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laboratorio

UE-Cina: siamo sicuri che è il disavanzo il problema?

di Domenico Moro

La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.

Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato.

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contropiano2

Skynet non sa fare i conti con la termodinamica: il guinzaglio fisico dell’intelligenza artificiale

di Il Megawattora*

La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.

Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.

* * * *

Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.

È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.

Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza — biologica o sintetica — deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.

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lantidiplomatico

Elezioni e antisemitismo: possibili nodi costituzionali

di Paolo Arigotti

In questi giorni in Parlamento sono in discussione due disegni di legge che, pur muovendosi in ambiti apparentemente molto diversi, si prestano a una serie di considerazioni sotto il profilo costituzionale, con particolare riferimento ad alcuni diritti e libertà fondamentali, previsti e tutelati dalla prima parte della Carta fondamentale. Ci stiamo riferendo al disegno di legge elettorale e cosiddetto DDL antisemitismo.

Premesso che il dubbio è lecito, e che le certezze non appartengono a nessuno (o quasi), in via di principio ambedue gli schemi rispondono alla salvaguardia di finalità in via di principio condivisibili: la garanzia della governabilità da un lato, per chi sostenga questo punto di vista, o il contrasto contro odio e discriminazione fomentato da bieche ragioni. Il che non toglie che su alcuni aspetti possano essere sollevati dubbi e riserve, anche sotto il profilo strettamente giuridico.

Nel rinviare alle numerose analisi disponibili, ci limiteremo in questa sede a riprendere alcuni aspetti a nostro avviso problematici.

La riforma elettorale, ove approvata, introdurrebbe un premio di maggioranza in favore della lista (o della coalizione) vincitrice che ottenesse almeno il 42 per cento dei voti. Tradotto in numero di seggi, la parte prevalente potrebbe contare su 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fermo restando che non si potranno oltrepassare – a garanzia delle minoranze – i 220 seggi a Montecitorio e i 113 a Palazzo Madama.

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aldous

Caos geopolitico

di Alessio Canini

Diversi avvenimenti stanno modificando radicalmente lo scenario geopolitico mondiale con conseguenze ancora non del tutto prevedibili. Tra i più rilevanti si ricordano: la chiusura dello Stretto di Hormuz il 20 giugno da parte iraniana e le minacce di gravissime sanzioni da parte americana dopo i falliti tentativi di sconfiggere militarmente l’Iran; l’attacco ucraino nel mar Caspio del 25 luglio a danno di una nave mercantile iraniana, il quale ha quasi scatenato una risposta militare iraniana frenata però dall’alleato russo; il Patto della Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, stipulato tra il 7 e il 9 agosto, ispirato ad una sorta di NATO sunnita con tanto di ombrello nucleare gentilmente offerto dal Pakistan; l’aumento delle tensioni russo-giapponesi, riaccesesi dopo la visita di Putin il 13 agosto nelle contese isole Curili, a ricordarci come Russia e Giappone non hanno mai concluso un trattato di pace a causa di tale disputa territoriale; nella seconda metà di agosto la Turchia ha valutato una reazione militare in risposta all’attacco israeliano alla base siriana di Abu al-Duhur ritenuta destinata alle forze turche; l’aggravamento delle tensioni europee con la Russia dopo le dichiarazioni di Mosca il 27 agosto in risposta al progetto britannico di dotare gli ucraini di missili a lungo raggio Storm-Shadow; ultimo ma non meno importante, le visite contestuali di alto livello del direttore della CIA e della diplomazia vaticana a Mosca verso fine agosto.

Un grande caos geopolitico si apre dinanzi a noi, e certo non è semplice tenere insieme i pezzi, ciascuno con le proprie frammentazioni e le proprie caratteristiche.

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altreconomia

La sfida al dollaro non passa più soltanto dal progetto di inventare una moneta alternativa

di Alessandro Volpi

La dichiarazione finale del summit dei Paesi Brics riuniti a New Delhi a metà settembre chiede di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie. Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza ma anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l’accesso alle tecnologie avanzate. L’analisi di Alessandro Volpi

l summit dei Paesi Brics a New Delhi del 12-13 settembre ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.

