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Oltre l’egemonia statunitense: risultati e percezioni del confronto tra Xi e Trump

di Alessandro Scassellati

042553172 e10952ab f126 4415 883e 70864e7ee4c0.jpgL’incontro avvenuto la scorsa settimana (14-15 maggio) tra il Presidente cinese Xi Jinping e il Presidente statunitense Donald Trump non può essere derubricato a semplice vertice bilaterale; esso segna un punto di svolta, non tanto per la risoluzione dei conflitti strutturali tra le due superpotenze, quanto per la cristallizzazione di un nuovo ordine mondiale in cui l’egemonia statunitense appare visibilmente incrinata. Ha rappresentato l’istantanea plastica di un passaggio d’epoca. In un mondo segnato dalla frammentazione geopolitica e dalla ridefinizione violenta delle sfere di influenza, i due leader si sono incontrati per gestire non una collaborazione, ma una competizione esistenziale che ridefinisce i confini del possibile per il XXI secolo. Il vertice si è svolto in un clima di pragmatismo gelido, lontano dai fasti di Mar-a-Lago del 2017 o dalla diplomazia dei panda degli anni Novanta, riflettendo la consapevolezza che il terreno di scontro si è ormai spostato su un piano strutturale, tecnologico e identitario.

 

Il teatro delle percezioni: l’imperatore e il negoziatore

La dinamica personale tra Xi Jinping e Donald Trump è intrisa di un simbolismo che va oltre la semplice politica estera. La percezione reciproca non è di fiducia, ma di mutuo riconoscimento di una forza che non può essere cancellata, ma solo contenuta o aggirata.

Xi Jinping si è presentato al vertice con la postura di chi guida una civiltà millenaria in fase di “rinascita nazionale”; con l’aura del leader a vita, architetto del “Sogno Cinese”, la cui percezione di sé è ormai indissolubilmente legata alla missione storica di riportare la Cina al centro del sistema internazionale. Per Xi, il potere non è solo esercizio di governo, ma una missione storica finalizzata a rimediare definitivamente al “secolo delle umiliazioni” iniziato con le guerre dell’oppio (1836-1842 e 1856-1860). La sua percezione di Trump è profondamente mutata rispetto al primo mandato del tycoon: se nel 2017 lo considerava un’anomalia del sistema, un outsider imprevedibile ma gestibile, oggi lo vede come il sintomo terminale di una democrazia liberale in crisi d’identità.

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acropolis

La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale

Crisi in Medio Oriente nel contesto del declino statunitense

Chris Hedges intervista Richard Wolff

84de69f0 f32a 4c4f ab0a 8c2039538302 1024x637.jpg1.

Dalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.

Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.

Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.

Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times.

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acropolis

Caos controllato: come Washington sta sabotando il mondo multipolare e sacrificando l’Europa

di Thomas Fazi

Nonostante il suo potere in declino e le evidenti fratture interne, il blocco imperiale occidentale rimane straordinariamente unito; nel frattempo, la Maggioranza Globale continua a mancare di una coerenza strategica paragonabile

1cd2b77bb60a303da1acba854fab09d2 AP26120389785548 1.jpg1. L’illusione della multipolarità e il “caos orchestrato”

È opinione diffusa che stia emergendo un ordine multipolare, eppure lei ha descritto la politica estera degli Stati Uniti – in particolare sotto Trump – non come priva di obiettivi, ma come un “caos orchestrato”. In che modo Washington utilizza con successo questa strategia per ostacolare un nuovo ordine internazionale stabile, e chi sono le vittime principali: gli avversari dichiarati come la Cina o i “partner” europei?

Sì, credo che la strategia di Washington non sia priva di scopo, ma sia piuttosto la creazione deliberata di caos e disordine permanenti. Incapace di sconfiggere i propri rivali frontalmente, gli Stati Uniti cercano di impedire il consolidamento di qualsiasi ordine alternativo stabile. La logica è semplice: un mondo multipolare richiede, per definizione, un certo grado di ordine internazionale e prevedibilità. Smantellando sistematicamente quell’ordine — scartando i trattati, trasformando le sanzioni in armi, lanciando guerre illegali, destabilizzando gli Stati periferici — Washington si assicura che nessun sistema internazionale alternativo stabile e coerente possa mettere radici.

