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Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.
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Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
di Stefano Portelli
Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall'esterno, sembri "tutto a posto". Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull'ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l'esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui "contenuti da moderare" sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere]
* * * *
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni.
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Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto
di Elisabetta Frezza
Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).
Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.
Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani.
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La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi
di Alessandra Ciattini
Varie fonti giornalistiche di destra e di sinistra hanno commentato in questi ultimi giorni il Manifesto, pubblicato da Palantir Technologies, e alcuni lo hanno giudicato correttamente un manifesto politico, in cui si prospetta una nuova concezione della società, che si concreterebbe in un certo percorso del capitalismo digitale, che sbocca in ciò che alcuni hanno già chiamato tecnoschiavismo. I progetti della corporazione Palantir mettono in evidenza quando sia inconsistente la pretesa della neutralità della scienza e della tecnologia, le quali sono elaborate e costruite sempre secondo determinate finalità politico-sociali; pretesa ripresentata al tempo dei vaccini impiegati per combattere la recente pandemia e che ha provocato una semplicista opposizione tra pro vax e no vax, su cui oggi varrebbe la pena discutere serenamente.
Per chi non lo sapesse Palantir (parola presente nel Signore degli anelli che significa “coloro che sorvegliano da lontano”) è un’importante azienda tecnologica, i cui prodotti sono impiegati per i sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani. A queste attività si dedicano, insieme a Plantir, le varie Big Tech. Palantir vanta almeno due condanne: una da parte di Amnesty International e l’altra da parte di Human Rights Watch.
Non sorprende che questa impresa, lanciata da miliardari appartenenti all’ultradestra, abbia stretti rapporti con Google, Amazon e Microsoft, tutte implicate nelle stesse attività spionistiche, con le quali ha collaborato rifornendo di dati l'esercito israeliano per far terra bruciata di Gaza e sterminare i palestinesi, l’esercito ICE a rendere più rapida la cattura degli immigrati da espellere e i manifestanti delle grandi proteste a Minneapolis da arrestare.
Il su menzionato manifesto, presentato anche a Roma da Peter Thiel lo scorso 26 marzo, illustra un progetto di alleanza fascista digitale, che si avvale dell'intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, forniti gratuitamente da noi stessi, per produrre strumenti manipolatori e per combattere il non allineamento ideologico, per tenere sotto controllo e sorveglianza la popolazione, come del resto ha sempre fatto il potere, una volta autonomizzatosi dall’organizzazione sociale, sia pure con metodi diversi.
Secondro il saggista Rezgar Akrawi, kurdo di nascita, membro de Partito comunista irakeno e fondatore di Electronic Left Movement, un gruppo volto a far avanzare la sinistra nella conoscenza e nell’uso delle nuove tecnologie, il manifesto scaturisce dall’alleanza tra il nazionalismo dell’estrema destra e le élite tecnologiche legate alla tanta celebrata Silicon Valley.
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Philip Roth, l’ebreo e l’altro
di Sandro Moiso
Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro
Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)
Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)
Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.
Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.
Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.
Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo.
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Cecità selettiva
di Luca Malgioglio
Già da prima della sua uscita, il libro Contro la scuola neoliberale (Milano, Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, ha ricevuto attacchi al limite del grottesco; poco dopo è partita una vera e propria campagna contro il film D’istruzione pubblica, denuncia dello smantellamento neoliberale del nostro sistema di istruzione diretta da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Va detto che le due opere, uscite in contemporanea, sono molto diverse tra loro, non solo, come è ovvio, nella scelta del mezzo utilizzato, ma anche nella lettura che si dà della crisi indotta nel sistema scuola in una fase estrema del capitalismo. Il punto però è un altro: al di là delle singole questioni, si ha l’impressione che il polverone sollevato contro entrambe le opere, soprattutto a partire da alcune bacheche social su cui i commenti rimbalzano con tag e citazioni reciproche, serva a far scomparire alcune questioni fondamentali, che in qualche modo vengono sollevate sia dal libro che dal film. Tra le tante di cui si potrebbe parlare, le più rilevanti mi sembrano queste:
1) Autonomia scolastica. È vero che esiste una lunga tradizione riconducibile a un pensiero di sinistra nel chiedere autonomia rispetto al centralismo statalista. Ma va detto chiaramente che l'”autonomia scolastica”, come ideologia e dispositivo normativo realizzato dal 1997 in poi, non ha assolutamente nulla a che fare con quell’idea di autonomia come libertà di sperimentazione didattica e pedagogica rispetto alle rigidità centralistiche invocata negli anni ’60 e ‘70. Quando si parla di autonomia, si utilizza con colpevole ambiguità la stessa parola per due cose completamente diverse, o per meglio dire opposte (basti pensare al contrasto insanabile tra collegialità scolastica e una figura di dirigente-dominus del tutto aliena rispetto alla natura e agli scopi dell’istruzione pubblica); e lo si è cominciato a fare all’epoca della “riforma” berlingueriana per far digerire a sinistra cose altrimenti improponibili. Prova ne sia il fatto che l’autonomia scolastica recepisce in pieno le indicazioni del pensiero economicistico neoliberista: all’epoca, e nemmeno troppo tra le righe, lo si ricavava dalle parole dello stesso Luigi Berlinguer.
