Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

sbilanciamoci

Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo

di Roberto Romano

jplenio skyscraper 3094696 1280 623x355.jpgQuando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.

Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.

Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.

 

Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro

Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.

Print Friendly, PDF & Email

comedonchisciotte.org

Crisi programmata: Iran, debito, dollaro digitale

di Fabio Vighi

Crisi programmata.jpgMentre i media spostano l’attenzione dal genocidio a Gaza all’ultima escalation con l’Iran, chi si limita a osservare il sanguinoso “teatro” geopolitico rischia di perdere di vista l’evento principale. La violenza in Medio Oriente non è semplice follia espansionistica: è il polso di un ingranaggio molto più silenzioso e spietato.

Per capire le bombe su Teheran, dobbiamo prima guardare ai bilanci di Wall Street. Il sistema finanziario occidentale non è più ancorato alla produttività o ai salari. Dagli anni Ottanta in poi, con l’avvento della finanza deregolamentata e la progressiva riduzione della quota di valore destinata al lavoro, il sistema finanziario si è sclerotizzato in un mastodontico edificio di leva speculativa, dove il debito ha sostituito la crescita reale come principio organizzativo della vita sociale. Oggi, con quasi 39 trilioni di dollari di debito federale e un settore privato – famiglie, imprese, istituzioni finanziarie – soffocato da decine di trilioni di passività, non è che gli Stati Uniti preferiscono tassi d’interesse bassi e liquidità infinita: ne dipendono strutturalmente per evitare il collasso. Il meccanismo è semplice ma letale: senza acquirenti di nuovi pagherò, i tassi salirebbero, il servizio del debito si farebbe insostenibile, e l’intera architettura a leva che sorregge i mercati azionari e obbligazionari crollerebbe come un castello di carte.

È in questo contesto di fragilità estrema che l’egemonia geopolitica diventa egemonia monetaria. La guerra permanente non è più (solo) per il petrolio, ma per la sopravvivenza del dollaro quale valuta di riserva mondiale. L’escalation con l’Iran segue lo stesso copione già visto in Ucraina e a Gaza (con le recenti aggiunte di Venezuela e Cuba): nelle intenzioni terroristiche di chi scatena il caos, l’instabilità globale deve agire come calamita per i capitali in fuga dalle periferie dell’impero; capitali che si dovrebbero riversare nei Treasury americani considerati unico porto sicuro in un mondo in fiamme. Questa domanda artificiale ha il compito di comprimere i rendimenti e permettere al Tesoro USA di rifinanziare debiti mostruosi a costi sostenibili. Il privilegio esorbitante del dollaro si difende dunque con le armi – e con le emergenze. Perché dal 2020 abbiamo imparato che ogni crisi – reale o indotta, sanitaria o bellica – è innanzitutto un’occasione per spostare il limite del possibile e normalizzare l’eccezione: senza questo meccanismo distruttivo, l’intero edificio finanziario americano perderebbe il suo principale sostegno.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Gli Stati Uniti hanno già perso la guerra contro l’Iran: parola di John Mearsheimer

di Giuseppe Gagliano

sddefault.jpgLa conversazione tra Glenn e John Mearsheimer ruota attorno a una tesi netta: Washington può ancora infliggere distruzione, ma non sa più come trasformare la forza militare in un risultato politico. Da qui nasce il cuore del ragionamento: una guerra iniziata nella convinzione di imporre una resa rapida si sta convertendo in un conflitto di logoramento in cui l’Iran conserva capacità di risposta, margini di escalation e soprattutto il potere di rendere insostenibile il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, per Israele e per l’economia mondiale. Mearsheimer non si limita a dire che la campagna stia andando male; sostiene che, sul piano strategico, il danno è già stato fatto, perché manca una via d’uscita credibile e manca una vittoria decisiva da imporre. 

 

La trappola dell’escalation

Il primo punto della discussione è brutalmente semplice: la guerra non sta andando come Trump sperava, e questo non sorprende, perché Trump era stato avvertito prima di imboccare questa strada. Secondo Mearsheimer, persino in ambienti mediatici americani e israeliani si comincia a riconoscere che l’Iran non sta collassando e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Da qui la domanda decisiva: se il tempo gioca a favore di Teheran, perché gli Stati Uniti hanno scelto questa strada? La risposta è che Trump, a giudizio di Mearsheimer, vorrebbe già uscire dal conflitto, ma non sa come farlo, perché nessuno è in grado di raccontare una storia plausibile sulla fine della guerra. 

