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chartasporca

Che cosa vuole davvero il comunismo?

Una parola che fa paura, per spiegarla brevemente ai ragazzi

di Lavinia Marchetti

Marx and Engels.jpgPoche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

 

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

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mondorosso

Rudd, il marxismo di Xi Jinping e Palantir

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Il pensiero di Xi Jinping, letto perfino da osservatori anticomunisti come Kevin Rudd e dagli strateghi tecnologici di Palantir, mostra la centralità del marxismo, della pianificazione e della direzione politica nel successo storico della Cina contemporanea

jbkjbjkKevin Rudd è un politico australiano che è stato primo ministro dal 2007 al 2010 e nuovamente nel 2013. Apertamente anticomunista, egli è in ogni caso lucido e intelligente e pertanto in grado sia di leggere con cura la relazione tenuta da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, al XX Congresso del Partito tenutosi nell’ottobre 2022, sia di analizzarla con onestà, a differenza dei finti tonti della sinistra occidentale anticinese [1].

In quell’occasione, Rudd aveva, tra le altre cose, evidenziato che il termine “lotta” compariva alcune decine di volte nella relazione di Xi Jinping, e alla sua giusta osservazione si può subito aggiungere come vi siano anche una dozzina di aperti riferimenti, sempre nel rapporto del segretario del Partito Comunista Cinese, rispetto al marxismo, al materialismo dialettico e a quello storico: estratti che demoliscono ancora di più la favoletta sul Partito Comunista Cinese che “finge” di essere comunista e marxista.

Riportiamo alcune di queste citazioni tratte dalla relazione congressuale di Xi Jinping, per non lasciare spazio a dubbi:

“Abbiamo istituito e sostenuto un sistema fondamentale per garantire il ruolo guida del marxismo in ambito ideologico”.

“Il marxismo è l’ideologia guida fondamentale su cui si fondano e prosperano il nostro Partito e il nostro Paese”.

“La solida guida teorica del marxismo è la fonte da cui il nostro Partito trae la sua ferma convinzione e che gli consente di cogliere l’iniziativa storica”.

“Adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi è un processo di ricerca, rivelazione e applicazione della verità”.

“I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche e la raffinata cultura tradizionale della Cina, e solo applicando il marxismo dialettico e storico, possiamo fornire risposte concrete alle grandi questioni poste dai tempi e scoperte attraverso la pratica, e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità”.

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antropocenejpg

Marx e l'economia circolare

di Benjamin Selwyn

MR mag26 1.jpgOggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su: estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale - l'olio di pirolisi - che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

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linterferenza

Il comunismo come speranza infranta. Ma la storia continua

di Antonio Castronovi

735859245 10239158405812983 4954178058908553482 n.jpg“L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”. (Karl Marx, dalla “Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel”).

 

La sconfitta, le delusioni, i tradimenti.

Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. E’ soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visti protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversati.  Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.

Capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei suoi fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.

Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.

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perunsocialismodelXXI

Quelli che la Cina non è socialista

di Carlo Formenti

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi

la via cinese al socialismo.jpgNell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3).

In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto ad esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese.

Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione.

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sinistra

Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista 

di Carlo Di Mascio

Hegel Lenin 20.JPGL’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.

 E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin 

 

1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo 

Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.

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sinistra

Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo

di Salvatore Bravo

Lenin legge Pravda 660x400Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.

Rifondare il comunsmo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carrriere e redditi personali. Lo sguardo di Costanzo Preve su tali “figure di sistema”, non è “moralistico”, ma ha la capacità critica di palesarne la “funzione di resistenza al nuovo e di conservazione dello stato presente”. L’egemonia culturale delle oligarchie capitalistiche necessita degli “oratores”, i quali diffondono il “verbo del capitalismo”. Gli oratores sono “gli ultimi uomini descritti da Nietzsche”, essi hanno nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. L’unica legge perversa a cui obbediscono è la difesa dei loro interessi personali, essi vendono il loro “capitale culturale” alle oligarchie plutocratiche in cambio di “servili privilegi”, pertanto “lavorano” per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa.

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sinistra

Ripensare Marx con Costanzo Preve

di Salvatore Bravo

Il Conformista moravia.jpgRipensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione ed emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In una realtà di predatori piccoli e grandi le grandi idee e la prassi fanno fatica a essere visibili, ma continuano a esserci, perché l’essere umano è essere metafisico cerca il senso e la prassi. La sconfitta è sempre parziale, perché il capitalismo non è mai assoluto, ma è l’effetto di contingenze storiche dialettizzabili. In questo clima di “tensione silenziosa” tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero.

