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perunsocialismodelXXI

Oltre l'occidente(2)

di Alessandro Visalli

de marzo 2.jpgIeri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].

* * * *

Introduzione

Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.

Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.

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antropocenejpg

La termodinamica del capitale: intelligenza artificiale, crisi energetica e crisi ecologica

di Te Li

In questo articolo, Te Li smaschera il mito della dematerializzazione digitale diffuso dai sostenitori dell’intelligenza artificiale (IA), i quali presentano questa tecnologia come un fenomeno che è fuggito dal regno materiale e, di conseguenza, dalla stessa entropia. In realtà, l'autore dimostra come i requisiti materiali ed energetici dell’intelligenza artificiale la inseriscano a pieno titolo nel regno fisico, collocando tale tecnologia nel contesto della frattura metabolica nel capitalismo

MR giu26.jpgNella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.

Questo articolo sostiene che tali rappresentazioni siano ideologiche nel senso marxista del concetto: esse capovolgono la realtà, presentando come immateriale un processo che è profondamente, e conseguentemente, materiale. Si stima che l'addestramento di GPT-4 abbia consumato energia equivalente all'uso annuo di energia elettrica di migliaia di famiglie.[1] Una singola query [richiesta] ad un modello linguistico di grandi dimensioni richiede circa dieci volte l'elettricità necessaria per una ricerca standard su Internet.[2] Il consumo di acqua da parte di Microsoft è aumentato del 34% in un solo anno, un'impennata che il proprio rapporto ambientale ha attribuito direttamente all'espansione dell'infrastruttura di IA.[3] Queste non sono inefficienze incidentali in attesa di un miglioramento tecnico; sono necessità strutturali di una tecnologia il cui substrato fisico - semiconduttori, data center, sistemi di raffreddamento e reti di trasmissione - è tra le infrastrutture che richiedono il maggior impiego di risorse che l’umanità abbia mai costruito.

Il mito della dematerializzazione digitale ha una lunga genealogia. A partire dagli anni ’90, i teorici della “economia dell’informazione” hanno sostenuto che il passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli atomi ai bit, avrebbe disaccoppiato la crescita economica dal consumo di risorse materiali.[4] L’ascesa dell’IA ha dato a questa tesi una nuova e più potente versione: se le precedenti tecnologie digitali si limitavano a elaborare le informazioni, l’IA – così recita l'argomentazione - genera essa stessa l’intelligenza, una risorsa la cui abbondanza non esaurisce la natura ma la trascende.

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tempofertile

Circa Angelo Calemme e “La variabile legittima della storia”

di Alessandro Visalli

la variabile legittima della storia.jpgPremessa

Il libro di Angelo Calemme, pubblicato da Orthotes nel 2026, prosegue un’opera che nel 2013, due anni dopo la laurea in Filosofia e Politica all’Orientale di Napoli, si avvia con la curatela di un primo libro per La Città del Sole, L’illuminismo prima dell’illuminismo. Perché la chiesa condannò Galilei[1]; quindi, nel 2017, l’anno del dottorato alla Universitat de Barcelona in Filosofia contemporanea e studi classici, pubblica La ragione galileiana del mondo. Tra metafisica, filosofia e tecnologia[2]; nel 2018, Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione[3]; ancora, nel 2020, Alle origini della tecnologia scientifica. Ricezione e sviluppo del pensiero galileiano nell’opera di Isaac Newton[4], per Mimesis. Quindi per Meltemi, nel 2022, Dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione industriale. Sulle condizioni marxiane dello sviluppo scientifico-tecnico[5].

Fino a questo anno, e per otto anni, Calemme per lo più si è occupato, quindi, di storia della scienza. Un tema molto importante e apparentemente confinato tra specialisti. È, in realtà, un tema cruciale e di grande rilevanza politica. Come tale viene affrontato.

L’anno successivo, il 2023, la prescrizione politica diventa però molto più esplicita, con ripresa della Questione meridionale e utilizzo di materiali esplicitamente ripresi da un autore tanto importante quanto marginalizzato, come Nicola Zitara[6]. In questo anno esce, per Guida Editore, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato[7].

Nel 2026, finalmente, il libro di cui ci occuperemo, La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori[8].

