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Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra

Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto

L'Ue ha scelto di sostenere l'Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro e i suoi Stati membri aumenteranno le spese nella difesa

vonderleyen macron merz 1 ansa1200.jpgDopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, Donald Trump ha detto che tra poche settimane si potrebbe raggiungere un accordo per porre fine alla guerra russo-ucraina. Il Consiglio dei ministri ha intanto ieri varato un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev e l’ultimo Consiglio europeo del 2025 si è chiuso con la decisione di autorizzare un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina (per il biennio 2026-27), garantito dal bilancio Ue.

Secondo Sergio Cesaratto, già professore di economia internazionale e politica monetaria europea presso l’Università di Siena, quest’ultima non è certo una buona decisione, “anche se l’altra opzione, quella del furto degli asset russi, sarebbe stata politicamente una dichiarazione di guerra definitiva – nei fatti stiamo in guerra con la Russia da ben prima l’invasione russa dell’Ucraina. Ma questo già lo dicono tanti, anche se il 90% del giornalismo italiano è embedded, in servile buona fede, naturalmente. Ciascuno/a sa come comportarsi per incrementare la pagnotta. Mi faccia prendere la questione da un altro punto di vista, dove posso offrire un valore aggiunto quale accademico”.

* * * *

Dica professore

Ebbi la fortuna molti anni fa di insegnare Economia dello sviluppo in una facoltà di Scienze politiche. Avevo nel frattempo incrociato la International Political Economy (Ipe), una sorta di ponte fra lo studio tradizionale delle Relazioni politiche internazionali e quello, piuttosto arido, dell’Economia internazionale. Mi sembrò doveroso dedicare qualche lezione all’Ipe. Adottai un libro di testo di Relazioni internazionali di autori stranieri (un americano e un danese) al di sopra di ogni sospetto, per giunta pubblicato da un editore legato all’Università Bocconi di Milano.

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contropiano2

La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo

di Giorgio Michalopoulos, Stefano Valentino

armi green.jpegRipubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).

Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.

Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, in funzione da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra a sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.

Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.

Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche quest’ultima è stata sin da subito largamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.

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seminaredomande

Le Scomuniche Finanziarie dell’Unione europea

di Francesco Cappello

Sempre più diffusa la ghigliottina digitale che condanna senza processo alla morte civile coloro che si dissociano apertamente dalla propaganda di regime. Ultimo caso in ordine di apparizione quello di Jacques Baud

Debanking.jpgNella stessa logica che vorrebbe il congelamento sine die degli asset russi (vedi Asset russi: congelati o rubati?), le sanzioni europee e la censura colpiscono il dissenso politico, considerato dalle élites europee insostenibilmente divisivo; lo prendono di mira attraverso una combinazione di pressioni economiche, procedimenti penali adottati ai fini del completo controllo della narrazione pubblica ma del tutto illegali e arbitrari.

Tutti ricordiamo il caso, oltre Atlantico, dei camionisti canadesi del “Freedom Convoy” (2022) che è probabilmente il precedente più scioccante di de-banking di massa orchestrato da un governo occidentale. Rappresenta il momento in cui la scomunica finanziaria è divenuta strumento di gestione dell’ordine pubblico contro i propri cittadini. Tutto iniziò nel gennaio 2022, quando migliaia di camionisti hanno attraversato il Canada per protestare a Ottawa contro l’obbligo vaccinale per i lavoratori transfrontalieri. Quella che era nata come una manifestazione di piazza si è trasformata in un blocco stradale permanente che ha paralizzato il centro della capitale. Per sbloccare la situazione, il Primo Ministro Justin Trudeau ha compiuto un passo senza precedenti nella storia canadese: ha invocato l’Emergencies Act, una legge pensata per minacce estreme alla sicurezza nazionale (come guerre o insurrezioni armate). La particolarità di questa mossa è stata l’uso del sistema finanziario come arma di polizia. Attraverso un ordine esecutivo d’emergenza, il governo ha autorizzato le banche a congelare istantaneamente e senza un ordine del tribunale i conti correnti di chiunque fosse coinvolto nelle proteste. Non sono stati colpiti solo gli organizzatori, ma anche semplici partecipanti e, in alcuni casi, persone che avevano inviato piccole donazioni tramite piattaforme di crowdfunding. In pochi giorni, oltre 200 conti bancari sono stati “ghigliottinati”, lasciando famiglie intere senza la possibilità di comprare cibo, pagare il mutuo o rifornirsi di carburante.

