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Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo
di David Harvey*
La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si soffermarono ampiamente insieme alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.
Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali era per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di persone schiavizzate) erano diffuse e diffuse a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).
Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’impiego del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.
Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.
Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce della popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Portò anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò con capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.
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Immaginari non allineati al tempo di Margaret Thatcher
di Gioacchino Toni
Silvia Albertazzi, TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, Machina libro, Bologna, 2026, pp. 243, € 18,00
“When they kick at your front door / How you going to come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun?” (The Clash, The Guns of Brixton, 1979)
Parlamentare dal 1961, ministro della Pubblica Istruzione nel 1970, a capo del Partito Conservatore dal 1975, Margaret Thatcher si è insediata al 10 di Downing Street in veste di Primo Ministro per tre, infiniti, mandati consecutivi, dal maggio 1979 al novembre 1990. Nel corso di quel decennio, la Iron Lady in tailleur ha lavorato alacremente per cambiare il Paese facendo di tutto per smantellare, un pezzo alla volta, tutti quei legami sociali considerati d’impiccio a un sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del libero mercato più cinico, del monetarismo e dell’individualismo più becero in nome della meritocrazia, della competitività e dell’orgoglio nazionale, riformulando la materialità e l’immaginario del proprio Paese erigendo lo slogan “There is no alternative” (TINA) a luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali.
Per quanto sia innegabile anche in termini di immaginario il successo ottenuto dal thatcherismo all’insegna dell’infame adagio “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. […] È nostro dovere badare prima a noi stessi”, non sono mancate nel panorama culturale britannico forme di sottrazione o di aperta opposizione alla sua colonizzazione dell’immaginario collettivo. A ricordarle provvede il volume TINA (Machina libro, 2026) di Silvia Albertazzi passando in rassegna il panorama culturale che ha dato voce e immagine alle rivolte urbane, agli scioperi, alla vita nelle periferie ed a valori e stili di vita irriducibilmente altri rispetto a quelli thatcheriani.
Proclamando la povertà una colpa e la ricchezza un merito, guardando alle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, Margaret Thatcher ha finalizzato l’intera sua carriera politica a piegare ogni aspetto della vita sociale al libero mercato ponendo fine a quella politica di ricerca del consenso attraverso il welfare praticata dal suo stesso partito nel dopoguerra per fronteggiare il fronte laburista.
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Note sull’Occidente come sintomo
di Alessandro Visalli
Amitav Acharya in Storia e futuro dell’ordine mondiale[1], presenta alcune delle più correnti interpretazioni della prevalenza dell’Occidente europeo, e poi statunitense, sul resto del mondo che per millenni era stato in posizione prevalente. Quella di Philip Hoffman[2], per il quale è la competizione tra piccoli stati ad aver dato un vantaggio nella specifica e decisiva tecnologia militare (le vele e cannoni di Cipolla), Mark Elvin[3], che vede la stagnazione di alto livello della Cina (tesi riverberata anche da Arrighi), Jared Diamon[4] si rifugia nel determinismo ambientale, Pomeranz[5] costruisce una lunga comparazione dalla quale far emergere il dividendo del colonialismo.
Poi concentra la sua attenzione su un libro molto influente dello storico Niall Ferguson, Occidente, ascesa e crisi di una civiltà[6], il quale nega con forza ogni ruolo all’imperialismo nell’ascesa dell’Europa. Infatti, a partire dal 1750 la Cina aveva vantaggi rilevanti sull’Inghilterra, successivamente l’ha sopravanzata, a suo dire, per effetto di sei “killer app”: la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società dei consumi e l’etica del lavoro. In uno dei passaggi della sua argomentazione (sinteticamente, esse sono effetto anche di conoscenze ed idee trasmesse dal ‘resto’ del mondo e l’imperialismo ebbe anche in questo un ruolo cruciale), Acharya richiama la polemica che Pankaj Mishra ebbe con lo stesso Ferguson a partire da una recensione pubblicata nel 2011 su London Review of books[7]. Mishra collocava Ferguson nel contesto della genealogia dell’ansia imperiale inglese e quindi del bisogno delle relative élite di raccontarsi nuovamente, dopo la stagione decoloniale e la crisi aperta dalla finanza anglosassone, come portatrici di civiltà (l’insieme, appunto, di proprietà, concorrenza, scienza, medicina, consumismo, etica del lavoro).
Il libro si apre proprio così, Ferguson racconta l’esperienza dell’ascolto di un brillante compositore cinese e conclude che “stiamo vivendo la conclusione di cinquecento anni di predominio occidentale”[8].
