Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica
di Marco Gatto
Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.
BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).
Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.
IL LETTORE ABITUATO alle pagine di Fofi vi troverà una conferma del suo interesse politico per le minoranze e per una modalità di intervento pubblico e di presenza culturale dettata dal bisogno di conoscere e di agire.
A meno di un anno dalla morte, le iniziative in ricordo di Fofi si moltiplicano, restituendo il segno di un’eredità ricchissima, che ha saputo attraversare spazi di conflitto diversi e interrogare ambiti di intervento sempre nuovi. A Giuseppe Muraca, da sempre attento interprete della storia delle riviste e delle vicende culturali legate alla Nuova sinistra, si deve la prima monografia organica sul critico di Gubbio: Goffredo Fofi. Vita e opere di un intellettuale irregolare, pubblicata dal Centro di Documentazione di Pistoia (pp. 104, euro 13) nella collana «I quaderni dell’Italia antimoderata», per la cura di Antonio Benci e Antonio Schina.
LA PREFAZIONE di Stefano De Matteis delinea le traiettorie fondamentali dell’esperienza umana, culturale e politica di Fofi, che Muraca ha il pregio di storicizzare, segnalandone le tappe decisive e gli interessi particolari, con una condivisibile insistenza sul lavoro di ideazione, allestimento e direzione di numerose riviste, da «Quaderni piacentini» sino a «Lo straniero». Completano il volume gli scritti di Nicola Villa (sul lavoro editoriale), di Franco Lorenzoni (sulla dimensione pedagogica) e di Grazia Cherchi (con la quale Fofi ha condiviso non poche avventure politiche e culturali).
A MURACA va il merito di averci consegnato una vera e propria introduzione alla vita e all’opera di Fofi. Pregevole è anche l’intuizione di allestire un volume «corale», ricco di altre voci. E degno di nota è lo sforzo di restituire una bibliografia di riferimento. Il ritratto di Fofi che emerge insiste, ad ogni modo, sulla dimensione politica del suo instancabile attivismo. Muraca mette in evidenza la critica al conformismo, alla viltà degli intellettuali, ai compromessi col potere, ma non considera Fofi un apocalittico o un rinunciatario. Tutt’altro: Fofi, egli scrive, «deve essere considerato un moralista radicale» che fa dell’eresia una grammatica costante e che tuttavia sa quanto facilmente l’eresia possa mutarsi in retorica o in posa autoassolutoria.
Da qui la sua «inattualità», ossia l’evidente conflitto con un apparato culturale, quello odierno, che non casualmente Fofi ha definito, in uno dei suoi ultimi libri, oppiaceo e tranquillizzante.












































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