Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 726
Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
- Details
- Hits: 488
Oltre l'Occidente, vol 1
di Alessandro Visalli
Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.
Premessa
Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.
La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.
La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.
- Details
- Hits: 976
Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
di Francesco Cappello
L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti a un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari.
Questo sistema ovvero il cosiddetto Shadow Banking, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un’altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.
Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: il collaterale. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero “banco dei pegni” del sistema finanziario globale. Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali, come garanzia per la notte… Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l’ingranaggio gira.
- Details
- Hits: 671
Preparare la guerra, raccontare la pace
di Giovanni Tonlorenzi
1. Due fronti, una stessa logica.
La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.
Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.
In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.
Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.
Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].
Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.
L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].
- Details
- Hits: 785
Oltre l'Occidente (uno)
di Carlo Formenti
Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, "Oltre l'Occidente", l'opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l'Occidente. L'alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l'Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.
* * * *
Introduzione
Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.
- Details
- Hits: 917

Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione
Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe
di Gabriele Ciabatti
Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.
— Walter Benjamin, Zentralpark
I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d'analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?
II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.
- Details
- Hits: 653
L’Orizzonte del cambiamento: cronaca della poli-crisi, fine della talassocrazia
Verso possibili transizioni sistemiche dell’umanità
di Francesco Cappello
Mentre l’Eurozona stagna e i mercati occidentali occultano le perdite con valutazioni di fantasia, il tramonto del potere marittimo e la patologia del dollaro chiedono il superamento del paradigma della liquidità a favore di sistemi di compensazione internazionale, di economia circolare e sovranità monetaria a sostituzione della trappola del debito perenne
Il 2026 sta consegnando alla storia l’immagine di un mondo sospeso su un crinale sottilissimo, dove l’ostinata riproposizione di vecchi schemi concettuali e di vecchie egemonie si scontra drammaticamente con l’emergere di una realtà complessa, multipolare e intimamente interconnessa. Ciò a cui stiamo assistendo non è una semplice sequenza di perturbazioni temporanee o di asimmetrie congiunturali, ma una crisi di sistema totale, in cui gli eventi geopolitici, le dinamiche di potere marittimo, le patologie monetarie e i mercati finanziari privati si influenzano a vicenda, amplificando la fragilità globale. Di fronte a questa spirale di instabilità, le reazioni delle classi dirigenti occidentali appaiono pericolosamente anacronistiche, arroccate sulla difesa disperata di un potere talassocratico e sul dominio forzato del dollaro, ricorrendo a politiche di sanzione unilaterale e a strette monetarie che finiscono per aggravare le ferite del tessuto sociale ed economico globale. Eppure, proprio la natura interdipendente e profonda di questo collasso offre all’umanità la spinta storica e concettuale per attuare una trasformazione macroscopica e irreversibile, ridefinendo radicalmente l’architettura logistica, finanziaria, monetaria e diplomatica del pianeta per inaugurare un’era di stabilità e cooperazione condivisa.
La spirale di Hormuz e il tramonto del dominio talassocratico
La cronaca recente individua nello Stretto di Hormuz l’epicentro di una fiammata geopolitica che mette a nudo l’intrinseca debolezza della talassocrazia, ovvero quel modello di dominio imperiale fondato sul controllo esclusivo dei mari, delle rotte oceaniche e dei colli di bottiglia marittimi mondiali.
- Details
- Hits: 815
Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
Lo stesso giorno, due scene. A Pechino, dietro il presidente americano sulla passerella della Grande Sala del Popolo, diciassette amministratori delegati: Musk, Fink, Huang, Cook. Ad Aquisgrana, nella sala dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e avverte l’Europa che «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Tra le due scene non corre alcuna coincidenza, ma una dottrina, scritta in due libri a nove anni di distanza, che ha smesso da tempo di essere una previsione per diventare un programma. Prima di essere un ecosistema di interessi, infatti, gli azionisti dell’Apocalisse sono un pensiero, che il 14 maggio 2026 ha trovato la sua doppia, plastica messa in scena.
