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I negoziati su Hormuz e il fallito attentato a Trump 

di Davide Malacaria

La sospensione dell'intesa con l'Oman all'accoglienza o meno degli Stati Uniti delle richieste iraniane offre spazi di manovra ai tanti sabotatori all'opera, che possono sempre contare sulle tragiche contraddizioni e la fragilità di Trump per far saltare tutto

Trump continua a minacciare: per l’Iran è l’ultima possibilità; se Hormuz non sarà liberato ricominceranno gli attacchi etc. Un disco rotto. Resta, però, che bloccando l’attacco su larga scala previsto per l’inizio della settimana ha dato una chance alla diplomazia, che in effetti si sta muovendo.

Lo sviluppo più rilevante è il dialogo Oman-Iran su Hormuz nel quale si sta concretizzando l’ipotesi di aprire in via provvisoria una rotta aperta al traffico marittimo sotto il controllo dei due Paesi.

Secondo a indiscrezioni si starebbe lavorando a un accordo per cui le navi in entrata nello Stretto dovrebbero interfacciarsi con le autorità di vigilanza iraniane, quelle in uscita con quelle omanite, che dovrebbero però comunicare alle prime il via libera concesso ai naviganti (sembra sottinteso che l’Iran potrebbe revocarlo).

In tal modo, si unificherebbero le due rotte utilizzate finora dalle navi in transito, una più prossima alla costa iraniana e l’altra a quella omanita, con quest’ultima utilizzata da navi spinte dalla Marina statunitense a sfidare la fortuna nel tentativo di eludere il regime di transito imposto dalle autorità di Teheran, che chiede ai naviganti di coordinarsi con esse per attraversare lo Stretto (inutile ricordare che i tentativi di sfuggire alla vigilanza iraniana sono stati spesso vanificati dal fuoco di sbarramento della stessa).

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La guerra con altri mezzi. Come gli Stati Uniti estraggono ricchezza attraverso l’instabilità

«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.» La celebre definizione di Carl von Clausewitz appartiene a un mondo nel quale la forza si misurava sul campo di battaglia. Le guerre erano combattute dagli eserciti e l’obiettivo consisteva nella conquista del territorio o nella distruzione della capacità militare dell’avversario. Due secoli dopo quella definizione conserva tutta la sua validità, ma i “mezzi” attraverso i quali la politica continua sono profondamente cambiati. Le grandi potenze non perseguono più i propri interessi esclusivamente attraverso la guerra tradizionale. L’informazione, la finanza, i mercati energetici, le sanzioni economiche, la tecnologia e perfino i flussi migratori sono divenuti strumenti di competizione geopolitica. La guerra non è scomparsa: si è trasformata. Questa trasformazione riflette anche un cambiamento del capitalismo.

Per comprendere il presente occorre partire da una constatazione. Gli Stati Uniti non occupano più la posizione che avevano nel secondo dopoguerra. Rimangono la principale potenza militare del pianeta, ma non sono più il centro indiscusso della produzione industriale mondiale. La Cina è divenuta la principale piattaforma manifatturiera globale, mentre il vantaggio competitivo americano si concentra sempre più nella finanza, nell’innovazione tecnologica, nel controllo del dollaro e dei mercati internazionali dei capitali. Se questa diagnosi è corretta, cambia anche la natura dell’egemonia.

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Dalle teorie di Brzezinski a Palantir: come il conflitto in Ucraina è diventato il più grande test bellico degli USA

di Michele Blanco

La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è chiara: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense pianificata da oltre trent’anni. Una strategia che ha trasformato il territorio ucraino nel principale campo di battaglia e di prova per la nuova guerra tecnologica contemporanea, mentre Kiev continua a pagare un prezzo umano, economico e territoriale altissimo.

Oggi il potere del complesso militare-industriale non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi d'investimento, imprese energetiche, servizi di intelligence e colossi del tech. Questo sistema non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti, ma tende a egemonizzarla, determinandone del tutto obiettivi e strumenti.

L’idea non nasce con il conflitto attuale. Nel suo celebre saggio La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali perni geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato enormi difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.

Da questa prospettiva, l’allargamento della NATO non è stato soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale nell'alleanza occidentale, ma il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica verso i confini russi.

