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labottegadelbarbieri

Magnifica humanitas laus fallaciarum

di jolek78

Magnifica Humanitas PDF owoibd 1024x576…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo

L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito; i critici della tecnologia (leggasi: tecnoscettici) per il monito sulle Big Tech; i giornali generalisti per le citazioni pop – Tolkien, Beethoven, Schindler’s List; perfino qualche ateo dichiarato, in giro per i social, si è tolto il cappello davanti alla lucidità con cui un Papa nomina la concentrazione di potere computazionale nelle mani di pochi. Alla presentazione, nell’Aula del Sinodo, sedeva tra i relatori Chris Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’AI. Non è un dettaglio: è la firma di un documento che vuole essere preso sul serio anche da chi i modelli li costruisce davvero.

Di lodi, insomma, ne ho lette abbastanza. Io però voglio fare l’esercizio opposto.

Non perché Magnifica Humanitas sia un brutto testo – è anzi notevole, ed è proprio per questo che merita di essere trattato come un argomento e non come un’omelia. Voglio leggerla come si legge una dimostrazione: seguendo i passaggi uno per uno, e fermandomi nei punti dove il ragionamento si rompe (spesso). Premetto una cosa, per onestà, visto che è la regola della casa: su buona parte della diagnosi sono d’accordo. L’analisi del potere tecnologico privato – gli attori transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, l’opacità degli algoritmi, i dati come bene comune sottratto alla collettività, il lavoro invisibile e sfruttato che alimenta i modelli – è roba che firmerei domani. Il bersaglio di questo pezzo non è la politica dell’enciclica. È la sua logica. E smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo.

Una nota di metodo prima di cominciare. L’enciclica conta duecentoquarantacinque paragrafi, e la parola “dignità” vi ricorre centouno volte. Non è un tic stilistico: è la chiave di volta dell’intero edificio. E le chiavi di volta, in un ragionamento, sono esattamente i punti che vanno testati per primi – perché se cede quella, cede tutto il resto.

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jacobin

Il genocidio spiegato a Erri De Luca

di Girolamo De Michele

erri de luca jacobin italia.jpgL’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.

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sinistra

La Magna Charta del pontificato di Leone XIV: critica del liberalismo e regolazione del capitalismo

di Eros Barone

1747562940890 AP1. La sfida della torre di Babele

L’enciclica Magnifica Humanitas pubblicata il 15 maggio scorso dal papa statunitense Robert Prevost, alias Leone XIV, è un testo di 245 pagine e cinque capitoli, più introduzione e conclusione1. Si tratta di un testo molto ampio e complesso che si pone esplicitamente sulla scia della Rerum Novarum di papa Leone XIII e punta ad approfondire i temi della dottrina sociale della Chiesa, proiettando tale dottrina in avanti e aggiornandola a partire dalla sfida posta oggi all’umanità dall’intelligenza artificiale, dal paradigma tecnocratico e dalle ideologie del transumanesimo e del postumanesimo. L’indice dei cinque capitoli in cui si articola il testo di questa enciclica fornisce, peraltro, una mappa essenziale del vasto territorio esplorato da un papa che sembra voler raccogliere e tesoreggiare, attraverso un accorto bilanciamento dell’istanza della continuità e dell’istanza dell’innovazione, la duplice eredità dei suoi immediati predecessori: quella teologica di papa Ratzinger e quella pastorale di papa Bergoglio: Introduzione; capitolo 1: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo; capitolo 2: Fondamenti e princìpi della dottrina sociale della Chiesa; capitolo 3: Tecnica e dominio – La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA; capitolo 4: Custodire l’umano nella trasformazione – Verità, lavoro, libertà; 5) La cultura della potenza e la civiltà dell’amore; Conclusione.

Poiché non è possibile riassumere i contenuti del documento pontificio senza rischiare di sacrificare l’unità logica della ricapitolazione sintetica a cui l’autore ha costantemente mirato, giova almeno ribadire, desumendoli dall’indice analitico dei paragrafi, i princìpi chiave della dottrina sociale della Chiesa, così come sono stati enunciati da Leone XIV: l’essere umano immagine del Dio trinitario; l’eguale dignità di tutti gli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; i princìpi della Dottrina sociale; il principio del bene comune; il principio della destinazione universale dei beni; il principio di sussidiarietà; il principio di solidarietà; il principio della giustizia sociale; lo sviluppo umano integrale.

