano il punto di vista di chi ne fu coinvolto e le sue aspirazioni di chiudere una volta per sempre questa pagina oltremodo scomoda. Nelle ricostruzioni e cronache “oggettive” c'era il solo elemento della corruzione, che -si sa- è un fattore umano, di cui era responsabile naturalmente chi se ne era lasciato irretire. Non ci sono riflessioni sulla svolta politica dei partiti e delle giunte rosse e della loro deriva consociativistica; non c'è traccia dei finanziamenti importanti di imprenditori importanti, finalizzati non a corrompere ma a porre un freno alle lotte e alle rivendicazioni, tradizionalmente dirette dai partiti socialista e comunista e dai sindacati loro vicini; non c'è traccia delle sofferenze legate alle condizioni oppressive e di degrado di una parte della popolazione; non c'è la voce del Comitato di lotta per la casa, senza il quale lo scandalo edilizio non sarebbe esploso e si sarebbe esaurito in una querelle tra tecnici, divisi tra loro sull'opportunità di sostenere un progetto così spregiudicato o di contrastarne/ridurne l'impatto sulla città.
Non si potrebbero comprendere le ragioni per cui si innescò una crisi politica di tali proporzioni da costringere la giunta comunale alle dimissioni, da provocare la caduta di un'intera classe dirigente a livello locale, la revisione delle scelte urbanistiche speculative, nonché l'intervento della Magistratura che portò a processo e alla condanna della classe politica ed economica coinvolta.
La denuncia del cosiddetto scandalo edilizio fu strettamente intrecciata con l'esercizio di forme di democrazia diretta, di presidi del territorio, di occupazioni di ciò che apparteneva alla collettività, di riappropriazione di beni e diritti. L'esercizio del controllo popolare dal basso era finalizzato a rivendicare la riappropriazione e la progettazione di una città di tutti e tutte, contro la delega deresponsabilizzante, per restituire valore ai cittadini/e e costruire giustizia a partire dai territori. Fu una prospettiva credibile per alcuni anni e con essa le classi egemoni furono costrette a misurarsi.












































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