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lantidiplomatico

Potere Legittimo E Legale

di Carla Filosa

wesgnmodirtughIn attesa del 22-23 marzo, l’attenzione al referendum confermativo viene distratta da eventi di gran lunga superiori, come l’ultimo attacco di sabato scorso Usa/Israele all’Iran, le pregresse minacce a Cuba – anch’essa si vorrebbe ricoprire dalla bandiera a stelle e strisce, al pari di Groenlandia e Canada – e guerra in Ucraina la cui fine è in apparenza sempre più lontana, mentre produce morti e impoverimento quale obiettivo finora stabilizzato.

Essere distratti non significa però in questo caso essere dirottati dall’obiettivo principale, bensì essere indotti a guardare da un punto di visuale diverso, necessariamente più ampio, ove il nostro focus può trovare una motivazione causale che maggiormente identifica e direziona il problema da analizzare. In questa che ormai da molti viene chiamata “3° guerra mondiale a pezzi”, secondo la definizione ormai datata di papa Bergoglio, una delle novità più vistose in cui questa multiforme crisi appare è la liquidazione di ogni forma sedimentata di diritto, da quello internazionale a quello nazionale fino a quello più ideologico di “diritto umano”. 

È bene rammentare, ora, che, se è la riflessione che cerchiamo di proporre e su cui cimentarci, è opportuno per primo rivolgere lo sguardo alle condizioni oggettive che hanno preparato e reso necessario questo mutamento che forse possiamo definire epocale, per poi ritornare sui piani sovrastrutturali in cui le condizioni soggettive operano, ma non in modo separato e autonomo.

 Lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione si presenta sempre ineguale rispetto allo sviluppo dei rapporti giuridici sia sul piano nazionale sia su quello internazionale, e dato che questi ultimi esprimono e rappresentano le relazioni economiche che li determinano, è prioritario riuscire ad analizzare l’importanza di questo divario, occultato nelle società, che la storia inevitabilmente sta portando alla luce.

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lantidiplomatico

Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie. Quale ricordo?

di Fulvio Grimaldi

wengòireohhfSono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.

I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.

 Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.

* * * * 

 Necrofagia

Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti.

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ilpungolorosso

Il governo Meloni-Mattarella avanza a carro armato. E noi?

di Tendenza internazionalista rivoluzionaria

592142879 1420270186431121 1747495111744717758 n Milano 0.jpgLanciamo un allarme, e una proposta.

L’allarme è questo: il governo Meloni (con la tutela e i consigli del Quirinale) sta avanzando spedito, in contemporanea, su tre fronti della repressione: il nuovo decreto stronca-manifestazioni, il nuovo disegno di legge (Ddl) contro emigranti e immigrati, la legge organica per proteggere Israele da ogni critica e mettere a tacere il movimento per la Palestina.

La proposta è questa: riunire al più presto le forze realmente disponibili a battersi contro questo affondo repressivo da stato di polizia che serve all’instaurazione della economia di guerra e alla mobilitazione di guerra (riconfermata da ultimo nella conferenza di Monaco).

 

Il decreto stronca-manifestazioni

Il decreto legge approvato dall’esecutivo delle destre il 5 febbraio perfeziona e blinda ulteriormente il vecchio Ddl 1660 varato nel giugno scorso. Introducendo nuovi reati e nuove aggravanti di pena, quel Ddl colpiva ad un tempo le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, e quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari; i picchetti operai; le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; le forme di lotta di cui questi movimenti si dotano per aumentare la propria efficacia come i blocchi stradali e ferroviari; le occupazioni di case sfitte. Conteneva, inoltre, norme durissime contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto (1).

Il nuovo Ddl va oltre. Una delle sue norme-chiave (l’art. 7) reintroduce il fermo preventivo di polizia dei “sospetti” per colpire l’organizzazione delle manifestazioni, sottraendo ad esse l’apporto degli elementi più militanti – serve allo stesso obiettivo l’estensione delle “zone rosse” nelle città e la moltiplicazione dei relativi Daspo, con poteri del tutto discrezionali di prefetti e questori.

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seminaredomande

Italia, hub energetico per il gas liquefatto

di Francesco Cappello

photo 2026 02 17 20 18 05 1024x641.jpgL’Italia sta affrontando una radicale ristrutturazione del proprio approvvigionamento energetico, fondata sulla transizione dal gas russo a una “flotta globale” di GNL coordinata da Eni attraverso una rete di asset che si estende dall’Africa al Sud America. Questa strategia, pur presentata come una conquista di sicurezza nazionale, nasconde una profonda finanziarizzazione del settore: il gas è stato trasformato da risorsa strategica in un sottostante speculativo, il cui prezzo non è più legato ai costi di estrazione ma alle scommesse dei grandi fondi d’investimento sulle borse di Amsterdam e Londra. Mentre l’assetto societario di Eni risente della pressione dei capitali internazionali per dividendi immediati, il sistema industriale e le famiglie europee subiscono gli effetti di una volatilità estrema e di prezzi strutturalmente elevati. Il costo di questa transizione, aggravato dal rischio di creare infrastrutture destinate all’obsolescenza precoce (asset incagliati) e da un sistema di formazione dei prezzi marginali inefficiente, viene sistematicamente scaricato sulle bollette dei cittadini attraverso oneri di sistema e distorsioni del mercato elettrico, segnando il passaggio da una vulnerabilità politica a una dipendenza sistemica dai mercati finanziari globali.

* * * *

Claudio Descalzi ha recentemente espresso una visione molto chiara: il gas naturale liquefatto (GNL) è diventato il vero garante della sicurezza energetica italiana, sostituendo strutturalmente il “tubo” russo. Nelle sue ultime dichiarazioni (tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026), l’Amministratore Delegato di Eni [1] ha sottolineato diversi punti cruciali.

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Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

di Mario Sommella

Referendum Giustizia Cover.pngQuando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Francesco Coniglione su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

 

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

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effimera

Il Governo decreta lo stato di polizia | Per una prima lettura dell’ennesimo decreto liberticida

di Paolo Punx

Uliano Lucas.jpgChe nel mondo tiri una brutta aria è ormai evidente.

Dopo lo sdoganamento e le complicità con il genocidio dei palestinesi si sta globalmente scivolando verso forme di dominio senza limiti che stanno progressivamente erodendo ogni forma di mediazione.

L’Europa stessa, purtroppo, assomiglia a un Giano bifronte, che mostra da una parte il volto del riarmo e della guerra e dall’altro quello dell’autoritarismo.

L’ennesimo decreto liberticida approvato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri si inscrive in questo contesto generale.

Penso valga la pena di provare ad analizzare quelle parti del decreto che limitano ulteriormente qualunque forma di dissenso.

L’articolo 4 del decreto oltre a estendere le zone rosse nelle città, consente di utilizzare lo strumento del DASPO per silenziare il dissenso e prevede l’arresto in flagranza differita in caso di danneggiamenti durante le manifestazioni.

Spetta al Prefetto individuare quali zone delle città inibire (per 6 mesi estendibili fino a 18) a soggetti arbitrariamente ritenuti pericolosi.

Non a caso la norma è volutamente generica nel definire tale presunta pericolosità, al fine di consentire alle cosiddette forze dell’ordine una sua applicazione discrezionale.

Infatti, il divieto di accesso si può applicare a:

  • Chi tiene nelle stesse aree comportamenti violenti, minacciosi o insistentemente molesti, da cui derivi un concreto pericolo per la sicurezza (ovviamente termini come “molesto”, oppure “concreto pericolo” sono così vaghi che forniscono un’enorme discrezionalità al soggetto accertatore);
  • Persone denunciate negli ultimi 5 anni per delitti contro la persona o il patrimonio e… senza aggiungere gli altri reati, è importante segnalare che non si tratta di persone condannate per quei reati, ma semplicemente denunciate;

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marxismoggi

Votare no alla “sacrata” riforma

di Carla Filosa

2195368937Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. Ci si riferisce qui in particolare all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 30 e 31 gennaio scorso, effettuata dalla Corte Suprema di Cassazione e dalla Corte d’Appello. Per chi non ha seguito con interesse gli eventi fine mese, la solennità della cerimonia inaugurale della magistratura in toga rossa ed ermellino è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.

In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” – solo parole sue - avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” – di nuovo citazione – “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.

Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo, linguistico, ed evocatore usato da Nordio. Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro sposta invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.

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lafionda

Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”

di Onofrio Romano

Vincenzo Camuccini La morte di Cesare.jpgCi sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.

Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.

Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.

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lavoroesalute

Referendum giustizia: Le motivazioni del NO

 Alba Vastano intervista Pietro Adami

9344032 06213430 referendum giustizia nuovo quesito data voto cambia quando si vota cosa e successo.jpgDopo il referendum, comunque vada, ci dovremo preoccupare del successivo progetto di riforma. Ovviamente, se vincesse il No sarebbe molto buono e allontaneremmo il rischio che il Governo proceda con il premierato. E questa, lo dico a tutti, è già da sola una ragione per votare No. Il Governo ha cominciato con la giustizia, perché pensa che su questo tema ci sarà seguito. Se perde questo referendum, sicuramente abbandona gli altri progetti di modifica costituzionale”

(Pietro Adami)

Questa riforma ci racconta la crisi della democrazia. Il voto sarà uno spartiacque. In futuro, dopo che un referendum costituzionale avrà detto che il sorteggio è un metodo ammissibile per determinare i rappresentanti, ne vedremo una estensione ad altri campi: scuola, lavoro etc. Infatti, il difetto del voto è che seleziona persone impegnate, che hanno progetti e vogliono cambiamenti. Mentre con il sorteggio si attinge alla famosa maggioranza silenziosa” (P.Adami)

Il No al referendum di Marzo è obbligo per chi ha a cuore la democrazia e la Costituzione messe sotto scacco da un governo di matrice fascista, quindi spergiuro della nostra Costituzione.  Sui punti fondamentali della riforma della giustizia del ministro Nordio si esprime, nell’intervista che segue, Pietro Adami, avvocato costituzionalista, fra i firmatari del ricorso al Tar.

* * * *

Alba Vastano: Il 30 ottobre 2025 è stava votata a maggioranza la  riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Nordio con il pieno sostegno del governo Meloni. In sintesi e in generale prima di vedere i punti fondamentali, cosa si vuole riformare dell’attuale impianto costituzionale della giustizia. Può spiegarlo per fare  chiarezza su un tema ostico a chi non è del campo, considerato che i mainstream inquinano le informazioni a favore del governo e quindi del Sì alla riforma?

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Sette storie per non dormire: la chimica

di Ferdinando Bilotti

Cracking petrolchimico Brindisi.jpgNel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).

Cominciamo col trattare il caso dell’industria chimica. Questo fu uno dei settori protagonisti della seconda rivoluzione industriale. In esso l’Italia si trovò presto indietro rispetto agli altri grandi paesi europei, e tale situazione era ancora evidente all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il regime fascista, in verità, aveva tentato di porvi rimedio, ma le sue politiche erano valse più ad accrescere i profitti degli imprenditori che a consentire uno sviluppo solidamente fondato dell’apparato produttivo, quando non a garantire i primi anche a scapito del secondo. Difatti, il suo esasperato protezionismo aveva consentito la sopravvivenza di industrie poco efficienti, ostacolando in tal modo l’elevazione della produttività e del livello tecnologico medi dei vari comparti.

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mondocane

Trump e noi nel nostro piccolo

Con Gladio al potere è tempo di Askatasuna

di Fulvio Grimaldi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__trump_e_noi_nel_nostro_piccolo_con_gladio_al_potere_e_tempo_di_askatasuna/58662_64687/

Askatasuna,17 gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale

Aska demom partigiani.jpgIn altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

  1. Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
  1. Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero.

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collegamenti

Il fascismo, veramente?

di G. Soriano

E’ appropriato utilizzare la categoria “fascismo” per definire le nuove forme di governi (come quello Meloni in Italia) e movimenti autoritari che si vanno diffondendo ? Possiamo oggi accontentarci di qualificare come fasciste tutte le forze politiche di estrema destra? E’ pertinente se vogliamo combatterle? (1)

Mussolini e hitler.jpgUn termine generico

Quando Berlusconi era al potere in Italia, non era raro vederlo presentato come un fascista, con una camicia nera (2). Nel 1994 aveva creato, al Centro-Nord, il «Polo delle libertà» con la Lega Nord e, al Sud, il «Polo del buon governo» con Alleanza Nazionale, partito di origine neofascista; una parte della sinistra, e soprattutto dell’estrema sinistra, aveva allora gridato al ritorno del fascismo. Le proteste si intensificarono quando l’alleanza si stabilizzò nel 1996 con gli ex neofascisti ma senza la Lega. Il “fascismo” entrava al governo. Quando la Lega Nord – partito originariamente autonomista-indipendentista, ma diventato fortemente nazionalista con la leadership di Salvini – arrivò al potere, ci furono nuovamente persone di sinistra (e soprattutto di estrema sinistra) che denunciarono a gran voce il nuovo fascismo. Oggi è il partito Fratelli d’Italia (FdI) – erede dell’ex MSI (3)– che si suppone apra le porte al fascismo.

In Francia, è il partito di Jean-Marie Le Pen, fondato da ex membri dell’OAS, fascisti e nazisti, ed adesso il suo erede, il Rassemblement national (RN), a polarizzare l’attenzione degli antifascisti. Tuttavia, le modifiche ai programmi che accompagnano le diverse evoluzioni di queste formazioni non cambiano nulla della loro essenza neoliberista, conservatrice, «sovranista» e populista – con una patina sociale per il RN e FdI.

Ma non è solo l’estrema sinistra a denunciare il fascismo. In un articolo del 1995, Umberto Eco ha proposto il concetto di «fascismo eterno» (4) o «ur-fascismo». Secondo lui – sintetizzo – ogni fenomeno autoritario (maschilismo, populismo, tradizionalismo, vitalismo) sarebbe fascista e porterebbe in sé gli stessi germi del fascismo storico.

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lafionda

Sganciarsi dagli USA e fare pace con la Russia

di Enrico Grazzini

USEURussiaFlags.jpgIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato nel suo discorso di fine anno che la politica italiana deve svolgersi entro due coordinate principali, l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica. Giorgia Meloni che, a differenza di Mattarella, non ha molto a cuore lo Stato di diritto, ha comunque confermato nella conferenza stampa di inizio 2026 che la UE e la Nato sono le due direttrici fondamentali della politica nazionale: ma il problema è che UE e Nato stanno crollando e che promuovono politiche contrarie agli interessi del popolo italiano e dei popoli europei. La politica italiana ed europea è quindi totalmente squilibrata, controproducente, sorpassata e inadatta al nuovo contesto globale di scontro di tutti contro tutti. Il presidente americano Donald Trump tenta di annettersi la Groenlandia, un vastissimo territorio della Danimarca coperto dai ghiacci ma ricco di molti minerali strategici, e cerca anche di mettersi d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina: la sua politica sta spaccando l’Alleanza Transatlantica così cara a Mattarella e alla premier Giorgia Meloni. Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer invocano un’azione comune della Nato e americana per garantire la sicurezza dell’enorme e ambita isola artica. Ma è evidente che Trump vuole la Groenlandia tutta per sé senza condividerla con gli altri soci occidentali.

L’UE è impotente, mentre la cosiddetta Unione dei Volenterosi – l’associazione informale di Francia, Germania, Gran Bretagna, e poi Polonia, Italia, Spagna, e paesi baltici – sta promuovendo una politica di scontro frontale contro la Russia del tiranno Vladimir Putin. Mentre Trump attacca l’Europa, l’Unione dei Volenterosi e l’UE perseverano nell’idiota strategia di trasformare l’Ucraina – che ha perso la guerra con la Russia – in un “porcospino armato”, strategia tesa a proseguire all’infinito la guerra con la Russia. L’Europa si sta così creando un nemico mortale che però non ha alcun interesse ad attaccarla. La Russia, il paese più grande del mondo, sta vincendo la guerra in Ucraina ma è evidente che non ha nessuna intenzione, nessun interesse, e neppure la forza, di aggredire tutta l’Europa e la Nato. Pensare che Putin voglia assalire e conquistare Parigi, Berlino o Roma scatenando una guerra atomica è palesemente assurdo. Però, è noto che, continuando a gridare contro il lupo cattivo, il lupo spaventato può alla fine davvero attaccare.

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ilpungolorosso

L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari

di Il Pungolo Rosso

6757e816068db.jpegIl professor Massimo Cacciari è considerato da tempo un “maître à penser” della cosiddetta “sinistra alternativa”: una sorta di area critica che va dalla sinistra PD, passa per AVS e arriva ad adagiarsi sulle rive multifacciali del radical-gauchismo, per non dire del sovranismo.

E’ un’area non sempre facilmente classificabile dal punto di vista politico e perciò assai ambigua e pericolosa, in particolare nei periodi di acuta crisi politica e di corsa alla guerra come quello che stiamo vivendo.

Cacciari assume alcune posizioni sulla guerra se non proprio condivisibili, di certo non paragonabili alla canea reazionaria guerrafondaia e riarmista che, partendo dalle istituzioni, sta impestando da tempo il nostro vivere sociale.

Per lui la guerra in Ucraina è una “inutile” guerra, provocata in primo luogo dall’espansionismo verso Est delle potenze occidentali dalla caduta del Muro in poi. Considera una “follia” la persistente politica russofoba di cui Mattarella in Italia si è fatto paladino. Una grossa balla le presunte mire espansioniste di Putin fino a Lisbona. Un insulto ai cittadini europei la corsa al riarmo fatta a tutto discapito di sanità, scuola, servizi sociali; gravante in maniera inaccettabile sulle condizioni di vita dei lavoratori e sui crescenti strati più poveri della popolazione. Parla di “fallimento” della socialdemocrazia europea, la quale, insieme alle correnti demo-liberali, si sarebbe prostrata al neo-liberismo imperante, favorendo così clamorosamente l’affermazione delle destre nell’intero continente, e oltre.

Ci fermiamo qui coi richiami, tanto per esemplificare come le posizioni di questo intellettuale di lungo corso, protagonista di molti “equilibrismi” sessantottini e post-sessantottini, vadano ricondotte alla loro essenza politica. Proprio per evitare fraintendimenti ed equivoci deleteri da parte di chi lavora con serietà a costituire un largo fronte di opposizione alla guerra che sia realmente tale.

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Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

di Mario Sommella

giustizia2 2 720x398.jpgQuando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:

• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;

• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;

• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

 

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.