Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Filosofia e fisica quantistica

di Eros Barone

71toG1gUMjL. AC UF10001000 QL80 .jpgÈ una grande scienza sapere ciò che si sa.
G. W. Leibniz 

Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero.
K. Marx 

È ampiamente noto che la storia della ricerca scientifica nel campo della fisica quantistica ha posto problemi di grande rilevanza filosofica ed epistemologica che hanno indotto gli studiosi ad inserire la loro esplorazione dei sistemi atomici in un contesto più generale di quello strettamente scientifico. In tal senso, i rilevanti cambiamenti di prospettiva richiesti dalla fisica quantistica hanno reso questi problemi ineludibili per tutti coloro che nutrono interesse verso le implicazioni concettuali della scienza. D’altra parte, va sottolineato che la forte interazione tra la scienza e la filosofia, che caratterizza la fisica quantistica, non è dovuta a puri motivi storici o culturali, ma è stata imposta dalla natura stessa, sicché diventa necessario mostrare come fondamentali temi filosofici si colleghino in modo naturale alla problematica generata dagli studi e dalle ricerche sui sistemi atomici. Passiamo quindi ad esaminare, al fine di tratteggiare la personalità filosofico-scientifica dei maggiori protagonisti della nuova fisica, alcune specifiche posizioni circa la realtà e la sua conoscibilità.

 

1. L’idealismo e le sue derivazioni

Per l’idealismo l’oggetto del conoscere è l’idea; ma se questa è pensata come indipendente dal conoscere e meta esterna ad esso (il che accade, per esempio, nel platonismo), questo punto di vista è ancora realistico. Invece l’idealismo moderno è soggettivistico: l’oggetto del conoscere è posto, prodotto, “creato” dall’attività dello stesso soggetto conoscente. Ovviamente esistono varie versioni dell’idealismo, più o meno radicali, che vanno dall’ipotesi secondo cui le rappresentazioni della mente hanno un livello più elevato di esistenza che non gli oggetti, a quella secondo cui gli oggetti sono creati dalla mente, fino alla posizione estrema per cui non vi è nient’altro che la mente.

Print Friendly, PDF & Email

acropolis

Apocalisse e fine del mondo

di Pierre Dardot

thumbnail 3 .jpgE se il vero pericolo non fosse l’apocalisse annunciata, ma la nostra accettazione della sua ineluttabilità? Dal tecnofascismo di Peter Thiel ai bunker dei miliardari, il discorso sulla fine dei tempi paralizza ogni immaginazione politica. Contro questo immaginario del nemico, bisogna rifiutarsi di opporgli la «nostra» apocalisse e preferirgli la lotta per un’altra fine del mondo, sulla scia delle cosmopolitiche dei popoli della terra.

* * * *

Apocalypse Now? L’apocalisse tende a saturare il nostro immaginario. Assorto nella sua ossessione morbosa, Peter Thiel vede nelle figure dell’Anticristo e dell’Armageddon le incarnazioni dello «spettro apocalittico». Da parte loro, in un articolo dedicato all’«ascesa del fascismo della fine dei tempi», Naomi Klein e Astra Taylor (2025) affermano che una «tendenza apocalittica ai vertici di un governo» è qualcosa di inedito e parlano dell’«attrazione apocalittica del fascismo della fine dei tempi».

Il titolo del libro di Quinn Slobodian: Crack-Up Capitalism (Capitalismo della frammentazione) diventa nella sua traduzione francese: Il capitalismo dell’apocalisse. L’autore ricorre fin dall’inizio alla metafora della perforazione per indicare la moltiplicazione delle zone liberate per il mercato: «Ogni atto di secessione soft […] è una nuova piccola vittoria per la zona, un altro piccolo buco nel comune». Il moltiplicarsi di questi buchi che sono le «zone» (oggi più di 5.400) su iniziativa di miliardari e società private testimonia chiaramente «decenni di sforzi volti a perforare il tessuto sociale, a defezionare e a separarsi dal collettivo[1]». In che modo ciò giustifica il ritorno sul tema dell’apocalisse? Il «sogno di un mondo senza democrazia», per riprendere il sottotitolo, sta per realizzarsi?

