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contropiano2

Vannacci, il prodotto politico del capitale

di Osservatorio Repressione

Vannacci vignetta 720x300.jpgDietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.

Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno soltanto l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.

L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.

Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.

La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.

Come ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.

Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie.

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la citta futura

La maschera razionale della nuova barbarie

di Paolo Massucci

Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.

ee8d5327bc039e116ab6b0319ba2f6e1 XL.jpgNel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.

Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?

 

Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana

Il concetto di "antifragilità" - neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine - sposta il baricentro dell'etica dall'individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell'uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell'autonomia della volontà e nell'obbedienza a un imperativo categorico che protegge l'universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l'essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.

Se il sistema "impara" attraverso l'errore, l'individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l'intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.

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alternative

Le parole del Papa, gli atti della guerra

di Alfonso Gianni

70.jpgIl grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1

Leone XIV

Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.

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mondocane

Da Germania anno zero a Germania anno 2.0... C’ero, ci risiamo, ci sono

di Fulvio Grimaldi

ardopjg9rhggddgPreambolo dinastico

Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

 

Premessa bombarola napoletana

E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

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Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas

di Roberto Fineschi

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La mia tradizionale passione/perversione per le questioni ecclesiastiche mi ha ovviamente portato a leggere la prima enciclica di Leone XIV, dal titolo Magnifica humanitas, dedicata alla dottrina sociale della chiesa, con particolare attenzione alla questione scottante dell’Intelligenza Artificiale[1].

Disclaimer importante: come sempre queste mie riflessioni non riguardano il vasto mondo cristiano e cattolico nel suo complesso, composto di molte anime e realtà; al solito, mi riferisco alle posizioni ufficiali della gerarchia vaticana che si manifestano attraverso documenti come encicliche, il catechismo, ecc.. E, al solito, non si intende punzecchiare la spiritualità personale di alcuno con commenti arditi, ma solo discutere di questioni teoriche e storiche legate specificamente a quelle posizioni con i loro risvolti politici e sociali.

Il tema preponderante dell’Intelligenza artificiale non è però isolato; il papa riprende molte delle questioni chiave del magistero sociale della chiesa, non a caso inaugurato dal suo omonimo predecessore Leone XIII con la celeberrima Rerum Novarum. Questa è l’occasione per ribadire alcuni dei principi basilari - e per larghi aspetti controversi - di tale magistero.

Pur tra tutti i distinguo possibili, premetto che è da sottolineare la netta presa di posizione contro la guerra e la degradazione della dignità umana nelle dinamiche correnti; nel far questo, quella del papa è voce quasi unica nel panorama internazionale che conta. Ciò va evidenziato e ne va dato merito.

Per quanto riguarda la parte più nettamente dedicata ai problemi legati all’intelligenza artificiale e alla digitalizzazione, l’enciclica ricalca le considerazioni già da tempo diffuse in ambito critico in quanto a possibile manipolazione, intesa non solo come mero condizionamento esterno, ma come creazione disfunzionale della personalità, alla pericolosa eterodirezione e automazione dei processi decisionali in campo economico, sociale, educativo, ecc. In questo non è particolarmente originale per chi abbia un minimo di familiarità con tali argomenti; i moniti vanno comunque per lo più nella direzione giusta. Molto più “leggera” invece la parte propositiva, l’elaborazione di alternative, la proposta di un modello in positivo[2].

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labottegadelbarbieri

Magnifica humanitas laus fallaciarum

di jolek78

Magnifica Humanitas PDF owoibd 1024x576…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo

L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito; i critici della tecnologia (leggasi: tecnoscettici) per il monito sulle Big Tech; i giornali generalisti per le citazioni pop – Tolkien, Beethoven, Schindler’s List; perfino qualche ateo dichiarato, in giro per i social, si è tolto il cappello davanti alla lucidità con cui un Papa nomina la concentrazione di potere computazionale nelle mani di pochi. Alla presentazione, nell’Aula del Sinodo, sedeva tra i relatori Chris Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’AI. Non è un dettaglio: è la firma di un documento che vuole essere preso sul serio anche da chi i modelli li costruisce davvero.

Di lodi, insomma, ne ho lette abbastanza. Io però voglio fare l’esercizio opposto.

Non perché Magnifica Humanitas sia un brutto testo – è anzi notevole, ed è proprio per questo che merita di essere trattato come un argomento e non come un’omelia. Voglio leggerla come si legge una dimostrazione: seguendo i passaggi uno per uno, e fermandomi nei punti dove il ragionamento si rompe (spesso). Premetto una cosa, per onestà, visto che è la regola della casa: su buona parte della diagnosi sono d’accordo. L’analisi del potere tecnologico privato – gli attori transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, l’opacità degli algoritmi, i dati come bene comune sottratto alla collettività, il lavoro invisibile e sfruttato che alimenta i modelli – è roba che firmerei domani. Il bersaglio di questo pezzo non è la politica dell’enciclica. È la sua logica. E smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo.

