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lafionda

Deamericanizzare l’immaginario europeo

di Piero Bevilacqua

Screen Shot 2017 08 31 at 14.09.43 1000x651 1.pngQuando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.

Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.

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sinistra

Qualia nei fermenti del valore

di Karlo Raveli

Seeing red.jpgEcco qui, in questo articoletto per Sinistrainrete, alcune questioni forse un pochino inusitate ma che riportiamo per agitare e tentar di far maturare certe vecchie liturgie ideologiche pseudo-sovversive. Come tante proverbiali e usuali di gran parte delle ‘sinistre’ sistemiche. Attuali o antiquate.

Certo, trattiamo forse questioni piuttosto inconsuete, come precisamente il tema dei qualia che vedremo piuttosto verso la fine, però appunto per attizzare con questi appunti qualche nuova discussione tra ‘compagni’. Almeno un pochino. In questo caso ricevute - o accese dibattendo - con un molto apprezzato compare pure lui migrante, Ekile. Entrambi basandoci in concreto su due passaggi di una ‘Bozza operaia’ che a quanto pare circola per ora solo su carta. Tra alcuni gruppi o compagni e compagne più o meno sovversive, quindi non in rete. Per discrezione anti-dittatoriale ‘telematica’, mettiamola lì così.

Mi specifica inoltre che la Bozza operaia sta pure girando tra eversive torinesi dell’Askatasuna, per esempio tra NUDM, Non Una Di Meno...

Parliamo pertanto di uno scritto dal quale citerò appunto fra una trentina di righe due brevi e più o meno bizzarri passaggi. Scelti tra paragrafi centrati sul “patologico dominio oligarchico patriarcale planetario dell’Avere” affrontato assai a fondo nell’ottantina di deflagranti pagine della ‘bozza’. Tramite argomenti che mettono specialmente a fuoco la questione patrilineare, patriarcale. In modo originale. Direi quasi impressionante. Proprio in rapporto all’attuale dominio generale dell’Avere sull’Essere in troppi ‘paesi’, nazioni o regioni di Madre Terra. Come più volte così ribadito nel testo.

Quindi in questo articolo ci limiteremo – intanto per praticità, diciamola così – alle questioni esposte nei brani segnalati. Appunto con argomenti sui quali il compare mi ha anche consigliato di diffonderne almeno un primo sunto essenziale. Per esempio proprio qui in Sinistrainrete.

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machina

L’etica puritana e lo spirito della rivoluzione

di Gigi Roggero

0e99dc ce9f7c7cb70a49cbb5e223ff4a5fa52fmv2.jpgLa tesi che Michael Walzer dispiega nel suo formidabile libro La rivoluzione dei santi (Luiss University Press, 2025) è chiara: il calvinismo è un’ideologia della transizione. Il santo, ovvero il dirigente rivoluzionario puritano, è per l’autore al contempo causa e prodotto del suo tempo di crisi. È, in altri termini, un prodotto del disordine, o meglio di uomini che si organizzano nella crisi per distruggere il vecchio ordine. A sessant’anni dalla sua pubblicazione, il volume è finalmente disponibile in italiano. E con la tesi di Walzer, con la sua inattuale attualità politica, dialoga Gigi Roggero.

Quando il ferro è caldo, allora colpisci.

Non sarebbe stato molto meglio se quei ministri sediziosi, che non arrivavano forse al numero di mille, fossero stati uccisi prima di aver predicato? Sarebbe stata, lo confesso, una grande strage, ma l’uccisione di centomila persone [nelle guerre civili] è stata una strage ancora maggiore.

Riflettendo nel 1668 sul periodo rivoluzionario appena trascorso, che ha inverato il suo profetico incubo della guerra civile, Thomas Hobbes afferma un’indubbia verità. Senza l’azione militante dei «ministri» puritani, non ci sarebbe stata rivoluzione. Tutt’al più, malcontento e rivolte. Lenin non diceva una cosa molto diversa: senza teoria rivoluzionaria, non c’è rivoluzione. E prima ancora, senza militanti rivoluzionari non c’è teoria rivoluzionaria.