Ritorniamo ai saggi di storia della scienza. Per Calemme la conquista compiuta dalla tecnologia scientifica è emancipatrice. Solo che il suo potenziale è catturato dal capitale e va liberato.

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guerredirete.png

L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale

di Andrea Daniele Signorelli

522E68F9 C54F 4016 AE5F F1EB0CB71CC6.pngNegli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.

Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.

Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.

E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?

 

Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model

In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono,

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machina

La sinistra nella trappola della tecnica

di Lelio Demichelis

0e99dc 0e528b6cb63c49bbb745ecdab82683b3mv2I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.

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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.

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sinistra

Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità

di Eros Barone

get imageLa recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.

In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.

Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.

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fuoricollana

Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente

Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni

Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti

democrazie dittatoriali.jpgL.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?

E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.

A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.

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tempofertile

Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”

di Alessandro Visalli

bcad8e5d f00e 40db 885b 681d7ad04ae1.jpgCenni biografici e premessa

Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.

Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.

Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.

Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.

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carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo

di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

ML Stalin .jpgCome sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa a un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito a un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione della difesa degli interessi “nazionali”.

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quadernidaltritempi

L’esperimento da Nobel che ha stravolto la realtà

di Roberto Paura

in rilievo letture einstein 00.jpgEra il 10 dicembre 2022 quando, esattamente un secolo dopo Albert Einstein, Alain Aspect – in frac e cravatta bianca di ordinanza – ritirava il premio Nobel della Fisica dalle mani del re di Svezia. Il secolo trascorso tra questi due eventi segna un passaggio radicale nella nostra comprensione della realtà: quando Einstein ritirò il suo premio per la scoperta dell’effetto fotoelettrico, la rivoluzione della fisica quantistica era già consolidata ma il dibattitto sulla sua interpretazione era ancora agli albori e il grande fisico tedesco conservava – e conservò per tutta la vita – la “fede” in un universo deterministico, in cui gli aspetti probabilistici delle misurazioni quantistiche restavano di tipo epistemico, non ontologico, spiegabili cioè con limiti della nostra conoscenza sperimentale, destinati a essere superati da una teoria più profonda che li avrebbe ricondotti a una natura essenzialmente deterministica e prevedibile.

Quando a ritirare il premio è toccato ad Aspect, per il suo celebre esperimento con cui dimostrò il teorema delle disuguaglianze di Bell, la concezione di Einstein era ormai andata in pezzi.

Il Nobel rappresentava l’estrema sconfessione della concezione einsteiniana della realtà: l’universo non è deterministico, ma probabilistico; non esiste una realtà indipendente dall’osservatore; la causalità può essere di tipo non-locale, ossia tenere in relazioni istantanee causa-effetto oggetti distanti ben più del cono di luce definito dalla relatività ristretta. Non stupisce che, come un giorno raccomandò con una punta di ansia John Bell al giovane Aspect durante il loro primo incontro a Ginevra nel 1975, “non bisogna dedicare troppo tempo a riflettere sui fondamenti della meccanica quantistica, poiché ciò mette a rischio la propria salute mentale” (Aspect, 2026). Come il vecchio dottor Gibarian che l’allievo Kris Kelvin scopre essersi suicidato all’arrivo nella stazione di Solaris nell’eponimo capolavoro di Stanislaw Lem, così Bell aveva voluto mettere in guardia dai rischi di calarsi troppo a fondo nei paradossi della fisica perché, per citare Lem, non di sola fisica si tratta, “qui si tratta dell’uomo e dei limiti della conoscenza umana” (Lem, 2013).

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badialetringali

Riflessioni su un genocidio

di Marino Badiale

i id13795 mw6000 1x.jpg1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato a una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

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iltascabile

Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli

di Nicola Pinzani

Nicola Pinzani lavora nella ricerca sui protocolli di comunicazione quantistici in una startup a Londra. Ha ottenuto il dottorato presso il St Hugh’s college dell’Università di Oxford con una tesi sulle applicazioni della topologia e della teoria delle categorie nello studio della causalità

e5cfd1e0 8c59 1245 28ac c03d962dfa3cLa conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.

Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.

Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.

Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.

Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024.