Una nota di metodo prima di cominciare. L’enciclica conta duecentoquarantacinque paragrafi, e la parola “dignità” vi ricorre centouno volte. Non è un tic stilistico: è la chiave di volta dell’intero edificio. E le chiavi di volta, in un ragionamento, sono esattamente i punti che vanno testati per primi – perché se cede quella, cede tutto il resto.

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jacobin

Il genocidio spiegato a Erri De Luca

di Girolamo De Michele

erri de luca jacobin italia.jpgL’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.

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sinistra

La Magna Charta del pontificato di Leone XIV: critica del liberalismo e regolazione del capitalismo

di Eros Barone

1747562940890 AP1. La sfida della torre di Babele

L’enciclica Magnifica Humanitas pubblicata il 15 maggio scorso dal papa statunitense Robert Prevost, alias Leone XIV, è un testo di 245 pagine e cinque capitoli, più introduzione e conclusione1. Si tratta di un testo molto ampio e complesso che si pone esplicitamente sulla scia della Rerum Novarum di papa Leone XIII e punta ad approfondire i temi della dottrina sociale della Chiesa, proiettando tale dottrina in avanti e aggiornandola a partire dalla sfida posta oggi all’umanità dall’intelligenza artificiale, dal paradigma tecnocratico e dalle ideologie del transumanesimo e del postumanesimo. L’indice dei cinque capitoli in cui si articola il testo di questa enciclica fornisce, peraltro, una mappa essenziale del vasto territorio esplorato da un papa che sembra voler raccogliere e tesoreggiare, attraverso un accorto bilanciamento dell’istanza della continuità e dell’istanza dell’innovazione, la duplice eredità dei suoi immediati predecessori: quella teologica di papa Ratzinger e quella pastorale di papa Bergoglio: Introduzione; capitolo 1: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo; capitolo 2: Fondamenti e princìpi della dottrina sociale della Chiesa; capitolo 3: Tecnica e dominio – La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA; capitolo 4: Custodire l’umano nella trasformazione – Verità, lavoro, libertà; 5) La cultura della potenza e la civiltà dell’amore; Conclusione.

Poiché non è possibile riassumere i contenuti del documento pontificio senza rischiare di sacrificare l’unità logica della ricapitolazione sintetica a cui l’autore ha costantemente mirato, giova almeno ribadire, desumendoli dall’indice analitico dei paragrafi, i princìpi chiave della dottrina sociale della Chiesa, così come sono stati enunciati da Leone XIV: l’essere umano immagine del Dio trinitario; l’eguale dignità di tutti gli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; i princìpi della Dottrina sociale; il principio del bene comune; il principio della destinazione universale dei beni; il principio di sussidiarietà; il principio di solidarietà; il principio della giustizia sociale; lo sviluppo umano integrale.

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carmilla

Attenzione ai fascisti hi-tech

di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90

678f679f6fa44.r d.1636 798Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio.

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I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

di Fabrizio Poggi

nazigolpisti corriere.jpeg19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

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aldous

Di Salerno Aletta invece ci fidavamo

di Davide Miccione

Guido Salerno Aletta 03 550x310 1.jpgDue anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.

La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).

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lafionda

Su Thiel, Karp e altri demoni

di Andrea Petrozziello

135646856 92239a59 c281 49c6 a869 8b031ad732bd.jpgAlexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti. Il primo è quello antico, nel quale vige una rassegnazione nei confronti dell’impossibilità di costruire la macchina. Poi, nell’età moderna si entra in una fase di entusiasmo dato dalla costruzione dei primi congegni tecnologici. Infine, con la rivoluzione industriale, si rientra in un periodo di rassegnazione: le macchine esistono e sono ovunque, eppure l’uomo è in balia di esse. La macchina ha mantenuto le promesse e ha liberato progressivamente l’uomo dalle sue incombenze materiali, ma le possibilità che sono derivate da questa libertà hanno annichilito l’esistenza umana piuttosto che esaltarla.

Ciò che sostiene Koyré è giusto, a patto però che venga introdotto un distinguo: la rassegnazione post-industriale ha colpito la maggioranza della popolazione, ma non tutta. Se da un lato il proletario ha continuato a vivere una misera vita, il capitalista ha potuto liberarsi di parte della manovalanza salariata e non si è preoccupato per liberare i suoi lavoratori da una condizione esistenziale di sostanziale schiavitù. Anzi, alle volte quest’ultima è diventata assai più grama nella meccanizzazione del lavoro. Dunque, se tra la vasta maggioranza vige una desolante rassegnazione, entro una nettissima minoranza – data dai capitalisti – si percepisce l’entusiasmo per gli ultimi ritrovati della tecnica, che hanno ridotto parte delle incombenze derivanti dal rapporto con la manodopera.