La novità è che questi sforzi volti a lacerare il bene comune sono oggi attivamente sostenuti da coloro che esercitano il potere alla guida dello Stato statunitense e giocano consapevolmente sulla «fantasia apocalittica». Naomi Klein e Astra Taylor si spingono oltre affermando: «Come sempre con il fascismo, la fantasia apocalittica contemporanea trascende le divisioni di classe e unisce i miliardari alla base del movimento MAGA».

Print Friendly, PDF & Email

iltascabile

Nella tenebra del presente

di Matteo Moca

Dalle origini cibernetiche di Materialismo gotico al comunismo acido di Mark Fisher: un pensiero oltre il vitalismo oscuro del capitalismo per risvegliare il desiderio collettivo

Nella tenebra del presente.jpgIl pensiero di Mark Fisher è stato per molti un antidoto alla disperazione. Sul suo celebre blog k-punk – definito da Simon Reynolds “una sorta di canale di negoziazione tra cultura popolare e teoria” e descritto dallo stesso Fisher come “il mio modo di concepire la teoria, prevalentemente attraverso la cultura popolare” – era facile trovare riflessioni che rappresentavano, e per certi versi lo fanno ancora nei suoi libri, un punto di ancoraggio davanti al tracollo non solo delle idee contemporanee, ma dell’intero universo che le ha prodotte. In un’epoca in cui le guerre si fanno sempre più globali, la povertà amplia sempre di più la sua platea e le prospettive generali appaiono alquanto sbiadite, trovare una voce come quella di Mark Fisher, capace non tanto di offrire una soluzione, ma piuttosto di stare con coraggio e intelligenza dentro il problema, rappresenta un’occasione unica per immaginare un mondo diverso.

Se Margaret Thatcher diceva che non ci sono alternative al futuro, l’opera di Mark Fisher, che certo deve molto, suo malgrado, anche alla politica del primo ministro inglese, presenta invece la cristallizzazione di un pensiero che si muove su coordinate diverse e tocca vari campi del sapere e dell’arte. Fisher scrive in molte delle sue opere di un sentimento diffuso di malinconia nei confronti di un futuro immaginato e perduto riferendosi non tanto a qualcosa che prima esisteva e adesso non più, quanto invece a una realtà potenziale che però non ha avuto alcuna possibilità di realizzarsi. Si possono prendere, per esempio, gli scritti che compongono Spettri della mia vita (2014), in cui le analisi degli autori e delle opere che hanno affinato il suo sguardo offrono in filigrana proprio un discorso fondamentale sul rapporto tra passato, presente e futuro.

Pensiamo alle insuperabili pagine su Burial o su David Peace, l’analisi del concetto di hauntology mutuato da Derrida, alla lettura vertiginosa di un film come Inception fino a uno dei suoi testi più belli: la descrizione della psicogeografia della Londra preolimpica sospesa tra Tarkovskij e Ballard. Il potere, come sottolinea più volte Fisher, si è già impossessato del tempo e, in questo modo, tiene in ostaggio il futuro che diventa così l’obiettivo di una riconquista impossibile perché ciò che nel presente e nel passato tramonta sembra non avere alcuna possibilità di rifiorire nel futuro costringendo l’uomo a vivere intrappolato in un loop che ricorda le estreme manipolazioni del tempo di Christopher Nolan.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Ultimo uomo