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carmilla

Attenzione ai fascisti hi-tech

di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90

678f679f6fa44.r d.1636 798Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio.

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contropiano2

I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

di Fabrizio Poggi

nazigolpisti corriere.jpeg19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

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aldous

Di Salerno Aletta invece ci fidavamo

di Davide Miccione

Guido Salerno Aletta 03 550x310 1.jpgDue anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.

La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).

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lafionda

Su Thiel, Karp e altri demoni

di Andrea Petrozziello

135646856 92239a59 c281 49c6 a869 8b031ad732bd.jpgAlexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti. Il primo è quello antico, nel quale vige una rassegnazione nei confronti dell’impossibilità di costruire la macchina. Poi, nell’età moderna si entra in una fase di entusiasmo dato dalla costruzione dei primi congegni tecnologici. Infine, con la rivoluzione industriale, si rientra in un periodo di rassegnazione: le macchine esistono e sono ovunque, eppure l’uomo è in balia di esse. La macchina ha mantenuto le promesse e ha liberato progressivamente l’uomo dalle sue incombenze materiali, ma le possibilità che sono derivate da questa libertà hanno annichilito l’esistenza umana piuttosto che esaltarla.

Ciò che sostiene Koyré è giusto, a patto però che venga introdotto un distinguo: la rassegnazione post-industriale ha colpito la maggioranza della popolazione, ma non tutta. Se da un lato il proletario ha continuato a vivere una misera vita, il capitalista ha potuto liberarsi di parte della manovalanza salariata e non si è preoccupato per liberare i suoi lavoratori da una condizione esistenziale di sostanziale schiavitù. Anzi, alle volte quest’ultima è diventata assai più grama nella meccanizzazione del lavoro. Dunque, se tra la vasta maggioranza vige una desolante rassegnazione, entro una nettissima minoranza – data dai capitalisti – si percepisce l’entusiasmo per gli ultimi ritrovati della tecnica, che hanno ridotto parte delle incombenze derivanti dal rapporto con la manodopera.

Purtroppo, però, la metamorfosi della scienza nella tecnoscienza non si è fermata qui. Se nell’Occidente industrializzato la costruzione di macchine sempre più complesse e precise era, nell’età moderna e nella prima età contemporanea, un processo che ha interessato dapprima l’ambito della conoscenza scientifica (con la produzione di strumenti quali il telescopio), poi quello politico e sociale dell’esistenza, è da diversi decenni che la macchina ha sconfinato altresì nella sfera biologica della vita umana.

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La menzogna del moderatismo

di Mario Sommella

i id3607 mw600 1x.jpgTacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

 

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.

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Come funziona il capitalismo statale cinese?

di Dazibao*

capitalismo cinese 720x300.jpgPer capire come funziona il capitalismo in Cina, partiamo dal caso recente di ZXMOTO, una giovane azienda privata cinese emersa a sorpresa nel panorama mondiale. La sua storia, un mix tra iniziativa imprenditoriale e sostegno pubblico, è un caso emblematico del modo in cui Stato e mercato interagiscono nel sistema economico cinese.

Da un lato, oltre il 90% delle imprese registrate in Cina sono private, ma le imprese statali continuano a rappresentare una quota molto significativa dell’economia, contribuendo a circa il 40% del PIL; dall’altro lato, il Sistema di Proprietà Mista favorisce l’ingresso di capitale statale in aziende private, per favorirne la crescita, e l’ingresso di capitale privato in aziende pubbliche, per favorirne l’efficienza.

In alcuni casi la simbiosi è favorevole all’azienda privata, come nel caso di BYD, in altri, come per Alibaba, è un freno all’iniziativa privata.

Se ne parla in questo testo, buona lettura!

