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La sinistra nella trappola della tecnica
di Lelio Demichelis
I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.
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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.
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Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità
di Eros Barone
La recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.
In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.
Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.
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Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni
Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti
L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?
E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.
A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.
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Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
di Alessandro Visalli
Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.
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Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo
di Sandro Moiso
Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro
Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa a un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…
Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.
Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.
Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito a un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.
Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione della difesa degli interessi “nazionali”.
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L’esperimento da Nobel che ha stravolto la realtà
di Roberto Paura
Era il 10 dicembre 2022 quando, esattamente un secolo dopo Albert Einstein, Alain Aspect – in frac e cravatta bianca di ordinanza – ritirava il premio Nobel della Fisica dalle mani del re di Svezia. Il secolo trascorso tra questi due eventi segna un passaggio radicale nella nostra comprensione della realtà: quando Einstein ritirò il suo premio per la scoperta dell’effetto fotoelettrico, la rivoluzione della fisica quantistica era già consolidata ma il dibattitto sulla sua interpretazione era ancora agli albori e il grande fisico tedesco conservava – e conservò per tutta la vita – la “fede” in un universo deterministico, in cui gli aspetti probabilistici delle misurazioni quantistiche restavano di tipo epistemico, non ontologico, spiegabili cioè con limiti della nostra conoscenza sperimentale, destinati a essere superati da una teoria più profonda che li avrebbe ricondotti a una natura essenzialmente deterministica e prevedibile.
Quando a ritirare il premio è toccato ad Aspect, per il suo celebre esperimento con cui dimostrò il teorema delle disuguaglianze di Bell, la concezione di Einstein era ormai andata in pezzi.
Il Nobel rappresentava l’estrema sconfessione della concezione einsteiniana della realtà: l’universo non è deterministico, ma probabilistico; non esiste una realtà indipendente dall’osservatore; la causalità può essere di tipo non-locale, ossia tenere in relazioni istantanee causa-effetto oggetti distanti ben più del cono di luce definito dalla relatività ristretta. Non stupisce che, come un giorno raccomandò con una punta di ansia John Bell al giovane Aspect durante il loro primo incontro a Ginevra nel 1975, “non bisogna dedicare troppo tempo a riflettere sui fondamenti della meccanica quantistica, poiché ciò mette a rischio la propria salute mentale” (Aspect, 2026). Come il vecchio dottor Gibarian che l’allievo Kris Kelvin scopre essersi suicidato all’arrivo nella stazione di Solaris nell’eponimo capolavoro di Stanislaw Lem, così Bell aveva voluto mettere in guardia dai rischi di calarsi troppo a fondo nei paradossi della fisica perché, per citare Lem, non di sola fisica si tratta, “qui si tratta dell’uomo e dei limiti della conoscenza umana” (Lem, 2013).
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Riflessioni su un genocidio
di Marino Badiale
1. Premessa: le condizioni di un genocidio
Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.
In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato a una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.
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Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli
di Nicola Pinzani
Nicola Pinzani lavora nella ricerca sui protocolli di comunicazione quantistici in una startup a Londra. Ha ottenuto il dottorato presso il St Hugh’s college dell’Università di Oxford con una tesi sulle applicazioni della topologia e della teoria delle categorie nello studio della causalità
La conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.
Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.
Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.
Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.
Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024.
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Per una sinistra demodernizzata
di Onofrio Romano
Il nostro pensiero “critico” è tarato entro la forma neoliberale: liberazione dei desideri, pluralizzazione delle identità. Siamo privi di un’immaginazione all’altezza del collasso dell’ordine liberale. Nei Brics, troviamo la stessa vita che in Occidente: lusso, consumo senza freni, tecnologia, performance, competizione. Arrestare la corsa, questa è la "rivoluzione"
Siamo lì
Viviamo, ci viene ripetuto, nel momento Polanyi. Il fascino un po’ malinconico delle etichette storiche ci consola con la familiarità del precedente, mentre ci lascia del tutto impreparati alla brutalità di ciò che viene. Il frangente che attraversiamo riproduce con inquietante fedeltà quello vissuto all’inizio del Novecento, quando la Prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’abbandono del Gold Standard da parte degli Stati Uniti nel 1933 segnarono il congedo definitivo dal mercato autoregolato ottocentesco, cioè dal regime che Karl Polanyi individuava come il vero motore della modernità liberale.
