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Esclusivo. Il prof. Fabio Vighi: “Il Green Deal ha cambiato pelle”
Francesco Servadio intervista Fabio Vighi
No, il Green Deal non è tramontato. Si sta adattando al momento contingente. Si è trasformato e ha cambiato pelle: dal verdino ecologico al verdone militare. “La spesa per la difesa offre, diciamo, una diversa sfumatura di verde: laddove la politica industriale ecologica dell’UE barcolla, la militarizzazione ha più successo, in quanto garantisce maggiore domanda, protezione dalla disciplina di mercato, e, dulcis in fundo, una rinnovata narrazione morale che rende le obiezioni sui costi non solo irrilevanti, ma moralmente sospette”. A parlare è il prof. Fabio Vighi, intervistato da noi già nel marzo 2022. È professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University (vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000) e, allo stesso tempo, studioso del “capitalismo di emergenza”. Autore di numerosi volumi in lingua inglese, recentemente ha pubblicato Capitalismo senile – dal Covid a Gaza, la macchina che divora il mondo.
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Ursula von der Leyen dichiarò nel 2019 che il Green Deal sarebbe stato, per l’Europa, “come lo sbarco dell’uomo sulla Luna”. Professore, Lei come lo definirebbe?
“Parliamoci chiaro. Nell’Unione Europea, sia la transizione verde che l’urgenza geopolitica per il riarmo vengono inquadrate come scelte politiche sovrane, ma in realtà sono effetti condizionati. Ciò che determina questi effetti, in termini assoluti, è la disponibilità di capitale a leva: quanto se ne può raccogliere, a quale costo, e dove può essere plausibilmente impiegato senza minare la stabilità fiscale o la fiducia degli investitori.
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Epidemie e metabolismo sociale: natura, capitalismo e fratture
di David C. Perlman e Ashly Vigneault
In questo articolo i due autori esplorano i legami tra la frattura metabolica dell'uomo con la natura e l'accelerazione dell'insorgenza di epidemie, che sono fondamentalmente correlate al modo di produzione capitalistico e al concomitante metabolismo sociale alienato. Utilizzando ricerche storiche ed epidemiologiche che vanno dall'ascesa della peste bubbonica all'emergere della COVID-19, Perlman e Vigneault riescono sapientemente a collegare questi concetti alla violazione dei limiti planetari che minaccia l'intera umanità
Sebbene le epidemie umane siano molto antecedenti al capitalismo, la loro comparsa sempre più accelerata a partire dalla rivoluzione industriale (ad esempio il colera), e soprattutto nella seconda metà del XX secolo (ad esempio l'HIV, la SARS, la COVID-19), è temporalmente e fondamentalmente correlata al modo di produzione capitalistico e alle conseguenti relazioni sociali, al metabolismo sociale alienato dalla natura e alla rapida accelerazione del superamento dei limiti del Sistema Terra.[1] Queste epidemie sono strettamente legate al capitalismo pienamente sviluppato, alla sua elevata velocità e alla circolazione, su lunghe distanze, di merci e lavoratori insieme ad animali, piante e organismi microscopici.[2] Queste interazioni sono mediate dai contatti umani con esistenti microrganismi potenzialmente patogeni - comprese le specie che subiscono un'evoluzione antropogenica - e dal loro impatto, in contesti socialmente costruiti, su popolazioni soggette in modo diseguale a fratture metaboliche e corporee provocate dal capitalismo.
Molte discussioni sulle epidemie presentano un approccio superficiale alle loro "cause", considerate come eventi sfortunati ma naturali e casuali, la cui comparsa non può essere prevenuta o evitata, ma che forse possono essere previsti e affrontati con interventi (ad esempio vaccini, farmaci, migliore ventilazione o acqua meno contaminata) che mediano il contatto con i microrganismi o il loro impatto.[3] Anche alcuni storici marxisti hanno trattato le epidemie, compresa la peste, come parte di «un mondo arbitrario di catastrofi naturali».[4]
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Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile
di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll go insane
Mad Max: Fury Road
Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche
L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste (corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico, caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo dell’AI.
Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.
Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista, in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.
Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo (terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica)
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Ecomarxismo e Prometeo liberato
di John Bellamy Foster
Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo è una figura rivoluzionaria. Dall'Illuminismo fino ad oggi, la sua sfida al divieto divino di portare il fuoco all'umanità è stata adottata per rappresentare le forze rivoluzionarie presenti nell’umanità. In questo articolo John Bellamy Foster si chiede che cos'è il “prometeismo” e come il termine sia stato usato (e abusato) nelle discussioni su Marx, sulla crisi ecologica e sullo sviluppo umano sostenibile.
