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Il vicolo cieco della finanza globale
di Alessandro Volpi
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte a un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce.
È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni. Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana. In tale gruppo è presente l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e gli amministratori delegati delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan).
La cricca di finanzieri voluta da Trump per indicare la via alla Fed
C’è poi Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute. Ne fa parte anche l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty.
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Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri
di Emiliano Brancaccio
Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale»
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».
A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.
C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone. L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal Pnrr europeo con un miliardo.
Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del Pnrr gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia.
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Assistenzialismo, due pesi e due misure
di Francesco Coniglione
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la dipendenza dai sussidi, creare opportunità e non “assistenzialismo esasperato”.
Alle spalle dell’annuncio, però, vi era una realtà più ambivalente. La legge di bilancio 2026 ha ridotto di 267,16 milioni di euro, per quell’anno, il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva. È vero che tale riduzione concorreva a finanziare l’abolizione del mese di sospensione fra due cicli dell’Assegno di inclusione e non può quindi essere descritta come un semplice taglio lineare ai poveri; restava tuttavia la struttura categoriale del nuovo sistema, che, secondo Caritas Italiana, aveva ristretto del 40-47% la platea delle famiglie raggiunte rispetto al Reddito di cittadinanza, mentre l’Istat indicava nel 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. In pochi mesi, la stessa parola ha potuto celebrare una vittoria politica e insieme separare i poveri meritevoli di accompagnamento da quelli sospettati di dipendenza. È da questa ambivalenza, tutt’altro che isolata, che vale la pena ripartire per chiarire un termine quanto mai equivoco.
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E se il "Melonellum" saltasse?
di Leonardo Mazzei
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché.
Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema:
«Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?».
Oggi, ad un mese di distanza, quel dubbio rimane. La legge andrà in aula al Senato il 9 settembre, mentre il voto finale è previsto per il giorno 15. Poi, se sarà passato il nuovo emendamento sulle finte preferenze, sul quale i caporioni della maggioranza si sono accordati ad inizio agosto, il testo dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
Dunque, vada come vada, la risposta al quesito di cui sopra non è lontana. Perché allora arrovellarsi su quel che avverrà?
Prima di arrivare al punto che ci interessa, togliamo di mezzo le due questioni di cui si è tanto disquisito nelle settimane scorse. Primo, il tema delle preferenze è del tutto irrilevante: con la legge attuale (Rosatellum) semplicemente non ci sono, mentre con quella in discussione l’eventuale reintroduzione sarebbe solo una presa in giro, visto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo, il Melonellum è palesemente incostituzionale per via dell’introduzione surrettizia e pasticciata del premierato, ma in quanto alla distorsione del principio proporzionale non è poi così diverso dalla legge in vigore.
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Germania. Il piano dei partiti "democratici" per mantenere il potere
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Coercizione federale, esclusione dai tavoli decisionali e sospensione dei fondi: i tre scenari per neutralizzare un governo sgradito
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero.
L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di fatto a un eventuale governo regionale dell’opposizione (il partito AfD, Alternativa per la Germania) di esercitare il proprio mandato, qualora vincesse le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt. Non si tratta di confutare idee con altre idee, né di sottoporre le leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla invece di “opzione nucleare”, di coercizione federale, di tagli ai fondi, di esclusione dai tavoli decisionali e persino di “muri informativi” per negare l’accesso a dati sensibili a ministri legittimamente eletti.
Stiamo parlando di uno Stato membro dell’UE, non di una cosiddetta Repubblica della Banane. Un paese che viene definito come un modello di democrazia e convivenza liberal/liberista. Eppure il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno.
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Sul filo rosso del tempo. Riflessioni su alcune ideologie contemporanee di Alessandra Ciattini
di Marco Pondrelli
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea.
Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di scritti, organizzandoli in tre parti: Ideologia, Religione e Femminilità. Si tratta di temi diversi, ma legati da un filo conduttore comune: la necessità di leggere i fenomeni sociali e culturali nella loro dimensione storica e nelle loro relazioni con le condizioni materiali.
