L’abbattimento del sistema colonialista-schiavistico mondiale è avvenuto in circostanze tragiche: a Santo Domingo/Haiti lo scontro tra sostenitori e avversari dell’assoggettamento coloniale e della schiavitù ha finito con il configurarsi come guerra totale da una parte e dall’altra. Niente è più facile che metterle sullo stesso piano e contrapporre a entrambe, per esempio, la repubblica nordamericana. Apparentemente i conti tornano, la logica è rispettata: la democrazia degli Stati Uniti celebra la sua superiorità rispetto al dispotismo vigente sia nella Francia di Napoleone sia a Santo Domingo/Haiti di Toussaint Louverture e dei suoi successori. Solo che la realtà è completamente diversa: a lottare contro il paese e il popolo che si erano scrollati di dosso il giogo coloniale e le catene della schiavitù erano congiuntamente la Francia di Napoleone (col ricorso a una poderosa macchina bellica) e gli Usa di Jefferson (col ricorso a un embargo e a un blocco navale miranti esplicitamente a condannare all’inedia i neri disobbedienti e ribelli). Col medesimo formalismo argomenta ai giorni nostri la teoria corrente del totalitarismo. Essa accosta e assimila largamente l’Unione sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler, dimenticando che quest’ultimo, nel portare avanti il suo tentativo di sottoporre a dominio coloniale e schiavizzare gli slavi, si richiamava ripetutamente alla tradizione coloniale dell’Occidente e aveva costantemente ed esplicitamente dinanzi ai propri occhi il modello costituito dall’espansionismo dell’Impero britannico e dall’irresistibile avanzata nel Far West e dalla politica razziale della repubblica nordamericana.
Due marxismi e due diverse temporalità
Disgraziatamente, questa lettura del Novecento, che mette sullo stesso piano l’espressione più feroce del sistema colonialista-schiavistico mondiale e il suo nemico più conseguente, è stata fatta propria in misura più o meno ampia dal marxismo occidentale o da non pochi dei suoi esponenti.



Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.
Ripensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione ed emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In una realtà di predatori piccoli e grandi le grandi idee e la prassi fanno fatica a essere visibili, ma continuano a esserci, perché l’essere umano è essere metafisico cerca il senso e la prassi. La sconfitta è sempre parziale, perché il capitalismo non è mai assoluto, ma è l’effetto di contingenze storiche dialettizzabili. In questo clima di “tensione silenziosa” tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero.










Henri Lefebvre nasce nel 1901 a Hagetmau, dipartimento delle Landes, ma passa l’infanzia a Navarrenx, piccola città a contatto con la realtà basca e ne viene fortemente influenzato. Più tardi lui stesso parlerà di questa terra accavallata su due Stati, Spagna e Francia, ricordando il motto del movimento per l’autonomia dei Paesi Baschi, che era «3+1=1», cioè che le tre province spagnole più quella francese fanno uno Stato.
Il 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.
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Introduzione
A fronte di letture distorte e fuorvianti del darwinismo, quale quella dei darwinisti sociali che giustificano in senso classista e razzista la “prevalenza del più forte”, una lettura marxista valorizza la parità biologica di tutti i membri della specie umana e vede i tratti comuni dell’evoluzione naturale e di quella sociale. L’esacerbarsi delle diseguaglianze, dovuto al sistema di sfruttamento capitalistico, rende sempre più urgente, anche per salvarci dal rischio dell’estinzione, un ristabilimento della parità di diritti e di opportunità economiche.
Amos Cecchi in Paul M. Sweezy. Monopolio e finanza nella crisi del capitalismo afferma che la genesi del capolavoro di Paul Sweezy e Paul Baran Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana affonda le sue radici nella metà degli anni ‘50, quando Paul Sweezy iniziò a concepire l’opera e a lavorarci al fianco di Paul Baran a partire dal 1956. La lettera che Sweezy scrisse a Baran nel novembre del 1956 rappresenta il vero e proprio manifesto programmatico dell’opera, delineando con chiarezza l’impostazione teorica innovativa che i due autori intendevano perseguire. In quella corrispondenza Sweezy identificava una serie di problemi reali da affrontare, a partire dalla necessità di forgiare un’idea operativa e concretamente applicabile del concetto di surplus. Questo richiedeva di comprendere che il surplus non si riferisce in modo diretto alla distribuzione convenzionale dei dati sul reddito nazionale ma deve essere analizzato attraverso la lente marxiana del lavoro produttivo e improduttivo, da aggiornare criticamente alle condizioni del capitalismo moderno. La difficoltà e al contempo il paradosso da sciogliere era il riconoscimento che grandi quote di salari vengono in realtà pagate attingendo al surplus. Intere categorie di lavoratori, così come settori economici fondamentali come la pubblicità e la finanza, non generano surplus ma lo assorbono, un campo di indagine del tutto inesistente per l’economia keynesiana e neoclassica. Il programma di ricerca si articolava poi in una duplice analisi settoriale. In primis l’analisi del settore produttivo, ossia il luogo della generazione del surplus, che richiedeva uno studio del capitalista istituzionale, delle sue leggi di funzionamento, del suo rapporto con la struttura di classe, delle sue politiche dei prezzi e dei salari e dei vincoli tecnologici. Secondariamente era indispensabile un’analisi del settore improduttivo, dedicato all’assorbimento del surplus, che esaminasse le diverse categorie di “assorbitori”: i consumatori di lusso, le industrie improduttive, la spesa governativa e le complesse relazioni di trasferimento tra di essi. Un altro punto cruciale riguardava lo studio delle interazioni, piene di problemi inesplorati, tra il settore produttivo e quello improduttivo. Sweezy osservava come in un’economia capitalistica sottosviluppata salari e profitti nel settore improduttivo potessero essere determinati dal settore produttivo, molto più grande, ma come questa dinamica non fosse più valida in un’economia matura come quella statunitense dell’epoca, dove il settore improduttivo poteva benissimo superare in dimensioni quello produttivo.


