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Sulla Cina e la transizione al socialismo
di Giulio Bonali
Da semplice compagno di base quale sono sempre stato (purtroppo da molto tempo autocontraddittoriamente “senza partito”) mi pongo, credo doverosamente, dei problemi anche teorici, stimolato dalla lettura di scritti di autorevoli intellettuali organici (o che dovrebbero e forse vorrebbero essere organici al partito rivoluzionario del proletariato per il comunismo; se esistesse).
Mi rendo ben conto che così facendo inevitabilmente rischio di sostenere molte e grosse fesserie, che però qualcuno di tali intellettuali (auspicabilmente) organici (o comunque aspiranti tali) potrebbe (o forse dovrebbe) cercare con pazienza e buona volontà di criticare, aiutando noi compagni di base a superarle (quando ero giovane, in un’ altra era geologica, avrei esposto i miei dubbi e problemi teorici in quel “covo di stalinisti”, come amabilmente la chiamavano parlando fra di loro i “compagni” -absit iniuria verbis- miglioristi “alla Napolitano” della città, che era la sezione del PCI del mio quartiere, la per me gloriosa ”Bruno Ghidetti” di Porta Romana a Cremona, che ho avuto la fortuna di frequentare. Oggi sono ridotto -siamo ridotti- a proporli a Sinistra-in-Rete …e meno male che esiste questa lodevolissima testata telematica!).
Recentemente sono stato indotto ad arrovellarmi intorno alla questione del capitalismo di stato nell’ ambito della società capitalistica e nella dittatura del proletariato (durante la più o meno lunga e travagliata transizione al socialismo), soprattutto in seguito alla lettura di un ottimo scritto di Carlo Formenti sulla Cina proprio in questa sede.
Sono convinto che una serie di importanti problemi in proposito nasca da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti naturali alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.
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Prossima fermata: Pechino?
di al. ba.
Negli ultimi mesi, il variegato mondo multipolarista italiano si è immerso in un acceso dibattito sulla natura politica ed economica della Cina contemporanea: Pino Arlacchi, Alberto Bradanini, Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Orazio Di Mauro, Carlo Formenti, Vladimiro Giacché, Massimo Leoni, Davide “Dazibao” Martinotti, Fabio Massimo Parenti, Moreno Pasquinelli, Ernesto Screpanti, Roberto Sidoli, Alessandro Visalli, e le riviste e i canali come Marx21, Pungolo Rosso, Ottolina TV, Tracce di classe ecc, sono tantissimi i singoli e i collettivi che stanno pubblicando video, rilasciando interviste o scrivendo libri, saggi e articoli sul tema. A grandi linee, c'è chi propende per una Cina socialista o quantomeno in via di transizione al socialismo e chi per una Cina capitalista se non addirittura imperialista. Personalmente, per affrontare la questione credo che sia utile riassumere le domande che ci dovremmo porre, senza la pretesa di rispondere ma con l'ambizione di contribuire in tal modo a chiarire il campo su cui dovrebbe svolgersi lo scontro, un po’ troppo inquinato da toni polemici e personalismi francamente ridicoli dato lo stato di subordinazione e marginalità in cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti versa (se non altro nel nostro paese).
Per cominciare partirei dall'Italia, sulla cui natura dovremmo essere tutti d'accordo. Il perché di questa scelta diverrà chiaro più avanti. Il nostro è uno Stato borghese in cui il modo di produzione capitalista è largamente dominante ma non unico. La maggior parte della ricchezza è di gran lunga prodotta col fine di valorizzare il capitale investito ed assume la forma di merce creata mediante lo sfruttamento del lavoro salariato. Ciononostante, accanto e in subordine, una quota parte della ricchezza materiale è prodotta sotto forma di merce da parte di soggetti non capitalisti: cooperative, artigiani, professionisti, contadini, enti pubblici ecc, oppure prodotta direttamente sotto forma di valori d'uso da parte della pubblica amministrazione, degli enti caritatevoli (il cosiddetto “terzo settore”) e dai domestici, siano essi estranei o appartenenti al nucleo familiare. Pertanto, in Italia, esistono residui di modi di produzione antichi (sfruttamento del lavoro schiavistico degli immigrati clandestini nelle campagne, del lavoro servile in casa, auto-sfruttamento e lavoro di sussistenza) e sono comparsi i prodromi di un modo di produzione socialista (lavoro cooperativo e cosiddetto “pubblico”).