di Salvatore Bravo

nichilismoL’Europa e l’Occidente si avviano verso il declino, i cui sintomi sono palesi. L’individualismo economicistico e l’edonismo senza cuore e senza spirito sono gli effetti del nichilismo liberista, il quale è dinanzi ai nostri occhi e per quanto si devii lo sguardo dalla verità essa finisce col guardarci. La politica dei camerieri e del servidorame connotato dall’ipertrofia dell’immagine senza contenuti è il punto finale di una deriva ormai decennale. I servi obbedienti, non hanno pensiero, semplicemente obbediscono. Con questa realtà bisogna fare i conti nel quotidiano. Ogni giorno ci attende un lavoro di resistenza, poiché l’assedio della barbarie e dell’insensato ci lambisce quotidianamente e ci sospinge sul limite dell’abisso della disperazione. Si vive sull’orlo dell’abisso e bisogna lavorare per ritrarsi da esso. È il regno dell’ultimo uomo, descritto da Nietzsche nell’aforisma 125 della Gaia scienza. La filosofia, in quanto ricerca veritativa è oggetto di una generale rimozione. La parola veritativa è sostituita con i suoni dell’insensato che nella manipolazione generale appaiono solidi e invalicabili come le Colonne d’Ercole. I processi di mistificazione sono estremamente raffinati e capziosi. La filosofia che per sua fondazione epistemica ha il suo senso e scopo nella ricerca argomentata e razionale dell’universale concreto (verità) è sostituita con una sua copia sbiadita e ingannevole: il pensiero debole, esso è la pseudo filosofia organica al capitalismo; “la filosofia”, in tal maniera, nega se stessa per affermare “il mercato del relativismo” e la trasformazione dell’essere umano in “consumatore seriale e compulsivo”. L’ultimo uomo descritto da Nietzsche urla la morte di dio nel mercato. Morte di dio, ossia morte della verità che reca con sé il defungere della filosofia e instaura così l’ultimo uomo che vive e regna nel mercato capitalistico, nel quale la morte dell’uomo, in quanto essere veritativo e simbolico, coincide con l’imperio della mediocrità delle vogliuzze che il mercato prontamente soddisfa. L’ultimo uomo è il progetto perverso e diabolico/divisorio del capitalismo nell’attuale fase storica. Nel nostro tempo l’ultimo uomo è nella forma della turistificazione violenta delle città del sud dell’Europa.

Print Friendly, PDF & Email

quodlibet

Una voce

Rubrica di Giorgio Agamben

 

L’infanzia di Adamo

Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.

Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.

Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.

[13 aprile 2026]

Print Friendly, PDF & Email

linterferenza

La cosmotecnica e il ritorno delle civiltà

di Antonio Martone

Recensione a: Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026

visioni eretiche dopo il neoliberalismo formenti 09.58.11 Page 4I

Negli ultimi decenni la filosofia politica ha rivolto la propria attenzione soprattutto ai processi di globalizzazione, alla crisi della sovranità, alla finanziarizzazione dell’economia, alle trasformazioni della democrazia liberale e, più recentemente, all’impatto delle tecnologie digitali sulle forme della vita collettiva. Anche quando si è confrontata con il mutamento degli equilibri internazionali, lo ha fatto prevalentemente attraverso categorie economiche o giuridiche: capitalismo, governance, biopolitica, neoliberalismo, diritti, Stato. Meno frequente è stato, invece, il tentativo di assumere le civiltà come oggetto specifico della riflessione filosofica. Dopo la stagione inaugurata da autori come Toynbee, Spengler o, in forme profondamente diverse, Huntington, la nozione stessa di civiltà è progressivamente uscita dal lessico della teoria politica, gravata dal sospetto di essenzialismo o ridotta a categoria descrittiva della storia delle culture.