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Neoliberalismo totalitario. Che fare?
di Laura Bazzicalupo
L'errore peggiore è sottovalutare la capacità del neoliberalismo di penetrare nelle anime. Ma è un errore anche sopravvalutarne la forza. Il neoliberalismo è sfociato oggi in un regime di guerra permanente. Una versione securitaria e autoritaria: evidentemente contestata e contestabile
Cosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.
Perché parliamo di totalitarismo?
Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.
Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.
Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto. E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.
Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.
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Ma dov’è finito il pensiero critico?
di Gaetano Azzariti
Per Gaetano Azzariti l’afonia del pensiero critico non è la conseguenza inevitabile della fine delle “grandi narrazioni”. Ma il frutto di un rifiuto a fare i conti con il momento istituzionale. Sul banco degli imputati: l’operaismo di Mario Tronti, il pensiero della differenza, l’uso alternativo del diritto. Ne pubblichiamo un denso estratto
«Un passaggio autocritico, doloroso, perché guarda ai propri fallimenti anziché ai propri successi, ai propri torti e non invece alle proprie ragioni. Ma è un passaggio ormai necessario compiere. Una riflessione che deve essere svolta da parte di chi non può essere sospettato di voler semplicemente rinnegare la propria storia, ma che rivendica al contrario la vitalità dei propri principi”. “Detto in sintesi: le correnti più avanzate del pensiero critico del Novecento hanno tutte – ciascuna a suo modo – sottovalutato il “momento istituzionale”. Una forca caudina per chi vuole cambiare stabilmente la realtà del presente. Un passaggio – portare la critica sociale dentro le politiche istituzionali – sofferto, che sarebbe stato necessario effettuare, ma che nessuno dei movimenti di protesta radicale è riuscito a compiere. Finendo per tener distaccati i due lati inseparabili della democrazia (il demos e il kratos), rinunciando a dare forma a quella che chiameremo la democrazia strutturata, per lasciare il campo ad una desolante democrazia disgregata (…)».
La protesta senza “città futura”
«Non si è trattato solo di miopia, spesso è stato il frutto di un rifiuto. Il rompere le righe del pensiero non conformista che finalmente va oltre gli argini, ma senza poi riuscire a trovare un diverso equilibrio di sistema; la forza dei movimenti che nascono di protesta, conquistano soggettività e riconoscimento sociale, ma poi difficilmente riescono a non snaturarsi quando si “istituzionalizzano”, diventando parte del sistema dei poteri; la difficoltà di trasformare, se non proprio rivoluzionare, le logiche istituzionali e politiche sino a quel momento dominanti, le quali troppo spesso sono esse che riescono ad addomesticare, sino a riassorbire entro l’autonomia dell’organizzazione, le spinte più radicali; la diffidenza espressa da chiunque voglia mutare lo stato delle cose nei confronti di uno strumento di per sé ambiguo qual è il diritto, che certamente è posto a garanzia del dominio, ma ha rappresentato anche – sempre nella storia – lo strumento di emancipazione e affermazione dei nuovi diritti; l’irruenza rivoluzionaria che promette di conseguire lo scopo senza bisogno di attendere o coinvolgere i tempi lunghi e i luoghi incerti delle istituzioni; la prosopopea degli intellettuali, dei giuristi in specie, che ritengono di poter avvalersi del diritto asservendolo a ogni scopo, ponendolo al servizio di ogni causa, dimenticando che nel rapporto tra fatto e diritto è questo che perlopiù conforma quello o che comunque la dialettica tra i due termini non è affatto unidirezionale.
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Il Katechon e la sua merce
di m.l.
Tra Intelligenza Artificiale e Anticristo
Peter Thiel è cofondatore di Palantir Technologies, primo finanziatore esterno di Facebook, tra i principali esponenti del trumpismo.: «presidente ombra degli Stati Uniti», secondo alcune voci¹. Il suo arrivo a Roma, nel cuore della cristianità latina, con il nuovo Papa ritenuto non meno «woke»² di Bergoglio, per tenere un ciclo di conferenze private sull’Anticristo, non poteva non attirare l’attenzione dei media e della politica. Conferenze tenute a porte chiuse, con il divieto di registrarle e persino di prendere appunti. A promuovere l’iniziativa figura l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia, grottescamente dedita alla «restaurazione del Cattolicesimo come fulcro dell’identità nazionale», da «accompagnare al rinvigorimento dei territori, cuore pulsante della storia, della geografia e della cultura italiane, [...] ripensando l’Italia come una vera federazione di genti caratterizzate da un’unità spirituale», sì da smarcarsi «definitivamente da vicende e riferimenti ormai consegnati al passato – il Risorgimento, il Fascismo, la guerra civile», per aiutare «il Paese che conosciamo oggi a proiettarsi verso il futuro e a essere più consapevole della sua diversità interna e, dunque, della sua forza a livello globale»³. L’evento segue altri seminari su tali questioni, organizzati da realtà della destra cristiana e nazionalista in vari Paesi.