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I fantomatici rossobruni di Stefano Cappellini
di Matteo Falcone
Nella categoria “Libri che abbiamo deciso di leggere noi per evitare che li leggiate voi” – a proposito: come la vedete come possibile nuova rubrica? – c’è il nuovo saggio del neodirettore de la Repubblica Stefano Cappellini, “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” (UTET, 2026).
Un libro che potete anche risparmiarvi di leggere, perché – anche se infiocchettato come una indagine storico-politica del rossobrunismo, con una particolare attenzione per l’attualità – sembra solo una nuova operazione di perimetrazione del dicibile e dell’indicibile, tra quello che si può e quello che non si può sostenere e dire nel dibattito pubblico. Andiamo un po’ più a fondo e con ordine per renderci conto della strumentalità delle tesi di Stefano Cappellini.
In primo luogo, Stefano Cappellini spiega bene che il libro vuole essere un testo polemico nei confronti dei c.d. rossobruni, descritti come quell’insieme variegato di individui o soggetti politici che, in ogni epoca, risulta essere non solo particolarmente influente, seppure marginale e minoritario, ma anche politicamente pericoloso, in quanto il suo obiettivo è quello di minare le fondamenta delle democrazie (prima quella liberale poi quella democratico-sociale del dopoguerra). L’autore nelle prime pagine del suo libro lo spiega bene: «il primo obiettivo del rossobrunismo di ogni epoca [è] una delle tendenze più inquietanti del nostro tempo: la separazione del popolo dalla democrazia». D’altronde, «il rossobrunismo sa incanalare lo spirito del tempo. Ha la capacità di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo, di sfida coraggiosa all’opinione dominante». Il rossobrunismo, dunque, è pericoloso perché «sa come separare il popolo dalla democrazia».
Con questo libro, allora, Cappellini vuole metterci in guardia dal sottovalutare questo fenomeno.
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Socialismo o barbarie: l’urgenza ineludibile di scelte responsabili
di Giuseppe D'Elia
La neolingua orwelliana, come è noto, «era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero». In tal senso, le istituzioni UE, nello scorso decennio, in nome della “responsabilità” e con formule di neolingua pura come “austerità espansiva” hanno letteralmente devastato la società greca, smantellando il welfare, mettendo a regime di profitto privato – per la minoranza più “intraprendente” – anche i servizi sanitari essenziali, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei cittadini greci, con rapporti di lavoro più precari, orari di lavoro e turni estenuanti e un generale e diffuso impoverimento, determinato dal rapporto tra andamento ribassista dei salari e incremento dei prezzi al consumo, in una dinamica per la quale si è costretti a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno e a pagare tasse mediamente più alte per servizi pubblici sempre più scarsi, sia in termini quantitativi che qualitativi.
«La libertà è schiavitù», del resto, è esattamente uno dei tre inquietanti slogan del Partito totalizzante del Grande Fratello di Orwell, nel suo profetico “1984”. E non si tratta di un caso isolato ed eccezionale. Qui in Italia lo abbiamo visto benissimo, anche se con una maggiore gradualità rispetto al cappio imposto alla Grecia: lavoro povero e sempre più precario che produce una dinamica dei salari reali medi sostanzialmente bloccata ai livelli ribassisti degli anni Novanta del secolo scorso. In un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) si legge testualmente che «i dati esaminati confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento, con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. Nello stesso arco temporale, la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde».