Quel sistema arrivò al suo esito, conobbe una crisi irreversibile, e nel passaggio nacquero i mostri. Non si trattò soltanto della fine di un assetto economico, ma del crollo di una forma di regolazione sociale. Il mercato, immaginato come meccanismo naturale capace di dare ordine spontaneamente alla produzione e alla distribuzione dei beni, rivelò il proprio fondo distruttivo. Polanyi non usava mezzi termini: la mercificazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, denaro) conduce alla dissoluzione della società. Distrugge l’habitat umano. Perché il lavoro non è una merce, ma l’esistenza stessa delle persone; la terra non è una merce, ma l’alveo naturale dentro cui la vita si dispiega; la moneta non è una merce, ma un’istituzione che organizza l’interdipendenza sociale. Trattarli come merci significa delegare la vita in comune a una macchina cieca che non può, per sua natura, prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.
Da questo punto di vista, siamo esattamente lì. La nuova fase di regolazione avviatasi nei primi anni Ottanta – che chiamiamo neoliberismo, ma che nella sua sostanza coincide con l’ennesima mercificazione dei fattori produttivi – ha prodotto una devastazione sociale perfettamente corrispondente a quella denunciata da Polanyi. La crisi finanziaria e poi economica del 2008, la crisi sanitaria del 2020, che segnala la deregolazione strutturale del rapporto tra uomo e natura (espressione approssimativa, ma intelligibile), la guerra mondiale a pezzi che scorre sugli schermi ogni giorno, la crisi ecologica, quella energetica, quella migratoria, quella della rappresentanza: un’accumulazione di catastrofi che non si sommano, ma si moltiplicano. Il sistema non collassa, si avvita.
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Dentro il nuovo spirito etico-politico
di Andrea Rinaldi
Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.
In questo articolo, Andrea Rinaldi torna su quelle mobilitazioni interrogandosi sui tratti soggettivi emersi nelle piazze: la centralità di un rifiuto etico, il rapporto tra individualismo e ricomposizione collettiva, la crisi dell’etica del lavoro, la distanza dalle retoriche interventiste e la possibilità che questi elementi diventino terreno politico.
Il testo lo fa dialogando anche con La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto», a cura della redazione di Infoaut.
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Mentre scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora il nodo centrale del futuro economico occidentale. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra senza sbocchi dettata dagli alleati israeliani e dal vano tentativo di colpire il comparto economico cinese. Più in profondità si cela una volontà politica trumpiana di aggredire la crisi dell’impero americano seminando il caos, distruggendo e imponendo la sua egemonia con la forza nel resto del mondo. Potremmo anche pensare che sia l’ennesimo caso di quell’imperialismo americano che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel corso del Novecento, ma non c’è nulla di più diverso. Non siamo nel contesto dell’ennesima guerra per il petrolio, siamo difronte a una battaglia epocale combattuta su più fronti per la sopravvivenza di un’idea politica egemonica.
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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza
di Alessandro Visalli
Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda a questo.
Terza stanza: il triangolo e l’arena
Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero “Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio, del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel), quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.
Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi “Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato e indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale occidentale[2]. Secondo alcune analisi (ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma anche quella di Frank[3] che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione “semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”, mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta, esportava verso le periferie entro la propria area di influenza.
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Sull’onnipotenza
di Paolo Di Marco
Quando faccio vibrare l’enorme calotta di plasma, investendola con successioni di frequenze che ne amplificano l’oscillazione a livelli insostenibili, fino all’istante della sua trasformazione in un solo punto di energia infinita; quando dopo un attimo di trasecolata incertezza questo punto si espande furiosamente, si coagula in vortici di energia e materia insieme, si espande nuovamente per poi ancora coagularsi in materia vorticante; quando questi vortici perdono abbrivio diventando galassie, e al loro interno stelle, e intorno a queste pianeti, e su alcuni di questi forme senzienti di ogni possibile fattura…quale controllo ho, io creatore, su tutte queste creature?
Nessuno.
Meno di quanto un bimbo che butta un sasso lungo il pendio ha sulla precisa traiettoria della pietra. Chè fra creazione e controllo non c’è solo il caos ma un intero abisso.
