Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
A giustificazione di questo trasformismo è spesso portato l’argomento che la lotta di classe sia un retaggio del passato, che il comunismo sia stato un fallimento, Marx un ferrovecchio, e che la società liberale sia l’unico orizzonte cui guardare e che non abbia alternative. In sostanza si autorizzano, in nome della democrazia liberale, il pensiero unico, la negazione della dialettica sociale, l’assolutizzazione del capitalismo, la fine della storia.
Tutta quella storia fatta invece di speranze, di aspirazioni all’uguaglianza, di lotte, di sacrifici, di legami sociali e comunitari, è stata così spazzata via senza neanche l’elaborazione del lutto. Da allora tutti siamo stati un po’ più soli.
Ma il mondo che questa nuova teologia neoliberale ci lascia in eredità non è un mondo pacificato, né con l’uomo né con la natura: è intriso di conflitti sanguinosi di carattere sociale, politico, geopolitico, religioso, nonché di devastazioni dell’ambiente naturale e umano. Milioni di profughi ambientali, da guerre, da persecuzioni religiose, dalla miseria e dalle carestie vagano per il pianeta in cerca di riparo e migliore fortuna. Le grandi diseguaglianze sono la chiave interpretativa di questo nuovo ordine-disordine globale. Le guerre “umanitarie” e “democratiche” di cui si fa portatore servono ad autogiustificarlo.
Il Comunismo e l’Uomo Nuovo
Se la prospettiva comunista ha fallito, non è questa una buona ragione per dismettere le armi della critica e per accettarne lo status quo. La Storia continua a generare vincitori e vinti, miseria e ricchezza, oppressione e aspirazioni alla libertà. La lotta tra questi poli opposti ne è ancora il suo motore. Allora, se la Storia non è finita, gli ideali che avevano animato le antiche lotte del movimento operaio non vanno dimenticati, ma reclamano oggi di essere ascoltati e riattualizzati. Il passato e la storia dei vinti di ieri grida ancora giustizia e attende il suo riscatto. C’è ancora spazio per chi non si è arreso e per chi intende riprendere e sventolare le antiche bandiere dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza.
Riprendere il filo interrotto di questa storia, delle ragioni della sua sconfitta, è il compito che attende chi si accinge a riprendere a praticare la critica delle armi.
A partire dalla domanda: cosa è stato il comunismo? La lotta per la giustizia sociale? La lotta per l’emancipazione del mondo del lavoro? Il desiderio di un maggiore benessere? Forse un po’ di tutto questo. Ma soprattutto il suo sogno è stato quello di forgiare l’Uomo Nuovo.
L’Uomo Nuovo, in effetti, è stato la grande utopia dell’Illuminismo prima e del comunismo da Marx in poi; un Uomo liberato dalla schiavitù del lavoro salariato e artefice della propria libertà e di quella dell’umanità intera.
L’ascesa della borghesia come classe dominante è stata sostenuta dall’universalismo illuminista che delineava con Kant un mondo unificato e pacificato dai valori borghesi. La Rivoluzione francese sembrava aprire l’alba del nuovo mondo quando gli ideali dell’Illuminismo sembravano potersi materializzare nella storia concreta. La realtà svelava invece un mondo che si scopriva diviso tra borghesi e proletari sotto la spinta e l’affermarsi del capitalismo industriale. Fu allora che il sogno di una società umana universale e borghese si spezzò. Non a caso Hegel definisce il comunismo come “coscienza infelice” della borghesia e il movimento comunista si pone con Marx come erede degli ideali dell’Illuminismo con la promessa di una società senza classi, il comunismo.
La lotta di classe concepita da Marx vedeva in essa l’intervento di un soggetto storico, il proletariato, che doveva inverare nel comunismo il sogno dell’uomo universale, superando la divisione borghesia-proletariato prodotta dalla rivoluzione capitalista. Pensava a una classe consapevole della sua missione storica, la “classe per sé”, che si proponesse come erede della filosofia classica tedesca.
La domanda vera sarebbe: perché questa prospettiva rivoluzionaria è fallita? La risposta la si sta ancora cercando. Ma possiamo dire che una delle risposte risiede nella pretesa scientificità della rivoluzione comunista, nel marxismo inteso come scienza della rivoluzione comunista, guidata da leggi inscritte nello sviluppo stesso del capitalismo che avrebbe generato da sé le forze destinate a soppiantarlo, attraverso lo sviluppo delle forze produttive e con la formazione del general intellect (l’intelligenza collettiva nel lavoro cooperativo associato, dall’ultimo manovale al dirigente d’azienda), che avrebbe diretto la produzione al posto del capitalista padrone. Questa presunta legge non ha funzionato, ma è stata utilizzata dai marxisti venuti dopo e dai partiti socialisti e dai sindacati operai per fondare una teoria politica per cui non ci sarebbe stato bisogno di fare nessuna rivoluzione perché questa si sarebbe verificata spontaneamente e deterministicamente (socialdemocrazia). Quindi il compito del Partito era di andare al governo e quello dei sindacati di organizzare lotte sindacali redistributive e non per il potere.