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Dentro il modello tedesco della censura europea: è peggio di quanto pensi

di OttolinaTV

Schermata del 2025 12 22 18 08 31.pngI tedeschi proprio non ce la fanno: il richiamo della foresta è troppo forte; li lasci soli un attimo e il secondo dopo… Anche nel ventunesimo secolo, la Germania conserva quella sensibilità tutta teutonica per l’ordine, la sorveglianza e la cura fin troppo affettuosa dei cittadini; ed eccoci, così, alle porte del 2026 a fare i conti in tutta Europa con un nuovo ecosistema informativo che non sarebbe dispiaciuto ai registi della propaganda del Reich: a novembre, infatti, la Commissione Europea ha presentato uno dei progetti più ambiziosi e, allo stesso tempo, più inquietanti degli ultimi anni. Si chiama European Democracy Shield, lo scudo europeo a difesa della democraziahhh (con almeno 3 acca), una specie di ombrello istituzionale per salvare il continente dall’incontenibile assalto di fake news, troll russi, hacker iraniani

e per conservare illibata l’innocenza dei Veri Cittadini Europei – che, evidentemente, non sono considerati in grado di distinguere una notizia vera da una baggianata letta su Facebook mentre aspettano il bus.

Ursula von der Leyen ha presentato il tutto in modo molto solenne: “La democrazia”, ha affermato, “è la pietra angolare dell’Unione europea e dobbiamo difenderla ogni giorno”; con questa retorica si giustifica la costruzione di un centro operativo europeo in grado di coordinare governi, piattaforme digitali, Polizia Postale, ONG, think tank, influencer europeisti e ogni altra entità che possa essere utile a catalogare, segnalare, filtrare, correggere e neutralizzare qualunque contenuto definito rischioso.

Non falso; non illegale; non violento: rischioso. Una categoria a dir poco malleabile, ideale per infilarci dentro tutto ciò che non gli piace; lo scudo prevede inoltre la creazione di una rete europea di fact-checker certificati, cioè accreditati da chi li finanzia, che dovranno vigilare rigidamente sulla qualità dell’informazione – quando si dice chiedere all’oste se il vino è buono.

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fuoricollana

L’Ucraina e noi: l’europeismo contro se stesso

di Andrea Guazzarotti

Per Andrea 300x224.jpegL’occultamento del conflitto intra-europeo prima dell’esplosione di quello russo-ucraino

Le élite europee, nel loro nichilismo (E. Todd), hanno sposato la linea del confronto armato a oltranza contro la Federazione russa di Putin. Serviva a ricostituire un nuovo simulacro di unità tra gli Stati membri che due crisi e un’architettura istituzionale (sempre più) disfunzionale stavano (e stanno) minando. Per farlo, quelle élite hanno cinicamente sacrificato l’Ucraina, anche se sarebbe più corretto dire: hanno ceduto alla pressione degli USA affinché l’Ucraina venisse usata come proxy nella guerra contro la Russia di Putin.