*****

A fine marzo una notizia è spopolata nel web cinese: Zhang Xue Moto (ZXMOTO) ha conquistato due vittorie nella tappa portoghese del Campionato Mondiale Supersport. Per la prima volta, un costruttore motociclistico cinese è salito sul gradino più alto del podio in due giornate di gara consecutive in uno sport a lungo dominato da marchi europei e giapponesi.

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lafionda

Quando l’algoritmo si fa sovrano. Dieci punti per un’alternativa italiana al manifesto di Palantir

di Margherita Furlan

Palantir teorizza apertamente la quarta stagione del capitalismo, quella sovrana: il dato si fa comando, l’azienda privata si sostituisce allo Stato. È la Costituzione degli azionisti dell’Apocalisse. Dieci punti per una geometria variabile italiana e per una nuova élite culturale che sappia dialogare con i BRICS

135646856 92239a59 c281 49c6 a869 8b031ad732bd.jpgC’è una soglia, nella traiettoria di ogni potere, oltre la quale la dissimulazione diventa superflua. La compagnia di Peter Thiel ha varcato quella soglia sabato 18 aprile 2026, quando ha pubblicato sul profilo ufficiale X un manifesto in ventidue punti che condensa il pensiero del suo amministratore delegato, Alexander Karp. Non un esercizio letterario: una dottrina politica esplicita, rivendicata, sottoscritta. La prima volta, nella storia recente, in cui una multinazionale della guerra algoritmica mette per iscritto la teoria del diritto a governare.

 

Chi è Palantir: il software che vede dentro le persone

Palantir Technologies nasce a Palo Alto nel 2003. La fondano cinque uomini: Peter Thiel, già capostipite di PayPal e prossimo finanziatore di Donald Trump e di J. D. Vance; Alexander Karp, filosofo formatosi a Francoforte sotto la scuola di Jürgen Habermas e oggi amministratore delegato del gruppo; Joe Lonsdale, giovane investitore californiano di area libertaria; Stephen Cohen e Nathan Gettings, ingegneri provenienti dall’universo PayPal.[1]

Il primo capitale arriva da un soggetto inconsueto per una start-up: In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. Due milioni di dollari nel 2005, sufficienti a indirizzare lo sviluppo del software verso le esigenze dell’intelligence statunitense.[2] La nascita stessa della compagnia porta dunque iscritto, nel codice genetico, il vincolo all’apparato di sicurezza nazionale americano. Non un cliente fra i tanti: il committente originario, l’architetto invisibile delle prime scelte tecniche.

Il nome lo sceglie Karp, lettore appassionato di Tolkien. I palantíri sono, nel Signore degli Anelli, sette pietre veggenti che permettono a chi le possiede di scrutare a distanza, vedere ovunque, sorvegliare l’intero Middle-earth. Una metafora trasparente, quasi imprudente, che dice tutto del mestiere che la compagnia intende svolgere.[3] Karp ne ha parlato più volte con compiacimento, come se la citazione letteraria fosse anche dichiarazione di intenti: vedere senza essere visti e da quella asimmetria ricavare il proprio potere.

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controvento.jpg

Nell’economia di guerra permanente il pacifismo non è resistenza

Appunti per una discussione

di Giuliana Commisso

FireShot Capture 022 Picassos Guernica color remix r StableDiffusion www.reddit.com .pngDobbiamo dare un nome collettivo a un processo che molti di noi stanno già vivendo sulla propria pelle, spesso senza avere gli strumenti per decodificarlo, denunciando il nesso inscindibile, eppure quasi invisibile, tra l’Economia di Guerra Permanente e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale.

La guerra contemporanea non è più una scacchiera definita; è un ronzio silenzioso di server farm, è un algoritmo che uccide senza rimorso. Ma non è solo tecnologia: è la forma estrema che il capitalismo assume per sopravvivere alla sua stessa crisi di valore.

Oggi la scienza, che Marx definiva “forza immediatamente produttiva”, non è usata per liberare il tempo o curare malattie tropicali, ma per massimizzare la “composizione tecnica del capitale” in armamenti dual-use. Siamo di fronte a un paradosso tragico: mentre si taglia la sanità e si nega il diritto d’asilo, lo Stato investe miliardi in tecnologie di distruzione che servono a drenare il plusvalore che il mercato civile non riesce più ad assorbire.