Purtroppo, però, la metamorfosi della scienza nella tecnoscienza non si è fermata qui. Se nell’Occidente industrializzato la costruzione di macchine sempre più complesse e precise era, nell’età moderna e nella prima età contemporanea, un processo che ha interessato dapprima l’ambito della conoscenza scientifica (con la produzione di strumenti quali il telescopio), poi quello politico e sociale dell’esistenza, è da diversi decenni che la macchina ha sconfinato altresì nella sfera biologica della vita umana.

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La menzogna del moderatismo

di Mario Sommella

i id3607 mw600 1x.jpgTacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

 

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.

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Come funziona il capitalismo statale cinese?

di Dazibao*

capitalismo cinese 720x300.jpgPer capire come funziona il capitalismo in Cina, partiamo dal caso recente di ZXMOTO, una giovane azienda privata cinese emersa a sorpresa nel panorama mondiale. La sua storia, un mix tra iniziativa imprenditoriale e sostegno pubblico, è un caso emblematico del modo in cui Stato e mercato interagiscono nel sistema economico cinese.

Da un lato, oltre il 90% delle imprese registrate in Cina sono private, ma le imprese statali continuano a rappresentare una quota molto significativa dell’economia, contribuendo a circa il 40% del PIL; dall’altro lato, il Sistema di Proprietà Mista favorisce l’ingresso di capitale statale in aziende private, per favorirne la crescita, e l’ingresso di capitale privato in aziende pubbliche, per favorirne l’efficienza.

In alcuni casi la simbiosi è favorevole all’azienda privata, come nel caso di BYD, in altri, come per Alibaba, è un freno all’iniziativa privata.

Se ne parla in questo testo, buona lettura!

*****

A fine marzo una notizia è spopolata nel web cinese: Zhang Xue Moto (ZXMOTO) ha conquistato due vittorie nella tappa portoghese del Campionato Mondiale Supersport. Per la prima volta, un costruttore motociclistico cinese è salito sul gradino più alto del podio in due giornate di gara consecutive in uno sport a lungo dominato da marchi europei e giapponesi.

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lafionda

Quando l’algoritmo si fa sovrano. Dieci punti per un’alternativa italiana al manifesto di Palantir

di Margherita Furlan

Palantir teorizza apertamente la quarta stagione del capitalismo, quella sovrana: il dato si fa comando, l’azienda privata si sostituisce allo Stato. È la Costituzione degli azionisti dell’Apocalisse. Dieci punti per una geometria variabile italiana e per una nuova élite culturale che sappia dialogare con i BRICS

135646856 92239a59 c281 49c6 a869 8b031ad732bd.jpgC’è una soglia, nella traiettoria di ogni potere, oltre la quale la dissimulazione diventa superflua. La compagnia di Peter Thiel ha varcato quella soglia sabato 18 aprile 2026, quando ha pubblicato sul profilo ufficiale X un manifesto in ventidue punti che condensa il pensiero del suo amministratore delegato, Alexander Karp. Non un esercizio letterario: una dottrina politica esplicita, rivendicata, sottoscritta. La prima volta, nella storia recente, in cui una multinazionale della guerra algoritmica mette per iscritto la teoria del diritto a governare.

 

Chi è Palantir: il software che vede dentro le persone

Palantir Technologies nasce a Palo Alto nel 2003. La fondano cinque uomini: Peter Thiel, già capostipite di PayPal e prossimo finanziatore di Donald Trump e di J. D. Vance; Alexander Karp, filosofo formatosi a Francoforte sotto la scuola di Jürgen Habermas e oggi amministratore delegato del gruppo; Joe Lonsdale, giovane investitore californiano di area libertaria; Stephen Cohen e Nathan Gettings, ingegneri provenienti dall’universo PayPal.[1]

Il primo capitale arriva da un soggetto inconsueto per una start-up: In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. Due milioni di dollari nel 2005, sufficienti a indirizzare lo sviluppo del software verso le esigenze dell’intelligence statunitense.[2] La nascita stessa della compagnia porta dunque iscritto, nel codice genetico, il vincolo all’apparato di sicurezza nazionale americano. Non un cliente fra i tanti: il committente originario, l’architetto invisibile delle prime scelte tecniche.

Il nome lo sceglie Karp, lettore appassionato di Tolkien. I palantíri sono, nel Signore degli Anelli, sette pietre veggenti che permettono a chi le possiede di scrutare a distanza, vedere ovunque, sorvegliare l’intero Middle-earth. Una metafora trasparente, quasi imprudente, che dice tutto del mestiere che la compagnia intende svolgere.[3] Karp ne ha parlato più volte con compiacimento, come se la citazione letteraria fosse anche dichiarazione di intenti: vedere senza essere visti e da quella asimmetria ricavare il proprio potere.