Il cedimento è stato, innanzitutto, interno: con una vittoria del fronte della “nuova Europa” sulla vecchia (Minolfi 2023, pp. 76ss.). La battaglia cruciale si è svolta a porte chiuse, al Consiglio NATO di Bucarest del 2008, quando gli USA hanno provato a forzare il corso degli eventi spingendo per l’attivazione immediata delle procedure di ammissione di Georgia e Ucraina nella NATO, scontrandosi con il veto di Francia e Germania, cui replicarono duramente i rappresentanti dei nuovi Stati dell’Europa centro-orientale (Polonia in testa). L’esito fu quello di annunciare comunque come prossima l’attivazione delle procedure di adesione, allarmando Mosca senza offrire alcuna garanzia immediata ai due Paesi in questione (ibidem). Un confronto politico acceso del quale le opinioni pubbliche sono state praticamente tenute all’oscuro, secondo un processo di infantilizzazione dei cittadini europei (Minolfi 2025) perseguito nell’alveo di una strategia delle classi dirigenti europee di disconnessione e immunizzazione dai propri elettorati.

Parallelamente deflagrava in quegli anni la crisi dell’euro, impacchettata come crisi del debito pubblico degli Stati debitori dalle élite europee (leggi: i Governi degli Stati creditori in combutta con i vertici di BCE e Commissione europea). Dinanzi all’impennarsi dell’antieuropeismo degli elettorati (specie di quelli sottoposti all’austerity) quelle élite intravedevano già nelle vicende interne all’Ucraina (le proteste di Euromaidan) lo spiraglio per programmare una nuova, pericolosa, strategia di riattivazione dell’ideologia europeista.

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La UE guerrafondaia e MicroMega

di Enrico Grazzini

L’Unione Europea e la Nato si armano contro la Russia per nascondere i loro fallimenti

file672a29b0374e7 verso un europa di guerra.pngPerché l’Europa corre verso il riarmo? La risposta della Nato e dell’Unione Europea, e anche purtroppo di gran parte della sinistra storica, è questa: l’Europa deve riarmarsi per potere contrastare la Russia che ha invaso l’Ucraina e che vuole attaccare tutta l’Europa. Ma il tiranno Vladimir Putin è veramente l’unico colpevole dell’attacco all’Ucraina? La Nato è una colombella innocente? Washington in Ucraina ha difeso i suoi interessi imperiali oppure la libertà degli ucraini? La Nato è davvero un’organizzazione che difende la democrazia? O è invece una macchina militare che non ha avuto scrupoli nell’attaccare illegalmente la Serbia, storicamente uno Stato amico della Russia, e di creare con le sue bombe il Kosovo, ovvero un nuovo Stato dentro l’Europa dove, tra l’altro, ha insediato una sua base militare? Se la Nato è un’organizzazione militare che difende l’Europa, perché ha attaccato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia provocando decine di migliaia di morti innocenti, per lasciare poi terra bruciata? Perché la Nato, guidata dall’ex presidente americano Joe Biden, ha promesso all’Ucraina di poterne farne parte se i governi ucraini e gli oligarchi di Kiev erano da tutti considerati corrotti e fuori dalla democrazia? Putin è davvero così pazzo da scontrarsi con la Nato per invadere anche tutta l’Europa? Infine: riarmarsi è la risposta giusta per dare più sicurezza all’Europa? Solamente se si risponde a queste domande si riesce a comprendere quali potrebbero essere realmente le difficili vie della pace.

In tutta Europa si diffonde una cagnara ridicola, ma pericolosissima, su come i paesi della Nato e dell’Unione Europea dovrebbero difendersi dall’imminente invasione russa e su come prepararsi alla guerra con la Russia.

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seminaredomande

Il masochismo geoeconomico dell’Unione europea

di Francesco Cappello

1536x864 cmsv2 3c2bc8fd 2f66 52d9 aa86 f51b0bbb6038 9331158 e1754219997463 998x641Il recente accordo commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, lungi dall’essere una paritaria stretta di mano, rappresenta la totale capitolazione europea nei confronti delle pretese statunitensi avanzate da Trump, dettata più da logiche geopolitiche che da interessi economici. Presentato dal mainstream con toni vaghi e concilianti, questo patto nasconde una serie di concessioni unilaterali che sollevano molti interrogativi sul futuro geoeconomico e politico del continente.