La rivoluzione socialista era affidata al naturale processo storico. I comunisti non a caso accusarono di “tradimento” la dirigenza socialista e promossero le scissioni dai partiti socialisti fondando i partiti comunisti e la Terza Internazionale sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre.
La Storia non è finita
Ma il movimento comunista non è stato solo la storia di una rivoluzione fallita. È stato anche un potente fenomeno di emancipazione sociale e culturale delle classi povere e subalterne che acquistavano dignità umana e politica entrando per la prima volta nella storia del mondo. Per questo il mio “eroe” preferito è Di Vittorio, un bracciante povero e analfabeta pugliese, diventato un intellettuale politico, grande e indimenticabile dirigente sindacale, senza smarrire e rinnegare mai l’umanità delle sue umili origini. E come non ricordare le tante figure di contadini senza terra che hanno animato la resistenza antifascista e le lotte agli agrari nel povero Mezzogiorno tra le due grandi guerre mondiali, come il mio compaesano Angelo Antonicelli (Il Sovversivo, Memorie di un contadino di Massafra, Edizioni LiberEtà)? Io amo anche il Gramsci che difende la cultura e le lingue popolari contro la loro omogeneizzazione, anticipando in questo Pasolini, il Pasolini che critica le scorciatoie del consumismo e ci insegna a distinguere tra ciò che è vero progresso da ciò che è sviluppo e consumismo alienante.
Certamente il consumismo, che ha caratterizzato il boom economico degli anni sessanta, ha modificato antropologicamente l’Italia e la società europea. Alle miserie della guerra e del dopoguerra è subentrato, anche grazie alle lotte operaie e sindacali, un periodo di relativo benessere che ha consentito alle famiglie operaie e contadine di abitare in case con acqua corrente e servizi igienici, di vivere in stanze non sovraffollate con figli numerosi, di poter godere in casa di servizi come la tv, il riscaldamento, il frigorifero, la lavatrice, la cucina a gas, il telefono. Questa tendenza al benessere ha alimentato una nuova e diversa coscienza di sé, introducendo nella cultura popolare però anche il veleno dell’individualismo proprietario e della corruzione della propria identità su cui richiamo qui le denunce e gli allarmi inascoltati di Pasolini.
Sono, questi, ancoraggi culturali cui ancora m’ispirano, anche se sembrano fuori moda nell’epoca in cui domina l’idea che la libertà si confonda con il libertinismo filosofico e di costume, che il desiderio individuale da soddisfare diventa la morale che guida le nostre azioni, in cui lo sradicamento e la perdita della memoria hanno sostituito l’appartenenza alla storia collettiva dei luoghi, delle classi sociali e delle comunità. L’edonismo, il consumismo, il desiderio di possesso illimitato, il nomadismo cosmopolita e il relativismo etico sono, infatti, i tratti distintivi e decadenti della odierna civiltà occidentale.
La controrivoluzione liberista ha infranto tutti i nostri sogni, la sinistra rivoluzionaria è sparita, il proletariato non ha fatto la rivoluzione, il Pci non c’è più da oltre trent’anni, la borghesia sta scomparendo sostituita da nuovi ceti rampanti post-borghesi senza patria e senza valori che la sinistra attuale rispecchia e che per questo non mi appartiene. Ma il mondo non è pacificato. Per questo non mi adeguo.
Non è tutto oro ciò che riluce. Dietro l’ideologia del benessere, si cela un mondo di ingiustizie e sofferenze che la mediocre politica del nostro tempo finge di non vedere; ci sono voci che gridano inascoltate chiedendo giustizia, che ci parlano di un mondo del lavoro umiliato e impoverito da un’eterna precarietà, senza un’adeguata rappresentanza politica e sindacale; voci inascoltate di interi territori abbandonati o consegnate alle nuove e vecchie mafie, con un Mezzogiorno ridotto a uno stato semicoloniale dal capitalismo separatista e predatorio del Nord; e di grandi città le cui periferie sono un crogiolo di umanità esclusa, popolata dagli scarti della nostra civiltà dell’illusorio benessere.
No. La Storia non è finita. Il vento della storia non ha cessato di soffiare. Se non lo sentiamo più, è perché in tanti ci siamo adeguati al suo corso, quello dei vincitori, o perché ci siamo messi al riparo da essa, lontano dal suo rumore che ci parla dei vinti o di quelli che resistono.
Da dove ricominciare? Se il secolo del comunismo, con le sue glorie e le sue tragedie, è alle nostre spalle e la storia non è finita, da dove dobbiamo riprendere a ritessere le fila di una trama antica di lotte e di liberazione?