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fuoricollana

Per una sinistra demodernizzata

di Onofrio Romano

Il nostro pensiero “critico” è tarato entro la forma neoliberale: liberazione dei desideri, pluralizzazione delle identità. Siamo privi di un’immaginazione all’altezza del collasso dell’ordine liberale. Nei Brics, troviamo la stessa vita che in Occidente: lusso, consumo senza freni, tecnologia, performance, competizione. Arrestare la corsa, questa è la "rivoluzione"

demodernaSiamo lì

Viviamo, ci viene ripetuto, nel momento Polanyi. Il fascino un po’ malinconico delle etichette storiche ci consola con la familiarità del precedente, mentre ci lascia del tutto impreparati alla brutalità di ciò che viene. Il frangente che attraversiamo riproduce con inquietante fedeltà quello vissuto all’inizio del Novecento, quando la Prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’abbandono del Gold Standard da parte degli Stati Uniti nel 1933 segnarono il congedo definitivo dal mercato autoregolato ottocentesco, cioè dal regime che Karl Polanyi individuava come il vero motore della modernità liberale.

Quel sistema arrivò al suo esito, conobbe una crisi irreversibile, e nel passaggio nacquero i mostri. Non si trattò soltanto della fine di un assetto economico, ma del crollo di una forma di regolazione sociale. Il mercato, immaginato come meccanismo naturale capace di dare ordine spontaneamente alla produzione e alla distribuzione dei beni, rivelò il proprio fondo distruttivo. Polanyi non usava mezzi termini: la mercificazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, denaro) conduce alla dissoluzione della società. Distrugge l’habitat umano. Perché il lavoro non è una merce, ma l’esistenza stessa delle persone; la terra non è una merce, ma l’alveo naturale dentro cui la vita si dispiega; la moneta non è una merce, ma un’istituzione che organizza l’interdipendenza sociale. Trattarli come merci significa delegare la vita in comune a una macchina cieca che non può, per sua natura, prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.

Da questo punto di vista, siamo esattamente lì. La nuova fase di regolazione avviatasi nei primi anni Ottanta – che chiamiamo neoliberismo, ma che nella sua sostanza coincide con l’ennesima mercificazione dei fattori produttivi – ha prodotto una devastazione sociale perfettamente corrispondente a quella denunciata da Polanyi. La crisi finanziaria e poi economica del 2008, la crisi sanitaria del 2020, che segnala la deregolazione strutturale del rapporto tra uomo e natura (espressione approssimativa, ma intelligibile), la guerra mondiale a pezzi che scorre sugli schermi ogni giorno, la crisi ecologica, quella energetica, quella migratoria, quella della rappresentanza: un’accumulazione di catastrofi che non si sommano, ma si moltiplicano. Il sistema non collassa, si avvita.

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machina

Dentro il nuovo spirito etico-politico

di Andrea Rinaldi

0e99dc 2bc89e1ac7fa4b9f89a4c5160f78fe8dmv2Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.

In questo articolo, Andrea Rinaldi torna su quelle mobilitazioni interrogandosi sui tratti soggettivi emersi nelle piazze: la centralità di un rifiuto etico, il rapporto tra individualismo e ricomposizione collettiva, la crisi dell’etica del lavoro, la distanza dalle retoriche interventiste e la possibilità che questi elementi diventino terreno politico.

Il testo lo fa dialogando anche con La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto», a cura della redazione di Infoaut.

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Mentre scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora il nodo centrale del futuro economico occidentale. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra senza sbocchi dettata dagli alleati israeliani e dal vano tentativo di colpire il comparto economico cinese. Più in profondità si cela una volontà politica trumpiana di aggredire la crisi dell’impero americano seminando il caos, distruggendo e imponendo la sua egemonia con la forza nel resto del mondo. Potremmo anche pensare che sia l’ennesimo caso di quell’imperialismo americano che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel corso del Novecento, ma non c’è nulla di più diverso. Non siamo nel contesto dell’ennesima guerra per il petrolio, siamo difronte a una battaglia epocale combattuta su più fronti per la sopravvivenza di un’idea politica egemonica.

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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza

di Alessandro Visalli

Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda a questo.

mondo multipolare.jpgTerza stanza: il triangolo e l’arena

Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero “Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio, del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel), quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.

Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi “Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato e indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale occidentale[2]. Secondo alcune analisi (ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma anche quella di Frank[3] che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione “semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”, mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta, esportava verso le periferie entro la propria area di influenza.