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Le ali di vetro dell’oligarchia
di Mario Sommella
Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica
Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.
Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.
Il club degli undici, e tutti gli altri
I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.
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Una “razionalità” all’opera
Introduzione a Scuola e insegnanti nella società neoliberale
di Fabrizio Capoccetti
Fabrizio Capoccetti: Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto, Meltemi, 2026
Negli ultimi decenni, il mondo dell’istruzione è stato investito da grandi trasformazioni volte a fare della scuola un organismo interno alle logiche di mercato, un’agenzia formativa fra le altre, caratterizzata dal tipo di apprendimento che sarebbe in grado di favorire; un apprendimento “formale”, ovvero intenzionale dal punto di vista del discente e convalidato da apposite certificazioni, distinto da quello “informale” risultante dalle pratiche della vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero) e da quello “non formale” che si ottiene mediante attività pianificate sebbene non esplicitamente in vista di un apprendimento (CCE 2000). Alla trasmissione del sapere e al valore un tempo assegnato alle conoscenze si va sostituendo “l’approccio per competenze” (Pellerey 2011); l’attenzione per la qualità dell’insegnamento lascia il passo a una retorica esaltazione dell’apprendimento (Biesta 2017), a sua volta funzionale alla personalizzazione dell’“offerta formativa” che finisce per neutralizzare la carica emancipativa dell’istruzione intesa come diritto universale; al sistema di classificazione per titoli e diplomi viene affiancandosi una sempre più pervicace attività di certificazione che, anziché giudicare il grado d’istruzione degli studenti e il livello di maturità raggiunto mediante l’acquisizione del sapere, pretende di misurare oggettivamente il loro “capitale umano” (Becker 1964). L’individuazione del fattore decisivo dell’investimento educativo nel capitale umano induce a considerare l’istruzione e la formazione come esterne ai luoghi istituzionali a esse deputati: la scuola e le università diventano “il terreno per una progressiva colonizzazione da parte del mondo dell’impresa” (Foucault 2005b), mentre qualunque tipo di relazione di cura e accudimento viene ricodificata come un’attività economica. L’attenzione per l’apprendimento a scapito dell’insegnamento apre la strada alla colonizzazione della pedagogia da parte di una psicologia resasi ormai funzionale a uno studio economico dei comportamenti, decisamente in linea, del resto, con una scienza economica sempre più interessata a trattare i comportamenti economici dal punto di vista psicologico (Hayek 1952).
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La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
di Servaas Storm
E se il futuro dell’IA che viene venduto ai mercati si basasse su affermazioni che non reggono a un esame approfondito? Dalla superintelligenza alla perdita di posti di lavoro su larga scala, le promesse più altisonanti sull’IA generativa iniziano ad apparire meno come lungimiranza e più come clamore mascherato da inevitabilità.
L’attuale comprensione dell’impatto economico dell’IA è errata: l’IA non porterà alla “superintelligenza”, alla distruzione di massa di posti di lavoro, a una disoccupazione tecnologica senza precedenti e a una recessione, né a giganteschi aumenti (aggregati) della produttività del lavoro e a un’accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico e della crescita economica. L’impatto a livello aggregato dell’IA sarà piuttosto banale: alcune professioni scompariranno a causa dell’automazione; i lavori esistenti saranno rimodellati dall’IA e nasceranno nuove professioni, mansioni e ruoli per supervisionare e gestire gli strumenti di IA; molti di questi nuovi lavori saranno lavori inutili; tuttavia, la maggior parte delle professioni rimarrà al riparo; la crescita aggregata della produttività del lavoro potrebbe aumentare leggermente (perché gli strumenti di IA potenziano il lavoro), ma allo stesso tempo i costosi danni collaterali dell’IA cresceranno esponenzialmente nel tempo e rallenteranno la crescita della produttività. Maggiore sarà la quantità di scarti generati dall’IA, maggiore sarà il lavoro necessario per ripulire il disordine e maggiore sarà la probabilità che non saremo in grado di vedere l’era dell’IA nelle statistiche sulla produttività. Considerato tutto quanto sopra, l’attuale ciclo di sovrainvestimenti nell’IA non è sostenibile.
