Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

megachip

La guerra del termine. Brancaccio, Zhok e il "sovranismo" che nessuno vuole ma tutti usano

𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀

brancaccio zhok.jpgLa polemica tra Brancaccio e Zhok vale più del suo oggetto dichiarato: dietro la guerra del termine "sovranismo" si nasconde una domanda reale su come si costruisce oggi una critica efficace al capitalismo

Ci sono polemiche che valgono più del loro oggetto dichiarato. Quella scoppiata negli ultimi giorni tra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – nata da un commento di una riga, esplosa in una catena di invettive, approdata a mezzo milione di visualizzazioni e a una sfida pubblica rimasta senza seguito – è di questo tipo. Formalmente, il contenzioso riguarda una parola: “sovranismo”. Sostanzialmente, riguarda qualcosa di più grande: chi ha il diritto di definire il campo della critica al capitalismo, con quale metodo, e secondo quale idea di legittimità intellettuale.

Vale la pena sostare su entrambe le questioni, separatamente.

 

𝗜. 𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮

Zhok aveva commentato un articolo di Brancaccio con un’osservazione brusca: usare la parola “sovranista” in modo impreciso “avrebbe alquanto rotto le palle”. Il turpiloquio è discutibile, ma l’obiezione di fondo non lo è. Il termine “sovranismo” ha una storia filologica precisa: nasce nel dibattito politico canadese e nordirlandese come sinonimo di rivendicazione d’indipendenza nazionale, e nel contesto italiano ha indicato, prima della sua colonizzazione mediatica, un insieme eterogeneo di istanze critiche verso la subordinazione della sovranità popolare a poteri sovranazionali: NATO, UE, mercati finanziari internazionali.

Brancaccio risponde che il termine è ormai “palesemente fascistizzato”, che usarlo equivale a fare il gioco della destra, e che chi ancora vi si riconosce è nella migliore delle ipotesi un ingenuo e nella peggiore un “nemico di classe travestito da interclassista”.

È una posizione coerente con una certa tradizione di critica al populismo, quella che rimanda a Laclau e Mouffe, e che Brancaccio stesso cita. Ma presenta un problema strutturale che merita di essere nominato con precisione.

Il senso comune politico non si governa per decreto accademico. Una parola che ha circolato per anni in contesti eterogenei – movimenti per la sovranità alimentare, critici della finanziarizzazione, europeisti critici, sindacalisti ostili al dumping salariale – non viene neutralizzata perché un professore stabilisce che è “fascistizzata”. Quella parola continua a funzionare come punto di raccolta per sensibilità reali, frustrazioni legittime, intuizioni politiche ancora da elaborare. Abbandonarla ai suoi usi peggiori senza combattere per il suo significato non appare come una scelta di rigore, ma come una resa del campo.

C’è del resto una tradizione costituzionale che conosce bene questa tensione: l’articolo 1 della Costituzione italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo. Non a Bruxelles, non ai mercati, non alla BCE. Chi rivendica quella sovranità contro i poteri che la erodono non sta facendo propaganda fascistizzata: sta leggendo la Carta.

La storia dei grandi termini politici – “democrazia”, “libertà”, “nazione”, persino “socialismo” – è la storia di battaglie continue per il loro significato. Ogni termine è un terreno conteso. Dichiararne la “fascistizzazione” irreversibile e passare oltre significa concedere quel terreno a chi lo occupa peggio. È una strategia politicamente autolesionista, per quanto possa sembrare igienicamente drastica.

Zhok ha ragione su questo punto, anche se la sua argomentazione si allontana poi verso direzioni meno ferme. L’intuizione di fondo – che rinunciare al termine “sovranismo” significhi consegnare un campo semantico importante alla destra – è esatta. E coincide, paradossalmente, con una delle lezioni più elementari sull’egemonia culturale: chi si afferma nel presidio del linguaggio controlla le possibilità del pensiero politico.

 

𝗜𝗜. 𝗜𝗹 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼

La questione terminologica, però, è quasi un pretesto. Il vero oggetto del contendere è metodologico, e riguarda il rapporto tra competenza tecnica e critica politica.

Brancaccio sostiene – ed è questa la sua tesi più seria – che senza padronanza dei meccanismi tecnici dell’economia internazionale (controllo dei movimenti di capitali, posizione patrimoniale netta sull’estero, standard sociali nelle relazioni commerciali, strutture di controllo del capitalismo finanziario globalizzato) qualsiasi critica al capitalismo è destinata all’impotenza pratica. Chi governa senza questi strumenti viene catturato dalle logiche che voleva combattere. È la lezione greca, è il castigo di ogni governo progressista che si è trovato nelle “stanze delle decisioni” senza sapere come funzionano i meccanismi reali del potere economico. Io ebbi modo di vedere da vicino ad esempio il Movimento 5 Stelle, che pure aveva conquistato enormi praterie elettorali solo con l’alludere a una “rivoluzione antiliberista”, annaspare in quanto incapace di affrontare uno per uno i fili del vincolo esterno alla politica economica italiana. Combattevo ogni giorno con gente che pensava di governare i milioni di euro, ma lasciava ad altri il governo dei miliardi e non comprendeva nemmeno basicamente il potere soverchiante di quelli che maneggiavano le migliaia di miliardi.

Questa tesi è sostanzialmente corretta, e sarebbe un errore liquidarla come arroganza accademica. La storia recente la conferma con una crudeltà che non lascia margini di dubbio. Tsipras non è stato sconfitto solo dalla cattiveria della Troika, quando cedeva al “waterboarding” di Merkel & C.: è stato sconfitto anche dall’impreparazione tecnica del suo governo, dall’assenza di strumenti alternativi credibili, dall’incapacità di gestire la minaccia della fuga di capitali. Brancaccio era fra quelli che come noi lo aveva detto prima, non dopo.

Tuttavia la competenza tecnica, per quanto necessaria, è una condizione necessaria ma non sufficiente. E qui si apre il limite più serio della sua posizione.

La riproduzione del capitalismo non avviene solo attraverso i meccanismi che Brancaccio descrive con tanta precisione. Avviene anche – e forse prima di tutto – nel campo della formazione delle soggettività, del desiderio, dell’immaginario collettivo. Le persone non subiscono il capitalismo finanziario perché ignorano la “net international investment position” del loro paese: lo subiscono perché il capitalismo ha colonizzato il modo in cui desiderano, si identificano, costruiscono senso. Smontare questo lavoro richiede un’elaborazione culturale che non si riduce alla competenza economica, per quanto raffinata.