Dopo l’89 qualcuno, improvvidamente, parlò di «fine della storia» e in molti parlarono di fine delle ideologie. Ciattini dedica ampio spazio proprio alla discussione sul concetto di ideologia, ricostruendone alcuni significati e seguendone l’evoluzione nella riflessione marxista e nelle scienze sociali. Marx ed Engels rappresentano un riferimento fondamentale, ma nel libro trovano spazio anche autori come Bourdieu, Raymond Williams, Terry Eagleton e altri studiosi che hanno contribuito a ridefinire il concetto di ideologia.
Uno dei temi centrali del volume è il rapporto tra le idee e la realtà sociale, riconducibile anche alla discussione marxiana sul rapporto fra struttura e sovrastruttura.
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Guerra ibrida e spoliazione: la trama imperialista da Washington a Tel Aviv
di Geraldina Colotti
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e sorveglianza globale.
In America Latina — nell'accezione storica e martiana di "Nostra America" — questa dinamica assume una dimensione strategica ancora più aggressiva attraverso l'articolazione diretta tra il Comando Sud degli Stati Uniti e i servizi di intelligence e sicurezza israeliani. Con la scusa della lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, iniziative come il cosiddetto Scudo delle Americhe e la rinnovata Dottrina della Sicurezza Nazionale impongono l'esternalizzazione delle funzioni statali a corporazioni private di cibersicurezza. Questo paradigma riconfigura il controllo sulle risorse strategiche del continente, come l'acqua, la biodiversità, l'energia e i minerali critici, militarizzando i territori e privatizzando l'intelligence pubblica.
Questa ingerenza si dispiega attraverso la cosiddetta Guerra di Quarta Generazione e l'uso intensivo dell'intelligenza artificiale e dei Big Data per eseguire golpe digitali. L'uso di software spia, la manipolazione dei dati elettorali, la microsegmentazione degli elettori e le campagne massicce di disinformazione gestite tramite fabbriche di bot e tecnologia deepfake mirano ad alterare i processi democratici e a invalidare la sovranità popolare.
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L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
di Fabrizio Marchi
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media, però ha avuto anche effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione”. E ha soggiunto:” non è con il woke che la sinistra può fare giustizia perché una forza progressista deve necessariamente interveniresulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali”.
Meglio tardi che mai, potrebbe dire qualcuno. No, “spiaze”, come si suol dire, troppo tardi e troppo strumentale. Conte ha fatto finta di nulla in tutti questi anni rispetto alla deriva woke di tutta la “sinistra” occidentale e italiana e ora cerca di smarcarsi perché ha capito che proprio quella deriva ha consegnato milioni di persone, soprattutto, se non prevalentemente, dei ceti popolari, alla destra.
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L’UE non è l’Europa
di Elena Basile
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale.
Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle destre radicali europee.
In sintesi, richiamandosi al pensiero del filosofo W. Streeck, Baccaro enumera i difetti dell’UE: priva di legittimità democratica e capace di incarnare ideali neoliberisti e, oggi, bellicisti, in netto contrasto con gli interessi dei popoli.
Siamo tutti perfettamente d’accordo. Aggiungerei che l’UE, da Maastricht in poi, ha tradito il liberalismo e i diritti sociali, pur inscritti nei suoi trattati, divenendo un’organizzazione autocratica che non conosce la divisione dei poteri e che ha dato vita a una moneta unica in una zona economica afflitta da grandi divergenze, attuando il compromesso tra creditori e debitori a esclusivo vantaggio dei primi. L’UE — un ibrido tra il modello tedesco basato sulle esportazioni e il colbertismo francese, per quel che riguarda i poteri economici della Commissione — ha rinnegato i diritti umani e la libertà di espressione, sanzionando scrittori, politologi e funzionari dell’ONU colpevoli di criticare la NATO o Israele, e ha appoggiato politiche oppressive, chiudendo i conti ai canali social del dissenso, come Visione TV di Francesco Toscano.
