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carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

211743727 c5ebd2f4 d0f1 4de7 9408 09a4796152f3.jpgL’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare ed economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale a una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente.

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lantidiplomatico

L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina

di Mario Petri* e Maxim Ospovat

nfsnifnkv.jpgC’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.

C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.

“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci

L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.

Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.

Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.

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lafionda

“Sequencing" e disperazione strategica

di Salvatore Minolfi

Screen Shot 2017 08 31 at 14.09.43 1000x651 1.pngNon sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire a un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.

Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.

Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .

Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.

Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.

La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.

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seminaredomande

L’inganno del Mercosur: la regia dei fondi USA dietro il trattato

di Francesco Cappello

Da BlackRock a Vanguard, ecco come i giganti della finanza globale vorrebbero controllare contemporaneamente chimica, agrobusiness e Big Pharma, stringendo l’Europa in una morsa commerciale e sanitaria. Pesticidi vietati esportati in Sudamerica e carne a basso costo sulle nostre tavole. Il business a tre stadi dei fondi d’investimento che Bruxelles tenta di imporre aggirando i giudici europei

Gemini Generated Image 966vl6966vl6966v 1140x641.pngSe proviamo a sollevare il velo di propaganda che avvolge il Trattato Mercosur, ci accorgiamo che non siamo di fronte a un accordo di cooperazione, ma a un gigantesco meccanismo di sottomissione economica. Si tratta di un patto di stampo neo-coloniale fondato sullo scambio ineguale. Da una parte l’Europa, disperatamente a caccia di mercati per piazzare le sue automobili e i suoi prodotti chimici; dall’altra i colossi del Sudamerica, pronti a invadere i nostri mercati con prodotti agricoli e produzioni animali di bassa qualità a basso costo. Dietro questa facciata commerciale si nasconde un’architettura finanziaria spietata, che mette a rischio la nostra salute, l’ambiente e la sopravvivenza stessa delle nostre aziende e campagne.

 

I direttori d’orchestra: il filo rosso dei grandi fondi d’investimento

La prima grande insidia, la più profonda e invisibile ai non addetti ai lavori, riguarda i veri registi di questa operazione. Non sono semplicemente gli Stati a volere questo trattato, e nemmeno le singole multinazionali. Il vero trait d’union è rappresentato dai grandi fondi di investimento internazionali, colossi finanziari globali come BlackRock, Vanguard e State Street. Questi giganti della finanza non siedono da una sola parte del tavolo: controllano contemporaneamente le quote azionarie sia delle multinazionali europee che di quelle sudamericane.

Si tratta di un circuito chiuso perfetto. Gli stessi fondi che possiedono pacchetti azionari decisivi in aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche europee sono anche i principali azionisti dei colossi dell’agrobusiness oltreoceano. Per questi registi globali, il trattato Mercosur è il capolavoro definitivo: permette di massimizzare i profitti da entrambi i lati del pianeta, abbattendo le barriere doganali e costringendo i cittadini a pagare il prezzo sociale e ambientale di questa enorme operazione di speculazione.

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lafionda

Europa e Russia: il negoziatore impossibile

di Giuseppe Gagliano

48dfa6973630a70847f6a975204f330f 1733060933 extra largeLa sedia vuota di Bruxelles

A Bruxelles esiste una funzione di cui tutti parlano e che nessuno, in realtà, può esercitare: quella di un eventuale inviato europeo incaricato di negoziare con la Russia. Il problema non è trovare un diplomatico esperto, un ex capo di Stato o una personalità capace di parlare con Mosca. Il problema è più profondo: il mandato è già svuotato in partenza.

L’Unione Europea afferma di voler pesare nella fase diplomatica del conflitto ucraino, ma ha costruito essa stessa le condizioni che rendono questa ambizione quasi impossibile. Quando l’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, dichiara che l’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina perché è dalla parte di Kiev e difende i propri interessi di sicurezza, dice una verità politica. Ma quella verità distrugge, nello stesso momento, la possibilità di una mediazione europea.

Un mediatore non è un avvocato. Un negoziatore credibile agli occhi di Mosca non può essere percepito come la semplice proiezione diplomatica del campo avverso. Eppure è esattamente così che la Russia vedrebbe qualsiasi inviato europeo: non come un’alternativa al canale americano, ma come una versione più ideologica, più rigida e meno pragmatica della posizione occidentale.

 

Il vuoto americano e l’incapacità europea

Il paradosso è che lo spazio diplomatico esiste. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno ridotto il loro investimento diretto nella gestione politica del conflitto ucraino. Mosca desidera un processo più stabile, con gruppi di lavoro, incontri regolari e una catena diplomatica strutturata. La Russia non vuole soltanto visite intermittenti di emissari presidenziali, ma un negoziato continuo, con interlocutori capaci di decidere.