In Occidente, la modernizzazione ecologica come modello per affrontare i problemi ambientali è da lungo tempo oggetto di critica da parte degli ecosocialisti e, in generale, degli ecologisti radicali. Al contrario, in Cina, il modernismo ecologico come modo per rimediare ai problemi ambientali gode del forte sostegno dei marxisti ecologici. La ragione che sta alla base di questi approcci divergenti dovrebbe essere evidente. In Occidente, il concetto di modernizzazione ecologica, pur non essendo in sé discutibile come parte di un processo complessivo di cambiamento ambientale, è venuta a rappresentare ideologicamente il modello restrittivo della modernizzazione ecologica capitalista. Secondo questo concetto, i problemi ambientali possono essere affrontati unicamente tramite mezzi tecnologici, all'interno delle consolidate relazioni sociali del capitalismo, in un contesto puramente riformista. Diversamente da ciò, la modernizzazione ecologica socialista, così come immaginata in Cina e in pochi altri stati post-rivoluzionari, è sostanzialmente diversa. Essa richiede una rottura con le relazioni sociali dell’accumulazione del capitale, in modo da rendere possibili le trasformazioni rivoluzionarie nel rapporto umano con la natura, finalizzate alla creazione di una civiltà ecologica orientata allo sviluppo umano sostenibile.Un problema parallelo sorge in relazione alla nozione di “Prometeismo”, un termine ambiguo basato sull'antico mito greco di Prometeo, un Titano che dona il fuoco all’umanità. Nella visione capitalista contemporanea, il mito prometeico è stato trasformato in modo tale da rappresentare la tecnologia e il potere, persino le rivoluzioni industriali.[1]
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La resa della Cop a Belem
di Carmen Storino
Un disastro. La Cop30 non ha fissato la fine dei combustibili fossili mentre il rialzo delle temperature va velocemente verso un raddoppio, ha continuato a monetizzare le foreste senza arrestarne l’erosione, rimandando ogni sforzo ulteriore alla Cop 31, in uno dei Paesi campioni del business fossile: la Turchia
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove il limite di 1,5 °C è già stato raggiunto e superato. Evidentemente, gli ultra-ricchi del pianeta, sulla scia delle nuove affermazioni di scettiscismo climatico di Bill Gates, trovano opportuno allinearsi alle posizioni del re Trump, che platealmente afferma: “Drill baby, drill”. Forse ritengono che loro saranno in grado di salvarsi dal collasso sociale che potrà provocare il cambiamento climatico, nei loro residence di ultralusso o forse anche in nuovi rifugi su Marte da raggiungere sui razzi di Elon Musk, lasciando i poveri, colpevoli di esseri poveri, all’inferno sulla Terra.
Nel seguito, con uno sguardo critico proviamo a mettere in fila le cose sull’accaduto e sul perché le COP continuano a inciampare sull’unica cosa realmente rilevante: la certezza di un phase-out veloce dai combustibili fossili.
La COP alle porte dell’Amazzonia
“Portare la COP nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario”, ha affermato il Presidente brasiliano Lula nel discorso di apertura dei lavori della COP30. Non aveva tutti i torti. Ma i prezzi spropositati per una camera di hotel e la carenza di alloggi disponibili a prezzi accessibili hanno trasformato i negoziati sul clima in un evento d’élite sul quale si è alimentato il business degli alloggi. Così, mentre Lula parlava di investimenti strutturali che “potranno essere conservati dagli abitanti”, la scelta di svolgere la COP30 a Belem è risultata quantomeno contradditoria per i residenti e totalmente non inclusiva rispetto ai delegati provenienti dai Paesi più poveri.
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“Don’t Look Up” dall’oceano
AMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera
di Mario Sommella
C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.
Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.
Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.
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La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa
L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.
Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.
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Il marxismo ecologico nell'Antropocene
Xu Tao e Lv Jiayi intervistano John Bellamy Foster
In questa intervista con Xu Tao e Lv Jiayi, John Bellamy Foster discute la storia e l'attualità del marxismo ecologico. Esplora le origini del termine Antropocene, il concetto di decrescita, l'incidenza della teoria della frattura metabolica e le questioni all'avanguardia che oggi devono affrontare i giovani studiosi della decrescita.
