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Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

di Mario Sommella

giustizia2 2 720x398.jpgQuando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:

• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;

• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;

• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

 

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

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sinistra

La canea filosionista e l’arresto di Hannoun

di ALGAMICA

hannounIl giornalismo è l’arte di come si monta una notizia da fatti più o meno accertati, sviluppando poi una trama secondo gli interessi di chi si vuole servire.

A far gran cassa in questi giorni è l’operazione congiunta da parte della DNAA, Digos, Guardia di Finanza e la logistica dei servizi segreti israeliani che hanno portato all’arresto di 9 persone, tra cui Mohammad Hannoun e altri esponenti e attivisti dell’Associazione Palestinesi d’Italia (API). Un’operazione che prima di essere di polizia e della Magistratura è del governo, che nella complicità col genocidio ancora in atto in Palestina e a Gaza, mira a colpire, disorientare e scoraggiare una mobilitazione generale in fase di riflusso contro lo Stato di Israele e tutti i suoi complici occidentali.

Le carte degli inquirenti, di cui la stampa del libero Occidente è felice di fare da megafono, raccontano di come certe organizzazioni dei palestinesi in Italia abbiano raccolto la cifra di 7,28 milioni di euro, di cui uno sequestrato durante il bliz poliziesco. Una raccolta fondi cresciuta nell’ultimo periodo “strumentalizzando” le mobilitazioni ProPal di questi ultimi due anni, il cui scopo non erano gli aiuti per i gazawi ma per altri fini: ovvero finanziare la rete “terroristica” di Hamas. Una ricostruzione degli inquirenti cui si aggiungono i ricami della stampa liberale e del governo Meloni, che collegano Hannoun alle operazioni Flotilla e all’attivismo di Francesca Albanese additando i partecipanti di un intero movimento quali utili idioti. Mentre i partiti di opposizione AVS e M5S, vergognosamente fanno proprie le ragioni degli inquirenti e si rivolgono al movimento ProPal, nella sua fase di riflusso, suggerendo di prendere le distanze da una strenua difesa di Mohammad Hannoun, Abu Omar (e l’intera API di conseguenza), e lasciati in balia delle autorità costituite perchè nemici della causa palestinese.

Vogliamo chiarire da subito che ci interessa poco accertare se i fatti da cui originano le indagini degli inquirenti e che i giornali riportano con dovizia di particolari siano veri o artefatti.

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contropiano2

Italia come Israele. Arresta i palestinesi, protegge i genocidi

di Redazione

Hannoun2.jpgIl presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Mohammed Hannoun, è tra gli arrestati di una operazione condotta da polizia e guardia di finanza. Sono state eseguite misure cautelari nei confronti di nove indagati, destinatari tutti della custodia in carcere, e di tre associazioni.

Mohammad Hannoun viene accusato di essere membro del comparto estero di Hamas’ e ‘vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas’ che viene definita come organizzazione terrorista mentre si tratta di un movimento politico della resistenza palestinese.

In particolare, gli arrestati vengono accusati di aver “contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica, per un ammontare complessivo di circa sette milioni di euro”, con “operazioni di triangolazione” attraverso bonifici bancari o con altre modalità attraverso associazioni con sede all’estero, in favore di associazioni con sede a Gaza “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas” o “direttamente a favore di esponenti di Hamas, in particolare, a Osama Alisawi, già Ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza, che in varie circostanze sollecitava tale supporto finanziario”.

Hannoun e gli altri sono accusati di aver finanziato Hamas per sette milioni di euro attraverso associazioni. I provvedimenti cautelari sono stati emessi nell’ambito una indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo sulla base di documenti inviati dallo stato di Israele.

Come si vede, gli eventuali finanziamenti – a nostro avviso pienamente legittimi – sarebbero andati a istituzioni pubbliche di Gaza ovviamente gestite dal governo locale su quel territorio. Non solo. Come è spiegato nella stessa ordinanza, quelle istituzioni gestite da Hamas che è espressione di quel governo a Gaza, vengono considerate illegali da Israele e USA ma non dalle Nazioni Unite o da altro organismo internazionale legittimato.

