Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 192
IA: la bolla e lo spillo
di Vladimiro Giacché - Michele Tonoletti*
E’ passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare).
I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due studiosi di primo piano, il sospetto che la “bolla” dell’IA sia in un condizione molto più che critica. Se ne è accorto ormai anche Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria. Non siamo al “si salvi chi può”, ma i cigni neri svolazzano da tutte le parti…
* * * *
Lo scorso dicembre abbiamo realizzato uno studio dedicato all’ecosistema IA statunitense e alle elevate quotazioni raggiunte dai relativi titoli azionari (1).
Queste le nostre conclusioni di allora:

- Details
- Hits: 1111
La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies
Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite. Le priorità corrotte del governo statunitense lasciano irrisolti i nostri problemi più gravi, minando al contempo gli sforzi globali per affrontarli, dalla distruzione del clima e dell’ambiente naturale al pericolo sempre presente di una guerra nucleare. Come suggeriscono i risultati delle elezioni primarie di quest’anno, la maggior parte degli americani desidera una società che si prenda cura dei suoi cittadini, con un governo che risponda ai nostri bisogni più urgenti. Ciò deve certamente includere lo smantellamento di questa macchina da guerra fallimentare, corrotta, fuori controllo e assurdamente costosa.
* * * *
Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute ( SIPRI), gli Stati Uniti hanno speso 21 trilioni di dollari per le proprie forze armate tra il 2001 e il 2024 (in dollari costanti del 2024), una cifra pari alla spesa militare complessiva dei successivi diciotto paesi. L’Iran è a malapena presente in questa lista, avendo speso solo il 2% di quanto speso dagli Stati Uniti, e il SIPRI ha stimato il bilancio militare iraniano per il 2025 a soli 7,5 miliardi di dollari. Come fa dunque l’Iran a tenere testa alla macchina da guerra statunitense, che ammonta a migliaia di miliardi di dollari?
- Details
- Hits: 487
Verso un conflitto commerciale UE-Cina?
di Vincenzo Comito
I paesi europei, privi di una leadership politica e pressati in ogni modo dagli USA, sembrano avviati verso la guerra commerciale con la Cina. Ciechi dinanzi al proprio declino e poco lungimiranti nell'accettare la cooperazione cinese anche per contrastare il riscaldamento globale
Il presidente degli Stati Uniti è ossessionato dalla Cina e cerca di trasmettere tale ossessione anche ai paesi europei, che per la verità non sembrano opporre molta resistenza, su questo come su altri fronti.
Dopo la Russia, la Cina: un altro nemico esistenziale per l’UE?
Mentre Trump accusa ridicolmente il paese asiatico di aver truccato i risultati delle elezioni statunitensi del 2020 e mentre c’è anche da noi chi lo prende sul serio, i ministri degli esteri dei paesi dell’UE, riuniti a Bruxelles il 13 luglio di quest’anno, hanno espresso una dura valutazione dei supposti rischi posti dalla Cina. Tali personaggi hanno dichiarato ufficialmente in quella sede che Pechino non minaccia soltanto l’economia dell’UE, ma anche la sua sicurezza, sottolineando tra l’altro come l’ambizione comune di Cina e Russia sia quella di assicurarsi un dominio regionale. Essi, con tale valutazione, si allineano così sostanzialmente alla linea dura degli Stati Uniti, che ancora una volta detta la sua volontà ai vassalli e facendo in modo che gli europei usino il loro stesso linguaggio aggressivo. Come al solito la carica delle truppe nel nostro continente è guidata dall’energica Von der Leyen.
Intanto il cancelliere tedesco Merz, sino a ieri reticente quanto alla volontà di dare il via ad un vasto programma protezionistico nei confronti della Cina, conscio come era dei rilevanti interessi contrari delle grandi imprese tedesche, ora sembra allinearsi, sia pure con moderazione, alle posizioni di altri paesi, in particolare della Francia, capofila dei duri. In un incontro a Colonia con Macron, i due capi di Stato hanno concordato sul fatto che i cinesi pongono una minaccia esistenziale all’industria europea, proponendo quindi misure di emergenza sulla questione, pur affermando, con la solita formula di rito, di non volere un “decoupling” dal paese asiatico (Chassany, 2026).
Se tale linea dovesse poi tradursi in atti concreti ne soffrirebbero tutti, ma certamente i paesi dell’UE ne uscirebbero malconci. Ricordiamo, tra l’altro, che il conflitto con il paese asiatico si aggiungerebbe a quello frontale con la Russia e con i dazi ed altri balzelli imprevedibili di Trump. Molti nemici molto onore, o no? E certamente non dei nemici da poco.
