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Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è
di Mimmo Porcaro
Mutamento e inerzia
Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.
A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.
Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie.
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Lettera aperta a Flavia Manetti: niente di personale, anzi
di Algamica
Scegliamo la compagna Flavia Manetti per una discussione chiara e schietta, a viso aperto, senza rete, per definire alcune questioni teoriche, storiche e politiche di cui siamo stati permeati. Ponendo in premessa che di personale non c’è niente, per quanto riferito ai tanti compagni di militanza comune nelle varie organizzazioni che si sono succedute per oltre 50 anni, e men che meno nei confronti della diretta interessata, persona stimata, onesta, sincera, leale e generosa, nonché di un sano istinto anticapitalistico e antirazzista.
Ma il momento lo richiede, perché il modo di produzione capitalistico è entrato – e finalmente! – in una fase di crisi che ne approssima la sua fine e tutto il nostro vecchio armamentario soggettivista, col quale ci siamo battuti, è diventato un materiale arrugginito e inutilizzabile. Pertanto sarò sfrontato, non diplomatico, ma chiamando le cose per il loro nome.
Diciamo in premessa, attirandoci gli strali dei più, che una vera, radicale, critica al modo di produzione capitalistica è ancora tutta da scrivere. Storcano pure la bocca i tanti e i più, perché la verità è che il modo di produzione capitalistico è stato sì criticato, anche duramente, ma sempre e soltanto da un punto di vista di modello valoriale, supponendo, in modo malcelato, che potesse essere sostituito da un altro modello e da altri uomini, ad esso alternativo durante la sua esistenza. Abbiamo danzato intorno al totem del libero arbitrio come capacità dell’individuo di governare le leggi impersonali di un moto storico incentrato sullo scambio, piuttosto di capire che quelle leggi sottoponevano gli uomini alla loro dinamicità.
Non ci siamo mai correttamente interrogati sul fatto che se un modo di produzione dura per cinque, sei, settecento anni, e che si espande a macchia d’olio piuttosto che essere sconfitto e distrutto, ci saranno state o meno delle ragioni strutturali che i valori e/o i disvalori, nella funzionalità delle sue leggi lo hanno tenuto in vita finora.
Non avendo capito che si trattava di un moto storico, non potevamo capire che le classi che produceva erano tutte complementari, che, pertanto, nessuna di esse potesse dare l’assalto al cielo, separarsi dalle altre o da quella più importante, disarcionandola dal potere per instaurare la propria dittatura, quella della classe più “rivoluzionaria”, il proletariato, proprio quando con la crisi internazionale del modo di produzione imponeva agli operai di comportarsi, nei confronti del capitale, dei capitalisti e del capitalismo, come i girasoli rispetto al sole.
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Bologna è una regola…
di Nico Maccentelli
A Bologna censurare è una regola, speculare è una regola, dare spazio a nazi ucraini è una regola, reprimere è una regola…
Un anno e quattro mesi fa, con una delibera comunale, nonostante che il quartiere Savena avesse dato semaforo verde al rinnovo della convenzione (con la modifica di una cogestione), la junta Lepore ribaltava la questione e chiudeva Villa Paradiso, una Casa di Quartiere rea di aver programmato (e poi non fatto) due iniziative reputate “putiniane” dalla stessa junta. Una chiusura sollecitata con molta probabilità da Pina Picierno, una vicepresidente di Parlamento Europeo, più dedita ad andare a caccia di inziative che a suo modo di vedere siano favorevoli alla narrazione russa sulla guerra in corso in Ucraina.
In un’occasione, un incontro al quartiere, Lepore stesso era andato giù a muso duro con i gestori di Villa Paradiso dicendo che se fosse stato per lui li avrebbe cacciati via ben da prima. Un vero sceriffo da far west più che un sindaco di tutti i cittadini. Le Case di Quartiere devono restare una vetrina a uso elettorale e propagandistico del suo PD e della corte dei miracoli di Coalizione Civica, che a differenza dei verdi di Celli (estromesso da Lepore proprio sulla vicenda di Villa Paradiso), con la Emily Clancy a vicesindaco, hanno completamente ribaltato la loro funzione di pressione da sinistra nei confronti della junta a maggioranza PD, assumendo la modalità zerbino.
La questione era così scomoda che l’emissaria della junta ha portato avanti un vero e proprio giochino di sponda per lasciare i gestori in mezzo a una strada fingendo spazi da assegnare loro. Morale: la non più casa di quartiere è andata ai proxy di junta e curia: le Cucine Popolari, che lungi dal fare iniziative, hanno trasformato lo spazio in dispensa e cucina, mentre le femministe di Armonie all’ultimo piano, che se ne erano lavate le mani, un esempio mirabile di “solidarietà” coi gestori, hanno continuate a praticare la loro “critica” alla società patriarcale nel pieno solco di quel dirittumanitarismo e civile che agisce solo nei perimetri dati dal sistema di potere nel versante “sinistra”.