Due libri, una sola profezia
Nel 2016 Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, pubblica La quarta rivoluzione industriale. La tesi nota, quella che da allora circola nei convegni e nei documenti programmatici, è la fusione delle tecnologie: il confine che si dissolve tra il fisico, il digitale e il biologico, e che «cambia non solo ciò che facciamo, ma chi siamo».[^1] È la copertina filantropica. La parte che merita di essere riletta oggi, alla luce di Pechino e di Aquisgrana, è un’altra, e Schwab la scrive senza giri di parole: «con i governi e le strutture di governo che restano indietro sul terreno regolatorio, può di fatto spettare al settore privato e agli attori non statali assumere la guida».[^2] E ancora: il potere «si sta spostando dallo Stato agli attori non statali, dalle istituzioni consolidate alle reti informali».[^3]
Non è la denuncia di un rischio: è la descrizione di un esito, formulata nel lessico dell’inevitabilità, da chi quel risultato ha contribuito a costruirlo convocando ogni gennaio a Davos l’assemblea dei suoi beneficiari. Lo Stato che «resta indietro» non arretra per una legge di natura, ma perché altri ne occupano lo spazio, e perché agli occupanti torna utile vestire l’avanzata da destino tecnologico anziché da scelta politica.
- Details
- Hits: 905
Che fare? In Anno Domini 2026
di Piero Bevilacqua
Non si scambi il titolo di questo scritto – che fa il verso al celebre saggio di Lenin – per un’ingenua presunzione del suo autore. Almeno gli anni che egli porta addosso gli sconsiglierebbero qualunque accostamento a colui che resta una delle più geniali menti politiche del ’900. Né si pensi che questo titolo voglia alludere a una somiglianza di contesto tra gli anni in cui Lenin scriveva, il 1901-1902, e quelli presenti che la storia ci consegna. È esattamente il contrario. Esso serve a mostrare la radicale distanza, l’abisso catastrofico in cui siamo finiti, dopo un secolo di vicende mondiali, rispetto alla vigilia prerivoluzionaria degli inizi del secolo scorso. Ma la ragione è anche polemica, come si vedrà più avanti. Com’è noto, Lenin scriveva in una fase di vaste lotte popolari che percorrevano la Russia zarista e andava meditando sulle forme di indirizzo e organizzazione di quei movimenti verso un esito rivoluzionario. Ed era pienamente consapevole delle grandiose possibilità che allora si schiudevano alle masse popolari se si fosse agito con la necessaria consapevolezza strategica. Perché, allora, il compito era di abbattere il «baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche asiatica» che avrebbe fatto «del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario mondiale» (Vladimir Ilic Lenin, Che fare? in Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, p. 103). Come di fatto accadde.
Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei.
- Details
- Hits: 703
Hormuz Brucia. E con lo Stretto, Brucia un’Epoca
di Mario Petri*
Petrodollaro in agonia, debito americano fuori controllo, Europa che guarda e non capisce. La Cina che aspetta. E i poveri del mondo — come sempre — che pagano il conto di una guerra che non hanno voluto
Il 28 Febbraio, e Quello che è Successo Davvero
Chiamatela pure “Operazione Epic Fury”. Il nome è già tutto un programma — quella smania adolescenziale di grandiosità che il complesso militare-industriale americano non riesce mai a scrollarsi di dosso, nemmeno quando dovrebbe sapere che le operazioni con nomi epici finiscono raramente in modo epico. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati sull’Iran, uccidendo il Leader Supremo Ali Khamenei e diversi funzionari di governo. Era, nelle intenzioni dei pianificatori di Washington e Tel Aviv, il colpo decisivo. Il taglio della testa al serpente. La fine del problema iraniano.
Non è andata così.
Nei giorni successivi, le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno chiuso lo Stretto di Hormuz — ventinove miglia nautiche tra l’Iran e la penisola arabica, attraverso cui scorre il 20% del petrolio mondiale e il 22% del GNL commerciato globalmente. Il traffico dei petrolieri è crollato del 70% in pochi giorni, poi a zero. Duemila navi e ventimila marittimi bloccati dentro al Golfo come in una trappola. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile, il più grande incremento mensile mai registrato nella storia dei mercati energetici. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha usato parole precise: la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Non “tra le più gravi”. La più grave. In assoluto.