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Palantir, Foucault e la nuova disciplina digitale
di Giuseppe Gagliano
Dal Grande Fratello alla società degli algoritmi
Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.
L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.
Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.
La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente
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A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione
di Christian Laval
La questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato.
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“Chi guida il Grande Reset e le sorti dell’Occidente ci sta portando alla deriva”
Federico Dal Cortivo intervista Ilaria Bifarini
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato Ilaria Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, saggista e autore di diversi libri tra cui “Neoliberismo e manipolazione di massa-Blackout la transizione ecologica e la deriva dell’Occidente-Il Grande reset dalla pandemia alla nuova normalità-Inganni economici quello che i bocconiani non vi dicono”.
* * * *
Dott.ssa Bifarini Lei si definisce una bocconiana redenta perché questa definizione che si potrebbe definire politicamente scorretta?
«Mi definisco una “bocconiana redenta” perché ho compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che mi sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica. L‘Università Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione.
Questa definizione può apparire politicamente scorretta perché mette in discussione il prestigio e l’oggettività di un sistema che viene presentato come l’unico possibile. Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana.
La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività».
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La crisi calcistica italiana
di Eros Barone
A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniformesommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesariguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, conl’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è genteche non sa cosa fare; pigramente, qualcuno “va alla partita”; paga il biglietto, si diverte, ammira,deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modonell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio,la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzotti incolti e milionari sicontendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano.Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sonofacoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questomodo, non senza sano divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamentedegradata a oggetto di ilare ludibrio. Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico,infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo digiocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario checontrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto nonprivo di caratteri nitidamente demenziali. Infatti, col procedere della partita gli spettatori sempremeno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni,esplosioni di bave, per concludere nell’esercizio di un’elementare violenza.
Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita.
Quando la nazionale di calcio italiana si qualificava per i campionati mondiali, esplodeva immancabilmente un giubilo popolare che le massime autorità dello Stato, il governo e il sistema dei ‘mass media’ si affrettavano a convertire in una potente arma di distrazione rispetto alle molteplici crisi di un paese più che mai bisognoso di fare del calcio, come sempre avviene con l’uso politico di questo enorme apparato ideologico e spettacolare, un anestetico, per un verso, e un eccitante, per un altro verso: il tutto all’insegna di un “surrealismo di massa” in cui lo sventolio delle bandiere tricolori si accompagnava alle sponsorizzazioni pubblicitarie dei protagonisti dell’‘impresa calcistica’ (nella duplice accezione di vittoria conseguita in una gara internazionale e di stimolo all’espansione dei ‘faux frais’ del capitale in funzione anticiclica).
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Della miseria dell’industria scolastica
Francesca Ioannilli Intervista Gigi Roggero
In Italia la scuola sembra assurgere a tema di attenzione solo quando avvengono episodi drammatici. Se di fronte a un caso come l’accoltellamento nella scuola di Trescore Balneario non ci si vuole limitare al (legittimo) orrore, alla (necessaria) indignazione per le risposte governative o alla (discutibile) patologizzazione dei comportamenti giovanili, bisogna iniziare a ragionare. Andando oltre l’emergenza della cronaca, afferrando l’urgenza delle questioni di fondo. Siamo ad esempio sicuri che gli (e le) insegnanti siano semplici vittime di questa situazione? Per chi vuole riflettere e discuterne seriamente, riproponiamo un’intervista a Gigi Roggero realizzata nel gennaio 2021, in piena crisi Covid, e allora pubblicata su Commonware. L’intervistato, al tempo insegnante nelle scuole superiori, ha anticipato temi che oggi sono di stringente attualità.
