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sinistra

“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo

di Eros Barone

eace9d48 331b 4a15 80a5 a24669d3f2b8.png Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica

e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.

K. Marx, Critica del programma di Gotha.

1. Un importante precedente storico e teorico

Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.

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lafionda

Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser

di Salvatore Bianco

dfomlfdddddd.jpgNegli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione.  Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.

Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”.  Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.  

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perunsocialismodelXXI

La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi

di Carlo Formenti

nhveiruburighL’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.

Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.

Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).

Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).

Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana?

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sollevazione

Lenin a Pechino

Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè

di Moreno Pasquinelli

Mao.jpegQuesto breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?

*   *   *  *

«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …

Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.

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doppiozero

Manipolare la memoria

di Pierangelo Garzia

shawn day ii6BOPjAtVY unsplash 0.jpgTempo fa, davanti a una pizza, stavamo parlando di ricerche sulla memoria con un vecchio amico fisico, ex ricercatore del CERN di Ginevra, attualmente responsabile di un settore di ricerca e innovazione di un grosso ente sanitario milanese. Da parte mia gli illustravo le più recenti scoperte sulla neurobiologia della memoria, delle strutture cerebrali implicate nei processi di apprendimento e rievocazione dei ricordi. Da parte sua, mi incalzava su quanto sappiamo invece sulle basi fisiche profonde che sottendono la memoria. A ora, notai, nulla di nulla. E fu di nuovo l’occasione, per il sottoscritto, condivisa dall’amico fisico, per criticare coloro che si prodigano in elucubrazioni sul “cervello quantistico” o, addirittura, sulla “spiegazione quantistica della coscienza”. Nientemeno. Un altro fisico teorico con cui ebbi possibilità di dialogare anni fa, mi fece notare quali grosse difficoltà avessero nel comprendere le leggi della meccanica quantistica al di là del livello ultramicroscopico, figurarsi a livello di quello macroscopico della vita biologica, a maggior ragione quella, complessissima, della materia cerebrale.

Come scrive Steve Ramirez, neuroscienziato e professore presso la Boston University, dove dirige il Ramirez Lab, un laboratorio dedicato allo studio dei circuiti neurali della memoria e delle emozioni (i due vissuti psicologici sono strettamente interconnessi), nel suo recente saggio editato in italiano Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria (Raffaello Cortina Editore): «Scopriremo in futuro i principi del funzionamento del cervello, che ci condurranno poi alle leggi fisiche profonde che governano la nostra mente, ma per raggiungere questo obbiettivo è necessario uno sforzo di ricerca senza precedenti».

A tal proposito Ramirez, ci invita a non essere troppo severi nei confronti di una scienza, quella del cervello e della mente, che ha appena un centinaio di anni di vita. Quelle che stiamo attraversando sono le normali crisi di crescita di una disciplina giovanissima, soprattutto se messa a confronto con la fisica. Se i fisici oggi possono contare su leggi e principi consolidati in millenni di storia, le neuroscienze stanno ancora muovendo i loro primi, complessi passi.

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Funzionare o esistere

di Salvatore Bravo

la domanda di caino male perdono fraternita 9788869446085.jpg“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:

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machina

Dioniso a Mirafori

di Adelino Zanini

La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)

0e99dc 74316fb0304b4ca4a84eefe047de04f3mv2.jpgDopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.

Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.

* * * *

8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…

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Fabbrica e(ra) società

di Adelino Zanini

La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (I)

0e99dc 976a8f950883404884329038aa4b0fdemv2Adelino Zanini discute Dioniso postmoderno di Damiano Palano, ampia ricostruzione critica dell’itinerario teorico di Antonio Negri. In questa prima parte, al centro è il rapporto tra fabbrica e società, l’«enigma» consegnato all’operaismo da Mario Tronti. Seguendo il primo dei due sentieri individuati da Palano, quello della cosiddetta «ipotesi strategica», Zanini attraversa la crisi dello Stato-piano, la teoria dell’autovalorizzazione e la formazione della figura dell’operaio sociale. Secondo l'autore della recensione, lungi dal risolversi in uno schematismo teorico, il percorso di Negri appare così come uno sforzo continuo per pensare nuove forme dell’antagonismo oltre la centralità esclusiva della grande fabbrica, cercando di comprendere come produzione, riproduzione e conflitto si trasformino insieme.

