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Hegel, Marx, lo Stato e la democrazia: una ricerca di Giulio Di Donato
di Antonio Semproni
Con Marx oltre Marx è il filo conduttore di un recente e denso libro di Giulio Di Donato. Una lettura che valorizza il momento non economicistico del filosofo di Treviri. La politica come strumento di elevazione delle classi popolari, lo Stato come universale in cui dispiegarne interessi e passioni
In «Vera democrazia». Politica e diritto nella prospettiva marxiana (Giappichelli, 2025), Giulio Di Donato muove i propri passi dalle dissonanze tra la visione politico-statuale in Hegel e in Marx. La filosofia di Hegel ha la potenza di “aboli[re] la separazione tra la realtà e gli ideali, tra l’essere e il dover-essere” (p. 16); se ciò che è reale è razionale, è perché l’idea – culmine dell’integrazione e della mediazione reciproca tra i due poli della tensione, cioè del soggettivo e dell’oggettivo, del concetto e dell’oggetto, dell’autocoscienza e del suo contenuto – abita nella realtà stessa: al filosofo sta il compito di rintracciarla risalendo la dialettica hegeliana. Ciò vale anche nella sfera giuridico-politica, ove lo Stato rappresenta l’incarnazione dell’idea etica.
Hegel in Marx, Marx versus Hegel
Della dialettica hegeliana Marx privilegia il momento dell’autocoscienza, cioè il “faticoso processo di riappropriazione di sé, al termine del quale il soggetto può riconoscersi e riferirsi a sé nel rapporto con l’altro”. Questa postura lo porta – come illustra Di Donato nella sua fatica – a privilegiare la volontà popolare, in quanto riottosa nei confronti dell’ordine politico costituito, e a contestare spesso e volentieri la filosofia politica e statuale di Hegel, a volte cogliendo nel segno, altre volte ricorrendo a argomentazioni fallaci.
Nella realtà che si interseca con la vita e la speculazione di Hegel si dà anzitutto la Rivoluzione francese, nella quale si manifesta “l’autonomia del soggetto rispetto a qualunque autorità o norma”, una libertà assoluta che si traduce in “volontà assoluta di negazione di qualsiasi limite” e “inarrestabile pulsione nichilista” (p. 22).
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La nave senza fuori. Su Tecno-archía di Lelio Demichelis
di Antonio Martone
C’è qualcosa di onesto, prima ancora che di corretto, nel titolo scelto da Lelio Demichelis per il suo ultimo libro, Tecno-archía. O la «Nave dei folli». La banalità digitale del male (DeriveApprodi, 2025). Onesto perché non promette una nuova epoca — non un post, non un dopo — ma un nome per ciò che per-dura. Da tre secoli, scrive Demichelis, la modernità è governata da una razionalità strumentale e calcolante che ha smesso di essere un mezzo per diventare principio di comando: un’archía, appunto, prima ancora di essere una tecnica. È una mossa lessicale semplice e insieme radicale, perché sposta il bersaglio della critica da ciò che gli algoritmi fanno a ciò che gli algoritmi sono: non strumenti neutri messi al servizio di interessi identificabili ma la forma stessa attraverso cui oggi si esercita il comando.
Va detto subito che il gesto polemico del libro non è rivolto soltanto al tecnocapitalismo digitale, ma anche — con una certa insistenza, quasi un vecchio conto che si salda — a un marxismo che continua a pensare la tecnica come strumento neutro, incapace di vedere che essa possiede oggi una potenza propria, funzionalmente integrata al capitale ma non riducibile ad esso. È una postura che Demichelis coltiva da un ventennio, da La religione tecno-capitalista alla Grande alienazione fino alla Società-fabbrica, e che qui trova la sua formulazione più netta: la sinistra ha un problema con le macchine perché continua a chiedersi chi comanda, quando la domanda vera sarebbe ormai come si comanda — con quale grammatica, attraverso quale episteme.