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sollevazione

Catastrofismo climatico e modello sociale

di Leonardo Mazzei

Problemi immediati e questioni di fondo

I prezzi dei carburanti vanno alle stelle? Niente paura, che ci pensa il governo a ridurli un po’, ma solo per il gasolio e solo per dieci giorni! Niente male come presa per i fondelli.

Ad aprile, in piena crisi di Hormuz, scrivemmo che il vero problema per un Paese come l’Italia non sarebbe stato tanto quello degli approvvigionamenti, quanto piuttosto quello dei prezzi. Una previsione, basata anche sui precedenti storici degli ultimi cinquant’anni, che si va sostanzialmente materializzando.

Quell’articolo si chiudeva con l’indicazione di nove punti per la realizzazione di una politica energetica radicalmente alternativa, ed a quelli rimandiamo i lettori che intendessero approfondire il tema.

Qui ci concentriamo invece sulla stretta attualità. Quella che ci mostra l’impotenza dei decisori politici, complici e schiavi come sono della scelta guerrafondaia dell’Occidente da un lato, degli interessi speculativi della finanza e delle grandi compagnie energetiche dall’altro.

Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente.

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Il capitalismo fragile

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità.

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lantidiplomatico

Perché l'Occidente non capisce la Russia in Africa

di Nataliya Vinkler

Da anni i centri di analisi europei e americani si interrogano sulla politica africana della Russia senza riuscire a decifrarne la strategia – Mosca rimane imprevedibile. Esiste tuttavia una chiave di lettura che permette di anticipare con una certa sicurezza le prossime mosse russe in Africa.

In Africa, la Russia viene spesso definita un attore "incomprensibile". Gli analisti occidentali riconoscono che dispone di minori risorse finanziarie rispetto a Cina, Stati Uniti o Unione Europea, eppure riesce a conquistarsi un’influenza politica tutt’altro che trascurabile. Ma non sembra avere fretta di trasformare questa influenza in profitto. Il che lascia perplessi: quali sono gli obiettivi del Cremlino? Che cosa sta tramando? Gli Stati africani diventano più forti e più indipendenti, ma dove sta il guadagno per i russi?

Gli esperti occidentali partono da un presupposto sbagliato: misurano la Russia con il proprio metro, quello del "tornaconto". Le nazioni che hanno posseduto colonie in Africa sono abituate a considerare il continente come una riserva di materie prime, uno sbocco per i propri prodotti e uno spazio da tenere sotto controllo politico. Le loro amministrazioni costruivano strade pensate soprattutto per collegare i giacimenti ai porti, formavano personale locale destinato a servire l’apparato coloniale e sostenevano regimi politici in grado di garantire un flusso ininterrotto di risorse nella direzione voluta.

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lantidiplomatico

I tanti interessi dietro la guerra all’Iran

di Alessandra Ciattini

I noti analisti geopolitici Pepe Escobar e Larry Johnson, ex membro della CIA, hanno fondato un interessante canale che si chiama Transition Protocol, seguendo il quale si possono apprendere informazioni e ascoltare analisi approfondite, che il limitato panorama giornalistico italiano, dominato dalla scellerata élite bellicista, trascura ampiamente. In questo caso specifico mi riferisco ad un recente video, nel quale sono stati intervistati vari specialisti, anche un analista indiano, Pravin Sawhney, direttore di FORCE, rivista internazionale pubblicata in India, dedicata all’analisi geopolitica della regione indo-pakistana. Dunque, Transition Protocol ci propone analisi che scaturiscono anche dal punto di vista del cosiddetto Sud globale e che non ripropongono i soliti slogan dell’eurocentrismo duro a morire. Gli intervistati si sono soffermati con apprezzabile chiarezza sulle molteplici ragioni della guerra statunitense e anglo-sionista contro l'Iran, mettendo in luce aspetti molto interessanti.

Vale la pena riassumere, in primo luogo, l'intervista a Pravin Sawhney, il quale -in accordo con molti altri specialisti- ritiene che gli Stati Uniti non hanno nessuna via d'uscita dignitosa dal cul de sac in cui si sono cacciati, pressati dai genocidi israeliani, ad attaccare dell'Iran, minacciando distruzioni apocalittiche che non hanno piegato la Repubblica islamica. Infatti, secondo l’esperto indiano l’Iran è un paese inconquistabile sia per la sua geografia, la sua estensione, la presenza di più di 90 milioni di abitanti.