Non siamo di fronte a una crisi passeggera, a una nuvola che passerà. Siamo di fronte a una vera e propria mutazione genetica del capitalismo. Quando il sistema non riesce più a generare valore dal “lavoro vivo”, quando non sa più estrarre profitto dal benessere e dal progresso civile, si rifugia in quella che dobbiamo chiamare con il suo nome: una “thanato-economia”. Un’economia della morte, dove il profitto non nasce più dalla costruzione e gestione della vita (biopolitica), ma dalla distruzione dei territori e dal controllo tecnologico dei corpi.

Dobbiamo dircelo chiaramente: lo Stato ha cambiato pelle. Non si presenta più a noi come il garante dei diritti universali e del benessere della popolazione, ma come un “Crisis Manager” autoritario. Un amministratore di condominio che gestisce la scarsità di risorse per noi, mentre finanzia senza batter ciglio la ricerca bellica.

Ricordiamocelo ogni volta che ci dicono che “non ci sono soldi”: ogni euro investito in un missile ipersonico è un euro sottratto alla sanità calabrese, agli asili nido delle nostre periferie, alle pensioni di chi ha lavorato una vita. È il passaggio definitivo dal welfare al warfare.

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Il fenomeno Trump

di Eros Barone

trump flag 1200 690x362.jpgQuali che siano le particolarità di un individuo, costui non può eliminare i rapporti economici corrispondenti a un certo stato delle forze produttive. Ma le particolarità individuali di una personalità la rendono più o meno adatta a soddisfare le necessità sociali che sorgono sulla base di determinati rapporti economici o a impedire che siano soddisfatte.

G. Plechanov, La funzione della personalità nella storia.

 

  1. Il conflitto tra globalisti e conservatori

Quando il miliardario nuovaiorchese Donald Trump venne rieletto nel gennaio 2025 quale presidente degli Stati Uniti d’America, la maggior parte degli osservatori, compresi quelli più attenti e informati, pensò ad un “cavallo di ritorno” e non si rese conto della portata “tecnicamente rivoluzionaria” di quell’evento. Ma gli eventi che da allora si sono susseguiti fino ai nostri giorni hanno mostrato le dimensioni inedite di un vero e proprio ‘tsumani’ ideologico e geopolitico, che per la verità nessuno si aspettava. Molti si aspettavano infatti che, una volta rieletto, Trump, come in parte era avvenuto nel suo primo mandato, sarebbe tornato, sia pure con i tratti carismatici ed estemporanei caratteristici del personaggio, a una politica più o meno convenzionale. In realtà, è avvenuto qualcosa di molto importante, che richiede un minimo di analisi storica.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attraversato due fasi: l’epoca della guerra fredda con l’URSS e il campo socialista (1947-1991) e il periodo del mondo unipolare (1991-2024). Nella prima fase, gli Stati Uniti erano una superpotenza alla pari con l’URSS, mentre nella seconda fase hanno completamente sconfitto l’avversario e sono diventati l’unica superpotenza mondiale. A partire dagli anni Novanta, questo dominio ha iniziato ad assumere il carattere tipico di un’ideologia liberale di sinistra, fondata su una combinazione di interessi tra il grande capitale internazionale e la cultura di stampo individualista e progressista.

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transform

L’arma della pace e l’illusione dell’onnipotenza: Leone XIV contro il trumpismo

di Alessandro Scassellati

204528153 07cc27af 4ad9 438e 930f 494700c3d2e4.jpgIl panorama geopolitico ed ecclesiale è segnato da una faglia sismica che attraversa l’Atlantico, unendo e dividendo Roma e Washington. Al centro di questa crisi non vi è solo una divergenza diplomatica, ma uno scontro teologico e antropologico radicale tra due visioni del mondo: quella di Papa Leone XIV (Robert Francis Prevost) e quella del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Se per la Casa Bianca la religione è uno strumento di legittimazione del potere nazionale/imperiale e militare, per il primo Papa statunitense della storia (nato a Chicago) la pace non è un’opzione politica, ma la “sola arma del Vangelo”. Sulla pace e sullo stop al riarmo ci sono ampi punti di convergenza delle posizioni di Leone XIV con le istanze storiche e attuali della sinistra pacifista e progressista. Come ci sono i presupposti per una convergenza e per la costruzione di un fronte comune contro il potere sproporzionato dell’oligarchia tecnocratica digitale, il riarmo tecnologico e in difesa del lavoro.