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Un Accordo Commerciale o un totale asservimento dell’Unione? Non Commercio, ma Geopolitica

L’obiettivo dichiarato dell’Unione Europea di utilizzare il proprio peso negoziale collettivo per ottenere accordi commerciali più favorevoli e stabilire una simmetria con gli Stati Uniti, pilastro dell’Occidente, si è rivelato pura finzione. L’intesa siglata è stata il frutto di una negoziazione condotta quasi esclusivamente dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, il cui obiettivo primario non è il benessere commerciale dei paesi dell’Unione, ma l’alimentazione della guerra fredda con la Russia. L’Ucrainizzazione dell’Europa avanza senza ostacoli bruciando le sue risorse a favore della finanza di guerra e per continuare a ingraziarsi masochisticamente gli USA. La Ue continua a sostenere una guerra di cui l’America si rifiuta ormai di pagare i costi, mentre intende riscuoterne i “benefici”.

I termini sono impietosi: i dazi statunitensi sui prodotti europei sono triplicati, passando da una media del 4,8% al 15%, con punte fino al 30% sulle auto e al 50% sui metalli industriali. In cambio, l’Europa ha abbandonato i suoi contro-dazi per oltre 90 miliardi di euro. Ma non è tutto.

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contropiano2

“L’Europa deve cambiare politica estera”

di Jeffrey D. Sachs*

europa politica estera 720x300.jpgLa sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti deriva quasi interamente dalla sua paura predominante della Russia, una paura che è stata amplificata dagli stati russofobi dell’Europa orientale e da una falsa narrativa sulla guerra in Ucraina. Basandosi sulla convinzione che la sua più grande minaccia alla sicurezza sia la Russia, l’UE subordina tutte le altre sue questioni di politica estera – economiche, commerciali, ambientali, tecnologiche e diplomatiche – agli Stati Uniti. Ironia della sorte, si aggrappa a Washington anche mentre gli Stati Uniti sono diventati più deboli, instabili, erratici, irrazionali e pericolosi nella loro stessa politica estera verso l’UE, fino al punto di minacciare apertamente la sovranità europea in Groenlandia.

Per tracciare una nuova politica estera, l’Europa dovrà superare la falsa premessa della sua estrema vulnerabilità alla Russia. La narrativa di Bruxelles-NATO-Regno Unito sostiene che la Russia è intrinsecamente espansionista e invaderebbe l’Europa se ne avesse l’opportunità. L’occupazione sovietica dell’Europa orientale dal 1945 al 1991 dimostrerebbe questa minaccia oggi. Questa falsa narrativa fraintende gravemente il comportamento russo sia nel passato che nel presente.

La prima parte di questo saggio mira a correggere la falsa premessa che la Russia rappresenti una minaccia grave per l’Europa. La seconda parte guarda avanti verso una nuova politica estera europea, una volta che l’Europa sarà andata oltre la sua irrazionale russofobia.

 

La falsa premessa dell’imperialismo russo verso Occidente

La politica estera europea si basa sulla presunta minaccia alla sicurezza che la Russia rappresenta per l’Europa. Eppure questa premessa è falsa. La Russia è stata ripetutamente invasa dalle maggiori potenze occidentali (in particolare Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti negli ultimi due secoli) e ha a lungo cercato la sicurezza attraverso una zona cuscinetto tra sé e le potenze occidentali. La zona cuscinetto, molto contesa, include le odierne Polonia, Ucraina, Finlandia e stati baltici.

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lafionda

Laicizzare la discussione sull’Unione europea. A proposito del volume «Serve meno Europa?»

di Federico Musso

9791281543249 0 0 536 0 75.jpg§ 1. – Una critica socialdemocratica

Il volume curato da Stefano D’Andrea (Serve meno Europa? Domande radicali sull’Unione europea, Roma, Rogas Edizioni, 2025) raccoglie i contributi di numerosi studiosi, molti dei quali partecipanti a un convegno organizzato dal Centro Studi per la Costituzione e la Prima Repubblica (CPR) tenutosi a Roma nell’aprile 2024. Gli Autori hanno tentato di offrire risposte a domande radicali, come recita il sottotitolo, su quella “strana entità”[1] chiamata Unione europea.