* * * *

1. Leggere la nuova edizione di Dioniso postmoderno. Per una critica della teoria radicale di Antonio Negri (Mimesis, 2026) di Damiano Palano significa operare un doppio salto all’indietro – e il più difficile da compiersi è forse quello più breve, rappresentato dai quasi trent’anni che separano dalla prima edizione di un testo scritto alla fine degli anni Novanta, circolato inizialmente in due tomi come quaderno di lavoro del seminario «il Cielo», poi pubblicato, nel 2008, per i tipi di Multimedia Publishing. Questo accade perché l’accelerazione del moto di distanziamento da quello che Palano assume convenzionalmente come punto d’avvio dell’esperienza (teorica) operaista – ossia l’articolo Fabbrica e società di Mario Tronti (pubblicato nel 1962 sul secondo numero dei «Quaderni rossi») – è via via aumentata nel corso del tempo. Ciò, se da un lato obbliga a riprendere in mano testi già considerati «classici» trent’anni or sono, dall’altro, richiede uno sforzo per comprendere ciò che possa significare, oggi, un’interpretazione di quei classici formulata tre decenni fa, considerata, appunto, la non linearità del moto di allontanamento dal punto d’avvio.

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sinistra

Anticomunismo, controrivoluzione preventiva e fascistizzazione

di Eros Barone

41xo6LQVFNLUn anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre.

Jean-Paul Sartre

1. Un ciclo politico reazionario

Il processo di fascistizzazione si fa di giorno in giorno più evidente, più opprimente e più capillare, e chiunque abbia un minimo di sensibilità socio-politica ne avverte già da molto tempo la stretta. In questo senso, il governo Meloni è stato solo il punto di avvio di un ulteriore salto qualitativo. Se confrontiamo infatti la situazione della prima metà del XX secolo con la situazione attuale, risulta palese il tratto comune costituito dalla crisi strutturale del capitalismo. Il secondo elemento, però, e cioè un’alternativa rivoluzionaria in atto, è sostanzialmente assente. Inoltre, la crisi del capitalismo si produce oggi nel contesto generato da un altro evento epocale, di segno opposto a quello rappresentato dalla Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento del vallo antifascista di Berlino e la fine del campo socialista, cioè la vittoria mondiale della controrivoluzione.

Orbene, questa particolare situazione, in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è nemmeno in gestazione per assenza di antagonismo politico organizzato e diretto da finalità rivoluzionarie, dà luogo al fenomeno della “putrefazione dei processi storici”, di cui la fascistizzazione delle relazioni sociali è il frutto. Due elementi vanno allora posti in luce: la crisi strutturale del capitalismo e l’assenza di antagonismo organizzato, l’uno dei quali è convergente e l’altro è radicalmente divergente rispetto alla congiuntura storica che produsse storicamente il fascismo. Da ciò si ricava una prima conclusione: l’unica minaccia immediata che incombe sul capitalismo contemporaneo sono i suoi stessi limiti strutturali e le conseguenze che il loro manifestarsi comporta. Un fenomeno di acuta reazione, nella metropoli imperialistica del nostro tempo, necessariamente erediterà la lezione del fascismo storico, ma non la riprodurrà, quanto meno nei suoi aspetti apertamente dittatoriali, se non in presenza di una soggettività politica capace di minacciare il dominio della borghesia monopolistica.