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Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
di Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
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Un nemico su misura
di Mario Sommella
Dall’ordine esecutivo del settembre 2025 al vertice di Washington del 16 luglio 2026, l’amministrazione Trump ha costruito per gradi l’organizzazione terroristica che dice di combattere, e ha chiesto a oltre sessanta governi, Italia compresa, di certificarne l’esistenza
Il 16 luglio 2026, nella sede del Dipartimento di Stato a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha aperto la Ministerial on the Resurgence of Political Terrorism davanti alle delegazioni di oltre sessanta Paesi, sessantasei secondo le ricostruzioni giornalistiche. Nel discorso inaugurale ha sostenuto che la dottrina antiterrorismo occidentale ha avuto per decenni un punto cieco, la violenza politica proveniente da sinistra, e che quel vuoto avrebbe consentito di derubricare atti terroristici a legittime forme di espressione politica quando la causa era gradita. Ha descritto una minaccia in crescita che, ha detto, non può più essere negata né ignorata, e ha chiuso invitando gli alleati a schiacciare per sempre quel male.
Il problema che i governi invitati si sono trovati davanti non riguardava la condanna della violenza politica, che nessuno di essi contesta. Riguardava l’oggetto stesso della mobilitazione. Antifa non è un’organizzazione. Non ha una leadership, non ha un registro di aderenti, non ha quote associative, non ha una struttura di finanziamento, non rivendica azioni in forma unitaria, non pubblica documenti programmatici. È un’abbreviazione, nata nella Germania degli anni Trenta e riemersa negli Stati Uniti a metà dello scorso decennio, che designa un orientamento politico prima ancora che una pratica: l’opposizione al fascismo. Nella sua forma più organizzata si riduce a collettivi locali, autonomi e spesso effimeri.
Come è arrivato un movimento privo di struttura a occupare il centro della dottrina antiterrorismo della prima potenza militare del mondo? La risposta non è in un’inchiesta di intelligence, ma in una sequenza amministrativa durata dieci mesi, in cui ogni passaggio ha fornito la copertura formale al successivo.
1. Una cronologia in sei mosse
Il 22 settembre 2025, dieci giorni dopo l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump firma un ordine esecutivo che designa antifa come organizzazione terroristica interna e la descrive come un’impresa militarista e anarchica che invocherebbe apertamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti.
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Occidente. Entropia e Persistenza
di Antonio Cantaro
L’entropia non è più solo una distopia ma la realtà. La “regolazione entropica” che scarica all’esterno, nei Sud e nelle periferie del Mondo, i costi dello sviluppo estrattivista non ci preserva più dal disordine interno. Il capitalismo ha davanti a sé, commentava ironicamente un vecchio socialista, i secoli contati. Si sbagliava: qualcosa è avvenuto. Quel che è avvenuto è che il tramonto dell’Occidente tardo moderno non è più solo materia per la grande letteratura. È entrato nei nostri corpi, nelle nostre giornate. L’errore del “catastrofismo ottimista” non è tanto quello di rallegrarsi per l’entropia, quanto di non vedere la persistenza dell’Occidente, la sua perdurante vocazione a durare, ad andare oltre, ad offrire risposte, per quanto emergenziali, al disordine. Ne è un segno inequivocabile l’universale diffusione di una parola sulla quale anch’io in passato ho, sbagliando, ironizzato. Resilienza. Resilienza degli Stati, delle aziende, delle comunità, degli individui. Dunque, entropia e persistenza.
1. Al contrario del “catastrofismo ottimista”, il “catastrofismo realista” è consapevole della contestuale presenza nell’Occidente tardo moderno di entropia e di persistenza. Essendo realista il suo obiettivo è quello di individuare e mobilitare le forze della storia in grado di limitarne la vocazione distruttiva. Limitarne gli eccessi nella sfera domestica, tipicamente regolando l’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale. Limitarne gli eccessi e la forza distruttiva nella sfera internazionale, lavorando affinché al “vecchio” mondo unipolare sotto l’egida degli Stati Uniti subentri un mondo multipolare, un ordinamento internazionale in grado di frenarne la vocazione entropica.