Un titolo alternativo avrebbe potuto essere ‘Tornare ai fondamentali’. Infatti, il libro intende indagare che cosa è l’Unione europea da molteplici punti di vista, senza le superfetazioni che una dottrina, forse troppo engagé, ha costruito negli anni e senza ricadere in quello che già Treves, come riportato da D’Andrea, chiamava «diritto del “voler essere”»[2], ossia quello studio del diritto che si allontana dalle disposizioni e dalle norme per agganciarsi alle speranze e alle aspirazioni soggettive.

Esiste, peraltro, una cornice ideologica comune che racchiude i vari contributi. Come rilevato dal Curatore, è il pensiero social-democratico, da intendersi come valorizzazione di quel diritto al lavoro, delineato nell’articolo 4 della Costituzione italiana, che impone alla Repubblica di perseguire politiche volte alla piena occupazione[3]. Forse si tratta di un avviso al lettore che, a dispetto di una disattenta prima impressione, non si tratta di un libro “sovranista”, nel senso che il termine ha assunto nel linguaggio corrente, ossia come sinonimo di rivendicazione della sovranità nazionale in senso regressivo e autoritario[4]. D’Andrea ricorda che una critica social-democratica all’Unione non è nuova, ma è apparsa in Italia durante gli anni della crisi dei debiti sovrani e, forse proprio per la sua genesi così intimamente collegata alla crisi finanziaria, si è caratterizzata per essersi concentrata sui problemi economici[5]. Uno degli scopi – riusciti – del libro è andare oltre i paletti della “prima” critica per indagare temi lasciati più in disparte.

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lafionda

Oltre la Ue? Bonificare il dibattito

di Matteo Bortolon

Lucio Caracciolo.jpg“Dobbiamo avere una prospettiva europea perché da soli non andiamo da nessuna parte”. “Non si può tornare indietro ai vecchi Stati-nazione”. Tali argomenti – o meglio slogan – hanno insopportabilmente infarcito il dibattito, trovando il pigro consenso dei più stanchi luoghi comuni semicolti

La questione, legata al dibattito sulla Ue e sull’euro, è diventata uno slogan da mulinare sulla testa degli avversari più che un assunto da valutare razionalmente e criticamente.

Oggi si può forse ragionare più serenamente, dato che nessun partito che abbia un minimo di potere nemmeno ventila la possibilità di scrollarsi di dosso il carrozzone eurounitario di fronte a cui ogni declinazione possibile di establishment (progressisti, liberali, conservatori, identitari…) si è genuflesso come di fronte ad un idolo. Anzi: si può provare a ragionare tout court, dato che la polemica e l’astio hanno tolto il terreno per una riflessione meditata, che pur sarebbe necessaria in una fase di riassestamento degli equilibri geopolitici; situazione opportuna per eventuale ridefinizione della politica estera del paese, purché si abbia qualche idea.

 

Se non li convinci spaventali

Il punto di partenza non può che consistere nella modestia dell’argomento per cui “l’Italia è troppo piccola per fare da sola”; si tratta semplicemente di una pedata nei denti contro chiunque mettesse in questione l’aderenza dell’Italia alla Ue.

Naturalmente vi erano argomenti diversi pro-Ue. Una linea di argomentazioni “alte” era piuttosto elitista: l’integrazione europea sarebbe il vertice di un processo secolare di crescente avvicinamento dei popoli europei, un destino storico volto alla fratellanza e basato su una base di cultura condivisa. Argomentazione da progressismo colto e professorale, poco adatto alle orecchie di ceti in sofferenza sociale che piuttosto che l’europeismo ideale tastano con mano l’austerità reale.