Il libro è costruito su tre immagini che si rincorrono senza mai sovrapporsi del tutto. La prima è quella, dichiarata fin dal titolo, della nave dei folli di Bosch: un’umanità imbarcata, priva di meta, che Demichelis corregge subito — a differenza del relitto cinquecentesco, la nostra nave ha vele spiegate e una rotta precisissima, che si chiama profitto, digitalizzazione, sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. La seconda è quella arendtiana della banalità del male, trasferita dal funzionario che esegue ordini senza pensarli all’algoritmo che decide senza nemmeno la possibilità di pensare. La terza, meno appariscente ma più insidiosa, è la “nuova classe delle macchine”: non più solo mezzo di produzione, ma soggetto di comando che retrocede l’uomo a funzione esecutiva del proprio stesso apparato.
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Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
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Teoria della classe armata
di David Colantoni
Assioma
«Siamo abbastanza vicini, per poter penetrare lo spirito che l’ha suscitata e capirlo.
Presto sarà difficile poterlo fare. Perché le grandi rivoluzioni riuscite
fanno sempre scomparire le cause che le produssero,
e per gli stessi risultati ottenuti, divengono incomprensibili»
(Alexis de Tocqueville, L’antico Regime e la rivoluzione, 1856, Cap. 14)
La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.
Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare
Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.
Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa.
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“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo
di Eros Barone
Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica
e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
K. Marx, Critica del programma di Gotha.
1. Un importante precedente storico e teorico
Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.
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Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser
di Salvatore Bianco
Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione. Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.
Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”. Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.
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La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi
di Carlo Formenti
L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.
Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.
Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).
Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).
Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana?
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Lenin a Pechino
Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè
di Moreno Pasquinelli
Questo breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?
* * * *
«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …
Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.
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Manipolare la memoria
di Pierangelo Garzia
Tempo fa, davanti a una pizza, stavamo parlando di ricerche sulla memoria con un vecchio amico fisico, ex ricercatore del CERN di Ginevra, attualmente responsabile di un settore di ricerca e innovazione di un grosso ente sanitario milanese. Da parte mia gli illustravo le più recenti scoperte sulla neurobiologia della memoria, delle strutture cerebrali implicate nei processi di apprendimento e rievocazione dei ricordi. Da parte sua, mi incalzava su quanto sappiamo invece sulle basi fisiche profonde che sottendono la memoria. A ora, notai, nulla di nulla. E fu di nuovo l’occasione, per il sottoscritto, condivisa dall’amico fisico, per criticare coloro che si prodigano in elucubrazioni sul “cervello quantistico” o, addirittura, sulla “spiegazione quantistica della coscienza”. Nientemeno. Un altro fisico teorico con cui ebbi possibilità di dialogare anni fa, mi fece notare quali grosse difficoltà avessero nel comprendere le leggi della meccanica quantistica al di là del livello ultramicroscopico, figurarsi a livello di quello macroscopico della vita biologica, a maggior ragione quella, complessissima, della materia cerebrale.
Come scrive Steve Ramirez, neuroscienziato e professore presso la Boston University, dove dirige il Ramirez Lab, un laboratorio dedicato allo studio dei circuiti neurali della memoria e delle emozioni (i due vissuti psicologici sono strettamente interconnessi), nel suo recente saggio editato in italiano Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria (Raffaello Cortina Editore): «Scopriremo in futuro i principi del funzionamento del cervello, che ci condurranno poi alle leggi fisiche profonde che governano la nostra mente, ma per raggiungere questo obbiettivo è necessario uno sforzo di ricerca senza precedenti».
A tal proposito Ramirez, ci invita a non essere troppo severi nei confronti di una scienza, quella del cervello e della mente, che ha appena un centinaio di anni di vita. Quelle che stiamo attraversando sono le normali crisi di crescita di una disciplina giovanissima, soprattutto se messa a confronto con la fisica. Se i fisici oggi possono contare su leggi e principi consolidati in millenni di storia, le neuroscienze stanno ancora muovendo i loro primi, complessi passi.