È il punto di vista geopolitico e geo giuridico. Ma è una prospettiva realista? Temo di no. Sono, anzi, giunto alla conclusione di un acuto filosofo della politica, Antonio Martone: l’odierna multipolarità è lungi dall’essere un’autentica alternativa all’unipolarismo imperiale. L’odierna multipolarità è una Westfalia atomica, è guerra freddo-calda permanente, un simulacro del mondo post seconda guerra mondiale che peraltro non è stato il migliore dei mondi possibili. Gli Stati satellite del mondo multipolare – in America, in Asia, in Africa, in Europa – conservano l’apparenza della sovranità ma in realtà sono subordinati alle capitali dell’Impero e alle sue oligarchie attraverso l’insediamento di una classe politica locale integrata nelle reti del potere globale.
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Per chi suona la campana
di Marco Savelli
L’appello dell’enciclica "Magnifica Humanitas" ad una “pace disarmata e disarmante” ha reso evidente una frattura nella comunità dei credenti. La componente cattolica più vicina al magistero papale potrebbe forse essere spinta verso un’autonoma presenza politica organizzata, sganciata dall'intero arco partitico esistente
In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.
Uno scenario inquietante.
Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie.
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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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Burro o cannoni
di Luciano Bertolotto
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.
Follia del potere
Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?
Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).
La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.
Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere
Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.
Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.
A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.
Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.
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Da Kiev a Roma, istruzioni per fabbricare un nemico interno
di Pino Cabras
Maccartismo-piciernismo: dal bando di Russia Today alla costruzione del nemico interno: il progetto di legge importa in Italia la grammatica ucraina della guerra, trasformando dissenso, negoziato e pace in sospetto politico permanente e schedatura civile
Lunedì 20 luglio 2026, ore 14:30, sala stampa della Camera dei deputati. Carlo Calenda, Pina Picierno, Marco Lombardo, Federica Onori e la tesoriera di Europa Radicale Federica Valcauda presentano il progetto di legge “STOP alla propaganda russa in Italia”, corredato da un dossier il cui titolo merita di essere assaporato con calma: “La Peste Putiniana”.
Fermiamoci sul titolo, perché i titoli sono confessioni. Chi nomina una peste ha già prescritto la terapia: quarantena, cordone sanitario, disinfestazione. Con una peste mica si discute, e nemmeno si vota, figuriamoci se ci si confronta in un’aula parlamentare: l’unico approccio è eradicarla. La metafora medica applicata agli avversari politici ha una genealogia lunga e sinistra, e chi la maneggia dovrebbe almeno avere la decenza di conoscerla. Qui invece viene brandita da questi improbabili medici della peste con l’entusiasmo del neofita, come se patologizzare il dissenso fosse un’invenzione fresca di giornata e non il gesto inaugurale di ogni stagione di caccia all’untore.
I proponenti diranno che si tratta di ben altro: c’è un regolamento europeo che vieta la diffusione dei contenuti di Russia Today, il governo non lo attua, il progetto di legge colma la lacuna, pazienza se esiste una Costituzione con l’art. 21. Tutto qui, tecnica legislativa voodoo-bonsai. Prendiamoli sul serio per un momento, perché è esattamente così che comincia sempre: con un perimetro stretto, tecnico, retoricamente legalistico. Il problema è che questo film lo abbiamo già visto, per intero, dai titoli di testa a quelli di coda. È stato proiettato in Ucraina lungo vent’anni, e conoscere quella trama è il solo modo per capire cosa ci viene proposto oggi a Roma.
La grammatica prima della guerra
Chi giustifica ogni misura ucraina con l’invasione del 2022 dovrebbe spiegare come mai la macchina della stigmatizzazione fosse già a pieno regime molto prima.