Esamino tre percorsi per delineare le caratteristiche di una possibile alternativa geopolitica, sociale e di filosofia politica.
Un’alternativa geopolitica e sovrana
L’umanità sta rivivendo oggi una crisi e una svolta di civiltà, il passaggio da un mondo unipolare dominato dalla finanza e da una élite apolide, a un mondo multipolare di nazioni sovrane che riprendono il controllo del proprio destino, guidato da Cina e Russia. Sarà, questo, un passaggio pacifico o scatenerà una distruttiva guerra totale? Purtroppo il dramma della guerra non è più una probabilità estrema, ma un evento tragico in atto, uno strumento per affrontare le contraddizioni di un mondo in crisi, di un Occidente che non accetta il tramonto della sua egemonia globale e che rischia di trascinare l’umanità intera verso la catastrofe, verso la soluzione “Sansone”.
Ma nel mondo sono vive le forze che resistono per evitare questo esito nefasto, che noi non riconosciamo però come attori e protagonisti di questa nuova Storia perché non ha le sue radici nel disarmato proletariato occidentale o nelle sue asservite e corrotte sinistre neoliberali con i suoi ceti intellettuali omologati e “convergenti” col pensiero mainstream. Sono le forze – espressione di civiltà millenarie come Russia, Cina, Iran – che combattono contro le nuove guerre di aggressione imperialiste che insanguinano l’Europa e il Medio Oriente, che resistono alla Bestia occidentale che difende il suo secolare “diritto” di predatore; sono i popoli che si stanno liberando dai residui velenosi del vecchio colonialismo. Questi conflitti e queste guerre sono il territorio su cui si sta scrivendo la nuova storia, e se una nuova prospettiva socialista potrà rinascere, questa sarà legata alla vittoria di queste forze e alla sconfitta del suprematismo occidentale proteso alla disperata difesa del suo “giardino” assediato dalla “giungla” dei popoli che vogliono vivere in libertà e autonomia la loro storia.
In questo scontro globale non c’è spazio per la neutralità e per il disimpegno. Mi riferisco ai “lamentosi” di sinistra, a quelli del “che non c’è più speranza”, agli orfani del passato in lutto perenne che chiedono consolazione, a quelli che “ma l’Occidente è l’unica forma di civiltà e di democrazia”, a quelle anime candide del “ma la Russia, la Cina, l’Iran sono dittature autocratiche!”, come se l’Unione Europea fosse un’oasi di democrazia e non una dittatura tecnocratica incline a censurare il dissenso e a fomentare venti di guerra, e gli Usa e Israele, nostri alleati, fossero degli Enti di Opere Pie, e non entità genocide!
A coloro che non si sono arresi dico che c’è ancora spazio per alimentare le ragioni per le quali vale ancora la pena lottare e per le quali nutrire la speranza non dico per il comunismo ma almeno per un paese migliore e per una nuova civiltà amica del genere umano e della natura.
In questa lotta non c’è posto per il neutralismo e per il falso pacifismo degli ignavi, disprezzati da Dante Alighieri come “anime infelici” che nella vita non si sono mai schierati e che nel suo canto III dell’Inferno inseguono una bandiera senza insegne.
A quelli che si schierano con coraggio, a quelli accusati dai cosiddetti liberal-progressisti di sovranismo, di populismo, di putinismo, di rossobrunismo, di campismo, di statalismo, di antisemitismo e di altri epiteti “ingiuriosi”, a tutti costoro dico che dobbiamo augurarci che vincano le ragioni della Russia, dell’Iran, della Cina, della Palestina, di Cuba, dell’Africa ribelle, del mondo multipolare in avanzata dei Brics, col riconoscimento di nuovi equilibri globali condivisi, fuori da ogni pacifismo disarmante del né con l’uno né con l’altro e lontano da ogni rigurgito suprematista e coloniale, e soprattutto lontano da ogni forma di russofobia ereditata anche da un infausto antisovietismo ereditato dall’ultima declinante stagione del vecchio Pci, ansioso di legittimarsi nella sua svolta neoliberale. La sconfitta della Nato in una Ucraina nazificata, quella del sionismo in Palestina e degli Usa e di Israele nella loro aggressione all’Iran, sono condizioni imprescindibili per una svolta di civiltà, multipolare e decolonizzata.