È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi membri del gruppo mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica. Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La Brics payment task force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.

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comidad

Per i neocon i nemici e le minacce sono businnes

di comidad

Una delle tecniche più usate e abusate dai media per bloccare una informazione che possa disturbare la narrativa ufficiale, è quella di enfatizzare gli aspetti già risaputi per distrarre dal dato inedito. Che il governo israeliano fosse stato messo al corrente da più parti di un imminente attacco di Hamas, risultò evidente immediatamente dopo il 7 ottobre del 2023. Altri aspetti della narrativa ufficiale sul 7 ottobre si sono sgonfiati immediatamente, come la storia degli sgozzamenti di bambini e degli stupri; inoltre è risultato che molte delle uccisioni la cui responsabilità era attribuita ad Hamas, erano invece state causate della famigerata “direttiva Hannibal”, applicata dall’IDF anche ai civili israeliani e non soltanto ai militari. La vera novità rappresentata dalla inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz di qualche giorno fa, consiste nello smontare uno dei maggiori alibi per giustificare il genocidio a Gaza. Nei giorni immediatamente successivi il Qatar aveva già prospettato al governo israeliano la possibilità di un rilascio senza condizioni da parte di Hamas di tutti gli ostaggi civili (che poi erano i soli ostaggi, dato che i militari andavano considerati prigionieri di guerra). L’attacco israeliano a Gaza non aveva quindi nulla a che vedere con la liberazione degli ostaggi. Le modalità dell’attacco israeliano a Gaza già indicavano un totale disprezzo per la vita dei cosiddetti ostaggi; oggi però i nostri media hanno una evidenza in più da omettere.

Va detto che è del tutto inutile chiedersi quale effetto politico possano sortire queste notizie, poiché la risposta sarebbe fin troppo ovvia: nessun effetto.

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machina

Il problema dei tre corpi e la sociologia cosmica

di Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali parte dalla trilogia di Cixin Liu per ricostruire la teoria della «sociologia cosmica», uno dei nuclei più inquietanti del suo universo narrativo. Se la sopravvivenza è il primo imperativo di ogni civiltà e le intenzioni dell’altro restano indecidibili, il contatto non apre necessariamente alla cooperazione: può produrre una «catena del sospetto» destinata a trasformare ogni presenza in una minaccia potenziale. È la logica della «foresta oscura», dove il problema non è distinguere tra civiltà buone e cattive, ma comprendere come l’incertezza, la scarsità e l’asimmetria tecnologica rendano razionale anticipare l’attacco dell’altro. La fantascienza di Liu diventa così un laboratorio estremo per pensare la politica del rischio, della deterrenza e della sopravvivenza.

* * * *

Nel libro di Cixin Liu, Il problema dei tre corpi, tra gli innumerevoli spunti scientifici e filosofici che il prolifico autore ci offre, ne emerge uno che sta alla base della dottrina di tutta la storia dell’umanità e che Cixin chiama «sociologia cosmica».

La sociologia cosmica è una branca della scienza inventata da Ye Wenjie, astrofisica che per prima contattò la civiltà Trisolariana, una civiltà insediata in un pianeta situato a quattro anni luce dalla Terra e soggetto alle caotiche leggi gravitazionali di tre Soli.

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aldous

Eurosuicidio

di Davide Amato

Eurosuicidio. Il titolo del breve ma esaustivo testo di Gabriele Guzzi ha il merito di sintetizzare con una formula efficace l’intero percorso storico di integrazione italiana nell’Unione Europea degli ultimi quarant’anni. Un percorso che, lungi dal realizzare le promesse di prosperità, pace, modernizzazione, ha condotto l’Italia e le nazioni periferiche verso un declino strutturale e apparentemente irreversibile.Negli anni del Miracolo Economico, la felice combinazione di iniziativa privata e intervento regolatore dello Stato ha prodotto nel nostro Paese «una delle economie più dinamiche e innovative del mondo» (G. Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi Editore, Roma 2025, p. 11), al punto da farci superare, per un periodo, potenze come Germania e Francia. Ciò che invece ha fatto seguito a questo trentennio, con l’adesione al processo di integrazione europea è di tutt’altro tenore. Ne è seguito il “Trentennio Maledetto”, con le parole di Guzzi. Oggi cioè viviamo una «zombizzazione» (12) della società italiana: siamo un Paese non-morto. E non potrebbe essere altrimenti per una società capitalista (che fa della crescita il più importante indicatore della sua salute) che non cresce da oltre trent’anni. «Se dal 1950 al 1991, anno precedente la firma del trattato di Maastricht, il PIL pro capite italiano è cresciuto di oltre il 420 per cento, dal 1999 […] la crescita si ferma complessivamente al 5 per cento. Dall’avvento dell’euro, la nostra economia ha vissuto un rallentamento quasi senza precedenti» (21).

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marx xxi

Le contraddizioni del PD dietro le esternazioni sulla guerra di Virginia Libero

di Domenico Moro

Le esternazioni della leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, sono piuttosto curiose, ma interessanti, perché ci dicono qualcosa sulla situazione attuale nel nostro paese (e non solo). Premetto che il pericolo che l’Europa (e l’Italia) sia coinvolta per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale (ex Jugoslavia a parte) in una guerra generale sul suo territorio si sta facendo sempre più preoccupante. L’abbattimento recente di un drone russo da parte di due caccia italiani, schierati in Europa orientale, ne è una prova. 

Comunque, per quanto riguarda Virgina Libero la sua dichiarazione contro il riarmo e la guerra e a favore della diserzione appare abbastanza curiosa. Infatti, il suo partito, il Pd, è non solo favorevole al riarmo e all’appoggio militare all’Ucraina (dato che sarebbe stata aggredita da Putin), ma è storicamente sempre stato favorevole alle guerre “umanitarie” intraprese dall’Occidente collettivo (compresa l’aggressione alla Libia voluta soprattutto dal presidente Napolitano, del Pd), garante della Nato e soprattutto espressione del capitale transnazionale (magari della frazione democratica-Usa), quello che sta alla radice delle tendenze imperialistiche. 

Malgrado ciò, penso che limitarsi a dire questo sia insufficiente. Quella di Virginia Libero non saprei dire quanto sia stata una uscita spontanea o calcolata. Ad ogni modo, è stata ripresa e criticata da molti esponenti del Pd, e appoggiata da altri, come Orfini e Scotto. Il giorno dopo la sua esternazione, Virginia Libero ha ritrattato in parte, dicendo che non si riferiva all’Ucraina che sarebbe – comunque – il paese aggredito.

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lafionda

Rimane ancora qualcosa da fare? Riflettendo su Agamben

di Andrea Granato e L'Indispensabile

Recentemente, per il canale YouTube dell’Indispensabile, ho pubblicato un dialogo con Luca Cimichella dal titolo: «L’uomo fa il mondo? Alla ricerca di una nuova prassi rivoluzionaria».

Il punto interrogativo è d’obbligo. Esso grava, come un macigno, proprio sul verbo fare, oggi indigesto. Anzi: vera e propria zona d’ombra teorica per una contemporaneità che, dopo la nietzschiana morte di Dio, ha esperito la morte dell’Io, la conclusione (ora celebrata, ora patita) della parabola gloriosa e tremenda della soggettività moderna. Che l’uomo faccia il mondo, nel senso idealista della sua costituzione trascendentale, o che l’uomo faccia i rapporti sociali nei quali vive, nel senso materiale-produttivo di Marx, la conclusione per entrambe le tradizioni è la medesima: se l’uomo fa il mondo, lo può anche ri-fare daccapo; potremmo dire che l’opera dell’uomo, su cui ha scritto Agamben commentando L’Etica, si costituisce nella modernità come un’opera capace di giustizia sulla terra. Come sarebbe d’altronde possibile (anche lessicalmente) lo spirito rivoluzionario moderno se non vi fosse un’opera giusta, oltre ogni sola fides, un’opera cioè in grado di portare giustizia? Perciò la sola teologia o il solo messianismo premoderno (anche in chiave millenarista-gioachimita) non producono il concetto di Rivoluzione, ma solo quello negativo e “inoperoso” di interruzione. Interruzione di cosa? Del Weltlauf, il corso disastroso della storia. La παρουσία di Cristo, così come il Messia benjaminiano, hanno appunto questo significato negativo, di disattivazione o inoperosità, come Agamben traduce la κατάργησις paolina.