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In God we trust
di Leo Essen
Con un gesto generoso, Andrea Zhok chiede un impegno per la democrazia. Lo chiede proprio a chi, come il sottoscritto, non ci crede più; a chi pensa che sarà sempre la stessa cosa, che non cambierà mai niente. Lo chiede a chi ha smesso di crederci quando ha visto candidarsi alle politiche Fantozzi (cioè Paolo Villaggio, per D.P.), quando ha visto che, per raggiungere uno scopo, bisognava servirsi di certi mezzi, e che Fantozzi era uno di quei mezzi. Lo chiede a chi ha sempre pensato che i mezzi non sono innocenti, che non sono semplici strumenti.
Zhok si rivolge a persone come me e le invita a lasciar cadere questa forma di intransigenza. La democrazia non è perfetta, dice. Quella che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che ha permesso ai nostri genitori di emanciparsi dalla povertà e dall’ignoranza, era piena di limiti. Non era facile, ma era pur sempre qualcosa. Era la migliore forma di democrazia che avessimo conosciuto dalla Rivoluzione francese in poi. Di quella cosa pubblica oggi resta soltanto la speranza – o, come dice Zhok, la fede – che possa ancora darsi, tornare a farsi viva.
È una presa di posizione generosa proprio perché non poggia su nulla. Non si affida ai numeri, non esibisce statistiche, tendenze o leggi storiche. Mette in gioco soltanto se stessa. Anzi, ancora meno: mette in gioco una promessa. Una promessa leggera, disarmata, che non cerca puntelli esterni, non pretende di giustificarsi con fatti, dati o deduzioni. Tutte motivazioni storiche ed empiriche, dunque inevitabilmente parziali e contestabili, sempre esposte alla polemica e alla gazzarra, come accade anche tra professori universitari che sembrano voler fare gli influencer.
È una professione di fede che mette a rischio soltanto la promessa e l’impegno a mantenerla. È il rischio della decisione stessa, della scelta, dell’eccezione.
È una chiamata alla quale si dovrebbe rispondere come rispose Abramo. È un rapporto che non passa attraverso la mediazione della ragione, della morale condivisa o della logica corrente, sempre pronte a trascinare tutto nel fango.
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Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive
di Gennaro Imbriano
Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.
L’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.
Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).
Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica
Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.
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È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
di Irene Doda
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commerciali
L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.
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Sette tesi sulla crisi della politica
di Antonio Martone
Prima tesi
Il cosiddetto fenomeno Vannacci rappresenta uno degli effetti della crisi antropologica che attraversa l’Italia e l’Occidente nel suo insieme. La sua forza risiede nella capacità di dare forma politica a un disagio già largamente diffuso, di offrire un nome e una direzione a qualcosa che esisteva prima di lui e che continuerà a esistere dopo. Sarebbe dunque un errore interpretarlo semplicemente come un episodio mediatico o come una deviazione temporanea del consenso: esso appartiene a un processo storico più ampio, nel quale le tradizionali forme della rappresentanza moderna hanno progressivamente perduto la capacità di organizzare l’esperienza collettiva. I partiti, le ideologie, le grandi narrazioni politiche del Novecento avevano svolto una funzione precisa nella produzione del senso. Esse fornivano agli individui un orizzonte entro cui collocare la propria esistenza sociale. Queste strutture si sono svuotate — hanno smarrito la capacità di abitare l’esperienza reale delle persone — e il campo è rimasto vuoto. È stato occupato da altro: forme di identificazione più immediate, più viscerali, più capaci di parlare direttamente al corpo e alla paura. Comprendere Vannacci significa dunque comprendere l’ordine che lo ha reso possibile, e farlo senza la consolazione di poterlo liquidare come fenomeno eccezionale o transitorio.
Seconda tesi
La globalizzazione economica, il paradigma neoliberale e la rivoluzione tecnico-digitale hanno determinato quella che io definisco e-city: uno spazio iperconnesso, abitato da soggetti mobili e sradicati, in cui il ritmo accelerato del presente ha liquidato memoria e attesa come categorie dell’esperienza umana. La e-city non è semplicemente la città elettronica contemporanea nel senso urbanistico del termine: è una forma di vita e un regime temporale. È un’organizzazione dell’esperienza che seleziona secondo criteri di adattabilità, velocità e produttività.
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