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lantidiplomatico

L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica

di Giuseppe Masala

Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica

bsvliruufghCome molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile a entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la sua macchina bellica.

Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.

Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.

Ma l'arma fondamentale utilizzata dall'Iran è stato il blocco dello stretto di Hormuz che ha impedito a migliaia di navi presenti nel Golfo Persico di uscire verso l'oceano indiano. Come è facile intuire la cosa ha innescato un enorme aumento dei prezzi dell'energia, sia petrolio che gas, e soprattutto – a detta degli esperti – rischiava di imporre alle economie “consumatrici nette di energia” (Europa, India ed Estremo Oriente in primis) un razionamento che sarebbe stato il bis dei lockdown pandemici. E' chiaro che una simile situazione imponeva agli statunitensi la necessità di elaborare una nuova strategia e per fare questo occorreva prendere del tempo. Cosa prontamente fatta con le trattative di Islamabad rivelatesi (almeno finora) un fiasco.

Manco rientrata a Washington la delegazione statunitense delegata alle trattative con gli iraniani ecco che Trump ha annunciato la clamorosa svolta nell'economia del conflitto. Gli USA avrebbero imposto un blocco navale ai porti iraniani, sia quelli che si affacciano sul Golfo Persico, di fatto aggiungendo a quello iraniano il proprio lucchetto allo Stretto di Hormuz; sia a quelli che si affacciano direttamente sull'oceano indiano.

Non sappiamo ancora nulla delle modalità operative attraverso le quali verrà imposto questo blocco. Personalmente mi aspetto che gli statunitensi adottino la strategia già utilizzata nel mar dei Caraibi contro le petroliere che cariche di greggio uscivano dai porti del Venezuela chavista: l'abbordaggio delle navi e il loro dirottamento in porti controllati dagli statunitensi. Ovviamente questa volta le operazioni dovrebbero avvenire nell'oceano indiano, a distanza di sicurezza dalla gittata dei missili antinave e dei droni iraniani.

Una strategia quella statunitense che ha generato ilarità soprattutto sul web, dove molti ironizzavano sul “blocco del blocco”. Ma a guardar bene quello statunitense è un esercizio di pensiero laterale, spiazzante, che agisce sia sul piano tattico che su quello strategico.

Sul piano tattico si vuole levare direttamente all'Iran una rilevante entrata economica che dovrebbe fiaccarne la volontà di combattere. Va detto che, a mio avviso, questa mossa sarà poco efficace avendo dimostrato gli iraniani una enorme coesione sociale e una resilienza invidiabile. Molto più interessante valutare sul piano tattico un effetto indiretto del contro-blocco americano su Hormuz: con questa mossa gli strateghi di Trump fanno vedere al mondo che gli iraniani non hanno il controllo assoluto di Hormuz; se possono vietare ai loro nemici di attraversarlo, a loro volta non possono imporre di far passare chi vogliono perché questi verranno fermati a loro volta dalla US Navy. Si tratta di una sorta di strategia alla “muoia Sansone con tutti i filistei” per usare una immagine efficace.

Ma è sul piano strategico che la mossa del contro-blocco di Hormuz fa emergere la sua rilevanza. Vediamo punto per punto:

1) Le petromonarchie del golfo, formalmente alleate degli Stati Uniti, subirebbero perdite economiche drammatiche da un perdurare della chiusura dello Stretto. Ciò apparentemente sarebbe un danno per gli USA che vedrebbe colpiti degli alleati, ma in realtà le cose sono più complesse. Ormai da anni le petromonarchie tentano di sganciarsi dagli USA sia creando proprie piattaforme finanziarie (Dubai) e tecnologiche (per esempio il NEOM progettato dai sauditi), sia stringendo rapporti con la Cina, la superpotenza emergente, con la quale i sauditi si sono spinti fino al punto di farsi pagare il petrolio da Pechino in Yuan, cosa intollerabile per Washington perché mette a rischio l'egemonia del Petrodollaro. E' chiaro che tra i segreti inconfessabili della Casa Bianca vi sia anche quello di dare una lezione agli sceicchi. Cosa peraltro espressa coloritamente dal “folle Donaldo” con il suo ormai storico “Kiss my ass” rivolto al Principe reggente saudita bin Salman.

