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Intelligenza Artificiale, crescita, potere e architettura sociale: un esito scontato?

di Mario Agostinelli e Sergio Bellucci

doinuffkoI costi fisici ed energetici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale ci interrogano sugli enormi impatti ambientali, sociali, di potere e sulle dinamiche della sua crescita. Si propone una riflessione su come integrare trasparenza ed efficienza e individuare limiti e divieti nelle architetture dell’IA dove si confrontano i due paradigmi opposti della centralizzazione e del decentramento che potranno plasmare il modello stesso della società.

* * * *

Premessa

Secondo un recente rapporto di Accenture2 le tecnologie di Intelligenza Artificiale (IA) porteranno entro il 2035 a un raddoppio annuale della crescita economica nelle 12 economie più sviluppate e ne miglioreranno la produttività fino al 40 per cento. La ricerca rivela che l’IA potrebbe modificare la natura del lavoro e generare un nuovo rapporto tra uomo e macchina. Nel dibattito pubblico, tuttavia, resta in ombra un punto cruciale: la cosiddetta crescita di cui si parla, peraltro stimolata da profondi riassetti di potere e spesso data per indiscutibilmente desiderabile e inarrestabile, produce effetti sociali quantomeno controversi, mentre un aumento sconsiderato dei consumi elettrici esercita un impatto significativo e destabilizzante su ambiente e clima. Di queste ricadute, tuttavia, si ragiona raramente e se ne tiene ancora poco in conto. Saranno invece argomento delle note che seguono.

Nel 1972 il Club di Roma, con I limiti del-lo sviluppo3, mise a fuoco una contraddizione strutturale: un Pianeta dalle risorse finite non può sostenere all’infinito modelli di crescita esponenziale. Oltre mezzo secolo dopo, quella diagnosi risuona in un contesto diverso ma affine: quello cioè dell’espansione incontrollabile delle Big Tech che intercettano e monetizzano l’attenzione umana trasformando fuori da ogni controllo relazioni, emozioni ed esperienze in dati di loro proprietà.

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officinaprimomaggio

Alla ricerca di un nuovo principio educativo

di Francesco Barbetta

luteroIl libro Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti è una raccolta di saggi collegati da un tentativo di criticare, da sinistra, la traduzione italiana della scuola neoliberale. Tra questi lavori il testo Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola di Marco Maurizi è molto utile per discutere il profilo professionale del docente di oggi. Maurizi ritiene che il declino della scuola italiana sia il risultato della natura ipercapitalistica della società. Con questo termine identifica una fase del capitalismo in cui la logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione diventa il principio organizzativo di ogni aspetto della vita. Il sapere disciplinare solido permette di comprendere la totalità dei fenomeni sociali e di mettere in discussione l’ordine esistente. Di conseguenza è un ostacolo per un sistema che vuole lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi ma non di porre domande radicali sulla giustizia o sul senso del lavoro. Questa deriva sarebbe sorretta da una privatizzazione occulta alimentata dall’autonomia scolastica che ha trasformato le scuole in aziende in competizione, i docenti in esecutori di procedure e gli studenti in consumatori. Maurizi si distanzia tanto dalla destra che idealizza la scuola autoritaria del passato quanto da quella che definisce sinistra ultrapedagogista, la quale risponde alla crisi della scuola italiana con una richiesta di maggiore formazione dei docenti ignorando i problemi strutturali della scuola, come i bassi investimenti dello Stato. Inoltre ritiene che attacchino l’autonomia del docente quando trattano gli insegnanti come eterni allievi da correggere, disciplinare e formare. Il loro ideale sarebbe un docente esecutore di protocolli e griglie decisi altrove, non un intellettuale critico padrone della propria disciplina. L’altro bersaglio di Maurizi è il costrutto delle competenze che ritiene essere vuoto e pretenzioso, mescolando obiettivi misurabili a formulazioni spiritualistiche e non verificabili. Serve a mascherare la riduzione della scuola a un dispositivo di adattamento al mercato. La soluzione che prospetta è fuori dalla classe, nella società, con la pedagogia che si fa pratica collettiva di trasformazione e organizzazione del conflitto e in questo modo restituisce alla scuola una funzione democratica ed emancipativa.