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Il sogno della rivoluzione
di Giuseppe Muraca
Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026
Con il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.
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Berlinguerismo, malattia senile dello pseudo e post-comunismo
di Nico Maccentelli
Una compagna dal Venezuela mi ha raccontato che aveva in programma una trasmissione sulla situazione venezuelana, ma poi non le è stato possibile partecipare a causa dei suoi trascorsi nella lotta armata.
Chi ha messo i bastoni tra le ruote ha una storia di ortodossia “comunista”, ed è chi ancora oggi valuta come esperienza comunista il berlinguerismo, con punte di nostalgia.
Con degli osanna a Guido Rossa nell’anniversario della sua dipartita si annunciano i nipotini di Enrico, che partecipano all’ennesimo partitino comunista, come se non ne avessimo abbastanza in questo paese, tutti comunisti a chiacchiere e con il solo dottrinarismo di maniera. Ovviamente non vi do alcun riferimento riguardo ai protagonisti di queste festa poliziesche fuori tempo massimo, ma chi è autore di queste postume minchiate da solidarietà nazionale e fideismo statalista sa benissimo a chi mi riferisco. E ovviamente non miriferisco alla massa che proviene da quell’esperienza, ma a quei piccoli stati maggiori che da oltre quarant’anni sono totalmente ininfluenti nel panorama politico italiano, ma non tanto da produrre ancora guasti politici con una certa sicumera fuori luogo.
Mi ricordo, come partecipe della nascita di Rifondazione Comunista (1) la nostalgia che pervadeva coloro che non hanno partecipato alla svolta della Bolognina. Nostalgia per il PCI e per Berlinguer. Un leitmotiv che ha segnato quella “rifondazione” sin dal suo inizio e che non ha portato a rifondare un bel nulla.
In definitiva, i nostalgici più da folklore che comunisti capaci di autocritica e ridefinizione di una linea politica rivoluzionaria, si sono tirati dietro tutte le tare da Togliatti in poi (2) , in particolare il berlinguerismo, quello che ha prodotto l’idea balzana e liquidatorio dell’Eurocomunismo.
E oggi con queste tare rischiamo di riprodurre errori analoghi ma ben più tragici, in una fase storica in cui l’imperialismo è ancora più feroce e guerrafondaio dopo il periodo in cui i comunisti si sono cullati nei trenta anni d’oro del welfare e dell’egemonia cuturale delle sinistre, un sogno effimero su cui si sono cullate le teorie più astruse sotto il cappello della democrazia progressiva.
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La Sinistra Negata 10
La Sinistra Negata e gli anni ’90
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata).
Parte seconda/2: quale comunismo?
3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA.
Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, non di scambio, il comunismo, cioè, a differenza del socialismo, non prevede una permanenza del proletariato, sia pure in posizione di classe dominante, bensì la sua scomparsa in quanto classe legata alla vendita della forza-lavoro e con ciò la scomparsa di tutte le altre classi sociali.
È individuabile qualcosa del genere nei comportamenti storici del proletariato? Nelle fasi di lotta non molto, visto che in quei momenti il problema è combattere le altre classi, mantenendo la propria identità e anzi valorizzandola. Inoltre la questione non può porsi in questi termini in contesti nei quali la scarsità dei beni non consenta una radicale trasformazione delle forme di distribuzione, e imponga la conservazione di una qualche gerarchia sociale, anche se magari capovolta.
Esistono tuttavia comportamenti pre-politici e metapolitici che fanno comprendere come l’abolizione delle classi sia un’altra delle istanze spontanee del proletariato, a pari titolo dell’aspirazione alla democrazia diretta. Per fare un esempio, le lotte alla FIAT dei primissimi anni Ottanta sorpresero gli osservatori per il fatto che protagonista ne era una classe operaia composta da giovani e giovanissimi che, a differenza dei loro “padri”, col luogo di lavoro intrattenevano un rapporto superficiale e non determinante. Le ore di lavoro venivano da questi soggetti, in prevalenza dotati di un buon grado di istruzione, “date per perse”: si trattava ai loro occhi di un sacrificio cui sottoporsi per ottenere il denaro necessario a una gestione del tempo libero analoga a quella dei coetanei. Era del resto difficile anche solo definire “operai” quei giovani; nel senso che “operai” lo erano nelle ore trascorse in fabbrica, ma per il resto del tempo erano membri di gruppi rock, ragazzi di quartiere, frequentatori di discoteche, animatori di varie attività culturali, ecc., e ai loro occhi questo secondo tipo di definizione era molto più importante della prima.