È solo un vezzo perverso di qualche buontempone l’attribuire al creatore anche la potenza del controllo.1
Come ben sanno Geoffrey Hinton e Dario Amodei2 che dopo aver creato quella forma indebita e improvvida di elaborazione basata su LLM chiamata AI e dopo essersi impegnati a cercare di trasformarla in più intelligente materia, una AI ‘generale’ capace non solo di imitazione ma anche di un qualche raziocinio, si vedono travolti da una mandria di AI di vario modello che corrono all’impazzata, pungolate all’inizio dal profitto e dalla concorrenza ma poi trascinate in uno stampede inarrestabile indifferente al precipizio di un’economia che vede sparire progressivamente tutto il lavoro ma con esso anche quei salari che ancora alimentano la domanda e quindi dell’economia permettono l’esistenza stessa.3
Ma d’altro canto che le pietre rotolanti si attribuiscano il libero arbitrio solo perché la loro traiettoria è imprevedibile sembra atto di gratuita superbia: ne sanno qualcosa gli ‘ingegneri del caos’,4 da Finkelstein a Bannon a Cambridge Analytica che in questo secolo hanno imparato a usare le reti virtuali non per pescare i pesci ma per manipolarli, per creare branchi e poi spingerli volta a volta nella direzione voluta trasformando così elezioni già di per sé truccate in un eterno gioco delle tre carte.
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Alla ricerca di (delle) radici
Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus
di Luciano Bertolotto
Il prodotto sociale
La natura fornisce le risorse necessarie alla vita... la madre terra..
L'uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.
Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.
Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.
Certe catastrofi non sono affatto naturali...
Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.
Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.
In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.
Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.
Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.
Il guaio dell'uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d'essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi...anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.
Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l'umanità di fronte alle forze della natura.
Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre...
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Intelligenza artificale. O del nulla eterno
di Luigi Alfieri
Le religioni del potere sono immanentistiche. Il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, fino a distruggerlo. L’immortalità deve essere qui. Non per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, per i tecnocrati. Così, mentre le religioni diventano mondane, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità. L’immortalità non è più oltrepassamento della morte, è semplicemente non morire. Si può agire sul corpo, lo si può sostituire con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente. La medicina della longevità, la bioingegneria. E l'IA.
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È complicato parlare di un argomento ipertecnologico come l’Intelligenza Artificiale sapendo a malapena come si accende un computer. Bisogna per forza prenderla da lontano, e quindi parlare in gran parte di altro. Cosa del tutto possibile, comunque, perché non c’è nulla di umano che non si inserisca in una lunga storia. Per quanto grandi siano le innovazioni, hanno sempre alle spalle uno sviluppo di lungo o lunghissimo periodo che è riconoscibile, con qualche piccola competenza di storia culturale, anche da chi (come me) è completamente ignaro di tutta la parte tecnica della questione.
Fantasia…intelligenza artificiale
Il biblico Nihil sub sole novi è un’ottima scusa per consentire anche agli ignoranti di parlare, nonché un’espressione retorica abusatissima. Ciò non impedisce che sia una verità, con poche eccezioni. Ogni impresa umana, prima di essere realizzata, è dovuta entrare nell’orizzonte dell’immaginario. In quest’orizzonte si gira a vuoto per secoli o millenni, poi, di solito abbastanza all’improvviso, si scopre come fare davvero ciò che da tantissimo tempo sognavamo di fare. Gli esempi sarebbero infiniti.
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Pensiero critico, critica del pensiero
di Antonio Cantaro
Il mio apprezzamento per l’ultimo libro di Gaetano Azzariti (“Dove è finito il pensiero critico? Dalla rivoluzione promessa all’utopia concreta”, Manifestolibri, 2025) è fuori discussione. Mi attrae la nitidezza dell’interrogativo contenuto nel titolo: dove è finito il pensiero critico? Trovo stimolante la sua perentoria e incalzante risposta: è finito, ed è finito male. Sento autentica la motivazione, non autoconsolatoria, del perché il pensiero critico sia finito male. Il pensiero critico è finito male non a causa della fine delle grandi narrazioni, ma perché si è rifiutato di fare i conti con la dimensione istituzionale, con quella utopia concreta evocata sin dal sottotitolo.
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La crisi del pensiero critico è, per Azzariti, frutto di una sconfitta a cui ha contribuito esso stesso, per eccesso di utopismo e di pratica spontaneista: per non aver fatto seguire alla protesta la capacità di costruire la Città futura. Esemplarmente questo è, secondo l’autore, avvenuto nelle tre declinazioni che vengono complessivamente e partitamente esaminate nel libro: l’operaismo, il pensiero della differenza femminile, l’uso alternativo del diritto. A tutte e tre queste culture e movimenti viene imputata una colpa inemendabile: da una parte, la sottovalutazione della dimensione della legge in nome di una rivoluzione promessa e, dall’altra, la sopravvalutazione della conquista dello Stato, dell’orizzonte onirico della Città ideale. Ma dove sono oggi, si osserva polemicamente, il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa?
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