E dobbiamo gridarlo con forza e con ragione contro tutte le censure e le autocensure, consapevoli che è dall’esito di questo scontro che dipendono anche le sorti della democrazia popolare e di una possibile società neo-socialista in Occidente. La sconfitta delle istituzioni del dominio occidentale, siano esse politiche, militari, finanziarie o culturali, è la precondizione per liberare le energie rivoluzionarie e i valori umani ed etici dell’antica cultura europea, imprigionati e irretiti in questa tela di ragno che produce dipendenza e subalternità ai poteri sovranazionali, sia quelli chiari che quelli più occulti. La risposta a questa deriva non può venire per noi dall’illusione europeista che ancora abbacina le coscienze e le intelligenze di quel che resta di sinistra non liberale in Europa. L’Unione Europea è stata costruita proprio sul modello della sovranità delegata, del vincolo esterno come sostituto della volontà popolare. Non c’è un’Altra Europa per cui battersi, ma un’Unione Europea sempre più militarizzata, guerrafondaia e antidemocratica – che sta distruggendo le basi materiali del nostro benessere sociale, del nostro sistema industriale e delle nostre libertà – da demolire con tutte le sue bastiglie, i suoi santuari e i suoi tecnocrati. È in questo spazio liberato e sovrano che può riproporsi e agire un nuovo progetto di umanesimo neo-socialista legato alla migliore tradizione del movimento popolare, democratico e socialista dei diversi paesi europei. Non si dà democrazia e socialismo senza sovranità politica e senza uno Stato che la incarni.
La dignità del lavoro contro il capitalismo delle piattaforme
Questo è lo spazio per una nuova teoria della “rivoluzione” e per una nuova prassi politica da coltivare e da praticare in cui una rinnovata lotta, popolare e di classe insieme, si eserciti in uno spazio geopolitico, sovrano e indipendente, aperto alla cooperazione con l’emergente multipolarismo del Sud globale e dell’Est del mondo, e per l’Italia al ritorno alla sua vocazione storica, latina ed euro-mediterranea. Il multipolarismo non va concepito come un semplice ritorno agli Stati-Nazione in competizione tra loro, ma come una configurazione antiegemonica di Stati-Civiltà e di confederazioni di Stati sovrani accomunati da una storia e una cultura comuni, fuori da ogni suprematismo coloniale e razzista. (Per una più approfondita riflessione sul multipolarismo rimando al mio saggio: https://www.linterferenza.info/inevidenza/multipolarimo-socialismo-decolonizzazione-del-mondo/).
Sarebbe necessario però che dalle ceneri della storia risorga, come una fenice, una forza politica neo-socialista, con una classe dirigente che la incarni, lontana dagli attuali “miasmi” che emanano dal cosiddetto “campo largo” a partire dal Pd, partito dell’establishment euro-atlantico, e contro l’attuale falsa dicotomia destra-sinistra, ambedue interne allo spirito del capitalismo neoliberista. Una nuova forza politica che sia liberata dall’influenza ideologica del politicamente corretto e dalle follie della cancel culture e del gender fluid, nuova religione della sinistra neoliberale che ha sostituito il conflitto sociale di classe con il conflitto identitario (di razza, di genere, religioso, etnico), e i diritti sociali con i diritti civili. Servirà anche un nuovo sindacalismo confederale che unifichi il mondo del lavoro frantumato e disperso che non sia il sindacato arcobaleno attuale, caricatura del sindacato postfordista dei diritti e dell’autodeterminazione del lavoro di trentiniana memoria, né quello balbuziente dei Caf e dei Nidil nell’epoca delle piattaforme digitali governate da anonimi algoritmi e dall’intelligenza artificiale.
Il compito di un nuovo sindacalismo di classe e di un soggetto politico neosocialista sarebbe quello di trasformare la frammentazione sociale in un moderno e gramsciano “blocco storico”, che sappia rivalorizzare il lavoro nella sua funzione sociale riconsegnandogli la dignità perduta, che sappia unire i lavoratori precarizzati e dispersi, gli abitanti delle periferie dimenticate, gli intellettuali “divergenti” non organici al conformismo neoliberale e globalista, i movimenti antimperialisti e anticoloniali in un unico “soggetto popolare”, un moderno Principe, capace di sfidare il blocco di potere euro-atlantico e il capitalismo delle piattaforme di Google, Meta, Amazon, Apple, Microsoft, ma anche Uber, Deliveroo, i nuovi sovrani del capitalismo postborghese.
Il progetto transumano e totalitario della quarta rivoluzione industriale, quella del capitalismo della sorveglianza e del controllo, col Manifesto di Palantir rivendica il diritto dei privati a governare, a farsi Stato, con un’alleanza stretta tra alta tecnologia e apparato militare basata sull’intelligenza artificiale.
Con Palantir e l’Intelligenza Artificiale siamo entrati nella stagione del capitalismo sovrano che si sostituisce allo Stato nella sua funzione decisionale nelle aree critiche della sovranità e dei diritti sociali: lavoro, sicurezza, difesa, sanità, ordine pubblico, welfare. La decisione sovrana non è più un atto politico responsabile e contestabile, ma diventa un output computazionale. Chi scrive il codice dell’algoritmo determina anche la legge, l’oggetto della decisione. La definizione corretta di questa tecno-repubblica è quella di tecno feudalismo, un ritorno, sotto vesti digitali, a una struttura premoderna in cui pochi signori privati dell’infrastruttura tecnologica estraggono rendita ed esercitano giurisdizione sul mondo, esautorando e svuotando gli Stati della loro sovranità.