Washington ha risposto con la tipica escalation verbale trumpiana — minacce di “obliterare” impianti iraniani, annunci dell’operazione “Project Freedom” per “guidare” navi commerciali attraverso lo stretto sotto scorta militare americana. Project Freedom. Davvero. Nel frattempo le pompe di benzina californiane segnavano oltre sei dollari al gallone, le assicurazioni marittime per le rotte del Golfo erano già aumentate del 40%, e Maersk — la più grande compagnia di shipping del mondo — aveva sospeso le operazioni. I mercati non aspettano i comunicati del Pentagono.
- Details
- Hits: 877
Le prospettive economiche della crisi prolungata a Hormuz
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 maggio, il presidente Trump ha proclamato l’imminente avvio del cosiddetto Project Freedom, un’iniziativa volta a «ripristinare la libertà di navigazione per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz». Dal relativo comunicato del Central Command si evince che l’operazione prevede il coinvolgimento di «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 militari».
Il Wall Street Journal ha sottolineato che Project Freedom «non prevede la scorta di navi da guerra statunitensi attraverso lo Stretto di Hormuz, bensì uno sforzo coordinato da parte di compagnie di navigazione e di assicurazione» per facilitare i movimenti marittimi nello stretto.
Ad appena un giorno di distanza, lo stesso Trump ha annunciato la sospensione «per un breve periodo di tempo» dell’iniziativa. Più specificamente, recita il relativo post pubblicato dall’inquilino della Casa Bianca sul suo profilo Truth, «su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, in considerazione del formidabile successo militare conseguito durante la campagna contro l’Iran e, inoltre, del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani, abbiamo concordato reciprocamente che, pur rimanendo il blocco pienamente in vigore ed efficace, il Project Freedom sarà sospeso per un breve periodo, al fine di verificare se l’accordo possa essere finalizzato e sottoscritto».
Nel frattempo, il Pentagono continua ad ammassare truppe e mezzi militari in vista di una eventuale ripresa delle operazioni militari, reputata possibile se non addirittura probabile da una moltitudine di osservatori alla luce del sostanziale impantanamento delle trattative tra Washington e Teheran.
Per settimane, i contendenti hanno continuato a manifestare totale indisponibilità a temperare il tenore delle richieste, convinti di poter contare su una soglia di tolleranza al dolore più alta della controparte. Il blocco navale statunitense contro i porti iraniani ha limitato la capacità della Repubblica Islamica di esportare petrolio, senza tuttavia azzerarla. Quando l’iniziativa statunitense è scattata, l’Iran manteneva già centinaia di petroliere cariche di greggio in acque internazionali a “distanza di sicurezza” dal Golfo Persico.
- Details
- Hits: 781
IA e stupidità artificiale nel Golfo Persico
di Conor Gallagher
Beh, è stato divertente finché è durato!
Il sogno dell’intelligenza artificiale in Medio Oriente, del valore di mille miliardi di dollari, aveva tutto. Energia illimitata per costruire enormi data center nel deserto. Un colpo di genio geopolitico che avrebbe visto la tecnologia statunitense rafforzare la presenza americana nella regione ricca di risorse energetiche. Un hub centrale per la supremazia digitale e monetaria americana. E forse, soprattutto, opportunità illimitate per una corruzione dilagante.
* * * *
Cominciamo da qualche anno fa, quando il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) fu presentato per la prima volta al vertice del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023. La rete di ferrovie, collegamenti nave-ferrovia, vie di trasporto su strada, gasdotti e cavi dati ad alta velocità che collegano l’Asia meridionale, il Golfo Persico e l’Europa avrebbe dovuto, in teoria, rappresentare una sorta di risposta alla Belt and Road Initiative (BRI) cinese. Come corridoio logistico, tuttavia, non ha mai avuto molto senso, poiché prevede il trasporto di merci via nave dall’India agli Emirati Arabi Uniti, il loro caricamento su treni che attraversano gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele, e infine il loro re-caricamento su navi da Israele all’Europa.