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«Kaja Kallas, la guerrafondaia in capo dell’Unione europea»

di Thomas Fazi

Ritratto impietoso dell’Alto rappresentante Ue per gli Esteri, ex prima ministra estone accesamente anti-russa.

 Ursula von der Leyen and Kaja Kallas at the weekly college meeting of the von der Leyen Commission 2024 P065043 77274 resultDurissimo atto d’accusa del saggista italo-inglese nei confronti di Kaja Kallas. L’Alto rappresentante dell’Unione europea è descritta come una figura bellicosa e tutt’altro che diplomatica, alle prese con gaffe e tensioni internazionali. Nel suo intervento ospitato da Krisis, Fazi porta anche alla luce le discrepanze fra la linea anti-russa di Kallas e le profonde connessioni della sua famiglia con il regime sovietico, oltre ai controversi affari commerciali con la Russia del marito. Il giudizio finale di Fazi è tagliente: Kallas compromette l’immagine e la credibilità dell’Europa nel mondo.Sebbene Ursula von der Leyen sia sopravvissuta alla mozione di sfiducia del 10 luglio al Parlamento europeo, il risultato (175 voti favorevoli) ha messo a nudo un crescente malcontento nei suoi confronti. La mozione prendeva però di mira l’intera Commissione europea. E, in particolare, la numero due della presidente: Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante per gli Affari esteri.

La figura che, nell’architettura europea, più si avvicina a quella di un ministro degli Esteri è la vera minaccia all’Europa. Kaja Kallas ha costruito la sua carriera su una sfrenata russofobia, che attribuisce agli orrori vissuti crescendo nell’Estonia sotto il controllo sovietico. Il 23 agosto 2023, quand’era ancora primo ministro dell’Estonia, in visita al memoriale alle vittime del comunismo a Maarjamäe, ha per esempio denunciato con veemenza i «crimini mostruosi commessi dal comunismo».

Eppure, la realtà è ben diversa. La sua famiglia, ben lontana dall’essere vittima dell’oppressione sovietica, ha vissuto in realtà un’esistenza relativamente agiata all’interno dell’apparato del potere dell’Urss. Una famiglia la cui ascesa è stata facilitata, in misura non trascurabile, proprio dal sistema sovietico che lei oggi demonizza.

Questa ironia getta un’ombra pesante sulla sua postura morale anti-russa: è difficile conciliare le sue invocazioni a una linea dura e inflessibile contro la Russia con il fatto che gran parte del prestigio della sua famiglia – e quindi il suo – sia stato reso possibile dalle opportunità offerte dall’Unione Sovietica.

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lantidiplomatico

L’Europa dei camerati e il suo cuore battente. HEIL MERZ

di Fulvio Grimaldi

mponuogDie Fahne Hoch / die Reihen fest geschlossen…”, Alta la bandiera, le fila ben serrate…”

https://www.youtube.com/watch?v=D7pw9_EMGfI  (In tedesco)

https://www.youtube.com/watch?v=j05dg8a4iWU  ( Milva, italiano)

Era l’inno delle SA, le milizie naziste, versione tedesca delle squadracce nere nostrane, che imperversavano fino a quando non dettero ombra al partito e furono soffocate nel sangue e nel carcere. Poi divenne l’inno del partito. Ho titoli per parlarne, a proposito di allora e di adesso. Perché c’ero e, alla faccia di Merz, ci sono.

Friedrich Merz, neocancelliere tedesco, e Marc Rutte, neosegretario della NATO, si fanno vedere spesso insieme. Manifestano quella gioiosa comunanza che gli psichiatri definiscono “sindrome del delirio condiviso” e considerano una grave patologia. A Friedrich Merz deve essere intimamente gradito il motto “repetita juvant”. E non pare essere l’unico, se uno fa caso a quanto va succedendo nelle istituzioni in una parte significativa del nostro continente, a partire dalla nostra che molto si è portata avanti col lavoro: l’”Europa dei camerati”, qualcuno va azzardando.