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Xu Tao e Lv Jiayi: Lei ha una grande influenza nell'ambito del marxismo ecologico. I suoi testi sono punti di riferimento per i ricercatori marxisti di tutto il mondo. Tuttavia, per quanto ne sappiamo, le sue prime ricerche si concentravano sull'economia politica marxista e sulla teoria dello sviluppo capitalistico, in particolare sulla teoria del capitale monopolistico di Paul M. Sweezy e Paul A. Baran. Cosa l’ha portato a spostare il focus della sua ricerca sul marxismo ecologico? Ha ancora ulteriori interessi e ricerche nell'ambito dell'economia politica marxista attuale?
John Bellamy Foster: Avete ragione, il mio lavoro si è concentrato sempre più sull'ecologia, anche se questo cambiamento è stato più un'aggiunta alla mia precedente ricerca in economia politica che un vero e proprio riorientamento. Sono stato attratto dalla questione ecologica in seguito alla rilevazione che il capitalismo stava generando una crisi ecologica planetaria radicata nel sistema di accumulazione classista, e che stava mettendo sempre più in pericolo l'intera umanità. Ma, allo stesso tempo, ho continuato a pubblicare importanti lavori di economia politica. L'economia politica e l'ecologia non sono questioni particolarmente diverse. La critica di Marx all'economia politica del capitale è fondamentale per tutta l'analisi ecologica marxista, e la sua critica ecologica – ora nota come teoria della frattura metabolica – è determinante per la nostra comprensione dell'attuale stagnazione economica. A mio avviso, non possono essere separate, anche se spesso dobbiamo farlo per motivi di analisi. Piuttosto, costituiscono aspetti diversi della crisi materiale del nostro tempo.
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L'Antropocene è stato cancellato?
di Ian Angus
Ian Angus fa luce sulle motivazioni politiche alla base della decisione dell' Unione Internazionale di Scienze Geologiche di non riconoscere l'Antropocene come epoca geologica ufficiale. Nel ripercorrere il dibattito, egli analizza come l'organizzazione abbia minato le conclusioni dei migliori scienziati, per opporsi all'istituzione dell'Antropocene come nuova epoca geologica e sminuire le sue implicazioni nel dibattito pubblico sulla crisi planetaria
Circa 2,8 milioni di anni fa, il livello di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre diminuì, dando inizio a un'era glaciale. Da allora, i cambiamenti a lungo termine nell'orbita e nell'inclinazione della Terra, chiamati cicli di Milankovitch, hanno prodotto oscillazioni della temperatura globale ogni 100.000 anni circa. Nelle fasi glaciali (fredde), calotte di ghiaccio spesse chilometri coprivano la maggior parte del pianeta; nei periodi interglaciali (caldi) più brevi, il ghiaccio si ritirava verso i poli. Negli ultimi 11.700 anni abbiamo vissuto in un periodo interglaciale che i geologi chiamano Epoca Olocenica.
In circostanze normali, i ghiacciai e le calotte polari starebbero ora crescendo lentamente. Come dimostrano recenti ricerche, «se non fosse per gli effetti dell'aumento di CO2, l'inizio della glaciazione raggiungerebbe il tasso massimo entro i prossimi 11.000 anni».[1] Invece del riscaldamento globale, il futuro della Terra sarebbe il congelamento globale, ma solo in un futuro lontano.
Tuttavia, come sa chiunque sia anche solo leggermente consapevole delle questioni ambientali, i ghiacciai e le calotte polari del mondo non si stanno espandendo, ma si stanno riducendo rapidamente. Tra il 1994 e il 2017, la Terra ha perso 28 trilioni di tonnellate di ghiaccio e il tasso di declino è aumentato del 57% dagli anni '90.[2] Anche se le emissioni di gas serra venissero rapidamente ridotte, le condizioni che impediscono il ritorno delle calotte glaciali continentali persisteranno probabilmente per almeno 50.000 anni. Se le emissioni non cessano, il ghiaccio non tornerà per almeno mezzo milione di anni.[3]
In breve, come conseguenza diretta delle emissioni di gas serra causate dall'attività umana, l'era glaciale è stata annullata.