Qui Mearsheimer introduce una distinzione fondamentale. Se gli Stati Uniti avessero ottenuto una vittoria totale, simile a quella contro la Germania nazista o il Giappone imperiale, la guerra sarebbe già finita: il vincitore imporrebbe le condizioni al vinto. Ma non è questo il caso. Non c’è stata alcuna vittoria decisiva. L’Iran mantiene mezzi, volontà e incentivo a proseguire il conflitto trasformandolo in una guerra di logoramento. Il problema per Washington, quindi, non è solo militare ma politico: come convincere l’Iran a fermarsi, se l’Iran sa di poter ancora colpire e se ritiene che fermarsi ora significherebbe solo concedere agli Stati Uniti il tempo per tornare all’attacco tra qualche mese? 

Print Friendly, PDF & Email

seminaredomande

Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?

di Francesco Cappello

9788899564292.jpgL’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.

La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 33

Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi)

di Sandro Moiso

askatasuna torino.jpgRedazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

Print Friendly, PDF & Email

effimera

Voi fate la guerra, noi la rivoluzione

di Rosella Simone

petroliera hormuz.jpgLa chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo impero in Mesopotamia e una Gran Bretagna un po’ più sfuggente, ma rapace e offesa per essere stata tenuta, questa volta, un po’ da parte. Intanto i popoli muoiono sotto le bombe, o di fame, o di disperazione. Le ragioni sono composite, materiali e immateriali, e se vogliamo possiamo ridere maliziosi di un Trump egoista e malvagio, immobiliarista avido di potere che cerca di far dimenticare le sue relazioni pericolose con Epstein, o di un Bibi Netanyahu che fa la guerra per non finire sotto processo che domina lo sciocco Trump, ma a denti molto stretti. Ci sono questioni geopolitiche, di passaggio dal bipolarismo al multipolarismo o al monopolarismo, ma continuo a credere che la spiega attraverso cui interpretare tutto, almeno nel medio termine, sia, pur sempre, economica. Compatibile e coerente con una strategia duratura di dominio. Una sorte di Usa über alles, contro la Cina, ma, a ben vedere, contro tutti. Il motto potrebbe essere “distruggere per ricostruire” come va bene al Grande Fratello.

Siamo a un cambio di mondo, il digitale, l’IA cambierà radicalmente il modo di produrre, il lavoro come lo abbiamo conosciuto è destinato a scomparire o, quanto meno, a dislocarsi in modo molto differente da oggi (ne parleremo). C’è in ballo anche la transizione energetica, che dovrebbe completarsi nel 2050, ma intanto serve energia per potenziare le nuove tecnologie e arrivare per primi a completare il cambio del modello di sviluppo guidato dalla rivoluzione digitale e dalla IA. Se fosse questa la vera ragione sottostante a tutte le guerre degli ultimi trenta/trentacinque anni?

Chi per primo completerà la trasformazione digitale sarà padrone del mondo, ma, adesso, è necessario potenziare la capacità delle nuove tecnologie, e le nuove tecnologie divorano energia.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

L’Occidente in guerra e le ragioni della sua inevitabile sconfitta

Die Weltwoche intervista Emmanuel Todd

IMG 3930.jpeg“Qualunque cosa accada in Iran, la sconfitta dell’Occidente e della sua civiltà è inevitabile. Trump non può fermare la sua implosione, la sta accelerando”. L’impero americano sta crollando come l’Unione Sovietica, afferma Emmanuel Todd. Nel 1976, il demografo aveva previsto la caduta della superpotenza comunista basandosi sui dati relativi alla mortalità infantile. Oggi, vede nelle statistiche demografiche il segno del declino degli Stati Uniti. E mette in guardia contro una Germania riarmata.

La guerra in Ucraina riguarda la Germania, aveva dichiarato il demografo, storico e autore di successo francese alla rivista Weltwoche nella primavera del 2023. Poco dopo, Emmanuel Todd ha dedicato un libro a questo Paese, in cui il nichilismo della civiltà occidentale occupa un posto importante: «La sconfitta dell’Occidente», pubblicato nel 2024. Nella primavera del 2025, è stata pubblicata un’altra intervista sulla rivista Weltwoche. Todd ha allora dichiarato: «La Russia ha vinto la guerra». Un’opinione che ora è condivisa da esperti di fama mondiale come il colonnello americano Douglas Macgregor.

Da giovane ricercatore, Todd si era fatto conoscere nel 1976 prevedendo il crollo dell’Unione Sovietica. Giustificava questa previsione con l’alto tasso di mortalità infantile nell’impero comunista. In seguito, quando criticò l’introduzione dell’euro, richiesta dalla Francia in cambio della riunificazione tedesca, fu molto richiesto per interviste in Germania.

Print Friendly, PDF & Email

ilponte

L’Occidente davanti all’Armaghedon

di Angelo d’Orsi

Apocalisse Palma il Giovane Venezia.jpeg«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscí dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: È fatto! Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l›uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello».