L’amministrazione Trump, tuttavia, ha seguito l’esempio della Silicon Valley e si è allontanata dall’obiettivo di Biden di creare un corridoio logistico, per concentrarsi su una cloaca digitale di corruzione, con ogni sede dell’IMEC che rafforza un nuovo e redditizio polo di egemonia americana, con Israele in prima linea. Si trattava di un invito alla superiorità dell’IA da parte dell’Europa all’India, scritto con il sangue del genocidio, ma ora sta crollando mentre il Golfo Persico, da cui dipendeva il “piano”, è in fiamme.
- Details
- Hits: 674
L’Europa tra dazi e missili
di Luca Lombardi
La guerra commerciale ingaggiata dagli Stati uniti in declino nello scenario globale prelude al conflitto armato su larga scala. E l'Ue che fa?
Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti solo con la forza – Lenin
L’attacco israelo-americano all’Iran segue a una crescita generalizzata di conflitti militari seppure in varie forme, dall’invasione «vecchio stile» dell’Ucraina da parte della Federazione Russa al rapimento del presidente Maduro a opera delle forze armate americane. La conflittualità politico-militare cresce di pari passo agli scontri economici e commerciali e ha le stesse cause: gli Stati uniti, e l’occidente nel suo complesso, non sono più in grado di frenare l’ascesa dei propri concorrenti con mezzi ordinari. Devono dunque ricorrere a guerre commerciali e a guerre vere e proprie. I due seguenti grafici mostrano bene questa escalation parallela:

(Fonti: a sinistra Wto; a destra Epu)
- Details
- Hits: 1098
Il cuore di tenebra dell’Occidente
di Antonio Castronovi
Lo sguardo fisso di Kurtz era vasto abbastanza
da abbracciare tutto l’universo, abbastanza acuto
per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra.
Egli aveva tirato le somme e aveva giudicato:
quale orrore!
Joseph Conrad, Cuore di tenebra
Chi governa realmente l’Occidente? Cos’è quel sistema che definiamo comunemente come democrazia liberale? In questo sistema il popolo è veramente sovrano? E se non lo è, a chi appartiene la sovranità reale? Se non risponde al popolo, a chi risponde? Esiste il lato oscuro del Potere? Come s’inserisce il caso Epstein nel sistema liberale occidentale? Democrazia e potere sovrano sono inscindibili oppure si è creata o è sempre esistita una scissione o frattura tra questi due momenti?
La democrazia è sempre sovrana, oppure è solo una forma di legittimazione del potere, che può essere estraneo alla volontà popolare e rimanere oscuro e invisibile? Insomma la democrazia liberale è solo un’opinione?
Possiamo dire che non tutto quello che appare sia vero e non tutto quello che è vero appare nella sua luce. L’Apparenza e la Verità sono i due poli del dualismo alla base dell’epistemologia, cioè della teoria della conoscenza nella filosofia classica greca. La filosofia antica, da Platone ad Aristotele, distingueva, infatti, la doxa, intesa come l’opinione, dall’epistème, cioè dalla conoscenza. In Platone, il Mito della Caverna illustra perfettamente questo passaggio: chi vive nell’oscurità scambia per realtà le ombre proiettate sul fondo. La democrazia che veneriamo come l’apice della civiltà non è che l’ombra proiettata sul muro della nostra caverna. Dietro lo schermo del voto e del consenso, il Potere reale agisce indisturbato. Chiunque tenti di illuminare il meccanismo rischia la fine di Socrate, colpevole di aver svelato che il governo del popolo era già allora il terreno di caccia di demagoghi e oligarchie finanziarie.
