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L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

di Alessandro Scassellati

Uncle Sam Straddles the Americas Cartoon.jpgL’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?

* * * *

L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.

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analisidifesa

Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

di Gianandrea Gaiani

HLGzcYtWQAAAcWS.jpgChi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.

Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.

Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.

Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.

“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.

Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana in Europa.

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lafionda

La guerra fredda culturale

di Piero Bevilacqua

i id14668 mw1000 1x.jpgChiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.

Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.

Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.

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intelligence for the people

La mobilitazione europea contro la Russia e i fantasmi del passato

di Roberto Iannuzzi

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 40c5776f e809 4a91 9b25 379b5f5bd46a 1027x647.jpegIl conflitto è ormai uno scontro militare diretto tra Mosca e i paesi membri della NATO. Dal punto di vista russo, la storia si ripete a 85 anni dall’inizio dell’Operazione Barbarossa

Il 22 giugno di ottantacinque anni fa (1941), la Germania nazista lanciò contro l’Unione Sovietica la più grande invasione militare della storia mobilitando milioni di soldati e migliaia di aerei, carri armati e veicoli motorizzati.

Denominata “Operazione Barbarossa”, l’invasione avrebbe aperto il rovinoso fronte orientale della seconda guerra mondiale.

La distruzione di intere città, lo sfollamento e la morte di decine di milioni di persone, e le immense sofferenze umane prodotte da una simile catastrofe, avrebbero rappresentato un monito per l’intera umanità negli anni a venire.

Nella sua opera “The Wages of Destruction”, lo storico Adam Tooze evidenzia la logica economica alla base dell’operazione nazista. Per sfidare lo strapotere economico degli Stati Uniti e dell’impero britannico, Hitler aveva bisogno delle enormi risorse naturali dell’Europa orientale e del Caucaso.

Secondo Tooze, l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica può essere meglio compresa come l’ultima grande conquista territoriale nella lunga e sanguinosa storia del colonialismo europeo:

Lo sterminio della popolazione ebraica fu il primo passo verso l’eliminazione dello stato bolscevico. A ciò seguì una gigantesca campagna di bonifica e colonizzazione. Questa non comportò solo l’eliminazione della popolazione ebraica, ma anche lo “sgombero” della stragrande maggioranza della popolazione slava e l’insediamento di coloni tedeschi su milioni di ettari di Lebensraum orientale.

Ricordando questo tragico periodo della storia del suo paese, il giornalista e storico russo Evgeny Norin ha scritto nei giorni scorsi che il 22 giugno del 1941 avrebbe segnato l’inizio del disastro per l’URSS e per la Russia:

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lafionda

L’Italia come retrovia della guerra americana

di Giuseppe Gagliano

1782313711 AP24081475050562.jpgLa sovranità dichiarata e la sovranità operativa

Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.

Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.

Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.

 

Il problema politico per Giorgia Meloni

Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile.

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Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

di Redazione

Lavrov nuova 720x300.jpgIl livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. E’ inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

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analisidifesa

NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina

di Gianandrea Gaiani

1466995.jpgI russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.

Eppure, politica e media in Europa raccontano l’opposto. “La situazione sta cambiando per l’Ucraina. Stiamo vedendo che sta tenendo duro e sta persino recuperando terreno, almeno in parte” ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e impegnata a mostrare una compattezza del fronte occidentale che sta invece evaporando.

Sulla stessa linea il cancelliere Frederich Merz, alla testa delle nazioni UE baltiche e scandinave in prima linea nel sostenere il confronto con la Russia e impegnato a quanto sembra a scongiurare (o rimandare) ogni ipotesi di dialogo tra Bruxelles e Mosca.

Secondo Merz, la Ue dovrebbe concentrarsi sul raggiungimento di una posizione comune che guidi i futuri negoziati di pace con la Russia, piuttosto che su chi debba parlare al momento opportuno. Il cancelliere ha sottolineato anche l’importanza del formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) per il coordinamento degli sforzi europei, che, ha affermato, è stato un “esplicito desiderio dell’Ucraina”.

