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sinistra

Profilo di un importante filosofo del Novecento

di Eros Barone

Ugo SpiritoPensare significa obiettare.

Ugo Spirito

1. La “riforma della dialettica” e il problematicismo

La filosofia di Giovanni Gentile, che va sotto il nome di attualismo, ha trovato nella cosiddetta “sinistra gentiliana”, rappresentata da Ugo Spirito (1896-1979), un suo qualificato rappresentante. A lui è legato il tentativo di sottoporre a una “riforma” la dialettica e la logica dell’idealismo italiano nel senso che si può definire problematicistico. Del resto, il filosofo aretino ha sperimentato diverse vie di “riforma” della dialettica gentiliana e dell’attualismo in generale. A lungo è stato considerato un esponente fedele della concezione gentiliana, ma alla fine degli anni Trenta del secolo scorso si è allontanato dalla filosofia di Gentile, anche se, in realtà, non ha mai cessato di sottolineare i legami, diretti e indiretti, con essa. In effetti, l’evoluzione teoretica di Spirito è stata abbastanza complessa, poiché dal positivismo, “aria di famiglia” della sua generazione, questo pensatore è passato all’attualismo gentiliano, quindi al cosiddetto problematicismo, che generalmente viene collegato al suo nome, per poi elaborare l’“onnicentrismo” e l’“ipotetismo”, concezioni che hanno caratterizzato le sue ultime posizioni.

La “riforma” dell’idealismo neohegeliano, che Spirito ha intrapreso, si articola in quattro punti: la dialettica, l’idea dell’assoluto, i rapporti con la scienza e la visione dello sviluppo dell’umanità. Ritenendo che la riforma gentiliana della dialettica di Hegel non avesse raggiunto il suo scopo, in quanto Gentile non era riuscito a superare i limiti dogmatici di un tradizionale sistema metafisico, Spirito ha proposto una soluzione relativistica e scetticheggiante del problema: soluzione il cui fulcro, da lui denominato problematicismo, è l’assolutizzazione della stessa ricerca filosofica. Alla posizione attualistica della sintesi, intesa come unica realtà, egli ha contrapposto la realtà delle sole tesi e antitesi: in altri termini, l’idea di un’assoluta antinomicità.

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comuneinfo2

Bloch, Lukács e il farsi delle cose

di Rino Malinconico

Per cercare qualche luce nel buio di questo tempo può essere d’aiuto aggrapparsi a un’idea di attesa di mondi nuovi non come un arco vuoto, ma come qualcosa carico di un possibile legato al farsi concreto delle cose e alla disponibilità ad agire. Un’idea di speranza – per dirla con Bloch, che tanto deve anche al pensiero di Lukács – come atto non solo conoscitivo o profetico ma agente nel qui e ora

598938668 1315226800644125 4937343642771262813 n.jpgDurante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”.

Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi.

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iltascabile

Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli

di Marco Spagnuolo*

Divenire rivoluzionari e Gilles Deleuze.pngA trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea. Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.

Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.

È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo, tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.

 

Fascism is in the air

“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla. Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di espulsione.

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linterferenza

Il Soggettivismo, Spauracchio Dei Filosofi

di Norberto Fragiacomo

immanuel kant metaphysics.jpgUn inquietante fantasma dicono si aggiri per i corridoi dei dipartimenti di filosofia: cattedratici e studenti sbiancano dinanzi alla prospettiva di imbattersi in esso, poiché un incontro fortuito potrebbe comprometterne reputazione, credibilità e carriera.

Mi riferisco al solipsismo (noto anche come idealismo soggettivo, soggettivismo o egoismo), figlio illegittimo e mai riconosciuto della filosofia europea moderna. A questo “ismo” negletto dedicai una decina di anni fa uno scrittarello (scherzosamente) apologetico1, cercando di restituirgli un po’ di dignità; oggi vorrei occuparmi brevemente della sua genesi e dei motivi per cui è reputato una bizzarria sconveniente, se non addirittura blasfema.

Nel pensiero antico – ce lo insegna Emanuele Severino – i concetti di certezza e verità sono sovrapponibili, nel senso che la mente umana è idonea perlomeno in astratto a cogliere la realtà ultima delle cose, a “conoscere il vero”. Soggetto e oggetto-mondo esistono a priori e parallelamente, compito del primo è investigare il secondo e comprenderne il significato.