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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
di Sergio Cararo
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.
Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.
Al vertice del G7 in Italia nel giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.
Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma di utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.
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Turchia e Israele ai ferri corti, e due “Nato” in ballo
di Dante Barontini
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti.
La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.
L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.
La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.
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Strategia USA sull'Iran: come evolverà la Terza guerra del Golfo?
di Giuseppe Masala
Quando il 28 Febbraio, è iniziata la Terza Guerra del Golfo che vede contrapposti gli USA di Trump e il suo cane da guerra israeliano da una parte e dall'altra l'Iran degli ayatollah è stato immediatamente chiaro che si era di fronte ad uno snodo fondamentale che avrebbe deciso i futuri assetti mondiali. Tale valutazione è legata fondamentalmente a due aspetti relativi a quest'area di mondo: da un lato il Medio Oriente è un area chiave per la produzione di petrolio e gas in un mondo sempre più affamato di energia e, dall'altro lato. è anche l'area fondamentale per innescare il cosiddetto meccanismo del petrodollaro, ovvero quel meccanismo monetario incentrato sulla quotazione e vendita del greggio in dollari statunitensi che è alla base del dominio della finanza americana sul mondo.
A distanza di sei mesi da questo evento possiamo trarre alcune conclusioni fondamentali pur tenendo conto che siamo lontani da una risoluzione del conflitto:
- L'Iran è riuscito a resistere alla potenza militare americana sia essa navale, che aerea, che missilistica; ma anche - e sopratutto - a quel dispositivo olistico definito Full Spectrum Dominance grazie all'uso strategico di tutti gli strumenti militari, compresa la manipolazione psicologica di massa, attraverso la propaganda e la cyberwar, destabilizza i paesi attaccati dagli USA e ne fa crollare le istituzioni. Degna di nota è la scelta iraniana di trasferire tutte le infrastrutture strategiche nel sottosuolo, a partire dalle fondamentali fabbriche di armamenti.
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La questione nazionale-popolare e il vincolo esterno europeo
di Lucio Baccaro
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei debiti sovrani, e una prolungata stagnazione dei redditi, tranne quelli dei super-ricchi.
Negli ultimi anni alcuni intellettuali hanno messo in evidenza aspetti essenziali dell’Ue. Essa è una “macchina da liberalizzazioni” difficilmente conciliabile con gli orientamenti di una sinistra che voglia rimanere tale (Wolfgang Streeck). Lo spostamento di materie fondamentali di politica economica dal livello nazionale a quello europeo ha prodotto un tendenziale svuotamento della democrazia intesa come capacità di scegliere fra alternative sulla base delle preferenze della maggioranza (Fritz Scharpf e Peter Mair).
Mentre si approfondisce il deficit democratico europeo, il poco che resta della democrazia sostanziale rimane ancorato al livello nazionale e subnazionale.
Recentemente mi era sembrato che si facesse largo anche a sinistra una maggiore consapevolezza critica sulla natura dell’Ue e sui vincoli che essa pone a una politica fondata su piena occupazione, riduzione delle diseguaglianze, sostegno al lavoro, rafforzamento del welfare.
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Lo studio sedicente “indipendente” che nega il genocidio a Gaza: ecco chi c’è dietro
di Francesca Moriero*
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele.
L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate all’espansione coloniale nei territori occupati.
L’asse tra Wall Street, gli evangelici e l’ultra-destra di Trump
Dietro la pretesa di neutralità si muove l’artiglieria pesante della lobby politico-finanziaria statunitense. Strutture come la Maccabee Task Force e l’Israeli-American Council (IAC) non sono circoli culturali, ma terminali d’influenza sistematicamente alimentati dal portafoglio della famiglia Adelson, con Miriam Adelson in prima linea, tra i più generosi finanziatori delle campagne elettorali di Donald Trump. Non è un caso che lo stesso Trump sia stato più volte acclamato come ospite d’onore ai loro congressi.