- Details
- Hits: 676
Trump, il voto e il comunismo
di Ottorino Cappelli*
Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
- Details
- Hits: 689
L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.
Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.
Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.
“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.
“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.
- Details
- Hits: 1034
Gli USA, l’eterogenesi dei fini della globalizzazione e l’illusione della sfera di influenza atlantica
Tre domande a Mimmo Porcaro
Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?
Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera.
Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad libitum.
- Details
- Hits: 815
La guerra di Trump all’Iran: tempesta perfetta sull’Europa e sull’economia mondiale
di Gianandrea Gaiani
“Stiamo parlando con loro (gli iraniani – NdR) proprio ora. Penso che stiano diventando sempre più seri col passare dei giorni. Forse per la ragione ovvia. Penso che stiano prendendo la situazione con la massima serietà che abbiamo visto finora. Ma questo non significa che arriveremo a un accordo”, ha detto il 23 luglio Donald Trump sottolineando che ”dobbiamo farlo nel modo giusto”. L’Iran era “un problema che ormai non c’è più, sta scomparendo giorno dopo giorno. Erano i prepotenti del Medioriente. Da adesso in poi non saranno più così prepotenti”.
Trump ha inoltre annunciato che i fondi iraniani congelati negli Stati Uniti saranno ora utilizzati per risarcire i danni alle navi danneggiate nel Golfo. “D’ora in poi, tutti i danni a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad esse correlata saranno pagati con denaro iraniano che gli Stati Uniti hanno in loro possesso e sotto il loro controllo“, ha scritto nella notte il presidente americano su Truth.
Il presidente statunitense ha precisato di non aver ancora preso una decisione riguardo “a un attacco più massiccio” mentre la nuova vampata di guerra tra USA e Iran ha raggiunto il 15° giorno, più della guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran durata 12 giorni ma ancora lontana dalla Guerra dei 40 giorni che nella primavera scorsa ha visto contrapporsi l’asse Stati Uniti -Israele all’Iran.
La posizione iraniana
Gli obiettivi di Washington restano confusi mentre appare evidente la volontà iraniana di veder rispettato il suo status di potenza regionale emerso senza dubbio dai successi militari conseguiti contro i suoi avversari e dai punti dell’accordo finora rimasto lettera morta.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha avvertito ieri che un’eventuale prosecuzione delle operazioni militari americane contro l’Iran non farebbe altro che aumentare il costo politico per il presidente Donald Trump nel tentativo di raggiungere un accordo con Teheran.
- Details
- Hits: 867
Ucraina: la guerra per procura che gli Stati Uniti continuano a condurre contro la Russia
di Jeffrey D. Sachs
L’avvertimento di Eisenhower secondo cui la politica statunitense sarebbe stata ostaggio di un’élite scientifico-tecnologica fornisce una ragione specifica per cui gli Stati Uniti sostengono la guerra in Ucraina: l’Ucraina è diventata un laboratorio unico e reale per la guerra basata sull’intelligenza artificiale su larga scala.
Finché il popolo americano (e non solo) non si riprenderà la democrazia da Palantir, BlackRock, SpaceX, Chevron e simili, i «laboratori» sul campo di battaglia rimarranno aperti e l’Ucraina pagherà il prezzo fatale dell’«amicizia» americana
* * * *
Nel suo discorso di addio del gennaio 1961, Dwight Eisenhower mise in guardia gli americani contro «l’acquisizione di un’influenza indebita, ricercata o meno, da parte del complesso militare-industriale» e contro il pericolo che «la politica pubblica potesse essa stessa diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica». A distanza di sessantacinque anni, gli avvertimenti di Eisenhower si sono ripetutamente e tragicamente rivelati fondati. La democrazia americana pende da un filo, mentre il complesso militare-industriale, che ora include la Silicon Valley, gestisce la politica estera americana nonostante le obiezioni del popolo americano.
L’obiettivo è la supremazia americana, ovvero la ricchezza, il potere e le prerogative incontrastati delle élite americane, senza alcun controllo da parte di altre nazioni o gruppi di nazioni. Ciò significa in pratica che Wall Street, gli appaltatori militari, la Silicon Valley e le grandi compagnie petrolifere controllano la politica estera americana per massimizzare la ricchezza delle élite e l’accesso alle risorse globali, alle catene di approvvigionamento e ai punti nevralgici strategici. Il resto del mondo deve adeguarsi.