È appena nel XVII secolo che, con Cartesio, si determina una frattura: per il filosofo francese l’indagine non può partire da un’ipotetica sostanza esterna, che potrebbe avere natura illusoria, ma deve prendere avvio da quel dato indiscutibile che è il nostro pensiero. Anziché ricorrere al modo infinito egli coniuga il verbo alla prima persona singolare: cogito ergo sum, penso dunque sono. È quindi il signor Descartes che, pensandolo, crea l’universo? Niente affatto, perché il transalpino non è certo un eretico, bensì un buon cristiano, e la sua è soltanto una premessa metodologica: è grazie alla mediazione del Dio creatore – un autentico deus ex machina! – che la materia riacquista la concretezza e la tangibilità di cui dapprincipio si dubitava. Può sembrare singolare allo studente di oggi che per dimostrare la sussistenza di qualcosa che tocchiamo quotidianamente con mano si ricorra a un’astrazione o – per dirla con Pascal – a una scommessa, ma dobbiamo tener conto che la secolarizzazione postmoderna ha inciso in profondità sul comune sentire degli esseri umani e sulla loro propensione a credere in determinati fenomeni soprannaturali.

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lafionda

Il divorzio dal reale: alcune riflessioni economico-filosofiche per una anatomia della modernità

di Andrea Granato

Il testo che segue presenta l’abbozzo di una anatomia del mondo moderno, condotta attraverso un registro molteplice: filosofico, economico e storico insieme. Vedremo così, come in tre distinti punti di vista disciplinari, si presenti la medesima traiettoria complessiva che oggi, arrivata a un punto estremo, esige di essere pensata secondo un nuovo e diverso indirizzo

Vasilij Kandinski 1024x669 1.jpegDefinire il moderno non è, e non è mai stato, facile. Ma c’è poi davvero bisogno di una (ennesima) definizione teorica? Vorrei dunque iniziare altrimenti, in modo quasi obliquo, forse un po’ spiazzante: ogni soldato semplice di Napoleone aveva il bastone da ufficiale nello zaino. Era lo stesso Napoleone a dirlo loro – per incoraggiarli, ed è impossibile non pensare a come questo aneddoto rispecchi la storia di un certo semisconosciuto tenente d’artiglieria, corso, divenuto più tardi Imperatore dei Francesi e andato in sposa a una figlia delle famiglie più antiche dell’Ancien Régime…Ma com’era stato possibile ciò? Com’è possibile che tutto sia possibile? Cos’è il moderno? Nello sguardo di Napoleone ogni soldato era (in potenza) un ufficiale. Egli vedeva ciò che lui stesso incarnava: il campo del possibile disancorato da ogni ordine fisso e rigido, sia esso “naturale”, “genealogico”, “censitario”. Laddove la parola “ordine” indica semplicemente la realtà già in atto. La modernità – politica ed economica – segna il sopravanzare della potenza sul reale, della libertà sull’essere. Ricordiamo il rovesciamento idealista dell’adagio scolastico: esse sequitur operari. Il sogno americano, così come il mito napoleonico, consiste nella speranza o, a seconda, nell’illusione che si possa essere dal nulla, crescere in brevissimo tempo, senza bisogno di radici sufficientemente profonde. Di fatti la maggior parte dei protagonisti economico-finanziari del mondo americano – i cosiddetti robber barons – non erano «nessuno». Il carattere se vogliamo messianico della terra nordamericana, assimilata alla terra promessa biblica, sta’ appunto in ciò: quel che è nulla (in Europa, nel Vecchio Mondo), può divenire tutto (nel Nuovo). Questo movimento viene emblematicamente espresso dalla generazione dei Carnegie e dei Rockefeller, magnati dell’acciaio e del petrolio di fine ‘800: “Nessun milionario era o sembrava più drammaticamente self-made (venuto su dal nulla) di quelli statunitensi […] L’America era ancora il Nuovo Mondo, la società aperta in un paese aperto, dove era opinione diffusa che l’immigrante senza quattrino potesse rifarsi una vita (essere un self-made man) …”[1]

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coku

Heidegger ha vinto Marx ha perso

di Leo Essen

marx heidegger 1220x600.jpg1.