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lafionda

L’ora di sionismo? I disegni di legge sull’antisemitismo e la scuola

di Diego Melegari

Cartellone Palestina definitivo.png«Ho parlato con Delrio, abbiamo intenzione di trovare dei punti di intesa […] I dettagli li discuteremo. Ci sono molte cose che coincidono, come la definizione dell’antisemitismo, che deriva da organismi internazionali […] Anche il governo Conte II, di cui Boccia faceva parte, l’aveva adottata. Quindi stanno facendo una recita pro Pal. Stanno alimentando un clima insano, stanno diventano tutti degli Albanese […] vorremmo approvare la legge entro il 27 gennaio, Giorno della Memoria»[1]. Queste le parole di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato e firmatario di un disegno di legge contro l’antisemitismo.

Dell’impianto generale della proposta di Gasparri si è già occupato approfonditamente Alessandro Somma, al cui articolo rimando[2]. Dobbiamo ora ricordare che i disegni di legge in discussione su questo tema sono ben quattro: quello di Gasparri, quello di Scalfarotto (Italia Viva), quello di Romeo (Lega) e, infine, proprio quello di Delrio (PD). C’è da dire che sulle premesse concettuali Gasparri ha ragione: tutti i disegni di legge accettano la “definizione operativa” di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), raccomandata dal Parlamento Europeo (risoluzione del 1 giugno 2017), recepita dal Consiglio Europeo (dichiarazione n. 15213 del 2018) e adottata dal Consiglio dei Ministri (17 gennaio 2020): «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto». Il carattere problematico di un’adozione acritica delle definizioni dell’IHRA risiede soprattutto negli esempi che accompagnano la formula generale. Costituirebbero forme di “nuovo antisemitismo”, infatti, anche il «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo», il «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti» o l’«applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico».

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seminaredomande

Il Non Paper del ministro della guerra vede pericoli e minacce ovunque

di Francesco Cappello

Crosetto ci invita ad affacciarci alla finestra di Overton [1] delle sue interessate paranoie sulla guerra ibrida

crosetto 2 1.jpgAbbandoniamo tutte le nostre strampalate teorie sul perché le bollette energetiche siano lievitate, la sanità pubblica non funziona, le piccole imprese falliscono ed evitiamo di dare credito a tutte quelle teorie che siamo soliti adottare per spiegarci come mai i cittadini italiani si mostrino sempre più restii a votare. Crosetto nel suo Non-paper [2] del 18 novembre 2025 e presentato al Consiglio Supremo di Difesa il giorno successivo, intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva“, “costruito integrando informazioni non classificate del comparto intelligence con analisi estrapolate da fonti aperte attendibili” ci dice l’indiscutibile verità. È colpa dei russi che insieme a cinesi iraniani e altri attori ostili ci danneggiano quotidianamente. Siamo in una guerra permanente e invisibile, la “Guerra Ibrida”. Questa minaccia è così “subdola” e “incessante” che “ogni giorno erode in modo silente la sicurezza delle nostre società“.

Si definisce minaccia ibrida “quella portata da attori statuali (anche attraverso attori non-statuali che operano come agenti o proxy) mediante una combinazione di azioni sinergiche in vari domini (diplomatico, informativo, militare, economico-finanziario dell’intelligence). È oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni.

L’effetto immediato di questo allarme, ovviamente, è la necessità improcrastinabile di nuove strutture, poteri e, soprattutto, finanziamenti.

A leggere il Non Paper di Crosetto viene in mente il testo dei Negrita ‘Nel Blu – Lettera ai padroni della terra [*]

‘Nel Blu – Lettera ai padroni della terra

 

I pericoli: il terrore quotidiano e l’espansione del potere digitale

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ilpungolorosso

Sull’escalation repressiva di queste ore. Il governo Meloni ordina, le questure eseguono 

di Tendenza internazionalista rivoluzionaria

571761624 1119394920349460 3393585012259651392 n.jpgIl brutale pestaggio operato sabato mattina dalle forze dell’ordine della questura di Napoli dentro la Mostra d’Oltremare a danno dei manifestanti che protestavano contro la presenza di Teva al PharmaExpo, conclusosi con l’assurdo arresto di Mimì, Dario e Francesco, costituisce un salto di qualità repressivo tanto clamoroso quanto inquietante nelle modalità di gestione dell'”ordine pubblico” da parte degli apparati dello stato durante le manifestazioni e le iniziative di protesta.