Può far sorridere o destare un senso di inquietudine leggere i motivi dell’organizzazione dell’evento, nel Comunicato stampa del direttivo dell’associazione:
«Peter Thiel ha il coraggio e la libertà intellettuale di denunciare questo pericolo [la distruzione dell’Occidente], in faccia a parrucconi e giornali che si ostinano a voler versare vino nuovo in vecchie botti ermeneutiche, ormai buone solo per il fuoco – il fuoco della Tradizione che arde in noi. Per Thiel, guardarsi dall’Anticristo significa, innanzitutto, diffidare da chi grida che la fine è vicina per proporre la creazione di un nuovo ordine fondato su un messianismo utopistico e su ricette già logore.
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Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
di A. Marin
«Non c’è speranza nel voler sopprimere
le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra
Introduzione
Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra.
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Capitalismo – Guerra – Rivoluzione
Comprendere il presente per sovvertirlo
di V. Pellegrino
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
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Intellettuali, subalternità e nuove forme di universalità
Note su L’egemonia della superficie di Marco Gatto
di Chiara De Cosmo
Una delle ragioni del blocco dell’agire politico rivoluzionario è da ricondurre all’incapacità della teoria di fare presa sul reale. L’egemonia della superficie: per una critica del postmoderno avanzato (Castelvecchi editore, 2024), l’ultimo libro di Marco Gatto, scava a fondo di questa «autoreferenzialità priva di sbocchi» - come la definisce Chiara De Cosmo in questa recensione - della teoria e dell’immateriale e quindi della figura dell’intellettuale e del loro nesso con i meccanismi profondi di riproduzione della società capitalistica nella sua fase «post-moderna avanzata».
* * * *
Nel contesto delle società occidentali a capitalismo avanzato si mostra, con sempre maggiore evidenza, uno scollamento netto tra le forze collettive e le posizioni intellettuali, che di esse pretendono di farsi interpreti. Le recenti mobilitazioni per la Palestina, che hanno visto un’inedita partecipazione allargata, con forme organizzative e di presa di coscienza veramente sorprendenti se paragonate alla situazione degli ultimi decenni, hanno reso questa frattura ancor più manifesta. La polarizzazione del dibattito intellettuale pubblico, i tentativi di sussumere queste energie comuni in etichette dicotomiche che non hanno una reale presa su quanto accade mostrano come l’universo culturale appaia sempre più svuotato e incapace di assolvere a quello che tradizionalmente era il suo compito: cogliere il proprio presente in concetti, in forme in grado di restituirne una leggibilità oggettiva. Si ha l’impressione che le discussioni politiche siano diventate espressione di un arrovellarsi puramente linguistico, che vede le parole diventare referenti vuoti da adattare alla posizione che via via si assume.
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Deamericanizzare l’immaginario europeo
di Piero Bevilacqua
Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
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Qualia nei fermenti del valore
di Karlo Raveli
Ecco qui, in questo articoletto per Sinistrainrete, alcune questioni forse un pochino inusitate ma che riportiamo per agitare e tentar di far maturare certe vecchie liturgie ideologiche pseudo-sovversive. Come tante proverbiali e usuali di gran parte delle ‘sinistre’ sistemiche. Attuali o antiquate.
Certo, trattiamo forse questioni piuttosto inconsuete, come precisamente il tema dei qualia che vedremo piuttosto verso la fine, però appunto per attizzare con questi appunti qualche nuova discussione tra ‘compagni’. Almeno un pochino. In questo caso ricevute - o accese dibattendo - con un molto apprezzato compare pure lui migrante, Ekile. Entrambi basandoci in concreto su due passaggi di una ‘Bozza operaia’ che a quanto pare circola per ora solo su carta. Tra alcuni gruppi o compagni e compagne più o meno sovversive, quindi non in rete. Per discrezione anti-dittatoriale ‘telematica’, mettiamola lì così.
Mi specifica inoltre che la Bozza operaia sta pure girando tra eversive torinesi dell’Askatasuna, per esempio tra NUDM, Non Una Di Meno...
Parliamo pertanto di uno scritto dal quale citerò appunto fra una trentina di righe due brevi e più o meno bizzarri passaggi. Scelti tra paragrafi centrati sul “patologico dominio oligarchico patriarcale planetario dell’Avere” affrontato assai a fondo nell’ottantina di deflagranti pagine della ‘bozza’. Tramite argomenti che mettono specialmente a fuoco la questione patrilineare, patriarcale. In modo originale. Direi quasi impressionante. Proprio in rapporto all’attuale dominio generale dell’Avere sull’Essere in troppi ‘paesi’, nazioni o regioni di Madre Terra. Come più volte così ribadito nel testo.