Il gioco, come osserva Fink con una pesantezza heideggeriana, appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana. In altri termini, il gioco non è un’attività accessoria né un semplice divertimento, ma un modo originario in cui l’essere umano si rapporta al mondo. Di più: La totalità dell’ente, dice, funziona come un gioco. Di più: Il gioco funziona come motore del lavoro del costruire e del demolire. Il gioco come allegoria del cosmo. Come creazione originale e produzione. Rapimento estatico, fascinazione incantata. Momento oscuro e dionisiaco della panica cancellazione di sé. Apoteosi della sovranità. Liberazione dai gravami dell’esistenza.

Il gioco in quanto esistenziale: In-der-Welt-sein, Mitsein, Sorge, Entwurf, Geworfenheit, Sein-zum-Tode e Tutt-u-Cucuzzaru.

Poi c’è il gioco inautentico. Quello che si oppone al lavoro, e come il lavoro diventa necessario alla sussistenza – la contraddizione che muove il mondo (Omnis determinatio est negatio), il produci consuma crepa. L’apparato di civilizzazione della società altamente tecnicizzata, il suo sistema razionale, amministra la produzione, il consumo, il traffico, la comunicazione e il divertimento. Nel gioco sembra di essere trascinati via da questo mondo preordinato, dal tempo parcellizzato e ormai reso estraneo, sembra di raggiungere un nuovo mondo di impulsi di libertà e di realizzazione immaginaria dei desideri. E, invece, poiché siamo nella società dell’industria e della tecnica (e della scienza), dice Fink, ci sono pericoli di tipo nuovo: il gioco cattura le masse in enormi manifestazioni circensi e poiché lo sport della domenica offre materia di discussione dopo la grigia settimana lavorativa, c’è sempre un’immensa industria al lavoro, un’industria del passatempo, una fabbrica per il consumo del gioco o, ancora più inquietantemente, uno sfruttamento della voglia di giocare in una manipolazione totale, che continua a vigere anche là dove i singoli si sentono totalmente liberi e sembrano godere della loro libertà di scelta.

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Morte dell’ermeneutica e fine della storia

Su Michele Ranchetti

di Andrea Cavazzini

2025.11.13. CAVAZZINI.pngDifficile scrivere su Ranchetti, almeno nel senso della scrittura “scientifica” normalizzata, che richiede premesse, svolgimento e conclusioni in una forma autoconclusiva e non bisognosa di interrogarsi sulle proprie ragioni e condizioni. Difficile perché, al contrario, le scritture e i lavori di Ranchetti non partecipano di alcuna legittimità univoca e predefinita, non beneficiano dei presupposti rassicuranti delle istituzioni e degli specialismi; ma anche perché la loro intelligibilità intrinseca dipende da un sistema di riferimenti, da un gioco di costellazioni storiche e culturali, che non possono in nessun modo essere riassorbiti dalla corrispondenza del testo ad una norma di valutazione, e la cui condivisione più o meno ampia è diventata altamente problematica già durante la vita di Ranchetti.

In altri termini, leggere e interpretare Ranchetti richiede un lavoro di esegesi particolarmente complesso. E, poiché Ranchetti stesso ha riflettuto sulla crisi dell’esegesi, non solo come pratica savante, ma anche e soprattutto come atteggiamento intellettuale e morale, e come posizione esistenziale, in questa circolarità tra l’oggetto di una meditazione e la chiave di lettura di un’opera si trova forse di che intendere un percorso fortemente atipico e sfuggente.

In un testo relativamente tardo, ma alquanto in anticipo rispetto a una situazione che oggi è evidente in tutto il mondo, intitolato In morte dell’ermeneutica, Ranchetti avanza questa diagnosi:

“Il presente” non sembra più corrispondere a nessuna forma di consocibilità, non appartiene a nessun sistema di misura […]. Fra il passato recente e il presente sembra essere intervenuta una cesura perché non è più operante il sistema di correlazioni su cui si regge, per solito, qualsiasi intelligenza dei fenomeni.1

Ranchetti parte dalla situazione dell’insegnamento universitario: l’esercizio della critica del dato culturale ricevuto e tacitamente accettato, cui dovrebbe essere iniziato lo studente, diventa impossibile a partire dal momento in cui «il dato è inesistente».2 L’inesistenza di un “dato” condiviso tra le generazioni e gli strati sociali, tra i ruoli e le funzioni, l’assenza anzi di una coerenza organica entro gli orizzonti culturali anche di singoli gruppi o individui, fan sì che non solo l’atto critico, ma la stessa operazione interpretativa divengono senza oggetto:

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effimera

Moltitudine e individuazione

di Paolo Virno

Paolo Virno 2Pubblichiamo uno dei testi più importanti e chiarificatori del pensiero di Paolo Virno. Si tratta della postfazione al testo di Gilbert Simondon “L’individuazione psichica e collettiva”, Derive Approdi, 2001 (nuova edizione, 2021). Un testo che più di molti altri, come ci suggerisce Christian Marazzi, condensa molto del pensiero di Paolo Virno e della sua rottura epistemologica con la dominante filosofia politica dell’epoca. Paolo Virno interpreta Gilbert Simondon, filosofo assai caro a Deleuze, all’epoca quasi sconosciuto in Italia, come colui che riflette sui processi di individuazione. “L’individuazione, ossia il passaggio dalla generica dotazione psicosomatica dell’animale umano alla configurazione di una singolarità irripetibile, è forse la categoria che, più di ogni altra, inerisce alla moltitudine. A guardar bene, la categoria di popolo si attaglia a una miriade di individui non individuati, intesi cioè come sostanze semplici o atomi solipsistici”. E più oltre: “La moltitudine non accantona con gesto sbarazzino la questione dell’universale, del comune/condiviso, insomma dell’Uno, ma la riqualifica da cima a fondo. Anzitutto, si ha un rovesciamento nell’ordine dei fattori: il popolo tende all’Uno, i «molti» derivano dall’Uno. Per il popolo l’universalità è una promessa, per i «molti» una premessa. Muta, inoltre, la stessa definizione di ciò che è comune/condiviso. L’Uno verso cui il popolo gravita, è lo Stato, il sovrano, la volonté générale”. In questo testo Paolo Virno, con queste semplici parole, ma allo stesso tempo ricche di significato, ci traghetta dall’idea (solo idea!) di popolo (che ha innervato il pensiero antagonista per secoli) al concetto di “moltitudine”.

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collettivolegauche

La fabbrica loquace della moltitudine. Omaggio a Paolo Virno

di Collettivo Le Gauche

paolo virnoPaolo Virno, scomparso recentemente, scrisse un libro per noi ancora fondamentale dal titolo Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di vita contemporanee. Il nucleo della riflessione prende le mosse dalla riattivazione di un’antica alternativa concettuale, quella tra popolo e moltitudine, che oggi si ripropone come strumento ermeneutico decisivo per decifrare le forme della sfera pubblica contemporanea. Questa dicotomia, forgiata nel fuoco delle contese pratiche e teoriche del Seicento, dalla fondazione degli Stati moderni alle guerre di religione, vide la netta prevalenza del concetto di popolo mentre moltitudine divenne il termine perdente, espulso dal lessico politico dominante. La tesi di fondo è che, al tramonto di un lungo ciclo storico e nel pieno di una crisi radicale della teoria politica moderna, sia proprio la nozione allora sconfitta a mostrare una straordinaria vitalità, offrendosi per una clamorosa rivincita teorica.

Le due polarità hanno i loro padri putativi in Hobbes e Spinoza che le definiscono in opposizione radicale. Per Spinoza la multitudo designa una pluralità che persiste in quanto tale sulla scena pubblica, nell’azione collettiva e nella cura degli affari comuni, senza fondersi in un Uno, senza dissolversi in un moto centripeto. È la forma di esistenza politica e sociale dei molti in quanto molti: una forma permanente, non episodica o interstiziale, che egli considera l’architrave stessa delle libertà civili. All’estremo opposto, Hobbes, con un atteggiamento che Virno non esita a definire di “odio”, vede nella moltitudine il massimo pericolo per il “supremo imperio”, per quel monopolio della decisione politica che è lo Stato. Per Hobbes la sfera pubblica moderna può avere come baricentro o la moltitudine o il popolo ma non entrambi. Il popolo è un’entità unificata, dotata di una volontà unica, ed è un riverbero diretto dell’esistenza dello Stato: dove c’è lo Stato, lì si costituisce il popolo. La moltitudine, al contrario, inerisce allo “stato di natura”, è il retaggio antecedente all’istituzione del corpo politico, un rimosso che può sempre riemergere per scuotere la sovranità statale. La moltitudine, per il suo carattere intrinsecamente plurale, rifugge dall’unità politica, recalcitra all’obbedienza e, soprattutto, non trasferisce mai i propri diritti naturali al sovrano. La celebre frase hobbesiana “i cittadini, allorché si ribellano allo Stato, sono la moltitudine contro il popolo” cristallizza questa opposizione portata al suo diapason.