Ripercorrere il reale andamento dei fatti di sabato (come è avvenuto già domenica mattina durante il presidio-conferenza stampa fuori ai cancelli della Mostra d’oltremare), è quanto mai necessario, non solo per inquadrare i termini e le implicazioni politiche di questa escalation, ma anche per ribaltare il fiume di falsità e di calunnie messe in giro dalle veline della Questura e riprese integralmente e senza alcuna verifica da alcuni organi di stampa locali e nazionali (vedi il vergognoso articolo de Il Mattino di domenica 26 ottobre).

Sabato mattina era stato indetto un presidio unitario promosso dalla Rete Sanitari per Gaza, dal movimento BDS e dalla rete Napoli per la Palestina per protestare contro la presenza della multinazionale farmaceutica israeliana TEVA all’interno della rassegna PharmaExpo organizzata alla Mostra d’oltremare di Napoli.

Tale iniziativa avveniva in continuità e in coerenza con una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di TEVA, non solo e non tanto per essere una multinazionale sionista, ma anche e soprattutto per la sua complicità attiva nel genocidio del popolo palestinese, in primis attraverso finanziamenti diretti all’esercito israeliano, in secondo luogo per mezzo di un vero e proprio embargo sanitario sul popolo palestinese, a cui vengono applicati prezzi enormemente maggiorati per l’acquisto dei farmaci TEVA e a cui viene negato l’accesso ai vaccini.

Nonostante la Mostra d’Oltremare sia un luogo pubblico ad accesso libero (previo pagamento di un biglietto simbolico di 1 euro a persona), il varco d’accesso corrispondente al luogo del presidio (sul viale Kennedy) veniva chiuso e presidiato da un ingente spiegamento di forze di polizia in tenuta antisommossa.

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lacausadellecose

Lettera aperta al giornale il manifesto: niente di personale!

di Michele Castaldo

De Staël.jpgDa vecchio militante comunista, a fine agosto 2025, mi ero rivolto al quotidiano il manifesto - che conserva ancora, anche se in caratteri infinitesimali, sul titolo, la scritta quotidiano comunista – per poter postare a pagamento la copertina del mio libro La crisi di una teoria rivoluzionaria. Mi fu chiesto di visionare il libro, cosa che feci portandolo nella sede romana di via Bargoni 8, dove lo lasciai in attesa di conoscere l’esito. Ero interessato a pubblicare lo spot per il 28 settembre 2025, perché compivo 80 anni, che si compiono una volta sola, se si compiono.

Dopo giorni di silenzio mi premunii di telefonare, parlando con la signora Caterina, con la quale ero entrato in contatto fin dalla prima telefonata, e mi fu risposto che avrei dovuto pazientare ancora qualche giorno. Ma di giorni ne passarono ancora e non ebbi mai risposta. Spazientito, nonché offeso, ma mai arreso, mi diedi da fare.

Ricordandomi del proverbio che ripeteva spesso mia mamma, comunista: «se pensi di suicidarti, vai al mare, perché nelle pozzanghere ti sporchi e non muori », lunedì 22 settembre telefonai al Corriere della sera per chiedere di pubblicare lo spot del libro di cui sopra. Mi fu chiesto il prezzo, gli inviai tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico il 25 settembre e il giorno 28 settembre, come convenuto, comparì un piede nella pagina della Cultura, del più importante quotidiano italiano, lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.

Su suggerimento del mio sodale Alessio Galluppi, avevo fatto la stessa richiesta a Il Fatto quotidiano in contemporanea al il manifesto e anche a loro avevo consegnato il libro perché si rendessero conto del contenuto. Ma anche da Il Fatto ci fu silenzio. Poi, però, dopo che era stato pubblicato sul Corriere della sera mi telefonò il responsabile di Roma per chiedermi se volessi ancora pubblicare lo spot del libro. Mi chiesero il prezzo per una intera pagina, gli spedii tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico e domenica 19 ottobre è comparso a tutta pagina anche su Il Fatto quotidiano lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.