* * * *

Il primato della pace come rivoluzione teologica

Nei primi 10 mesi successivi alla sua elezione, avvenuta l’8 maggio dello scorso anno, Papa Leone XIV è apparso spesso silenzioso su questioni delicate, parlando con cautela per placare le tensioni sia all’interno del mondo cattolico che con i leader mondiali al di fuori di esso. Nelle ultime settimane, un energetico Leone XIV ha impresso una svolta al suo pontificato e ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, partendo da una premessa teologica che scardina secoli di “dottrina della guerra giusta” e arrivando a condannare apertamente la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

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carmilla

Il fantasma del nemico palestinese

di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

libro della scomprsa cover.jpgQuella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.

Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.

La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti.

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altraparola

La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione

di Alessandro Simoncini

Auspicando che il termine “Resistenza” torni presto a produrre effetti politici di liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, pubblichiamo il saggio di Alessandro Simoncini La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione. Il testo introduce il volume collettaneo Reinventare l’Italia La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948), che contiene testi di David Bidussa, Gian Piero Brunetta, Filippo Focardi, Carlo Olmo, Simonetta Soldani, Mauro Volpi ed è stato curato dallo stesso Simoncini. Si ringraziano la Perugia Stranieri University Press e la Firenze University Press per il permesso a pubblicare parte dell’introduzione

copertina simoncini liberazione 1 666x666.jpg1. Nel Maelström: Resistenza, bande partigiane, desiderio di un mondo nuovo

In un suo interessante volume Nadia Urbinati ha scritto che si arrivò alle elezioni del 2 giugno 1946 perché l’alleanza dei partiti antifascisti e il CLN riuscirono a sconfessare la decisione del re di trattare «la fine del regime come l’ordinaria transizione da un Parlamento a un altro» – tentando «una pura e semplice restaurazione», come scrisse Norberto Bobbio –, aprendo così la fase costituente (Urbinati 2017, 18; 2021; Bobbio 1997, 160). Quelle elezioni furono l’atto con cui, per la prima volta nella storia d’Italia il popolo si fece sovrano attraverso i partiti e decise di darsi delle leggi. Con il decreto Bonomi del 25 giugno 1944, il governo provvisorio di coalizione del Comitato di liberazione nazionale disponeva infatti di indire elezioni a suffragio universale maschile e femminile, per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. I cittadini avrebbero insomma scelto liberamente il loro futuro e deciso quale forma di governo adottare. Per Urbinati, quindi, è un popolo fatto di cittadine e di cittadini il vero autore della Costituzione. Alla Costituente del resto i rappresentanti eletti non poterono scegliere la forma istituzionale – decisa appunto dal popolo per via referendaria – e si impegnarono a «redigere un documento che rispecchi[asse] la volontà popolare uscita dalle urne», traducendola in articoli comprensibili a tutti: come l’art. 1, che recepiva pienamente «la decisione del popolo sovrano di darsi un’identità repubblicana e di esprimersi per via elettorale (eleggendo rappresentanti)»[1]. Alle radici della Costituzione repubblicana e della sovranità popolare – sostiene quindi Urbinati – ci sono i partiti e il Cln, che in sintonia con Claudio Pavone la studiosa definisce il «vero e autentico governo nazionale dell’Italia invasa»: quello che portò a termine il complesso «“processo di politicizzazione” all’interno della realtà militare delle bande partigiane». Trasformando l’antifascismo militare in antifascismo politico – scrive Urbinati con Pavone –, la Resistenza del CLN fu quindi il «nucleo del potere costituente» che generò la nostra democrazia (Urbinati 2017, 18; Pavone 1991, 160).