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giubberosse

“Vita e pensiero nel regno dell'insignificanza”

Introduzione di Sonia Milone

“Quale sarà il posto dell’uomo nella società futura?” Se lo chiedono due filosofi e scienziati in un libro che attraversa tutte le faglie del nostro tempo: “Vita e pensiero nel regno dell’insignificanza”, Acro-polis editore. Giubbe Rosse pubblica, per gentile concessione della casa editrice, l’Introduzione del volume scritta da Sonia Milone che ha curato, insieme a Massimo Cascone, il libro-intervista

ISBN VITA E PENSIERO.jpgSembra che la Terra oramai orbiti intorno all’asse dell’emergenza cosmica con il ciclico ripetersi di crisi finanziarie, sanitarie, climatiche, energetiche, belliche. Ad ogni giro si invera un’accelerazione storica che spazza via il vecchio mondo per impiantarne uno completamente nuovo dove trionfano incontrastati il neoliberismo, il globalismo, la tecnocrazia, il transumanesimo.

Il disorientamento, l’incertezza, la paura diffusi impediscono la reazione delle popolazioni, le quali, altrimenti, non accetterebbero passivamente riforme fabiane tese a introdurre un modello socio-economico che cambia in maniera radicale abitudini e stili di vita, rendendole sempre più povere e prive di diritti. È una rivoluzione che non può essere semplicemente imposta dall’alto ma necessita di un certo consenso carpito con la retorica dei buoni principi, come la crociata per la transizione digitale al fine di convertire la società al mito di un progresso che promette di portare il paradiso (artificiale) in terra.

Nel 1951 Hannah Arendt scrisse, a proposito dei totalitarismi, che «il soggetto ideale del dominio totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali la distinzione tra fatto e finzione, vero e falso, non esiste più». Il rischio maggiore oggi è proprio quello di non sapere più riconoscere la verità rimanendo intrappolati dentro quelle novelle caverne platoniche che sono le bolle virtuali che ci tengono incatenati a fissare i seducenti simulacri del mondo che qualcuno proietta sulle pareti-schermi per noi a nostra insaputa. Eppure, l’uscita dello schiavo alla luce del sole è il mito fondativo di tutta una civiltà che aveva eletto il logos, la ragione, la parola e il dialogo a propria stella polare.

La crisi dei nostri tempi è, innanzitutto, la crisi del pensiero, affermano Luciano Boi e Stefano Isola, che in pagine cariche di riflessioni si confrontano su una molteplicità di temi che costituiscono le vere emergenze del nostro tempo, quelle che raramente emergono nel dibattito pubblico, smascherando le nuove forme di assoggettamento e di dominazione che si celano dietro le nuove mitologie del presente.

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machina

Marx, Foucault. Un sintomo

di Claudio Cavallari

0e99dc e7bf343454d24f1aa9a1ad34a8b70141mv2.jpgProponiamo nella sezione spettri una discussione, sicuramente non innovativa ma sicuramente ancora oggi con una rilevanza politica non indifferente, sul rapporto tra il pensiero di Foucault e Marx.

La prima opportunità di dibattito si è data a dicembre del 2024, alla libreria Punto Input, in occasione della presentazione del libro Marxismi foucaultiani di Matteo Polleri. L'articolo che pubblichiamo oggi, di Claudio Cavallari, si sviluppa a partire dai ragionamenti condivisi in quel contesto, proponendo una lettura «moderatamente» lacaniana del legame Marx-Foucault.

Invitiamo i lettori a intervenire nel dibattito.

* * * *

La fortunata occasione di discutere con Matteo Polleri del suo recente libro – Marxismi foucaultiani. Una mappa critica, Mimesis, 2024 – si è data per me a dicembre 2024, alla libreria Punto Input di Bologna. Al termine dell’incontro ci siamo promessi un rapido ritorno, in forma scritta, sui contenuti di quella conversazione che fu peraltro arricchita da alcuni contributi di notevole intelligenza condivisi dalle persone che parteciparono a quella presentazione. Ricordo che rimasi stupito quando, alla fine, l’autore sottolineò l’ascrizione dei miei ragionamenti al pensiero di Lacan, che mi ero ben guardato – evidentemente in modo più che maldestro – dal menzionare. Toccherà dunque non farne qui mistero. Dovendo il mio intervento scritto precedere cronologicamente la sua risposta, la promessa tempestività ha dovuto sopportare mesi di attesa, i quali, tuttavia, in nulla leniscono il ricordo delle puntuali e brillanti osservazioni che Polleri mi ha rivolto in quella preziosa occasione di confronto.