* * * *
Francesca Ioannilli: È una scuola diversa quella di quest’anno: che aria si respira tra i corridoi dopo questo passaggio alla Dad, quali sono le percezioni degli insegnanti?
Gigi Roggero: I corridoi sono deserti perché in realtà la stragrande maggioranza degli insegnanti lavora da casa anche laddove c’è la possibilità di scegliere, le percezioni che si hanno quindi sono ovviamente mediate dallo schermo e dalla distanza. L’aria è piuttosto di solitudine e rassegnazione, con un aumento di casi di ansia o depressione tra gli studenti: si tratta di una tendenza ormai di lungo periodo, accelerata nella crisi sanitaria e con cui, credo, dovremo sempre più fare i conti.
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Sì, tutti gli ebrei
di Amanda Gelender
Sulla questione ebraica oggi – introduzione di Algamica
Presentiamo questo articolo di Amanda Gelender pubblicato sulle pagine del sito substack, ritenendolo un Manifesto politico coraggioso, di cui gran parte della sinistra che vuol essere anticapitalista è spesso sprovvista. Troppe volte assistiamo alla denuncia del sionismo accompagnata da una strumentale sottolineatura del «No all’antisemitismo ».
L’articolo di Amanda Gelender piuttosto che essere una condanna del sionismo, è una vera e propria requisitoria contro l’ebraismo del xxi secolo e nei confronti del risultato di uno specifico processo storico che lo ha portato ad essere definitivamente, diciamo noi, diverso da quello del tempo storico precedente. Il tempo storico ha il suo corso inesorabile, è un processo materiale che fa emergere nuove determinazioni e nuove identità sociali sulle ceneri di quelle precedenti di cui rimangono solo che deboli tracce. Questo Manifesto è una lama che affonda nel burro contro quelle posizioni che a riguardo del genocidio in Palestina affermano « Non in mio nome », come è giusto affondare lo stesso bisturi quando l’esclamazione è riferita a noi occidentali, bianchi o europei. Il ragionamento lucido di Amanda Gelender non può che essere la constatazione empirica di quanto prodotto da un moto storico ascendente di un modo di produzione impersonale, che ha messo a servizio della dominazione coloniale e imperialista degli occidentali proprio quelle comunità diverse, ma di comune credo religioso e vittime del razzismo degli europei, facendo sorgere in loro nome una nuova identità storica del popolo nazionale ebraico inventato, come anche lo storico Shlomo Sand sostiene.
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Un professore viene mangiato
di Leo Essen
1
Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.
Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.
Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.
È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.
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La nostra superiorità contro il resto del mondo: la chiave per scatenare la guerra e farcela subire
di Milgram
I Filtri Cognitivi dell'Occidente: Deumanizzazione e Cecità Relazionale
Il doppiopesismo della classe dirigente europea e della “coalizione Epstein” è più evidente che mai, ma poiché la percezione collettiva è costantemente alterata e veicolata dai media mainstream, il cittadino medio occidentale vive ancora in un sonno profondo da cui molti nemmeno sanno di doversi svegliare.
I pennivendoli prezzolati e cerchiobottisti occidentali non si smentiscono mai, stanno dando il meglio di sé. I più “venduti” giornali nostrani e internazionali, hanno timidamente raccontato l’atroce massacro delle 165 bambine assassinate dalla “coalizione del bene”, rendendo la notizia irrilevante e relegandola a piè di pagina, oppure assorbendola in un contesto discorsivo più ampio. Senza parlare dell’immagine fumettistica che da anni ci viene presentata in maniera controllata e subliminale di Khamenei, assassinato e trasformato in martire dalle bombe di “USraele”.
La retorica tanto sbandierata del “c’è un aggressore e un aggredito” viene utilizzata quando fa più comodo, essa non viene applicata alla coalizione anglo-sionista e a tutto l’Occidente collettivo.
L’Iran, sebbene sia stato vigliaccamente aggredito, per le élite occidentali è lui l’aggressore, in una distorsione puramente orwelliana; a dimostrazione di ciò, abbiamo le dichiarazioni di Keir Starmer, il quale ha esortato l’Iran ad astenersi da attacchi militari indiscriminati” e a “cessare gli attacchi”, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha intimato Theran a cessare i suoi attacchi ingiustificati contro i paesi del Golfo, come se non sapesse — probabilmente “non è stata avvisata” dai nostri “liberatori” — che le petromonarchie pullulano di basi statunitensi armate sino ai denti, le quali ospitano aerei da combattimento, droni e sistema di difesa antiaerea con radar in grado di tracciare bersagli a distanze fino a 3.000 km. Alla lista non poteva mancare La Von der Pfizer, la quale ha praticamente approvato l’aggressione israelo-statunitense sostenendo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro.