Sono parole dall’Apocalisse (o Apocalissi) dell’apostolo Giovanni di Patmos, detto l’Evangelista, un testo datato intorno al 94-96 d. C., nell’estrema vecchiezza e solitudine di quell’apostolo, che era stato il prediletto di Gesú: soltanto successivamente egli redigerà il suo Vangelo (ca 98-100 d. C.) e fu il suo addio alla vita terrena, perché la morte è attestata appunto in quegli anni. Quel testo in parte riprende spunti della tradizione detta appunto “apocalittica” di profeti ebraici, in particolare quello, assai complesso, frutto di una giustapposizione di testi diversi, attribuito a Enoch, espunto sia dalla tradizione giudaica, sia da quella cristiana, caduto nell’oblio per molti secoli, e riscoperto soltanto a partire dall’età umanistica.

“Apocalisse” significa rivelazione, e le pagine del testo giovanneo sono in effetti la rivelazione di un futuro terribile, quando Babilonia, che simboleggia l’intero mondo, verrà distrutta dalla collera del Signore. «Rivelazione di Gesú Cristo, che Dio gli diede per rendere palese ciò che presto deve accadere». Talmente ridondano di flagelli, quelle pagine, che la stessa parola “apocalisse” assunse ipso facto il senso di devastazione, annientamento, distruzione. E l’apostolo in quelle pagine non definisce una precisa dimensione spazio-temporale. La sua “rivelazione” apre uno scenario terribilmente inquietante sul futuro del mondo, fino alla fine dei tempi.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale

di Tiberio Graziani

Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense

cam 3014 a 54d7d11c a7c9 4fdf a679 96a4205e54e2L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Dalla Dottrina Monroe alla "Dottrina Mondroe": l'imperialismo USA e il tramonto del diritto internazionale

di Alberto Bradanini

A proposito di colonialismo americano: dalla Monroe alla Mondroe

njfvòldjkitrgbgf1. Nemmeno i roditori di Manhattan hanno mai digerito la leggenda infantile che la dottrina Monroe - un’insulsa sintesi ideologica dell’allora nascente colonialismo americano, datata 1823 - debba considerarsi l’undicesimo comandamento della religione imperialista. Persino i frequentatori di quelle vie fognarie sono al corrente che si tratta di un’impudente stampella che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Vediamo: il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso l’allora inquilino della Casa Bianca, James Monroe , consegnò alla storia quanto segue: "I continenti americani, nella condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati soggetti, d’ora innanzi, a future colonizzazioni da parte di potenze europee.", aggiungendo che gli Stati Uniti non avrebbero interferito negli affari europei, ma avrebbero considerato atto ostile ogni tentativo di interferenza europea nei paesi americani indipendenti (vi erano allora molte colonie).

Da allora gli europei non hanno più interferito nell’Emisfero Occidentale - con l’eccezione della vicenda cubana (1962), momento critico della guerra fredda tra due Grandi Potenze - non tanto per discernimento, quanto per declino strutturale e diverse priorità. Gli Stati Uniti hanno invece disatteso quella promessa, ingombrando pervasivamente l’Europa (e il mondo intero), con minacce, sanzioni, conflitti, corruzione e uso della forza.

Da allora, l’infantile ermeneutica della dottrina Monroe contribuisce a silenziare una spudorata violazione del diritto internazionale e della sovranità/libertà di altri popoli, per nutrire la gloria e le tasche della sola nazione indispensabile al mondo (M. Albright e B. Clinton).

Del resto, il buongiorno si vede al mattino. Sin dagli albori, l’ideologia di una nazione modellatasi nello sterminio degli indigeni americani nutriva le istituzioni con l’orrore disumano della schiavitù: i padri fondatori di cotanta democrazia – George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, William Harrison, John Tyle e via dicendo - erano tutti grandi proprietari di schiavi.

Print Friendly, PDF & Email

eticaeconomia

Che fine ha fatto il diritto internazionale?

di Michele Grillo

31337096345 e8888f75ff b scaled.jpgMichele Grillo ritiene illusorio, di fronte ai mutamenti in atto, evocare il diritto internazionale senza comprendere l’intreccio di comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche che ne ha accompagnato l’affievolimento. Al diritto non compete di modificare la realtà. Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace. Organizzare pacificamente la convivenza sociale è prioritario e la teoria dei giochi chiarisce che sono possibili molteplici equilibri sociali per superare i contrasti tra individui e collettività con beneficio di tutti.

* * * *

1. Sul Manifesto del 28 gennaio, Roberta De Monticelli ha espresso apprezzamento per le parole del premier canadese Mark Carney a Davos. Ha però anche sottolineato che Carney (svelando la finzione di un governo delle relazioni internazionali che tutti sanno non essere (più) vero) chiama in gioco un incerto “ordine basato sulle regole”, senza riferimenti al diritto internazionale e all’ONU. L’esortazione di Carney, di finirla con la finzione e di “vivere nella verità”, evocherebbe, per Roberta De Monticelli, l’invito del Caligola di Camus che, interrogandosi su come far cessare il lamento degli uomini che “le cose non sono quelle che dovrebbero essere”, proponeva di cancellare il “dover essere”, per lasciare solo “i fatti puri e le forze della storia”.