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petiteplaisance

Massimo Bontempelli. La conoscenza del bene e del male

Prefazione di Fernanda Mazzoli

Massimo Bontempelli: La conoscenza del bene e del male, ed. Petite Plaisance, 2025

Miniatura X secjpgUn libro pensato innanzitutto per gli studenti e gli insegnanti si espone al rischio di appiattirsi su un taglio manualistico prettamente informativo – opzione d’altronde assolutamente legittima, dato il contesto – che abbina alla proliferazione dei dati di varia natura la loro semplificazione concettuale e l’oscuramento della tela di fondo su cui essi si dispongono.

La finalità pedagogica, non sempre correttamente intesa, può spingere poi in direzione di un’attualizzazione brutale, cioè non opportunamente mediata sul piano culturale e storico, dei temi e problemi passati in rassegna, nell’illusorio per quanto comprensibile tentativo di rendere accattivanti argomenti indiscutibilmente ardui.

Ne risulta troppo spesso una  superficialità vanamente mascherata dalla quantità delle informazioni e dal sussiego della forma espositiva che cerca di coprire attraverso la profusione del lessico specialistico la mancanza di originalità. Sono libri destinati al consumo scolastico, numi tutelari per verifiche e punteggi per gli studenti, puntello alla memoria per i docenti. Strumenti sicuramente utili agli uni e agli altri, ma nulla di più.

Un libro insegna nella misura in cui segna, cioè lascia un segno nello spirito di chi lo legge e non semplicemente sul registro, a maggior ragione se si propone di affrontare questioni filosofiche, vale a dire questioni che investono la verità, il bene, il significato del nostro essere al mondo, la coraggiosa contemplazione delle cose al di là del loro apparire, per dirla con Eraclito cui non a caso Massimo Bontempelli ha dedicato uno studio, Eraclito e noi, di prossima ristampa.

Ora, questo suo testo  si inscrive a pieno titolo nella categoria dei libri che incidono, che cadono  con la lama affilata di una rigorosa riflessione e di un’inesausta passione intellettuale su una materia tanto primaria ed essenziale, quanto maltrattata e trascurata.

E squarciano il velo, o meglio il sudario, dentro il quale essa è stata occultata, ai fini di rimuoverla dal piano filosofico per lasciarla andare alla deriva del gusto individuale o di un’estemporanea esperienza privata.

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machina

Medusa, ovvero l'inguardabilità della fine

di Agostino Petrillo

Esce oggi il nuovo libro di MachinaLibro: Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo di Agostino Petrillo

0e99dc 798fe35bf4ba4c039e00b06388296b66mv2.jpgMai come oggi si moltiplicano i predicatori della fine del mondo. La catastrofe ambientale, facendosi prospettiva sempre più concreta, alimenta un’apocalittica che è sia colta sia popolare. Il libro propone un approccio critico al riguardo, e vuole mettere in luce i limiti e i pericoli di questa visione. Le filosofie della fine del mondo raramente sfociano in suggestioni etiche e politiche, ma sono per lo più ispirate a rassegnazione e passività. Una paralisi dell’azione che è simboleggiata dalla Medusa del titolo. Per sottrarsi alle retoriche del transumanesimo alla Elon Musk sarebbe necessaria una riscoperta della politica. Per farlo, l’autore spazia dall’incidente nucleare di Fukushima al cinema di Werner Herzog, passando per il Covid-19 e le filosofie americane della riconciliazione con la natura. Pubblichiamo un estratto dal capitolo conclusivo. 

* * * *

Un lettore senza corpo
Che legge silenziosamente.
Queste figure di Medusa
Questi accenti spiegano
Il frizzante cadere della notte sull’Europa
E sull’Atlantico in fogli
Wallace Stevens

La maschera di medusa

Medusa con il suo spaventevole aspetto unifica in sé due diversi poteri dell’orrore: per un verso con la sua chioma di serpenti atterrisce e tiene lontano chi le giunge a tiro, per l’altro paralizza chi ha l’audacia di fissarla in viso, e ne impedisce l’azione.