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Consumo: adattamento e resistenza
di Luciano Bertolotto
Premessa
C'è una contraddizione intrinseca in quanto scrivo. Cerco una forma leggera, colloquiale pur sapendo che i potenziali destinatari sono abituati ad altro linguaggio.
Quello quasi gergale dell'area in cui pur mi riconosco.
Che comunque esiste, e meno male... Se non altro a tener viva una fiammella.
A volte, leggendo meravigliosi articoli, mi sembra che, tramite essi, si faccia un passettino verso la comprensione(la parola verità mi sembra un po' grossa..). Ma se la disquisizione, pur lucida, pur colta, ci stacca ulteriormente dagli altri, dalla massa, si imbocca la strada della separazione. Della regressione.
Forse mi illudo che a leggere sia un non addetto ai lavori... Uno con la voglia di capire quel che anch'io cerco di capire..
Tante belle analisi, tante meditate considerazioni. Leggo con interesse, con piacere.
Anche se...Mi sembra che tutti noi si scriva per convincere chi è già convinto.
Insistere? Lo sto facendo. Vedere sotto...
Ecco le mie motivazioni: mi aiuta a raccogliere le idee e, se pubblicato, soddisfa il mio narcisismo.
E, poi, mi sembra che ragionare sia l'ultima possibilità che mi resta di dare un contributo(sia pur piccolo, piccolo) al cambiamento. Un fine che so non essere solo mio.
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Combattere l’inflazione da offerta quando il debito è alto: una questione italiana
di Biagio Bossone
Gli shock di offerta richiedono strumenti fiscali e industriali che la politica monetaria non possiede. Ma per un paese ad alto debito il loro impiego passa per un vincolo che il dibattito corrente ignora: la credibilità di portafoglio del sovrano.
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le economie a più alto debito, senza che la causa prima dell’inflazione, la scarsità relativa di beni e input, fosse in alcun modo rimossa. Con il cambiamento climatico e la frammentazione geopolitica destinati a rendere questi shock ricorrenti, la questione di quali strumenti alternativi esistano, e di chi possa permetterseli, diventa centrale per la politica economica italiana ed europea.
Perché la leva monetaria è spuntata
La logica convenzionale assegna alla banca centrale il compito di impedire che uno shock di offerta si trasformi in inflazione persistente attraverso il canale delle aspettative: la stretta serve a segnalare determinazione, ancorare le attese e prevenire gli effetti di secondo impatto su salari e prezzi.
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Solo le democrazie occidentali sono cleptocrazie integrali
di comidad
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le petromonarchie del Golfo Persico; ciò che però impedisce di considerare le petromonarchie delle cleptocrazie compiute e integrali, è il fatto che l’oggetto del furto legalizzato riguarda le risorse naturali e minerarie di quei paesi, per cui le risorse vengono utilizzate a vantaggio quasi esclusivo delle oligarchie familiari regnanti. Per parlare di cleptocrazia compiuta e integrale occorre invece che il sistema di potere predatorio abbia specificamente come “target” non una ricchezza naturale, bensì le tasche del contribuente povero, quello che non può accedere al privilegio cleptocratico dell’immunità fiscale. Per questo motivo la nozione di cleptocrazia compiuta e integrale può essere applicata all’unico sistema di potere che sia in grado di mettere in campo un apparato di pubbliche relazioni tale da intrattenere il pubblico, facendolo partecipare attraverso l’adesione ai vari schieramenti politici.
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Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia
di Danilo Ruggieri
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della storia.
Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti. La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico, delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.
Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo, rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire.
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Venezuela, Cuba, Siria… Serbia
La caduta degli dei
di Fulvio Grimaldi
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.
Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.
Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.
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Gli arsenali vuoti dell’impero e il pieno che non possiamo più pagare
di Mario Sommella
Sei mesi di guerra contro l’Iran hanno consumato i missili americani, tenuto chiuso lo Stretto di Hormuz e spinto tre potenze sunnite a firmare un patto di difesa che fa a meno di Washington. In Italia il conto arriva alla pompa di benzina: ventinove miliardi di euro in un anno. E nessun governo lo chiama con il suo nome
Il 19 luglio, alla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stato ucciso il sergente Michael Emmanuel Swinton, trent’anni, di Fayetteville, North Carolina. Il suo nome si è aggiunto in poche settimane a quelli di James Feehan, Isabella Gonzales e Angel Rampersad, caduti fra Iraq e Giordania. Uno di loro aveva diciannove anni. Dall’inizio della guerra i militari statunitensi uccisi sono almeno diciotto, ai quali vanno aggiunte decine di vittime nei Paesi che ospitano le basi.
Qualche centinaio di miglia più a sud, nel Mar Arabico, la portaerei Abraham Lincoln naviga ininterrottamente da oltre nove mesi. I familiari dell’equipaggio hanno raccontato alla stampa americana docce ammuffite, servizi igienici rotti, lavanderie ferme, penuria di sapone e dentifricio, turni che non finiscono mai. All’inizio di agosto un marinaio è finito in acqua: è stato recuperato entro un’ora e la Marina ha classificato l’episodio come emergenza di salute mentale, negando però che vi sia un aumento dei casi. È servita la lettera formale di un senatore per chiedere quanti siano davvero.
Sono dettagli che non entrano nei comunicati del Pentagono. Eppure dicono, meglio di qualunque analisi strategica, che cosa sta accadendo: la macchina militare più costosa della storia è in mare da troppo tempo, con troppe poche navi, per una guerra iniziata il 28 febbraio 2026 e che nessuno sa più come chiudere.
È questa la cornice in cui va letta l’intervista che l’economista Joseph Halevi ha rilasciato a TheDotCultura, ripresa il 17 agosto da Contropiano, nella quale si parla apertamente di sconfitta strategica americana. Halevi è uno degli analisti più lucidi del capitalismo contemporaneo e la sua tesi di fondo regge. Proprio perché regge, però, merita di essere verificata riga per riga, distinguendo ciò che i documenti provano da ciò che resta ipotesi. Alcune sue cifre vanno corrette. Le correzioni, come vedremo, non indeboliscono l’argomento: lo rendono più difficile da liquidare.
1. Gli arsenali, ovvero che cosa dicono i numeri veri
Il Center for Strategic and International Studies di Washington ha pubblicato due studi firmati da Mark Cancian, colonnello dei Marines in congedo, e da Chris Park: uno il 21 aprile, alla tregua, l’altro il 27 maggio.
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Bombe sull'Oman e l'atomica sull'Iran?
di Piccole Note
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato.
Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una nuova strategia che prevede l’uso di armi nucleari tattiche anche in conflitti regionali. “Ciò di cui ho più paura” rispetto a un “attacco di massa” contro gli Stati Uniti “è una guerra regionale […] una guerra convenzionale che potrebbe prevedere l’impiego locale, Dio non voglia, di armi [nucleari] che potrebbe poi degenerare”.
La revisione mira a offrire al presidente degli Stati Uniti opzioni diverse da un attacco nucleare alzo zero, previsto nel caso di un attacco nucleare, in atto o potenziale, contro gli Stati Uniti, che comporterebbe la fine dell’umanità.
Tale cambiamento, come hanno osservato giustamente tanti analisti, rende più facile l’utilizzo dell’atomica e, anche se Colby ha limitato le possibilità di un tale ingaggio solo in un eventuale confronto con Russia e Cina, è alquanto ovvio che si tratta di un limite aleatorio. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, tutto può accadere.
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“Guerra! Guerra! Guerra!”. Il sistema mediatico è fuori di senno
di Francesco Piccioni
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.
La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.
Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.
Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.
Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.
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Una glossa di Piero Pagliani alla mia polemica con Pasquinelli sulla Cina
di Carlo Formenti e Piero Pagliani
Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?
Caro Carlo,
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico.
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
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La paolomieleide, Rubio e il richiamo della foresta
di Fulvio Grimaldi
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.
Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.
Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”.