La lezione di papa Leone XIV con l’Enciclica Magnifica Humanitas sulla dignità del lavoro, mai così oltraggiata come ora, contro l’ingerenza della Tecnica, rappresenta una straordinaria occasione di profonda riflessione critica per tutti, a cominciare dal movimento sindacale e da chi intende approcciare a una radicale alternativa, che sia geopolitica e culturale, per un governo orientato al bene comune. Afferma Papa Leone: «Nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze. Perché l’I.A. rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. […] Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte».
È molto di più che rivendicare la contrattazione dell’algoritmo. È una messa in discussione radicale di una concezione della Tecnica che sostituisce, continua il Papa, la responsabilità pubblica e individuale «con l’arbitrio di un potere privato sottratto ad ogni controllo pubblico». Disarmare l’A.I., continua Papa Leone, «significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune».
Ci troviamo di fronte a una sorprendente lezione politica ed etica che dovrebbe informare le coscienze di una nuova classe dirigente e di intellettuali che abbiano a cuore le sorti dell’umanità contro il relativismo etico e la sua deriva postumana.
L’antidoto al tecno-feudalesimo e allo strapotere dell’algoritmo richiede l’intervento dello Stato come strumento di forza e di regolazione delle infrastrutture digitali essenziali, con lo sviluppo di piattaforme pubbliche gestite secondo criteri di utilità sociale e controllate democraticamente.
Ma non basta la regolamentazione pubblica senza una strategia contro-egemonica che rimuova il senso comune tecno-ottimista della neutralità della tecnica, senza una battaglia culturale e la consapevolezza che l’algoritmo sia lavoro umano oggettivato finalizzato al profitto e che i dati di cui si serve siano mezzi di produzione espropriati ai cittadini.
Ripartire da Gramsci?
Un multipolarismo cooperativo di Stati sovrani, la lotta al capitalismo delle piattaforme, al dominio della Tecnica e alla sua deriva antiumana, un socialismo neo-umanistico, sono i presupposti geopolitici e ideali da cui ripartire.
Il multipolarismo, in questa visione, diventa la precondizione per spezzare l’omologazione capitalista globale, riaprire una dialettica sociale e rilanciare una prospettiva democratica e socialista in Occidente.
Ma l’ascesa del multipolarismo non va idealizzato e confuso con il risorgere del socialismo, ma va analizzato per la sua funzione oggettiva di rottura della gabbia della dipendenza dal globalismo neoliberale. La fine del monopolio del dollaro e dell’unipolarismo Washington-centrico apre una fessura storica che dobbiamo mantenere aperta e allargare. Il multipolarismo, allora, è la condizione strutturale necessaria affinché le nazioni subalterne e le classi lavoratrici possano riconquistare margini di manovra, sottrarsi al ricatto dei mercati finanziari occidentali e ricostruire forme di sovranità popolare e democratica dal basso.
A quelli che disprezzano la geopolitica e antepongono alla prospettiva multipolare, al conflitto centro-periferia, alla lotta tra Occidente e Sud globale, il primato astratto del conflitto capitale-lavoro, rispondo che la lotta di classe può degenerare in conflitto corporativo ed essere inglobata in una governance conservatrice senza un forte ancoraggio anticoloniale. Non è stato forse questo il destino del socialismo occidentale che ha portato al suo allineamento alla narrazione neoliberale?
A quelli poi che propugnano un internazionalismo cosmopolita antistatalista e antipopolare; ai denigratori della nazione come prodotto storico e come identità e tradizione culturale, rispondo con il Gramsci che non separava la questione rivoluzionaria dalla questione nazionale, il conflitto di classe dalla lotta per l’egemonia popolare attraverso la costruzione di un blocco storico, la cultura nazionale dalle culture popolari e locali, la questione dello Stato dalle conquiste sociali e civili, la rivoluzione italiana dalla solidarietà internazionalista. Al fallimento è destinata, secondo Gramsci, ogni rivoluzione che non sia capace di radicarsi nella nazione e divenire nazional-popolare. Per Gramsci c’è un rapporto inscindibile tra le istanze universaliste del socialismo e il radicamento storico, culturale e materiale nella specificità nazionale. All’antistatalismo anarcoide, Gramsci ha sempre contrapposto l’idea che «non esiste società se non in uno Stato», Stato come sintesi di coercizione e consenso, di forza e di egemonia culturale. Il suo internazionalismo, di conseguenza, è basato anche nella fase socialista, sulla pluralità di Stati nazionali solidali fra loro, lontani da ogni tentazione di esportazione della rivoluzione o della democrazia. La trasformazione rivoluzionaria non può essere imposta dall’alto o dall’esterno. Essa deve farsi interprete dei bisogni, della cultura e delle tradizioni delle masse popolari diventando così espressione dell’intera nazione, fuori da ogni cosmopolitismo e da ogni superficiale multiculturalismo ideologizzato. Così come non deve essere separata, aggiungo io, la rivoluzione in Occidente dalle rivoluzioni antimperialiste e anticoloniali, come ci ha insegnato Domenico Losurdo, cosa che purtroppo non ha sempre fatto nel passato la sinistra occidentale, anche quella di matrice marxista.