Questa è la prova concreta di una delle conclusioni più radicali della scienza del XXI secolo: «La Terra ha ormai abbandonato la sua epoca geologica naturale, l'attuale stato interglaciale chiamato Olocene. Le attività umane sono diventate così pervasive e profonde da rivaleggiare con le grandi forze della natura e stanno spingendo la Terra verso una terra incognita».[4]
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Jason Moore oltre la giustizia climatica. Contro il discorso catastrofista dell’ambientalismo borghese
di Antiper
Commento alla lettura del brano Oltre la giustizia climatica (titolo originale: Beyond Climate Justice, in Ekaterina Degot e David Riff (a cura di), The Way Out of…, Hatie Cantz Verlag, Berlino, 2022, pp. 105-130) in Jason W. Moore, Oltre la giustizia climatica. Verso un’ecologia della rivoluzione
Il libro [1] di Jason W. Moore raccoglie una serie di testi (alcuni dei quali inediti) dedicati al rapporto tra lotta “ambientalista” e lotta “politica”. Uno di questi testi – Oltre la giustizia climatica – dà anche il titolo al libro e sviluppa una dura critica nei confronti dell’ambientalismo americano per come si è sviluppato dalla fine degli anni ‘60 fino ad arrivare a quello che Moore chiama Antropocene popolare, caratterizzato da un approccio depoliticizzato e interclassista verso i problemi ecologici.
Moore inizia la propria riflessione con una critica nei confronti di certe dichiarazioni catastrofiste di Roger Hallam, fondatore dell’organizzazione ambientalista internazionale Extinction Rebellion
“Sto parlando del massacro, della morte e della fame di 6 miliardi di persone in questo secolo” [2]
Moore mostra come tale approccio non sia per nulla nuovo e sia stato utilizzato consapevolmente, sin dalla fine degli anni ‘60, per produrre un discorso politico di non contrapposizione nei confronti del sistema e di spostamento dell’attenzione dei giovani dal terreno delle lotte sociali e politiche, a cominciare dalla lotta contro la guerra in Vietnam (che in quella fase era un terreno di vasta mobilitazione e un punto politico di coagulo), per orientarli verso un certo tipo di denuncia ambientalista, non solo non anti-sistemica, ma addirittura per molti versi collaborativa con l’establishment politico.
Nel 1967 Martin Luther King tiene un discorso intitolato “oltre il Vietnam” nel quale propone la “teoria dei tre mali” e spiega come le questioni dello sfruttamento, del razzismo e della guerra non siano scollegate, ma siano piuttosto tre diversi aspetti di uno stesso meccanismo.
Martin Luther King ha ragione: l’imperialismo americano ha bisogno della guerra per imporre la propria supremazia a livello internazionale e ha bisogno del razzismo per tenere soggiogato il proletariato nero e costringerlo ad accettare condizioni di inferiorità materiale e culturale; e ovviamente ha bisogno dello sfruttamento dei lavoratori perché è proprio sulla base di questo sfruttamento che funziona l’accumulazione di capitale.
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L’arte di cucinare il collasso
di Matteo De Giuli
Maoismo climatico, decrescita, nuova sinistra: appunti su “Il capitale nell’Antropocene” di Saitō Kōhei
Gira molto un video in cui Žižek riassume la crisi della sinistra mondiale mentre, calcandosi in testa una toque blanche, prepara le fettuccine. Intanto che impasta uova e farina, e dopo essersi annunciato in camera come Chef Slavoj, dice che il capitalismo sta entrando nella sua crisi finale, e che questo stato avanzato di disgregazione non è più un sogno o una paura ma un dato di fatto, chiaro anche ai capitani di industria più moderni e scafati come Musk, Zuckerberg e Bezos. A raccogliere le opportunità di questa crisi non c’è però una sinistra organizzata, e tutto quello che abbiamo davanti – intanto Žižek gira la manovella della macchina della pasta – è una decadenza prolungata.
L’ascesa di ogni fascismo è, dopotutto, la traccia di qualche rivoluzione fallita, e la sinistra in questi anni ha fallito, ha appiattito la sua proposta, si è mostrata la più leale alleata dell’austerità, dice Žižek, alludendo ovviamente a quel centrosinistra – liberale, socialdemocratico – che negli ultimi trent’anni si era convinto di potersi avvicinare in maniera propizia al mercato, di poter e dover battere le destre attuando prima di loro, più rigorosamente, o più propriamente, le politiche conservatrici, trasformandosi insomma in un centrodestra più moderno, a modo, popolato magari di gente seria e preparata.
Ora che la situazione sembra destinata al definitivo collasso, potremmo però scoprirci più liberi: i buoni motivi per rinviare la costruzione di un futuro radicalmente diverso sono sempre più esili, se ancora ci sono.