2) Viene data una severa lezione anche agli alleati fedeli dell'Estremo Oriente. Che saranno anche fedeli ma sono comunque opportunisti agli occhi di Washington. Gli statunitensi sono anni che lamentano una concorrenza sleale sul piano commerciale non solo da parte giapponese e coreana ma anche da parte di Taiwan e hanno provato anche qui a raddrizzare la situazione con ogni mezzo, compresi dazi commerciali fortissimi e successivi accordi commerciali. Ma la situazione non da segni di miglioramento; la posizione finanziaria netta USA è un abisso incolmabile e paesi come quelli dell'estremo oriente hanno accumulato cifre astronomiche proprio sul piano dei conti con l'Estero. La chiusura di Hormuz per loro rappresenta un danno incommensurabile che potrebbe causare anche il blocco della produzione. Basti dire che nel 2024 sia la Corea che il Giappone hanno acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 80 miliardi di dollari a testa (fonte: New York Times)

3) Infine la Cina che sempre nel 2024 ha acquistato gas e petrolio proveniente da Hormuz per 110 miliardi di dollari. E' chiaro che il blocco dello stretto rischia di essere un danno economico enorme anche per Pechino che rischia di veder compromessa la propria sicurezza energetica.

Quello che è sempre più evidente è che dietro la strategia apparentemente folle di Trump vi è nient'altro che la riedizione di quanto già avvenuto in Europa con il conflitto russo-ucraino: gli americani hanno fatto esplodere tutto, prima con il colpo di stato neonazista di Majdan e poi imponendo a Zelenski incessanti bombardamenti sul Donbass che hanno spinto i russi ad intervenire direttamente. Il risultato lo conosciamo tutti: sanzioni rovinose per l'Europa imposte alla Russia con relativa chiusura del ricco mercato russo alle aziende europee e blocco del flusso di materie prime a buon mercato che Mosca garantiva all'Europa. Senza contare poi che solo qualche mese fa gli statunitensi hanno fatto la stessa cosa bloccando le petroliere in uscita dal Venezuela e di fatto strangolando il paese caraibico e prendendone così il controllo.

Nel caso venezuelano già scrissi di strategia del pitone di Trump dove peraltro sottolineavo che con la mossa caraibica Washington toglieva un importante fornitore di energia alla Cina.

Ora abbiamo il tris con il conflitto iraniano e il doppio blocco di Hormuz, solo che questa volta “l'assassinio perfetto” degli americani è contro la Cina, il Giappone, la Corea e Taiwan. Questa è la strategia dell'apparente pazzo Donald Hamlet Trump!

Una ulteriore considerazione è che non si può negare che la strategia di bloccare le vie energetiche di approvvigionamento dei concorrenti facendo deflagrare dei conflitti “locali” sia stata elaborata in maniera «Bipartisan» dalla politica USA e che sia dunque una strategia di lungo respiro. Ha proprio ragione Putin quando sostiene che con lo stato profondo USA non ci sono elezioni che tengano: possono cambiare gli atteggiamenti e il contorno ma il piano di fondo rimane quello deciso nelle segrete stanze.

Nel caso mediorientale c'è solo da comprendere se Trump si limiterà al blocco navale (a distanza) dell'Iran o se riprenderà anche i bombardamenti, e forse chissà, inizierà una invasione di terra magari con l'aiuto di qualcuno dei suoi zelanti vassalli.