È precisamente su questo terreno che si colloca il nuovo libro di Alessandro Visalli. Oltre l’Occidente non è soltanto un contributo alla riflessione geopolitica sul declino dell’egemonia occidentale, né una nuova interpretazione della transizione verso un ordine multipolare. Più radicalmente, esso rappresenta il tentativo di restituire dignità filosofica alla categoria di civiltà, sottraendola tanto alle semplificazioni geopolitiche quanto alle letture culturalistiche che ne hanno spesso accompagnato l’impiego. Il problema del libro non consiste infatti nello stabilire quale potenza dominerà il XXI secolo, bensì nel comprendere se la modernità occidentale possa ancora essere pensata come il destino universale dell’umanità oppure se essa debba essere reinterpretata come il risultato storico di una particolare forma di civiltà. Va detto subito che l’opera di Visalli si inserisce in un progetto più ampio: si tratta infatti del primo volume di un’opera a due mani, realizzata in collaborazione con Carlo Formenti, che firmerà il secondo volume intitolato L’alba di una nuova era. I due autori dichiarano di aver lavorato in stretto scambio di bozze e osservazioni critiche, dando vita a due testi complementari, pur nella diversità degli stili e delle angolazioni. A unirli è un approccio che si potrebbe definire “marxista ancorché eretico”, che vede nell’universalismo occidentale non già una filosofia neutrale, ma una “macchina da guerra” al servizio del modo di produzione capitalistico, volta a imporre al mondo intero forme economiche, istituzioni e valori del blocco euroatlantico.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La ragione e l’indicibile: elogio della soglia

di Francesco Coniglione

PS Copertina Vol. 1 Tutta rid.jpgC’è un luogo del pensiero dove le parole cominciano a incrinarsi. Non per difetto, ma per eccesso: giunte al limite di ciò che possono dire, si piegano, fanno silenzio, e proprio in quel silenzio accade qualcosa. Non è il nulla, non è il vuoto della rinuncia. È il punto in cui la ragione, portata fino al suo spasimo, lascia filtrare una luce che non sapeva di contenere. È lì, in quella fessura, che prende dimora il mistico.

Il mistico non è il nemico della ragione, né la ragione è la tomba del mistico. Sono piuttosto due compagni di viaggio che non possono separarsi, ma neppure confondersi. Ciascuno ha bisogno dell’altro, e ciascuno deve restare se stesso: la ragione non può fingersi mistica senza perdere il proprio rigore, il misticismo non può atteggiarsi a metafisica speculativa senza tradire la propria natura. È questa, in estrema sintesi, la lezione che attraversa come un filo rosso l’opera del primo Wittgenstein e di altri pensatori di formazione scientifica nei quali il rigore logico o matematico convive con una tensione verso l’indicibile.

La questione è tanto più intrigante quanto più si osserva un fenomeno curioso. Molti sistemi filosofici ispirati a un ideale fortemente razionalista, che costruiscono cattedrali logiche con la precisione di un orologiaio, a un certo punto devono riconoscere un limite: in qualche punto dell’edificio, splendidamente squadrato, si apre una crepa da cui entra qualcosa che non è riducibile al razionale. Un elemento che non si lascia addomesticare dalle categorie, che sfugge alla presa del concetto. È l’irruzione del mistico. Non lo chiamano così, naturalmente. Lo chiamano “intuizione intellettuale”, “principio primo”, “postulato indimostrabile”. Ma il meccanismo è spesso analogo: la catena delle ragioni deve interrompersi da qualche parte, e in quel punto, volenti o nolenti, si fa appello a qualcosa che la ragione è costretta a presupporre senza poterlo tuttavia ricondurre interamente a sé.

Lo aveva capito benissimo Pascal, che pure era un matematico di prim’ordine: «Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point» — il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Attenzione, però: Pascal non sta affatto dicendo che il cuore conosce al modo della ragione, solo con altri mezzi.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Lo spettro della filosofia

di Salvatore Bravo

i id6320 mw300 mh500 1xLa filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:

La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Insegnare filosofia: dalla storia alla logica e ritorno

di Eros Barone

scrivania studio 600x400In un articolo pubblicato dal Foglio Mauro Piras, membro della commissione ministeriale per la stesura delle nuove Indicazioni nazionali per la filosofia, difende l’approccio logico-problematico allo studio di questa disciplina, che caratterizza in modo prevalente tali Indicazioni. Sennonché, come è stato giustamente osservato, il rischio è che l’approccio per problemi si risolva progressivamente, anziché nella complementarità, nella sostituzione del metodo storico con il metodo fondato, per l’appunto, sui problemi. E il rischio è tanto maggiore quanto più ridotto sarà il tempo effettivo di insegnamento/apprendimento dedicato alla filosofia nella prospettiva incombente della introduzione di una durata quadriennale dei licei, cui si sommano le ore dedicate all’educazione civica, alla formazione scuola-lavoro, ai progetti e così via con l’inevitabile effetto di ridurre le ore di filosofia. L’esortazione a fare meno ma meglio, la centralità della lettura dei testi filosofici e l’immancabile critica alla lezione frontale, che vengono espresse nell’articolo citato, appaiono allora come le foglie di fico del buon senso destinate a coprire la vergogna di un programma che pretende di racchiudere la storia della filosofia in un arco biennale che parte da Talete e arriva a Nietzsche.