Un formato criticato apertamente dalla Polonia, in piena crisi politica e diplomatica con Kiev. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato il ruolo che si è ritagliato l’E3 nei colloqui sulla guerra in Ucraina.

“Tra il Mar Nero, il Mar Baltico e l’Adriatico vivono 120 milioni di persone nell’UE; se si aggiunge la Scandinavia, si arriva a 150 milioni di persone che sono minacciate dall’aggressione russa in modo molto più diretto rispetto alla Germania”, ha affermato alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.

“Noi siamo vicini sia della Russia che dell’Ucraina, voi in Germania no“, ha continuato proponendo di “seguire la via delle istituzioni previste dai trattati dell’Ue, come il presidente del Consiglio europeo”. Oppure si dovrebbe lavorare a una “coalizione dei volenterosi” che rappresenti il continente nei negoziati.

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lafionda

Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica

di Giuseppe Gagliano

5214 1600 0 23d688e682.jpegIl memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.

La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.

Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei propri alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.

 

Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva

Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.

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La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE

di Alessandro Scassellati

53b0aa4bb6466bc02a9a539549184945.jpgIl panorama globale dell’IA nel 2026 è segnato da una frattura filosofica e industriale ormai insanabile tra le due superpotenze tecnologiche. Da un lato, gli Stati Uniti hanno consolidato un modello di business definibile “a castello”: un ecosistema chiuso, centralizzato e protetto da altissime barriere d’ingresso economiche, legali e computazionali. Giganti come OpenAI, Microsoft, Amazon, Anthropic e Google vendono l’accesso alla “conoscenza” come un servizio cloud (SaaS), mantenendo un controllo totale sui “pesi” dei modelli (i pesi o weights sono i valori numerici – miliardi di parametri – che un modello ha appreso durante la fase di addestramento; sono, in pratica, la sua memoria e la sua capacità di ragionamento), sugli algoritmi e sui preziosi dati di addestramento. Questo approccio closed-source crea una dipendenza tecnologica globale dai server della Silicon Valley, accentrando il valore economico e decisionale nel cloud, in una sorta di neofeudalesimo digitale dove l’utente è un semplice abbonato e produce dati senza essere retribuito, alla stregua di un servo della gleba (le persone vengono smaterializzate in dati e attraverso la banca dati sono trasformate in segmenti di mercato, in campioni statistici, in archivi diversi interoperabili). I dati di cui i sistemi di IA hanno bisogno spesso non vengono acquisiti con mezzi del tutto leciti, per non parlare di equi. Le aziende che si occupano di IA si appropriano della conoscenza umana, automatizzano i processi lavorativi, li brevettano e poi tentano di rivenderci tutto questo. Il governo statunitense asseconda gli oligarchi della tecnologia per timore di perdere la corsa al vantaggio tecnologico, nonostante la diffusa ostilità dell’opinione pubblica verso i sistemi di IA1.

Dall’altro lato, la Cina ha adottato una strategia “a sciame”, agile e distribuita. Consapevole delle limitazioni imposte dalle sanzioni occidentali sull’hardware avanzato, Pechino ha spinto i propri campioni nazionali — Alibaba, DeepSeek, Huawei — a rilasciare modelli open-weight estremamente efficienti. I modelli open-weight rappresentano una via di mezzo tra i modelli totalmente “chiusi” (proprietari) e quelli puramente open source. Questa scelta non è filantropica, ma tattica: distribuire il “motore” dell’IA permette una diffusione capillare su dispositivi locali (Edge AI), garantendo sovranità dei dati e indipendenza dalle infrastrutture straniere.

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Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente

di Giacomo Gabellini

1473963.jpgLo scorso 3 giugno, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si è aperto sotto una densa colonna di fumo nero provocata dagli attacchi ucraini, che con diverse ondate di droni hanno colpito siti energetici e militari nelle adiacenze della grande città russa.

Gli Uav a lungo raggio ucraini hanno colpito i bersagli alla presenza di circa 20.000 delegati provenienti da 130 Paesi di tutto il mondo, con l’obiettivo di minare urbi et orbi la credibilità del Cremlino.