Le considerazioni di Roberta De Monticelli stimolano la riflessione dell’economista che oggi si confronta con lo sconvolgimento inatteso e repentino di ciò che ha ritenuto a lungo presupposto della sua disciplina: i rapporti economici (tra individui, come tra nazioni) quali strumento di benessere e di pace.

Print Friendly, PDF & Email

andreazhok

Il mondo degli Epstein

di Andrea Zhok

Epstein worldParte I

Spesso, quando si discute di ricchezza e giustizia sociale emerge la voce di qualcuno che riconduce ogni obiezione mossa agli eccessi patrimoniali a “invidia sociale”. L’idea che la “giustizia sociale” sia un concetto fallace risale niente meno che a Friedrich von Hayek e la sua versione popolare è che ogni discussione in termini di giustizia sociale sarebbe solo una forma di invidia per meriti superiori, per capacità superiori, per godimenti superiori.

Questo nietzscheanesimo d’accatto è molto diffuso anche perché si associa al timore che ogni critica alle grandi patrimonialità finisca per coinvolgere qualsiasi patrimonio, secondo l’infelice slogan “la proprietà è un furto”.

Ciò che sfugge sistematicamente a questo tipo di approccio è il fatto che esiste una cesura qualitativa tra le piccole patrimonialità, quelle che possono essere frutto di un lavoro qualificato, di capacità personali, di sacrifici e le patrimonializzazioni capaci di comprare le persone, di comprare i direttori di giornale, di comprare i ministri, di comprare i giudici, di comprare sistemi satellitari, di orientare politiche nazionali.

Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo” il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.

Le persone normali, quelli abituati a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in potere.

Print Friendly, PDF & Email

machina

Immaginare nuove lotte contro l'imperialismo fossile e algoritmico

Giuseppe Molinari intervista Christian Marazzi

0e99dc 7a353e37b8854434b9ac95d497b5bdd7mv2.jpgNell'intervista che pubblichiamo oggi Christian Marazzi riesce, come sempre, a mettere ordine nel caos sistemico che stiamo attraversando e ad aprire piste di ragionamento e ipotesi politiche finora inesplorate.

Partendo dalle mosse di Trump – dall'imperialismo fossile che abbiamo visto in azione con l'attacco al Venezuela – Marazzi analizza come queste operazioni militari servano tanto a lanciare messaggi politici quanto ad accaparrarsi le risorse energetiche necessarie allo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale. Ed è proprio su questo aspetto che si concentra una parte dell'intervista: togliendo la patina di determinismo tecnologico che spesso avvolge questi discorsi, Marazzi guarda alle contraddizioni intrinseche allo sviluppo dell'IA.

Come ci ricorda, guardando alla storia dello sviluppo capitalista, lo scoppio delle bolle – dettate da un rapace impulso alla sovrapproduzione – hanno paradossalmente avuto, come effetto, la socializzazione e una maggiore democraticizzazione delle infrastrutture: è successo con le ferrovie nell'Ottocento e con le fibre ottiche legate alle dot-com all'inizio del secolo. Lo scoppio di queste bolle ha aperto possibilità inedite di accesso collettivo a beni e servizi prima privatizzati.

Marazzi individua delle piste di ricerca davvero importanti da approfondire, a partire dalla possibilità che nuove lotte possano, a partire da queste contraddizioni, portare a un utilizzo disintermediato e non subordinato alla logica della produttività distruttiva.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

L’abissalità della crisi europea

di Gabriele Guzzi

Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo l’introduzione di Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025).

WhatsApp Image 2026 01 22 at 12.09.45.jpegL’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.

La tesi centrale di questo libro è semplice: la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea. La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa. Non ci sono innanzitutto nemici esterni: il problema è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito. Se questi difetti non verranno rapidamente e radicalmente corretti, il destino del continente sarà quello di precipitare verso uno stato di crescente insignificanza economica e marginalità internazionale.

Il primo compito che si prefigge questo libro, perciò, è di proporre una nuova interpretazione dell’UE. Questo implica un salto di consapevolezza e l’uscita dallo stato di minorità intellettuale in cui la cultura politica italiana è confinata. Significa abbandonare i miti consolatori – l’ideologia della generazione Erasmus, i buoni sentimenti, un europeismo di maniera – per affrontare di petto la realtà dei fatti. La necessità di questa nuova consapevolezza si fa d’altronde sempre più urgente man mano che la situazione internazionale diventa più estrema. È evidente, infatti, che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei.

In questo processo, mostreremo perché l’Italia sia stata il paese che ha pagato il prezzo più alto: come ci era stato detto dai più importanti economisti internazionali, noi eravamo il paese che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE.

Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

di Luigi Alfieri

Oltre gli stereotipi. L’Occidente non c’è più, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione: non ne ha la struttura. È tempo di pensare finalmente l’Europa come realtà politica

Il trumpismo malattia senile dellamericanismo.jpgAmmetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.

 

Primo stereotipo. Trump è pazzo…

Mah. Megalomane di sicuro. Paranoico probabilmente, ma secondo il mio amatissimo Elias Canetti il potere è paranoico in quanto tale. Forse però è un furbastro che recita il proprio personaggio, e le due cose non si escludono affatto a vicenda, anzi stanno benissimo insieme. Comunque, non è questo il punto.

Mi viene in mente una “striscia” di Tullio Pericoli sull’ “Espresso”, tantissimi anni fa. Nella prima vignetta si vede Hitler che sbraita. Una voce fuori campo commenta: “Bisogna fare la psicoanalisi di Hitler!”. Poi si vede una folla acclamante in estasi mentre Hitler sbraita.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Su la testa!

di Algamica* 

mbfdbnto85gthChe razza di marinai saremmo se passassimo da uno straordinario entusiasmo con il mare in bonaccia a un totale smarrimento di fronte a un Maestrale? Sono passati solo 4 mesi dal settembre scorso, 2025, quando sembrava che avessimo il mondo fra le mani e oggi siamo qui come scoraggiati e demoralizzati, nel tentativo di chiederci cosa fare.

Agli increduli della forza della storia, quella vera e impersonale, va ricordato che nel gennaio 1917 Lenin, il grandioso Lenin, esule in Svizzera, in una assemblea di giovani socialisti parlò in modo scoraggiato circa la rivoluzione in Europa, quando poi alla Russia « manco a parlarne »! Così si espresse.

A distanza di un mese, l’otto marzo (quella che viene definita la Rivoluzione di febbraio) scoppiano le rivolte delle donne contro la guerra, mentre le lavoratrici tessili buttano giù dalle brande i bolscevichi che aspettavano la classe operaia siderurgica e metallurgica – quella che era insorta contro i capitalisti occidentali presenti in Russia, ed era stata sconfitta nel 1905 con un bagno di sangue nella famosa domenica di gennaio. Una classe operaia che proprio perché memore di quella sconfitta faceva difficoltà a mobilitarsi. Scoppia così la Rivoluzione, che sorprende i rivoluzionari bolscevichi.

In aprile, quando i bolscevichi pensavano di sostenere il governo provvisorio, Lenin arriva a San Pietroburgo e capovolge l’orientamento del suo partito, e in luglio dirà « questi soviet sono inservibili.».

Ancora in luglio Lenin coi bolscevichi indicono lo sciopero generale contro la guerra, lo sciopero fallisce clamorosamente.

Quando tutto sembrava perso, in autunno scoppiano le rivolte contadine, una classe mai presa in considerazione prima dai teorici del marxismo. Lenin induce i bolscevichi a sostenere in modo incondizionato la loro rivolta che si sviluppa in modo da seminare il terrore per le campagne, che invoca l’Assemblea Costituente per arrivare infine, col sostegno dei soldati alla presa del Palazzo d’Inverno.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia

di Eros Barone

Lijx2E10Zp4Ph3F1N1KjgInceft6lytTG8dM1hS0qx0.jpgIl capitale non lavora più da solo alla sua dissoluzione; ha fatto in modo che al suo abbattimento collabori il mondo intero.

Martin Nicolaus, L’oggettività dell’imperialismo.

1. Economia e politica dell’imperialismo

La categoria di imperialismo rivela tutta la sua produttività dal punto di vista conoscitivo, allorquando viene applicata all’analisi del conflitto intra-imperialistico (ossia tra i vari capitali di una stessa potenza imperialistica) mediante la ricognizione puntuale della composizione del potere economico e delle contraddizioni che lo attraversano nell’attuale congiuntura. Da questo punto di vista, è possibile affermare che lo scontro interno al capitale finanziario statunitense è stato guidato, nel periodo delle presidenze ‘democratiche’, dai settori ad alta tecnologia (aerospazio, finanza, armi, elettronica, informatica, ‘mass media’, farmaceutica, ‘green economy’) ai danni dei settori tradizionali (petrolio-gas-carbone, trasporti, turismo, agricoltura, manifatturiero, immobiliare, alimentare, tessile). All’inizio del conflitto i fattori di convergenza tra i due settori prevalevano sui fattori di divergenza, poiché nel pieno di quella congiuntura critica (2022-23) lo scontro interno al capitale statunitense si scaricava sul contesto russo-ucraino in due modi: per un verso, accelerando il processo di penetrazione dei capitali ‘verdi’ in Europa; per un altro verso, offrendo sbocco al settore petrolifero Usa, in difficoltà sul fronte interno. In quella fase, un’accelerazione delle tensioni in Ucraina piaceva ad entrambi gli schieramenti: da una parte, consentiva alle multinazionali ‘green’ di andare alla conquista del mercato europeo; dall’altra, dava modo alle compagnie petrolifere di rifarsi all’estero della sconfitta subita in patria. Dopodiché, a mano a mano che l’offensiva russa penetrava nel territorio dell’Ucraina dell’est e del sud e la controffensiva ucraina veniva o circoscritta o respinta, i settori tradizionali del capitale americano hanno pragmaticamente preso atto della inevitabile sconfitta dell’Ucraina e della superiorità schiacciante delle forze armate russe, cambiando di 90 gradi (se non di 180) la posizione assunta in quella guerra per procura dall’amministrazione Biden e ponendo in atto lo sganciamento progressivo da un conflitto sempre più svantaggioso per gli Stati Uniti.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