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doppiozero

Da Chaplin al post-work?

di Lelio Demichelis

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Quanto è lontano da oggi– o forse è ancora vicino, ma digitalizzato – il lavoro dei Tempi moderni di Chaplin? E se poi fosse il capitalismo a liberarci dal lavoro (umano), automatizzando tutto e tutti, noi limitandoci a schiacciare un pulsante – o forse neppure quello, se è vero che Claude, l’i.a. di Anthropic, si sviluppa con un codice di cui circa l’80% viene scritto dal sistema stesso, arrivando al 100% entro due anni? Se fosse cioè il capitalismo (rovesciando Marx) a farci entrare in una società “in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”? Impossibile, ovviamente. Eppure non è forse nella tendenza del capitalismo e della tecnica “rendere l’uomo superfluo, sostituendo il lavoro umano con gli automatismi degli apparati tecnici” (G. Anders)? E il neoliberalismo e il capitalismo digitale non promettono forse la massima libertà individuale, così mascherando l’alienazione che invece producono quanto più il lavoro esce dalle fabbriche e dagli uffici e occupa e sfrutta ogni ambito della vita umana, individuale e sociale? Ed Elon Musk non ha forse proposto di creare un sostanzioso reddito universale per tutti, finanziato dai governi per affrontare la disoccupazione creata dalla stessa i.a. (e Anthropic ha mostrato come, pur senza un aumento immediato della disoccupazione, l’i.a. sta già modificando i lavori amministrativi, creativi e cognitivi, automatizzando compiti basati su parole e numeri)?

Di più: nel capitalismo e nella società tecnologica oggi digitalizzata tutto cambia velocemente, ma alcuni processi restano sostanzialmente sempre uguali. Si pensi alle tecniche di human engineering (il management, la divisione tayloristica del lavoro e dell’individuo, i social) e all’ideologia economicistica e industrialista (liberalismo e poi neoliberalismo, positivismo e pragmatismo) necessarie per farci adattare alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale senza opporre troppa resistenza, anzi condividendo la mission del sistema, insieme accrescendo la nostra produttività, attraverso l’accrescimento del nostro pluslavoro giunto ormai al lavoro gratuito.

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sinistra

Z. Bauman e la critica impotente

di Salvatore Bravo

Sociologia e Neuroscienze come si progetta la societa digitale 218x150Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisi estreme del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi radicali e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali, queste sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.

Si critica il sistema, ma non si mette in discussione la causa profonda che è all’origine dei disastri antropologici e ambientali, anzi la “critica è evirata della causa prima” ed essa diviene il mezzo col quale il “sistema capitale” può presentarsi ai popoli dichiarandosi democratico e mondandosi da colpe e da contraddizioni sanguinarie. La critica debole, dunque, permette il consenso verso il sistema a capitalismo reale ed è usata per contrapporre le democrazie liberiste ai sistemi oligarchici. In tal modo i sudditi del sistema capitale non percepiscono di essere in piena oligarchia, mentre si tagliano i servizi e si investe nelle armi nel timore che la Russia con i suoi 19 mln di Kmq possa invadere l’Europa povera di risorse.

Si critica, ma non si elaborano alternative, pertanto il sistema ringrazia.

Z. Bauman sociologo e pensatore scomparso nel 2017 e autore di innumerevoli saggi di “grande successo” ha analizzato nei suoi scritti le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.

Nei suoi saggi non vi è la condanna filosofica ed etica al mercato in sé e vi è quasi la speranza che il sistema possa autocorreggersi attraverso l’analisi critica delle tragedie nell’etico come direbbe Hegel.

La stessa filosofia per Bauman dev’essere un’attività incompiuta, che oscilla tra risposte e domande, si lascia, di conseguenza, ampio spazio all’indeterminazione.

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perunsocialismodelXXI

Oltre l'occidente(2)

di Alessandro Visalli

de marzo 2.jpgIeri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].

* * * *

Introduzione

Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.

Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.

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antropocenejpg

La termodinamica del capitale: intelligenza artificiale, crisi energetica e crisi ecologica

di Te Li

In questo articolo, Te Li smaschera il mito della dematerializzazione digitale diffuso dai sostenitori dell’intelligenza artificiale (IA), i quali presentano questa tecnologia come un fenomeno che è fuggito dal regno materiale e, di conseguenza, dalla stessa entropia. In realtà, l'autore dimostra come i requisiti materiali ed energetici dell’intelligenza artificiale la inseriscano a pieno titolo nel regno fisico, collocando tale tecnologia nel contesto della frattura metabolica nel capitalismo

MR giu26.jpgNella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.