- Details
- Hits: 925

Come si svilupperà la crisi globale
Nika intervista Michael Hudson e Steve Keen
Come mia abitudine, ho una grossa obiezione. Trump non ha lanciato questa guerra con obiettivi economici, se non forse quello di rovesciare il regime iraniano e ottenere il controllo del petrolio iraniano. È stato ampiamente riportato come sionisti ed evangelici cristiani abbiano influenzato Trump a livello cognitivo e finanziario, ancor prima di considerare il fatto che Netanyahu sia in grado di contenere la sua smisurata arroganza abbastanza spesso da poter manipolare Trump a proprio piacimento [Yves Smith]
NIKA: Salve a tutti. Siamo lieti di dare nuovamente il benvenuto a Michael Hudson e al professor Steve Keen presso il David Graeber Institute. Steve Keen è un economista e autore, uno dei pochi ad aver preannunciato la crisi del 2008. È noto per la sua critica alla teoria neoclassica dominante e per i suoi modelli di deflazione da debito e instabilità finanziaria. Michael Hudson è un economista e storico del debito statunitense presso l’Università del Missouri, Kansas City. Il suo lavoro su finanza, rendita e deindustrializzazione ha profondamente influenzato il pensiero di David Graeber su impero, tributo e politica del debito.
Oggi analizzeremo l’aggravarsi della crisi e i possibili scenari del suo sviluppo, in particolare nel contesto della guerra in corso, che a mio avviso assomiglia sempre più all’invasione sovietica dell’Afghanistan. La mia domanda a Michael e Steve è: inflazione, iperinflazione o deflazione? Quale scenario prevedono? Iniziamo con Michael Hudson.
MICHAEL HUDSON: Se si guardano i mercati azionari e obbligazionari di oggi, si nota che il mondo intero si aspetta che la guerra in Iran non duri più di un mese circa. È una guerra mondiale perché il mondo intero dipende dal petrolio e dal gas naturale liquefatto – per fertilizzanti, energia, elettricità, riscaldamento, cottura, produzione di vetro ed elio. L’elio e il gas naturale venivano forniti a gran parte del mondo dal Qatar, in quanto membro dei paesi arabi dell’OPEC. Ma i suoi impianti multimiliardari per la liquefazione del gas naturale – la cui costruzione ha richiesto quattro anni – sono stati appena bombardati dall’Iran, perché il Qatar ospita basi militari statunitensi utilizzate per bombardare l’Iran.
- Details
- Hits: 723
Le conseguenze della guerra contro l’Iran
di Thierry Meyssan
Per la prima volta un popolo aggredito dalla più grande forza militare della storia reagisce contro le basi militari e gli investimenti all’estero dell’avversario. Si tratta di un modo di fare la guerra adeguato all’èra della globalizzazione, che nessuno dei nostri strateghi aveva previsto. Questo conflitto è diverso da ogni altro: il primo in cui un Paese di media importanza potrebbe avere la meglio su una forza mostruosa.
Contrariamente a quanto ci hanno spiegato i media, i Guardiani della Rivoluzione non sono fanatici assetati di sangue. A gennaio scorso non hanno massacrato il proprio popolo. Sono patrioti che difendono la loro civiltà e lottano contro lo sfruttamento imperialista. Oggi ci danno una lezione di coraggio rispondendo all’aggressione che subiscono.
Una guerra “sionista revisionista”
Benjamin Netanyahu è figlio dello storico Benzion Netanyahu, segretario particolare del fondatore del “sionismo revisionista”, Vladimir Ze’ev Jabotinsky. La dinastia dei Netanyahu ha sempre sostenuto il “sionismo revisionista” contro i “sionisti”. Questi ultimi, guidati da Theodor Herzl, volevano costruire uno Stato ebraico, mentre Jabotinsky rivendicava la creazione di un «impero ebraico».
Nel 1921, in Ucraina, Jabotinsky strinse alleanza contro i bolscevichi con il leader nazionalista integralista Symon Petliura. Quest’ultimo continuò a organizzare pogrom contro gli ebrei, che Jabotisky pretendeva difendere. Questa contraddizione portò Jabotinsky a dimettersi dall’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), di cui era amministratore.
Durante la corsa dell’Europa verso la seconda guerra mondiale, Jabotinsky si affermò come fascista. A Roma creò una milizia, il Betar, sotto l’alto patrocinio del duce Benito Mussolini. All’inizio della guerra si rifugiò in uno Stato neutrale, gli Stati Uniti (che entrarono in guerra solo dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbor).
- Details
- Hits: 1710
Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario
di Fabio Vighi
La scena del crimine
Le condizioni per una nuova emergenza sistemica globale sono ormai tutte sul tavolo. L’escalation decisiva in Medio Oriente è iniziata a metà marzo con l’attacco israeliano alle infrastrutture energetiche iraniane, sostenuto dagli Stati Uniti – un attacco che viola i principi fondamentali del diritto internazionale riguardo alle infrastrutture civili. Questo evento si inserisce in un più ampio canovaccio di violenta aggressione che i media occidentali tendono ad oscurare, dimenticandosi per una volta dell’amato mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Lo stesso “asse del Bene” che il 28 febbraio scorso bombardava la scuola di Minab, nel sud dell’Iran – trucidando 165 bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni – colpisce ora direttamente il sistema energetico globale. Ciò che a molti commentatori appare come conseguenza indesiderata di una maldestra, oltre che criminale, campagna bellica, sembra in realtà l’obiettivo principale della guerra stessa.
Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Perché, come vedremo, si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria. Mentre s’intensifica la competizione tra attori geopolitici, la crisi energetico-finanziaria è già in atto, e si configura come il pretesto ideale per un intervento pilotato. Si tratta, in altre parole, del tentativo di superare l’attuale disfunzione finanziaria gettando le basi istituzionali della sua prossima incarnazione. Come sempre, i meglio posizionati ne trarranno vantaggio – almeno nel breve termine – mentre gli altri ne subiranno le conseguenze.
Il Golfo si incendia
Il 18 marzo scorso, un attacco israeliano prende di mira South Pars, in Iran – il più grande giacimento di gas naturale al mondo.
- Details
- Hits: 955
Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo
di Roberto Romano
Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.
Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.
Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.
Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro
Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.
- Details
- Hits: 1182
Crisi programmata: Iran, debito, dollaro digitale
di Fabio Vighi
Mentre i media spostano l’attenzione dal genocidio a Gaza all’ultima escalation con l’Iran, chi si limita a osservare il sanguinoso “teatro” geopolitico rischia di perdere di vista l’evento principale. La violenza in Medio Oriente non è semplice follia espansionistica: è il polso di un ingranaggio molto più silenzioso e spietato.
Per capire le bombe su Teheran, dobbiamo prima guardare ai bilanci di Wall Street. Il sistema finanziario occidentale non è più ancorato alla produttività o ai salari. Dagli anni Ottanta in poi, con l’avvento della finanza deregolamentata e la progressiva riduzione della quota di valore destinata al lavoro, il sistema finanziario si è sclerotizzato in un mastodontico edificio di leva speculativa, dove il debito ha sostituito la crescita reale come principio organizzativo della vita sociale. Oggi, con quasi 39 trilioni di dollari di debito federale e un settore privato – famiglie, imprese, istituzioni finanziarie – soffocato da decine di trilioni di passività, non è che gli Stati Uniti preferiscono tassi d’interesse bassi e liquidità infinita: ne dipendono strutturalmente per evitare il collasso. Il meccanismo è semplice ma letale: senza acquirenti di nuovi pagherò, i tassi salirebbero, il servizio del debito si farebbe insostenibile, e l’intera architettura a leva che sorregge i mercati azionari e obbligazionari crollerebbe come un castello di carte.
È in questo contesto di fragilità estrema che l’egemonia geopolitica diventa egemonia monetaria. La guerra permanente non è più (solo) per il petrolio, ma per la sopravvivenza del dollaro quale valuta di riserva mondiale. L’escalation con l’Iran segue lo stesso copione già visto in Ucraina e a Gaza (con le recenti aggiunte di Venezuela e Cuba): nelle intenzioni terroristiche di chi scatena il caos, l’instabilità globale deve agire come calamita per i capitali in fuga dalle periferie dell’impero; capitali che si dovrebbero riversare nei Treasury americani considerati unico porto sicuro in un mondo in fiamme. Questa domanda artificiale ha il compito di comprimere i rendimenti e permettere al Tesoro USA di rifinanziare debiti mostruosi a costi sostenibili. Il privilegio esorbitante del dollaro si difende dunque con le armi – e con le emergenze. Perché dal 2020 abbiamo imparato che ogni crisi – reale o indotta, sanitaria o bellica – è innanzitutto un’occasione per spostare il limite del possibile e normalizzare l’eccezione: senza questo meccanismo distruttivo, l’intero edificio finanziario americano perderebbe il suo principale sostegno.
- Details
- Hits: 2594
Gli Stati Uniti hanno già perso la guerra contro l’Iran: parola di John Mearsheimer
di Giuseppe Gagliano
La conversazione tra Glenn e John Mearsheimer ruota attorno a una tesi netta: Washington può ancora infliggere distruzione, ma non sa più come trasformare la forza militare in un risultato politico. Da qui nasce il cuore del ragionamento: una guerra iniziata nella convinzione di imporre una resa rapida si sta convertendo in un conflitto di logoramento in cui l’Iran conserva capacità di risposta, margini di escalation e soprattutto il potere di rendere insostenibile il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, per Israele e per l’economia mondiale. Mearsheimer non si limita a dire che la campagna stia andando male; sostiene che, sul piano strategico, il danno è già stato fatto, perché manca una via d’uscita credibile e manca una vittoria decisiva da imporre.
La trappola dell’escalation
Il primo punto della discussione è brutalmente semplice: la guerra non sta andando come Trump sperava, e questo non sorprende, perché Trump era stato avvertito prima di imboccare questa strada. Secondo Mearsheimer, persino in ambienti mediatici americani e israeliani si comincia a riconoscere che l’Iran non sta collassando e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Da qui la domanda decisiva: se il tempo gioca a favore di Teheran, perché gli Stati Uniti hanno scelto questa strada? La risposta è che Trump, a giudizio di Mearsheimer, vorrebbe già uscire dal conflitto, ma non sa come farlo, perché nessuno è in grado di raccontare una storia plausibile sulla fine della guerra.
Qui Mearsheimer introduce una distinzione fondamentale. Se gli Stati Uniti avessero ottenuto una vittoria totale, simile a quella contro la Germania nazista o il Giappone imperiale, la guerra sarebbe già finita: il vincitore imporrebbe le condizioni al vinto. Ma non è questo il caso. Non c’è stata alcuna vittoria decisiva. L’Iran mantiene mezzi, volontà e incentivo a proseguire il conflitto trasformandolo in una guerra di logoramento. Il problema per Washington, quindi, non è solo militare ma politico: come convincere l’Iran a fermarsi, se l’Iran sa di poter ancora colpire e se ritiene che fermarsi ora significherebbe solo concedere agli Stati Uniti il tempo per tornare all’attacco tra qualche mese?
- Details
- Hits: 794
Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?
di Francesco Cappello
L’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.
La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.
- Details
- Hits: 879
Il nuovo disordine mondiale / 33
Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi)
di Sandro Moiso
Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro
E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)
Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.
Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:
- Details
- Hits: 771
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione
di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo impero in Mesopotamia e una Gran Bretagna un po’ più sfuggente, ma rapace e offesa per essere stata tenuta, questa volta, un po’ da parte. Intanto i popoli muoiono sotto le bombe, o di fame, o di disperazione. Le ragioni sono composite, materiali e immateriali, e se vogliamo possiamo ridere maliziosi di un Trump egoista e malvagio, immobiliarista avido di potere che cerca di far dimenticare le sue relazioni pericolose con Epstein, o di un Bibi Netanyahu che fa la guerra per non finire sotto processo che domina lo sciocco Trump, ma a denti molto stretti. Ci sono questioni geopolitiche, di passaggio dal bipolarismo al multipolarismo o al monopolarismo, ma continuo a credere che la spiega attraverso cui interpretare tutto, almeno nel medio termine, sia, pur sempre, economica. Compatibile e coerente con una strategia duratura di dominio. Una sorte di Usa über alles, contro la Cina, ma, a ben vedere, contro tutti. Il motto potrebbe essere “distruggere per ricostruire” come va bene al Grande Fratello.
Siamo a un cambio di mondo, il digitale, l’IA cambierà radicalmente il modo di produrre, il lavoro come lo abbiamo conosciuto è destinato a scomparire o, quanto meno, a dislocarsi in modo molto differente da oggi (ne parleremo). C’è in ballo anche la transizione energetica, che dovrebbe completarsi nel 2050, ma intanto serve energia per potenziare le nuove tecnologie e arrivare per primi a completare il cambio del modello di sviluppo guidato dalla rivoluzione digitale e dalla IA. Se fosse questa la vera ragione sottostante a tutte le guerre degli ultimi trenta/trentacinque anni?
Chi per primo completerà la trasformazione digitale sarà padrone del mondo, ma, adesso, è necessario potenziare la capacità delle nuove tecnologie, e le nuove tecnologie divorano energia.
- Details
- Hits: 1380
L’Occidente in guerra e le ragioni della sua inevitabile sconfitta
Die Weltwoche intervista Emmanuel Todd
“Qualunque cosa accada in Iran, la sconfitta dell’Occidente e della sua civiltà è inevitabile. Trump non può fermare la sua implosione, la sta accelerando”. L’impero americano sta crollando come l’Unione Sovietica, afferma Emmanuel Todd. Nel 1976, il demografo aveva previsto la caduta della superpotenza comunista basandosi sui dati relativi alla mortalità infantile. Oggi, vede nelle statistiche demografiche il segno del declino degli Stati Uniti. E mette in guardia contro una Germania riarmata.
La guerra in Ucraina riguarda la Germania, aveva dichiarato il demografo, storico e autore di successo francese alla rivista Weltwoche nella primavera del 2023. Poco dopo, Emmanuel Todd ha dedicato un libro a questo Paese, in cui il nichilismo della civiltà occidentale occupa un posto importante: «La sconfitta dell’Occidente», pubblicato nel 2024. Nella primavera del 2025, è stata pubblicata un’altra intervista sulla rivista Weltwoche. Todd ha allora dichiarato: «La Russia ha vinto la guerra». Un’opinione che ora è condivisa da esperti di fama mondiale come il colonnello americano Douglas Macgregor.
Da giovane ricercatore, Todd si era fatto conoscere nel 1976 prevedendo il crollo dell’Unione Sovietica. Giustificava questa previsione con l’alto tasso di mortalità infantile nell’impero comunista. In seguito, quando criticò l’introduzione dell’euro, richiesta dalla Francia in cambio della riunificazione tedesca, fu molto richiesto per interviste in Germania.
- Details
- Hits: 787
L’Occidente davanti all’Armaghedon
di Angelo d’Orsi
«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscí dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: È fatto! Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l›uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello».
Sono parole dall’Apocalisse (o Apocalissi) dell’apostolo Giovanni di Patmos, detto l’Evangelista, un testo datato intorno al 94-96 d. C., nell’estrema vecchiezza e solitudine di quell’apostolo, che era stato il prediletto di Gesú: soltanto successivamente egli redigerà il suo Vangelo (ca 98-100 d. C.) e fu il suo addio alla vita terrena, perché la morte è attestata appunto in quegli anni. Quel testo in parte riprende spunti della tradizione detta appunto “apocalittica” di profeti ebraici, in particolare quello, assai complesso, frutto di una giustapposizione di testi diversi, attribuito a Enoch, espunto sia dalla tradizione giudaica, sia da quella cristiana, caduto nell’oblio per molti secoli, e riscoperto soltanto a partire dall’età umanistica.
“Apocalisse” significa rivelazione, e le pagine del testo giovanneo sono in effetti la rivelazione di un futuro terribile, quando Babilonia, che simboleggia l’intero mondo, verrà distrutta dalla collera del Signore. «Rivelazione di Gesú Cristo, che Dio gli diede per rendere palese ciò che presto deve accadere». Talmente ridondano di flagelli, quelle pagine, che la stessa parola “apocalisse” assunse ipso facto il senso di devastazione, annientamento, distruzione. E l’apostolo in quelle pagine non definisce una precisa dimensione spazio-temporale. La sua “rivelazione” apre uno scenario terribilmente inquietante sul futuro del mondo, fino alla fine dei tempi.
Page 1 of 32























