di Alberto Bradanini

Iran Israel US 768x512 1.jpg1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea – gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada…) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schierate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

Print Friendly, PDF & Email

marxdialectical

Dominio senza direzione?

Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare

di Roberto Fineschi

Pubblico online la relazione acclusa negli atti del forum della Rete dei comunisti dal titolo "Il giardino e la giungla" del 18-19 marzo 2023 in cui sintetizzavo varie cose dette nel periodo precedente e che mi paiono attuali.

sgvdxbbn.png1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata

La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; da quando esistono società complesse gli esseri umani hanno sempre fatto guerre; da sempre i filosofi se ne sono occupati, ma più recentemente è nata una disciplina che in modo più politically correct ha cercato di affrontarla in maniera ancora più esplicita: le relazioni internazionali. In esse si cerca di sciogliere il nodo della guerra non per giustificarla da un punto di vista morale, ma per spiegarne la necessità fattuale nel mondo politico (i rapporti di potere producono degli equilibri che non si tratta di giudicare perché belli o brutti, ma semplicemente in quanto instaurano un ordine) o nel tentativo di evitarla proprio per le caratteristiche che ha. Tanto gli approcci realisti e neorealisti, quanto quelli che hanno invece cercato una via diplomatica, non violenta alla soluzione delle controversie internazionali di stampo liberale o neoliberale (Bobbio ad esempio), a mio modo di vedere hanno una questione filosofica di fondo che consiste nel partire da una concezione che dal punto di vista di Marx è criticabile, vale a dire il contrattualismo: considerare la formazione dell'istituzione statuale come un contratto sociale, che naturalmente si risolve poi diversamente in diversi filosofi.

Instaurata una società che in qualche modo argina la violenza anarchica dello stato di natura a livello interno, il problema si ripropone a livello esterno nelle relazioni internazionali in cui, di nuovo, i singoli funzionano come atomi anarchici. Secondo alcuni la loro interazione porta naturalmente a un equilibrio tra forze contrapposte e, alla fine, stabilisce un ordine che non è necessariamente giusto o bello, ma è un ordine. Invece secondo altri quest'ordine va costruito in qualche modo replicando la dimensione contrattualistica attraverso istituzioni terze che riescano, da una posizione super partes, a riconciliare e ricomporre il dissidio atomico dell'anarchia.

Print Friendly, PDF & Email

laboratorio

Europa contro Russia

Dobbiamo riabituarci a morire in guerra?

di Domenico Moro

Riabituarsi a morire in guerra immagine.jpgRecentemente in Francia hanno suscitato un notevole scalpore le dichiarazioni pubbliche rilasciate dal generale Fabien Mandon, capo di stato maggiore della difesa francese. Secondo Mandon, bisogna ritornare ad “accettare di perdere i propri ragazzi. Ciò che manca è la forza d’animo per accettare di farsi male, per proteggere ciò che siamo. Se il nostro paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i suoi figli, perché bisogna dirlo, a soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione per la difesa, allora siamo a rischio”[i]. Quindi, bisogna riabituarsi non solo a sacrifici nel nostro tenore di vita per finanziare un aumento degli armamenti, ma soprattutto a morire in guerra in Francia, e, a quanto pare, in tutta Europa.

Cento anni fa la possibilità per un giovane europeo di essere ucciso in guerra era considerata nell’ordine delle cose, per quanto spiacevole. Dopo i massacri della Prima e della Seconda guerra mondiale, in Europa e, in generale, nei paesi avanzati dell’Occidente collettivo, si è affermata l’inaccettabilità di morire in guerra. Questa posizione si è riscontrata anche negli Usa, sebbene, a differenza dell’Europa occidentale, avessero conservato una postura esplicitamente imperialista anche dopo la Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta negli Usa fu la guerra del Vietnam, durante la quale i coscritti di leva si rivelarono inadatti a sostenere i pericoli di morte del combattimento, e si evidenziarono le difficoltà a motivare i soldati (e il sostegno dei civili) da parte dell’ideologia dominante[ii]. La risposta degli Usa fu l’introduzione delle Forze Armate professionali. Infatti, dalla fine della guerra del Vietnam, a intervenire nelle numerose guerre che sono state intraprese dagli Usa sono stati i volontari professionisti. Ma, come dimostra il ritiro statunitense dall’Afghanistan, anche le perdite di professionisti risultano poco digeribili dall’opinione pubblica statunitense.

La stessa tendenza al passaggio dalla leva obbligatoria a una leva di volontari professionisti si è affermata, tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, anche nei principali stati dell’Europa occidentale a partire da Germania, Francia, Italia e Spagna.

Print Friendly, PDF & Email

andreacecchi.png

Un'umiliazione impensabile

di Andrea Cecchi

L'accordo "impensabile" che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela

57f84582 8cbd 4b3d a1ff 580c5174ae82 361x348Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.

Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!

Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.

Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.

«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.

Print Friendly, PDF & Email

tempofertile

La sconfitta dell’Occidente e la Guerra Mondiale a Pezzi II

di Alessandro Visalli

Il vuoto nel cuore dell’occidente. Dall’austerità alla disperazione

siebvkureIl 13 settembre 2014, profeticamente, Papa Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni[1]. Con questo breve enunciato dichiarò il segno del nostro tempo tragico.

Sono passati solo pochi anni, ma sembrano un’eternità. Si era nel tempo del Job Act di Renzi, in quello di Schäuble che al G20 si oppose alle richieste di manovre anticicliche degli Usa riaffermando il vangelo dell’austerità e il surplus di bilancio europeo e tedesco. Era il tempo in cui Obama spingeva perché fossero firmati due trattati di libero scambio, in chiave anticinese e a vantaggio delle aziende tecnologiche. Il TTIP (con l’Europa) e il TPP (con l’Asia) avevano infatti un solo scopo, come Jack Lew chiarì al G20: quello di creare le condizioni per ribilanciare le partite commerciali statunitensi. Allora come ora il mondo esportava negli Stati Uniti molto più di quanto importasse da essi, e i cittadini americani consumavano più di quanto producessero. Allora come ora il debito pubblico, traduzione di quello privato, cresceva sempre di più. Allora come ora il sistema-America era complessivamente indebitato verso il mondo. E, infine, la fiducia nella capacità sul lungo periodo (oggi anche sul breve) di sostenere questo ritmo era sfidata, minacciata.

Oggi tutti quei nodi sono giunti al pettine[2].

Per questa ragione l’Occidente appare disperato e pronto a tutto. Il punto di svolta è stato lungamente preparato dal progressivo svuotamento della posizione di forza americana, internamente preparata dalla perdita del senso comune della nazione, dell’etica del lavoro, del concetto di morale sociale vincolante, della capacità di sacrificarsi per la comunità[3]. Quindi ha subito una netta accelerazione quando lo shock del Covid ha mostrato la fragilità delle linee di approvvigionamento interconnesse e determinato una devastante crisi economica, contrastata con programmi di spesa a debito senza precedenti[4]. E quando tutto ciò si è infranto sul muro della crescente competizione cinese e del confronto con la Russia.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Il più grande alleato di Trump è il Partito Democratico

di Chris Hedges* - Scheerpost

jnaepràirsealgfhL'unica speranza per salvarci dall'autoritarismo di Trump sono i movimenti di massa.

Dobbiamo costruire centri di potere alternativi – inclusi partiti politici, media, sindacati e università – per dare voce e potere a coloro che sono stati privati del loro potere dai nostri due partiti al governo, in particolare la classe operaia e i lavoratori poveri.

Dobbiamo organizzare scioperi per paralizzare e contrastare gli abusi perpetrati dall'emergente stato di polizia. Dobbiamo sostenere un socialismo radicale, che includa il taglio di mille miliardi di dollari spesi nell'industria bellica e la fine della nostra dipendenza suicida dai combustibili fossili, e risollevare le vite degli americani abbandonati tra le macerie dell'industrializzazione, del calo dei salari, di infrastrutture in rovina e di programmi di austerità paralizzanti.

Il Partito Democratico e i suoi alleati liberali denunciano il consolidamento del potere assoluto da parte della Casa Bianca di Trump, le ripetute violazioni costituzionali, la flagrante corruzione e la deformazione delle agenzie federali – tra cui il Dipartimento di Giustizia e l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) – trasformandole in cani da attacco per perseguitare gli oppositori e i dissidenti di Trump. Avvertono che il tempo sta per scadere. Ma allo stesso tempo, si rifiutano fermamente di convocare mobilitazioni di massa che possano smantellare i meccanismi del commercio e dello Stato. Trattano come lebbrosi i pochi politici del Partito Democratico che si occupano di disuguaglianze sociali e abusi da parte della classe miliardaria – tra cui Bernie Sanders e Zohran Mamdani. Ignorano spensieratamente le preoccupazioni e le richieste dei comuni elettori del Partito Democratico, riducendoli a semplici oggetti di scena usa e getta durante comizi, assemblee cittadine e convention.