Mi rendo conto che su questo tema e i suoi rapidi sviluppi ci sia poco da scherzare, ma per adesso e per stavolta prendiamola così. Anche perché i due figuri si prestano: uno che in casa, fin da piccolo l’hanno chiamato “Birnkopf”, testa di pera, e non si sa se abbiano fatto del bodyshaming, o dei riferimenti al modo di ragionare. L’altro che, pur di non far trasparire nulla di umano e non militarizzato, si rivolge al mondo con occhi e labbra talmente strizzati da parere feritoie di carro armato.

Quanto alla passione di Merz per il citato insegnamento dei padri latini sulla ripetizione degli eventi positivi e delle cose ben fatte, il pensiero corre a quanto il suo antecedente bavarese rispettasse la costituzione del suo Stato, la Repubblica di Weimar, inanellando un putsch dopo l’altro, fino a quello riuscito tramite regolari elezioni (1933). 

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ilponte

La strategia dell’Unione europea per la preparazione alle crisi e alle guerre

Una strategia della paura che non convince più

di Alessandra Valastro e Roberto Passini

Metropolis 1 1068x534.jpg1. Dalle crisi alle minacce. Il governo del terrore e la minaccia delle parole

«Siamo in un mondo che cambia», afferma l’Ue (nell’immaginario orwelliano l’Europa), nella Comunicazione congiunta proposta il 26 marzo scorso. Ma il cambiamento è individuato nell’aumento di «rischi e minacce interconnessi», ovvero in un «panorama della sicurezza sempre più complesso e volatile». La risposta dell’Ue? «Un approccio coordinato alla preparazione» che garantisca «una cultura della resilienza in tutta la società». E per chi non avesse capito bene: «essere pronti a tutti gli scenari peggiori».

Et voilà, la strategia del terrore è servita.

Dopo le preoccupazioni suscitate dalle sollecitazioni al riarmo, che molti sembrano aver sottovalutato perché abbagliati dalla religione di un capo europeo difensore della pace, ma che altrettanti hanno rifiutato perché basato su molteplici menzogne, l’Ue sembra avere alzato il tiro con una “Strategia” ben più ampia che ritesse le fila da lontano, auto-attribuendosi poteri inediti di elevata rilevanza come la difesa e la “preparazione alla guerra”, nella disponibilità esclusiva dei singoli Stati.

La tecnica: agganciare le vicende che da sempre colpiscono l’immaginario dell’umano, insinuandosi nei timori e nelle paure che le contraddistinguono. Lo strumento: l’uso e abuso delle parole atte a riattualizzare e mantenere ben vive quelle paure; l’eliminazione dal lessico pubblico delle parole che invece quelle paure vogliono sfatare, non per ignorarle ma per agire con sano realismo sulle ragioni che le determinano.

Crisi e resilienza sono, ahimè, i termini che la fanno da padrone, confermando una narrazione che già da anni ne fa i propri cavalli di battaglia per politiche di austerità, di privatizzazioni e di esaltazione della concorrenza anche tra ordinamenti giuridici; e stabilizza una volta per tutte il ritorno alla paura e allo spaesamento quale vera e propria tecnica di governo

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giubberosse

L’autodistruzione dell'Europa

di Thomas Fazi

Come possiamo dare un senso alla postura apparentemente autodistruttiva dell’Europa? Quattro dimensioni interconnesse possono aiutare a spiegare la posizione dei suoi leader: psicologica, politica, strategica e transatlantica

Immagine 2025 05 07 093156.jpgPer chi è esterno, la politica europea può essere difficile da decifrare oggigiorno, e questo è più evidente che mai nella risposta del continente all’evolversi della situazione in Ucraina. Dalla rinascita politica di Donald Trump e dalla sua iniziativa di negoziare la fine del conflitto russo-ucraino, i leader europei hanno agito in modi che sembrano sfidare la logica fondamentale delle relazioni internazionali, in particolare il realismo, secondo cui gli Stati agiscono principalmente per promuovere i propri interessi strategici.