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Capitale umano di scarso valore

di Mario Sommella

dsnvrudbvUna frase sfuggita a Hong Kong svela ciò che il potere economico raramente confessa: l’intelligenza artificiale non nasce per liberarci dalla fatica, ma per ridurre il costo del lavoro e disciplinare chi lavora.

C’è un istante preciso in cui il potere smette di travestirsi e dice la verità su sé stesso. Quasi sempre è un incidente: accade quando chi comanda, convinto di parlare soltanto ai propri simili, dimentica che il microfono è acceso e che oltre la parete della sala riunioni esiste un mondo di persone che del suo cinismo sono la materia prima. È successo a Hong Kong il 19 maggio 2026, davanti a una platea di investitori riuniti per ascoltare i piani futuri di una grande banca. Bill Winters, amministratore delegato di Standard Chartered — gruppo bancario britannico che impiega circa ottantunomila persone in tutto il mondo — ha spiegato che entro il 2030 l’istituto cancellerà oltre settemilaottocento posti di lavoro, sostituendoli con sistemi di intelligenza artificiale. Poi ha aggiunto la frase destinata a inseguirlo: non si tratta di tagliare i costi, ha precisato, ma di rimpiazzare capitale umano di scarso valore con il capitale finanziario e d’investimento che la banca sta immettendo nei propri processi.

 

1. La confessione di Hong Kong

Conviene partire dai fatti, perché i fatti, in questa vicenda, sono più eloquenti di qualsiasi commento. Standard Chartered non è un’impresa in difficoltà che cerca disperatamente di sopravvivere. È una banca che ha appena annunciato profitti record, sostenuti tra l’altro da diciotto miliardi di dollari di nuovi flussi netti nel solo comparto della gestione patrimoniale. È in questo contesto di abbondanza, non di crisi, che il suo amministratore delegato ha presentato un piano per ridurre di oltre il quindici per cento, entro il 2030, il personale delle cosiddette funzioni di supporto: gestione del rischio, conformità normativa, risorse umane, contabilità. Si tratta di reparti che alla fine dell’anno precedente contavano oltre cinquantamila addetti. La cifra che circola — tra settemilaottocento e ottomila posti di lavoro — non descrive un costo da comprimere, ma un insieme di vite umane, di famiglie, di redditi, di esistenze costruite intorno a un impiego.

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sollevazione

La scatola nera: contro l'intelligenza artificiale

di Moreno Pasquinelli

minaccia.jpeg«Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male;
De l’altre no, chè non son paurose»

Dante Alighieri, Inferno, II, 88-90

«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia»

Arthur C. Clarke [1]

«Anche l’ultima nata tra le macchine, la cosiddetta IA, spacciata come un agente dai taumaturgici poteri, non è dunque intelligente poiché non pensa; poiché non ha coscienza né tantomeno autocoscienza; poiché vede ma non sa quel che vede; poiché parla e scrive ma non comprende il significato di quel che dice e scrive; poiché agisce ma non ne ha consapevolezza; ha capacità di calcolo superiori alla mente umana ma non possiede ragione. L’intelligenza artificiale è insomma una sofisticata macchina calcolante, un micidiale pappagallo stocastico».

 

Neutralità della tecnica?

L’idea che va per la maggiore è che la Tecnica e/o i dispositivi tecnologici non siano, per loro natura, né buoni né cattivi; buono o cattivo, si sostiene, sarebbe solo l’uso che ne viene fatto. Gli accoliti di questa concezione neutralista, nonché affetti da progressistico fervore, sono anzitutto gli scriba dell’apparato tecno-scientifico, i funzionari di quello politico, la gran parte dei capitalisti, infine cascami intellettuali del liberalismo e del vecchio “socialismo scientifico”, in posizione obliqua quelli cattolici— mentre scriviamo è stata annunciata l’Enciclica Magnifica Humanitas che tratta la questione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (su cui avremo modo di tornare presto)

Non si tratta solo di un’idea ingenua ma di un’arma ideologica volta a giustificare, in un colpo solo, l’ineluttabilità del sistema capitalistico (non ci sarebbero state altre strade al futuro e/o diverse modalità di progresso), ed a legittimare la funzione esistenziale e dirigente della borghesia.