Il Partito Democratico e la classe liberale sono terrorizzati dai movimenti di massa, temendo, a ragione, di essere spazzati via anch'essi. Si illudono di poterci salvare dal dispotismo aggrappandosi a una formula politica morta, proponendo candidature insipide e a contratto come Kamala Harris o la candidata del Partito Democratico e ufficiale di marina in corsa per la carica di governatore del New Jersey, Mikie Sherrill.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Movimenti sociali ed elezioni in Occidente

di ALGAMICA*

dellaporta.jpgIn occasione delle straordinarie mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, è tornata di moda la discussione sul fatto che le piazze siano state piene, ma continuano a essere vuote le urne, ovvero che c’è una disaffezione al voto da parte del popolo e in modo particolare delle nuove generazioni.

Questo per un verso, mentre per l’altro versante ci sarebbe un “acceso” dibattito circa la riduzione degli spazi democratici, impugnando il fatto, tra l’altro, che la presidente del consiglio Meloni viva una sorta di orticaria nei confronti dei giornalisti, ovviamente in modo particolare quelli di sinistra.

Premesso che ai sottoscrittori di queste scarne note non importa un fico secco delle elezioni, di qualsiasi tipo, e che le ritengono un magistrale imbroglio nei confronti del cosiddetto popolo, e che questo agisce sempre impegnando il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato. Siamo perciò di fronte a chi si candida a imbrigliare e a chi di buon grado si fa imbrigliare, pur di evitare di assumere un impegno in proprio per diritti collettivi, mentre va alla ricerca di quello/i individuale/i.

Di logica, perciò, diciamo in modo convinto che gli assenti hanno sempre torto, e non hanno nessun diritto di accampare scuse.

Entriamo però più nel merito, cercando di fornire una nostra spiegazione a un fenomeno che in Occidente desta – per lor signori – qualche preoccupazione.

Detto che gli assenti hanno sempre torto, cerchiamo di capire e spiegare perché lor signori sono preoccupati dell’astensionismo passivo del popolo, fino al punto che si recano alle urne meno del 50% degli aventi diritto.

La prima risposta è che c’è una disaffezione al voto, ma questa è solo la presa d’atto di un fatto, non la spiegazione del fatto stesso.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Addio America: i cancelli si stanno aprendo

di ALGAMICA*

Presentiamo la traduzione italiana del nostro articolo Goodbye America: the gates are opening pubblicato in questo link, con alcune precisazioni aggiuntive per i lettori italiani – di ALGAMICA

000456935 ade83e35 5f00 42d4 82e8 5465127a251d.jpgCiao a tutti, amici e giovani americani (” bipoc” e “traditori della razza bianca “).

Speriamo che ci perdonerete per il nostro inglese approssimativo.

Molti di noi negli ultimi anni hanno visto e detto che l’America sta crollando.

Quando un costrutto storico sociale inizia a crollare, i rapporti sociali si frantumano. I rapporti sociali sono un contratto di scambio nel contesto del modo di produzione che definisce le classi sociali, legate reciprocamente anche se il legame è conflittuale (ciò che viene definito come lotta di classe). È tempo di ammettere che la lotta di classe e il conflitto tra classi sociali hanno avuto una traiettoria storica che si è sviluppata sotto l’egida del mercato delle merci e della produzione di valore, che, nel contesto del suo sviluppo unitario, ha caratterizzato la supremazia occidentale e la supremazia bianca. La storia del conflitto sociale non poteva, in termini materialistici, ignorare il fatto che i bisogni umani sono soddisfatti dalle merci, e quindi la riproduzione delle condizioni della vita richiedono la produzione di merci e la reificazione della vita stessa. Questo è ciò che considereremmo una doppia “schiavitù” che lega il “salario” e il “profitto” tra di loro e sottoposti entrambi alla legge impersonale del movimento della accumulazione.

Abbiamo da un bel po' pensato che la guerra civile americana fosse inarrestabile quando i fatti reali hanno iniziato a mostrare le prime crepe. Ma non riuscivamo a immaginare quale sarebbe stato il punto di svolta, quando sarebbe accaduto e quali sarebbero state le sue forme. Soprattutto non pensavamo che sarebbe successo così rapidamente. La storia sorprende sempre i rivoluzionari che esprimono un’avversione contro lo status quo. Nulla accade come lo immaginavamo prima. Ora siamo di fronte alle porte che si aprono verso una nuova guerra civile americana. “L’America si sta sgretolando” sta accadendo ancora più velocemente. Pezzo dopo pezzo, a passi rapidi, l’edificio storico si sta frantumando e decomponendo.