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contropiano2 

Ucraina, il laboratorio della potenza americana

di Giuseppe Gagliano

Dietro la guerra per procura, la saldatura tra industria militare, tecnologia e finanza

La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è netta: la guerra in Ucraina non sarebbe soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense costruita nell’arco di trent’anni. Una strategia che avrebbe trasformato il territorio ucraino nel principale campo di prova della guerra tecnologica contemporanea, mentre il Paese continua a pagare il prezzo umano, economico e territoriale dello scontro.

Il punto di partenza è l’avvertimento lanciato nel 1961 da Dwight Eisenhower contro il potere del complesso militare-industriale. Oggi quell’apparato non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi finanziari, imprese energetiche, servizi di informazione e grandi gruppi della tecnologia digitale. Non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti: tende a determinarne obiettivi, strumenti e durata.

 

L’Ucraina come pedina decisiva dell’Eurasia

L’idea non nasce con l’attuale conflitto. Nel suo libro La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali cardini geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.

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contropiano2

Contrordine! Per oggi non si spara…

di Dante Barontini

Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.

Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO“, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).

Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana“.

Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita…

Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Tehran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israaele.

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maggiofil

All'armi! All'armi?

 di Valerio Romitelli

Da Ankara è venuta la conferma dell’imperativo “all’armi! all’armi!” con cui i governanti europei a secco di idee, strategie e obiettivi utili alla loro legittimazione provano disperatamente a rianimarla. L’unico vero dilemma che resta in sospeso è se le armi in questione saranno soprattutto le “nostre”, quelle prodotte al di qua dell’Atlantico, o quelle comprate al di là dell’Atlantico. Ma se si ha voglia di vincere facile, si sa su quale delle due opzioni scommettere.

Tra le opposizioni ai governi europei si lamenta soprattutto che questo warfare penalizza ulteriormente il già sofferente welfare: nessun drone o missile per quanto di ultima generazione, per quante immani stragi possa realizzare, vale le migliaia e migliaia di risonanze magnetiche che si potrebbero fare al loro posto allungando la vita di un’infinità di malati, né vale i tanti asili e scuole che le famiglie invano vanno reclamando, e così via.

Enorme tuttavia resta la tolleranza dell’opinione pubblica rispetto a questi governanti europei che gridano al riarmo, alludono a ogni sorta di escalation bellica entro breve o brevissimo tempo, nel momento stesso in cui ammettono ritardi di ogni sorta nella realizzazione dei loro propositi. Come mai tanta tolleranza? Come mai l’unanimità bellicista della classe dirigente dell’Ue non si scontra con un muro di obiezioni sui tempi, i modi oltre che i contenuti dei loro farneticanti progetti?

L’ipotesi forse più probabile è che tanto più i governanti annunciano l’eventualità di un coinvolgimento del vecchio continente in una guerra, quanto meno le masse dei loro rispettivi governati ci credono.

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perunsocialismodelXXI

Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di “Contropiano” che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. E’ la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.

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L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran

di Sergio Cararo

Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”.

Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.

Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.

Il riferimento a questo inghippo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale“.

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piccolenote

Quand’è che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza?

di Claudia Carpinella

Il vero numero dei morti di Gaza resta una domanda senza risposta. Mentre il conteggio ufficiale viene assunto come dato definitivo, migliaia di vittime sotto le macerie, morte per fame, malattie o per il collasso sanitario restano fuori dal racconto pubblico. Nessuno sembra più interrogarsi sul reale death toll del genocidio

Quand’è, di preciso, che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza? Da quando è entrato in vigore il cosiddetto “cessate il fuoco”. Infatti, non è una tregua vera e propria perché, al netto dei continui aggiornamenti del fantomatico “Board of Peace” di Trump, nella Striscia si continua a uccidere. Meno di prima, eppure sempre in modo sistematico.

Esaustivo, a tal proposito, il titolo di un articolo di Haaretz: “Un bambino al giorno: l’aviazione israeliana continua a uccidere regolarmente i bambini di Gaza”. Non è una formula a effetto: è un tragico conteggio reale. Al 23 luglio, i bambini uccisi dall’ottobre 2025, quando è iniziata la tregua, erano 282. È la posologia del genocidio lento, sparito dai media, ma non dalla vita dei palestinesi.