Proprio al ruolo dell’élite puritana tra Cinquecento e Seicento, tra Calvino, gli ugonotti e la rivoluzione inglese, è dedicato il formidabile volume di Michael Walzer The Revolution of the Saints: A Study in the Origins of Radical Politics, pubblicato per la prima volta nel 1965 e, a sessant’anni di distanza, meritoriamente reso disponibile in italiano da Luiss University Press.

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lanatra di vaucan

Écologie ou économie, il faut choisir

intervista ad Anselm Jappe

Anselm Jappe Anselm Jappe 50 ans de societe du spectacle 6957.jpgPubblichiamo qui un’intervista rilasciata da Anselm Jappe alla rivista on-line “Marianne”, dove si parla del suo ultimo libro, Écologie ou économie, il faut choisir [it.: Ecologia o economia, bisogna scegliere], apparso in Francia per le edizioni L’Echappée nel novembre ‘25.

In questo testo, Jappe sottolinea la necessità di uscire radicalmente dal sistema sociale capitalistico in quanto, nei fatti, incompatibile con la vita sulla terra. A causa dell’imperativo della crescita infinita e dell’accumulo monetario, il capitale non conosce limiti, e non può che condurre alla devastazione della natura e del corpo sociale, all’interno di questa logica niente più che funzioni da sfruttare per l’aumento del capitale stesso.

Rimane aperta, ancora una volta, la questione del “che fare”, o forse, meglio ancora, del “come fare”, e in che direzione muoversi per uscire da questa impasse folle e criminale. La “semplicità volontaria”, a cui accenna Jappe nella parte finale di questa intervista, potrebbe essere la strada maestra, o rischia di essere l’ennesimo cul de sac, che ci conduce nell’ennesima riserva indiana – sempre che ce lo permettano? Un passaggio “indietro” verso una vita più semplice apre veramente uno spiraglio di liberazione, o è tutt’al più una “ideologia dei ‘buoni sentimenti’ per sinistre disorientate”, per dirla con Robert Kurz?

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perunsocialismodelXXI

Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik

di Carlo Formenti

Hauke Ritz: Perché l'Occidente odia la Russia, Fazi, 2026

la russia e loccidente 346331.jpgHauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.

 

I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali.

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comuneinfo

L’immaginario e il comune

di Federico Battistutta

Bari 1997 Murales di Felice Pignataro.jpgIl capitalismo, che oggi rende più visibile il suo legame non occasionale con la guerra, resta prima di tutto il risultato di un immaginario ben radicato. L’economia ha preso il posto della religione. C’è davvero bisogno di pratiche che mettano in conto la decolonizzazione di questo immaginario: la discussione da tempo in corso sul concetto di comune (común, commoning) va in quella direzione. Si tratta prima di tutto di imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nei tentativi che cercano di oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale, ma sempre più spesso nelle “arche-rifugio”, come le chiama Zibechi, utili per proteggersi durante la tempesta. La domanda allora, scrive Federico Battistutta, è: quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista?

* * * *

Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale.

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perunsocialismodelXXI

Confusioni in stile cinese

Note a margine di due testi sul rapporto fra tecnica e politica

di Carlo Formenti

Politica.jpgPremessa

I. Ancora sul Venezuela

Al pari di chiunque si auguri il fallimento del progetto di restaurazione del dominio neocoloniale dell'Occidente collettivo, resto in attesa di capire come evolverà la situazione in Venezuela, dopo il criminale attacco dell'imperialismo yankee. Sul suo blog, Alessandro Visalli (1) ipotizza quali scenari geopolitici possano emergere da questa drammatica svolta epocale. Personalmente, anche se apprezzo il tentativo e ne condivido molti spunti, credo che manchino a oggi troppi elementi per azzardare previsioni generali, ma soprattutto la mia attenzione è più concentrata su quanto potrà accadere in Venezuela e, anche in questo caso, credo occorra armarsi di pazienza. Se infatti le ragioni del blitz americano sono evidenti (questa volta non serve smascherare le bugie dell'aggressore, visto che Trump è stato brutalmente chiaro in merito ai propri obiettivi), è più difficile valutare quale potrà essere, sul medio-lungo periodo, la tenuta delle forze antimperialiste.

