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conflitti e strategie 2

Libercomunismo o solita narrazione?

di Gianni Petrosillo

med 1200x630 6.jpgAbbiamo letto, questa volta per intero, il libro di Brancaccio “Libercomunismo” dopo la pre-recensione degli scorsi giorni che si basava non sull’immaginazione di chi scriveva, ma su quanto apparso su alcuni giornali. Dopo aver completato la lettura del saggio, possiamo affermare che effettivamente la disamina è stata avventata, perché c’è molto di più da dire, il che costringerà a essere ancora più critici. Questa non sarà una recensione, diciamo che sono solo appunti che condividiamo con tutti. Chi li leggerà se ne assumerà la noia, perché insieme saremo costretti a sprofondare in linguaggi lontani e in epoche trapassate.

Questo lavoro di Brancaccio si basa su studi suoi, ma anche o di altri, solo citati ovviamente per la natura divulgativa del testo, sulla tendenza o sulle tendenze del Capitale che, almeno per quanto ci riguarda, non suonano del tutto nuove, poiché richiamano concetti di tanti autori che nei decenni si sono cimentati sul tema, a partire da Marx. Tuttavia, per Marx la tendenza andava a parare da qualche parte e ovviamente sarebbe sfociata nel comunismo, “un movimento reale”, che avrebbe sostituito il modo di produzione capitalistico e cambiato tutta la struttura della società. Non in astratto, come moto dei sentimenti, ma per situazioni concrete ed esiti storici. Allora si diceva per dinamica oggettiva perché i soggetti della trasformazione non erano inventati ma discendevano da questa in quanto Marx aveva individuato il fattore oggettivo, della divaricazione delle classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione), con tutte le conseguenze discendenti.

Per Marx la metamorfosi sistemica sarebbe avvenuta nel giro di poco tempo, perché le contraddizioni del Capitale, alimentate proprio dalle sue tendenze, avrebbero modificato la composizione delle classi e del processo produttivo. Il pensatore tedesco lo descrive senza fraintendimenti nel Libro III del Capitale (Formazione Società per Azioni). Riporto i passi commentati da Gianfranco La Grassa:

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comedonchisciotte.org

Match – Elsa Fornero Vs Clara Mattei: due modelli di economia a confronto

A cura di Davide Amerio

photo 2026 02 16 18 06 37.jpgIl 13 Febbraio scorso, presso la sede dell’IUC1, in Torino, si è svolto un confronto tra due economiste: la prof.ssa Elsa Fornero2, e la prof.ssa Clara Mattei3. Oggetto del dibattito due differenti interpretazioni dell’economia. L’incontro è stato moderato dalla dott.ssa Alessandra Camaiani. Riportiamo i passaggi salienti del match tra le due protagoniste. Cuore del dibattito è stata una domanda che risulta oggi essere molto importante, la cui risposta è fondamentale per l’influenza che ha nelle nostre vite:

Cos’è la Politica, cosa è l’Economia, e il loro rapporto.

* * * *

Elsa Fornero

La prof.ssa Fornero ha esordito dicendo che i giovani oggi non sentono passione per la Politica. Hanno piuttosto molto interesse per ciò che accade nel mondo, per la società nel suo complesso, e come essa viene amministrata, e per la democrazia. Un discorso tutto sommato politico, ma essi si estraniano dal mondo del “dibattito” tra gli schieramenti, nel quale faticano a riconoscersi.

La visione della Fornero è catalogabile nell’ambito del Liberismo più classico, come naturale conseguenza di una filosofia che vede nel Liberalismo, e nella democrazia di stampo europeo, lo strumento fondamentale per garantire le libertà individuali, così come immaginate, e stabilite, dalla nostra Costituzione.

Riconosce che il soggetto critico nel dibattito politico è quello del Welfare, il quale, troppo spesso, viene solamente associato al discorso sulle pensioni.