Al momento in cui scriviamo i bambini uccisi durante il cessate il fuoco, interpretato da Israele in modalità lasca , sono già aumentati. Nella sola giornata del 30 luglio, infatti, Israele ha bombardato alcune tende della Striscia, uccidendo quattro persone: due erano bambini, di otto anni e appena diciotto mesi. La tragica conta descritta da Haaretz non solo è proseguita, ma quel giorno è addirittura raddoppiata.

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lafionda

La diplomazia del bluff

di Elena Basile

La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.

Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.

“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra.

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acropolis

Il dilemma cruciale della Russia riguardo alla guerra in Ucraina

di Georgios Christakos

L’impero non crolla, ma si arricchisce. Stando all’evolversi della situazione, o Putin intraprenderà operazioni volte a isolare militarmente l’Ucraina dalla NATO, oppure si consumerà in una guerra di logoramento che porterà, nel migliore dei casi, a una «vittoria di Pirro». Questo dilemma deriva inevitabilmente dal fatto che la guerra in Ucraina fa parte della strategia di lungo periodo di Washington: basi, rappresentanti e narrazioni. Con centinaia di basi militari sparse in tutto il mondo, Washington si trova letteralmente alle porte di ogni paese, che può attaccare, direttamente o tramite «paesi proxy», dopo aver diffuso la narrativa opportuna grazie al suo dominio nel campo dell’informazione.

Questa strategia viene applicata ormai da molti anni. I «paesi proxy» vengono assoggettati politicamente da Washington, che insedia governi al servizio dei propri interessi, spesso a scapito di quelli dei paesi stessi. Conducono le guerre di Washington e i loro popoli soffrono o addirittura muoiono per conto suo, mentre essa ne ricava grandi benefici (appropriandosi delle risorse naturali di altri paesi, stipulando accordi economici e di investimento coercitivi, vincolando beni stranieri, vendendo protezione, assicurandosi in larga misura il dominio sul mercato energetico, strumentalizzando i quadri giuridici e normativi internazionali).

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lantidiplomatico

La schiena della guerra è spezzata

di Alastair Crooke – Strategic Culture

Alla fine gli Stati Uniti dovranno capitolare, con la conseguenza che l’Iran diventerà una potenza regionale.

Trump ha ordinato all'esercito statunitense di non compiere nuovi attacchi contro l'Iran venerdì sera, nonostante avesse approvato in precedenza un "attacco massiccio dalle Porte dell'Inferno" contro l'Iran.

Gli Stati Uniti hanno ora richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo con l'Iran e cercano di ripristinare il Memorandum d'Intesa (MoU) fallito e sospeso, con discussioni che includano lo Yemen, mentre Trump cerca di coinvolgere Ansar Allah nei negoziati.

Chiaramente Trump è arrabbiato e teme che la guerra stia consumando la sua presidenza (e la sua eredità). L'Iran ha respinto in modo assoluto tutti i negoziati durante l'ultima settimana e ha confermato che non inizierà negoziati in nessun caso. In parole semplici, perché l'Iran dovrebbe acconsentire a dare agli Stati Uniti il tempo di riorganizzarsi e riarmarsi prima di lanciare un altro giro di attacchi contro l'Iran quando ha messo gli Stati Uniti “alle strette”.

Un ritorno al MoU la cui credibilità Trump ha ripetutamente distrutto? Improbabile.

Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono stia facendo pressione su Trump affinché annulli la guerra con l'Iran perché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le loro scorte di intercettori per la difesa aerea e missili d'attacco a lunga distanza.

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giubberosse

Il coltello persiano

di Enrico Tomaselli

Cosa ha spinto l’Iran, per la prima volta in assoluto, ad interrompere la sua politica di risposta calibrata agli attacchi israelo-statunitensi, per colpire in prima battuta le basi USA in Giordania? E, meno di 48 ore dopo, di attaccare una nave gasiera statunitense nel porto di Damietta, in Egitto?

L’ipotesi che si tratti di una risposta agli attacchi saudito-statunitensi contro alcune basi delle Popular Mobilization Forces irachene, che hanno provocato una 15ina di morti, tra cui 5 membri dell’IRGC, benché non si possa escludere appare comunque poco plausibile. Intanto, perché sarebbe solo la seconda volta che Teheran risponde direttamente a un attacco subito dei suoi alleati dell’Asse della Resistenza (la prima, contro Israele, dopo un attacco contro Hezbollah), ma soprattutto perché l’Iran fa le sue mosse sempre secondo una logica strategica, mai per mera reattività. E quindi, qual’è la ragione di questa escalation controllata?