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Daniela Cremona, Biografia di una rivista
«Quaderni piacentini» e il Sessantotto
di Stefano Nutini
Daniela Cremona, Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto, a cura di Gianni D’Amo, Calendasco, Le Piccole Pagine, 2025
È stato pubblicato di recente un libro prezioso sui «quaderni piacentini» (le minuscole sono filologicamente d’obbligo); ne è autrice Daniela Cremona, è intitolato Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto ed è pregevole sotto molti aspetti. Vediamoli subito, per chiarire per quali motivi ne raccomando l’uso e la lettura. Innanzitutto l’impianto, che è quello di un’accuratissima lettura dall’interno della rivista, che ne ricostruisce la storia materiale, organizzativa, redazionale, oltre ovviamente a quella politica e culturale: una trattazione che non trascura né i tragitti, i contributi e le esperienze dei singoli collaboratori né il contesto in cui il periodico si situò (qui affrontato concentrandosi sulla prima serie, quella autogestita, dal 1962 al 1980). Credo che si possa affermare tranquillamente che nessun’altra rivista di quegli anni abbia avuto un’attenzione paragonabile allo studio paziente che l’autrice le ha dedicato. Merito indubbio di Daniela Cremona, prematuramente scomparsa nel 2012, che ne fece oggetto della sua tesi di laurea nel 1995, oltre che della rilevanza del periodico, che Rossana Rossanda ha persuasivamente definito «certo non l’unico, ma per molti versi il più significativo del ‘68 innovatore». Altri motivi d’interesse della trattazione sono a mio parere la grande cura documentaria, che non esclude puntuali prese di distanza critica su alcune posizioni emergenti, e la capacità d’individuare, lungo il percorso della rivista, gli articoli e le congiunture più rilevanti e dirimenti, riassumendoli e problematizzandoli. Proverò ad adottare la medesima disposizione, prendendo spunto, per quanto segue, da alcuni di questi “tornanti”.
I «quaderni piacentini» nascono, come non poche altre esperienze politico-culturali di provincia, tra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, da collettivi o da esperienze personali che dapprima si “mettono alla prova” nell’organizzazione di “cineforum” o cicli di dibattiti (e qui il pensiero corre all’esperienza del “lavoro culturale” di Bianciardi, rispetto al quale Daniela Cremona lamenta giustamente la singolare incomprensione da parte dei «quaderni piacentini»).
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Come riconoscere i lacché dell'imperialismo
di Pablo Baldi
La contraddizione principale dei nostri tempi è quella tra masse popolari che lottano per la pace e guerra imperialista. Non perché sia l’unica contraddizione, ma perché è la contraddizione che influenza tutte le altre. Ad esempio la contraddizione presente nella società iraniana tra clero al potere e una popolazione sempre piú laica esiste, ma non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo della borghesia compradora imperialista che usa i diritti civili come pretesto per fomentare una rivolta armata contro la Repubblica Islamica. Un’analisi che non includa i vantaggi materiali che il crollo della Repubblica Islamica porterebbe all’impero non ci permetterebbe di capire l’enorme copertura mediatica riservata nei nostri Paesi al conflitto conservatori-progressisti (presente in ogni paese, in ogni villaggio e spesso all’interno delle famiglie) e il sostegno occidentale alla fazione progressista che, guarda caso, è anche quella che spinge per la “normalizzazione” dei rapporti con l’Occidente, ossia una sottomissione alle potenze imperialiste.
Le scelte che prendiamo devono essere nette e le nostre azioni devono esserne conseguenti. Il nesso tra teoria e pratica è la stella polare di ogni marxista: la nostra pratica quotidiana deve basarsi su una comprensione olistica delle contraddizioni strutturali del capitale globalizzato di cui i conflitti armati e le guerre economiche-commerciali sono un’espressione locale. La contraddizione sta nel fatto che la crisi strutturale (de-industrializzazione, finanziarizzazione, proletarizzazione della piccola e media borghesia, compressione dei salari, aumento del costo della vita, crescente competitività dei Paesi Asiatici e via dicendo) non vengono risolte strutturalmente perché ciò è possibile soltanto con un’ economia pianificata volta al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. E quindi la riproduzione di questo sistema in putrefazione viene inseguita dai grandi monopolisti del capitale finanziario con guerre volte a preservare il potere del dollaro (in particolare tramite la vendita del petrolio in dollari) e contenendo la pacifica ascesa cinese che mette in discussione questo potere.
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Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionaria
Riflessioni sull’operaismo italiano degli anni Settanta
di Marco Scavino
L’articolo di Marco Scavino è una utile ricostruzione delle vicende della complessa corrente che va sotto il nome di operaismo italiano.
A una più completa compressione di quell’esperienza sarebbe utile tener conto dell’esistenza di un operaismo di segno libertario.