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maggiofil

Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio

Cronache marXZiane n. 20

di Giorgio Gattei

still life2«La merce è una cosa imbrogliatissima»

(K. Marx, Il Capitale)

1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.

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lacausalitadelmoto

Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”

di Alessio Galluppi

2G8GBW8 4A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.

* * * *

Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.

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fuoricollana

Come può rinascere il marxismo occidentale

di Domenico Losurdo

In un libro tradotto in molte lingue, Domenico Losurdo denunciava la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale. L’abbandono di ogni atteggiamento dottrinario e la disponibilità a misurarsi con il proprio tempo sono la condizione necessaria perché il marxismo possa rinascere in Occidente

a975f7fffe3f534e70a3234554906c80 XLL’abbattimento del sistema colonialista-schiavistico mondiale è avvenuto in circostanze tragiche: a Santo Domingo/Haiti lo scontro tra sostenitori e avversari dell’assoggettamento coloniale e della schiavitù ha finito con il configurarsi come guerra totale da una parte e dall’altra. Niente è più facile che metterle sullo stesso piano e contrapporre a entrambe, per esempio, la repubblica nordamericana. Apparentemente i conti tornano, la logica è rispettata: la democrazia degli Stati Uniti celebra la sua superiorità rispetto al dispotismo vigente sia nella Francia di Napoleone sia a Santo Domingo/Haiti di Toussaint Louverture e dei suoi successori. Solo che la realtà è completamente diversa: a lottare contro il paese e il popolo che si erano scrollati di dosso il giogo coloniale e le catene della schiavitù erano congiuntamente la Francia di Napoleone (col ricorso a una poderosa macchina bellica) e gli Usa di Jefferson (col ricorso a un embargo e a un blocco navale miranti esplicitamente a condannare all’inedia i neri disobbedienti e ribelli). Col medesimo formalismo argomenta ai giorni nostri la teoria corrente del totalitarismo. Essa accosta e assimila largamente l’Unione sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler, dimenticando che quest’ultimo, nel portare avanti il suo tentativo di sottoporre a dominio coloniale e schiavizzare gli slavi, si richiamava ripetutamente alla tradizione coloniale dell’Occidente e aveva costantemente ed esplicitamente dinanzi ai propri occhi il modello costituito dall’espansionismo dell’Impero britannico e dall’irresistibile avanzata nel Far West e dalla politica razziale della repubblica nordamericana.

 

Due marxismi e due diverse temporalità

Disgraziatamente, questa lettura del Novecento, che mette sullo stesso piano l’espressione più feroce del sistema colonialista-schiavistico mondiale e il suo nemico più conseguente, è stata fatta propria in misura più o meno ampia dal marxismo occidentale o da non pochi dei suoi esponenti.

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labottegadelbarbieri

Il piccolo vocabolario tematico del pensiero di Marx-Engels

Gian Marco Martignoni intervista il prof. Nicola Angelillo

anekinvrughIntervista di  al  docente di filosofia in pensione. Tra i suoi lavori La filosofia in fiabe e saggi di filosofia, oltre al piccolo manualetto pubblicato recentemente su Marx ed Engels.

* * * *

La prima osservazione che si rileva, leggendo Marx-Engel, è la mancanza di bibliografia.

Non è del tutto vero: la mia bibliografia è costituita da Karl Marx e Friedrich Engels.

Tre anni fa mi sono chiesto: perché non leggere direttamente gli scritti di Marx e di Engels e ascoltare attentamente quello che hanno da dirmi, invece di leggere quello che hanno detto ai loro numerosissimi ed eccellenti lettori?

Tre anni fa avevo 87 anni. Potevo togliermi la soddisfazione di leggere direttamente gli autori che hanno ispirato le piazze rivoluzionarie e le rivoluzioni nel mondo?

Leggendo i manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Capitale non avevo una tesi da dimostrare, né un’intuizione nuova da verificare, per le quali avevo bisogno dell’aiuto autorevole dei suoi studiosi. ‹‹Marx-Engels›› non è difatti un saggio, ma un dizionario, in cui racconto i concetti e alcuni dei temi fondamentali del loro pensiero.

Vuoi sapere che cosa è il lavoro?

Apri alle voci in cui si parla del lavoro e saprai che per Marx il lavoro è la realizzazione fisica e spirituale dell’uomo.