Altro tema fondamentali al quale risponderà il Tempo è comprendere quale sarà la reazione della Cina al blocco delle sue navi petroliere e gassiere in uscita da Hormuz. Non si può negare che la situazione sia molto pericolosa visto che il blocco navale è comunque un atto di guerra e la Cina ne sta comunque subendo uno, sebbene indiretto. Una prima risposta interessante l'ha data ieri il portavoce del Cremlino Peskov sebbene in maniera indiretta: la Russia è pronta a fornire all'Europa l'energia che gli potrebbe servire...sempre che ne rimanga dagli altri clienti. Ed è difficile che rimanga qualcosa per l'Europa se ai cinesi viene chiuso Hormuz. In altri termini, in questa immensa guerra dell'energia la Russia ha deciso di sostenere la Cina e che l'Europa s'arrangi.

Un ultima considerazione. Il New York Times ieri ha pubblicato un articolo emblematico: “A new Era of world war has arrived”, il mondo è entrato nell'era di una nuova guerra mondiale. Una analisi che si sofferma sul fatto che entrambi i conflitti (quello ucraino e quello iraniano) sono una arena di competizione strategica per le grandi potenze e che le mosse dell'uno hanno effetti sull'altro e viceversa. Tutte cose vere e importanti. Bisogna aggiungere però che si tratta ormai dello stesso conflitto e che l'interconnessione fondamentale è data dal controllo dei corridoi energetici. Quello che stiamo vivendo è la Grande Guerra Energetica se mi è permesso darle un nome.

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lantidiplomatico

Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche

di Alessandro Bartoloni

jcvosaihgv.jpgAnalisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.

La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.

Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.

Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.

Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari

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intelligence for the people

Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco

di Roberto Iannuzzi

Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica

18b66d08 63a1 4213 981b a63a1a3a56c0 1920x1080Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.

La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.

Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.

I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.

Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.

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analisidifesa

Se a bloccare Hormuz ora sono gli Stati Uniti

di Gianandrea Gaiani

Immagine 2026 04 11 111928.pngNon mancano certo i colpi di scena nella guerra in atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.

Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.

Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.

Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.

La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.

Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.

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transform

Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà

di Alessandro Scassellati

libano 4 26 2.jpgIl presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.

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lafionda

Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo

di Enrico Grazzini

USEURussiaFlags.jpgL’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente

Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.

In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.

Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.

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La guerra della disperazione

di Fernando Bilotti

[Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante.]

paedorngi.jpegE così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:

1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.

2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno a essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste.

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laboratorio

La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran

di Domenico Moro

Guerra in Iran.jpgUn fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

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lafionda

Non vedono la tempesta arrivare

di Giovanni Tonlorenzi

corradi 1100x733 1.jpgNel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.

Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

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contropiano2

La prima guerra mondiale asimmetrica

di Dante Barontini - Thierry Breton*

guerra mondiale asimmetrica.jpgOgni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

E’ l’equazione che consente a una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito e implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:

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L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

di Mario Sommella

11 2023.jpgTrump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

 

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

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perunsocialismodelXXI

Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya

Un'analisi critica

di Carlo Formenti

9791259677518 0 0 536 0 75.jpgMentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale.

 

Concetti e definizioni

Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”.

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analisidifesa

Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran

di Gianandrea Gaiani

P20251229DT 0629Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.

Di certo, dopo la presidenza di Joe Biden, gravemente inibito nella sua lucidità dalla malattia, né gli Stati Uniti né il mondo possono permettersi un altro presidente americano squilibrato.

 

Una narrazione raffazzonata

Eppure Trump solo negli ultimi giorni è riuscito a ribadire che la guerra all’Iran è vinta, smentendosi subito dopo con l’invio di 4.500 marines e 2.000 paracadutisti per un’operazione di terra tesa forse a minacciare di prendere il controllo del terminal petrolifero dell’Isola di Kharg o del tratto di costa iraniana che fronteggia lo Stretto di Hormuz.

Oggi Trump ha dichiarato al Financial Times di poter “impadronirsi del petrolio iraniano” e potenzialmente conquistare l’isola di Kharg, sede del più importante terminal petrolifero dell’Iran.

“Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni“, ha detto Trump al Financial Times. “Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo. Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistarla molto facilmente.”

Sul fronte diplomatico Trump ha aggiunto che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran tramite “emissari” pakistani stanno procedendo bene, ma si è rifiutato di commentare la possibilità di raggiungere presto un accordo per il cessate il fuoco.