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labottegadelbarbieri

La borghesia agguerrita fa bollire la rana

di Umberto Franchi

Giustizia sociale di classe, economia in declino, leggi liberticide: in Italia il disastro sociale ed economico viene da lontano

Lavoro Biani2.jpgOggi  in Italia siamo  in presenza di una  economia sempre più finanziarizzata e globalizzata, attraverso  la mobilità delle merci,  dei capitali e del lavoro, con un  aumento esponenziale della finanziarizzazione dei capitali, nonché  della mobilità delle informazioni, attraverso i flussi della tecnica informatica.

Non esiste  più un ruolo di intervento programmatico dello Stato, le classi borghesi, riescono a imporre il proprio modello a ogni altro flusso sociale e di sviluppo alternativo, con un padronato sempre più agguerrito che cerca di fare profitti sia riducendo in continuazione il costo del lavoro, sia con la speculazione finanziaria,  senza rischiare di  investire  i propri capitali in attività economiche di alto profilo.

E’ cambiata anche  la realtà sia nella comunicazione pubblica, che nelle relazioni private…  sia nello studio, nel tempo libero, nelle attività riproduttive, sui social,  nelle attività commerciali, nella produzione.

 E’ stato instaurato un meccanismo sempre più alienante ma capace di carpire anche il consenso di vasti strati  di   giovani e ceti subordinati.

La realtà sociale e politica è disastrosa a livello di massa, ma  non viene ancora percepita come tale… anzi sembra che il popolo stia facendo la fine della “rana bollita”  abituandosi gradualmente ad accettare tutto, iniziando a diventare lesso.

La realtà sociale  di oggi  che viene bene evidenziata dai dati elaborati da  ILO e INPS. Ed è questa:

  • I salari e le pensioni sono diminuiti del 15% negli ultimi 10 anni e addirittura del 3% rispetto al 1990, collocando i lavoratori italiani all’ultimo posto in Europa;
  • In Italia non esiste un salario minimo e milioni di lavoratori sono obbligati a lavorare con “contratti pirata” e paghe inferiori a 5 euro l’ora lordi e 6,5 milioni di famiglie sono in povertà assoluta;
  • In Italia il 37% di tutti i pensionati percepiscono pensioni inferiori a 1000 euro al mese;

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infoaut2

Italia: una società anziana, malata e sempre più diseguale

di Redazione

Due recenti rapporti ci offrono un affresco delle condizioni in cui versa la società italiana, disegnando uno scenario di forti diseguaglianze, frammentazione sociale e crisi demografica.

dòsknbbfblkLo stato dell’economia

Secondo il rapporto annuale dell’Istat “l’Italia ha mantenuto, per il secondo anno consecutivo, un ritmo di crescita dello 0,7 per cento, che riflette un debole contributo positivo della domanda estera netta e un rallentamento della spesa per consumi e, soprattutto, per investimenti. La crescita del Pil dell’Italia è risultata inferiore a Francia e Spagna, mentre la Germania ha sperimentato il secondo anno di contrazione”. Nello stesso periodo di tempo gli Stati Uniti sono cresciuti del 2,8%, la Cina del 5 e la media dei 27 paesi dell’Unione Europea è passata da una crescita del 0,4% del 2023 ad una dell’1% del 2024. Le cause di questa crescita moderata dell’economia italiana secondo l’Istat sono da rintracciare all’interno delle dinamiche internazionali incerte e in particolare rispetto alle esportazioni, ma anche nelle caratteristiche del sistema produttivo italiano “quali la dimensione delle imprese, la specializzazione in settori tradizionali e il limitato contenuto tecnologico/innovativo dei prodotti – a loro volta negativamente associate all’efficienza e all’incremento della produttività.”

Il rapporto sottolinea come la crescita sia piuttosto diversificata a seconda dei settori produttivi. Sull’onda lunga degli incentivi fiscali e del PNRR il settore dell’edilizia e delle costruzioni ha segnato un aumento del valore aggiunto in termini reali del 1,2% (anche se nel 2023 l’incremento era stato molto più consistente: +6,9%). In positivo anche l’agricoltura con un +2%, ma con performances ancora molto al di sotto dell’economia pre-pandemica (-5,2 per cento).