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Funzionare o esistere
di Salvatore Bravo
“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
* * * *
8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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Fabbrica e(ra) società
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (I)
Adelino Zanini discute Dioniso postmoderno di Damiano Palano, ampia ricostruzione critica dell’itinerario teorico di Antonio Negri. In questa prima parte, al centro è il rapporto tra fabbrica e società, l’«enigma» consegnato all’operaismo da Mario Tronti. Seguendo il primo dei due sentieri individuati da Palano, quello della cosiddetta «ipotesi strategica», Zanini attraversa la crisi dello Stato-piano, la teoria dell’autovalorizzazione e la formazione della figura dell’operaio sociale. Secondo l'autore della recensione, lungi dal risolversi in uno schematismo teorico, il percorso di Negri appare così come uno sforzo continuo per pensare nuove forme dell’antagonismo oltre la centralità esclusiva della grande fabbrica, cercando di comprendere come produzione, riproduzione e conflitto si trasformino insieme.
1. Leggere la nuova edizione di Dioniso postmoderno. Per una critica della teoria radicale di Antonio Negri (Mimesis, 2026) di Damiano Palano significa operare un doppio salto all’indietro – e il più difficile da compiersi è forse quello più breve, rappresentato dai quasi trent’anni che separano dalla prima edizione di un testo scritto alla fine degli anni Novanta, circolato inizialmente in due tomi come quaderno di lavoro del seminario «il Cielo», poi pubblicato, nel 2008, per i tipi di Multimedia Publishing. Questo accade perché l’accelerazione del moto di distanziamento da quello che Palano assume convenzionalmente come punto d’avvio dell’esperienza (teorica) operaista – ossia l’articolo Fabbrica e società di Mario Tronti (pubblicato nel 1962 sul secondo numero dei «Quaderni rossi») – è via via aumentata nel corso del tempo. Ciò, se da un lato obbliga a riprendere in mano testi già considerati «classici» trent’anni or sono, dall’altro, richiede uno sforzo per comprendere ciò che possa significare, oggi, un’interpretazione di quei classici formulata tre decenni fa, considerata, appunto, la non linearità del moto di allontanamento dal punto d’avvio.
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Anticomunismo, controrivoluzione preventiva e fascistizzazione
di Eros Barone
Un anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre.
Jean-Paul Sartre
1. Un ciclo politico reazionario
Il processo di fascistizzazione si fa di giorno in giorno più evidente, più opprimente e più capillare, e chiunque abbia un minimo di sensibilità socio-politica ne avverte già da molto tempo la stretta. In questo senso, il governo Meloni è stato solo il punto di avvio di un ulteriore salto qualitativo. Se confrontiamo infatti la situazione della prima metà del XX secolo con la situazione attuale, risulta palese il tratto comune costituito dalla crisi strutturale del capitalismo. Il secondo elemento, però, e cioè un’alternativa rivoluzionaria in atto, è sostanzialmente assente. Inoltre, la crisi del capitalismo si produce oggi nel contesto generato da un altro evento epocale, di segno opposto a quello rappresentato dalla Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento del vallo antifascista di Berlino e la fine del campo socialista, cioè la vittoria mondiale della controrivoluzione.
Orbene, questa particolare situazione, in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è nemmeno in gestazione per assenza di antagonismo politico organizzato e diretto da finalità rivoluzionarie, dà luogo al fenomeno della “putrefazione dei processi storici”, di cui la fascistizzazione delle relazioni sociali è il frutto. Due elementi vanno allora posti in luce: la crisi strutturale del capitalismo e l’assenza di antagonismo organizzato, l’uno dei quali è convergente e l’altro è radicalmente divergente rispetto alla congiuntura storica che produsse storicamente il fascismo. Da ciò si ricava una prima conclusione: l’unica minaccia immediata che incombe sul capitalismo contemporaneo sono i suoi stessi limiti strutturali e le conseguenze che il loro manifestarsi comporta. Un fenomeno di acuta reazione, nella metropoli imperialistica del nostro tempo, necessariamente erediterà la lezione del fascismo storico, ma non la riprodurrà, quanto meno nei suoi aspetti apertamente dittatoriali, se non in presenza di una soggettività politica capace di minacciare il dominio della borghesia monopolistica.