Sia la Cina che l’Europa sono bersagli di questa strategia di guerra per procura globalizzata, che prende di mira gli anelli deboli del sistema rivale, sebbene le due realtà la affrontino in modo molto diverso. La Cina è il principale avversario a lungo termine degli Stati Uniti, la cui ascesa deve essere rallentata a tutti i costi, ma la Cina è anche grande, dotata di armi nucleari e troppo integrata economicamente nel sistema globale per poter essere attaccata direttamente. L’Europa è molto più vulnerabile e, per molti versi, un bersaglio più immediatamente utile. Mantenere l’Europa destabilizzata, dipendente e legata a Washington attraverso la NATO e l’energia impedisce l’emergere dell’unico blocco geopolitico che, se mai raggiungesse una vera autonomia, potrebbe ribaltare in modo decisivo l’equilibrio globale: uno spazio economico eurasiatico pienamente integrato in un nuovo quadro globale multipolare o policentrico.

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lafionda

Il conto titoli del sovrano

di Margherita Furlan

Neoliberismo 1.jpgMentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.

Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.

 

Lo scalo di Pechino

La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.

Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.

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fuoricollana

C’è speranza nei BRICS. Oltre l’ordine americano-centrico

di Federico Losurdo

Speranza BRICS.jpgI BRICS sono il sintomo più visibile della crisi organica dell’ordine americano-centrico. Senza un’architettura di sicurezza davvero comune, il pluralismo dei poli rischia di precipitare in un nuovo conflitto mondiale. La speranza si chiama “multilateralismo trasformativo”.

* * * *

Se si vuole “prendere sul serio” il progetto dei BRICS, iniziato ormai da più di un quindicennio, occorre evitare due opposti “estremismi”: da un lato, la celebrazione del gruppo come “sol dell’avvenire”; dall’altro, la sua condanna come un nuovo “imperialismo”.

La prima impostazione, riduzionista e idealizzante, considera i BRICS come un progetto già compiuto in grado di proporsi sin d’ora quale alternativa coerente all’ordine americano-centrico. In realtà, i BRICS costituiscono ancora un’organizzazione istituzionale “leggera”, attraversata da interessi nazionali distinti che rendono difficile assumere posizioni condivise sui molteplici scenari di crisi internazionale (si pensi all’approccio a dir poco timido nei confronti di Israele e del genocidio a Gaza). L’eterogeneità del gruppo, ulteriormente accresciuta dal recente allargamento, non chiarisce la sua traiettoria: i BRICS mirano semplicemente a costituire un nuovo blocco geopolitico e geoeconomico oppure, almeno in prospettiva, si pongono la questione di un superamento dell’attuale modello di sviluppo neoliberista?

La seconda impostazione, riduzionista e liquidatoria, non dà il giusto peso all’intento dei BRICS di “revisionare” alcuni pilastri del declinante ordine americano-centrico. Nonostante contraddizioni interne, rese ancora più laceranti nello scenario dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”, i BRICS si pongono tre obiettivi comuni: a) la graduale riduzione della dipendenza dal dollaro e dalla connessa infrastruttura finanziaria; b) la trasformazione delle istituzioni multilaterali, ai fini di una loro democratizzazione; c) una innovativa concezione dei diritti umani, a partire dal riconoscimento di un diritto “universale” allo sviluppo. In fondo, i BRICS hanno una storia relativamente breve, se comparati ad altre organizzazioni internazionali, quali la NATO e la UE. Non è, insomma, ancora possibile prevedere se i BRICS rimarranno null’altro che un coordinamento di paesi “non allineati”, oppure se svilupperanno idee e progetti per una graduale trasformazione dello status quo.