Invece di sostenere gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra, i leader europei sono sembrati intenzionati a ostacolare le aperture di pace di Trump, indebolire i negoziati e prolungare il conflitto. Dal punto di vista degli interessi fondamentali dell’Europa, questo non è solo sconcertante, è irrazionale. La guerra in Ucraina, meglio descritta come un conflitto per procura NATO-Russia, ha inflitto immensi danni economici alle industrie e alle famiglie europee, aumentando drasticamente i rischi per la sicurezza in tutto il continente. Si potrebbe sostenere, naturalmente, che il coinvolgimento dell’Europa nella guerra sia stato fuorviante fin dall’inizio, frutto di arroganza ed errori di calcolo strategico, inclusa l’errata convinzione che la Russia avrebbe subito un rapido collasso economico e una sconfitta militare.

Tuttavia, qualunque sia stata la logica alla base della risposta iniziale dell’Europa alla guerra, ci si potrebbe aspettare che, alla luce delle sue conseguenze, i leader europei avrebbero colto con entusiasmo qualsiasi via praticabile verso la pace – e con essa, l’opportunità di ripristinare i rapporti diplomatici e la cooperazione economica con la Russia. Invece, hanno reagito con allarme alla “minaccia” della pace. Lungi dall’accogliere con favore l’opportunità, hanno raddoppiato gli sforzi: hanno promesso un sostegno finanziario e militare a tempo indeterminato all’Ucraina e hanno annunciato un piano di riarmo senza precedenti che suggerisce che l’Europa si sta preparando a una situazione di stallo militarizzato a lungo termine con la Russia, anche in caso di una soluzione negoziata.

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lafionda

Verso l’economia di guerra

di Alessandro Somma

Europa armata.jpgIl coinvolgimento dell’Unione europea nel conflitto con l’Ucraina è stato il frutto di un rapporto tra Washington e Bruxelles almeno formalmente diverso da quello sviluppatosi negli ultimi tempi. Se l’Amministrazione Biden rimarcava la presenza di solidi legami tra Stati Uniti e Unione europea, Donald Trump discute apertamente di un disimpegno militare degli Stati Uniti nel Vecchio continente.

In una simile situazione l’Unione europea dovrebbe riconsiderare la sua collocazione nello scenario internazionale. Accade invece il contrario: persevera nel suo sentirsi un progetto atlantista, mira anzi a rilanciarlo attraverso la realizzazione di una difesa europea sostenuti da una vera e propria economia di guerra. Il tutto accompagnato da una ricostruzione dello scenario internazionale attraverso tinte particolarmente fosche, che costituisce il nucleo centrale della retorica su cui si reggono i propositi europei così come sintetizzati nel Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 (del 19 marzo 2025, Join/2025/120 final).

 

Una retorica bellicista

Lo scenario ha evidentemente il suo fulcro nella minaccia rappresentata dalla Russia: avrebbe «chiaramente indicato che nella sua ottica rimarrà comunque in guerra con l’Occidente», motivo per cui, se le «sarà consentito di conseguire i suoi obiettivi in Ucraina, la sua ambizione territoriale si spingerà oltre». Minacciosa è anche la Cina, non solo perché è un Paese «autoritario e non democratico», ma anche perché mira alla supremazia in ambito economico e tecnologico e perché «sta rapidamente ampliando la capacità militari comprese quelle nucleari, spaziali e informatiche». Ma pure il Medio Oriente pone problemi, se non altro per il «legame diretto dell’Iran con la Russia», e lo stesso vale per l’Africa pensando alle sfide che derivano dalle pressioni migratorie, dal terrorismo e dalle conseguenze delle crisi climatiche. Non mancano infine le «crescenti minacce ibride», comprendenti «attacchi informatici, sabotaggio, interferenze elettroniche nei sistemi globali di navigazione e satellitare».