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lantidiplomatico

Lo scudo dei Brics alla Russia e il suicidio logistico della NATO

 di Fabrizio Poggi

I limiti logistici di un intervento NATO in Ucraina smascherano la retorica bellicista europea...

15 settembre. Nella chiamata alle armi, ormai senza freni, di TV e giornali a libro-paga dell'industria di guerra, si va dallo sprezzo del ridicolo di Euronews, alle accademiche estrinsecazioni affidate dal Corriere della Sera a oriundi docenti della Bundeswehr. Nel primo caso, per esempio, a proposito di droni caduti o abbattuti dagli eroici caccia NATO in Lituania, si stigmatizza la perfidia del Cremlino, che avrebbe «deliberatamente» deviato il drone dalla traiettoria. Che efferatezza, che malvagità, tipiche solo di barbari asiatici: impedire «deliberatamente» a un celestiale drone di colpire autocratici obiettivi russi! Un paese civilizzato, ricco di europeistico fair play, avrebbe invece lasciato che il drone – di cui peraltro si ignora l'origine, o si trattasse addirittura di un bucolico volatile libratosi nell'aere – continuasse pacificamente il proprio leggiadro volo e si schiantasse con liberale eleganza su un condominio a Smolensk o Brjansk. Che «deliberata» mancanza di civiltà!

D'altronde, cosa aspettarsi, da un autocrate come Putin che, certifica il tedesco professor Carlo Masala intervistato dal solito Federico Fubini, «investe sugli estremisti in Europa» e in particolare in Germania. I russi, depreca il decano sardo-teutonico «usano l’estrema destra, e non solo dal 2022, per plasmare il clima... È evidente che lo facciano con la disinformazione». Alla domanda del delicato Fubini se ci sia un «tentativo di spingere l'opinione pubblica al rigetto degli aiuti all'Ucraina», l'oriundo professore “smaschera” gli intrighi del Cremlino, affermando che «il messaggio che si cerca di far passare è che diamo tutti questi soldi a Kiev, ma intanto smantelliamo le pensioni o la sanità».

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lantidiplomatico

La sfida al dollaro non passa più da una moneta alternativa

di Alessandro Volpi

Il summit dei Paesi Brics a New Delhi del 12-13 settembre ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.

È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi membri del gruppo mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica. Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La Brics payment task force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.

Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall’intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.

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contropiano2

Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

di Unione Sindacale di Base

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio alla democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'”inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

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lantidiplomatico

Mentre i media italiani discutono delle dichiarazioni dei padroni dell'IA...

di Alessandro Volpi*

Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti.

In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell'intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.

Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.

Qualcuno scrive anche dell'invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.

In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.

Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall'oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.

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manifesto

Il catastrofista Altman a caccia di sussidi

di Emiliano Brancaccio

America oggi C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. E iniziano a interessarsi allo Stato e alla sua ala protettrice

«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.

Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.

Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.

Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo. Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?

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piccolenote

Netanyahu e Zelensky indeboliti: Trump è più libero

 di Davide Malacaria

Al netto dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni Trump si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota

Netanyahu è più debole, fiaccato dall’inchiesta-bomba di Haaretz che ha dato il destro a tanti di accusarlo di aver lasciato che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre (Hillary Clinton ha ipotizzato finanche che lo abbia permesso per rafforzare la propria posizione). Inoltre, deve riservare tutte le sue energie alla campagna elettorale più dura della sua carriera. Zelensky è fiaccato dalle incalzanti inchieste di NABU e SAP, che stanno falcidiando i suoi fedelissimi, ultimo dei quali il procuratore generale, costretto a fuggire nella notte dal suo Paese.

Fattori che aiutano Trump a cercare la quadra nei conflitti in cui è invischiato, quello ucraino, ereditato dal suo predecessore, e le conflittualità mediorientale, anch’esse in fondo ereditate dal momento che il genocidio dei palestinesi, iniziato sotto la precedente presidenza, ha avviato il processo espansionistico israeliano culminato nel conflitto iraniano, da tempo obiettivo finale di tale espansionismo.