La risposta più probabile è che Teheran ritiene, non a torto, che Washington sia in un momento di particolare difficoltà, e che quindi non bisogna offrirgli l’opportunità di continuare il gioco dello stop-and-go, con gli attacchi militari che si alternano alle pause falsamente negoziali, mentre la narrazione di Trump oscilla tra minacce apocalittiche e fantasiose storie di iraniani che implorano di fermare gli attacchi aerei.

L’attacco dell’altro giorno contro la base di Muwaffaq Salti, fa innanzitutto piazza pulita delle fole raccontate dal presidente USA.

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altreconomia

Modalità “Lehman Brothers”

Perché dobbiamo fare molta attenzione a direct lending ed Etf

di Alessandro Volpi

L’esplosione del sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, l’estrema concentrazione dei fondi d’investimento che hanno l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice, e la vulnerabilità delle Big Tech, gonfiano una bolla finanziaria enorme e precaria. Aver dato per spacciato lo Stato sociale sostituendolo con questi strumenti finanziari non è stata una grande idea. L’analisi di Alessandro Volpi

* * * *

Il “nuovo” capitalismo finanziario, partorito dal neoliberalismo, ha a disposizione strumenti pressoché inesistenti fino a dieci anni fa e ora assai diffusi presso i comuni risparmiatori. Si tratta in particolare del “direct lending”, il sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, e degli Etf, un particolare tipo di fondo d’investimento che ha l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice azionario, obbligazionario o di materie prime.

La convergenza tra l’esplosione del direct lending, l’iper-concentrazione degli Etf e la vulnerabilità delle Big Tech, che hanno perso in mese oltre il 25% del loro valore, ha creato un ecosistema finanziario caratterizzato da una fragilità strutturale con una probabilità di crisi sistemica superiore al 25% nel prossimo biennio.

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comidad

Governi incapaci di intendere e di volere con il denaro a fargli da tutore

di comidad

In una fintocrazia il compito del governo è fingere di governare. Rientrerebbe in questo schema il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri del 23 luglio scorso. Si tratta di una modifica dell’articolo 98 del Codice Penale, in base alla quale la capacità di intendere e di volere del minore che abbia compiuto i quattordici anni, non sarà più oggetto di accertamento caso per caso, bensì data per acquisita fino a prova contraria, come avviene per i maggiorenni. Il disegno di legge è stato venduto alla pubblica opinione forcaiola come misura anti-buonista, mentre in effetti è solo una fesseria, un mero nonsenso. C’è un governo fintocratico che non riesce neppure a fingere come si deve; infatti si dà per acquisita la responsabilità penale fino a prova contraria del minore che abbia compiuto i quattordici anni, ma non si fa capire perché questa presunzione di responsabilità non si debba estendere anche all’ambito civile. Se a quattordici anni si è considerati penalmente responsabili fino a prova contraria, allora si sarà anche capaci fino a prova contraria di decidere autonomamente non solo di fare corsi di educazione sessuale, ma persino di avere rapporti sessuali con persone di ogni età, o addirittura di sposarsi; oppure di gestire eventuali proprietà senza passare per la tutela dei genitori. La presunzione di responsabilità non può essere ristretta all’ambito penale senza creare continui paradossi. Le sedicenti opposizioni sono andate in soccorso della Meloni mettendo su il consueto gioco delle parti tra buonisti e cattivisti; ma non tutto potrà essere risolto con le solite pantomime o con la consumata e consunta ciarlataneria dei cosiddetti costituzionalisti, poiché certi paradossi comporteranno ostacoli pratici.

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fattoquotidiano

Militari in Arabia Saudita, siamo in guerra ma gli italiani non sanno perché

di Paolo Ferrero

L’idea che i giornali propagandano, per cui la più potente nazione del mondo oggi sarebbe in mano ad un ubriaco, è una tesi falsa. I governanti europei sono totalmente subalterni

In questi giorni abbiamo scoperto che il governo ci ha portato in guerra a fianco dell’Arabia Saudita la quale ha appena aggredito Yemen e Iraq. Si tratta di un fatto gravissimo, un tipico atto di guerra in cui le prime vittime sono le regole costituzionali. Questo episodio non è un incidente di percorso ma la cartina di tornasole della fase che stiamo vivendo, in cui l’Italia sta entrando in guerra per via burocratica, grazie all’iniziativa bellicista del governo e alla collaborazione del Presidente Mattarella che – dati il suo ruolo di comandante delle forze armate – non può essere considerato altro che complice.