Nel settore industriale poi si nota con più chiarezza l’andamento estremamente frammentato a seconda dei diversi settori produttivi. Complessivamente si riscontra una riduzione del -0,1%, mentre nel 2023 la contrazione era stata dell’1,8%. A sollevare i destini del settore sono stati “la forte crescita nei comparti della fornitura di energia (+7,3 per cento, dopo -3,1 dell’anno precedente) e dell’industria estrattiva (+6,2 per cento, recuperando il -5,2 del 2023), mentre nell’industria manifatturiera si è avuta una diminuzione dello 0,7 per cento, che segue un calo dell’1,2 per cento nel 2023.”

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sinistra

Deserto astensionista e ritorno della sinistra” liberista: il caso Genova

di Eros Barone

piccolo11ottobre2021.pngQuando non hai più un nemico è lui che ha vinto.

André Frénaud, Il silenzio di Genova.

Al primo turno delle elezioni comunali di Genova hanno votato 249.000 genovesi. Tra Comune e municipi, i candidati erano più di 3000. Un rapporto tra candidati e votanti straordinario per la minima distanza tra elettorato attivo ed elettorato passivo: più o meno uno su ottanta. In una democrazia avanzata o di tipo sovietico sarebbe stato il suggello di una entusiasmante partecipazione di massa al dibattito pubblico e alla scelta dei rappresentanti del popolo, che ne consegue. Ma quel rapporto, nel sistema istituzionale italiano, è soltanto lo specchio dello svuotamento cui è giunta la democrazia borghese in assenza di ogni reale alternativa politica. Infatti, avevano diritto al voto 480.000 cittadini genovesi e quasi la metà si sono astenuti. Sorge allora spontaneo un paragone: quando si affermava, nei “gloriosi trent’anni” che vanno dal 1945 al 1975, la spinta democratica e rinnovatrice generata dalle lotte operaie, giovanili e popolari, sostenuta dalla partecipazione di larghe masse alla battaglia politica, furono conseguite importanti conquiste: la scala mobile, la scuola media unica, lo Statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria. Lo stesso paragone ci dice, circa il grado della partecipazione elettorale, che alle elezioni politiche del 1958 andarono a votare 84 italiani su 100, mentre nel 2022 furono soltanto 64 su 100 gli italiani che si recarono alle urne.

Il ritorno della “sinistra” liberista alla guida del governo locale avviene, dunque, nel bel mezzo di un deserto di astensioni dal voto, che si estende a poco meno della metà del corpo elettorale, confermando il silenzioso esodo di massa, in corso ormai da decenni, dalla partecipazione popolare a uno degli istituti più importanti della democrazia rappresentativa borghese, quello più strettamente connesso al territorio.

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poliscritture

Compianto sul Sessantotto

Su “Il Sessantotto e noi” di Romano Luperini e Beppe Corlito

di Ennio Abate

Compianto 2.jpgHo letto prima la Prefazione (qui) e ora il libro, Il Sessantotto e noi. Testimonianze a due voci (Castelvecchi 2024) di Romano Luperini e Beppe Corlito.

Il volume – circa 160 pagine – è suddiviso in: una Premessa. Un paradosso ironico; due parti (una prima di tre capitoli, una seconda di undici); le Conclusioni; e una Appendice con un’intervista all’avvocato Ezio Menzione, difensore di Ovidio Bompressi nel processo per l’omicidio di Calabresi. Nella Parte prima tre capitoli trattano le questioni: dell’unità o pluralità del Sessantotto come fenomeno globale, planetario; delle sue cause e dei suoi inizi; del Sessantotto italiano “lungo” (rispetto a quello francese). Nella Parte seconda, dal capitolo 4° all’11°, vengono esaminati i temi: dell’assemblea, dell’organizzazione e della democrazia diretta; della militanza; della corporeità, sessualità e questione femminile; della cultura del Sessantotto; della violenza, del terrorismo e dell’omicidio Calabresi; del rapporto tra Sessantotto e tradizione comunista; della democrazia e della rivoluzione; del fascismo e dell’antifascismo. Nelle Conclusioni si toccano gli aspetti del Sessantotto ritenuti attuali.

La conversazione tra Luperini e Corlito è di agevole lettura, mai enfatica o apologetica; e ripercorre in modi sintetici e chiari i fatti e le principali interpretazioni del Sessantotto. Un lettore, che abbia partecipato a quella rivolta studentesca o che ne abbia sentito parlare, può ripassare utilmente fatti, emozioni e ragionamenti scaturiti da quell’anno straordinario, in cui, come dicono gli autori, sembrò che «tutto il mondo fosse giovane».1

Anche se questa «testimonianza a due voci» di due protagonisti del ‘68, che vuole essere «una sorta di testamento rivolto al futuro», viene resa nel deserto politico odierno e l’«impronta indelebile» del Sessantotto non solo su loro due ma su tanti – una minoranza combattiva e preziosa ma messa presto fuori gioco – a me pare un’illusione, non mi sento di sottovalutarla.

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ilpungolorosso

I referendum dell’8-9 giugno: strumenti di riscossa o boomerang?

di TIR

Referendum 17 aprile trivelleDa lunghi decenni, ormai, la classe operaia e i salariati in generale stanno arretrando fino a vedere messi in discussione anche i diritti più elementari. Sicché la necessità di invertire la tendenza, e cominciare a riconquistare posizioni anziché perderne ancora altre, è oggettiva. Tanto più perché incombe in modo sempre più minaccioso una corsa alla guerra e all’economia di guerra che comporterà un salto di quantità e di qualità nei sacrifici imposti a quanti/e vivono del proprio lavoro, e nella repressione statale. Ne sono stati due assaggi la decisione di portare subito al 2% del bilancio statale le spese per la guerra e il colpo di mano con cui è stato approvato il decreto-sicurezza (ex-DDL 1660).

In questo contesto che cosa rappresenta la prossima tornata referendaria dell’8-9 giugno: uno strumento utile per cominciare a risalire la china o un’iniziativa che agirà come un boomerang?  

I suoi promotori – la CGIL e un ventaglio di forze politiche e sociali gravitanti nell’orbita del centrosinistra – chiamano alle urne il “popolo elettore” su 5 quesiti, che riguardano nell’ordine:

1) l’abolizione del dispositivo del Jobs Act di Renzi col quale è stata spazzata via la possibilità del reintegro in Tribunale per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti;

2) l’eliminazione dei limiti massimi del risarcimento economico per licenziamento illegittimo nelle aziende sotto i 16 dipendenti;

3) l’abolizione dei contratti a termine privi di causale;

4) il ripristino della responsabilità del committente nel caso di infortunio di un lavoratore dipendente di ditte in appalto;

5) il dimezzamento da 10 a 5 anni di residenza legale quale requisito per acquisire la cittadinanza italiana.

Sulla carta, visto il contenuto di tali quesiti, per chi come noi è da sempre schierato incondizionatamente al fianco dei lavoratori e delle loro lotte, non dovrebbe esserci alcun dubbio nel prendere posizione a sostegno del “sì” a questi referendum.

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lafionda

Quale liberazione? Il popolo tradito

di Flaviana Cerquozzi

liberazione.jpg«Ci hanno insegnato tutto gli americani,
se non c’erano gli americani a quest’ora…
eravamo europei[..]».
(G. Gaber, “Ci hanno insegnato tutto gli americani”)

 

Una Costituzione nata da quel lontano 25 Aprile 1945

Il 25 aprile festeggiamo la Festa della Liberazione, facendolo coincidere con la data in cui le principali città italiane vennero liberate dai partigiani e cadde la Repubblica di Salò. In questa data, infatti, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale nei territori occupati ancora dai nazi-fascisti.

Festeggiare il 25 Aprile significa riaffermare la centralità dei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che il “popolo”, con forza, ha riaffermato, nella piena libertà di autodeterminazione che ha espresso nella scelta della forma di stato repubblicana.

La Resistenza italiana non è stata soltanto un movimento contro l’occupazione nazista e il regime fascista, è stata “Il potere costituente”. A guerra terminata, infatti, furono gli stessi partiti che avevano guidato l’Italia verso la liberazione a prendere parte al momento costituente: la Costituzione generata da queste forze sociali non poteva non essere antifascista ed eretta sui valori di democrazia e di libertà.

Per tale ragione la Costituzione è dotata di quegli anticorpi necessari a respingere il ritorno a un regime totalitario, che incarna i valori della Resistenza, eppure la stessa Costituzione presenta delle falle attraverso le quali poteri esterni si sono introdotti e l’hanno “sterilizzata”.