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intelligence for the people

Scontro con la Russia: verso una guerra su scala europea? 

di Roberto Iannuzzi

0378dc45 48e0 4f77 a684 b18023fae544 900x600Il riarmo tedesco, le tensioni nel Baltico, e un cambio di equilibri a Mosca, possono estendere la guerra nel vecchio continente al di là dei confini ucraini, e portare a un’escalation nucleare

Nei giorni scorsi, i media occidentali hanno attirato l’attenzione su una frase pronunciata dal presidente russo Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni della vittoria sul nazismo, lo scorso 9 maggio, secondo cui il conflitto ucraino sarebbe ormai prossimo alla fine.

La frase alquanto vaga – “Credo che la questione stia per concludersi, ma si tratta davvero di una questione seria” – proferita a seguito di affermazioni molto dure nei confronti degli sforzi occidentali di sabotare ogni negoziato russo-ucraino, non deve far trarre conclusioni affrettate.

Putin ha menzionato le origini del conflitto, l’allargamento della NATO a dispetto degli accordi, e ha ribadito come, dal punto di vista russo, le leadership occidentali abbiano usato l’Ucraina come un ariete nel loro conflitto finalizzato a indebolire e destabilizzare la Russia.

Egli ha ricordato che gli europei hanno sabotato il negoziato tra Mosca e Kiev nell’aprile 2022, e ha rivelato che in quell’occasione il presidente francese Emmanuel Macron lo avrebbe ingannato spingendolo a ritirare le truppe russe da Kiev con il pretesto che gli ucraini non potevano firmare un accordo con una pistola puntata alla tempia.

Semmai, dalle dichiarazioni del presidente russo si evince che, a torto o a ragione, egli consideri in questo momento i paesi europei come una minaccia forse maggiore di quella rappresentata dagli Stati Uniti.

Questa persuasione, lungi dall’appartenere esclusivamente a Putin, sta prendendo piede negli ambienti politici russi.

In quattro anni di conflitto, lo schieramento occidentale ha infranto tabù che mai erano stati violati durante la Guerra Fredda. Paesi NATO hanno fornito a Kiev dati di intelligence e missili per colpire il territorio russo.

Nell’agosto del 2024, essi hanno appoggiato l’invasione ucraina dell’oblast russo di Kursk con armi e supporto logistico. E negli ultimi due anni hanno aiutato Kiev a colpire elementi chiave della deterrenza nucleare russa.

Nel corso del conflitto, gli europei hanno mantenuto una linea di inflessibile ostilità nei confronti di Mosca.

Secondo tale linea, la Russia costituirebbe una grave minaccia per l’intero continente, richiedendo perciò il riarmo europeo. Al tempo stesso, sarebbe debole in Ucraina e al proprio interno, e andrebbe dunque fiaccata ulteriormente.

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Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria

Alberto Deambrogio intervista Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)

Map Geopolitic Mackinder.gifAlberto Deambrogio: La tua analisi cerca di superare la visione puramente statocentrica della geopolitica classica. Ma come può un concetto apparentemente conservatore come il ‘Perno Geografico’ di Mackinder diventare uno strumento utile per comprendere le moderne lotte di classe su scala globale se non anche in una prospettiva rivoluzionaria?