Dal canto mio, condivido con Piras l’esigenza di rivalutare la filosofia come tecnica argomentativa, ma non so se egli si renda conto che anche l’argomentazione ha un limite e che il ragionamento filosofico è tenuto a fare i conti con il pungolo, talora paralizzante e talaltra stimolante, dello scetticismo. Osservo, a tale proposito, che un insegnante di filosofia che non presti la debita attenzione allo scetticismo antico (i dieci tropi di Enesidemo, i cinque tropi di Agrippa e l’autofagia del dubbio di Sesto Empirico), oltre che allo scetticismo moderno (Hume), ha le armi spuntate nel far valere i “contenuti di verità” che pure sono presenti nelle tesi filosofiche. È infatti nel conflitto tra scetticismo e dogmatismo – conflitto sostanzialmente irrisolvibile, se non con il ricorso a quella ‘logica maior’ che è la dialettica – che va ricercata la ineludibile emergenza della dimensione storica in quanto dimensione sia cronologica che teoretica nell’insegnamento/apprendimento della filosofia. La stessa giustificazione aristotelica, via argomento elenctico, di un cardine del pensiero logico e scientifico quale è il principio di non contraddizione implica, come è noto, il ricorso alla dimensione temporale.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Le piccole verità e la tirannia del Vero

di Francesco Coniglione

Aedo e pubblicoVi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.

Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.

Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.

Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Lo spettro della filosofia

di Salvatore Bravo

filosofia morta hero.pngLa filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:

La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Edgar Morin: un revisionista di talento

di Eros Barone

dbf12ed7 bd2d 4f3d 8b73 1e1f40e2405dE così Edgar Morin, un “grande vecchio” di quella generazione degli anni Venti del secolo scorso che ha prodotto filosofi e sociologi come Althusser, Deleuze, Foucault, Habermas e Lyotard, alla veneranda età di 104 anni ci ha lasciati. Queste le tappe salienti della sua vita: nel periodo della giovanile militanza comunista fu attivo nella Resistenza; espulso dal Partito Comunista Francese nel 1951 per deviazionismo, descrisse l’evoluzione del suo impegno politico nel volume Autocritica (1959); nel 1959 fondò con Sartre la rivista «Arguments»; fu poi direttore di ricerca di un centro di studi transdisciplinari, il CETSAS, il cui scopo era quello di coordinare discipline come la sociologia, l’etnologia e la semiologia. La sua lunga vita, come sempre accade con le personalità di un certo rilievo, è un prisma che con le sue diverse facce riflette i principali eventi di un’epoca storica la cui importanza ben difficilmente può essere sopravvalutata.

L’analisi dei fenomeni culturali, in relazione al diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, rappresenta un momento centrale nella biografia scientifica di Morin, come testimonia L’industria culturale (1962), opera antesignana in questo campo. In seguito però i suoi interessi si sono spostati verso l’epistemologia delle scienze umane per culminare in una imponente opera teorica, Il metodo, (4 voll., 1977-91, ma nell’edizione italiana, pubblicata da Raffaello Cortina, sono sei), in cui Morin sviluppa e approfondisce la tematica della “complessità”.