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Il veleno che contamina la mente
di Marta Clinco*
Non solo danni fisici: le conseguenze psicologiche e sociali dei disastri ambientali
La busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa.
Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle.
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Sradicati e flessibili: come la pedagogia contemporanea fabbrica il soggetto neoliberale
di Stefano Stella
D’Istruzione Pubblica, il recente film di Federico Greco e Mirko Melchiorre, sta riscontrando un meritato successo nelle sale di tutta Italia, suscitando tuttavia aspre critiche dal blocco liberal-progressista italiano. In particolare, secondo alcuni commentatori che afferiscono a quell’ala politica, la pellicola in questione avrebbe un tono eccessivamente critico nei confronti del modello pedagogico adottato negli ultimi decenni, trascurando invece gli aspetti positivi della scuola neoliberale. A tal proposito, dal momento che argomenti del genere non sono estranei ai luoghi di potere, è forse opportuno un breve approfondimento sulla scuola neoliberale che, sebbene senza pretese di esaustività, tenterà di fornire un supporto complementare alle argomentazioni e alle posizioni espresse dalla pellicola di Greco e Melchiorre. A titolo esemplificativo si può partire da alcuni estratti dalle indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del MIUR (anno 2012).
Il documento inizia con una frase interessante:
“In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici mutamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia rischi che opportunità.[1]”
L’incipit del testo in esame, pur catturando l’attenzione per una certa suggestione descrittiva, non riesce a nascondere la fragilità ideologica della propria impalcatura teorica. Ci si trova immersi in un esercizio di stile che lamenta la fine di una presunta età dell’oro senza però rintracciarne le coordinate storiche o materiali. È quantomeno audace, infatti, definire “stabile” la stagione inaugurata dall’Autunno Caldo del 1969. Quel periodo, lungi dall’essere un’epoca di quiete sociale, fu caratterizzato da una radicale messa in discussione dei rapporti di forza, da una conflittualità permanente e da una spinta trasformativa che investì ogni fibra della produzione e della riproduzione sociale. L’instabilità del passato era infatti determinata dal conflitto di classe: un’energia dinamica che mirava a costruire nuove forme di cittadinanza e diritti.
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Nell’era del caos globale, la Cina continua a investire nel proprio futuro
di Alessandro Scassellati
La Cina fissa l’obiettivo di crescita del PIL più basso da decenni mentre si prepara a un rallentamento dell’economia globale. L’obiettivo di una “crescita di alta qualità” del 4,5-5% è stato delineato alle “Due Sessioni”, mentre il premier cinese parla di situazioni complesse in patria e all’estero. Sono stati svelati anche gli ambiziosi obiettivi del piano quinquennale 2026-2030 per investimenti nelle “nuove forze produttive qualitative”. Viene delineata la strategia cinese per una crescita di alta qualità e guidata dall’innovazione, concentrata, tra le altre priorità politiche, sull’ammodernamento industriale, l’autosufficienza tecnologica, l’aumento della domanda interna e una maggiore apertura.
* * * *
Mentre gli Stati Uniti di Trump fanno ricorso agli attacchi militari all’Iran (un partner di Cina e Russia nei BRICS) e al Venezuela (che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e al controllo dell’industria petrolifera di quel Paese) e ai dazi globali per imporre la propria volontà e cercare di ripristinare il declinante dominio imperiale degli Stati Uniti, la Cina di Xi Jinping si sta preparando a quest’era di pericolosa rivalità e di non rispetto delle norme internazionali, investendo risorse nelle “nuove forze produttive qualitative” come l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e altre tecnologie strategiche, espandendo al contempo le forze armate del Paese. L’approccio riflette la visione di Xi e della classe dirigente cinese secondo cui la competizione con gli Stati Uniti sarà in ultima analisi decisa dall’innovazione tecnologica che guida la forza economica, militare e culturale. Trump può pensare di dimostrare una forza militare tale da intimidire Pechino, ma è più probabile che le sue azioni in Venezuela e in Iran spingano Pechino a rafforzare la sua capacità di resistere agli Stati Uniti e a consolidare il suo allineamento con la Russia.