Quindi in questo articolo ci limiteremo – intanto per praticità, diciamola così – alle questioni esposte nei brani segnalati. Appunto con argomenti sui quali il compare mi ha anche consigliato di diffonderne almeno un primo sunto essenziale. Per esempio proprio qui in Sinistrainrete.
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L’etica puritana e lo spirito della rivoluzione
di Gigi Roggero
La tesi che Michael Walzer dispiega nel suo formidabile libro La rivoluzione dei santi (Luiss University Press, 2025) è chiara: il calvinismo è un’ideologia della transizione. Il santo, ovvero il dirigente rivoluzionario puritano, è per l’autore al contempo causa e prodotto del suo tempo di crisi. È, in altri termini, un prodotto del disordine, o meglio di uomini che si organizzano nella crisi per distruggere il vecchio ordine. A sessant’anni dalla sua pubblicazione, il volume è finalmente disponibile in italiano. E con la tesi di Walzer, con la sua inattuale attualità politica, dialoga Gigi Roggero.
Quando il ferro è caldo, allora colpisci.
Non sarebbe stato molto meglio se quei ministri sediziosi, che non arrivavano forse al numero di mille, fossero stati uccisi prima di aver predicato? Sarebbe stata, lo confesso, una grande strage, ma l’uccisione di centomila persone [nelle guerre civili] è stata una strage ancora maggiore.
Riflettendo nel 1668 sul periodo rivoluzionario appena trascorso, che ha inverato il suo profetico incubo della guerra civile, Thomas Hobbes afferma un’indubbia verità. Senza l’azione militante dei «ministri» puritani, non ci sarebbe stata rivoluzione. Tutt’al più, malcontento e rivolte. Lenin non diceva una cosa molto diversa: senza teoria rivoluzionaria, non c’è rivoluzione. E prima ancora, senza militanti rivoluzionari non c’è teoria rivoluzionaria.
Proprio al ruolo dell’élite puritana tra Cinquecento e Seicento, tra Calvino, gli ugonotti e la rivoluzione inglese, è dedicato il formidabile volume di Michael Walzer The Revolution of the Saints: A Study in the Origins of Radical Politics, pubblicato per la prima volta nel 1965 e, a sessant’anni di distanza, meritoriamente reso disponibile in italiano da Luiss University Press.
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Écologie ou économie, il faut choisir
intervista ad Anselm Jappe
Pubblichiamo qui un’intervista rilasciata da Anselm Jappe alla rivista on-line “Marianne”, dove si parla del suo ultimo libro, Écologie ou économie, il faut choisir [it.: Ecologia o economia, bisogna scegliere], apparso in Francia per le edizioni L’Echappée nel novembre ‘25.
In questo testo, Jappe sottolinea la necessità di uscire radicalmente dal sistema sociale capitalistico in quanto, nei fatti, incompatibile con la vita sulla terra. A causa dell’imperativo della crescita infinita e dell’accumulo monetario, il capitale non conosce limiti, e non può che condurre alla devastazione della natura e del corpo sociale, all’interno di questa logica niente più che funzioni da sfruttare per l’aumento del capitale stesso.
Rimane aperta, ancora una volta, la questione del “che fare”, o forse, meglio ancora, del “come fare”, e in che direzione muoversi per uscire da questa impasse folle e criminale. La “semplicità volontaria”, a cui accenna Jappe nella parte finale di questa intervista, potrebbe essere la strada maestra, o rischia di essere l’ennesimo cul de sac, che ci conduce nell’ennesima riserva indiana – sempre che ce lo permettano? Un passaggio “indietro” verso una vita più semplice apre veramente uno spiraglio di liberazione, o è tutt’al più una “ideologia dei ‘buoni sentimenti’ per sinistre disorientate”, per dirla con Robert Kurz?
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Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik
di Carlo Formenti
Hauke Ritz: Perché l'Occidente odia la Russia, Fazi, 2026
Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.
I.
Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali.
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L’immaginario e il comune
di Federico Battistutta
Il capitalismo, che oggi rende più visibile il suo legame non occasionale con la guerra, resta prima di tutto il risultato di un immaginario ben radicato. L’economia ha preso il posto della religione. C’è davvero bisogno di pratiche che mettano in conto la decolonizzazione di questo immaginario: la discussione da tempo in corso sul concetto di comune (común, commoning) va in quella direzione. Si tratta prima di tutto di imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nei tentativi che cercano di oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale, ma sempre più spesso nelle “arche-rifugio”, come le chiama Zibechi, utili per proteggersi durante la tempesta. La domanda allora, scrive Federico Battistutta, è: quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista?
* * * *
Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale.
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