Così, riprende Žižek, oggi non ha più ragion d’essere lo scontro tra destra moderata e sinistra moderata, il nuovo fronte elettorale è piuttosto quello dell’establishment contro i populismi. Populismi che hanno riempito il vuoto creato dal fallimento della sinistra. Siamo chiusi in un circolo vizioso che può essere disfatto soltanto dalla nascita di una nuova sinistra. Che però fatica a emergere. L’unica possibilità di futuro, in queste condizioni, rimane quella di un capitalismo ancora più autoritario.
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Contro il green: per una vera ecologia
di Antonio Semproni
Il numero 1 del 2024 de La Fionda – Contro il green – si apre sotto il segno di una riflessione sul diritto del sistema terra, cioè su quel diritto chiamato a indurre comportamenti umani armoniosi e a valorizzare l’interdipendenza tra gli esseri umani e i viventi non umani: ci si domanda quali enti debbano essere legittimati a sancire e fa valere tale diritto e in particolare se essi debbano avere dimensione statuale o ultrastatuale. Quest’ultima dimensione pare accattivante perché rispondente all’imperativo secondo cui i “problemi globali devono essere risolti a livello globale”; tuttavia, il diritto plasmato da entità sovranazionali, sprovviste delle caratteristiche tipiche dell’ente statuale (quali sovranità e giurisdizione), scade in soft law e dunque è incoercibile. Recuperare la dimensione nazionale è imprescindibile per produrre hard law, cioè diritto coercibile, che possa garantire, con la forza della sanzione, comprovati risultati ambientali; tuttavia, ci si dovrà preoccupare, in primo luogo, di sventare derive tecnocratiche: nessuno Stato, soprattutto se gravitante nell’eurozona, è immune a questo rischio, che si affaccia pericolosamente in considerazione del carattere emergenziale del diritto del sistema terra, il quale richiederebbe un piglio manageriale; in secondo luogo, di assicurare, nella formazione delle decisioni politiche interessanti l’ambiente, il ricorso a meccanismi di democrazia partecipativa, che permettano alla parte sociale debole “di confrontarsi ad armi pari con i detentori di forza sociale”.
Affidare la soluzione della crisi climatica alla tecnocrazia implica anche sedare il conflitto sociale immanente alla transizione ecologica: quali saranno le sorti dei lavoratori impiegati nelle industrie più inquinanti? Per questo motivo un ruolo primario nella transizione ecologica deve essere riservato alle parti sociali: in America Latina si dà il caso il sindacati che hanno ottenuto la riassunzione, presso altre aziende, del personale impiegato da imprese inquinanti, delle quali era stata decretata la chiusura con un provvedimento del giudice.
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La frattura ecologica nell’Antropocene
F. Querido, M. O. Pinassi e M. Löwy intervistano John Bellamy Foster
In un'intervista rilasciata alla rivista brasiliana Margem Esquerda, John Bellamy Foster condivide con Fabio Querido, Maria Orlanda Pinassi e Michael Löwy, le esperienze formative che hanno contribuito al suo lavoro di giovane attivista e, successivamente, di autorevole studioso del marxismo ecologico. L'intervista si conclude con un messaggio alla sinistra ecologica in Brasile e altrove: «Quali che siano le soluzioni alla crisi planetaria attuale, esse devono, in termini storico-materialistici, sorgere a partire da formazioni sociali concrete, sulla base delle quali avverranno le nuove trasformazioni rivoluzionarie».
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Fabio Querido, Maria Orlanda Pinassi e Michael Löwy: Per iniziare, raccontaci un po' della tua infanzia e giovinezza. Sei nato a Seattle, giusto?
John Bellamy Foster: Sì, sono nato a Seattle, stato di Washington. Quando avevo un anno, la mia famiglia si trasferì a Raymond, Washington, una città dove si lavorava il legname, dove mio padre faceva l'insegnante. A Raymond c'era una fabbrica di scandole di cedro rosso occidentale, di proprietà della Weyerhaeuser Company, che emetteva acido plicatico - responsabile dell'asma - nella polvere della pianta. Ho sofferto di asma cronica, insieme alle mie due sorelle. Quando avevo cinque anni ci siamo trasferiti a Ficrest, Washington, un sobborgo fuori Tacoma. All'epoca Tacoma era una delle città più inquinate degli Stati Uniti, a causa di una fonderia che rilasciava emissioni tossiche, e delle cartiere. Quando avevo sei anni, mia sorella minore, di tre anni, ebbe un grave attacco d’asma e fu portata d’urgenza in ospedale dove morì la notte stessa. Un paio di settimane dopo, anch'io ho avuto un grave attacco d’asma e sono stato portato d’urgenza in ospedale e ho rischiato di morire.