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Tirare il freno. Il paradosso delle Environmental Humanities
di Onofrio Romano
Ogni disciplina nasce quando qualcosa che sembrava ovvio smette di esserlo. La sociologia nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’ordine sociale cessa di apparire come un dato naturale e diventa una risorsa scarsa, minacciata, contendibile. Le Environmental Humanities nascono in circostanze non troppo diverse: quando a entrare in crisi non è soltanto un assetto istituzionale, ma il rapporto stesso tra la vita umana e il mondo che la sostiene.
Da qualche decennio, all’interno di alcuni cenacoli politico-intellettuali, lo spettro della crisi ecologica si fa pervasivo: diventa il problema fondamentale del nostro tempo, il nodo che strozza l’orizzonte del futuro. E, soprattutto, diventa un problema che non si lascia ricondurre a un semplice technical fix: non basta cambiare un carburante, aggiustare un motore. La crisi mette in gioco i discorsi che modellano i comportamenti, le immagini del mondo, le narrazioni che regolano la relazione fra umano e non umano. Segnala l’inadeguatezza di un intero immaginario.
Le EH si presentano così come un tentativo di fare luce sulle dimensioni culturali della crisi, incrociando narrazioni prodotte dalla società, dalla scienza, dalla letteratura, tenendo insieme connessione fra sfere esistenziali e pluralità dei modi di conoscenza. Il loro tratto distintivo è l’intreccio: tra discipline umanistiche, scienze sociali e scienze ambientali; tra analisi e concern; tra la ricerca e una progettualità implicitamente politica ed educativa.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce un passo dopo. Perché proprio nel momento in cui le EH si propongono di contrastare ciò che Luigi Pellizzoni chiama il «dominio neoliberale della natura», esse rischiano — e spesso finiscono — per adottarne inconsapevolmente la forma. Questo è il loro paradosso. E, come tutti i paradossi interessanti, non è un incidente locale: è un sintomo generale delle culture critiche del neoliberismo.
Per capire di che paradosso si tratti occorre introdurre una distinzione brutale ma necessaria: quella tra valori e forme.
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Una critica… d’Istruzione pubblica
di Caterina Donattini
Una decina di giorni fa ho avuto modo di vedere a Bologna il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo. Cinema pieno, lunghe code all’ingresso, molti non sono riusciti a entrare.
Il documentario ha avuto evidentemente il merito — oggi tutt’altro che scontato — di riportare al centro del dibattito pubblico una questione strutturale, che in molti evidentemente sentono come urgente: l’istituzione scolastica è stata progressivamente investita dalle politiche neoliberiste e dalle esigenze del capitalismo contemporaneo, le conseguenze sono potenzialmente spaventose e coincidono con lo smantellamento del mandato costituzionale della scuola pubblica la quale costituisce uno degli snodi cruciali attorno a cui si avvita il nostro sistema di riproduzione sociale.
Essa continua a essere un bivio che potenzialmente detiene in sé qualità morfogenetiche in senso più o meno progressista, altre volte più banalmente si limita a riprodurre l’esistente.
L’idea -formulata nel documentario da Miguel Benasayag- che il problema non sia semplicemente insegnare diversamente sempre allo stesso essere umano, ma insegnare diversamente per produrre un altro essere umano, individua con lucidità la posta in gioco antropologica dell’istruzione oggi.
La scuola in questa prospettiva contribuisce a fabbricare soggettività precarie e sradicate, soggetti obbedienti poco consapevoli di sé e del mondo che li circonda, facilmente strumentalizzabili dal sistema. In questo senso, il film coglie un punto veritiero e urgente: la scuola di oggi è sempre meno un’istituzione autonoma di formazione critica, ma si pone come anticamera del mondo del lavoro, luogo di addestramento alla flessibilità, alla valutazione, alla meritocrazia che funge da anticamera alla legge dell’homo homini lupus. Per fare questo coscientemente o meno essa si sta impegnando con vari mezzi a creare un homo novus; non si limita più, soltanto, alla riproduzione dello status quo, come già Bourdieu denunciava negli anni ’70.
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Il patriarcato armato
di Mario Sommella
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio
«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.
Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.
I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN
Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».
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D’Istruzione pubblica
di Elisabetta Frezza
A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
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Scuola, una sfida per l’emancipazione
di Davide Sali
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
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