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sinistra

Le parole e le cose: la resistenza

di Algamica*

IMG 5049A 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale si torna a parlare di un fenomeno politico sociale ormai scolorito, e il tentativo di rinvigorirlo appare in tutta la sua nudità: un falso storico, ovvero una patacca, venduto al popolo come una medaglia d’oro. Parliamo di quella definizione che va sotto il nome di resistenza partigiana italiana e che si commemora il 25 aprile di ogni anno.

Non si scandalizzino, lor signori, se usiamo il termine «patacca», perché una mistificazione venduta per 80 anni non diviene platino inciso, proprio perché la verità è come la tosse, non la si può trattenere troppo a lungo e alla fine esplode in tutta la sua forza.

Cosa fu realmente quel movimento “nazionale” che va sotto il nome di resistenza? Come nacque, chi vi aderì, e cosa si proponeva? Sono queste le domande a cui dovremmo cercare di rispondere per capire la natura vera – non quella contrabbandata – di un movimento sociale composito che si incominciò a sviluppare sul finire della Seconda guerra mondiale contro il nazismo germanico e – di riflesso – contro il fascismo e la Repubblica sociale che si era insediata a Salò come estremo tentativo di difendere l’alleanza colonialista con la Germania contro un colonialismo maggiore in ascesa, ovvero quello angloamericano.

Succede – come sempre nella storia – che se vai avanti vieni seguito, come dire vinciamo noi, viceversa, se vieni sconfitto, beh, paghi tu per la sconfitta. Il fascismo italiano pagò per essere stato sconfitto da potenze maggiori e in ascesa. In sostanza il 25 aprile ricorre la celebrazione della “liberazione” piuttosto che della “resistenza”. Ma liberazione da cosa? Una liberazione il cui scopo ultimo era quello di sottrarre l’Italia dal ruolo di paese sconfitto nel tentativo di un blocco imperialista minore di competere contro quello maggiore e straripante, per ben continuare a rivendicare un posto alla tavola dei banditi delle maggiori potenze democratiche contro i popoli colonizzati. Siamo all’abc della storia.

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lafionda

Caro Preterossi, ecco come siamo sprofondati da Pasolini a Serra

di Alessio Mannino

Pasolini e Citti sul set di Accattone 1024x576 1Apro l’ombrello per ripararmi dalle accuse di cinismo che non mancheranno di piovermi addosso

Alberto Savinio

Come siamo finiti da Gramsci a Serra, si chiedeva il direttore di questa rivista, Geminello Preterossi, nel raduno “Tutti a casa” di Roma il 29 marzo scorso. Diceva Alberto Savinio che esistono le persone intelligenti, e poi ci sono gli intellettuali. Gli intelligenti hanno la peculiare caratteristica di non essere prevedibili, mentre gli intellettuali, in parte incolpevolmente facendone un mestiere, devono per statuto compiacere il pubblico. Esattamente come i politici o gli uomini d’affari. L’intelligenza, se lasciata al suo naturale corso, si sente sempre a disagio rispetto alla realtà data, e non può far a meno di guardare al rovescio della medaglia. E questo in ogni circostanza, perché ogni cosa proietta un’ombra, tutto ha un risvolto problematico. L’anima critica punta dritta al crinale dove, fatalmente, troverà una contraddizione, un lato oscuro, un non detto più o meno inconfessabile. È per questo che chi agisce sul piano culturale fa sì politica, fa sì parte del mercato, ma in via indiretta: perché obbedisce, o dovrebbe obbedire, innanzitutto alla propria coscienza, e solo poi alla convenienza. Oggi invece l’intellettuale medio è l’animale più stupido: non comprende il mondo reale, perché troppo occupato a servire la ragion economica o politica. È un venduto in quanto vende, e nel vendere si svende. È un pusillanime, un addetto al marketing, e la sua funzione è giustamente caduta in discredito. Parafrasando il Longanesi perculatore di Benedetto Croce: non capisce niente, e neanche più con grande autorità. È un miserabile.

La miseria degli intellettuali nasce con l’apparizione stessa della figura del moderno intellettuale critico. Se vogliamo individuarne la simbolica data di nascita, potremmo assumere a spartiacque il famoso “J’accuse” di Émile Zola, l’appello sul caso Dreyfus pubblicato sul quotidiano L’Aurore nel 1898.