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lafionda

I segni del presente e le difficoltà di pensare il nuovo

di Massimiliano Civino

mgpeihglòdLa condizione tragica dell’uomo

L’uomo è l’unico essere vivente capace di scegliere consapevolmente la morte per qualcosa che giudica più importante della propria sopravvivenza: la libertà, la dignità, la fedeltà a un principio. Questa possibilità, paradossale e profondamente umana, nasce dalla nostra condizione mortale e, allo stesso tempo, la riflette. Proprio perché sappiamo di essere finiti, costretti a confrontarci con il limite della morte, siamo spinti a produrre senso, a cercare direzioni che diano valore e orientamento alla nostra esistenza.

Questa relazione è circolare: la consapevolezza della morte genera il bisogno di senso, e il senso che costruiamo può arrivare a rendere accettabile, perfino necessaria, la scelta della morte per qualcosa che consideriamo superiore.

Le società umane, infatti, non possiedono un fine immanente, inscritto nella loro natura: devono darselo. Hanno bisogno di costruire scopi, significati condivisi, visioni collettive del vivere insieme.

Umanizzarsi significa allora entrare in questo processo di costruzione culturale: dar forma alla propria vita e a quella della comunità attraverso narrazioni, valori, orientamenti che ci permettono non solo di convivere, ma di dare un senso al nostro essere mortali.

Non dobbiamo confondere la formalizzazione dei significati — come li troviamo espressi nelle leggi, nelle norme o nelle istituzioni — con il loro reale processo di nascita. I significati autentici prendono forma nell’esperienza vissuta: si generano attraverso i comportamenti collettivi, le pratiche quotidiane, le relazioni, le emozioni e i desideri delle persone concrete. Essi cambiano con il tempo e variano da una società all’altra, perché riflettono ciò che gli esseri umani rappresentano gli uni per gli altri in un determinato momento storico: quali valori condividono, quali obiettivi si pongono, cosa giudicano degno o indegno.

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contropiano2

Per una filosofia del divenire storico: dalle necessità all’impossibile

di Luciano Vasapollo - Rita Martufi - Mirella Madafferi

filosofia divenire storico.jpg«I sogni non si vendono».

Armonica, in C’era una volta il West, di Sergio Leone

Il presente Trattato è frutto di un’attenta e completa rielaborazione, attualizzazione e importanti inserimenti di aggiornamento, a partire anche, come base iniziale di riferimento, dai volumi MAAT. Capitale, crisi e guerra. Metodi di Analisi Antimperialiste per le Transizioni1 e SIDUN. In direzione ostinata e contraria…Capitale, crisi e guerra2.

L’analisi dei fenomeni della società capitalistica, oggetto di studio dei numerosi testi3 della Scuola Marxista Decoloniale per la Tricontinental del Pluripolarismo, ha permesso l’individuazione dei pilastri portanti della critica dell’economia e dell’economia critica, che sono da inquadrare nella produzione e riproduzione di uomini nel divenire storico, ossia alla luce dei rapporti storici e sociali determinati.

Negli ultimi decenni, si è sviluppato un ricco dibattito sulle prospettive del sistema mondiale, evidenziando le tendenze mondiali già chiaramente evidenti a livello internazionale secondo modelli e leggi dello sfruttamento capitalistico nelle relazioni tra paesi. Questo dibattito si è intensificato dagli anni ’70, evidenziando una maggiore consapevolezza delle dinamiche globali e delle disparità economiche tra le diverse regioni del mondo. Rifuggendo da qualsiasi meccanicismo, positivismo o messianismo socialista, sono state superate le concezioni che contemplavano la tendenza del capitalismo a evolvere, naturaliter, in modello socialista.

Citando Amin4, la frontiera tra questi due modelli è senza dubbio rappresentata da una vera e propria rivoluzione sociale. Stante la condizione endemica delle diseguaglianze e delle asimmetrie nello sviluppo delle forze produttive tra paesi, nel quadro del sistema mondiale dominato dal capitalismo, sono state – a partire dal dibattito poc’anzi ricordato – tentate delle formulazioni di scenari, proprio relativi allo sviluppo di sistema. Fattore determinante di questi scenari non può che essere l’esito della lotta di classe, nel pieno solco della lezione marxiana fondata sull’assunto per cui «la storia di ogni società sinora esistita è storia delle lotte di classe»5.