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transform

Magnifica Humanitas: l’alba di un nuovo umanesimo cristiano

di Alessandro Scassellati

3bb74a0c 4542 4f7d 9a5c 21672f4cf12eL’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV si pone come una pietra miliare nella riflessione della Chiesa sulla dignità della persona, la giustizia sociale e la pace nell’era dell’intelligenza artificiale. Il Pontefice osserva con sguardo profetico come l’umanità si trovi oggi dinanzi a un bivio che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Se la rivoluzione industriale, nei secoli passati, aveva messo alla prova i muscoli dell’uomo, automatizzando la forza fisica e trasformando i rapporti di produzione, la rivoluzione digitale ne interroga oggi lo spirito, l’intelletto e la stessa essenza relazionale. Non siamo più di fronte a un semplice progresso tecnico, ma a un mutamento ontologico che tocca le radici stesse dell’agire umano.

Con l’enciclica Magnifica Humanitas, il magistero intende guardare con speranza ma anche con profonda vigilanza critica allo sviluppo delle intelligenze artificiali. L’appello del Papa è chiaro: queste tecnologie non devono divenire strumenti di una nuova, sofisticata alienazione — capace di ridurre l’individuo a mero dato o profilo commerciale — ma devono restare servitori della dignità intrinseca di ogni figlio/a di Dio. La macchina, per quanto evoluta, non possiede l’anima, né quella “scintilla di carità” che rende l’essere umano immagine del suo Creatore. Il Pontefice chiede il “disarmo” dell’intelligenza artificiale, ossia di “liberarla dalla mentalità della competizione ‘armata’”. Si scusa per il ritardo della Chiesa nel condannare la schiavitù, definendola “una ferita nella memoria cristiana” e parla delle “nuove forme di schiavitù” dovute all’economia digitale.

Il titolo stesso dell’opera richiama intenzionalmente il “Magnificat” evangelico: come Maria esulta per le grandi cose operate dall’Onnipotente, così anche la Chiesa riconosce nel genio umano, capace di generare algoritmi complessi e macchine sapienti, un riflesso della sapienza divina. Tuttavia, Leone XIV ammonisce: tale genio risplende solo finché non pretende di farsi creatore assoluto, dimenticando il limite creaturale che lo rende autenticamente umano. L’intelligenza artificiale è dunque una chiamata alla responsabilità: spetta a noi garantire che il progresso della mente sia sempre guidato dal primato della coscienza, affinché la tecnica non oscuri mai la luce della trascendenza e il valore inestimabile della vita umana in ogni sua forma.

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doppiozero

Il robot emozionato

di Riccardo Manzotti

alex knight 2EJCSULRwC8 unsplash.jpgAnni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?

Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi? (Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.

Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.

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lantidiplomatico

La morte del Soft Power statunitense: perché il mondo non vuole più essere americano

di Alessandro Bartoloni

dbnutcvdlv.jpgUltimamente su TikTok è pieno di video di ragazzi occidentali che fanno finta di essere vecchi zii maoisti che bevono birra Tsingtao e fumano sigarette cinesi.
Anche su Instagram di reel che mostrano città futuristiche e paesaggi mozzafiato: “Ti sembra New York? E invece questa è Chongqing”.

Ora, se anche si trattasse di un trend di poche settimane, è un altro piccolo segnale di un fenomeno davvero epocale, forse destinato a cambiare anche la nostra vita quotidiana nei prossimi anni.

Sto parlando della morte del soft power statunitense…Vediamo di cosa si tratta.

Siamo tutti cresciuti con il mito della superpotenza americana.

Per anni abbiamo creduto che agli Oscar venissero premiati i migliori film del mondo, che andare a studiare ad Harvard dimostrasse una superiorità intellettuale innegabile e, se avete più o meno la mia età, ogni mattina della vigilia di Natale non potevate non guardare Home Alone: un film in cui un bambino di nove anni si muoveva da solo, libero e spensierato, in una Chicago dove la cosa più pericolosa che potesse capitargli era essere importunato da due ladri un po’ ridicoli e maldestri.

Bene, oggi invece sappiamo che quel bambino potrebbe finire tra le mani di spie e miliardari pedofili (Epstein files), essere arrestato e separato dai genitori se non in regola con qualche permesso e, tra qualche anno, diventare uno dei tanti tossicodipendenti di fentanyl che abitano le città nordamericane.