L’incapacità storica della sinistra occidentale di legare la lotta di classe interna con le lotte antimperialiste e decoloniali del resto del mondo, ne ha segnato anche la sua sconfitta e rimane una ferita aperta ancora oggi. Spesso essa ha guardato e guarda con diffidenza i processi di emancipazione del Sud globale solo perché non corrispondenti ai canoni puri di un marxismo occidentale ancorato alla convinzione del valore universale della civiltà occidentale che si fa carico del «fardello dell’uomo bianco» (vedere il mio saggio https://www.linterferenza.info/attpol/la-sinistra-occidentale-fardello-delluomo-bianco/ ).
C’è ancora spazio, qui da noi, per una rinnovata gramsciana filosofia della prassi, dove la storia è un processo non meccanico, ma il risultato della volontà e dell’azione umana, liberate da ogni determinismo, dalla presunta neutralità della Tecnica e dallo scientismo?
Sì, se viene accompagnata da uno stare dentro la storia e da un pensiero strategico con una messa al lavoro di intellettuali e di coscienze morali capaci di pensare in termini radicali e di produrre nuove egemonie, di contrastare le tendenze transumane del moderno capitalismo tecno-feudale. Sì, se sapremo recuperare la lezione e l’ottimismo della volontà di Gramsci per guarire il pessimismo della ragione di Pasolini. Sì, se al sonno della Ragione sapremo contrapporre, citando un passo di Le ceneri di Gramsci di Pasolini, «l’ideale che illumina questo silenzio».
La teoria senza la pratica è cieca, così come la pratica senza la teoria è vuota. Se non ci riusciremo, la storia andrà avanti ugualmente, anche senza di noi o contro di noi.













































Comments
lasciamo ad altri la voglia di esercitarsi in inutili e vuoti esercizi "filosofici", noi per poter guardare in avanti - questo è un punto fondamentale - dobbiamo seriamente interrogarci su cosa sia stato il movimento ideale del comunismo, da Marx in poi rispetto non al capitalismo ma al MOTO STORICO DI UN MODO DI PRODUZIONE. Altrimenti non ne usciamo.
Se tu scrivi (sconfortato e desolato):
" Ma la delusione più grande l'ho provata dal trasformiamo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall'opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmodern e alle ideologieneo liberali, di cui ne sono cantori".
La domanda che uno Schopenhauer si porrebbe è: quali cause hanno trasformato tanti uomini da un impegno per una causa ideale verso il baratro del liberismo?
Se non ce la poniamo correttamente non ne usciamo.
Il povero Lenin, uno straordinario personaggio che la storia ha prodotto e messo sotto gli occhi, all'indomani della rivoluzione come primo decreto firmo' la requisizione delle terre alla nobiltà e al clero, fidando di distribuire PER BOCCHE la terra ai mugichi.
Dopo un mese indisse le elezioni e le perse per tutta la Russia, meno che nelle due capitali. I contadini votarono in massa contro i bolscevichi.
All'assemblea costituente, per cui Lenin si era battuto, fu costretto a scioglierà, proprio perché aveva espresso una maggioranza ANTIBOLSCEVICA.
Una volta divisa la terra PER BOCCHE, cioè secondo il numero dei familiari, fu costretto a requisire i raccolti agricoli, scatenando il malcontento dei contadini che VOLEVANO ARRICCHIRSI.
Quale fu l'illusione di Lenin e dei bolscevichi? Quella di ritenere che avendo il controllo dello Stato, avrebbe obbligato i contadini a organizzare le comunità agricole e la distribuzione. Vaneggio' anche sullo "sviluppo della lotta di classe nelle campagne", lasciamo perdere.
E si trovò - nel 1921 - a dover reprimere la rivolta REAZIONARIA di Kronstandt, di marinai figli di contadini medi che chiedevano "la possibilità di tenere e commercialuzzare i raccolti agricoli e la terra".