In tema di operazioni sul territorio iraniano,  Trump ha però nuovamente esternato la possibilità di mettere le mani sull’uranio iraniano, stimato in quasi 1.000 libbre (453 kg).

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sinistra

Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026

di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan1

terza guerra mondiale 600x400Carissimi, veniamo inondati di articoli sulle cause e sulle conseguenze delle guerre del golfo che proseguono dopo decenni, tutti incentrati sulle "scelte politiche", "religiose", "egemoniche" "imperialiste" e quant'altro riguardi i fenomeni superficiali e giornalistici del problema. Nessuno che si azzardi ad approfondire con degli studi seri le dinamiche del capitalismo basate sulla fame di profitto al di là di ogni manifestazione a chiacchiere della potenza di questo o quel paese o di questo o quel leader (più o meno fuori di testa). Larticolo "Zone di pericolo in Medio Oriente" di Shimson Bichler e Jonathan Nitzan analizza con dovizia di particolari la correlazione tra i rendimenti delle compagnie petrolifere e le Guerre in Medio Oriente. Potremmo aggiungere che oltre agli interessi delle corporation del petrolio dovremmo aggiungere i profitti che ne derivano per le corporate delle armi, del Complesso Militare Industriale, delle corporation Hightech, e via via fino a interessare il capitale speculativo che come un vampiro si precipita a sfruttare la volatilità dei prezzi di tutti i beni legati al petrolio e le difficoltà del trasporto merci derivato dai conflitti [A. Pagliarone].

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Nel febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, dando il via a un nuovo "conflitto energetico" in Medio Oriente.E come la maggior parte dei conflitti energetici degli ultimi cinquant'anni, anche questo è iniziato dopo che la regione è entrata in una "zona di pericolo". Il concetto di zona di pericolo è stato introdotto per la prima volta nel nostro articolo "Bringing Capital Accumulation Back In" (Nitzan e Bichler 1995).

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A somma zero

Spunti per un dibattito sull’aggressione imperialista all’Asia Occidentale

di Senza Tregua

5918114349052530122.jpgCon l’aggressione militare lanciata dall’imperialismo a matrice sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran, il primo ha deciso di arrivare alla resa dei conti con chi finora ha resistito alle sue mire neo-colonialiste sull’intera Area. Con l’attacco “a sorpresa” sferrato il 28 febbraio scorso, gli USA e Israele hanno dichiarato guerra all’intera regione. “A tradimento” come candidamente ammesso dal presidente statunitense che, durante l’incontro con la sua omologa giapponese alla Casa Bianca, ha equiparato l’odierna “sorpresa” statunitense a quella dell’Impero giapponese anti-statunitense di Pearl Harbour!

Mai fidarsi degli imperialisti, questa lezione storica va introiettata senza eccezioni.

 

La tipologia di guerra che si sta combattendo in Asia Occidentale

Senza dubbio in Asia Occidentale ci troviamo di fronte a una guerra imperialista. Ma fermarsi a questa ovvietà, senza declinarla ulteriormente, non permette di assumere una posizione coerente e materialista. Non la decliniamo infatti come guerra inter-imperialista, bensì come guerra di aggressione imperialista. Secondo i nostri criteri di analisi politica, non ci troviamo di fronte allo scontro tra contrapposti campi imperialisti – ad esempio NATO vs BRICS… -. Le maggiori potenze (Cina, Russia, India, Brasile) dei BRICS non sono direttamente coinvolte nel conflitto, e quelle minori (Iran, Arabia Saudita, EAU) lo sono trasversalmente, negli opposti schieramenti. Sempre secondo i principi di nostro riferimento, l’Iran non può essere considerato un paese imperialista. Tante altre cose, ma non imperialista. E’ vero che all’interno dell’aggressione imperial-sionista possono essere considerate sia la componente di contenimento della Repubblica Popolare Cinese, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea – come in Ucraina… -, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione.