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contropiano2

Trump, il voto e il comunismo

di Ottorino Cappelli*

Trump e le manifestazioni.jpgLe elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

 

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

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analisidifesa

L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente

di Gianandrea Gaiani

1771581432590.jpgL’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.

Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.

Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.

“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.

“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.

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Gli USA, l’eterogenesi dei fini della globalizzazione e l’illusione della sfera di influenza atlantica

Tre domande a Mimmo Porcaro

Screenshot 2026 01 21 103207Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?

Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera.

Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad libitum.

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analisidifesa

La guerra di Trump all’Iran: tempesta perfetta sull’Europa e sull’economia mondiale

di Gianandrea Gaiani

P20260722MR 1161Stiamo parlando con loro (gli iraniani – NdR) proprio ora. Penso che stiano diventando sempre più seri col passare dei giorni. Forse per la ragione ovvia. Penso che stiano prendendo la situazione con la massima serietà che abbiamo visto finora. Ma questo non significa che arriveremo a un accordo”, ha detto il 23 luglio Donald Trump sottolineando che ”dobbiamo farlo nel modo giusto”.  L’Iran era “un problema che ormai non c’è più, sta scomparendo giorno dopo giorno. Erano i prepotenti del Medioriente. Da adesso in poi non saranno più così prepotenti”.

Trump ha inoltre annunciato che i fondi iraniani congelati negli Stati Uniti saranno ora utilizzati per risarcire i danni alle navi danneggiate nel Golfo. “D’ora in poi, tutti i danni a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad esse correlata saranno pagati con denaro iraniano che gli Stati Uniti hanno in loro possesso e sotto il loro controllo“, ha scritto nella notte il presidente americano su Truth.

Il presidente statunitense ha precisato di non aver ancora preso una decisione riguardo “a un attacco più massiccio” mentre la nuova vampata di guerra tra USA e Iran ha raggiunto il 15° giorno, più della guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran durata 12 giorni ma ancora lontana dalla Guerra dei 40 giorni che nella primavera scorsa ha visto contrapporsi l’asse Stati Uniti -Israele all’Iran.

 

La posizione iraniana

Gli obiettivi di Washington restano confusi mentre appare evidente la volontà iraniana di veder rispettato il suo status di potenza regionale emerso senza dubbio dai successi militari conseguiti contro i suoi avversari e dai punti dell’accordo finora rimasto lettera morta.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha avvertito ieri che un’eventuale prosecuzione delle operazioni militari americane contro l’Iran non farebbe altro che aumentare il costo politico per il presidente Donald Trump nel tentativo di raggiungere un accordo con Teheran.

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acropolis

Ucraina: la guerra per procura che gli Stati Uniti continuano a condurre contro la Russia

di Jeffrey D. Sachs

doc.20260703.102188170.jpgL’avvertimento di Eisenhower secondo cui la politica statunitense sarebbe stata ostaggio di un’élite scientifico-tecnologica fornisce una ragione specifica per cui gli Stati Uniti sostengono la guerra in Ucraina: l’Ucraina è diventata un laboratorio unico e reale per la guerra basata sull’intelligenza artificiale su larga scala.

Finché il popolo americano (e non solo) non si riprenderà la democrazia da Palantir, BlackRock, SpaceX, Chevron e simili, i «laboratori» sul campo di battaglia rimarranno aperti e l’Ucraina pagherà il prezzo fatale dell’«amicizia» americana

* * * *

Nel suo discorso di addio del gennaio 1961, Dwight Eisenhower mise in guardia gli americani contro «l’acquisizione di un’influenza indebita, ricercata o meno, da parte del complesso militare-industriale» e contro il pericolo che «la politica pubblica potesse essa stessa diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica». A distanza di sessantacinque anni, gli avvertimenti di Eisenhower si sono ripetutamente e tragicamente rivelati fondati. La democrazia americana pende da un filo, mentre il complesso militare-industriale, che ora include la Silicon Valley, gestisce la politica estera americana nonostante le obiezioni del popolo americano.

L’obiettivo è la supremazia americana, ovvero la ricchezza, il potere e le prerogative incontrastati delle élite americane, senza alcun controllo da parte di altre nazioni o gruppi di nazioni. Ciò significa in pratica che Wall Street, gli appaltatori militari, la Silicon Valley e le grandi compagnie petrolifere controllano la politica estera americana per massimizzare la ricchezza delle élite e l’accesso alle risorse globali, alle catene di approvvigionamento e ai punti nevralgici strategici. Il resto del mondo deve adeguarsi.

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fuoricollana

Siamo su un vulcano

di Gianfranco Nappi

Vulcano.pngNon è affatto ordinaria la riflessione di Paolo Favilli in “Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione” (Donzelli Editore, 2026). L’eurocentrismo della recente ricerca storiografica ha rimosso le masse anonime che rovesciano la gabbia di un dominio secolare. Senza Russia, che Europa stiamo costruendo? E che Russia sarà se alimentiamo la sindrome della sua insicurezza?

Qual è il cuore del ragionamento di Favilli? Che «si è creata una frattura cognitiva, la difficoltà a capire l’universo mentale dei contemporanei di vicende neanche troppo lontane. Una frattura cognitiva talmente interiorizzata da influenzare anche alcune tendenze della storiografia sulle grandi rivoluzioni».

 

La rivoluzione come eresia

La vittoria dell’89 sulle ragioni del lavoro e dei subalterni è stata così profonda che reca con se’ in qualche modo anche una retroazione sul passato, sui suoi grandi fatti, sulle sue grandi rivoluzioni, quella Russa sicuramente, ma perfino quella dell’89 francese e fino a quella seicentesca inglese….tende a renderli inspiegabili, incomprensibili se non come grandi ‘errori’ della storia, a conferma che, avendo vinto la razionalità capitalistica, essa non solo non ha alternative, ma proprio in quanto tale, ogni ricerca alternativa, appunto, deve essere espunta, si configura come follia utopistica generatrice solo di tragedie. E così, fino al punto di non riuscire a spiegarsi i perché di una rivoluzione, di quel vulcano che erutta, di quella scossa tellurica profonda che smuove tutto e tutti, che apre un altro tempo della storia e nella storia, che vede entrare in campo altri protagonisti, altre speranze, altre possibilità. Di quell’utopia che diventa, appunto, storia. E così, chiude il suo lavoro Favilli: «la critica che va alla radice, considerata a pieno titolo connotato fondante del pensiero occidentale, è stata proclamata “eresia”».

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intelligence for the people

Anchorage come Minsk? 

di Roberto Iannuzzi

A quasi un anno dall’incontro in Alaska fra Trump e Putin, a Mosca cresce la disillusione. Secondo Lavrov, la Russia è stata ingannata come avvenne con gli accordi di Minsk

d237e65b 43d2 4f94 a79a 955f5a820c63 952x635Al recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, il presidente americano Donald Trump ha speso parole insolitamente calorose nei confronti dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.

L’inquilino della Casa Bianca ha espresso il proprio appoggio agli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, affermando che “è un’escalation, ma è anche un’escalation che potrebbe contribuire a portare a una conclusione” del conflitto.

L’incontro amichevole fra i due presidenti è apparso in netto contrasto con la “lite dello studio ovale” consumatasi tra i due all’inizio del 2025 quando Trump aveva da poco inaugurato il suo secondo mandato.

La posizione apertamente filo-ucraina manifestata dal leader americano sancisce il fallimento degli sforzi diplomatici avviati dall’incontro fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025.

Tali sforzi, volti a giungere a una soluzione negoziata del conflitto, avevano incontrato la netta opposizione di Kiev e dei paesi europei, oltre che di esponenti repubblicani e democratici del Congresso americano.

 

Lavrov e il paragone con Minsk

Alcune settimane fa, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato di non voler “nemmeno pensare che l’Alaska, proprio come le azioni degli europei, sia stata concepita per guadagnare tempo al fine di riarmare il regime di Kiev. […]Ma in realtà le cose sono andate proprio così”.

Parlando delle “azioni degli europei”, Lavrov si riferiva alle dichiarazioni rilasciate dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista del 2022, secondo cui gli accordi di Minsk sarebbero stati uno stratagemma per permettere all’Ucraina di riarmarsi.

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lafionda

Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse

di Margherita Furlan

La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business

69cfbb2ae4be0.jpegLunedì 13 luglio lOpec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.

 

Il lunedì delle due notizie

Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].

Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».

Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio.

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Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra

Stefania Valbonesi*  intervista Joseph Halevi

usa iran dragone cinese.jpegIl conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.

Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.

Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.

* * * *

Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?

“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.

Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.

Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso.

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analisidifesa

Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

di Gianandrea Gaiani

20260708 summit bilat us 0005 16x9La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.

Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.

Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.

La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.

La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.

Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.

Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.

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clarissa

Guerrafondai Illusionisti

di Gaetano Colonna

chebrutto e1783350496803Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.

La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.

Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.

 

Fallimento dell’ONU

Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.

Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.

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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca

di Redazione

nkcsurbjgSecondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.

Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.

I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.

Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".

Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.

Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.

Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.

Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.

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mondocane

Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- Egitto, l'ottava piaga

di Fulvio Grimaldi

morijgioboèpInfanticidi come strategia di espansione coloniale

A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen

Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.

Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.

Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.

Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore.

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transform

L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

di Alessandro Scassellati

Uncle Sam Straddles the Americas Cartoon.jpgL’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?

* * * *

L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.

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analisidifesa

Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

di Gianandrea Gaiani

HLGzcYtWQAAAcWS.jpgChi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.

Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.

Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.

Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.

“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.

Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana in Europa.