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Da Chaplin al post-work?
di Lelio Demichelis

Quanto è lontano da oggi– o forse è ancora vicino, ma digitalizzato – il lavoro dei Tempi moderni di Chaplin? E se poi fosse il capitalismo a liberarci dal lavoro (umano), automatizzando tutto e tutti, noi limitandoci a schiacciare un pulsante – o forse neppure quello, se è vero che Claude, l’i.a. di Anthropic, si sviluppa con un codice di cui circa l’80% viene scritto dal sistema stesso, arrivando al 100% entro due anni? Se fosse cioè il capitalismo (rovesciando Marx) a farci entrare in una società “in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”? Impossibile, ovviamente. Eppure non è forse nella tendenza del capitalismo e della tecnica “rendere l’uomo superfluo, sostituendo il lavoro umano con gli automatismi degli apparati tecnici” (G. Anders)? E il neoliberalismo e il capitalismo digitale non promettono forse la massima libertà individuale, così mascherando l’alienazione che invece producono quanto più il lavoro esce dalle fabbriche e dagli uffici e occupa e sfrutta ogni ambito della vita umana, individuale e sociale? Ed Elon Musk non ha forse proposto di creare un sostanzioso reddito universale per tutti, finanziato dai governi per affrontare la disoccupazione creata dalla stessa i.a. (e Anthropic ha mostrato come, pur senza un aumento immediato della disoccupazione, l’i.a. sta già modificando i lavori amministrativi, creativi e cognitivi, automatizzando compiti basati su parole e numeri)?
Di più: nel capitalismo e nella società tecnologica oggi digitalizzata tutto cambia velocemente, ma alcuni processi restano sostanzialmente sempre uguali. Si pensi alle tecniche di human engineering (il management, la divisione tayloristica del lavoro e dell’individuo, i social) e all’ideologia economicistica e industrialista (liberalismo e poi neoliberalismo, positivismo e pragmatismo) necessarie per farci adattare alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale senza opporre troppa resistenza, anzi condividendo la mission del sistema, insieme accrescendo la nostra produttività, attraverso l’accrescimento del nostro pluslavoro giunto ormai al lavoro gratuito.
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Z. Bauman e la critica impotente
di Salvatore Bravo
Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisi estreme del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi radicali e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali, queste sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.
Si critica il sistema, ma non si mette in discussione la causa profonda che è all’origine dei disastri antropologici e ambientali, anzi la “critica è evirata della causa prima” ed essa diviene il mezzo col quale il “sistema capitale” può presentarsi ai popoli dichiarandosi democratico e mondandosi da colpe e da contraddizioni sanguinarie. La critica debole, dunque, permette il consenso verso il sistema a capitalismo reale ed è usata per contrapporre le democrazie liberiste ai sistemi oligarchici. In tal modo i sudditi del sistema capitale non percepiscono di essere in piena oligarchia, mentre si tagliano i servizi e si investe nelle armi nel timore che la Russia con i suoi 19 mln di Kmq possa invadere l’Europa povera di risorse.
Si critica, ma non si elaborano alternative, pertanto il sistema ringrazia.
Z. Bauman sociologo e pensatore scomparso nel 2017 e autore di innumerevoli saggi di “grande successo” ha analizzato nei suoi scritti le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.
Nei suoi saggi non vi è la condanna filosofica ed etica al mercato in sé e vi è quasi la speranza che il sistema possa autocorreggersi attraverso l’analisi critica delle tragedie nell’etico come direbbe Hegel.
La stessa filosofia per Bauman dev’essere un’attività incompiuta, che oscilla tra risposte e domande, si lascia, di conseguenza, ampio spazio all’indeterminazione.
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