Vuoi sapere che cosa è l’uomo?

Apri alle voci corrispondenti e troverai che per Karl Marx l’uomo è natura, è il mondo intero, è natura inorganica e organica prima di diventare uomo e così via. Ho cercato di non frappormi fra Marx e la voce dei suoi scritti e di evitare l’interpretazione delle sue parole.

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Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia

di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 20, 35 euro

bordiga jacobin italia 1320x481 1«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti a una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.

Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.

A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».

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maggiofil

Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

Cronache marXZiane n. 19

di Giorgio Gattei

Annigoni Filosofo1 711x340.jpg«Cos’è un cinico?
Chi conosce il prezzo d’ogni cosa
ma ne ignora il valore»
(O. Wilde, 1893)

 

1. Mercatura. Nello Zibaldone di pensieri, alla data del 31 luglio 1821, Giacomo Leopardi si lamentava perché nel Dizionario degli Accademici della Crusca compariva ancora la parola desueta “mercatura” invece quella moderna di “commercio”: «la Crusca non porta esempio di questa parola, ma se io dirò “Principalissima sorgente di civiltà si è la mercatura”, in cambio di dire il commercio, non solamente non sarò bene inteso né dagli stranieri né dagli italiani, ma sarò deriso dagli uni e dagli altri, e massime da questi». Come che sia, entrambi i termini rinviavano allo scambio di merci tra loro ed era giusto che così fosse perché, nel “fatto” del capitalismo (o Antropocene che dir si voglia), come si è mostrato nella Cronaca precedente il lavoratore è ridotto a essere una merce che si può comprare pagandogli un salario monetario per indurlo a lavorare per altri (Marx è stato perentorio al riguardo, ma soltanto in una noticina (sic!) del Capitale: «quel che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato»), così che a maggior ragione saranno merci i prodotti del suo lavoro, che siano beni o servizi, leciti o illeciti, utili o dannosi. Per questo, come continuava la stessa noticina, «la “forma di merci” dei prodotti del lavoro acquisterà validità generale soltanto da quel momento in poi».

La merce, dunque, è il connotato generale del “fatto” del capitalismo, anche se la sua presenza economica è di antichissima data (cfr. A. Appadurai (a cura di), La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale delle merci di scambio, 2008), ma per secoli rimanendo sporadica e limitata soprattutto ai contatti delle comunità tra di loro.

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machina 

Henri Lefebvre, un marxista sui generis

di Fernando Giaffreda

0e99dc 2952c3bc7f824627a5b55a9bb82f07b7mv2Henri Lefebvre nasce nel 1901 a Hagetmau, dipartimento delle Landes, ma passa l’infanzia a Navarrenx, piccola città a contatto con la realtà basca e ne viene fortemente influenzato. Più tardi lui stesso parlerà di questa terra accavallata su due Stati, Spagna e Francia, ricordando il motto del movimento per l’autonomia dei Paesi Baschi, che era «3+1=1», cioè che le tre province spagnole più quella francese fanno uno Stato.

Madre cattolica e bigotta, padre protestante. Nelle memorie parlerà di quando il padre cucinava una lepre in salmì nel giorno del Venerdì Santo per far dispetto alla moglie. Frequenta il Lycée Louis Le Grand di Aix-en-Provence, nel Midi della Francia, dove presso i Gesuiti, che possedevano la locale scuola, studia filosofia al corso di Maurice Blondel, filosofo cattolico fondatore fra gli altri, con il suo L'Action messo all’Indice dalla Chiesa, della democrazia cristiana francese. Grazie al professore, che faceva obbligo agli allievi di studiare il pensiero di Sant'Agostino, in particolare il Libro decimo delle Confessioni, studia le correnti sotterranee del cristianesimo e la patristica medievale. Gli si apre la strada così al pensiero giansenista e alla filosofia di Pascal, ma già a quindici anni legge per conto suo Nietzsche e Spinoza. Il primo lo folgora e ci vede un poeta. Ha per questo un’adolescenza ricca di cultura, è vivace e frequenta amorevolmente le ragazze del liceo, tanto che il padre superiore gesuita gli spalanca le porte della congregazione per l’adesione all’Ordine e nel frattempo cerca di sapere chi fossero le ragazze con le quali flirtava. Lì Lefebvre perse la fede perché gli sembrava orribile diventare monaco e rivelare la sua vita sessuale.

Nel 1920 si trasferisce a Parigi iscrivendosi a filosofia alla Sorbona, dove apprende il razionalismo borghese alla cattedra di Leon Brunschvicg, già allievo del premio Nobel Henri Bergson, e si laurea nel 1925. Durante gli studi, fonda il gruppo dei filosofi con i compagni Paul Nizan, Georges Politzer, Pierre Mohrange , Georges Friedmann e Norbert Guterman, in opposizione e lotta con quello dei poeti (André Breton, Antonin Artaud, Paul Eluard e altri), che poi si denominarono surrealisti, fondando la Centrale surrealista e pubblicando nel 1924 il Manifesto surrealista.

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machina

Fra Comunità e Consigli

Note su Il capitale nell’Antropocene

di Ruggero D'Alessandro

Una riflessione di Ruggero d'Alessandro sul volume di Saito Kohei (Einaudi, 2024)

0e99dc b5f6efb243aa4e68b084cda63ec83423mv2.jpgIl 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.

Non è un caso che si proceda alla rilettura dell’autore di Das Kapital: è un modo per ricordare che quella crisi non è mai stata radicalmente risolta. Diverse voci, fra l’altro, chiariscono che il tardo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per questi aspetti:

  • La crisi è ormai concetto e realtà strutturale;

  • •  meglio sarebbe, in realtà, parlare di «policrisi»: la complessità dell’era global causa l’intreccio inestricabile fra economia finanziaria, produzione industriale, economia virtuale (Silicon Valley), istituzioni politiche, malfunzionamento di democrazia, società, cultura, formazione;

  • il Politico è istituzionalmente dipendente dall’Economico, non esprimendo più gli input della cittadinanza;

  • elezioni, partiti, sindacati, politica attiva sono destinati a finire nella soffitta della Storia;

  • a comandare nei parlamenti, come all’EU, all’ONU sono le lobby, cinghie di trasmissione fra Capitale e partiti;

  • se un milione di cittadini «normali» firma una proposta di quesito referendario poniamo, per fissare limiti severi alle emissioni di gas industriali, qualche lobbista ben introdotto nei corridoi della politica viene profumatamente pagato da finanzieri e industriali per bloccare tutto.

Sempre lo scorso anno esce un libro tradotto in molte lingue e venduto in molti Paesi. Lo firma uno studioso trentottenne, Saito Kohei, già molto considerato per studi e corsi alla Tokyo University in qualità di professore associato.

La tesi di PhD scritta in tedesco (Natur gegen Kapital, Natura contro Capitale) viene discussa nel ‘15 alla berlinese Humboldt Universität. Il lavoro è incentrato sul tema che più appassiona Kohei: il pensiero del tardo Marx sull’ambiente. Da notare l’eterogeneità formativa del giovane studioso: atenei nipponici, statunitensi e germanici (Tokyo e Wesleyan per gli studi di 1°ciclo, Freie per il 2°, Humboldt per il 3°).

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coku

Marx ha vinto Heidegger ha perso

di Leo Essen

marx heidegger 1220x600.jpg1

Nell’Austro-marxismo, con autori come Adler e Hilferding, si sviluppa una forma di idealismo in cui lo Stato acquisisce una propria autonomia: la politica determina l’economia e la violenza diventa il motore della storia. Da questa prospettiva nasce la convinzione che, poiché la violenza è cieca e i suoi esiti imprevedibili, uno sviluppo regolato da leggi sia inconcepibile. Ne consegue una rivalutazione del momento soggettivo e individuale, considerato una dimensione irriducibile alla generalizzazione e, quindi, refrattaria sia alla legge sia alla conoscenza scientifica.

Questo orientamento richiama Weber, che cercò l’essenza del capitalismo non nella sua anatomia e fisiologia economica, ma nella pluralità di atteggiamenti mentali e comportamenti umani sintetizzati nella nozione di spirito del capitalismo, ovvero nella calcolabilità che caratterizza l’impresa capitalistica. Così il capitalismo venne identificato con la razionalità e la scienza. Secondo Colletti, si tratta di un modo per catturare alcuni temi del marxismo: la realtà sociale viene ridotta ai significati che i membri della società attribuiscono al mondo.

L’Austro-marxismo, reagendo al positivismo della Seconda Internazionale, sviluppò quindi la teoria dell’autonomia della politica: la politica determina l’economia, e la violenza determina la storia.

Weber, nel tentativo di conciliare criticismo e marginalismo, elaborò il concetto di tipo ideale, cercando allo stesso tempo di confutare e assimilare alcuni nuclei fondamentali del pensiero di Marx. Questa operazione contribuì alla fortuna di giovani marxisti come Lukács, ma ne evidenziò anche i limiti: Weber cercò il capitalismo non nei luoghi indicati da Marx – storia, società, economia, classi – ma negli atteggiamenti mentali e comportamenti che sintetizzò nello spirito del capitalismo, ossia in una generica nozione di calcolabilità tipica della gestione d’impresa. Così il capitalismo finì per identificarsi con la razionalità tecnica della scienza.

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collettivolegauche

Lenin tra Negri e Quadrelli

di Compagno Alceste

infsietsrolg3.jpegIntroduzione

Per molti autori e filosofi contemporanei che si definiscono “hegelomarxisti” ed esaltano questa tradizione contro le “degenerazioni del postmoderno” pongono i pensatori del “Marxismo classico” (Marx, Engels, Lenin e Mao) come inconciliabili rispetto alla teoresi del “pensiero postmoderno” e della sua filosofia: un percorso che parte dalla disputa tra Badiou e D&G1 e continua con le critiche di Preve e Fusaro come anche con scritti polemici come quello di “organi senza corpi” di Žižek2). Rispetto ai poststrutturalisti, la rottura sembra inevitabile, inconciliabile. La differenza, secondo questi pensatori, resta uno specifico riferimento concettuale e teorico nonché dialettico che viene rifiutato nella teoresi anti-hegeliana:

“decostruzione della realtà“ e del concetto di “negativo” contro invece la tangibile e reale “realtà dialettica marxista.”

Eppure, in questa “teoresi postmoderna” sempre si è cercati di riavvicinarsi alle idee marxiane e ai suoi esponenti più illustri. Emblematici sono la pagina e il giudizio che si dà di Lenin nell’Antiedipo:

“Ma appunto, come definire la vera alternativa senza presupporre risolti tutti i problemi? L’opera immensa di Lenin e della rivoluzione russa fu di forgiare una coscienza di classe conforme all’essere o all’interesse oggettivo, e conseguentemente di imporre ai paesi capitalistici un riconoscimento della bipolarità di classe.”

Eppure avvertono esattamente nella frase dopo:

“Ma questo grande taglio leninista non impedì la resurrezione di un capitalismo di Stato nel socialismo stesso, cosi come non impedì al capitalismo classico di aggirarla continuando il suo vero e proprio lavoro sotterraneo, sempre tagli di tagli che gli consentivano di integrare nella sua assiomatica sezioni della classe riconosciuta, rigettando più lontano, alla periferia o in enclavi, gli elementi rivoluzionari non controllati (non maggiormente controllati dal socialismo ufficiale che dal capitalismo)”3.

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Marxismo ed evoluzionismo

di Paolo Crocchiolo

darwin.jpgA fronte di letture distorte e fuorvianti del darwinismo, quale quella dei darwinisti sociali che giustificano in senso classista e razzista la “prevalenza del più forte”, una lettura marxista valorizza la parità biologica di tutti i membri della specie umana e vede i tratti comuni dell’evoluzione naturale e di quella sociale. L’esacerbarsi delle diseguaglianze, dovuto al sistema di sfruttamento capitalistico, rende sempre più urgente, anche per salvarci dal rischio dell’estinzione, un ristabilimento della parità di diritti e di opportunità economiche.

 

Introduzione

Molto a lungo e ancor oggi, almeno in parte, il pensiero di Darwin non ha goduto e non gode di buona fama tra i marxisti e gli intellettuali di sinistra in generale. Questo perché, contrariamente alle intenzioni dello stesso Darwin, la sua teoria, principalmente a opera di Herbert Spencer, è stata rappresentata in forma semplicistica, anzi del tutto travisata mediante espressioni decontestualizzate quali “la sopravvivenza del più adatto” che si prestava alla facile, benché del tutto impropria traduzione di “sopravvivenza del più forte”; il che nel secolo scorso ha contribuito ad aprire la strada a posizioni eticamente inaccettabili quali l’eugenetica e, ancor prima, la “missione civilizzatrice” dell’Occidente.

Le più recenti acquisizioni nel campo dell’evoluzionismo hanno, invece, smantellato la falsa rappresentazione del darwinismo e i pregiudizi che ancora persistono sulla sua presunta incompatibilità con la Weltanschauung marxista. Anzi, il marxismo per molti aspetti si colloca in perfetta continuità con il pensiero di Darwin. Infatti, l’evoluzionismo modernamente inteso, dimostrando la parità biologica di tutti gli esseri umani, può rappresentare una valida piattaforma scientifica per sostenere la lotta contro ogni forma di discriminazione economica e sociale dei più vulnerabili, fondata sul presupposto di una loro presunta inferiorità e quindi addotta a giustificazione del loro sfruttamento. 

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 collettivolegauche

Capitalismo monopolistico e surplus in Sweezy e Baran

di Collettivo Le Gauche

the age of monopoly capitalAmos Cecchi in Paul M. Sweezy. Monopolio e finanza nella crisi del capitalismo afferma che la genesi del capolavoro di Paul Sweezy e Paul Baran Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana affonda le sue radici nella metà degli anni ‘50, quando Paul Sweezy iniziò a concepire l’opera e a lavorarci al fianco di Paul Baran a partire dal 1956. La lettera che Sweezy scrisse a Baran nel novembre del 1956 rappresenta il vero e proprio manifesto programmatico dell’opera, delineando con chiarezza l’impostazione teorica innovativa che i due autori intendevano perseguire. In quella corrispondenza Sweezy identificava una serie di problemi reali da affrontare, a partire dalla necessità di forgiare un’idea operativa e concretamente applicabile del concetto di surplus. Questo richiedeva di comprendere che il surplus non si riferisce in modo diretto alla distribuzione convenzionale dei dati sul reddito nazionale ma deve essere analizzato attraverso la lente marxiana del lavoro produttivo e improduttivo, da aggiornare criticamente alle condizioni del capitalismo moderno. La difficoltà e al contempo il paradosso da sciogliere era il riconoscimento che grandi quote di salari vengono in realtà pagate attingendo al surplus. Intere categorie di lavoratori, così come settori economici fondamentali come la pubblicità e la finanza, non generano surplus ma lo assorbono, un campo di indagine del tutto inesistente per l’economia keynesiana e neoclassica. Il programma di ricerca si articolava poi in una duplice analisi settoriale. In primis l’analisi del settore produttivo, ossia il luogo della generazione del surplus, che richiedeva uno studio del capitalista istituzionale, delle sue leggi di funzionamento, del suo rapporto con la struttura di classe, delle sue politiche dei prezzi e dei salari e dei vincoli tecnologici. Secondariamente era indispensabile un’analisi del settore improduttivo, dedicato all’assorbimento del surplus, che esaminasse le diverse categorie di “assorbitori”: i consumatori di lusso, le industrie improduttive, la spesa governativa e le complesse relazioni di trasferimento tra di essi. Un altro punto cruciale riguardava lo studio delle interazioni, piene di problemi inesplorati, tra il settore produttivo e quello improduttivo. Sweezy osservava come in un’economia capitalistica sottosviluppata salari e profitti nel settore improduttivo potessero essere determinati dal settore produttivo, molto più grande, ma come questa dinamica non fosse più valida in un’economia matura come quella statunitense dell’epoca, dove il settore improduttivo poteva benissimo superare in dimensioni quello produttivo.

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perunsocialismodelXXI

La filosofia imperfetta di Costanzo Preve

di Carlo Formenti

cop preve.jpgPer i tipi delle Edizioni INSCHIBBOLLETH, è appena uscito il volume IV delle Opere di Costanzo Preve (curate da Alessandro Monchietto). Il volume contiene il saggio "La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo contemporaneo" la cui prima edizione è uscita nel 1984 per i tipi di Franco Angeli, un lavoro che, come ho più volte ribadito in alcuni libri recenti, considero di gran lunga il suo apporto più importante alla cultura marxista italiana degli ultimi decenni. Non avendo in questo momento il tempo di celebrare l'evento, come meriterebbe, con un articolo inedito (in quanto impegnato a completare l'impegnativa stesura di un libro a due mani con Alessandro Visalli), mi limito a riproporre qui di seguito il primo capitolo - dedicato appunto alla "Filosofia imperfetta" - del mio "Ombre rosse: Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie" (Meltemi 2022). Del resto, mentre lo rileggevo per decidere se valeva la pena di adottare tale soluzione, ho verificato di poterne tuttora condividere il contenuto parola per parola. 

PS Nel teso originale le citazioni erano seguite dal numero di pagina fra parentesi, ma dato che si riferivano all'edizione del 1984 e non ho avuto tempo di riscontrare a quali pagine della nuova edizione corrispondano ho qui preferito eliminare i riferimenti in questione. Ho anche eliminato le note che rinviano ad altre parti di "Ombre rosse" che non si riferiscono al libro di Preve.

* * * * 

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linterferenza

Essere marxisti oggi

di Salvatore Bravo

marks engels.jpgIl declino degli ideali e della prassi comunista che si constata nella contemporaneità ha la sua causa in un groviglio di contingenze storiche i cui effetti giungono fino a noi. L’articolo di Costanzo Preve “Essere marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti” del 1988 è attualissimo, è uno specchio nel quale i comunisti del nostro tempo possono guardarsi e riconoscersi. Certo, rispetto al 1988, la condizione è notevolmente più difficile. Non esiste un Partito comunista. Si è frantumato in una serie di minuscoli “club” . Ciascuno riesce a ottenere pochi decimali alle elezioni e nell’immaginario comune il comunismo è associato allo stalinismo. Il sistema ha usato in modo proficuo la caduta del Muro di Berlino. Siamo tra le macerie del presente e tra le macerie bisogna riprendere il cammino.

Essere comunisti in assenza di un partito popolare è quasi eroico. La missione resta quella descritta da Costanzo Preve: ricostruire la progettualità con linguaggio chiaro, in modo da evitare forme desuete di snobismo culturale. Semplicità senza semplicismo, in tal modo resistenze e pregiudizi possono-potrebbero cadere. Si tratta di un lavoro lungo e poco gratificante il cui esito non è scontato. Nel tempo dell’individualismo senza etica, i comunisti devono mostrare che il comunismo è alleanza fra individualità e comunità, e tale processo emancipa dalla “solitudine senza eguali” del liberismo nella quale l’individualità affonda per smarrirsi in nuove e antiche forme di miseria materiale e spirituale:

“Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra l’oro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali.

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maggiofil

Il pianeta Marx illustrato all’ingrosso: il “fatto” del capitalismo

Cronache marXZiane n. 18

di Giorgio Gattei

screenshot 20250916 084607 canva3350966564307712262"I fatti hanno la testa dura"
(attribuito a V. I. Lenin)

1. Capitalismo. Riassumo il risultato conseguito nella Cronaca precedente: dato che le ideologie storiche (nella loro varia tipologia religiosa, per cui “ci ha creato Dio”, politica con “lo Stato che ci protegge” e filosofica dove “è l’Idea che ci illumina”) non sono altro che il riflesso nella mente, più o meno adeguato, di un determinato “stato concreto delle cose” (all’inverso di Hegel, per Marx «l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini» (Il capitale, I, p. 45), è impossibile che quelle ideologie se ne vadano per opera di una critica pur feroce ma soltanto verbale, che sarebbe anch’essa mentale, di quel medesimo “stato delle cose”. Occorre infatti che cambi quest’ultimo nella realtà, così che tutti quei riflessi ideali precedenti si dimostrino inadeguati, al punto da dover essere sostituti da un altro “concreto di pensiero”, ovvero da una diversa ideologia che sia espressione nella mente dei “tempi nuovi”. Qui vale la lezione marxiana (indigeribile agli ideologi) per cui soltanto «cambiando la base economica viene a essere sovvertita più o meno rapidamente tutta l’enorme sovrastruttura… delle forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti dei loro conflitti e si battono per risolverli» (Prefazione a Per la critica della economia politica, 1859).

Ora un mutamento epocale decisivo dello “stato materiale delle cose” fortunatamente c’è stato nella storia a seguito della scoperta accidentale del continente americano da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, che fu un evento fortuito quanti altri mai perché che cosa sarebbe successo se non ci fosse stata quella “terra di mezzo” tra l’Europa e quell’Asia che Colombo, con la sua navigazione atlantica, intendeva raggiungere? Che avrebbe fatto la fine di quei poveri fratelli Vivaldi che, usciti dallo stretto di Gibilterra nel 1291 (ma con delle galee, non con le caravelle!), scomparvero in mare lasciando dietro di sé appena l’allusione poetica di Dante Alighieri nella Divina Commedia al «folle volo» di Ulisse, la cui nave affondò nell’oceano quando «dalla nova terra un turbo nacque che tre volte fé girar con tutte l’acque / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù…/ infin che ‘l mare fu sopra noi richiuso» (Inferno, canto xxvi).

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marxismoggi

Michel Clouscard. Un marxismo inesplorato

di Alessandra Ciattini

71iVBRDhvIL.jpgNon so se il marxismo occidentale sia morto, non so neppure se esso sia riassumibile in una formula, date le mai sopite discussioni sui temi centrali impostati e trattati da Marx, ma posso dire che mi capita spesso di incontrare nuovi studiosi marxisti (almeno che si dichiarano tali) a me sconosciuti, ma non ad altri, operanti sia nell’ambito delle scienze sociali sia in quello delle scienze dure.

In particolare, in questo campo, anche a causa dell’attualità dei temi ecologisti, molti autori, come Georges Gastaud, hanno ripreso a lavorare sulla Dialettica della natura [1]. A mio parere essi (o meglio alcuni di essi) meritano tutto il nostro interesse soprattutto oggi nell’attuale scenario internazionale lacerato da scontri e da conflitti, il cui esito potrebbe essere la sconfitta di tutte le classi in lotta, come prevedevano nel 1848 Marx ed Engels.

Naturalmente occorre in primis valutare il loro contributo e la loro coerenza con la definizione di socialismo, che mi pare appropriata, ma non schematica, proposta da Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, per i quali quest’ultimo deve essere identificato con “una società in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comune e i produttori lavorano in associazione per soddisfare i bisogni della società definiti dai produttori stessiCi saranno solo strutture controllate democraticamente per amministrare la produzione di cose e servizi al fine di soddisfare i bisogni della società umana” [2]. A loro parere (ed io concordo), una tale forma di società per ora non è mai esistita, anche se si sono tentati esperimenti interessanti che hanno dato vita a società complesse, ibride, non più capitaliste ma in trasformazione, tenendo sempre presente che la transizione può avere esiti diversi e inaspettati (https://sinistrainrete.info/marxismo/26741-guglielmo-carchedi-e-michael-roberts-la-teoria-del-valore-di-karl-marx-per-comprendere-il-funzionamento-del-capitalismo-oggi), non sempre umanamente controllabili secondo quella che Adam Ferguson nel Settecento definì la legge delle conseguenze involontarie. Gli stessi politici cinesi collocano la loro società solo nella fase primaria del socialismo, da cui non si potrà rapidamente uscire.

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sinistra

Analisi, previsione, oggettività: su alcuni usi della dialettica materialistica

di Eros Barone

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La dialettica vera e propria è lo studio della contraddizione nell’essenza stessa degli oggetti.

V. I. Lenin, Quaderni filosofici.

1. Analisi del problema relativo al ruolo dei sindacati e applicazione del metodo dialettico in Lenin

Scopo del presente articolo è quello di esaminare l’applicazione del metodo dialettico nell’analisi di un problema, nella formulazione di una previsione e nella determinazione di ciò che è oggettivo da parte della fisica contemporanea. Si cercherà, in primo luogo, di fornire un’esemplificazione del modo in cui tale metodo è stato applicato da quel maestro del socialismo scientifico e della dialettica materialistica che risponde al nome di Vladimir Il'ič Lenin. Dalla disàmina degli aspetti salienti del modo di argomentare e di ragionare che il rivoluzionario russo aveva maturato attraverso la conoscenza dei classici del materialismo storico-dialettico (Marx, Engels, Plechanov e, per certi versi, lo stesso Kautsky), si ricava infatti una grande lezione di metodo: una lezione che Lenin aveva pienamente assimilato e che seppe applicare contro la falsificazione opportunista del marxismo, come dimostra la sua acutissima lettura della Logica di Hegel e del Capitale di Marx.

Il metodo dialettico e il rapporto tra la logica formale e la logica dialettica sostanziano tutta l’opera di Lenin, dagli scritti sulla formazione del partito rivoluzionario alle discussioni sulla costruzione della dittatura del proletariato dopo la rivoluzione vittoriosa. Nel Che fare?, rintuzzando i ragionamenti formali di un socialdemocratico che nel processo di formazione del partito vedeva solo la realtà contraddittoria e nessun punto fermo su cui far leva, talché la realtà gli appariva un circolo vizioso, Lenin afferma: «Ogni questione “si aggira in un circolo vizioso” perché tutta la vita politica è una catena senza fine composta di un numero infinito di anelli. Tutta l’arte dell’uomo politico consiste precisamente nel trovare e nell’afferrare saldissimamente l’anello che più difficilmente può essergli strappato, che è il più importante in quel dato momento e che meglio gli garantisce il possesso di tutta la catena». 1