Gli Stati Uniti sono una società devastata da diseguaglianze senza precedenti.

L’1% più ricco detiene oggi circa un terzo di tutta la ricchezza nazionale. (dati Federal Reserve sulla ricchezza dell’1%)

I 10 uomini più ricchi del paese hanno un patrimonio di circa 2,4 trilioni di dollari. (classifica miliardari USA)

Più del PIL del Canada e della Spagna, per intendersi.

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sinistra

Disputa operaia esplosiva

di Karlo Raveli

1210173228798 14 negri potere operaioPer rivolgersi alle origini realmente determinanti di fenomeni spaventosi come guerre, genocidi, degenerazioni climatiche, ambientali, ecologiche o elettromagnetiche, e la stessa ormai sempre più emergente crisi di riproduzione della specie – caso italiano in testa..? – risulta ormai indispensabile reimpostare concetti come ‘cambiamenti istituzionali’ e persino ‘rivoluzioni’ e così via. A cominciare dal sorpasso del vecchio anticapitalismo di ‘lotta di classe dei lavoratori’ così come da ingannevoli contesti e concetti di ‘popolo’ o ‘nazione’ di stampo statocentrista e colonialista.

Oramai approcci globali di sigillo tecnofeudale oltre che costantemente patriarcale.

* * * *

1.

Un salutare detonatore, apparso ultimamente nello Scaffale di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 17.3.2026 con l’articolo “Se l’inconscio va controcorrente e diventa uno dei mezzi di produzione della realtà”. Dove riflette sulla rigenerazione di concetti come lavoro, classe, proletariato e così via. Punzecchiando per esempio così: “la classe è unità degli interessi degli sfruttati e comunità nel desiderio”.

Però noi qui picchiamo ben più a fondo!

* * * *

2.

Con una miscela esplosiva scoperta recentemente e orientata verso l’indispensabile svolta epocale: accessibile in vari brani deflagranti di una ‘bozza operaia’ cartacea, fuori rete, segnalata qualche tempo fa’ proprio qui in Sinistrainrete da un articolo “sui qualia” (a).

Un abbozzo di dibattito che si rivela per esempio in circolazione tra femministe torinesi – a quanto pare soprattutto di NUDM – che converrebbe recuperare e accomunare in maniera intersezionale tra il più possibile di movimenti sociali radicali. Inclusi logicamente i nostri migranti, visto poi che si occupa parecchio di colonialismo.

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sinistra

Vita messa al lavoro

di Giuseppe Sottile

stelle“Imparate a creare, non lavorate mai!” - R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine

Una riflessione sul “lavoro animale” nel capitalismo contemporaneo deve accompagnarsi ad alcune inevitabili premesse teoriche: a) l’animale non può essere considerato un mezzo di produzione, nella forma di capitale fisso. Tale chiarimento non ha valore meramente terminologico, ma incide direttamente sulla possibilità stessa di analizzare il contributo animale in termini di lavoro erogato e di una misura conseguente. Secondo Les Beldo, infatti, la confusione tra macchina e animale produce un errore concettuale di fondo, lo potremmo chiamare un errore categoriale, poiché, come egli afferma in modo lapidario: “Machines are labor, but they do not labor”.¹ La macchina incorpora lavoro umano passato, cristallizzato. Secondo gli autori che prenderemo breve mente in considerazione, l’animale invece, nel processo produttivo industriale, svolge un’attività lavorativa caratterizzata da metabolismo, temporalità biologica, consumo di energia vitale, capacità di resistenza e compare come prodotto finale. In sostanza, l’animale è interamente sussunto al processo produttivo: come capacità lavorativa e materia prima. Potremmo osservare come l’animale, in quel loculo che è la domesticazione industriale, sia di già un prodotto del lavoro umano, non più di quanto, però, gli uomini “messi al lavoro” siano il risultato di processi di formazione pubblici o privati, più o meno complessi, esterni o interni ai luoghi di lavoro.

Secondo questi autori, in base alle caratteristiche richiamate, dovremmo estendere la nozione di sfruttamento capitalistico allo stesso lavoro animale. Non si tratta dunque di estendere la nozione di valore a tutta la natura, naturalizzandolo, ma di confinarlo al lavoro animale, che a sua volta sarebbe escluso dalla categoria dei meri servizi ecosistemici.

Questa premessa, che per certi aspetti avvicina gli autori al pensiero di Smith, ci obbliga, nel contempo, a prendere in considerazione la distinzione marxiana tra lavoro produttivo e improduttivo. Tale distinzione non dipende dalla dignità morale del lavoro né dalla sua utilità sociale, ma dalla sua funzione nel processo di valorizzazione del capitale.

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carmilla

Palestina, la radicalizzazione algoritmica

di Silvano Cacciari

10oo99ii33nn.jpgLe dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.

 

1.

Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

 

2.

L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.

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napolimonitor

Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona

di Stefano Portelli

 simone massi 1.jpegDopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall'esterno, sembri "tutto a posto". Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull'ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l'esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui "contenuti da moderare"  sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere]

* * * *

Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni.

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lafionda

Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto

di Elisabetta Frezza

Arte1.pngNella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).

Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.

Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani.

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lantidiplomatico

La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi

di Alessandra Ciattini

dpsnruotVarie fonti giornalistiche di destra e di sinistra hanno commentato in questi ultimi giorni il Manifesto, pubblicato da Palantir Technologies, e alcuni lo hanno giudicato correttamente un manifesto politico, in cui si prospetta una nuova concezione della società, che si concreterebbe in un certo percorso del capitalismo digitale, che sbocca in ciò che alcuni hanno già chiamato tecnoschiavismo. I progetti della corporazione Palantir mettono in evidenza quando sia inconsistente la pretesa della neutralità della scienza e della tecnologia, le quali sono elaborate e costruite sempre secondo determinate finalità politico-sociali; pretesa ripresentata al tempo dei vaccini impiegati per combattere la recente pandemia e che ha provocato una semplicista opposizione tra pro vax e no vax, su cui oggi varrebbe la pena discutere serenamente.

Per chi non lo sapesse Palantir (parola presente nel Signore degli anelli che significa “coloro che sorvegliano da lontano”) è un’importante azienda tecnologica, i cui prodotti sono impiegati per i sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani. A queste attività si dedicano, insieme a Plantir, le varie Big Tech. Palantir vanta almeno due condanne: una da parte di Amnesty International e l’altra da parte di Human Rights Watch.

Non sorprende che questa impresa, lanciata da miliardari appartenenti all’ultradestra, abbia stretti rapporti con Google, Amazon e Microsoft, tutte implicate nelle stesse attività spionistiche, con le quali ha collaborato rifornendo di dati l'esercito israeliano per far terra bruciata di Gaza e sterminare i palestinesi, l’esercito ICE a rendere più rapida la cattura degli immigrati da espellere e i manifestanti delle grandi proteste a Minneapolis da arrestare.

Il su menzionato manifesto, presentato anche a Roma da Peter Thiel lo scorso 26 marzo, illustra  un progetto di alleanza fascista digitale, che si avvale dell'intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, forniti gratuitamente da noi stessi, per produrre strumenti manipolatori e per combattere il non allineamento ideologico, per tenere sotto controllo e sorveglianza la popolazione, come del resto ha sempre fatto il potere, una volta autonomizzatosi dall’organizzazione sociale, sia pure con metodi diversi.

Secondro il saggista Rezgar Akrawi, kurdo di nascita, membro de Partito comunista irakeno e fondatore di Electronic Left Movement, un gruppo volto a far avanzare la sinistra nella conoscenza e nell’uso delle nuove tecnologie, il manifesto scaturisce dall’alleanza tra il nazionalismo dell’estrema destra e le élite tecnologiche legate alla tanta celebrata Silicon Valley.

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carmilla

Philip Roth, l’ebreo e l’altro

di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro

P. Roth.jpgSe il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.

Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.

Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.

Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo.