Questo articolo sostiene che tali rappresentazioni siano ideologiche nel senso marxista del concetto: esse capovolgono la realtà, presentando come immateriale un processo che è profondamente, e conseguentemente, materiale. Si stima che l'addestramento di GPT-4 abbia consumato energia equivalente all'uso annuo di energia elettrica di migliaia di famiglie.[1] Una singola query [richiesta] ad un modello linguistico di grandi dimensioni richiede circa dieci volte l'elettricità necessaria per una ricerca standard su Internet.[2] Il consumo di acqua da parte di Microsoft è aumentato del 34% in un solo anno, un'impennata che il proprio rapporto ambientale ha attribuito direttamente all'espansione dell'infrastruttura di IA.[3] Queste non sono inefficienze incidentali in attesa di un miglioramento tecnico; sono necessità strutturali di una tecnologia il cui substrato fisico - semiconduttori, data center, sistemi di raffreddamento e reti di trasmissione - è tra le infrastrutture che richiedono il maggior impiego di risorse che l’umanità abbia mai costruito.

Il mito della dematerializzazione digitale ha una lunga genealogia. A partire dagli anni ’90, i teorici della “economia dell’informazione” hanno sostenuto che il passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli atomi ai bit, avrebbe disaccoppiato la crescita economica dal consumo di risorse materiali.[4] L’ascesa dell’IA ha dato a questa tesi una nuova e più potente versione: se le precedenti tecnologie digitali si limitavano a elaborare le informazioni, l’IA – così recita l'argomentazione - genera essa stessa l’intelligenza, una risorsa la cui abbondanza non esaurisce la natura ma la trascende.

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tempofertile

Circa Angelo Calemme e “La variabile legittima della storia”

di Alessandro Visalli

la variabile legittima della storia.jpgPremessa

Il libro di Angelo Calemme, pubblicato da Orthotes nel 2026, prosegue un’opera che nel 2013, due anni dopo la laurea in Filosofia e Politica all’Orientale di Napoli, si avvia con la curatela di un primo libro per La Città del Sole, L’illuminismo prima dell’illuminismo. Perché la chiesa condannò Galilei[1]; quindi, nel 2017, l’anno del dottorato alla Universitat de Barcelona in Filosofia contemporanea e studi classici, pubblica La ragione galileiana del mondo. Tra metafisica, filosofia e tecnologia[2]; nel 2018, Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione[3]; ancora, nel 2020, Alle origini della tecnologia scientifica. Ricezione e sviluppo del pensiero galileiano nell’opera di Isaac Newton[4], per Mimesis. Quindi per Meltemi, nel 2022, Dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione industriale. Sulle condizioni marxiane dello sviluppo scientifico-tecnico[5].

Fino a questo anno, e per otto anni, Calemme per lo più si è occupato, quindi, di storia della scienza. Un tema molto importante e apparentemente confinato tra specialisti. È, in realtà, un tema cruciale e di grande rilevanza politica. Come tale viene affrontato.

L’anno successivo, il 2023, la prescrizione politica diventa però molto più esplicita, con ripresa della Questione meridionale e utilizzo di materiali esplicitamente ripresi da un autore tanto importante quanto marginalizzato, come Nicola Zitara[6]. In questo anno esce, per Guida Editore, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato[7].

Nel 2026, finalmente, il libro di cui ci occuperemo, La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori[8].

Ritorniamo ai saggi di storia della scienza. Per Calemme la conquista compiuta dalla tecnologia scientifica è emancipatrice. Solo che il suo potenziale è catturato dal capitale e va liberato.

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L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale

di Andrea Daniele Signorelli

522E68F9 C54F 4016 AE5F F1EB0CB71CC6.pngNegli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.

Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.

Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.

E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?

 

Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model

In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono,