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Sette storie per non dormire: la chimica
di Ferdinando Bilotti
Nel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).
Cominciamo col trattare il caso dell’industria chimica. Questo fu uno dei settori protagonisti della seconda rivoluzione industriale. In esso l’Italia si trovò presto indietro rispetto agli altri grandi paesi europei, e tale situazione era ancora evidente all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il regime fascista, in verità, aveva tentato di porvi rimedio, ma le sue politiche erano valse più ad accrescere i profitti degli imprenditori che a consentire uno sviluppo solidamente fondato dell’apparato produttivo, quando non a garantire i primi anche a scapito del secondo. Difatti, il suo esasperato protezionismo aveva consentito la sopravvivenza di industrie poco efficienti, ostacolando in tal modo l’elevazione della produttività e del livello tecnologico medi dei vari comparti.
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Trump e noi nel nostro piccolo
Con Gladio al potere è tempo di Askatasuna
di Fulvio Grimaldi
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__trump_e_noi_nel_nostro_piccolo_con_gladio_al_potere_e_tempo_di_askatasuna/58662_64687/
Askatasuna,17 gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale
In altalena tra bello e brutto
La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.
Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.
- Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
- Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero.
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Il fascismo, veramente?
di G. Soriano
E’ appropriato utilizzare la categoria “fascismo” per definire le nuove forme di governi (come quello Meloni in Italia) e movimenti autoritari che si vanno diffondendo ? Possiamo oggi accontentarci di qualificare come fasciste tutte le forze politiche di estrema destra? E’ pertinente se vogliamo combatterle? (1)
Un termine generico
Quando Berlusconi era al potere in Italia, non era raro vederlo presentato come un fascista, con una camicia nera (2). Nel 1994 aveva creato, al Centro-Nord, il «Polo delle libertà» con la Lega Nord e, al Sud, il «Polo del buon governo» con Alleanza Nazionale, partito di origine neofascista; una parte della sinistra, e soprattutto dell’estrema sinistra, aveva allora gridato al ritorno del fascismo. Le proteste si intensificarono quando l’alleanza si stabilizzò nel 1996 con gli ex neofascisti ma senza la Lega. Il “fascismo” entrava al governo. Quando la Lega Nord – partito originariamente autonomista-indipendentista, ma diventato fortemente nazionalista con la leadership di Salvini – arrivò al potere, ci furono nuovamente persone di sinistra (e soprattutto di estrema sinistra) che denunciarono a gran voce il nuovo fascismo. Oggi è il partito Fratelli d’Italia (FdI) – erede dell’ex MSI (3)– che si suppone apra le porte al fascismo.
In Francia, è il partito di Jean-Marie Le Pen, fondato da ex membri dell’OAS, fascisti e nazisti, ed adesso il suo erede, il Rassemblement national (RN), a polarizzare l’attenzione degli antifascisti. Tuttavia, le modifiche ai programmi che accompagnano le diverse evoluzioni di queste formazioni non cambiano nulla della loro essenza neoliberista, conservatrice, «sovranista» e populista – con una patina sociale per il RN e FdI.
Ma non è solo l’estrema sinistra a denunciare il fascismo. In un articolo del 1995, Umberto Eco ha proposto il concetto di «fascismo eterno» (4) o «ur-fascismo». Secondo lui – sintetizzo – ogni fenomeno autoritario (maschilismo, populismo, tradizionalismo, vitalismo) sarebbe fascista e porterebbe in sé gli stessi germi del fascismo storico.
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Sganciarsi dagli USA e fare pace con la Russia
di Enrico Grazzini
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato nel suo discorso di fine anno che la politica italiana deve svolgersi entro due coordinate principali, l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica. Giorgia Meloni che, a differenza di Mattarella, non ha molto a cuore lo Stato di diritto, ha comunque confermato nella conferenza stampa di inizio 2026 che la UE e la Nato sono le due direttrici fondamentali della politica nazionale: ma il problema è che UE e Nato stanno crollando e che promuovono politiche contrarie agli interessi del popolo italiano e dei popoli europei. La politica italiana ed europea è quindi totalmente squilibrata, controproducente, sorpassata e inadatta al nuovo contesto globale di scontro di tutti contro tutti. Il presidente americano Donald Trump tenta di annettersi la Groenlandia, un vastissimo territorio della Danimarca coperto dai ghiacci ma ricco di molti minerali strategici, e cerca anche di mettersi d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina: la sua politica sta spaccando l’Alleanza Transatlantica così cara a Mattarella e alla premier Giorgia Meloni. Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer invocano un’azione comune della Nato e americana per garantire la sicurezza dell’enorme e ambita isola artica. Ma è evidente che Trump vuole la Groenlandia tutta per sé senza condividerla con gli altri soci occidentali.
L’UE è impotente, mentre la cosiddetta Unione dei Volenterosi – l’associazione informale di Francia, Germania, Gran Bretagna, e poi Polonia, Italia, Spagna, e paesi baltici – sta promuovendo una politica di scontro frontale contro la Russia del tiranno Vladimir Putin. Mentre Trump attacca l’Europa, l’Unione dei Volenterosi e l’UE perseverano nell’idiota strategia di trasformare l’Ucraina – che ha perso la guerra con la Russia – in un “porcospino armato”, strategia tesa a proseguire all’infinito la guerra con la Russia. L’Europa si sta così creando un nemico mortale che però non ha alcun interesse ad attaccarla. La Russia, il paese più grande del mondo, sta vincendo la guerra in Ucraina ma è evidente che non ha nessuna intenzione, nessun interesse, e neppure la forza, di aggredire tutta l’Europa e la Nato. Pensare che Putin voglia assalire e conquistare Parigi, Berlino o Roma scatenando una guerra atomica è palesemente assurdo. Però, è noto che, continuando a gridare contro il lupo cattivo, il lupo spaventato può alla fine davvero attaccare.
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L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
di Il Pungolo Rosso
Il professor Massimo Cacciari è considerato da tempo un “maître à penser” della cosiddetta “sinistra alternativa”: una sorta di area critica che va dalla sinistra PD, passa per AVS e arriva ad adagiarsi sulle rive multifacciali del radical-gauchismo, per non dire del sovranismo.
E’ un’area non sempre facilmente classificabile dal punto di vista politico e perciò assai ambigua e pericolosa, in particolare nei periodi di acuta crisi politica e di corsa alla guerra come quello che stiamo vivendo.
Cacciari assume alcune posizioni sulla guerra se non proprio condivisibili, di certo non paragonabili alla canea reazionaria guerrafondaia e riarmista che, partendo dalle istituzioni, sta impestando da tempo il nostro vivere sociale.
Per lui la guerra in Ucraina è una “inutile” guerra, provocata in primo luogo dall’espansionismo verso Est delle potenze occidentali dalla caduta del Muro in poi. Considera una “follia” la persistente politica russofoba di cui Mattarella in Italia si è fatto paladino. Una grossa balla le presunte mire espansioniste di Putin fino a Lisbona. Un insulto ai cittadini europei la corsa al riarmo fatta a tutto discapito di sanità, scuola, servizi sociali; gravante in maniera inaccettabile sulle condizioni di vita dei lavoratori e sui crescenti strati più poveri della popolazione. Parla di “fallimento” della socialdemocrazia europea, la quale, insieme alle correnti demo-liberali, si sarebbe prostrata al neo-liberismo imperante, favorendo così clamorosamente l’affermazione delle destre nell’intero continente, e oltre.
Ci fermiamo qui coi richiami, tanto per esemplificare come le posizioni di questo intellettuale di lungo corso, protagonista di molti “equilibrismi” sessantottini e post-sessantottini, vadano ricondotte alla loro essenza politica. Proprio per evitare fraintendimenti ed equivoci deleteri da parte di chi lavora con serietà a costituire un largo fronte di opposizione alla guerra che sia realmente tale.
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Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere
di Mario Sommella
Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.
La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:
• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;
• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;
• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.
Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.
Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.
L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti
Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.
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La canea filosionista e l’arresto di Hannoun
di ALGAMICA
Il giornalismo è l’arte di come si monta una notizia da fatti più o meno accertati, sviluppando poi una trama secondo gli interessi di chi si vuole servire.
A far gran cassa in questi giorni è l’operazione congiunta da parte della DNAA, Digos, Guardia di Finanza e la logistica dei servizi segreti israeliani che hanno portato all’arresto di 9 persone, tra cui Mohammad Hannoun e altri esponenti e attivisti dell’Associazione Palestinesi d’Italia (API). Un’operazione che prima di essere di polizia e della Magistratura è del governo, che nella complicità col genocidio ancora in atto in Palestina e a Gaza, mira a colpire, disorientare e scoraggiare una mobilitazione generale in fase di riflusso contro lo Stato di Israele e tutti i suoi complici occidentali.
Le carte degli inquirenti, di cui la stampa del libero Occidente è felice di fare da megafono, raccontano di come certe organizzazioni dei palestinesi in Italia abbiano raccolto la cifra di 7,28 milioni di euro, di cui uno sequestrato durante il bliz poliziesco. Una raccolta fondi cresciuta nell’ultimo periodo “strumentalizzando” le mobilitazioni ProPal di questi ultimi due anni, il cui scopo non erano gli aiuti per i gazawi ma per altri fini: ovvero finanziare la rete “terroristica” di Hamas. Una ricostruzione degli inquirenti cui si aggiungono i ricami della stampa liberale e del governo Meloni, che collegano Hannoun alle operazioni Flotilla e all’attivismo di Francesca Albanese additando i partecipanti di un intero movimento quali utili idioti. Mentre i partiti di opposizione AVS e M5S, vergognosamente fanno proprie le ragioni degli inquirenti e si rivolgono al movimento ProPal, nella sua fase di riflusso, suggerendo di prendere le distanze da una strenua difesa di Mohammad Hannoun, Abu Omar (e l’intera API di conseguenza), e lasciati in balia delle autorità costituite perchè nemici della causa palestinese.
Vogliamo chiarire da subito che ci interessa poco accertare se i fatti da cui originano le indagini degli inquirenti e che i giornali riportano con dovizia di particolari siano veri o artefatti.
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Italia come Israele. Arresta i palestinesi, protegge i genocidi
di Redazione
Il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Mohammed Hannoun, è tra gli arrestati di una operazione condotta da polizia e guardia di finanza. Sono state eseguite misure cautelari nei confronti di nove indagati, destinatari tutti della custodia in carcere, e di tre associazioni.
Mohammad Hannoun viene accusato di essere membro del comparto estero di Hamas’ e ‘vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas’ che viene definita come organizzazione terrorista mentre si tratta di un movimento politico della resistenza palestinese.
In particolare, gli arrestati vengono accusati di aver “contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica, per un ammontare complessivo di circa sette milioni di euro”, con “operazioni di triangolazione” attraverso bonifici bancari o con altre modalità attraverso associazioni con sede all’estero, in favore di associazioni con sede a Gaza “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas” o “direttamente a favore di esponenti di Hamas, in particolare, a Osama Alisawi, già Ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza, che in varie circostanze sollecitava tale supporto finanziario”.
Hannoun e gli altri sono accusati di aver finanziato Hamas per sette milioni di euro attraverso associazioni. I provvedimenti cautelari sono stati emessi nell’ambito una indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo sulla base di documenti inviati dallo stato di Israele.
Come si vede, gli eventuali finanziamenti – a nostro avviso pienamente legittimi – sarebbero andati a istituzioni pubbliche di Gaza ovviamente gestite dal governo locale su quel territorio. Non solo. Come è spiegato nella stessa ordinanza, quelle istituzioni gestite da Hamas che è espressione di quel governo a Gaza, vengono considerate illegali da Israele e USA ma non dalle Nazioni Unite o da altro organismo internazionale legittimato.
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L’ora di sionismo? I disegni di legge sull’antisemitismo e la scuola
di Diego Melegari
«Ho parlato con Delrio, abbiamo intenzione di trovare dei punti di intesa […] I dettagli li discuteremo. Ci sono molte cose che coincidono, come la definizione dell’antisemitismo, che deriva da organismi internazionali […] Anche il governo Conte II, di cui Boccia faceva parte, l’aveva adottata. Quindi stanno facendo una recita pro Pal. Stanno alimentando un clima insano, stanno diventano tutti degli Albanese […] vorremmo approvare la legge entro il 27 gennaio, Giorno della Memoria»[1]. Queste le parole di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato e firmatario di un disegno di legge contro l’antisemitismo.
Dell’impianto generale della proposta di Gasparri si è già occupato approfonditamente Alessandro Somma, al cui articolo rimando[2]. Dobbiamo ora ricordare che i disegni di legge in discussione su questo tema sono ben quattro: quello di Gasparri, quello di Scalfarotto (Italia Viva), quello di Romeo (Lega) e, infine, proprio quello di Delrio (PD). C’è da dire che sulle premesse concettuali Gasparri ha ragione: tutti i disegni di legge accettano la “definizione operativa” di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), raccomandata dal Parlamento Europeo (risoluzione del 1 giugno 2017), recepita dal Consiglio Europeo (dichiarazione n. 15213 del 2018) e adottata dal Consiglio dei Ministri (17 gennaio 2020): «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto». Il carattere problematico di un’adozione acritica delle definizioni dell’IHRA risiede soprattutto negli esempi che accompagnano la formula generale. Costituirebbero forme di “nuovo antisemitismo”, infatti, anche il «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo», il «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti» o l’«applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico».
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Il Non Paper del ministro della guerra vede pericoli e minacce ovunque
di Francesco Cappello
Crosetto ci invita ad affacciarci alla finestra di Overton [1] delle sue interessate paranoie sulla guerra ibrida
Abbandoniamo tutte le nostre strampalate teorie sul perché le bollette energetiche siano lievitate, la sanità pubblica non funziona, le piccole imprese falliscono ed evitiamo di dare credito a tutte quelle teorie che siamo soliti adottare per spiegarci come mai i cittadini italiani si mostrino sempre più restii a votare. Crosetto nel suo Non-paper [2] del 18 novembre 2025 e presentato al Consiglio Supremo di Difesa il giorno successivo, intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva“, “costruito integrando informazioni non classificate del comparto intelligence con analisi estrapolate da fonti aperte attendibili” ci dice l’indiscutibile verità. È colpa dei russi che insieme a cinesi iraniani e altri attori ostili ci danneggiano quotidianamente. Siamo in una guerra permanente e invisibile, la “Guerra Ibrida”. Questa minaccia è così “subdola” e “incessante” che “ogni giorno erode in modo silente la sicurezza delle nostre società“.
Si definisce minaccia ibrida “quella portata da attori statuali (anche attraverso attori non-statuali che operano come agenti o proxy) mediante una combinazione di azioni sinergiche in vari domini (diplomatico, informativo, militare, economico-finanziario dell’intelligence). È oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni.
L’effetto immediato di questo allarme, ovviamente, è la necessità improcrastinabile di nuove strutture, poteri e, soprattutto, finanziamenti.
A leggere il Non Paper di Crosetto viene in mente il testo dei Negrita ‘Nel Blu – Lettera ai padroni della terra [*]
‘Nel Blu – Lettera ai padroni della terra
I pericoli: il terrore quotidiano e l’espansione del potere digitale
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Sull’escalation repressiva di queste ore. Il governo Meloni ordina, le questure eseguono
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Il brutale pestaggio operato sabato mattina dalle forze dell’ordine della questura di Napoli dentro la Mostra d’Oltremare a danno dei manifestanti che protestavano contro la presenza di Teva al PharmaExpo, conclusosi con l’assurdo arresto di Mimì, Dario e Francesco, costituisce un salto di qualità repressivo tanto clamoroso quanto inquietante nelle modalità di gestione dell'”ordine pubblico” da parte degli apparati dello stato durante le manifestazioni e le iniziative di protesta.
Ripercorrere il reale andamento dei fatti di sabato (come è avvenuto già domenica mattina durante il presidio-conferenza stampa fuori ai cancelli della Mostra d’oltremare), è quanto mai necessario, non solo per inquadrare i termini e le implicazioni politiche di questa escalation, ma anche per ribaltare il fiume di falsità e di calunnie messe in giro dalle veline della Questura e riprese integralmente e senza alcuna verifica da alcuni organi di stampa locali e nazionali (vedi il vergognoso articolo de Il Mattino di domenica 26 ottobre).
Sabato mattina era stato indetto un presidio unitario promosso dalla Rete Sanitari per Gaza, dal movimento BDS e dalla rete Napoli per la Palestina per protestare contro la presenza della multinazionale farmaceutica israeliana TEVA all’interno della rassegna PharmaExpo organizzata alla Mostra d’oltremare di Napoli.
Tale iniziativa avveniva in continuità e in coerenza con una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di TEVA, non solo e non tanto per essere una multinazionale sionista, ma anche e soprattutto per la sua complicità attiva nel genocidio del popolo palestinese, in primis attraverso finanziamenti diretti all’esercito israeliano, in secondo luogo per mezzo di un vero e proprio embargo sanitario sul popolo palestinese, a cui vengono applicati prezzi enormemente maggiorati per l’acquisto dei farmaci TEVA e a cui viene negato l’accesso ai vaccini.
Nonostante la Mostra d’Oltremare sia un luogo pubblico ad accesso libero (previo pagamento di un biglietto simbolico di 1 euro a persona), il varco d’accesso corrispondente al luogo del presidio (sul viale Kennedy) veniva chiuso e presidiato da un ingente spiegamento di forze di polizia in tenuta antisommossa.
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Lettera aperta al giornale il manifesto: niente di personale!
di Michele Castaldo
Da vecchio militante comunista, a fine agosto 2025, mi ero rivolto al quotidiano il manifesto - che conserva ancora, anche se in caratteri infinitesimali, sul titolo, la scritta quotidiano comunista – per poter postare a pagamento la copertina del mio libro La crisi di una teoria rivoluzionaria. Mi fu chiesto di visionare il libro, cosa che feci portandolo nella sede romana di via Bargoni 8, dove lo lasciai in attesa di conoscere l’esito. Ero interessato a pubblicare lo spot per il 28 settembre 2025, perché compivo 80 anni, che si compiono una volta sola, se si compiono.
Dopo giorni di silenzio mi premunii di telefonare, parlando con la signora Caterina, con la quale ero entrato in contatto fin dalla prima telefonata, e mi fu risposto che avrei dovuto pazientare ancora qualche giorno. Ma di giorni ne passarono ancora e non ebbi mai risposta. Spazientito, nonché offeso, ma mai arreso, mi diedi da fare.
Ricordandomi del proverbio che ripeteva spesso mia mamma, comunista: «se pensi di suicidarti, vai al mare, perché nelle pozzanghere ti sporchi e non muori », lunedì 22 settembre telefonai al Corriere della sera per chiedere di pubblicare lo spot del libro di cui sopra. Mi fu chiesto il prezzo, gli inviai tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico il 25 settembre e il giorno 28 settembre, come convenuto, comparì un piede nella pagina della Cultura, del più importante quotidiano italiano, lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.
Su suggerimento del mio sodale Alessio Galluppi, avevo fatto la stessa richiesta a Il Fatto quotidiano in contemporanea al il manifesto e anche a loro avevo consegnato il libro perché si rendessero conto del contenuto. Ma anche da Il Fatto ci fu silenzio. Poi, però, dopo che era stato pubblicato sul Corriere della sera mi telefonò il responsabile di Roma per chiedermi se volessi ancora pubblicare lo spot del libro. Mi chiesero il prezzo per una intera pagina, gli spedii tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico e domenica 19 ottobre è comparso a tutta pagina anche su Il Fatto quotidiano lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.
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La borghesia agguerrita fa bollire la rana
di Umberto Franchi
Giustizia sociale di classe, economia in declino, leggi liberticide: in Italia il disastro sociale ed economico viene da lontano
Oggi in Italia siamo in presenza di una economia sempre più finanziarizzata e globalizzata, attraverso la mobilità delle merci, dei capitali e del lavoro, con un aumento esponenziale della finanziarizzazione dei capitali, nonché della mobilità delle informazioni, attraverso i flussi della tecnica informatica.
Non esiste più un ruolo di intervento programmatico dello Stato, le classi borghesi, riescono a imporre il proprio modello a ogni altro flusso sociale e di sviluppo alternativo, con un padronato sempre più agguerrito che cerca di fare profitti sia riducendo in continuazione il costo del lavoro, sia con la speculazione finanziaria, senza rischiare di investire i propri capitali in attività economiche di alto profilo.
E’ cambiata anche la realtà sia nella comunicazione pubblica, che nelle relazioni private… sia nello studio, nel tempo libero, nelle attività riproduttive, sui social, nelle attività commerciali, nella produzione.
E’ stato instaurato un meccanismo sempre più alienante ma capace di carpire anche il consenso di vasti strati di giovani e ceti subordinati.
La realtà sociale e politica è disastrosa a livello di massa, ma non viene ancora percepita come tale… anzi sembra che il popolo stia facendo la fine della “rana bollita” abituandosi gradualmente ad accettare tutto, iniziando a diventare lesso.
La realtà sociale di oggi che viene bene evidenziata dai dati elaborati da ILO e INPS. Ed è questa:
- I salari e le pensioni sono diminuiti del 15% negli ultimi 10 anni e addirittura del 3% rispetto al 1990, collocando i lavoratori italiani all’ultimo posto in Europa;
- In Italia non esiste un salario minimo e milioni di lavoratori sono obbligati a lavorare con “contratti pirata” e paghe inferiori a 5 euro l’ora lordi e 6,5 milioni di famiglie sono in povertà assoluta;
- In Italia il 37% di tutti i pensionati percepiscono pensioni inferiori a 1000 euro al mese;
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Italia: una società anziana, malata e sempre più diseguale
di Redazione
Due recenti rapporti ci offrono un affresco delle condizioni in cui versa la società italiana, disegnando uno scenario di forti diseguaglianze, frammentazione sociale e crisi demografica.
Lo stato dell’economia
Secondo il rapporto annuale dell’Istat “l’Italia ha mantenuto, per il secondo anno consecutivo, un ritmo di crescita dello 0,7 per cento, che riflette un debole contributo positivo della domanda estera netta e un rallentamento della spesa per consumi e, soprattutto, per investimenti. La crescita del Pil dell’Italia è risultata inferiore a Francia e Spagna, mentre la Germania ha sperimentato il secondo anno di contrazione”. Nello stesso periodo di tempo gli Stati Uniti sono cresciuti del 2,8%, la Cina del 5 e la media dei 27 paesi dell’Unione Europea è passata da una crescita del 0,4% del 2023 ad una dell’1% del 2024. Le cause di questa crescita moderata dell’economia italiana secondo l’Istat sono da rintracciare all’interno delle dinamiche internazionali incerte e in particolare rispetto alle esportazioni, ma anche nelle caratteristiche del sistema produttivo italiano “quali la dimensione delle imprese, la specializzazione in settori tradizionali e il limitato contenuto tecnologico/innovativo dei prodotti – a loro volta negativamente associate all’efficienza e all’incremento della produttività.”
Il rapporto sottolinea come la crescita sia piuttosto diversificata a seconda dei settori produttivi. Sull’onda lunga degli incentivi fiscali e del PNRR il settore dell’edilizia e delle costruzioni ha segnato un aumento del valore aggiunto in termini reali del 1,2% (anche se nel 2023 l’incremento era stato molto più consistente: +6,9%). In positivo anche l’agricoltura con un +2%, ma con performances ancora molto al di sotto dell’economia pre-pandemica (-5,2 per cento).
Nel settore industriale poi si nota con più chiarezza l’andamento estremamente frammentato a seconda dei diversi settori produttivi. Complessivamente si riscontra una riduzione del -0,1%, mentre nel 2023 la contrazione era stata dell’1,8%. A sollevare i destini del settore sono stati “la forte crescita nei comparti della fornitura di energia (+7,3 per cento, dopo -3,1 dell’anno precedente) e dell’industria estrattiva (+6,2 per cento, recuperando il -5,2 del 2023), mentre nell’industria manifatturiera si è avuta una diminuzione dello 0,7 per cento, che segue un calo dell’1,2 per cento nel 2023.”
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Deserto astensionista e ritorno della “sinistra” liberista: il caso Genova
di Eros Barone
Quando non hai più un nemico è lui che ha vinto.
André Frénaud, Il silenzio di Genova.
Al primo turno delle elezioni comunali di Genova hanno votato 249.000 genovesi. Tra Comune e municipi, i candidati erano più di 3000. Un rapporto tra candidati e votanti straordinario per la minima distanza tra elettorato attivo ed elettorato passivo: più o meno uno su ottanta. In una democrazia avanzata o di tipo sovietico sarebbe stato il suggello di una entusiasmante partecipazione di massa al dibattito pubblico e alla scelta dei rappresentanti del popolo, che ne consegue. Ma quel rapporto, nel sistema istituzionale italiano, è soltanto lo specchio dello svuotamento cui è giunta la democrazia borghese in assenza di ogni reale alternativa politica. Infatti, avevano diritto al voto 480.000 cittadini genovesi e quasi la metà si sono astenuti. Sorge allora spontaneo un paragone: quando si affermava, nei “gloriosi trent’anni” che vanno dal 1945 al 1975, la spinta democratica e rinnovatrice generata dalle lotte operaie, giovanili e popolari, sostenuta dalla partecipazione di larghe masse alla battaglia politica, furono conseguite importanti conquiste: la scala mobile, la scuola media unica, lo Statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria. Lo stesso paragone ci dice, circa il grado della partecipazione elettorale, che alle elezioni politiche del 1958 andarono a votare 84 italiani su 100, mentre nel 2022 furono soltanto 64 su 100 gli italiani che si recarono alle urne.
Il ritorno della “sinistra” liberista alla guida del governo locale avviene, dunque, nel bel mezzo di un deserto di astensioni dal voto, che si estende a poco meno della metà del corpo elettorale, confermando il silenzioso esodo di massa, in corso ormai da decenni, dalla partecipazione popolare a uno degli istituti più importanti della democrazia rappresentativa borghese, quello più strettamente connesso al territorio.
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