L'allusione mediatica all'esistenza di un accordo preventivo con la vicepresidente Rodriguez e la corrente "moderata" che costei rappresenta, può essere finalizzata a creare sconcerto e divisione nelle fila chaviste, è però innegabile che il personaggio sia ambiguo, ed è vero che l'operazione americana è andata troppo liscia per non alimentare sospetti di complicità. Dunque tocca aspettare e vedere, ma soprattutto tocca sperare che le forze della resistenza siano abbastanza numerose, determinate e organizzate per sostenere un conflitto asimmetrico con i nemici esterni ed interni. Alimenta la speranza il fatto che le ultime guerre imperiali hanno dimostrato che gli Stati Uniti sono abbastanza forti per vincere una guerra ma da tempo non riescono più a vincere la pace (vedi la fuga precipitosa da Kabul, che ha in me suscitato il gradito ricordo di quella da Saigon).

 

II. Tornando ad argomenti più teorici

In attesa degli eventi sul campo, non intendo rinunciare alla lotta teorica che rappresenta la ragion d'essere di questo blog.

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transform

Oltre la melanconia di sinistra

di Mario Sommella

xoltre la melanconia di sinistra 12 26 2025.jpg.pagespeed.ic.mYmWpnOAXI.jpgIn Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.

La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

 

Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura.

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effimera

Il Politico nella storia dell’analisi economica. Una discussione sulla nuova edizione di “Filosofia Economica” di Adelino Zanini

di Stefano Lucarelli

Ebook 4 Effimera.jpgIn questi tempi terribili cimentarsi con un testo dedicato alla relazione fra fondamenti economici e categorie politiche può sembrare il vezzo di un Don Ferrante, l’erudito manzoniano che dinanzi alla pestilenza si rifugia nelle riflessioni filosofiche: “Non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera […] un accidente non può passare da un soggetto all’altro”. Ma il mio intento non è indicare la strada del letto dove andare a morire “come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”[1]. La nuova edizione di Filosofia Economica (DeriveApprodi, 2025) suscita alcune questioni che meritano di essere approfondite e sciolte in un linguaggio comune. E la mia lettura dell’opera di Adelino Zanini – non solo del suo ultimo libro[2] – è sempre stata sorretta dalla necessità di renderla intellegibile, innanzitutto a me, negli anni della mia formazione, poi, oggi, alle nuove generazioni. Ecco alcune ragioni per compiere questo sforzo interpretativo:

  1. penso che un libro che si preoccupa della dyscrasia fra Politico ed Economico debba poter parlare ai più giovani; una generazione che ha vissuto buona parte della sua vita dopo la crisi economica globale, nel pieno della crisi climatica e, ora, in un tempo in cui esiste fortissimo un discorso pubblico che torna a normalizzare la guerra, quasi a farne nuovamente la “sola igiene del mondo”;
  2. penso anche che Filosofia Economica – la cui prima edizione apparsa nel 2005 si basava su ricerche preliminari che erano cominciate venti anni prima – sia il frutto di un lavoro molto serio da parte di un accademico che ha fatto della smithiana prudence la sua regola. Zanini cela dietro la sua colta prosa una eccezionale sensibilità politica. È questa eccezionalità che mi ha sempre spinto a seguire tanti suoi suggerimenti negli anni della mia formazione: è stato un utile esercizio alzare il velo dell’erudizione dietro alla quale lo studioso protegge la sua immagine in società. È davvero importante ritrovare una cultura che proviene da tempi e luoghi in cui “i maestri si bruciavano le mani con le fiamme che avevano acceso”[3].