Poi Lenin muore, nel 1924, a soli 54 anni, e dopo 10 anni si ripropose la questione ingigantita, e il Partito che dirigeva lo Stato fu costretto a una dura repressione.
Tutto l'Occidente democratico condanno' quella repressione in quanto antidemocratica, e moltissimi comunisti si schierarono con la democrazia contro la "dittatura" staliniana. In maniera vergognosa.
Qualche illustre italiano, in vena di novello teorico, che pensava addirittura di rappresentare " il partito storico della classe operaia" definì i fatti accaduti in URSS come "Controrivoluzione staliniana"! sic. Poi una volta messo il masso in discesa non c'è neppure bisogno di una spinta che prende da sé la velocità. È siamo all'oggi, caro Antonio, ovvero al fatto che il movimento storico del modo di produzione capitalistico CI HA SCONFITTO, ha sconfitto cioè l'ipotesi che si potesse costruire un modello su uno scambio non sull'azienda capitalistica ma sulla COMUNITÀ COMUNISTA IN UN RAPPORTO ARMONICO CITTÀ (industria) CAMPAGNA (agricoltura).
La cosa assurda qual'è? Non che i comunisti siano stati attratti dall'opportunismo - è la forza maggiore che attrae quello che forza non è - ma che oggi, proprio quando il moto è in crisi perché non può più proseguire, dunque per CONSUNZIONE, NOI ANZICHÉ SFORZARCI DI GUARDARE IN AVANTI ci deprimiamo per essere stati sconfitti.
Poi ci saranno sempre quelli che credendo nel libero arbitrio sono convinti che anche stavolta la borghesia trova il modo di rilanciarsi. Vecchia storia.
Siamo sull'orlo di un baratro caro Antonio, e dobbiamo trovare la forza di riuscire a guardare in avanti, che c'è vita oltre la siepe.
È chiaro?
Se posso suggerire: fatti carico di un attivo SERIO DI RIFLESSIONE, se ne sente la necessità.
Buon lavoro
Michele Castaldo
Si potrebbe aggiungere, da una prospettiva scientifica e pratica, a completare un poco l'impostazione romantica e emozionale, che tra i tre o quattro punti problematici di Marx vi è la sua convinzione, anche per evitare cadute angosciose, in merito alla efficacia del garantito sentiero della teologia della gloria. Il simpatico e irruente M. Castaldo, per certi aspetti e pertanto un po’ a sua insaputa, si potrebbe definire marxiano solo per la sua ossessione- fissazione, per quanto nel suo caso trivialmente ingenua, sul carattere palingenetico e catartico della crisi del moto, in accordo con le sue ridefinizioni nominalistiche.
Marx non è ovviamente altrettanto ingenuo e superficiale, le ricorsive crisi non sono necessariamente speciali, ma la sua sofisticata prospettiva di sentiero teologico di gloria, (che per certi versi e ribaltamento spirituale richiama il teologico “deve esserci un senso” di Hegel), si è apparentemente rivelata ottimistica o lineare.
Il “Comunismo” e soprattutto Stalin hanno dato il contributo decisivo alla straordinaria crescita economica e dei redditi del dopoguerra. Infatti, se la classe dominante rimase rigorosamente fascista e nazista, come disse Bordiga, tanto da trattare oggi, apertamente, le classi inferiori, senza alcun ritegno, come topi, stupidi e carne da cannone, per la paura di Stalin, per qualche decennio, consentirono la pratica del capitalismo marxiano kaleckiano, (che permise il miracolo della crescita dei redditi).
A differenza della convinzione di Marx, il processo di crescita del tasso di salario reale non mantenne una interazione con la prospettiva della teologia della gloria nel modo auspicato, ma presentò e presenta dinamiche di costruzione di aspettative più complesse.
Venuta meno la paura di Stalin, la classe dominante, grazie ai bilioni di dollari spesi nella propaganda e manipolazione, (Pasolini ci arrivò un poco da ultimo a intuire che i giornali e media della disinformazione dei dominanti e ong e organismi internazionalisti vari erano la fonte del terrorismo), compì un doppio capolavoro e impose su scala mondiale il neoliberalismo fascista, il capitalismo finanziario e imperialistico, e il cammino verso una sostenuta semiproletarizzazione.
Alle classi inferiori occidentali venne fatto credere che il capitalismo marxiano kaleckiano era un intralcio all’arricchimento: arricchimento invece suppostamente garantito (sic) dal neoliberalismo fascista.
Alle popolazioni dell’Unione Sovietica venne fatto credere che il capitalismo è quello menzognero della meravigliosa pubblicità, nella quale sono tutti ebeti felici milionari, che, per scontata natura capitalistica, godono di abitazione, strutture sanitarie e istruzione.