La vulnerabilità della Federazione Russa, palesata dai continui attacchi ucraini, è stata esaminata nel dettaglio durante una sessione del Forum dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, consigliere dell’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, docente presso l’università statale di Mosca ed ex colonnello dell’SVR (Služba vnešnej razvedki) è il Servizio di intelligence estero russo) con trascorsi nell’intelligence sovietica.

Durante la lunga carriera nel servizio di sicurezza estero russo, Bezrukov aveva operato sotto copertura negli Stati Uniti con l’identità di Donald Heathfield, prima di essere arrestato dall’FBI e consegnato successivamente a Mosca nell’ambito di uno scambio di agenti segreti con Washington.

Nel suo intervento al Forum, Bezrukov ha dichiarato la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla   conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.

Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’SVR, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» basata sulla logica dell’attrito che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a protrarsi per decenni plasmando almeno due generazioni di russi che saranno chiamati ad adattarsi se stessi, la società e l’economia nazionale a un clima di belligeranza permanente.

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lafionda

Delirio finanziario e contraddizione immanente

di Fabio Vighi

data economy2.jpgLa vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale.

 

Il delirio

Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà.

Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità.

Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite.

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carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

211743727 c5ebd2f4 d0f1 4de7 9408 09a4796152f3.jpgL’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare ed economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale a una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente.

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lantidiplomatico

L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina

di Mario Petri* e Maxim Ospovat

nfsnifnkv.jpgC’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.

C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.

“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci

L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.

Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.

Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.

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lafionda

“Sequencing" e disperazione strategica

di Salvatore Minolfi

Screen Shot 2017 08 31 at 14.09.43 1000x651 1.pngNon sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire a un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.

Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.

Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .

Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.

Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.

La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.

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seminaredomande

L’inganno del Mercosur: la regia dei fondi USA dietro il trattato

di Francesco Cappello

Da BlackRock a Vanguard, ecco come i giganti della finanza globale vorrebbero controllare contemporaneamente chimica, agrobusiness e Big Pharma, stringendo l’Europa in una morsa commerciale e sanitaria. Pesticidi vietati esportati in Sudamerica e carne a basso costo sulle nostre tavole. Il business a tre stadi dei fondi d’investimento che Bruxelles tenta di imporre aggirando i giudici europei

Gemini Generated Image 966vl6966vl6966v 1140x641.pngSe proviamo a sollevare il velo di propaganda che avvolge il Trattato Mercosur, ci accorgiamo che non siamo di fronte a un accordo di cooperazione, ma a un gigantesco meccanismo di sottomissione economica. Si tratta di un patto di stampo neo-coloniale fondato sullo scambio ineguale. Da una parte l’Europa, disperatamente a caccia di mercati per piazzare le sue automobili e i suoi prodotti chimici; dall’altra i colossi del Sudamerica, pronti a invadere i nostri mercati con prodotti agricoli e produzioni animali di bassa qualità a basso costo. Dietro questa facciata commerciale si nasconde un’architettura finanziaria spietata, che mette a rischio la nostra salute, l’ambiente e la sopravvivenza stessa delle nostre aziende e campagne.

 

I direttori d’orchestra: il filo rosso dei grandi fondi d’investimento

La prima grande insidia, la più profonda e invisibile ai non addetti ai lavori, riguarda i veri registi di questa operazione. Non sono semplicemente gli Stati a volere questo trattato, e nemmeno le singole multinazionali. Il vero trait d’union è rappresentato dai grandi fondi di investimento internazionali, colossi finanziari globali come BlackRock, Vanguard e State Street. Questi giganti della finanza non siedono da una sola parte del tavolo: controllano contemporaneamente le quote azionarie sia delle multinazionali europee che di quelle sudamericane.

Si tratta di un circuito chiuso perfetto. Gli stessi fondi che possiedono pacchetti azionari decisivi in aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche europee sono anche i principali azionisti dei colossi dell’agrobusiness oltreoceano. Per questi registi globali, il trattato Mercosur è il capolavoro definitivo: permette di massimizzare i profitti da entrambi i lati del pianeta, abbattendo le barriere doganali e costringendo i cittadini a pagare il prezzo sociale e ambientale di questa enorme operazione di speculazione.