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Tragedia sfiorata a Piombino
di Francesco Cappello
Mentre sulla banchina opposta si svolgevano le delicatissime operazioni di allibo (1), ossia di trasferimento del gas liquefatto (2) dalla nave gasiera di turno al rigassificatore FSRU, ITALIS LNG Italia ex Golar Tundra – parcheggiato, caso unico al mondo, all’interno di un porto, trafficatissimo – lo scorso 20 agosto sul traghetto Corsica Express three, della compagnia Corsica Sardinia Ferries, diretto all’isola d’Elba, si è sviluppato un rogo, divampato in una delle tre sale macchine della nave dove è fortunatamente rimasto confinato grazie alla reazione tempestiva dei 17 membri dell’equipaggio.
La nave traghetto, dopo aver lasciato Piombino, piuttosto che dirigersi verso l’Elba, dopo nemmeno un quarto d’ora dalla partenza, ha virato improvvisamente per tornare al porto e con a bordo l’incendio tamponato è ripassata davanti a nave gasiera e rigassificatore per procedere all’evacuazione dei 274 passeggeri che complicata dal blocco dell’apertura del portellone della nave è stata resa possibile dal ricorso agli scivoli di emergenza.
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L’insostenibilità della svolta green (e i reattori autofertilizzanti russi)
di Massimiliano Bonavoglia*
Tenteremo di rispondere alle seguenti domande: Quanto è sostenibile la Transizione Green? La produzione dell’energia pulita rispetta l’ambiente? Rispetta i diritti umani, quelli dei lavoratori e quelli dei minori? Lo stoccaggio e lo smaltimento delle batterie in aumento iperbolico, costituisce un problema? La svolta ecologica aiuta l’agricoltura, l’allevamento e l’occupazione nell’eurozona? Trasformare la dieta tradizionale in insettivora, è sano ed è a qualche impatto occupazionale? Quali Paesi avvantaggia la transizione ecologica per il settore auto? Il decreto green migliora il mercato immobiliare nazionale, o lo mortifica? Lanceremo poi alcuni brevissimi spunti di riflessione.
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La transizione verso un futuro energetico più verde è presentata dall’establishment come una necessità ineludibile, per affrontare le sfide del cambiamento climatico. Tuttavia, mentre ci impegniamo in questa trasformazione, è cruciale che esaminiamo attentamente le conseguenze ambientali, sociali etiche e morali legate alla produzione e allo smaltimento delle tecnologie verdi. Per di più, dovremmo riflettere non solo sull’impatto ambientale e sociale di queste, ma anche su come le regolamentazioni green stiano trasformando radicalmente l’agricoltura tradizionale, gli allevamenti e l’uso delle terre fertili in Europa. Il progetto di cui parliamo, coinvolge al massimo 450 milioni di persone, su un pianeta di più di otto miliardi di abitanti. Quindi una soluzione per tutti, adottata da una esigua minoranza.
La produzione di batterie e materiali per l’energia rinnovabile, sarebbe essenziale per ridurre le emissioni di carbonio, ma sta generando gravi conseguenze ambientali nei Paesi dove avviene l’estrazione delle materie prime. Appare come un paradosso: per inquinare meno nelle aree metropolitane del mondo più ricco, si deteriora l’ambiente di quello più povero, che in una logica globalista e in un’ottica olistica, risulta in ultima istanza controproducente.
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Extinction, evoluzione e bugie verdi
di Howard Moss

Per questo mese presentiamo tre libri recensiti da Howard Moss sulla rivista mensile inglese «Socialist Standard». Queste opere trattano temi a nostro avviso assai interessanti: una storia cooperativa della vita sulla Terra; un'analisi del processo di estinzione della biosfera da parte del sistema capitalistico; un esame dettagliato delle presunte "benefiche" politiche green.
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Esseri sociali
Selfish Genes to Social Beings. A Cooperative History of Life, di Jonathan Silvertown, Oxford University Press, 2024, pp. 236.
Questo è un libro notevole. Cerca di coprire, in un paio di centinaia di pagine, l'intera storia di quattro miliardi di anni della vita sulla Terra, quindi ovviamente non solo della vita umana. L'autore, specialista in ecologia evolutiva, fa del suo meglio, senza sottrarsi ai necessari tecnicismi biologici, per renderlo comprensibile al lettore comune, ai non specialisti.
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