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paroleecose2

Cecità selettiva

di Luca Malgioglio

scuola.jpgGià da prima della sua uscita, il libro Contro la scuola neoliberale (Milano, Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, ha ricevuto attacchi al limite del grottesco; poco dopo è partita una vera e propria campagna contro il film D’istruzione pubblica, denuncia dello smantellamento neoliberale del nostro sistema di istruzione diretta da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Va detto che le due opere, uscite in contemporanea, sono molto diverse tra loro, non solo, come è ovvio, nella scelta del mezzo utilizzato, ma anche nella lettura che si dà della crisi indotta nel sistema scuola in una fase estrema del capitalismo. Il punto però è un altro: al di là delle singole questioni, si ha l’impressione che il polverone sollevato contro entrambe le opere, soprattutto a partire da alcune bacheche social su cui i commenti rimbalzano con tag e citazioni reciproche, serva a far scomparire alcune questioni fondamentali, che in qualche modo vengono sollevate sia dal libro che dal film. Tra le tante di cui si potrebbe parlare, le più rilevanti mi sembrano queste:

 

1) Autonomia scolastica. È vero che esiste una lunga tradizione riconducibile a un pensiero di sinistra nel chiedere autonomia rispetto al centralismo statalista. Ma va detto chiaramente che l'”autonomia scolastica”, come ideologia e dispositivo normativo realizzato dal 1997 in poi, non ha assolutamente nulla a che fare con quell’idea di autonomia come libertà di sperimentazione didattica e pedagogica rispetto alle rigidità centralistiche invocata negli anni ’60 e ‘70. Quando si parla di autonomia, si utilizza con colpevole ambiguità la stessa parola per due cose completamente diverse, o per meglio dire opposte (basti pensare al contrasto insanabile tra collegialità scolastica e una figura di dirigente-dominus del tutto aliena rispetto alla natura e agli scopi dell’istruzione pubblica); e lo si è cominciato a fare all’epoca della “riforma” berlingueriana per far digerire a sinistra cose altrimenti improponibili. Prova ne sia il fatto che l’autonomia scolastica recepisce in pieno le indicazioni del pensiero economicistico neoliberista: all’epoca, e nemmeno troppo tra le righe, lo si ricavava dalle parole dello stesso Luigi Berlinguer.

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Le ali di vetro dell’oligarchia

di Mario Sommella

Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica

1632213636 3.jpgSi chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.

Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.

 

Il club degli undici, e tutti gli altri

I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.

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sinistra

Una “razionalità” all’opera

Introduzione a Scuola e insegnanti nella società neoliberale

di Fabrizio Capoccetti

Fabrizio Capoccetti: Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto, Meltemi, 2026

capoccetti.pngNegli ultimi decenni, il mondo dell’istruzione è stato investito da grandi trasformazioni volte a fare della scuola un organismo interno alle logiche di mercato, un’agenzia formativa fra le altre, caratterizzata dal tipo di apprendimento che sarebbe in grado di favorire; un apprendimento “formale”, ovvero intenzionale dal punto di vista del discente e convalidato da apposite certificazioni, distinto da quello “informale” risultante dalle pratiche della vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero) e da quello “non formale” che si ottiene mediante attività pianificate sebbene non esplicitamente in vista di un apprendimento (CCE 2000). Alla trasmissione del sapere e al valore un tempo assegnato alle conoscenze si va sostituendo “l’approccio per competenze” (Pellerey 2011); l’attenzione per la qualità dell’insegnamento lascia il passo a una retorica esaltazione dell’apprendimento (Biesta 2017), a sua volta funzionale alla personalizzazione dell’“offerta formativa” che finisce per neutralizzare la carica emancipativa dell’istruzione intesa come diritto universale; al sistema di classificazione per titoli e diplomi viene affiancandosi una sempre più pervicace attività di certificazione che, anziché giudicare il grado d’istruzione degli studenti e il livello di maturità raggiunto mediante l’acquisizione del sapere, pretende di misurare oggettivamente il loro “capitale umano” (Becker 1964). L’individuazione del fattore decisivo dell’investimento educativo nel capitale umano induce a considerare l’istruzione e la formazione come esterne ai luoghi istituzionali a esse deputati: la scuola e le università diventano “il terreno per una progressiva colonizzazione da parte del mondo dell’impresa” (Foucault 2005b), mentre qualunque tipo di relazione di cura e accudimento viene ricodificata come un’attività economica. L’attenzione per l’apprendimento a scapito dell’insegnamento apre la strada alla colonizzazione della pedagogia da parte di una psicologia resasi ormai funzionale a uno studio economico dei comportamenti, decisamente in linea, del resto, con una scienza economica sempre più interessata a trattare i comportamenti economici dal punto di vista psicologico (Hayek 1952).

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acropolis

La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA

di Servaas Storm

iStock 1496196593 Storm teapot.jpgE se il futuro dell’IA che viene venduto ai mercati si basasse su affermazioni che non reggono a un esame approfondito? Dalla superintelligenza alla perdita di posti di lavoro su larga scala, le promesse più altisonanti sull’IA generativa iniziano ad apparire meno come lungimiranza e più come clamore mascherato da inevitabilità.

L’attuale comprensione dell’impatto economico dell’IA è errata: l’IA non porterà alla “superintelligenza”, alla distruzione di massa di posti di lavoro, a una disoccupazione tecnologica senza precedenti e a una recessione, né a giganteschi aumenti (aggregati) della produttività del lavoro e a un’accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico e della crescita economica. L’impatto a livello aggregato dell’IA sarà piuttosto banale: alcune professioni scompariranno a causa dell’automazione; i lavori esistenti saranno rimodellati dall’IA e nasceranno nuove professioni, mansioni e ruoli per supervisionare e gestire gli strumenti di IA; molti di questi nuovi lavori saranno lavori inutili; tuttavia, la maggior parte delle professioni rimarrà al riparo; la crescita aggregata della produttività del lavoro potrebbe aumentare leggermente (perché gli strumenti di IA potenziano il lavoro), ma allo stesso tempo i costosi danni collaterali dell’IA cresceranno esponenzialmente nel tempo e rallenteranno la crescita della produttività. Maggiore sarà la quantità di scarti generati dall’IA, maggiore sarà il lavoro necessario per ripulire il disordine e maggiore sarà la probabilità che non saremo in grado di vedere l’era dell’IA nelle statistiche sulla produttività. Considerato tutto quanto sopra, l’attuale ciclo di sovrainvestimenti nell’IA non è sostenibile.

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lafionda

Palantir, Foucault e la nuova disciplina digitale

di Giuseppe Gagliano

PALANTIRDal Grande Fratello alla società degli algoritmi

Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.

L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.

Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.

 

La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente

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roars

A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione

di Christian Laval

immagine roars 324x160.pngLa questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato.

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comedonchisciotte.org

“Chi guida il Grande Reset e le sorti dell’Occidente ci sta portando alla deriva”

Federico Dal Cortivo intervista Ilaria Bifarini

photo 2026 04 10 23 46 06.jpgFederico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato Ilaria Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, saggista e autore di diversi libri tra cui “Neoliberismo e manipolazione di massa-Blackout la transizione ecologica e la deriva dell’Occidente-Il Grande reset dalla pandemia alla nuova normalità-Inganni economici quello che i bocconiani non vi dicono”.

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Dott.ssa Bifarini Lei si definisce una bocconiana redenta perché questa definizione che si potrebbe definire politicamente scorretta?

«Mi definisco una “bocconiana redenta” perché ho compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che mi sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica. L‘Università Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione.

Questa definizione può apparire politicamente scorretta perché mette in discussione il prestigio e l’oggettività di un sistema che viene presentato come l’unico possibile. Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana.

La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività».

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La crisi calcistica italiana

di Eros Barone

ba682075 a141 4dd1 b715 773a9f7955c0A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniformesommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesariguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, conl’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è genteche non sa cosa fare; pigramente, qualcuno “va alla partita”; paga il biglietto, si diverte, ammira,deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modonell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio,la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzotti incolti e milionari sicontendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano.Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sonofacoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questomodo, non senza sano divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamentedegradata a oggetto di ilare ludibrio. Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico,infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo digiocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario checontrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto nonprivo di caratteri nitidamente demenziali. Infatti, col procedere della partita gli spettatori sempremeno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni,esplosioni di bave, per concludere nell’esercizio di un’elementare violenza.

Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita.

Quando la nazionale di calcio italiana si qualificava per i campionati mondiali, esplodeva immancabilmente un giubilo popolare che le massime autorità dello Stato, il governo e il sistema dei ‘mass media’ si affrettavano a convertire in una potente arma di distrazione rispetto alle molteplici crisi di un paese più che mai bisognoso di fare del calcio, come sempre avviene con l’uso politico di questo enorme apparato ideologico e spettacolare, un anestetico, per un verso, e un eccitante, per un altro verso: il tutto all’insegna di un “surrealismo di massa” in cui lo sventolio delle bandiere tricolori si accompagnava alle sponsorizzazioni pubblicitarie dei protagonisti dell’‘impresa calcistica’ (nella duplice accezione di vittoria conseguita in una gara internazionale e di stimolo all’espansione dei ‘faux frais’ del capitale in funzione anticiclica).

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machina

Della miseria dell’industria scolastica

Francesca Ioannilli Intervista Gigi Roggero

0e99dc 9658884130d54eff86f82a74f8a5507fmv2.jpgIn Italia la scuola sembra assurgere a tema di attenzione solo quando avvengono episodi drammatici. Se di fronte a un caso come l’accoltellamento nella scuola di Trescore Balneario non ci si vuole limitare al (legittimo) orrore, alla (necessaria) indignazione per le risposte governative o alla (discutibile) patologizzazione dei comportamenti giovanili, bisogna iniziare a ragionare. Andando oltre l’emergenza della cronaca, afferrando l’urgenza delle questioni di fondo. Siamo ad esempio sicuri che gli (e le) insegnanti siano semplici vittime di questa situazione? Per chi vuole riflettere e discuterne seriamente, riproponiamo un’intervista a Gigi Roggero realizzata nel gennaio 2021, in piena crisi Covid, e allora pubblicata su Commonware. L’intervistato, al tempo insegnante nelle scuole superiori, ha anticipato temi che oggi sono di stringente attualità.

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Francesca Ioannilli: È una scuola diversa quella di quest’anno: che aria si respira tra i corridoi dopo questo passaggio alla Dad, quali sono le percezioni degli insegnanti?

Gigi Roggero: I corridoi sono deserti perché in realtà la stragrande maggioranza degli insegnanti lavora da casa anche laddove c’è la possibilità di scegliere, le percezioni che si hanno quindi sono ovviamente mediate dallo schermo e dalla distanza. L’aria è piuttosto di solitudine e rassegnazione, con un aumento di casi di ansia o depressione tra gli studenti: si tratta di una tendenza ormai di lungo periodo, accelerata nella crisi sanitaria e con cui, credo, dovremo sempre più fare i conti.

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sinistra

Sì, tutti gli ebrei

di Amanda Gelender

La fuga degli ebrei su un rilievo dellArco di TitoSulla questione ebraica oggi – introduzione di Algamica

Presentiamo questo articolo di Amanda Gelender pubblicato sulle pagine del sito substack, ritenendolo un Manifesto politico coraggioso, di cui gran parte della sinistra che vuol essere anticapitalista è spesso sprovvista. Troppe volte assistiamo alla denuncia del sionismo accompagnata da una strumentale sottolineatura del «No all’antisemitismo ».

L’articolo di Amanda Gelender piuttosto che essere una condanna del sionismo, è una vera e propria requisitoria contro l’ebraismo del xxi secolo e nei confronti del risultato di uno specifico processo storico che lo ha portato ad essere definitivamente, diciamo noi, diverso da quello del tempo storico precedente. Il tempo storico ha il suo corso inesorabile, è un processo materiale che fa emergere nuove determinazioni e nuove identità sociali sulle ceneri di quelle precedenti di cui rimangono solo che deboli tracce. Questo Manifesto è una lama che affonda nel burro contro quelle posizioni che a riguardo del genocidio in Palestina affermano « Non in mio nome », come è giusto affondare lo stesso bisturi quando l’esclamazione è riferita a noi occidentali, bianchi o europei. Il ragionamento lucido di Amanda Gelender non può che essere la constatazione empirica di quanto prodotto da un moto storico ascendente di un modo di produzione impersonale, che ha messo a servizio della dominazione coloniale e imperialista degli occidentali proprio quelle comunità diverse, ma di comune credo religioso e vittime del razzismo degli europei, facendo sorgere in loro nome una nuova identità storica del popolo nazionale ebraico inventato, come anche lo storico Shlomo Sand sostiene.

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Un professore viene mangiato

di Leo Essen

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Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.

Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.

Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.

È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.