Ciliegina sulla torta, ma moto o movimento storico decisivo, a forzare le categorie provvidenziali di M. Castaldo, fu la conversione neoliberale della sinistra, che si trasformò in maggiordomo del grande capitale finanziario e promotrice del paradigma neoliberale fascista e degli intellettuali mezzecalzette. Come se, allo sbando ideologico, smarrita ogni comprensione scientifica della rappresentazione marxiana del capitalismo e della moneta e perplessa davanti alle problematicità della teologia della gloria avesse salvificamente individuato a grande maggioranza, (frange minoritarie altrettanto a digiuno della comprensione della rappresentazione di Marx si sono rifugiate in astratti e antimarxiani dogmi), nel neoliberalismo fascista la nuova ideologia da proporre alle classi inferiori, utile pure, in addizione, a ridurre il reddito della classe media.
Tant'è che Marx coi Grundrisse si Sforza di dimostrarlo.
La mia tesi, circa la critica valoriale rende a dimostrare solo un fatto: Che in quanto tale, cioè circa lo sfruttamento è l'oppressione coloniale non poteva sconfiggere il capitalismo. Difatti non lo ha sconfitto.
Tutto qua.
Per il resto: tempo al tempo, ma senza i paraocchi dell'ideologismo. Perché le rivoluzioni non si fanno per idee, ma PER NECESSITÀ.
cerchiamo di capirci sull'essenziale, che è l'unico modo per capirsi veramente:
A monte della nostra "sconfitta" non ci sono tradimenti dei gruppi dirigenti, ma un risveglio AMARO di alcune generazioni disilluse da un mondo andato in modo diverso da come lo si era immaginato, pensato, ideologizzato.
Alla base c'era, però, una illusione di fondo fin dalla sua nascita, ovvero che il capitalismo potesse essere sconfitto o "abbattuto" in base a una critica valoriale.
Questa tesi era presente fin dai suoi fondatori, una tesi allevata e cullata da quanti sono poi ad essi succeduti, fino ai giorni nostri.
Altrimenti detto: lo stesso Marx non aveva capito (e non poteva capire) che il cosiddetto capitalismo fosse un movimento storico del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, dunque non un MODELLO da sconfiggere, ma un TEMPO STORICO DA SUPERARE.
Si tratta di due CONCEZIONI DIVERSE E OPPOSTE, contro cui abbiamo battuto la testa. Sicché il Marxismo sorto sulla base di una falsa analisi è stato sconfitto da un tempo storico che gli stessi Marx e Engels poi dovettero correggere in MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO.
Ora perché scagliarsi contro il trasformismo dei gruppi dirigenti, scambiando il corrotto come primo colpevole rispetto al CORRUTTORE CHE l'ha corrotto?
Facciamo un esempio plastico: chi oggi al posto di un Landini riuscirebbe a fare meglio? Nessuno.
Chi oggi riuscirebbe a fare meglio dell'insulso personaggio della segretaria del PD? Nessuno. Perché? Perché non c'è un movimento di massa realmente attivo, e non c'è perché il proletariato è totalmente disorientato, al meglio, oppure volta a destra come in Sassonia o anche in Italia o in Francia.
Perché? Perché il proletariato non diviene comunista per ideologia, come noi pensavamo, MA SOLO ED ESCLUSIVAMENTE PER NECESSITÀ.
Sicché tutta la nostra impostazione ideologica - circa la coscienza rivoluzionaria da trasmettere alla classe operaia è un attrezzo INSERVIBILE, pertanto se dovessimo continuare a batterci in questo modo sbatteremmo con la testa contro il muro fino a sanguinare.
Conclusione: il vero paradosso storico consiste in questo:
Mentre il modo di produzione capitalistico cresceva, il comunismo pensava di sconfiggerlo. Oggi che lo stesso MOTO-MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO È IN CRISI IN QUANTO SISTEMA SIAMO SCORAGGIATI AL SUO COSPETTO.
C'è qualcosa che non va in noi, caro compagno, non nell'opportunismo dei gruppi dirigenti, che sono solo dei corrotti da un sistema che si reggeva su leggi storiche.
Il resto sono solo chiacchiere da bar dello sport all'angolo della strada.
Tieniti forte, perciò perché:
Il COMUNISMO SI STA PONENDO E SI PORRÀ SEMPRE DI PIÙ COME NECESSITÀ STORICA PER L'UMANITÀ SOLO DA UNA DEFLAGRAZIONE DEL SISTEMA PER LE SUE STESSE LEGGI. Esattamente come si va delineando la sua attuale fase.
Siamo noi a non essere capaci nel vedere che NON C'È IL BUIO OLTRE LA SIEPE.
Chiaro?
Michele Castaldo
Sono d'accordo senza riserve sui contenuti dell'articolo.
E' un contributo utile a decifrare il momento storico e a prospettare una linea di uscita dagli impasse che ci stanno paralizzando in un momento di grande scontro di classe sul piano internazionale