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jacobin

Il cambio di paradigma e le politiche economiche

di Laura Pennacchi

Per affrontare l'alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L'Italia potrebbe essere un laboratorio

dibattito economico jacobin italia.jpgC’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).

Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.

Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione.

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jacobin

Trump torna alla deregulation bancaria

di Luca Lombardi

L'allentamento del controllo sul sistema creditizio alimenterà un circolo vizioso che farà dimenticare le norme più restrittive seguite alla crisi finanziaria del 2008

TRUMP DEREGULATION BANCHE jacobin italia.jpgL’attività bancaria è per sua natura alquanto rischiosa e incerta. Ciò dipende anche dalla struttura dei bilanci delle banche, che è «innaturale», essendo composta, per buona parte dell’attivo, da attività a lungo termine (si pensi a un mutuo a 20 anni o a un Btp a 10 anni) e, per buona parte del passivo, da attività a vista (i depositi). Solo per citare due numeri, a marzo del 2025 le banche italiane avevano circa 1.650 miliardi di prestiti e 1.840 miliardi di depositi. Essendo le banche essenziali per finanziare l’economia, ed essendo il loro business intrinsecamente rischioso, il free banking, ossia l’idea di lasciarle libere di fare quello che vogliono, non ha mai attecchito nemmeno tra gli economisti liberisti. Anzi, paradossalmente alcune delle proposte di controllo più radicale del loro operato venivano da ambienti alquanto liberisti, come il famoso «piano di Chicago» proposto da economisti dell’omonima università, notoriamente centro del monetarismo più radicale.

 

La vigilanza moderna

Gli obiettivi della vigilanza bancaria non sono cambiati molto nel tempo, rimanendo soprattutto inalterata la finalità generale di garantire la stabilità finanziaria, impedire le corse agli sportelli e in generale evitare che le banche destabilizzino l’economia. Sono però cambiati nel tempo gli strumenti con cui la vigilanza viene applicata. Negli ultimi decenni ha acquisito preminenza la vigilanza prudenziale, che si basa sulla valutazione delle varie componenti dell’attivo della banca commisurandole al suo capitale, per impedire un’eccessiva leva finanziaria.

Per fare un esempio semplificato, poniamo che la banca X abbia 100 milioni di attivo (prestiti, titoli, ecc.) e abbia 5 milioni di capitale, essendo il resto del passivo formato, poniamo, da depositi. La leva (il capitale come proporzione dell’attivo) sarà 5 a 100, ossia 20 volte.

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conflitti e strategie 2

Libercomunismo, pre-recensione al nuovo libro di Brancaccio

di Gianni Petrosillo

9788836585663.jpgNel 2010 Emiliano Brancaccio scrisse la recensione del libro di Gianfranco La Grassa Finanza e poteri, edito da Manifestolibri. Inizialmente il saggio di La Grassa avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, ma la casa editrice ci chiese un titolo più accattivante, che è appunto quello con il quale è stato poi pubblicato.

Ricordo che, nel lavoro con Gianfranco per la stesura, recuperai una nota di Marx del 1845 in cui il Moro si scagliava con toni accesissimi contro List, e la sorpresa di Gianfranco fu tanta nel leggerla. Probabilmente l’aveva compulsata tanti anni prima ma non la ricordava. La Grassa conosceva i testi di Marx persino meglio delle sue tasche, anzi sicuramente. Fece un commento simpatico, disse che lì Marx sembrava un certo filosofo dei nostri giorni che va in televisione col ditino alzato. Ridemmo di gusto perché l’ironia di Gianfranco era sempre condita da qualche espressione veneta. Non usò le mie circonlocuzioni su quel filosofo, ma lasciamo perdere.

In ogni caso sottolineò che in quella critica Marx sbagliava, aveva le sue ragioni ma andava completamente fuori bersaglio. Nel libro Gianfranco recuperava appunto le teorie di List sui first e second comers, che gli sembravano estremamente interessanti in funzione della politica tra gli Stati e del posto che l’economia occupa rispetto alle decisioni strategiche attinenti alla potenza. In questo senso torceva il bastone dove più gli interessava direzionarlo, specificando con onestà che si serviva insomma di List per un suo ragionamento da calare sulla nostra realtà.

“List… non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale, ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati, giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica, prima di arrivare a un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario passare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer, altrimenti è da temere che le nazioni più forti usino lo strumento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli.

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seminaredomande

Se non si svincola, l’euro affonderà, trascinato giù dal dollaro

di Francesco Cappello

Se non ci svincoliamo dalla moneta unica, affonderemo con essa. La salvezza nel Clearing e nella moneta comune

ngjoeruteruIl processo di de-dollarizzazione, dal 2022 (congelamento delle riserve russe) e nel corso del 2025, ha subito un’accelerazione senza precedenti. Il dato attuale, febbraio 2026, vede un dollaro che sebbene rimanga ancora la valuta più usata, nelle riserve globali è ormai scesa sotto il 58% (era al 70% vent’anni fa). L’Arabia Saudita, patria del petrodollaro, ha iniziato ad accettare Yuan per il petrolio, rompendo un tabù che durava dal 1974. Russia e Cina scambiano ormai quasi tutto in Rubli e Yuan.

Il progressivo abbandono del biglietto verde rappresenta, per molti aspetti, una reazione di autodifesa coordinata contro quella che viene definita la “militarizzazione della finanza”, ovvero l’uso del dollaro come arma impropria. Il punto di non ritorno di questo processo è stato identificato nel congelamento/rapina senza precedenti delle riserve sovrane russe nel 2022 (vedi Asset russi: congelati o rapinati?) . Quell’atto ha infranto il dogma dell’inviolabilità del risparmio statale, inviando un segnale d’allarme globale: in un sistema dominato dall’Occidente, la proprietà dei propri capitali è diventata condizionata alla fedeltà politica verso Washington e Bruxelles.

Questa rottura del patto di fiducia ha spinto nazioni come l’Arabia Saudita, l’India e il Brasile a riconsiderare la sicurezza dei propri forzieri. Se le riserve accumulate in decenni di esportazioni possono essere evaporate con un semplice clic di una banca centrale straniera, il concetto stesso di “bene rifugio” legato alla valuta cartacea viene meno. In questo contesto, l’imposizione sistematica di dazi e sanzioni non ha fatto altro che accelerare la costruzione di una rete di sicurezza alternativa. Quello che l’Occidente ha interpretato come uno strumento di pressione per mantenere l’ordine internazionale è stato percepito dal resto del mondo come un atto di arroganza strategica, che ha trasformato il dollaro da bene pubblico globale a strumento di coercizione politica.

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coniarerivolta

La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI

di coniarerivolta

2 1.pngNegli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il servizio ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione della rete da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile.

In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione.

 

Breve storia delle privatizzazioni in Italia

La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto.

La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.

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partenzadazero.png

Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana

di Fernando Bilotti

Scioperone 1962.jpgE’ dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati a essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco. Come si spiega questa débâcle?

Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira e altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali. Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza. Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?

Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese.

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Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

di Vincenzo Comito

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica

Usa Cina Trade War 2.jpgL’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano.

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi.

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina.

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jacobin

Tre cose per cominciare a cambiare tutto

di Nello Stagno

Una nuova ricetta economica deve partire dalla centralità della domanda interna, dalla crescita dei salari reali e dalla trasformazione strutturale del tessuto produttivo

dibattito alternativa economica jacobin italia.jpgIl 17 ottobre Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti hanno lanciato su questa rivista un appello a riallacciare i fili di un discorso che leghi la teoria economica critica e la politica, al fine di proporre un programma per l’alternativa. Senza indugi, e consapevoli del rischio di semplificare questioni per loro natura enormemente complesse, proveremo a immaginare un programma minimo articolato attorno a tre pilastri: i) una politica di bilancio volta alla crescita, allo sviluppo e alla piena occupazione, coadiuvata da necessari controlli sui movimenti di merci e capitali imprescindibili per immaginare un sistema di tassazione equo, che redistribuisca le risorse e che liberi i salari dalla minaccia delle delocalizzazioni; ii) una politica industriale che rimetta al centro il ruolo dello Stato come produttore; iii) istituzioni del mercato del lavoro che coadiuvino la piena occupazione e la rendano anche «buona» e che favoriscano il conflitto distributivo a favore dei lavoratori con aumenti considerevoli dei salari reali.

 

Premesse e proposte per una politica fiscale espansiva

L’austerità – nel contesto istituzionale dell’Unione europea – è stata lo strumento principe attraverso il quale le classi dominanti hanno portato il loro attacco allo stato sociale, indebolito i servizi pubblici, aggravato le diseguaglianze e logorato le basi stesse della democrazia economica. La riduzione del ruolo dello Stato a mero garante dei mercati e regolatore della concorrenza ha prodotto una società fragile, impoverita e incapace di affrontare la transizione ecologica e tecnologica che pure invoca. In Italia, l’austerità è stata perpetuata senza interruzioni da tutti i governi – di centrodestra, centrosinistra e tecnici – che si sono susseguiti dagli anni Novanta a ora. Se infatti si guarda al saldo primario di bilancio (la differenza, cioè, tra spese ed entrate delle pubbliche amministrazioni, prima di contare la spesa per gli interessi sul debito pregresso) si noterà che l’Italia è stata tra i più virtuosi d’Europa, vivendo in una sorta di regime di «austerità permanente» tanto che, con l’eccezione degli anni del Covid e del 2009, dal 1992 in poi – e il Governo Meloni non fa eccezione – si sono conseguiti sempre sostanziosi avanzi primari.

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jacobin

Attualità della pianificazione

di Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini

Produttività e competitività non sono parametri naturali, indicano modelli che hanno mostrato di essere ingiusti e inefficaci. Bisogna invece sceglire collettivamente cosa e come produrre

attualita pianificazione dibattito economia 1.jpgProduttività e competitività vengono spesso presentate come categorie neutrali, semplici strumenti tecnici per interpretare le prestazioni dell’economia. Questa presunta neutralità è però una costruzione ideologica: serve a trasformare scelte politiche in vincoli oggettivi e a spostare sulle lavoratrici e sui lavoratori il peso degli squilibri macroeconomici.

Per ripensare un’alternativa occorre quindi innanzitutto smontare questi concetti che, sotto una veste tecnico-contabile, reggono l’architettura del capitalismo contemporaneo. In particolare va preso atto che quest’ultimo, dallo shock seguito alla scelta di Richard Nixon, nel 1971, di far saltare il sistema di cambi fissi basati sul dollaro americano in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è caratterizzato per la fortissima apertura commerciale e finanziaria. Solo questa mutazione profonda delle economie di mercato ha posto al centro della scena i concetti di produttività e competitività, dato che in una simile configurazione del capitalismo la crescita economica è stata indissolubilmente legata ai surplus commerciali (neomercantilismo) e finanziari (differenziali dei tassi d’interesse).

Tuttavia, l’ennesima riconfigurazione dei mercati cui stiamo assistendo suggerisce che non si trattava certo di caratteristiche naturali delle economie capitaliste. In questo senso, assumere invece quelle specifiche caratteristiche istituzionali come date una volta e per tutte (e, quindi, insistere aprioristicamente su produttività e competitività) diviene un errore grave per un buon economista, e diventa imperdonabile per un economista «eterodosso» o «progressista».

 

L’ideologia della produttività

L’indicatore canonico della produttività – il valore aggiunto reale per ora lavorata – viene utilizzato come se misurasse l’efficienza fisica del lavoro. Quest’equivalenza, tuttavia, è un artificio teorico derivato da un impianto concettuale costruito esplicitamente per servire una visione dell’economia centrata sulla massimizzazione del profitto.

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collettivolegauche

Le prospettive dell’economia europea

di Collettivo le Gauche

Il libro collettivo Tornare alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione è un formidabile strumento per capire in quale direzione si sta muovendo la politica economica dell’UE

draghi vonderleyen rapporto competitivita ipa ftg 1.png1. Introduzione

Il saggio Produttività e competitività: una critica dei concetti dominanti di Matteo Gaddi, Nadia Garbellini e Gianmarco Oro intraprende una decostruzione radicale dei pilastri concettuali del linguaggio economico contemporaneo, smascherando la loro presunta neutralità per rivelarne il nucleo ideologico e politico. Dimostrano come termini come produttività e competitività, sistematicamente presentati come tecnici e universali, siano in realtà dispositivi che legittimano precise relazioni di potere, giustificando la compressione salariale, la precarizzazione e un modello di crescita squilibrato a vantaggio del capitale.

La critica muove da un’analisi minuziosa del concetto di produttività. Nel dibattito pubblico e istituzionale, in particolare in Italia, la stagnazione della produttività viene indicata come la causa prima della crescita lenta, dei bassi salari e della perdita di competitività. La soluzione proposta è un suo aumento, da ottenersi spesso attraverso riforme strutturali del mercato del lavoro. Criticano ciò che si misura esattamente con questo termine. La metrica universalmente adottata, il valore aggiunto reale (a prezzi costanti) per ora lavorata, non è affatto un indicatore neutrale di efficienza tecnica o fisica. Essa affonda le sue radici nella contabilità della crescita di matrice neoclassica, la quale, a sua volta, poggia sulla teoria della funzione di produzione aggregata. Quest’impianto teorico, oggetto di una critica devastante già durante la Controversia delle due Cambridge ad opera di economisti come Piero Sraffa, Luigi Pasinetti e Pierangelo Garegnani, è valido solo nell’irrealistico caso di un sistema economico che produce un unico bene composito.

Il cuore del problema risiede nell’uso del valore aggiunto reale come proxy del volume della produzione fisica. Per considerare vero questo assunto è necessario accettare una serie di ipotesi estremamente restrittive e irrealistiche: in primo luogo, l’assenza totale di importazioni di beni intermedi, in secondo luogo, una struttura della domanda finale immutabile nel tempo e, in ultima analisi, l’ipotesi che l’economia produca una sola merce.

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sbilanciamoci

Il 2026 sarà l’anno della crisi?

di Vincenzo Comito

ai generated 9088888 1280 623x415.jpgSi moltiplicano gli allarmi autorevoli sul possibile scoppio di qualche bolla sui mercati, da quella dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, ai debiti sovrani. La crisi tra l’altro sarebbe più rovinosa del 2008 per il ruolo, ora incendiario e non regolatore, dell’Amministrazione Usa

 

Premessa

Nelle previsioni per il 2026 un posto di grande rilievo spetta, anche se in negativo, all’ipotesi di una crisi finanziaria che abbia origine dagli Stati Uniti e che si diffonda poi in diverse direzioni geografiche, in particolare verso il nostro continente, con danni più o meno gravi nei vari Paesi.

Negli ultimi tempi, in effetti, gli allarmi sul possibile scoppio di qualcuna delle numerose bolle oggi presenti sui mercati si sono fatti sempre più insistenti e formano ormai un coro; a nostro parere non bisogna sottovalutarli, anche perché tra i profeti di sventura ci sono molti personaggi e molti media certamente autorevoli. Se il sistema finanziario crolla, sarà stato una delle implosioni più previste della storia (The Economist, 2025, a). Tali allarmi sembrano in qualche modo rafforzati di recente dalla rilevante nervosità delle Borse dopo circa tre anni di rialzi continui. Non manca peraltro qualche debole voce dissenziente che vede le cose in maniera più positiva.

Di seguito analizziamo le principali ragioni avanzate a sostegno di tale minaccia.

L’eventuale scoppio della crisi avrebbe delle grandi conseguenze non solo sui mercati finanziari; essa indebolirebbe ulteriormente, se ce n’era bisogno, l’egemonia statunitense dell’ordine internazionale a favore in particolare della Cina, che pure ne avrebbe anch’essa dei danni, aumenterebbe poi le difficoltà per i paesi fortemente indebitati con in prima fila ovviamente il nostro (pensiamo poi anche a quelli poveri), accentuerebbe ancora, infine, le già forti spinte protezionistiche in atto, in particolare quelle statunitensi (The Economist, 2025, a) e così alla fine essa danneggerebbe tutti, anche se certo non in eguale misura.

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economiaepolitica

Output potenziale vs piena occupazione

Implicazioni per l’economia italiana di un cambio di paradigma

di Davide Romaniello, Antonella Stirati

Abstract: Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita

piena occupazione o rivoluzione.png1. Introduzione

Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita. Il lavoro riprende un articolo degli autori in corso di pubblicazione su The Review of Evolutionary Political Economy e si affianca al contributo di Claudia Ciccone recentemente apparso su questa rivista.

 

2. Le nuove regole fiscali per i Paesi ad alto debito

Le nuove regole fiscali dell’Unione Europea, entrate in vigore il 30 aprile 2024, prevedono che Commissione europea, governi e Consiglio europeo concordino un piano di aggiustamento strutturale della durata di 4–5 anni (estendibile a 7 in presenza di riforme e investimenti coerenti con gli obiettivi UE). Il parametro centrale sarà la crescita della spesa pubblica netta, cioè al netto di interessi sul debito, fondi UE, cofinanziamenti, misure straordinarie e variazioni cicliche dei sussidi di disoccupazione. Deviazioni superiori allo 0,3% in un anno o allo 0,6% cumulato attivano la procedura per disavanzo eccessivo, imponendo una riduzione del disavanzo dello 0,5% annuo.

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effimera

Legge di Bilancio 2026-2028 | La manovra della stabilità: quando il rigore diventa la sola politica

di Roberto Romano e Andrea Fumagalli

Studio di orizzonte marino con pioggia.jpgCon l’approvazione della Legge di Bilancio 2026-2028, il governo italiano ha scelto di non scegliere, adeguandosi ai dettami e ai vincoli imposti dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo.

Si conferma così la linea di questo governo impavido: una linea fondata su grandi proclami ideologici (tutto va bene!) e promesse di riforme strutturali a cui non segue una capacità decisionale degna di tal nome. D’altra parte, il non fare è il sistema migliore per non sbagliare e mantenere un riconoscimento elettorale, soprattutto in presenza di una stampa compiacente e di una opposizione inconcludente.

Nel campo macroeconomico si rinuncia così di esercitare il potere discrezionale della politica economica. È una legge che non governa l’economia, ma la registra; non apre prospettive, ma le rinvia. Nel più classico stile neoliberista, che vede ogni intervento pubblico di indirizzo una bestemmia contro il mercato.

Dopo il Documento di economia e finanza e la Nota di aggiornamento, il trittico della programmazione pubblica si chiude con un bilancio che, al netto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, equivale a una manovra “a saldo zero”. Le risorse aggiuntive effettive sono limitate: solo 900 milioni nel 2026. Si tratta di numeri che, nella sostanza, descrivono un bilancio statico, coerente con il nuovo quadro europeo che impone la riduzione graduale del debito e un avanzo primario crescente, ma del tutto privo di un progetto di sviluppo autonomo.

 

  1. Il ritorno del Patto e la politica dell’obbedienza

Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, negoziato nel 2024, rappresenta il compromesso tra la richiesta dei Paesi “frugali” di tornare al rigore e il tentativo, soprattutto da parte della Francia e Germania, di introdurre margini di flessibilità per gli investimenti pubblici e la transizione verde e sottotraccia la difesa. Ma nella pratica, il suo impianto resta quello di sempre: l’equilibrio dei conti prevale su ogni altra priorità economica o sociale.