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sinistra

La lotta per un ordine multipolare dall'interno dello stesso Impero occidentale

di Carlos Javier Blanco Martín

Scacchiera multipolareData la situazione mondiale, sarebbe normale e prevedibile un aumento del sentimento anti-americano e anti-sionista all'interno del blocco stesso soggetto all'Impero occidentale. Tale sentimento è diffuso, contrariamente ai desideri delle élite dominanti. Sfortunatamente, non si è ancora concretizzato in un movimento di protesta organizzato.

Le analisi ottimistiche sulla forza dei BRICS e sul loro ruolo di agenti di costruzione di un nuovo ordine mondiale sottolineano il fatto tangibile che in gran parte del globo, circa la metà, gli Stati Uniti e i "valori dell'Occidente" non sono più considerati un punto di riferimento. Gli Stati Uniti non perseguono alcun obiettivo positivo, non sono una potenza in grado di fungere da guida, né volontariamente né con la forza. Al contrario, in quella metà del mondo liberata dal colonialismo yankee, estranea all'Impero, si stanno sviluppando modalità di scambio (commerciali e finanziarie, energetiche, diplomatiche, istituzionali, ecc.) molto diverse da quelle delle Americhe, divergenti da quelle imposte dal gigante americano dopo il 1945. Dall'altra parte del mondo si sta diffondendo tra i popoli del Sud del mondo e dei BRICS la consapevolezza di poter vivere al di fuori della gabbia del dollaro. Questo articolo si interroga sulla possibilità che, all'interno della gabbia occidentale, tale consapevolezza – anch'essa in crescita – possa organizzarsi contro le élite dominanti e fare causa comune con i popoli già liberati.

L'Europa occidentale e gran parte dell'America Latina sono rinchiuse nella gabbia del dollaro (e dell'euro), dell'atlantismo, del liberalismo, dell'impero. È il tempo del popolo.

Sia all'interno che all'esterno dell'Occidente, dovrebbe esserci un'effettiva deamericanizzazione di queste altre grandi regioni del pianeta. Nel Sud del mondo e nei paesi BRICS sta già accadendo, e dobbiamo unirci a questa corrente.

La caduta dell'URSS e l'immediata delegittimazione del cosiddetto "socialismo reale" a partire dal 1989 hanno comportato l'avvento di un'ondata neoliberale e occidentale superficiale e accelerata nei paesi che non avevano subito gli intensi e dirompenti processi di americanizzazione dell'Europa occidentale e dell'America Latina . In Russia e in molti paesi slavi, asiatici, africani, ecc., si è rivelata cruciale l'avvento di regimi più o meno democratici, ma comunque difensori dell'identità e dell'economia nazionale, regimi che si allontanavano dallo standard (neo)liberale di stampo anglosassone .

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laboratorio

Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi

di Domenico Moro

Guerra e petrolio immagineNonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]

In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

 

Il petrolio e le due guerre mondiali

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante.  Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].

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Sull’orlo del baratro: la Nato verso la guerra totale con la Russia

di Thomas Fazi

Thomas Fazi sostiene che il pericolo di un conflitto totale tra Europa e il Cremlino è più alto che mai - più che ai tempi della Guerra fredda. L’analista mette in luce la drammatica escalation bellica, dove i raid dei droni ucraini, guidati dalle tecnologie occidentali, stanno riducendo al minimo le possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. Tra la nascita del nuovo asse militare-industriale fra Berlino e Kiev, l’allarme geopolitico nel Mar Baltico e le pressioni dei falchi di Mosca su Putin per una risposta nucleare, l’Occidente ha smarrito la lungimiranza politica per frenare la corsa verso la catastrofe

Napoleons retreat from Moscow by Adolph Northen.jpgLa vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza.

A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla.

Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.

Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.

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analisidifesa

Se gli Stati Uniti diventano una super potenza inaffidabile

di Gianandrea Gaiani

P20260519DT 1475L’Amministrazione Trump continua a mischiare le carte in tavola e a rendere instabile ciò che fino a poche ore prima appariva una tendenza ormai consolidata. Il mondo e i media non hanno fatto in tempo ad attribuire finalmente una concreta credibilità al processo negoziale con l’Iran (vedere l’articolo pubblicato la sera del 23 maggio e l’editoriale del 25 maggio) che Domald Truimpèè riuscito a modificare radicalmente i presupposti dell’accordo con Teheran e a riaprire brevemente le ostilità con attacchi “per autodifesa” contro postazioni missilistiche e navi iraniane.

Sul piano politico, proprio mentre sembrava imminente la convergenza su un’intesa di massima da affinare nel corso del cessate il fuoco esteso per altri 60 giorni, Trump ha rilanciato affermando che dopo i colloqui con i leader di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Giordania Egitto e Bahrein e soprattutto “dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo”.

A parte il fatto che “il puzzle molto complesso” è stato determinato dall’attacco di USA e Israele all’Iran del 28 febbraio scorso e a parte il fatto che Emirati Sarabi Uniti e Bahrein hanno già sottoscritto gli accordi di Abramo che normalizzano i rapporti con Israele, quanto scritto da Trump su Truth aveva evidentemente l’obiettivo di mischiare nuovamente le carte e rendere più arduo il raggiungimento di un’intesa con l’Iran.

Trump ammette che “è possibile che uno o due di essi abbiano una ragione per non aderire, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale, persino in questo periodo di conflitto e guerra, con gli attuali membri che non hanno mai nemmeno ipotizzato di ritirarsi o di prendersi una pausa.  

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contropiano2

Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio

di Richard Medhurst

petrogas dollar.jpgRiportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, Al Jazeera, FOX News, RT.

Medhurst è diventato famoso quando, il 15 agosto 2024, è diventato il primo giornalista arrestato sulla base del Terrorism Act del 2000, appena atterrato all’aeroporto londinese di Heathrow. La condanna arrivata da varie organizzazioni giornalistiche internazionali non ha impedito che, il 3 febbraio 2025, Medhurst venisse di nuovo arrestato dalle autorità austriache, che sequestrarono inoltre i suoi dispositivi elettronici.

Insomma, la sua attività giornalistica rappresenta quel tipo di indipendenza dell’informazione che è sempre più sotto attacco in una Europa che sta correndo sulla strada della repressione e della censura per far fronte alla propria crisi egemonica e strutturale. Riteniamo perciò interessante leggere le sue riflessioni intorno a un nodo fondamentale dell’attuale sistema finanziario globale: il controllo del petrolio e il ruolo del dollaro [red.].

* * * *

Si è tentati di credere che la macchina da guerra degli Stati Uniti sia finita. Dal punto di vista militare, l’Iran ha effettivamente inflitto agli Stati Uniti la peggiore umiliazione della storia moderna – di cui ho parlato in modo dettagliato. Ma dietro le quinte, Washington ha silenziosamente messo a segno una rapina a mano armata alle riserve mondiali di petrolio e gas. Tutte quante.

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seminaredomande

I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino

di Francesco Cappello

La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo

IMG 0072 1140x641.jpegPensavamo che la questione fosse risolta ad Anchorage, ma non è così… “Dopo che il nostro Presidente ha accettato la proposta del Presidente americano ad Anchorage, vorrei sapere perché sta succedendo tutto questo. Presto sarà passato un anno dal vertice in Alaska. Non c’è stato alcun progresso, nemmeno nel comportamento di Zelensky e degli europei, nessun cambiamento. Al contrario, stanno diventando sempre più aggressivi e sfrontati.” Lavrov, il ministro degli esteri russo, sui negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina. Ancora Lavrov: ”L’Occidente, sotto la bandiera del nazismo e del revanscismo, sta creando un gruppo d’attacco paneuropeo contro la Russia.”

 

La marcia forzata verso il conflitto continentale: La ristrutturazione bellica dell’Occidente

La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo. Quella che inizialmente veniva descritta dalle cancellerie europee e da Washington come un’assistenza logistica strettamente limitata e difensiva si è trasformata in una mobilitazione industriale, strategica e psicologica a lungo termine. L’Alleanza Atlantica sta attivamente predisponendo i propri apparati statali a uno scontro militare diretto, un processo che si palesa attraverso la progressiva rimozione dell’ambiguità strategica, l’allineamento dei confini geo-strategici, l’invio di contingenti massicci e simulazioni tattiche senza precedenti che penetrano fin nel cuore delle metropoli europee.

 

Il coinvolgimento operativo diretto e la strategia della provocazione

Il primo indicatore di questa transizione risiede nella natura stessa delle operazioni militari condotte in profondità nel territorio della Federazione Russa.

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transform

Oltre l’egemonia statunitense: risultati e percezioni del confronto tra Xi e Trump

di Alessandro Scassellati

042553172 e10952ab f126 4415 883e 70864e7ee4c0.jpgL’incontro avvenuto la scorsa settimana (14-15 maggio) tra il Presidente cinese Xi Jinping e il Presidente statunitense Donald Trump non può essere derubricato a semplice vertice bilaterale; esso segna un punto di svolta, non tanto per la risoluzione dei conflitti strutturali tra le due superpotenze, quanto per la cristallizzazione di un nuovo ordine mondiale in cui l’egemonia statunitense appare visibilmente incrinata. Ha rappresentato l’istantanea plastica di un passaggio d’epoca. In un mondo segnato dalla frammentazione geopolitica e dalla ridefinizione violenta delle sfere di influenza, i due leader si sono incontrati per gestire non una collaborazione, ma una competizione esistenziale che ridefinisce i confini del possibile per il XXI secolo. Il vertice si è svolto in un clima di pragmatismo gelido, lontano dai fasti di Mar-a-Lago del 2017 o dalla diplomazia dei panda degli anni Novanta, riflettendo la consapevolezza che il terreno di scontro si è ormai spostato su un piano strutturale, tecnologico e identitario.

 

Il teatro delle percezioni: l’imperatore e il negoziatore

La dinamica personale tra Xi Jinping e Donald Trump è intrisa di un simbolismo che va oltre la semplice politica estera. La percezione reciproca non è di fiducia, ma di mutuo riconoscimento di una forza che non può essere cancellata, ma solo contenuta o aggirata.

Xi Jinping si è presentato al vertice con la postura di chi guida una civiltà millenaria in fase di “rinascita nazionale”; con l’aura del leader a vita, architetto del “Sogno Cinese”, la cui percezione di sé è ormai indissolubilmente legata alla missione storica di riportare la Cina al centro del sistema internazionale. Per Xi, il potere non è solo esercizio di governo, ma una missione storica finalizzata a rimediare definitivamente al “secolo delle umiliazioni” iniziato con le guerre dell’oppio (1836-1842 e 1856-1860). La sua percezione di Trump è profondamente mutata rispetto al primo mandato del tycoon: se nel 2017 lo considerava un’anomalia del sistema, un outsider imprevedibile ma gestibile, oggi lo vede come il sintomo terminale di una democrazia liberale in crisi d’identità.

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acropolis

La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale

Crisi in Medio Oriente nel contesto del declino statunitense

Chris Hedges intervista Richard Wolff

84de69f0 f32a 4c4f ab0a 8c2039538302 1024x637.jpg1.

Dalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.

Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.

Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.

Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times.

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acropolis

Caos controllato: come Washington sta sabotando il mondo multipolare e sacrificando l’Europa

di Thomas Fazi

Nonostante il suo potere in declino e le evidenti fratture interne, il blocco imperiale occidentale rimane straordinariamente unito; nel frattempo, la Maggioranza Globale continua a mancare di una coerenza strategica paragonabile

1cd2b77bb60a303da1acba854fab09d2 AP26120389785548 1.jpg1. L’illusione della multipolarità e il “caos orchestrato”

È opinione diffusa che stia emergendo un ordine multipolare, eppure lei ha descritto la politica estera degli Stati Uniti – in particolare sotto Trump – non come priva di obiettivi, ma come un “caos orchestrato”. In che modo Washington utilizza con successo questa strategia per ostacolare un nuovo ordine internazionale stabile, e chi sono le vittime principali: gli avversari dichiarati come la Cina o i “partner” europei?

Sì, credo che la strategia di Washington non sia priva di scopo, ma sia piuttosto la creazione deliberata di caos e disordine permanenti. Incapace di sconfiggere i propri rivali frontalmente, gli Stati Uniti cercano di impedire il consolidamento di qualsiasi ordine alternativo stabile. La logica è semplice: un mondo multipolare richiede, per definizione, un certo grado di ordine internazionale e prevedibilità. Smantellando sistematicamente quell’ordine — scartando i trattati, trasformando le sanzioni in armi, lanciando guerre illegali, destabilizzando gli Stati periferici — Washington si assicura che nessun sistema internazionale alternativo stabile e coerente possa mettere radici.

Sia la Cina che l’Europa sono bersagli di questa strategia di guerra per procura globalizzata, che prende di mira gli anelli deboli del sistema rivale, sebbene le due realtà la affrontino in modo molto diverso. La Cina è il principale avversario a lungo termine degli Stati Uniti, la cui ascesa deve essere rallentata a tutti i costi, ma la Cina è anche grande, dotata di armi nucleari e troppo integrata economicamente nel sistema globale per poter essere attaccata direttamente. L’Europa è molto più vulnerabile e, per molti versi, un bersaglio più immediatamente utile. Mantenere l’Europa destabilizzata, dipendente e legata a Washington attraverso la NATO e l’energia impedisce l’emergere dell’unico blocco geopolitico che, se mai raggiungesse una vera autonomia, potrebbe ribaltare in modo decisivo l’equilibrio globale: uno spazio economico eurasiatico pienamente integrato in un nuovo quadro globale multipolare o policentrico.

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lafionda

Il conto titoli del sovrano

di Margherita Furlan

Neoliberismo 1.jpgMentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.

Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.

 

Lo scalo di Pechino

La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.

Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.