A partire da una integrazione critica della teoria dei sistemi e della cibernetica, egli ha proposto una relazione complessa tra ordine, disordine e organizzazione, teorizzando una rivoluzione del metodo che consenta l’accesso alla complessità del vivente (La vita della vita, 1980). Successivamente, dopo un’analisi delle condizioni, delle possibilità e dei limiti della conoscenza umana (Conoscenza della conoscenza, 1986), giunse ad applicare allo studio delle idee la prospettiva ecologica, intesa come esigenza di concepire ogni cosa (e quindi anche le idee) quale parte di un contesto più ampio, e di comprendere le interrelazioni e le retroazioni che a questo contesto la legano. Secondo la stessa prospettiva, Morin aveva sostenuto che solo l’elaborazione di modi di pensare adeguati avrebbe consentito il superamento del secolo in cui viviamo: l’idea della matria, intesa come unità fisica, geologica, biologica e umana, permetterà all’uomo di continuare ad abitare la terra.

Print Friendly, PDF & Email

comuneinfo

Non ancora

di Rino Malinconico

maria fuentes QeXETT0kNLM unsplash1.jpgLa rivoluzione come speranza, al centro del pensiero di Ernst Bloch, ha molto da dire a chi ricerca una nuova cultura politica in questo tempo angosciante. Sono tante le ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza. Il punto di partenza resta il cosiddetto “non-ancora” che non è solo, e neppure principalmente, una dimensione temporale o spaziale, ma una dimensione esistenziale. Per questo, cambiare in profondità la società oggi significa prima di tutto cominciare dal fare e dal domandare

* * * *

Ernst Bloch resta il più attuale dei marxisti del Novecento per diverse ragioni. La rivoluzione come speranza attiva ha molto da dirci. Ecco sette ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza.

La prima. Il concetto teoreticamente nuovo di “speranza”, Ernst Bloch lo contrappone alla visione che concepisce la verità profonda dell’essente – un Io, un Noi, una qualsivoglia cosa – come insopprimibile e inesorabile “essente-secondo-possibilità”. È stata proprio questa, a ben vedere, la qualificazione fondativa delle cose-che-sono pervenutaci da tutta la tradizione filosofica. E non è difficile intuire che se una “cosa” può arrivare a esistere solamente secondo la possibilità che le è propria, essa si presenterà sempre e soltanto come ciò-che-poteva-essere. In altre parole, sciogliendo il possibile nell’effettuale si delinea l’evoluzione possibile di una qualsiasi cosa solamente come futuro-obbligato. Si tratterebbe, cioè, dell’unica possibile evoluzione, in quanto quel suo futuro sarà già in partenza contenuto, proprio sul piano ontologico, nella cosa stessa: come sua potenza, per dirla con Aristotele, o come sua negazione, per dirla con Hegel.

Tra il possibile e l’effettuale Bloch individua, invece, l’entità decisiva del non-ancora. Ed è esattamente questa nuova dimensione, concettuale e reale a un tempo, che gli permette di sottrarsi (concettualmente) all’imperio della “necessità”, ovvero alla impossibilità di ipotizzare un futuro non-obbligato.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Tempo, memoria e nichilismo in Massimo Bontempelli

di Salvatore Bravo

304 ISBN.jpgMassimo Bontempelli è stato un pregevole interprete della filosofia di Hegel e di Marx. La sua opera silenziosa non è stata riconosciuta dalle Accademie omologate sul “politicamente corretto”, pertanto la scure del silenzio è caduta sulla sua produzione filosofica e storica. Egli è stato hegeliano e marxiano nel tempo in cui il “pensiero debole” ha assunto la funzione ideologica di giustificare il capitalismo senza limiti. Ha denunciato la necessità del “pensiero forte” per disinnescare i processi crematistici e nichilistici in atto. Amico e compagno di lotta di Costanzo Preve, è pensatore ancora da scoprire e da capire. È scomparso precocemente nel 2011, ma le sue opere restano e la sua testimonianza di resistenza continua a indicarci la via della prassi. In un mondo di ombre che minacciosamente si allungano sul presente necessitiamo di pensatori che hanno testimoniato la “passione per la verità” e per la “prassi etica”. Sono uomini che ci rammentano che è possibile “pensare e creare” fuori dai recinti d’acciaio delle Accademie e delle filosofie decaffeinate pronte per l’uso e, dunque, a immagine degli interessi di classe delle oligarchie. Passione, coraggio, carattere e, a volte solitudine, consentono di portare “vita pensante” nel “deserto del capitale” che avanza minaccioso.

Il plesso teorico del tempo storico, dal filosofo e storico Massimo Bontempelli concettualizzato, ci apre alla possibilità di comprendere il nichilismo contemporaneo. Per riaprire il tempo della storia, fu convinzione del filosofo pisano, è necessario trascendere i processi di derealizzazione e valutare criticamente il proprio tempo storico mediante paradigmi veritativi fondati razionalmente. La dialettica umanizza l’esistenza e prepara la coscienza di classe. L’essere umano è temporalità incarnata nella storia, non è mai astratto, ma è parte integrante del suo tempo e del ruolo che occupa nel modo di produzione e dunque può pensare e rigenerare la temporalità storica con l’impegno e con i processi di concettualizzazione volti a decodificare il proprio tempo storico. La coscienza, mai monade astratta, è temporalità creante, pertanto la definizione del concetto di “tempo” ci dona la categoria teoretica con cui valutare la contemporaneità.

Print Friendly, PDF & Email

chartasporca

Rovelli vs Wittgenstein

di Francesco Bercic

schiele 2.jpgL’accostamento tra l’ultimo libro di Carlo Rovelli e il pensiero di Ludwig Wittgenstein sorge quasi spontaneo. A parte le numerose citazioni del filosofo viennese alle quali attinge l’ormai celebre divulgatore scientifico, il paragone è suggerito fin dal titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi) pare un calco approssimativo di quella tesi capitale del Tractatus, la 6.127, in cui si afferma che “tutte le proposizioni sono di pari valore / equivalenti” (gleichberechtigt nell’originale tedesco). Addirittura, sui social network capita di incontrare simpatici meme in cui Rovelli viene presentato come una sorta di suo discepolo contemporaneo, con il marginale dettaglio di porre sullo stesso piano un filosofo – per quanto peculiare – a un fisico di professione. Lo spunto, al di là delle iperboli, rimane tuttavia interessante. In linea con le precedenti pubblicazioni, le conclusioni di Rovelli si estendono a un orizzonte ben più vasto della meccanica quantistica, tracciando i contorni di una visione del mondo “giustificata” – a suo parere – dalle principali scoperte della fisica del Novecento. Basta però scavare poco sotto questa affinità di facciata, per scorgere una differenza più profonda che allontana le parabole del loro pensiero: non tanto nel contenuto delle idee, quanto nel diverso orientamento intellettuale, nello spirito che li anima.

Un merito innegabile che va attribuito a Rovelli è aver portato all’attenzione dei lettori italiani quella grande frattura epistemologica che, almeno per quanto riguarda la fisica, ha coinciso con la svolta quantistica nel primo Novecento. Una frattura di cui oggi si ha ancora vaga contezza, spesso anche da parte di chi studia discipline contigue. Si può affermare senza remore che, nell’immaginario collettivo, la concezione del lavoro scientifico sia rimasta ferma ai tempi di Galileo e Newton: l’uomo, perfettamente padrone della sua Ragione, che scopre fuori di sé le leggi eterne della natura, avanzando in un cammino di progresso inesorabile. Rovelli ha compito facile nello smontare le fondamenta di un impianto siffatto, si direbbe di determinismo classico e di derivazione neopositivista, in cui il linguaggio intrattiene rapporti di corrispondenza univoca con la realtà. Da questo punto di vista, la vicinanza a Wittgenstein è marcata. L’uomo non conosce enti o oggetti semplici – scrive Rovelli riecheggiando il Tractatus – ma costruisce modelli, in cui a contare non sono le singole “cose”, bensì la relazione che si istituisce tra loro. L’uomo conosce solo quella relazione – il “come” direbbe il Wittgenstein, non il “che cosa”. E, a partire da questi modelli, avanza ipotesi – ipotesi, non leggi.