Il declino degli ideali e della prassi comunista che si constata nella contemporaneità ha la sua causa in un groviglio di contingenze storiche i cui effetti giungono fino a noi. L’articolo di Costanzo Preve “Essere marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti” del 1988 è attualissimo, è uno specchio nel quale i comunisti del nostro tempo possono guardarsi e riconoscersi. Certo, rispetto al 1988, la condizione è notevolmente più difficile. Non esiste un Partito comunista. Si è frantumato in una serie di minuscoli “club” . Ciascuno riesce a ottenere pochi decimali alle elezioni e nell’immaginario comune il comunismo è associato allo stalinismo. Il sistema ha usato in modo proficuo la caduta del Muro di Berlino. Siamo tra le macerie del presente e tra le macerie bisogna riprendere il cammino.

Non so se il marxismo occidentale sia morto, non so neppure se esso sia riassumibile in una formula, date le mai sopite discussioni sui temi centrali impostati e trattati da Marx, ma posso dire che mi capita spesso di incontrare nuovi studiosi marxisti (almeno che si dichiarano tali) a me sconosciuti, ma non ad altri, operanti sia nell’ambito delle scienze sociali sia in quello delle scienze dure.



L’ultima fatica di Costanzo Preve fu Una nuova Storia alternativa della Filosofia del 2013, un’opera voluminosa nella quale è ricostruita la storia della filosofia secondo il paradigma dell’ontologia dell’essere sociale. L’opera è la configurazione netta e senza sbavature del suo percorso di ricerca. In essa l’ontologia dell’essere sociale non solo prende forma nella chiarezza dei principi, ma si traduce in rielaborazione razionale e sistematica della storia della filosofia. La filosofia è il katechon contro il dissolvimento della comunità assediata dall’interno dalle spinte crematistiche, pertanto la storia della filosofia è testimonianza razionale del “compito eterno della filosofia”. Essa ha l’arduo scopo di definire la natura umana nel suo sinolo di materia (storia) e forma (natura umana) e di testimoniarne la sua esistenza nella storia con i suoi bivi e con le sue trasformazioni. La filosofia è dunque pensiero dell’eterno che si materializza nella storia. La natura umana e la verità non si possono dissolvere con i mutamenti repentini o lenti delle vicende storiche, esse permangono in forme nuove e storicizzate che non obliano il fondamento ontologico della natura umana. La filosofia non è “cupio dissolvi”, ma concetto che definisce la natura umana e ha il fine teoretico di difenderlo dalle forze nichilistiche. La nuova storia della filosofia di Costanzo Preve, non vuol essere nuova nel senso postmodernista, ma è “nuova” rispetto ai processi di attacco e di disintegrazione della filosofia; essa è trasgressiva rispetto a un sistema che vorrebbe ridurre la filosofia a chiacchiera da salotto. La filosofia con la sua visione olistica ha lo scopo di definire il “bene-verità” mediante il metodo dialettico. Essa è prassi, poiché mediante le sue categorie e il suo metodo valuta la conformità del sistema sociale e politico alla natura umana. Costanzo Preve con l’ontologia dell’essere sociale riporta al centro la verità e il pensiero forte (metafisico). Il pensiero non è mai astratto, esso risemantizza la teoretica dei filosofi per poter riaprire i chiavistelli della storia. Tale postura è già comunitaria, la filosofia è dialogo, è logos che cresce qualitativamente nella rete dei concetti comunicati logicamente. Il logos è linguaggio e calcolo dei veri bisogni, il logos è dunque attività teoretica, etica e politica, in quanto “calcola” le condizioni per l’umanizzazione reale e razionale dell’essere umano. É rete sociale e si potenza nello scambio dialogico mediante il quale si riconosce l’alterità e si conosce se stessi.
Due parole sulle curiose origini di questo post
Buonasera a tutti. Grazie al prof. Azzarà per aver organizzato questo evento e a tutti i colleghi che si sono resi disponibili per venire a discuterne. Estendo i ringraziamenti ai presenti per la loro partecipazione.





