Non che Trump sia esente da gravissime responsabilità su entrambi i fronti, e più su quello mediorientale che sulla prosecuzione della guerra ucraina. Ma più che un protagonista di questi teatri di guerra ne è stato un attore, importante, ma sempre solo un attore, riuscendogli impossibile piegare Zelensky ai negoziati ed essendo costretto ad assecondare l’avventurismo di Netanyahu a motivo dei tanti ricatti che lo costringono e per il troppo potere degli alleati del premier israeliano in seno all’Impero.

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sinistra

Socializzare i profitti. Una proposta per ripensare l'economia

di Patrizio Paolinelli

Uno dei principi del neoliberismo recita così: se i ricchi diventano ancora più ricchi a giovarne sarà tutta la società. Purtroppo la realtà ha smentito la teoria: nel corso degli ultimi 40-45 anni i ricchi sono effettivamente diventati più ricchi, ma le diseguaglianze sociali sono aumentate e così pure la povertà: fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori stabili che non arrivano a fine mese. Dinanzi a un fiasco ormai innegabile alcuni economisti iniziano a interrogarsi e a esplorare strade alternative rispetto a quelle tracciate dal neoliberismo. E proprio in questa direzione muove un libro intitolato: Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260, 20,00 euro). L’autore è Francesco Schettino, docente di economia politica all’Università della Campania "Luigi Vanvitelli".

Il volume offre al lettore gli strumenti per comprendere il paradigma economico dominante, le coordinate per valutarne criticamente i limiti e per intravedere possibili alternative. L'obiettivo è quello di smontare i postulati dell'economia mainstream, di mostrarne l'incapacità strutturale e di spiegare i fenomeni più rilevanti del nostro tempo: crisi cicliche che si susseguono con cadenza ormai quasi regolare, polarizzazione della ricchezza che raggiunge livelli premoderni, distruzione ambientale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, tendenza al monopolio che si manifesta in tutti i settori strategici dell'economia. Fenomeni che la teoria economica dominante, con i suoi modelli elegantemente matematizzati e le sue presunte leggi universali, non riesce a spiegare e addirittura spesso evita di affrontare preferendo rifugiarsi nella finzione di un mondo popolato da individui razionali che massimizzano la propria utilità in un equilibrio perfetto.

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sinistra

La sindrome dell'apostata arrabbiato

di Francesco Coniglione

Spesso ci si domanda: quale forza li trascina? Dove arriveranno? La domanda riguarda coloro che, dopo avere abbandonato una fede politica, religiosa o ideologica, non si limitano a prenderne congedo, ma sembrano spinti da una necessità più oscura: radicalizzare ogni giorno la distanza dal proprio passato, spingersi sempre più lontano, fino a raggiungere non semplicemente un’altra posizione, ma il rovescio esatto di ciò che furono.

Si potrebbe chiamarla, con formula volutamente polemica e non clinica, «sindrome dell’apostata arrabbiato». Non è il semplice cambiamento di opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza. Non è nemmeno la conversione, che può essere esperienza profonda, drammatica, persino luminosa. Qui parliamo d’altro: dell’uomo che, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.

Il fenomeno è stato tematizzato tanto nella filosofia morale quanto nella sociologia dei gruppi religiosi. Nel saggio poi noto come Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, Max Scheler distingue l’apostata da chi semplicemente modifica, anche radicalmente, le proprie convinzioni: l’apostata, anche nella nuova fede, non vive anzitutto del suo contenuto positivo, ma della lotta contro quella abbandonata, alla quale rimane perciò legato. Lewis A. Coser ha contribuito a far circolare questa figura nella ricezione sociologica di Scheler, collegandola al tema del risentimento, dell’informatore e della vendetta contro il proprio passato spirituale.

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mondocane

Yemen: cambia il mondo

Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti

di Fulvio Grimaldi

Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione: https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titol:3?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s

Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?

In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.

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lantidiplomatico

Il voto su AfD e le vecchie beghine

di Alessandro Mariani

Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.

Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.

Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).

Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.

Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:

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lafionda 

La sinistra “braminica” che abbaia alla luna

di Salvatore Minolfi

La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty, in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

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contropiano2

I becchini della rappresentanza democratica

di Sergio Cararo

L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.

Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.

In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.

Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.

Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.

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La lunga marcia dei guerrieri scalzi

Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero

di Geraldina Colotti

La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.

Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.

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cavallodifuoco 

Il pane o le rose?

di Alessandro Testa

La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo

La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.

Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.

Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:

  • L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.

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lafionda

Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale

di Pasquale Liguori

L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.

Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori.

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lantidiplomatico

"Sovranismi neoliberali" e "sovranismi sociali"

di Andrea Zhok

Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.

Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.

A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità e autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.

Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.

Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.

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comidad

Innovazione e sicurezza: le parole magiche della cleptocrazia

di comidad

Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.

Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.

Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.

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lantidiplomatico

L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia

di Giuseppe Masala

L'Europa è stata sconvolta da un enorme terremoto elettorale che cambierà il volto del suo panorama politico secondo molti analisti. Ci riferiamo naturalmente alla potente vittoria dell'AfD (Alternative für Deutschland) nel land della Sassonia, nel territorio della ex DDR.

L'AfD è certamente un partito di destra populista ma – a mio avviso – ben difficilmente può essere assimilato ad un partito di stampo nazista, come credo attesti la stessa biografia della sua leader Alice Weidel; donna, lesbica e addirittura sposata con una signora di origine bengalese. Una biografia che non è esattamente l'esempio delle virtù tipiche della “madre ariana” incarnate da Magda Goebbels. Per fortuna della signora Alice, viene da pensare.

Al netto dei soliti espedienti di una certa sinistra ormai imprigionata nei suoi stessi luoghi comuni originariamente propagandati per intrappolare cognitivamente gli ingenui, le uniche domande che contano sono le seguenti: il “format” programmatico e comunicativo della AfD può attecchire nel resto della Germania e, magari, può essere esportato nel resto dell'Europa? A questa domanda ci sentiamo di rispondere con un sì: le popolazioni europee, sempre più in crisi sul piano delle prospettive socio-politiche e a rischio di impoverimento sul piano prettamente economico, saranno sempre di più portate ad abbracciare proposte demagogiche, magari di dubbia realizzazione oltre che di nulla utilità.

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lantidiplomatico

Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco

di Domenico Moro

Prima dell’euro, la Germania era definita da The economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto. 

Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni).  La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese.  Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al suo popolo. 

Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).

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nicomaccentelli

Bassi e fessi

di Nico Maccentelli

La batosta delle forze demo-guerrafondaie in Sassonia e la vittoria “bulgara” con il 44% dei nazi di AFD, è il preambolo della debacle imminente un po’ in tutta Europa-UE alle successive elezioni, di chi in tutti questi anni ha gestito le politiche ultraliberiste euro atlantiche, trasformatesi poi in economie di guerra e in aggressione sin dal 2014 e ancor prima alla Russia.

Il disegno politico iniziato con i dem-neocom USA e anglosfera di dividere l’UE dal grande orso, culminata con la distruzione del gasdotto marino Nord Stream e poi con l’escalation bellica demente delle cancellerie europee mentre gli USA trumpiani si sganciavano da tale sconfitta ineluttabile sta dando e darà sempre più i suoi frutti marci. C’è da chiedersi cosa escogiteranno le euroburocrazie cresciute sotto la cappella del deep state statunitense per ripetere il giochino fatto in Romania un paio d’anni fa, quando sono riusciti a trombare un candidato che aveva praticamente vinto le elezioni, Georgescu.

Intanto, come nella famosa fiaba di Esopo La volpe e l’uva, visto che i salottieri dem, cristiano-lib vari, perdono il consenso a partire dall’elettorato (chi ancora vota, non certo grazie a loro…) nazional popolare dei settori più bassi nella scala sociale, c’è chi incomincia a dire che per votare bisogna avere cognizione di causa (quale? ma la loro, certo!), si spera una boutade di questi aristocratici falliti.