Quello che abbiamo appena subito come popolo italiano è una grave violazione dell’articolo 11 della Costituzione – più grave dell’utilizzo delle infrastrutture aeree da parte degli Stati Uniti nell’azione di aggressione alla Repubblica Iraniana – che colloca il nostro paese tra i cobelligeranti nella guerra mondiale a pezzi.

Uno stato di guerra che non si dispiega solo con metodi militari ma che assume anche le caratteristiche della guerra ibrida, visto quello che è successo nell’enclave spagnola di Ceuta dove decine di migliaia di giovani sono stati palesemente spinti a rischiare e perdere la vita rendendosi protagoniste di una sorta di invasione civile organizzata dalla filosionista monarchia marocchina.

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lafionda

Israele, l’Occidente e il silenzio dei doppi standard

di Elena Basile

In Germania stanno per approvare in Parlamento nuove sanzioni (fino a 5 anni di reclusione) per chi nega il “diritto a esistere di Israele”. Con un coraggio straordinario Craig Mokhiber – che ho potuto conoscere grazie alla rassegna stampa di Angelo Gaccione – scrive un bellissimo articolo in cui ricorda le violazioni di Israele, a partire dalla Nakba (1947/49), dalla linea verde (confini con Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania, mai legalizzati) e dalle terre occupate nel 1967, fino all’assedio di Gaza, alle punizioni collettive avvenute prima del 7 ottobre 2023, al genocidio, all’apartheid e alla violenza dei coloni in Cisgiordania, che continua in modo feroce in questi giorni.

Craig ricorda che Israele si è autodefinito Stato ebraico, non riconoscendosi come lo Stato dei palestinesi, musulmani e cristiani che vi abitano, e non ha mai legalizzato i propri confini. Con alcune leggi infami (Dahya) ha legittimato l’uccisione in massa di civili e, con la direttiva Annibale, il sacrificio in massa dei propri cittadini. Israele incarcera minori, sequestra senza processo i palestinesi e legittima le torture in carcere. Oggetto di dibattito pubblico è se i palestinesi possano essere o meno stuprati in carcere.

Lo Stato terrorista è sotto accusa dell’unico tribunale dell’ONU, la CPI, che ha emanato misure cautelari (mai applicate da Israele) considerando plausibile il genocidio. Il Procuratore della CPI Khan, incurante delle minacce, ha incriminato Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant.

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manifesto

La favola tragica del riarmo a costo zero che strozza i conti per un decennio

di Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

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analisidifesa

Russia e Cina hanno fornito supporto agli attacchi iraniani contro le basi statunitensi?

di Giacomo Gabellini

Negli ultimi giorni, le forze armate iraniane hanno colpito con missili e droni diverse installazioni militari statunitensi in Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e Kuwait. Nell’attacco sferrato il 17 luglio, un missile balistico ha violato le difese aeree imperniate sui sistemi Patriot e Thaad che proteggevano la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, e raggiunto i complessi abitativi prefabbricati, eliminando tre soldati statunitensi.

Segno dell’integrità delle capacità offensive dell’Iran, documentate dal «New York Times» all’interno di un’approfondita analisi di decine di immagini satellitari, filmati e fotografie a bassa risoluzione della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea che immortalano ben nove siti militari statunitensi colpiti dai recenti attacchi iraniani.

Allo stesso tempo, l’intensità della distruzione seminata nella regione dai missili e droni iraniani evidenzia l’inadeguatezza delle difese aeree statunitensi.

L’Iran, di contro, si è rivelato perfettamente in grado sia di tenere al sicuro gran parte dei propri arsenali, sia di ricostruire le infrastrutture militari danneggiate e/o distrutte dai raid israelo-statunitensi. Un’inchiesta realizzata dal «Wall Street Journal» sulla base delle risultanze emerse dall’esame di decine di immagini satellitari statunitensi attesta il ritmo estremamente sostenuto che scandisce il processo di ricondizionamento del dispositivo bellico iraniano.