Vale la pena, a questo proposito, di leggere Francesco Schirone (a cura di), “L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973”, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023 una raccolta di testi e documenti della componente libertaria dell’area dell’autonomia in particolare, ma non solo, milanese.
È importante tener conto del fatto che la stessa storia dell’operaismo non può prescindere da alcuni riferimenti alla sinistra antiburocratica ed eretica sviluppatasi all’estero e, in particolare, in Francia.
Segnaliamo, fra le altre, due importanti pubblicazioni:
“Socialisme ou barbarie” (1949 – 1967) viene fondata da militanti di formazione trotskista ai quali se ne aggiungeranno nel tempo altri di formazione bordighista. Sviluppa una critica radicale dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti giudicati società caratterizzate dal capitalismo di stato e delle burocrazie del movimento operaio riprendendo temi che caratterizzano la corrente comunista dei consigli sviluppatasi in particolare in Germania negli anni ’20 del ‘900;
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La sinistra nostrana e le “rivoluzioni colorate”
di Nico Maccentelli
Le vicende avvenute nelle ultime settimane, rivelano come ormai quella che qui chiamiamo sinistra, non sia altro che un terminale che risponde a comando a ogni campagna criminale dell’imperialismo, ossia dell’egemone USA e i suoi vassalli occidentali. Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte dalla definizione indiscutibile che qui c’è la democrazia e oltre il “giardino occidentale” ci siano invece autocrazie feroci, oligarchie e dittatori vari, onde per cui ogni mobilitazione o anche solo l’esternazione che favorisca le politiche belliche, golpiste, sanzionatorie o terroristiche fatte da USA e scimmiottate dalle peggiori camarille di regime europee siano giuste a prescindere.
Dunque, la vulgata priva di riscontri definisce Maduro un dittatore, gli Ayatollah dei sanguinari repressori e si glissa sulla natura nazista dei banderisti ucraini, presentando spesso un mondo alla rovescia, che conferma anch’esso a prescindere un suprematismo atlantista, che calpesta sistemi politici, culture e religioni non in linea con una visione del mondo liberale. La novità è che questo giochino funziona da noi, ma non nel resto del mondo, nel suo complesso di identità e dinamiche sociali e statuali spesso antiche di secoli se non millenni, che dovrebbero essere affrontate, al contrario, con uno spirito di rispetto e cooperazione paritetica. Cosa che l’imperialismo non fa. Anzi attacca con violenza e anti-diplomazia ogni paese e popolo che ostacola la predazione ultrasecolare, arrivando anche al genocidio come stiamo vedendo in Palestina.
Sarebbe scontato e facile analizzare il consenso ideologico al sistema imperiale da parte di forze di destra come FdI della premier Meloni. È più utile e importante invece andare a vedere cosa accade nella sinistra cosiddetta radicale, più ancorata a questioni di principio come il dirittumanitarismo che a una politica rivoluzionaria che si pone obiettivi politici nella direzione di una vittoria sull’imperialismo e nell’interesse dei processi di decolonizzazione e di emancipazione dei popoli e delle classi lavoratrici.
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La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale
di Kamo
Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 a oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.
In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.
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La Sinistra Negata 08
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)
Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?
6. L’IPOTESI… POLACCA
Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.
A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.
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Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
di Il Rovescio
Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento.
* * * *
I. L’èra delle rivolte non è finita
Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano.
Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo: Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza.
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La Sinistra Negata 07
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)
Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?
1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.
Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).
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La Sinistra Negata 06
Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.
La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)
2. I FATTORI SOGGETTIVI.
Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario.
La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha conosciuto momenti di repressione più dura (anche se non sotto il profilo della mistificazione ideologica, oggi acuta quanto mai in passato) senza che ciò comportasse un vero e proprio salto generazionale, né il formarsi di un drammatico vuoto di memoria.
È nostro avviso che, se ciò è avvenuto, la causa vada ricercata anche in debolezze interne, che hanno dettato reazioni sbagliate e confuse a quanto stava accadendo. Cercheremo di esaminare brevemente alcuni dei comportamenti dannosi e autolesivi che hanno consentito alla repressione di colpire tanto in profondità.
Durante l’emergenza
Alla fine degli anni Settanta la sinistra rivoluzionaria coltiva un senso di potenza rasentante l’illusione dell’invincibilità. Non vi è scuola, non vi è quartiere, non vi è grande fabbrica, nelle maggiori città italiane, in cui non si respiri aria di insubordinazione. Inoltre il ’77 ha instaurato forme di socialità e
di aggregazione in gran parte sconosciute al ’68. È possibile vivere assieme, come una grande tribù, riducendo al minimo i contatti con la società “esterna”. Per molti resta indimenticabile l’enorme corteo che alla fine del 1977 si è mosso attraverso Bologna, a conclusione del convegno sulla repressione, e la sensazione respirata nei giorni precedenti di potersi quasi impadronire di una intera città.
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