C’è di più. La stessa insistenza di Brancaccio sulla competenza tecnica come criterio di legittimità produce un effetto paradossale: stabilisce una gerarchia di accesso al discorso critico che replica, su un altro piano, la logica degli esperti contro cui la critica al capitalismo dovrebbe andare. Chi non conosce il TFUE e i meccanismi del controllo dei capitali non ha diritto di parlare di sovranità. È una forma di esclusione che, per quanto motivata da ragioni serie, rischia di restringere il perimetro della critica a un ceto di specialisti, producendo esattamente il tipo di “intellettuale senza radici di massa” che non riesce a costruire egemonia, ma solo a certificarne l’assenza altrui.

 

𝗜𝗜𝗜. 𝗖𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹𝗱𝗶𝘀𝘀𝗶𝗻𝗴𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮

C’è infine una terza questione, che riguarda non i contenuti ma il formato dello scontro.

Brancaccio ha scelto deliberatamente il registro del “dissing” – parola che usa lui stesso – rivendicando che quella rissa abbia prodotto “mezzo milione di visualizzazioni” e portato gente distante dalla politica di classe a porsi domande più serie. Non è un argomento da scartare: i formati della comunicazione contano, e il conflitto personalizzato funziona come vettore di attenzione in un ecosistema mediatico saturo. Il problema è che Brancaccio non si limita a usare il conflitto strumentalmente: lo celebra, lo estetizza, lo trasforma in performance. Marx che fa il “dab” con la tazza “Red-Brown Alliance: Two Colors, One Disease”. Il paragone con “Bad Blood contro Swish Swish”. L’annuncio di aver «scalzato Zhok dal suo ipocrita equilibrismo» come se fosse una vittoria al ring.

Tutto questo rivela che anche Brancaccio sa – contro la sua teoria esplicita – che il campo culturale e simbolico non è una sovrastruttura secondaria. Sa che l’immaginario conta, che la narrazione ha un’influenza strutturale, che il registro emotivo pesa tantissimo. Lo sa così bene da usarlo con abilità non trascurabile. Ma lo usa senza teorizzarlo, quasi per non dover ammettere che il terreno su cui combatte Zhok – quello della cultura, dell’identità, del senso comune – è altrettanto materiale del terreno su cui combatte lui.

Per capire davvero il punto di Zhok bisogna evitare una caricatura ormai automatica del suo pensiero come semplice reazione “anti-woke”. Il nucleo della sua riflessione è molto più profondo e riguarda il tipo umano prodotto dal capitalismo contemporaneo: un individuo sradicato, privatizzato, sciolto da appartenenze stabili, continuamente riconfigurabile secondo le esigenze del mercato e della tecnica. La sua critica della dissoluzione antropologica moderna non nasce da nostalgia conservatrice, ma dall’idea che nessuna emancipazione collettiva sia possibile se ogni legame sociale, simbolico e perfino biologico viene trattato come materiale infinitamente manipolabile: inclusi quei dati della natura umana che il mercato vorrebbe “plastici” per definizione, ma che pongono limiti reali a qualsiasi progetto di riconfigurabilità totale. In questo senso la sua attenzione per i temi della sovranità, dell’identità culturale o dei limiti della mercificazione non è separabile dalla critica del capitalismo: ne rappresenta piuttosto un’estensione verso territori che una parte della sinistra economicista continua a considerare secondari o sospetti.

Zhok, dal canto suo, aveva mostrato in un primo momento compostezza: il suo “comunicato di servizio” era un esercizio di distacco calibrato. Ma poi ha letto il libro di Brancaccio e ha risposto con sarcasmo prolungato, battute su Netflix e una diagnosi preelettorale affermata come certezza. La polemica, insomma, divampa da entrambe le parti. D’altronde – pochi lo sanno – Brancaccio ha fatto pugilato e Zhok karate. Forse era inevitabile.

La risposta sostanziale di Zhok merita comunque attenzione.

I quattro “punti ciechi” che Zhok attribuisce al marxismo postmoderno di Brancaccio (sovranità nazionale, natura umana, scienza e società, rapporto con altre culture) non sono l’inventario di un conservatorismo travestito da critica: sono, almeno in parte, il tentativo di nominare le forme attraverso cui il capitalismo contemporaneo estende il proprio dominio ben oltre i meccanismi finanziari che Brancaccio analizza con inflessibile precisione tassonomica.

Prendere sul serio la critica alle derive “woke” non significa necessariamente schierarsi a destra: significa riconoscere che il capitalismo delle piattaforme e delle grandi corporation ha incorporato e monetizzato il linguaggio della liberazione individuale, svuotandolo di qualsiasi conflitto di classe e trasformandolo in un formidabile strumento di distrazione e frammentazione. Brancaccio chiama tutto questo “esocapitale”: forze che operano al di fuori della contabilità ordinaria dei prezzi ma che la determinano dall’interno, colonizzando sfere della vita precedentemente estranee alla logica di mercato.

La gestazione per altri – che molti, me incluso, chiamano senza eufemismi utero in affitto – è il caso più lampante. Si tratta dell’ingresso del mercato nel corpo femminile, nella riproduzione biologica, in una sfera che nessuna tradizione critica – marxista, femminista, o semplicemente umanista – aveva mai considerato mercificabile senza residuo. Eppure in certi ambienti progressisti chi solleva obiezioni si vede appioppare con disinvoltura l’etichetta di fascista, come se la difesa del corpo dalla logica di mercato fosse diventata, per qualche alchimia ideologica, una posizione reazionaria. Lo stesso accade con tutto ciò che viene raccolto sotto il termine inglese “queer”, categoria imposta dalla lingua egemone del capitalismo globale, che in quanto tale meriterebbe già qualche sospetto critico prima di essere abbracciata come orizzonte emancipativo universale. Non si tratta di negare le istanze di libertà che quei movimenti portano, che sono reali e legittime. Si tratta di chiedersi – con gli strumenti che Brancaccio stesso fornisce – chi guadagna dalla loro forma attuale, chi li finanzia, quale funzione svolgono nella riproduzione del consenso al capitalismo centralizzato.

Brancaccio nel suo “Manifesto” elenca “transfemministi, lgbtqiapk+, per i rifugiati e gli immigrati” come componenti naturali del fronte libercomunista, senza porsi questa domanda. È una lista, non certo un’analisi. Per giunta, una lista che assomiglia pericolosamente al catalogo delle cause patrocinate dalle grandi fondazioni filantropiche americane, strettamente avvitate ai processi di centralizzazione del capitale: quelle stesse che finanziano le università, le piattaforme, i media progressisti. Il fatto che George Soros e BlackRock abbiano posizioni favorevoli su molte di queste istanze non le invalida automaticamente, ma dovrebbe almeno indurre a chiedersi dove finisce l’emancipazione e dove inizia l’ideologia funzionale al capitale centralizzato. È esattamente la domanda che Brancaccio fa su tutto il resto, e che stranamente non fa qui.

Ancora più significativa è la questione della gestione della pandemia. Brancaccio cita con orgoglio l’imminente dibattito con Jean-Luc Mélenchon come prova della sua collocazione nel campo della sinistra critica internazionale; quasi a dire: ho ben altri interlocutori, a ben altro livello, con cui ragionare di sovranità. Ma Mélenchon è stato uno dei più netti oppositori, in Francia, alle misure liberticide connesse alla gestione covid: il pass vaccinale obbligatorio, le restrizioni draconiane, l’uso emergenziale del potere esecutivo, già spinto in Francia, ma diventato nel Draghistan italiota un unicum mondiale presentato come l’unica via possibile, in realtà un tragico esperimento autoritario provinciale. La critica di Zhok all’acquiescenza del marxismo italiano verso ogni prevaricazione condotta “nel nome della Scienza” non è una boutade reazionaria: è una questione che divide la sinistra europea in modo tutt’altro che banale, e le misure adottate in Italia – tra le più pesanti e prolungate del mondo occidentale – sono criticabilissime nel merito, indipendentemente da qualsiasi posizione “no vax”. Prima di distribuire patenti di provincialismo, bisogna fare attenzione a non guadagnarsele.

 

𝗜𝗩. 𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮

Torniamo alla parola, perché è lì che si decide qualcosa di pratico.

“Sovranismo” è un termine logorato, ambiguo, parzialmente colonizzato dalla destra, soprattutto quella dei “sovranisti di cartone” alla Meloni? Tutto questo è vero. Ma è anche un termine che continua a nominare qualcosa di reale: la tensione tra sovranità popolare e poteri che sfuggono al controllo democratico. Quella tensione non scompare perché la parola che la nomina viene dichiarata inagibile.

Proprio la lettura diretta di Libercomunismo rivela qui una contraddizione che la polemica social aveva lasciato nell’ombra. A pagina 112 Brancaccio scrive: «Respingere le idiozie populiste della ‘moneta sovrana’ come panacea di ogni male. In regime di libera circolazione dei capitali non sussiste ‘sovranità’, tantomeno democratica.» Appena due righe dopo, propone di «promuovere il controllo politico dei movimenti di capitale e delle relazioni economiche internazionali». La distinzione che Brancaccio fa è reale: la sovranità monetaria unilaterale è una truffa perché senza bloccare i movimenti di capitali qualsiasi valuta resta ostaggio dei mercati; il controllo dei capitali è invece la leva concreta per ricostruire margini di autonomia democratica. È un argomento tecnicamente fondato, ed è esattamente la lezione che il premier greco Tsipras pagò cara non applicandola.

Ma questa distinzione – per quanto importante – non autorizza a liquidare come “idiozia” chiunque parta dalla medesima diagnosi di fondo: che senza controllo sui capitali non esiste sovranità democratica reale. È precisamente questa diagnosi che accomuna Brancaccio ai “sovranisti” che critica. La differenza riguarda la terapia – coordinata e internazionale per lui, nazionale e unilaterale per molti di loro – non la diagnosi. Senonché Brancaccio stesso rivendica una misura unilaterale nazionale, seppure agganciata a una clausola del TFUE (il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea): il blocco dei movimenti di capitali che la Grecia di Tsipras avrebbe dovuto imporre. Una decisione sovrana nel senso più classico del termine, presa da uno stato in solitudine contro i mercati e contro i partner europei. Chiamarla “sovranismo” sarebbe scorretto? O è sovranismo solo quando lo fa la destra? E il termine “sovranismo”, nel suo uso critico più serio, nomina quella diagnosi condivisa, non la terapia sbagliata. Trattare i due livelli come se fossero la stessa cosa serve a chiudere il dibattito, non certo ad aprirlo. E consegna il campo semantico esattamente a chi lo merita meno, magari alla Meloni e a Giorgetti che fanno anche loro da scendiletto all’Europeismo Reale.

La risposta corretta non è abbandonare il termine né difenderlo in modo acritico: è lavorare per ri-articolarlo, distinguendo con precisione tra le sue versioni regressive – quelle che fanno della sovranità nazionale un feticcio identitario – e le sue versioni emancipatorie, quelle che usano la leva della sovranità per ricostruire margini di controllo democratico su processi economici che oggi non ne hanno nessuno.

Un esempio concreto è la proposta di legge che elaborai e proposi nel 2019 d’intesa con il Gruppo della Moneta Fiscale: i Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli di credito fiscale differito circolabili come mezzo di pagamento complementare all’euro, compatibili con i criteri Eurostat e non classificabili come debito pubblico. Non “moneta sovrana” nel senso grossolano della lira-di-ritorno, ma ingegnerizzazione pratica della stessa esigenza che Brancaccio teorizza: ricostruire margini di autonomia democratica dentro spazi da allargare pragmaticamente. Chi lavora su quel piano non merita la stessa etichetta di chi agita la sovranità come bandiera identitaria per poi tradirla, come i sovranisti di cartone del governo.

Questa distinzione non è nuova, né è semplice. Ma è il lavoro intellettuale che serve. Ed è un lavoro che richiede sia la competenza tecnica che Brancaccio rivendica – perché senza sapere come funzionano i “capital controls” non si può nemmeno capire in che senso la sovranità sia stata erosa – sia la sensibilità culturale che Zhok richiama: perché senza capire come si forma il consenso, come si costruisce identificazione collettiva, come si combatte sul terreno del senso comune, nessuna proposta tecnica troverà mai i soggetti disposti a portarla avanti.

Vale la pena notare che il medesimo schema si ripete con interlocutori apparentemente molto più vicini a Brancaccio. Il fisico Francesco Sylos Labini, che dichiara esplicitamente di essere “in genere d’accordo” con lui, a suo tempo gli ha contestato proprio il punto metodologico centrale sulla guerra in Ucraina: “segui i soldi” non basta, o meglio, quali soldi? La crisi debitoria americana spiega la forma attuale della crisi, ma non la struttura degli interessi in campo: quella logica di potenza di lungo periodo, documentata da analisti come George Friedman – di cui ho curato la traduzione italiana oltre dieci anni fa – che precede di decenni i movimenti finanziari di questo decennio e che ha una logica propria rispetto ad essi. Quando anche chi condivide il tuo impianto teorico dissente, il problema non è la loro presunta ignoranza dei meccanismi economici. È il riduzionismo di chi pretende che un solo livello di analisi esaurisca la realtà.

So bene che l’accusa di riduzionismo è tra quelle che fanno più irritare i professori, i quali – oltre alle proprie specializzazioni – costruiscono spesso la loro autorevolezza e la carriera sull’idea di muoversi con disinvoltura nella complessità. Ma non di rado la complessità esibita serve anche a coprire l’incapacità di riconoscere i propri punti ciechi.

Una polemica da mezzo milione di visualizzazioni che finisce senza confronto dal vivo e senza che nessuno dei due abbia cambiato idea su nulla di sostanziale. Nel frattempo, il “sovranismo” nominale – quello della destra al governo – continua indisturbato a occupare il campo che altri si rifiutano di contendere.

Pin It

Comments

Search Reset
0
Fabrice
Monday, 01 June 2026 18:51
Altri spunti interessanti, arrivano!

1. "La questione della sovranità", Fabio Falchi, rassegna stampa di Ariannaeditrice, 3 novembre 2019

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-questione-della-sovranita



In particolare il seguente passaggio dell'articolo:

"Democrazia è potere del demos che si esercita mediante gli apparati dello Stato ossia tramite una élite legittimata dalla sovranità popolare, il cui scopo principale è mettere al servizio della collettività le forze produttive ovvero tutelare la "salute" (il benessere morale e materiale) dell'intera comunità(del demos), rafforzando il "senso di appartenenza" secondo un complesso e articolato sistema di diritti e doveri. L'alternativa quindi oggi è tra oligarchia o tirannia oligarchica neoliberale e democrazia comunitaria (intesa come nuova forma di socialismo "sovranista"). Il resto sono ciance di chi pensa che si viva ancora al tempo degli opifici, delle carrozze e delle "parrucche"."


2. "Abbiamo criminalizzato lo Stato-nazione, ed ecco i risultati", di Francesco Toscano per Il Moralista, Libreidee, 3 settembre 2015



Temo che negli ultimi anni sia stato sottovalutato da molti, me per primo, il forte legame sussistente fra il concetto stesso di Stato e quello di Democrazia. Abbiamo depotenziato il ruolo dello Stato per favorire la nascita e il rafforzamento di organismi sovranazionali presuntivamente illuminati; abbiamo destrutturato un equilibrio rispettabile, basato per l’appunto sul rispetto della sovranità dei singoli Stati, nella speranza di favorire così facendo la nascita dei mitologici “Stati Uniti d’Europa”; e abbiamo infine affidato le speranze e la vita di intere generazioni nelle mani di burocrati da strapazzo, emissari e difensori degli interessi di quello che una volta sarebbe stato chiamato “denaro organizzato”. Abbiamo fatto bene? No, abbiamo fatto male. Malissimo. Prima di avventurarci in questioni di contorno, è giusto ribadire un assioma cardine: nel buio del potere pubblico detta legge la forza economica del privato. Solo la politica, legittimata dal voto, ha il potere di intervenire sui reali rapporti di forza che una qualsiasi società esprime, per il tramite di leggi e regolamenti pensati per aggredire le disuguaglianze materiali.



Proseguimento:



https://www.libreidee.org/2015/09/abbiamo-criminalizzato-lo-stato-nazione-ed-ecco-i-risultati/

Commento

Da segnalare col pennarello rosso questa frase del passaggio iniziale:



"Prima di avventurarci in questioni di contorno, è giusto ribadire un assioma cardine: nel buio del potere pubblico detta legge la forza economica del privato."



e non è che ci voglia una laurea in fisica nucleare nella migliore università cinese, russa o statunitense, trattasi solo di semplice buon senso logico!!
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabrice
Monday, 01 June 2026 18:48
Altri spunti interessanti, arrivano!

“Il vero sovranismo nasce a sinistra” di Giampiero Cinelli per L’Intellettuale Dissidente , 24 agosto 2019

Le parole in politica sono forma e sostanza del pensiero. Così, approfondendo la definizione di sovranismo, si scopre che esso, nella sua espressione più pura, ha ben poco a che fare con la retorica dei porti chiusi e si rifà invece a una visione socialdemocratica e statalista, basata sulla Costituzione italiana.



Uno degli elementi fondamentali della politica è il linguaggio. Ogni partito si definisce attraverso un suo preciso lessico e tramite sue frasi ridondanti, interpretando la realtà esterna attraverso di essi, secondo parole e concetti che le danno significato. Al giorno d’oggi, il termine che in politica impazza è certamente quello di sovranismo.

Sovranisti vengono definiti gli schieramenti di destra europei, da quelli del cosiddetto gruppo di Visegrad fino alla Lega di Salvini e al Rassemblement National di Marine Le Pen. Sovranista è un aggettivo che, al giorno d’oggi, indica generalmente chi crede nella lotta all’immigrazione, chi si dice pronto a disobbedire ai trattati e alle direttive europee, anteponendo ad essi gli interessi nazionali, ma anche chi, sui temi etici e civili, manifesta una sensibilità conservatrice, osteggiando ad esempio le coppie omosessuali, i nuovi tipi di famiglia, oltre a mostrare una netta chiusura nei confronti delle minoranze etniche e religiose, soprattutto islamiche.



Il sovranista tipo sarebbe quindi un conservatore a tutti gli effetti, intento ad affermare il primato della propria nazione a tutti i costi. Obiettivo che spesso gli vale, sui media, la definizione negativa di nazionalista. Ma se, come dicevamo nell’incipit, il linguaggio in politica è tutto, va anche sottolineato che a volte le parole possono essere rubate, manipolate, usate subdolamente per contrastare qualcuno.
A lamentare la strumentalizzazione del termine sovranismo, sono proprio coloro i quali una certa ideologia l’hanno creata, che si ritengono ormai quasi inesorabilmente danneggiati dall’azione di chi ha in mano la comunicazione di massa e che, udite udite, con la destra di Orban non c’entrano proprio nulla.



Il sovranismo è una truffa?

Sebbene la maggior parte dell’opinione pubblica non lo immagini minimamente, la corrente sovranista più pura nasce a livello extra-parlamentare, da piccole associazioni che si rifanno a una cultura socialdemocratica e statalista. Niente a che vedere con la messa a bando delle coppie omosessuali o la pantomima del presepe di meloniana memoria. Al contrario, tanti riferimenti politici che affondano le radici nella ben nota cultura progressista, incentrata sul keynesismo e sul concetto, in voga nella Prima Repubblica, di “Stato imprenditore”.

Si fanno chiamare appunto “sovranisti costituzionali” (per differenziarsi dai “cattivi” dei fili spinati), perché pensano che la nozione di sovranismo sia già insita nella versione primigenia della Costituzione del 1948, lì dove, ad esempio all’articolo 11, si accettano solo “limitazioni” e non cessioni di sovranità. “In condizioni di parità”, che oggi essi non ravvisano affatto.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Costituzione italiana, art. 11

Essi pongono l’accento sul titolo terzo della Carta fondamentale, quello meno conosciuto dei Rapporti Economici, in cui secondo la loro analisi ci sarebbero tutte le ragioni per rigettare l’adesione all’Unione europea. Non solo perché l’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, ma in sostanza poiché in questa parte del testo costituzionale emerge una evidente differenza di pensiero tra il modello economico di Maastricht e quello concepito dai padri costituenti.

Maastricht è la consacrazione del libero mercato e della globalizzazione, siccome difende la libera circolazione dei fattori della produzione: cioè le merci, i servizi, il capitale e le persone. La Costituzione italiana, invece, pur restando liberale e consentendo l’iniziativa individuale, non dà per scontato che tali fattori non possano essere limitati e disciplinati, in virtù della giustizia sociale e della piena occupazione.

Emblematico ad esempio l’articolo che ammette l’esproprio a fini di interesse pubblico:

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale.

Costituzione italiana, art. 42 comma III

Una previsione che in Ue sarebbe vista come un ostacolo alla concorrenza, così come le partecipazioni pubbliche nell’azionariato delle aziende e gli aiuti di Stato, attività che la nostra Costituzione ispira e che dall’Europa sono rese assai difficili, oltre che stigmatizzate come un esempio di bieco dirigismo.

E poi il punto chiave per i sovranisti costituzionali, ossia la Banca Centrale. Essi non hanno dubbi che questa debba essere controllata dal governo e debba finanziare direttamente la spesa e il debito pubblico. Un sacrilegio infatti, a loro avviso, il famoso “divorzio” del 1981. Fu soprannominato così l’atto con cui si decideva che la Banca d’Italia non dovesse più acquistare i titoli rimasti invenduti, una prassi che teneva bassi gli interessi sul debito e assicurava liquidità costante, anche grazie agli scoperti di conto che il Tesoro poteva sfruttare.

La loro visione può non piacere ma è sicuramente molto più avanzata di quella dei sovranisti “mediatici”, che si limitano a dire che batteranno i pugni sul tavolo e chiuderanno i porti, e soprattutto testimonia una visione politica molto più vicina alla cultura di sinistra che a quella destrorsa. Il sovranismo di sinistra insomma esiste, se così vogliamo definirlo. E come non potrebbe esistere se torniamo con la mente a chi gridava “Patria o muerte” (dicono si chiamasse Ernesto Guevara. Anche se lui, bisogna precisare, era molto meno democratico).

Del resto, basta consultare la Treccani per leggere, alla voce “Sovranismo”, non il ritratto di qualche bifolco del Wyoming, ma anzi la seguente definizione:

Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione

Questo lo hanno ben chiaro certi piccoli movimenti più o meno sconosciuti che fanno i loro primi passi in politica, presentandosi alle elezioni comunali o regionali. Qualche nome? Il Fronte Sovranista Italiano di Stefano D’Andrea e il Movimento Popolare di Liberazione di Moreno Pasquinelli. Prima o poi, forse, li leggeremo anche sulle schede elettorali nazionali e lì, almeno, potremo farci notare dicendo che a noi non suonano poi così nuovi.



Riferimento:

https://web.archive.org/web/20211015225709/https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/italia/il-vero-sovranismo-nasce-a-sinistra/

Commento

Premessa.

“Ogni trattazione sistematica di un argomento deve iniziare con una definizione, così che tutti possano capire l’oggetto dell’analisi”, Cicerone

Definizione di Sovranismo.

Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione

Riferimento:

https://www.treccani.it/vocabolario/sovranismo_%28Neologismi%29/

Ergo, che Brancaccio etichetti il termine "Sovranismo" come qualcosa di fascistoide, sono sue paturnie antifasciste da due lire bucate, poi se il vocabolario Treccani per lui è carta straccia e allora fa come Il Marchese del Grillo "Io sò io e voi nun siete un cazzo!", problemi suoi e dei suoi fans da curva sud e non di gente razionale e logica che non fa mai tifoseria politica, poco ma sicuro!
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabrice
Monday, 01 June 2026 18:29
L'Elefante Nella Stanza, arriva!!

"Italia: ottant’anni di sovranità in comodato d’uso", di Sira Beker per Kulturjam.it, pubblicato da CDC, 16 dicembre 2025

L’Italia post-’43: una sovranità delegata



C’è un curioso paradosso che attraversa ogni discussione italiana sul “diritto internazionale”: chi lo invoca con maggior fervore appartiene spesso a un Paese che, da ottant’anni, ha rinunciato a esercitarne il presunto prestigio. Non per ignavia culturale, non per un’intrinseca vocazione mediterranea alla teatralità, ma per una precisa struttura politico-militare modellata dopo il collasso del 1943.

Rovesciato il fascismo, l’Italia non risorse come soggetto pienamente sovrano: fu amministrata, sorvegliata, guidata dalla Commissione Alleata di Controllo. Conclusa formalmente la guerra, Roma non riacquistò il volante della politica estera; si limitò a sedersi sul sedile del passeggero. Gli archivi lo mostrano con chiarezza disarmante: l’Italia non venne “liberata”, venne riallocata.

Nel 1949, l’ingresso nella NATO sancì la trasformazione del territorio nazionale in una piattaforma avanzata degli Stati Uniti. Gli aeroporti militari, le basi navali, i depositi nucleari non rispondevano a Roma, ma a Washington. Aviano, Sigonella, Camp Darby, Napoli: più che infrastrutture italiane, erano nodi di una rete strategica americana. Non esiste sovranità quando un altro Stato custodisce — senza possibilità di veto — ordigni atomici nei tuoi confini.

Ed è in questo contesto che si radicò il modello italico della subordinazione istituzionale: governi fragili, politica estera impermeabile al voto popolare, ministri informati a posteriori di decisioni già prese altrove. L’Operazione Gladio, ammessa dal Parlamento, ribadì l’esistenza di centri paralleli di comando: una democrazia sorvegliata dall’interno e dall’esterno.


La lunga obbedienza atlantica: guerre, dottrine e amnesie collettive



Nei decenni successivi, l’Italia oscillò tra governi di ogni colore, ma la traiettoria internazionale non mutò di un millimetro. Nel 1948 i finanziamenti statunitensi impedirono la vittoria del PCI; durante la Guerra Fredda, la “strategia della tensione” rese il Paese un laboratorio politico utile agli equilibri del blocco occidentale; negli anni Novanta e Duemila, Roma seguì pedissequamente ogni proiezione militare della NATO.

L’esempio più rivelatore resta il 1999: mentre l’Alleanza bombardava la Jugoslavia senza mandato ONU, gli aeroporti italiani erano le piattaforme operative principali. L’Italia appoggiò anche la separazione del Kosovo, ridefinita con un virtuosismo semantico degno del miglior marketing geopolitico: non “annessione illegale”, ma “intervento umanitario”.

Nel 2003 toccò all’Iraq. Nonostante l’opposizione di milioni di cittadini, i soldati italiani vennero inviati a Nassiriya per sostenere una guerra fondata su prove costruite a tavolino.
Nel 2011, la Libia: l’Italia contribuì ai bombardamenti che avrebbero distrutto lo Stato nordafricano e, per ironia della storia, cancellato anche i contratti energetici che per decenni avevano sostenuto l’economia italiana.

Tutto questo mentre la politica interna cambiava volto a ogni stagione, ma l’allineamento strategico restava immutabile. Si può eleggere un tecnocrate, un populista, un partito “anti-sistema”: la direzione di marcia non cambia. Non è una cospirazione. È un’infrastruttura geopolitica.


L’ultima illusione: la morale internazionale come maschera



Eppure l’Italia continua a impartire lezioni di “legalità internazionale” con lo zelo di chi desidera essere ammesso al tavolo dei grandi. Si giudica la Russia, si giudica chiunque sfugga all’orbita euro-atlantica, ma non si giudicano gli ottant’anni di obbedienza sistemica.

Che sovranità può rivendicare un Paese che non può rimuovere un’arma nucleare dai suoi aeroporti, né opporsi a un intervento militare deciso oltreoceano?

Che autonomia può esibire una nazione i cui governi temono più la NATO che i loro elettori, e che hanno sostenuto guerre ritenute illecite dal diritto che oggi dichiarano di voler difendere?

La verità, imbarazzante ma documentata, è che la politica estera italiana non è un progetto: è una delega. Delegata a Washington, a Bruxelles, agli apparati di sicurezza integrati.

E finché questa dinamica resterà intoccabile, l’appello al “diritto internazionale” non potrà che apparire per ciò che è: non un principio, ma un rituale. Non un atto di sovranità, ma un atto di obbedienza.



Di Sira Beker, kulturjam.it

07.12.2025

Fonte: https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/italia-ottantanni-di-sovranita-in-comodato-duso/

Riferimento:

https://comedonchisciotte.org/italia-ottantanni-di-sovranita-in-comodato-duso/

Commento di un certo Bruno Wald

"Rovesciato il fascismo, l’Italia non risorse come soggetto pienamente sovrano”…

Ma và? Chissà perché…

Forse perché il fascismo era soltanto uno strumento, la forma circostanziale che l’Italia si era data per poter costruire un progetto nazionale, per poter conquistare un futuro diverso dal secolare passato di servaggio ed impotenza. Forse perché il regime era riuscito a sottrarsi all’iniziale tutela britannica – evidentemente, i suoi capi erano meno burattini di quelli venuti dopo – e ciò aveva reso la guerra inevitabile da molto prima che scoppiasse, e non certo per volontà nostra… Forse perché, in un simile frangente storico, bisognava essere tutti un unico fascio, e i conti tra noi, o tra le diverse ideologie, regolarli eventualmente a guerra vinta.

Invece ci fu chi scelse di tradire, molto prima dell’8 settembre. Ci fu chi scelse di sabotare, di fare la spia, di complottare con il nemico diventandone il servo; ci fu chi scelse di sparare ad altri italiani mentre lo straniero si prendeva la nostra terra, e non ce l’avrebbe restituita mai più.

Ecco perché siamo un paese occupato, cara Sira: un popolo che la sovranità non potrà manco sognarla finché continuerà a mentire a se stesso."


Mio commento

Dopo la caduta del Muro di Berlino, c'era la grande occasione storica di riprendersi la sovranità militare, bastava conservare la sovranità monetaria e sapere negoziare come si deve per riappropriarsi della sovranità militare ma invece decisero addirittura, massoni, politicanti e Confindustria, di cederla per introdurre la distopica moneta unica dell'euro, addirittura Prodi ancora se ne vanta, vedasi mio commento:

https://it.quora.com/Prodi-sostiene-che-Trump-odia-la-democrazia-e-odia-l-Europa-che-considera-un-impiccio-e-che-tutto-questo-%C3%A8-reso-possibile-da-un-Unione-Europea-debole-da-anni-succube-di-Orb%C3%A1n-Ma-voi-davvero-che-ne-pensate/answer/Fab-Farn
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
MASSIMO CIUFFINI
Monday, 01 June 2026 12:59
"Brancaccio sostiene – ed è questa la sua tesi più seria – che senza padronanza dei meccanismi tecnici dell’economia internazionale (controllo dei movimenti di capitali, posizione patrimoniale netta sull’estero, standard sociali nelle relazioni commerciali, strutture di controllo del capitalismo finanziario globalizzato) qualsiasi critica al capitalismo è destinata all’impotenza pratica.".
Davvero? Viceversa, se questa padronanza la possiedi, vinci matematico.
Like Like like 1 Reply | Reply with quote | Quote
0
Michele Castaldo
Monday, 01 June 2026 08:23
Se la vogliamo dir tutta veramente, questo articolo è la dimostrazione più evidente che una vera critica al modo di produzione capitalistico e alle sue leggi impersonali è ancora tutta da scrivere.
Ma come, si chiederà l'ingenuo compagno, ancora da scrivere una vera critica al capitalismo?
Ebbene SÌ, carissimi compagnucci, perché per circa 200 anni ci siamo cimentati a criticare il capitalismo SOLO da un punto di vista VALORIALE, ovvero per i suoi aspetti negativi, ma non lo abbiamo MAI affrontato dal punto di vista storico e temporale, ovvero della sua capacità di tenere insieme la società in modo COMPLEMENTARE.
ZHOK, tanto per citare solo uno in "questione" a furia di criticare - nel suo libro - il capitalismo finisce per esaltarlo nelle pagine finali, criticandone GLI ECCESSI, che lo porterebbero - SE non corretti - alla rovina.
Dunque in questione - per Zhok - non c'è il modo di produzione e le sue leggi, no, ma i suoi eccessi, come se fosse possibile un capitalismo diverso.
Non che tutti gli altri differiscono da tale concezione, ma tutti ruotano intorno al palo proprio quando - invece - il modo di produzione capitalistico è entrato in una fase storica che lo ha posto in crisi, in quanto sistema, per le sue stesse leggi.
E tutto il soggettivismo "comunista" o "marxista" piuttosto che carpirne la sua decadenza si esercita a fare ideologia, ovvero a suggerire il "che fare", senza avere nelle mani niente, se non vuote idee, perché le leggi del MOTO obbediscono non alla volontà dei singoli "marxisti" ma ai principi dello SCAMBIO.
Avanti così la storia ci passerà - come ci sta passando - sotto il naso e... lascia dir le genti.
Michele Castaldo
Like Like like 2 Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabio Rontini
Sunday, 31 May 2026 22:13
Il sovranismo è tutto da buttare, non è che ce n'è una parte buona da tenere e una cattiva (fascista) di cui vada purgato.

Dopo l'adesione di Bagnai alla Lega, e soprattutto, dopo l'alleanza di Rizzo con Alemanno e Mons.Viganò, chi ancora non ha capito la malafede di questi destrorsi travestiti da comunisti è proprio fesso.
Like Like like 1 Reply | Reply with quote | Quote
0
Nico
Monday, 01 June 2026 19:44
Quoting Fabio Rontini:
Il sovranismo è tutto da buttare, non è che ce n'è una parte buona da tenere e una cattiva (fascista) di cui vada purgato.

Dopo l'adesione di Bagnai alla Lega, e soprattutto, dopo l'alleanza di Rizzo con Alemanno e Mons.Viganò, chi ancora non ha capito la malafede di questi destrorsi travestiti da comunisti è proprio fesso.


Un'unica precisazione: Bagnai non è mai stato né mai si è detto comunista. Rizzo è sempre stato una specie di avventuriero, anche quando si dichiarava comunista.
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabio Rontini
Tuesday, 02 June 2026 09:43
Comunista non si sarà forse mai detto, ma Bagnai ha dichiarato svariate volte di "provenire dalla sinistra", prima di entrare nella Lega aveva dichiarato di voler confluire nel PC di Rizzo (ma guarda...) quando ancora non si era palesata la deriva a destra e si poteva pensare che fossero dei veri comunisti, e il suo sito ha esercitato un fortissimo ascendente su tutta la sinistra di classe (per così dire), tanto è vero che il link del suo blog (goofynomics) si trova tuttora nel blogroll di questo sito.
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Nico
Tuesday, 02 June 2026 12:09
Quoting Fabio Rontini:
Comunista non si sarà forse mai detto, ma Bagnai ha dichiarato svariate volte di "provenire dalla sinistra", prima di entrare nella Lega aveva dichiarato di voler confluire nel PC di Rizzo (ma guarda...) quando ancora non si era palesata la deriva a destra e si poteva pensare che fossero dei veri comunisti, e il suo sito ha esercitato un fortissimo ascendente su tutta la sinistra di classe (per così dire), tanto è vero che il link del suo blog (goofynomics) si trova tuttora nel blogroll di questo sito.


Non comunista o marxista ma "proveniente dalla sinistra". Infatti la sinistra è un gran calderone. Ad esempio, c'è il Pd (e Azione viva e Calenda) che è ed è stato espressione del capitale finanziario. Non meno a destra o dannoso della Lega. O no? Comunque, mi sembra veramente sbagliato, partendo da Bagnai e Rizzo, dare in pratica del fascista (o del destrorso) a chiunque - tra i comunisti o in genere a sinistra - si dichiari a favore dell'uscita dalla Ue e dall'euro. Bisognerebbe discutere nel merito e non andare a caccia di streghe...pardon di rosso-bruni. Forse se si usasse di meno uno stile che è più adatto alla Santa Inquisizione sarebbe meglio. Fra l'altro, anche lo stesso Brancaccio si era detto per l'uscita dall'euro al tempo della crisi euro. Cambiò poi idea. Significa che da rosso-bruno è ridiventato comunista?
Like Like like 1 Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabio Rontini
Tuesday, 02 June 2026 22:09
Caro Nico,

ho dato di destrorsi a Bagnai e Rizzo, non a chiunque sposi in buona fede le tesi sovraniste credendole di sinistra. A questi ultimi ho dato invece del fesso, ma mi riferivo più che altro all'autore dell'articolo, il quale, per me, o è in malafede pure lui, oppure è stupido.

Riconosco invece che nel merito le tesi sovraniste presentano un certo fascino e possono sembrare convincenti, se uno si occupa della questione superficialmente, e di primo acchito (cosa che non si può dire certamente di Cabras, che si occupa di politica in modo professionale e da molto tempo).

Pur sapendo di non poter esaurire l'argomento, che è molto vasto, e di non avere tempo di affrontare un dibattito in questa sede, proverò ad esporre brevemente il mio pensiero sull'argomento, per quel che può valere.

La riforma dell'UE in senso democratico è tanto impossibile quanto lo è, una volta usciti da essa, il ritorno allo stato keynesiano pre-1989. Tutto dipende dalla volontà politica, o meglio dai rapporti di forza tra le classi (a livello sia nazionale che internazionale).

Le stesse caratteristiche che rendevano lo stato italiano uno scudo difensivo delle classi popolari dalla rapacità di capitalisti e finanza internazionale, e una cornice in cui poter conquistare diritti e tutele crescenti, in linea di principio potrebbero venire istituite a livello continentale.

Il principale ostacolo politico al raggiungimento di questo traguardo è proprio l'opposizione dei popoli europei, o meglio, l'egemonia delle borghesie nazionali sui rispettivi popoli, i quali avrebbero tutto l'interesse ad una trasformazione di questo tipo. Cioè il Sovranismo, che visto in quest'ottica si rivela propriamente per quello che è realmente, ovvero, Nazionalismo.

E allora perchè la conquista di uno stato pienamente sovrano (nel senso di sovranità popolare) a livello continentale dovrebbe essere di sinistra, mentre invece il recupero di uno stato sovrano a livello nazionale dovrebbe essere di destra?

Perchè in realtà i paesi europei, e l'Italia e la Germania in particolare, dal 1945 in poi, realmente sovrani non lo sono mai stati, perchè sono stati invasi, conquistati e sono tuttora occupati dagli Stati Uniti. Uscendo dalla UE si tornerebbe, o meglio si rimarrebbe, quindi, in una condizione di totale assoggettamento agli USA, nella quale le politiche redistributive keynesiane si potrebbero fare solo se gli USA lo volessero (nel periodo della Prima Repubblica lo volevano perchè temevano il diffondersi del Comunismo, ma adesso la situazione è diversa).

I paesi europei possono emanciparsi dagli Stati Uniti soltanto unendosi. Separati, anche se ne avessero la volontà e la determinazione, non avrebbero la forza, economica e militare, per farlo.

Inoltre il mondo Multipolare implica una Europa unita come polo di civiltà alternativo, non un'accozzaglia di stati divisi e in competizione tra loro.

I Sovranisti quindi lavorano inconsapevolmente (ma alcuni come Bagnai e Rizzo, consapevolemente) per l'assoggettamento in eterno dell'Italia agli Stati Uniti, e contro la formazione di un Mondo Multipolare.
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Nico
Wednesday, 03 June 2026 14:20
L'idea che la Ue potesse essere un contraltare agli Usa, a livello internazionale, è una idea vecchia (e ingenua), che avevamo 20 anni fa, prima delle varie crisi del debito. Si è visto chiaramente che la Ue è e non può non essere subalterna agli Usa. Inoltre, se diventasse indipendente, sarebbe una grande potenza imperialista. Altro che polo di civiltà alternativa. Forse rileggere Lenin sugli Stati Uniti d'Europa aiuterebbe.
P.S.: si può evitare di insultare chi ha idee diverse (con epiteti come fesso), per favore?
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Fabio Rontini
Wednesday, 03 June 2026 16:25
Perchè, invece l'Italia da sola e tutti gli altri stati europei divisi tra loro potrebbero essere un contraltare agli USA? Perchè, l'Italia da sola non sarebbe o potrebbe forse essere meno subalterna agli USA? Perchè, l'Italia da sola non sarebbe forse una piccola potenza imperialista piuttosto che un polo di civiltà alternativo? Perchè, le idee di Lenin sugli Stati Uniti d'Europa non sono vecchie di ben più di 20 anni? Non è cambiato nulla da quando le scrisse?

Poi, come puoi vedere, di epiteti (ben più) offensivi ne ricevo continuamente (e non me la prendo) quando intervengo su questo sito, segno che qualcuno non sopporta che vengano esposte le buone vecchie idee di sinistra di 20 anni fa, quando ancora si riuscivano a distinguere i comunisti dai fascisti come Alemanno e dai reazionari come Mons.Viganò
Like Like Reply | Reply with quote | Quote
0
Francesco
Wednesday, 03 June 2026 13:35
Non c'è niente di male nell'essere chiamati "fessi" da lei, Rontini, come non mi stancherò mai di ripetere, lei è un cretino e, addirittura un tale immodificabile cretino da essere un cretino metafisico. E, come diceva un tale, "Passare per idiota agli occhi di un imbecille è una voluttà da fine gourmet"

Nel merito non c'è nulla da dire, dato che crede che sia possibile "unirsi" a livello europeo quando è attualmente quasi impossibile anche il recupero di una sovranità (o capacità di azione politica ed economica non subordinata, per quanto umanamente possibile, visto che "sovranità" le è antipatico): che dire, non riesco a costruire una casa, allora la soluzione è costruire una torre che arrivi al cielo. Ma veramente, rispondere nel merito ad un cretino, bah.

Non per lei, che è un metafisico cretino, ma in genere, queste etichette, come "sovranista" sono dannose quando invece di chiarificare mettono insieme posizioni diverse facendone svanire le diversità piuttosto che problematizzandole; semmai può servire controllare chi dice certe cose e perché, quali connessioni ha, ecc. Ma, allo stesso tempo con le posizioni ci si deve confrontare caso per caso e il confronto con gli argomenti è sempre necessario; anche per far uscire tutte le quesioni relative alle modalità di realizzazione effettive, o alla loro mancanza o inadeguatezza, oltre che all'auspicabilità di un esito sperato; e, sempre sulla realizzazione, è su questo piano che rientra la verifica del "chi parla" e perché, mentre chiudersi ideologicamente ai ragionamenti è garanzia sicura della produzione di idola mentis, fino alla patologia. Ci si ridurrebbe come, non so, un Rontini. Che fortunatamente è una nullità fattuale oltre che intellettuale, altrimenti sai che bravo funzionario-inquisitore avrebbe poluto essere se le circostanze fossero diverse.
Like Like like 1 Reply | Reply with quote | Quote

Add comment

Submit