Raffaele Sciortino: Tenere insieme queste dimensioni può dare l’impressione di un cortocircuito, ma credo che il loro intreccio si stia facendo sempre più evidente. Quanto alla Geopolitica intesa come disciplina, e tralascio qui la genealogia “scabrosa” dello stesso termine, il suo campo è la potenza nello spazio, più precisamente il potere statale moderno nel suo rapporto con lo spazio antropico configurato dalla socializzazione capitalistica (quindi, storicamente determinato: altro che continuità tra la “trappola di Tucidide” e lo scontro Usa/Cina oggi). Lo spazio è una cristallizzazione del processo storico sottoposto a sua volta a mutamento, è ambiente eminentemente sociale e teatro di forze globali più che mera posta in gioco dello scontro tra potenze. Il che rimanda all’esistenza dello Stato quale formazione non a sé stante, ma all’interno di un sistema di stati, un sistema internazionale con il suo relativo “ordine” (o disordine). E rimanda, insieme, alla dinamica dell’accumulazione capitalistica che si fa Weltmarkt, mercato mondiale. Ma, almeno per i marxisti, accumulazione significa rapporti di classe, relazioni oggettive tra classi, non come cornice esterna, ma costitutivi dell’”economia” (appunto: politica) attraverso il rapporto fondamentale capitale-lavoro salariato. Quindi, i tre termini dell’equazione: capitale, classi, Stato, vanno sempre insieme e non semplicemente giustapposti uno a fianco dell’altro, ma come facce di un medesimo prisma, e vanno declinati al plurale a partire dai molti capitali e, ripeto, dal sistema di stati. Altra storia è, ovviamente, fare di questo approccio il punto di partenza di analisi e politiche determinate e significative.

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acropolis

La NATO è una truffa pericolosa con cui l’America sta spremendo l’Europa

di Thomas Fazi

AP26120436667744 960x540 1.jpgLa strategia americana verso la NATO ha suscitato reazioni nettamente divergenti. Alcuni la salutano come un passo atteso da tempo verso la liberazione della Germania – e per estensione dell’Europa – dalla tutela militare americana, dato l’apparente “disimpegno” degli Stati Uniti dalla NATO. Altri la vedono come una pericolosa rinascita del nazionalismo militare tedesco, che evoca il capitolo più oscuro della storia europea del XX secolo. Entrambe le letture mancano il punto. Il riarmo della Germania non è concepito per rendere il Paese più sovrano dal punto di vista militare – nel bene o nel male. È concepito per elevare il ruolo della Germania a “vassallo in capo” all’interno della struttura di comando della NATO controllata dagli Stati Uniti. In questo senso, il battibecco tra Trump e Merz dovrebbe essere visto come poco più che teatro politico.

Trump ha messo ancora una volta in allarme gli europei. Questa volta ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania nell’ambito di una decisione del Pentagono innescata dalla disputa pubblica del presidente con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran. Il taglio ammonta a circa il 14% dei circa 35.000-36.000 soldati americani attualmente di stanza in Germania, e dovrebbe avvenire nell’arco di sei-dodici mesi, riportando i livelli delle forze statunitensi a quelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Trump ha lasciato intendere che potrebbero seguire ulteriori tagli. Ha definito la mossa una “punizione” per le critiche di Merz alla gestione della guerra da parte di Washington — compresa l’affermazione di Merz secondo cui l’Iran avrebbe “umiliato” gli Stati Uniti.

Questo fa parte di una più ampia offensiva che Trump ha sferrato contro gli alleati della NATO nelle ultime settimane, per il loro rifiuto di inviare forze navali per aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Ha detto ai membri della NATO che dovranno «iniziare a imparare a combattere da soli» perché «gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi». Trump ha anche minacciato di ritirare le truppe dall’Italia e dalla Spagna, e ha sollevato ancora una volta la prospettiva che gli Stati Uniti lascino del tutto la NATO. Alla domanda, in una recente intervista, se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Stati Uniti all’alleanza, Trump ha risposto: «Oh sì, direi che [è] oltre ogni riconsiderazione».

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comedonchisciotte.org

“L’energia è il principale campo di battaglia globale”

Giacomo Gabellini intervista Demostenes Floros

photo 2026 05 05 22 45 37.jpgGiacomo Gabellini: “Buongiorno a tutti. La guerra israelo-statunitense contro l’Iran si sta rivelando un salasso, specialmente per l’Europa. In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. “Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno”, ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Eurocamera.

“Tutti dobbiamo affrontare una dura realtà. Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni”, ha aggiunto la von der Leyen.

Benvenuta. Oltre l’aumento forsennato dei prezzi che interessa praticamente tutti i benchmark petroliferi, incombe minaccioso un ancor più grave problema della scarsità, già materializzatosi in Asia e in Africa e destinato a declinarsi anche in Europa. In questo contesto gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC Plus, abbandonando l’organismo dopo quasi 60 anni e liberandosi così dai relativi vincoli di produzione.

Prima che il conflitto precludesse ai produttori arabi del Golfo la possibilità di esportare, gli Emirati Arabi Uniti estraevano quasi 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio. A marzo 2026 il paese ha prodotto invece soltanto 2,37 milioni di barili al giorno a fronte di una capacità di quasi 4,3 milioni. Abu Dhabi ha investito 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva e da alcuni anni spingeva per ottenere quote più alte dall’OPEC, necessarie ad ammortizzare le spese sostenute fino ad ora.

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contropiano2

La bolla di illusioni dell’Occidente su Israele – e su se stesso – sta per scoppiare

di Jonathan Cook*

Starmer e Israele.jpgPer decenni, due narrazioni inconciliabili su Israele e le sue motivazioni sono coesistite in parallelo.

Da un lato, la narrazione ufficiale occidentale ritrae un coraggioso e assediato Stato di Israele “ebraico”, disperatamente impegnato a raggiungere la pace con i suoi ostili vicini arabi. Ancora oggi, questa narrazione domina il panorama politico, mediatico e accademico.

Più e più volte, o almeno così ci viene detto, Israele ha teso un ramoscello d’ulivo agli “arabi”, cercando l’accettazione, ma è sempre stato respinto.

Un sottotesto in gran parte inespresso suggerisce che i regimi presumibilmente irrazionali, sanguinari e antisemiti di tutta la regione avrebbero portato a termine il programma di sterminio nazista se non fosse stato per la protezione umanitaria offerta dall’Occidente a una minoranza vulnerabile.

La contro-narrazione palestinese, condivisa in gran parte del resto del mondo, viene soffocata nel silenzio in Occidente come una “calunnia del sangue” antisemita.

Il libro presenta Israele come uno stato etnicamente suprematista, fortemente militarizzato, armato dagli Stati Uniti e dall’Europa, determinato all’espansione, alle espulsioni di massa e al furto di terre.

Secondo questa interpretazione, l’Occidente ha impiantato Israele come avamposto militare coloniale, con lo scopo di sottomettere la popolazione palestinese autoctona e terrorizzare gli stati confinanti, costringendoli alla resa attraverso dimostrazioni di forza implacabili e schiaccianti.

I palestinesi non possono raggiungere la pace né alcun tipo di accordo, perché Israele persegue solo la conquista, il dominio e l’annientamento. Non è possibile alcuna via di mezzo.

La prova, fanno notare i palestinesi, è il persistente rifiuto di Israele di definire i propri confini. Con la crescita della sua potenza militare decennio dopo decennio, sono emerse agende politiche sempre più estreme, che chiedono non solo l’annessione da parte di Israele degli ultimi lembi di territorio palestinese illegalmente occupato, ma anche l’espansione verso stati confinanti come il Libano e la Siria.

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laboratorio

L’uscita degli Emirati arabi dall'OPEC, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump

di Domenico Moro

Immagine Eau.jpgCome abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa. La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi. La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.

L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.

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tempofertile

A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Seconda

di Alessandro Visalli

Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link.

web brics ansaSeconda stanza: Patnaik, la meccanica della necessità

Se fosse completa e adeguata al tempo l’analisi di Bond, con la sua diagnosi di “sub-imperialismo” riferita alla posizione dei paesi Brics sarebbe tecnicamente corretta. Nel paradigma Harvey-Bond, concentrato più su circolazione che su produzione, il punto dirimente non è, infatti, l’apparenza di ricchezza registrabile nelle forme di investimento, il capitale fisso, e finanche nel capitale fisso sociale (ma orientato a rendere possibili gli scambi e quindi soggetto al rischio di mutarsi in un mucchio di ruggine se questi si riducono), quanto il controllo effettivo dei flussi ed il potere che le metropoli esercitano sulle periferie per ottenere i saggi di sfruttamento del lavoro vivo necessari a tenere in piedi la meccanica complessiva della valorizzazione. Valorizzazione che si definisce alla scala del “sistema-mondo”.

In altre parole, lo schema teorico di Bond, in parte desunto dalla concettualità di Harvey e utilizzando la sistemazione di Ruy Mauro Martini di cui abbiamo parlato nella Parte Prima, definisce la posizione dei paesi Brics come strutturalmente subalterna al complessivo ciclo di valorizzazione del capitale egemonizzato dai centri “imperiali”. Ciclo che coinvolge le élite dei paesi semi-imperialisti, ma senza che queste possano governare i flussi, o definire i saggi di sfruttamento, ovvero di estrazione del surplus. Abbiamo visto dall’analisi di Marini che questa impossibilità deriva direttamente dalla incapacità di controllare la dinamica della tecnica, ovvero dalla subalternità tecnologica.

Se così non fosse bisognerebbe cambiare frame teorico e parlare, se mai, di “Co-imperialismo”, ma con seri problemi di tenuta del termine “Imperialismo”.

Ma se così fosse, come già visto, il nervosismo palese degli Stati Uniti in questi ultimi mesi e anni sarebbe difficile da spiegare.

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lantidiplomatico

Dall'Europa all'Asia: il piano di Washington per il dominio energetico globale attraverso il caos

di Brian Berletic - NEO

jcnvoasug.jpgA prima vista, la guerra degli Stati Uniti contro l'Iran appare come un catastrofico fallimento tattico e strategico, che dimostra i limiti della potenza militare americana e mette ulteriormente in luce i limiti della sua capacità militare-industriale.

Tuttavia, proprio come nel caso della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, tuttora in corso, l'incapacità degli Stati Uniti di sopraffare le nazioni bersaglio con una potenza militare diretta distoglie l'attenzione dai numerosi modi in cui perseguono i propri obiettivi geopolitici attraverso altri mezzi.

In Ucraina, gli Stati Uniti hanno categoricamente fallito nel sconfiggere le forze russe attraverso il sostegno ai loro alleati ucraini. Tuttavia, hanno sfruttato la guerra per intrappolare la Russia in un conflitto costoso, prolungato e ad alta intensità che ha palesemente compromesso gli interessi russi al di fuori dell'Europa, soprattutto in vista del collasso della Siria nel 2024.

La guerra è inoltre riuscita a isolare l'Europa dall'energia russa, economica, affidabile e abbondante, e sta rendendo l'Europa sempre più dipendente, e probabilmente in modo irreversibile, dagli Stati Uniti.

Questa dipendenza energetica dagli Stati Uniti ovviamente avvantaggia finanziariamente le multinazionali energetiche statunitensi, ma rafforza anche la leva strategica di Washington, se non addirittura il suo controllo assoluto, sull'Europa. Tale controllo viene utilizzato con successo per creare un fronte unito in tutta Europa contro la Russia.

Analogamente, gli Stati Uniti stanno usando la loro guerra contro l'Iran per strangolare le esportazioni di energia dall'intero Medio Oriente verso l'Asia, al fine di svincolare l'Asia da gas e petrolio economici, affidabili e abbondanti e renderla dipendente dagli Stati Uniti dal punto di vista energetico, fornendo così agli USA una leva strategica sull'Asia per creare un fronte unito simile contro la Cina.

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tempofertile

A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Prima

di Alessandro Visalli

gang dei 4.jpgIn questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare alla fine a una finestra dalla quale affacciarci.

Muoveremo nella prima stanza una lettura critica puntuale, di un interessante articolo[1] di Patrick Bond. In questo primo ambiente metteremo alla prova il suo frame analitico, nel secondo, lo confronteremo con il lavoro dei coniugi Patnaik. In questi primi due ambienti saranno presentate due versioni della ricezione contemporanea della Teoria della Dipendenza che fu oggetto di un mio libro nel 2020[2].

Nella terza stanza, la più ampia, finalmente esporremo un modello concettuale che può servire ad ampliare la percezione della dinamica Occidente/Brics. Lo scopo è di fornire le risorse analitiche per sfuggire al vicolo cieco nel quale, in modo diverso, mi pare ricadono sia Bond come i Patnaik nella loro ricerca di un “soggetto” di trasformazione. Soggetto che, nella forma da loro proposta, non esiste e non può esistere. Ovvero non può attivare la trasformazione del nostro mondo alla scala richiesta. Nello sviluppare questa critica utilizzo in parte risorse argomentative proposte in Classe e Partito[3].

La ragione della chiusura di Bond (e, per certi versi anche dei Patnaik) è che entrambi sono attivi politicamente nell’area di opposizione a due forme neoliberali che informano governi Brics. Si tratta di un atteggiamento più palese nel caso indiano, più mascherato in quello sudafricano. In particolare, il trauma di Bond, nato nel 1961, attivo nel ANC e nel primo governo Mandela, autore di testi importanti come Elite transition[4], e quindi deluso della direzione che il governo Sudafricano ha preso, di fronte alle sfide dello sviluppo di un paese altamente complesso e con ineguaglianze profonde, lo porta ad una postura molto comune. In sostanza si accontenta di aprire il conflitto sociale senza indicare alternative regolative e restando sostanzialmente sul gesto. Questa mossa, diversamente da quella dei Patnaik, risuona peraltro, e profondamente, con una certa linea critica del Marxismo Occidentale, oggetto dell’ultimo libro del noto storico e filosofo marxista Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale[5], e testo centrale di una trilogia che rappresenta il suo lascito più importante[6].

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sinistra

L'Impero Occidentale: Il Grande Buco Nero

di Carlos Javier Blanco Martín

Rappresentazione artistica di un buco nero ultramassiccio con disco di accrescimentoIl tramonto dell'Impero d'Occidente sarà sanguinoso e porterà il mondo sull'orlo della distruzione.

Parlo dell'Impero Occidentale nel seguente senso: questo concetto consiste fondamentalmente in un nucleo centrale, gli Stati Uniti, e nella sua estensione, l'entità sionista. A sua volta, l'entità sionista, oltre a essere un'estensione, è una sorta di tumore duplicato che si annida nel cuore stesso del potere americano e, dal 1948, anche in Oriente.

L'entità sionista è comandata da sionisti cristiani ed ebrei sionisti sul lato americano, e da ebrei sionisti sul lato orientale.

La sua violenza fanatica e millenaristica, pseudo-religiosa, il perseguimento di programmi, piani e obiettivi di natura suprematista rendono questa entità un pericolo per gli stessi americani, in una parte del mondo, e un orrore per i popoli arabi (musulmani e cristiani), persiani e altri vicini nella parte orientale.

Questo Impero occidentale ha una cintura di alleati-vassalli , rappresentata dagli inglesi e da altre nazioni dominate dagli anglosassoni. Attualmente, durante il secondo mandato di Trump, è ormai chiaro che gli altri stati dell'Europa occidentale (Germania, Francia, Italia, Spagna, ecc.), dominati dall'UE autocratica, non godono del doppio status di alleati-vassalli , ma sono semplicemente vassalli.

Le reazioni dei leader europei alle frequenti umiliazioni trumpiane nel corso della guerra in Ucraina, in Iran e anche nel corso del genocidio a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, non lasciano spazio a dubbi: gli europei occidentali sono sempre stati stati vassalli sin dalla sconfitta del nazismo nel 1945.

La sconfitta di questo regime mostruoso, guidato da Hitler, fu al tempo stesso la sconfitta di una civiltà in declino da decenni: la civiltà europea. I nazisti, e in particolare la fazione razzista hitleriana, dilapidarono completamente il potenziale egemonico della Germania e si scagliarono follemente contro la Russia.