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Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a "Dialog"
di Glauco Benigni
Il forum dove il Complesso Militare Tecnocratico decide guerra, energia e algoritmi doveva riunirsi a Ferragosto in Irlanda. Un data-leak ne ha svelato invitati e agenda: la mobilitazione irlandese ha costretto i padroni dell'algoritmo a sparire
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.
Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).
Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda.
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Venezuela. E c'è chi ne sostiene il tradimento
di Fulvio Grimaldi
I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.
L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.
Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.
Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva
Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese.
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Guerre in Ucraina e Golfo: a settembre maxi stangata per famiglie e aziende
di Gianandrea Gaiani
Rincari delle bollette a settembre e spese annuali in crescita del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese. Lo scrive il Sole 24 Ore che ha chiesto una stima a Nomisma Energia la quale ha indicato, in base agli attuali prezzi all’ingrosso, l’impatto sulle tariffe al rientro dalla pausa agostana.
“Si tratta di una media ponderata (prudenziale) a partire dal prezzo della sola materia prima gas comunicato da Arera per i vulnerabili (l’ultimo, quello per lo scorso luglio, indicava 60 centesimi al metro cubo) – scrive il quotidiano – I 137 centesimi al metro cubo attesi per settembre (contro i 106 di settembre 2025) porterebbero una famiglia tipo a sborsare 429 euro in più a fine 2026 (+29%).
I rialzi del gas hanno influenzato quello dell’elettricità. Secondo Nomisma Energia, a settembre la stima in bolletta è di 31,93 centesimi a kWh (contro i 28,75 di settembre 2026) che porterebbe il nucleo tipo a pagare 85,9 euro in più a fine 2026 (+11% sul 2025). Sommando la spesa per gas ed elettricità, la maggiorazione della spesa arriva a fine 2026 a 515 euro (+23% sul 2025).
Quanto ai carburanti Nomisma Energia ha calcolato ha calcolato per settembre una media di 2,017 euro al litro in più e per una famiglia una spesa annuale di 361,8 euro in più (+22% rispetto al 2025) che aggiunta alle bollette dà un conto di 876,8 euro in più.
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La ricomposizione della classe meticcia. Risposta a Giovanni Russo Spena su estrattivismo sociale e conflittualità territoriale
di Alessandro Scassellati
Questo contributo intende raccogliere e rilanciare le sollecitazioni teoriche di Giovanni Russo Spena, elevando la critica dell’estrattivismo sociale a paradigma interpretativo della contemporaneità. Attraverso la decostruzione dei dispositivi normativi e biopolitici della legge Bossi-Fini, si analizza come il razzismo istituzionale operi quale tecnologia di governo per frammentare la forza lavoro e attutire la crisi del capitalismo stagnante. Rifiutando sia le derive etno-nazionaliste sia l’utilitarismo della retorica liberale, l’analisi si focalizza sulla necessità urgente di una ricomposizione di classe. L’obiettivo politico fondamentale diventa quindi la costruzione di un’alleanza meticcia e plurietnica, capace di radicare il conflitto nei territori e convertire la cittadinanza universale in una piattaforma di emancipazione e uguaglianza sostanziale.
La base empirica dell’estrattivismo: asimmetrie di genere, welfare e svalutazione del capitale umano
Per rendere la nostra prospettiva anticapitalistica un’arma analitica efficace, non possiamo limitarci alla sola dimensione macro-politica, ma dobbiamo ancorare il conflitto alla concretezza dei dati e alle dinamiche intersezionali che governano l’estrattivismo sociale. I dati scientifici dell’ISTAT offrono una mappatura quantitativa spietata: sebbene la popolazione straniera rappresenti meno del 10% dei residenti, essa costituisce oltre il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia, con un rischio di scivolamento nell’indigenza di 4,8 volte superiore rispetto ai nativi.
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Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza
di Salvatore Minolfi
Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici.
L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.
I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.
Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste.
Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…
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L’Iran e l’impotenza dell’impero Usa
di Pino Arlacchi
"Se uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari, i rapporti di forza sono cambiati. Hormuz oggi lo dimostra".
C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile.
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