- Details
- Hits: 660
Siamo su un vulcano
di Gianfranco Nappi
Non è affatto ordinaria la riflessione di Paolo Favilli in “Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione” (Donzelli Editore, 2026). L’eurocentrismo della recente ricerca storiografica ha rimosso le masse anonime che rovesciano la gabbia di un dominio secolare. Senza Russia, che Europa stiamo costruendo? E che Russia sarà se alimentiamo la sindrome della sua insicurezza?
Qual è il cuore del ragionamento di Favilli? Che «si è creata una frattura cognitiva, la difficoltà a capire l’universo mentale dei contemporanei di vicende neanche troppo lontane. Una frattura cognitiva talmente interiorizzata da influenzare anche alcune tendenze della storiografia sulle grandi rivoluzioni».
La rivoluzione come eresia
La vittoria dell’89 sulle ragioni del lavoro e dei subalterni è stata così profonda che reca con se’ in qualche modo anche una retroazione sul passato, sui suoi grandi fatti, sulle sue grandi rivoluzioni, quella Russa sicuramente, ma perfino quella dell’89 francese e fino a quella seicentesca inglese….tende a renderli inspiegabili, incomprensibili se non come grandi ‘errori’ della storia, a conferma che, avendo vinto la razionalità capitalistica, essa non solo non ha alternative, ma proprio in quanto tale, ogni ricerca alternativa, appunto, deve essere espunta, si configura come follia utopistica generatrice solo di tragedie. E così, fino al punto di non riuscire a spiegarsi i perché di una rivoluzione, di quel vulcano che erutta, di quella scossa tellurica profonda che smuove tutto e tutti, che apre un altro tempo della storia e nella storia, che vede entrare in campo altri protagonisti, altre speranze, altre possibilità. Di quell’utopia che diventa, appunto, storia. E così, chiude il suo lavoro Favilli: «la critica che va alla radice, considerata a pieno titolo connotato fondante del pensiero occidentale, è stata proclamata “eresia”».
- Details
- Hits: 584
Anchorage come Minsk?
di Roberto Iannuzzi
A quasi un anno dall’incontro in Alaska fra Trump e Putin, a Mosca cresce la disillusione. Secondo Lavrov, la Russia è stata ingannata come avvenne con gli accordi di Minsk
Al recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, il presidente americano Donald Trump ha speso parole insolitamente calorose nei confronti dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.
L’inquilino della Casa Bianca ha espresso il proprio appoggio agli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, affermando che “è un’escalation, ma è anche un’escalation che potrebbe contribuire a portare a una conclusione” del conflitto.
L’incontro amichevole fra i due presidenti è apparso in netto contrasto con la “lite dello studio ovale” consumatasi tra i due all’inizio del 2025 quando Trump aveva da poco inaugurato il suo secondo mandato.
La posizione apertamente filo-ucraina manifestata dal leader americano sancisce il fallimento degli sforzi diplomatici avviati dall’incontro fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025.
Tali sforzi, volti a giungere a una soluzione negoziata del conflitto, avevano incontrato la netta opposizione di Kiev e dei paesi europei, oltre che di esponenti repubblicani e democratici del Congresso americano.
Lavrov e il paragone con Minsk
Alcune settimane fa, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato di non voler “nemmeno pensare che l’Alaska, proprio come le azioni degli europei, sia stata concepita per guadagnare tempo al fine di riarmare il regime di Kiev. […]Ma in realtà le cose sono andate proprio così”.
Parlando delle “azioni degli europei”, Lavrov si riferiva alle dichiarazioni rilasciate dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista del 2022, secondo cui gli accordi di Minsk sarebbero stati uno stratagemma per permettere all’Ucraina di riarmarsi.
- Details
- Hits: 617
Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business
Lunedì 13 luglio l’Opec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.
Il lunedì delle due notizie
Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].
Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».
Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio.
- Details
- Hits: 709
Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra
Stefania Valbonesi* intervista Joseph Halevi
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
* * * *
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso.
- Details
- Hits: 745
Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci
di Gianandrea Gaiani
La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.
Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.
Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.
La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.
La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.
Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.
Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.
- Details
- Hits: 581
Guerrafondai Illusionisti
di Gaetano Colonna
Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.
La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.
Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.
Fallimento dell’ONU
Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.
Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.
- Details
- Hits: 567
La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
Page 1 of 77



















