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contropiano2

La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese

di Linda Maggiori*

Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

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sinistra

La guerra interna dello Stato capitalistico

Riflessioni in margine all’assassinio di Abderahhim Fakir

di Jacques Bonhomme

Il fronte interno delle guerre imperialistiche occidentali è ormai diventato, anche da noi, una guerra interna aperta e feroce verso proletari, masse immigrate ed emarginazione metropolitana. Le leggi speciali degli ultimi anni sono culminate nella cancellazione di ogni residua restrizione penale alla violenza poliziesca di corpi repressivi sempre più militarizzati, rendendo così scoperto e dirompente lo “stato assedio” di fatto cui lo Stato capitalistico sta mirando. Infatti, i traumi collettivi sempre più forti, imposti ai popoli europei dalle devastazioni sociali neoliberistiche e dal gigantismo militare della NATO, che sparge fiamme e distruzioni in Medio Oriente, in Russia e in Africa, richiedono forme terroristiche di contenimento e di dissuasione delle lotte di massa e dei loro temuti sviluppi organizzativi. Per questo, la repressione poliziesca e militare della protesta sociale si è allargata dai luoghi della concentrazione proletaria, considerati strategici dagli anni di Scelba in poi (cortei e case occupate, per esempio), alle aree urbane da riqualificare, ai quartieri “malfamati” e ai ghetti, alternando assalti a presidi e perquisizioni domiciliari, pattugliamenti intimidatori e deportazioni. A partire dal piano di guerra che nel 2001, a Genova, i reparti antisommossa seguirono metodicamente, la dimensione militare della repressione delle lotte di classe è divenuta prevalente. Questo tipo di repressione è centrato sulla prevenzione, sullo sradicamento anticipato dei potenziali portatori di ogni tensione sociale. Così le fasce più povere della società, e in modo particolare gli immigrati della “colonia interna” e i lavoratori precari e semioccupati, divengono le nuove “classi pericolose”.

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laboratorio

Altro che securitarismo e immigrazione, il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perché costa troppo

di Domenico Moro

Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

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perunsocialismodelXXI

Venezuela. La fine dei dubbi

La rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista USA al Venezuela, avevo inserito, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su "Contropiano"(https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/07/25/venezuela-non-e-tattica-e-capitolazione-0197284) "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

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contropiano2

L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo

di Harleen Kaur*

Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.

La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia“.

La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di uscita.

L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.

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sbilanciamoci

IA e colonialismo dei dati 

di Mario Coglitore

I dati sono una forma di appropriazione di risorse, ma non si tratta di impossessarsi di materie prime, è la vita che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali. Le IA vengono inoltre istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale

Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta.

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

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scenari

Il tramonto dell’umano: una filosofia del mondo digitale

di Silvano Tagliagambe

L’ultimo libro di Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, non è un semplice saggio sull’intelligenza artificiale. È un’opera filosofica ambiziosa che prova a fare qualcosa di molto più difficile: comprendere la trasformazione della nostra forma di vita a partire da una domanda radicale, quella sul rapporto tra mondo, realtà e senso.

Negli ultimi anni il dibattito sul digitale si è concentrato soprattutto sulle conseguenze delle nuove tecnologie: automazione, algoritmi, sorveglianza, disinformazione, intelligenza artificiale. Taddio sceglie invece una prospettiva differente. Propone, prima ancora di chiedersi quali effetti producano le nuove tecnologie, di domandarsi quale idea di mondo esse presuppongano e quale mondo stiano contribuendo a costruire.

L’originalità del volume risiede proprio in questa strategia dello sguardo, con lo spostamento che ne consegue.

Quello di cui l’autore si fa interprete è l’esigenza di una distinzione destinata a orientare tutta la riflessione successiva. Il mondo non coincide con la realtà, e quest’ultima non coincide con il Reale. Il mondo è il luogo del senso, l’orizzonte entro cui una forma di vita fa esperienza, attribuisce significato e orienta il proprio agire. La realtà è l’oggetto delle scienze naturali. Il Reale rappresenta invece quel fondo ontologico che rende possibile la realtà senza mai esaurirsi nelle sue descrizioni. Questa tripartizione costituisce la chiave interpretativa dell’intero libro e permette di affrontare in modo nuovo il rapporto tra analogico e digitale.