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acropolis

L’Impero dell’ipnocrazia

di Jianwei Xun

L’ipnocrazia è il primo regime che agisce direttamente sulla coscienza. Non controlla i corpi. Non reprime i pensieri. Piuttosto induce uno stato alterato permanente della coscienza. Un sonno lucido. Una trance funzionale. Il risveglio è stato sostituito da sogni sorvegliati. La realtà, da una suggestione continua. L’attenzione è modulata come un’onda. Gli stati emotivi sono indotti e manipolati. Ogni suggestione si ripete, instancabilmente, e la realtà si dissolve in molteplici sogni manipolati. Il pensiero critico viene dolcemente messo a dormire e la percezione rimodellata, strato dopo strato. Gli schermi brillano incessantemente nella notte della ragione. L’informazione scorre come un fiume ipnotico, mentre lo shock e il torpore si alternano in un ritmo studiato. L’esperienza si frammenta e si moltiplica in mille specchi. La ripetizione batte come un tamburo sotterraneo. I sensi sono saturi di stimoli costanti. La dopamina circola nel sistema. L’incredulità si dissipa come una nebbia mattutina. Il tempo si contorce su se stesso. La memoria diventa solo un vago eco. L’obbedienza scorre, invisibile. La realtà si è frammentata in mille realtà

aliens speak physics main e1761853955565 1280x853 1.jpgIl testo di Jianwei Xun L’Impero dell’ipnocrazia che segue è il suo contributo pubblicato nel volume curato da Giuliano da Empoli: L’Empire de l’ombre. Guerre et terre au temps de l’IA.

Non c’è più un centro, né una narrazione unificante che dia un senso al mondo.

Ci ritroviamo in uno spazio frammentato dove innumerevoli narrazioni si contendono un dominio effimero, ciascuna proclamandosi verità ultima. Queste narrazioni non dialogano: entrano in collisione. Si sovrappongono e si riflettono all’infinito, creando un vertiginoso gioco di specchi in cui realtà e simulazione diventano sinonimi.

In questa nuova realtà algoritmica, il potere si è evoluto ben oltre la forza fisica e la persuasione delle parole. È diventato gassoso, invisibile, capace di infiltrarsi in ogni aspetto delle nostre vite. Ogni immagine, ogni parola, ogni frammento di dati non è più neutro: è un’arma sottile progettata per catturare, manipolare e trasformare la coscienza. Esistiamo in uno stato di ipnosi permanente, dove la vigilanza è attenuata ma mai completamente spenta.

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machina

Combattere la macchina genocidiaria!

di Maurizio Lazzarato

Ripensare il due, la divisione, la rivoluzione

0e99dc 8d15a85be9e948548103b9af8c757a64mv2Dopo l’analisi sviluppata nel precedente articolo Potenza e impotenza contemporanee, Maurizio Lazzarato riprende la sua disamina per comprendere le ragioni per cui le mobilitazioni degli ultimi anni non sono riuscite a mettere in crisi la macchina Stato–Capitale.

Nell’articolo odierno, l’autore riflette su come vadano ripensate la rivoluzione e il «due» nell’epoca della gestione liberal-democratica e capitalistica del genocidio.

* * * *

Il neoliberismo non è mai esistito!

Il passaggio dal fordismo al cosiddetto neoliberismo avviene attraverso il dispiegarsi della «potenza del negativo», operata non da individui – come vorrebbe il liberalismo – ma da Stati, istituzioni, monopoli, gruppi sociali, partiti politici, forze militari, ecc.L’affermazione di un nuovo sistema economico-politico-militare si realizza innanzitutto attraverso la distruzione: negazione delle classi così come erano uscite dalla Seconda guerra mondiale (sia le classi rivoluzionarie del Sud del mondo, sia quelle impegnate in lotte più riformiste, ma anche le classi dominanti di ispirazione keynesiana); negazione dei dispositivi economici dei «trent’anni gloriosi» (il funzionamento della moneta, del salario, del welfare, dei servizi pubblici, ecc. secondo i principi keynesiani); negazione delle istituzioni di quell’epoca, in particolare della democrazia, giudicata incompatibile con il capitale; negazione della cultura del «compromesso» instaurata nel dopoguerra.

Riportiamo solo alcune date «simboliche» (e gli eventi che vi si collegano) di questo processo al contempo di negazione e di affermazione, descrivibile come una lunga serie di decisioni, minacce, intimidazioni, ricatti, guerre civili, imposizioni unilaterali fondate sulla forza dell’impero statunitense.

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paroleecose2

Innovazioni tecnologiche, infrastrutture del fossile e conflitto sociale nelle transizioni a un nuovo regime socio-ecologico di accumulazione

di Matteo Vescovi

fossile.jpgCome ci ricorda Nancy Fraser nel suo ultimo saggio, “la contraddizione ecologica del capitalismo non può essere nettamente separata dalle altre irrazionalità e ingiustizie costitutive del sistema” [Fraser N. (2022), p. 100], quali l’espropriazione coloniale, il patriarcato, lo sfruttamento del lavoro e la sottrazione di democrazia. Per questo la teoria critica deve tentare di analizzare queste contraddizioni all’interno di un quadro interpretativo che provi a dar conto delle loro interconnessioni. In questo approfondimento, proviamo a mettere insieme alcune dimensioni di questo quadro interpretativo che riguardano il ruolo dell’energia e delle tecnologie di uso generale (“General Purpose Technologies” – GPT) nel produrre e consolidare la transizione a diversi regimi socio-ecologici di accumulazione. [ivi, p. 103]

L’applicazione della tecnologia energetica su vasta scala attraverso l’architettura delle sue infrastrutture è un passaggio essenziale da un regime di accumulazione all’altro. L’importanza delle infrastrutture, infatti, risiede proprio nella loro capacità di istituzionalizzazione del reale [Borghi e Leonardi, 2024, p. 18]. Per comprendere, quindi, i nodi storici e sociali della transizione energetica attuale è necessario mettere in luce il ruolo storico svolto dall’innovazione tecnologica, in particolare in campo energetico, e il ruolo giocato dai processi di infrastrutturazione del fossile nel risolvere le crisi dei precedenti regimi socio-ecologici di accumulazione. Di questi problemi si sono occupati alcuni autori centrali per la riflessione sulle fonti fossili, come Timothy Mitchell e Andreas Malm.

Quest’ultimo si è occupato in particolare del nesso tra innovazione tecnologica e conflitto sociale. Nel suo saggio Long waves of fossil development: Periodizing energy and capital del 2018 si rifà al lavoro di Nikolai Kondriatef che aveva individuato delle fasi cicliche di accumulazione capitalistica della durata di circa 60 anni. Questi cicli, definiti onde lunghe di accumulazione, sarebbero caratterizzati da una fase iniziale di boom, cioè di rapida crescita di produzione e profitti, che cede il posto ad un periodo di stagnazione.

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resistenzealnanomondo

Prefazione a I figli della macchina

di Silvia Guerini e Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo

Autori vari: I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica, Asterios editore, 2023

nvòdonv.jpegTutto deve essere continuamente messo in discussione, nel paradigma del laboratorio non possono esistere punti fermi etici, tutto deve essere fluido ed evolversi seguendo la direzione dettata da quello che gli sviluppi tecno-scientifici, sempre più ineluttabili nella loro invasione della realtà, rendono non solo pensabile, ma anche possibile. Agende transnazionali ed élite finanziarie puntano tutto verso la Grande Trasformazione cibernetica e biotecnologica.

Gli apici mortiferi delle tecno-scienze rappresentano delle soglie e delle trasformazioni che nel loro procedere rimuovono il passato e determinano il futuro in un unico universo di senso, riducendo l’etica a mere procedure di contorno.

Ingegneria genetica e tecnologie di riproduzione artificiale si sono incontrate sullo stesso progetto, in quella convergenza delle tecno-scienze che nella riprogettazione e manipolazione del DNA degli esseri viventi vedono il supremo e irrinunciabile campo di intervento per poter mettere in pratica quel vecchio sogno, per noi incubo, di selezione eugenetica. Eugenetica che non è da considerare una deriva funesta, ma il motore e la direzione di sempre delle ricerche genetiche.

Il tutto ormai si presenta chiaro e limpido, quasi vetrinizzato: nessun complotto o società segrete da smascherare all’opera in laboratori clandestini. Adesso il segreto è professionale e commerciale in nome delle più alte forme di democrazia avanzata che, sponsorizzata dai più sinceri progressisti, non si arresta più di fronte a nulla. Siamo arrivati all’anticamera di quella che sarà una società geneticamente programmata.

In un’immagine di mondo sempre più polverizzato e poltiglia, con frammenti senza riposo tormentati e sollecitati continuamente dalla rete, tutto si fa surrogato che prende piede ovunque e da nessuna parte. In queste pieghe i tecno scienziati muovono i loro definitivi passi verso il bricolage genetico dove sarebbero quasi inosservati se non avessero anche la pretesa di essere gratificati come salvatori del mondo e salvaguardati nel caso in cui il salvataggio non riuscisse.

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 sinistra

Dall'Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo

di Giambattista Cadoppi

Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo. Rogas, 2025, Prefazione di Thomas Fazi. € 19.70

shangai 1Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.

Andrew Hughes (2008)

Il saggio di Paolo Botta “Che cos’è lo stato” analizza con grande lucidità la crisi strutturale del capitalismo contemporaneo e la ridefinizione dello Stato come attore centrale nella regolazione dei processi economici, sociali e tecnologici del XXI secolo. L’autore sviluppa una prospettiva originale che intreccia critica marxiana, analisi geopolitica e riflessione sulle nuove forme di socialismo, ponendo particolare attenzione all’esperienza cinese come paradigma alternativo alla crisi occidentale.

Questo saggio si configura come un'opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio - politiche contemporanee. L'autore non si limita a commentare l'attuale crisi dello Stato - nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L'intero impianto logico, che culmina nell'analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.

 

I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista

Il punto di partenza è la critica al mito anti - statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.

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effimera

Pulsazioni del comando e conflitto di riproduzione. Note a margine di un incontro di Effimera

di Massimo De Angelis

pulse trace.jpgMassimo De Angelis interviene in merito ad alcuni interventi del convegno di Effimera “Anni di guerra: menzogne, verità, scintille“, che si è svolto lo scorso 15 novembre 2025 al C.S. Cantiere a Milano (e di cui pubblicheremo a breve gli atti). Nel corso del convegno sono state poste questioni dirimenti: “che fare?” e “dove sta Gaia?”. Si tratta di tematiche cui non possiamo sottrarci. Gaia non è un’aggiunta ecologica, un capitolo separato da affiancare a quelli sulla transizione egemonica o sull’economia politica. È il piano di fondo su cui si muove l’intero campo di forze: ciò che precede e condiziona ogni forma di cooperazione, ciò che la pulsazione del comando deve continuamente aggirare, contenere, dislocare o compensare. Ma contro questa pulsazione (aggiungeremmo schizofrenica) si oppone una “contro pulsazione”: “la sfida – dice l’autore – non è scegliere tra geopolitiche alternative. È intervenire nei punti in cui il sistema pulsa: nelle crepe del comando, nelle pressioni della riproduzione sociale, nelle soglie che Gaia impone, nelle forme di comune che emergono come contro-pulsazioni operative”. 

* * * *

Il punto di vista radicale – quello che va alla radice delle cose – non inizia dai rapporti tra gli Stati, né dalle oscillazioni dei mercati globali, e nemmeno dalle strategie delle grandi potenze o degli sviluppi tecnologici. La radice, direbbe il giovane Marx, è l’umano stesso: il modo concreto in cui, cooperando in forme plurime, riproduce la propria vita e le condizioni del proprio agire.