
Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
di Ciro Schember
Nel 2023, Angelo Calemme pubblica un libro che riprende e aggiorna un problema non solo italiano: la Questione meridionale dalla Conquista regia al processo di (dis-)integrazione europea1. Con gli strumenti concettuali di una Storia critica della tecnologia dell’Italia meridionale e della Sicilia tra Sette e Ottocento e di una Critica dell’economia politica dei Sud italiani dal secolo precedente all’Unità al trentennio successivo al Trattato di Maastricht, la Questione meridionale appare in una veste diversa da quella tradizionale: non più come la “palla al piede” del mancato sviluppo capitalistico siciliano e napoletano, ma come la faccenda dell’arresto di questo sviluppo nei Mezzogiorni italiani, funzionale alla proto-industrializzazione (1870-1940) prima e alla grande-industrializzazione (1945-1965) poi dell’Italia centro-settentrionale2.
Sulla falsariga delle analisi del gramsciano Nicola Zitara, dunque applicando fino alle estreme conseguenze il metodo marxiano allo studio della Questione meridionale, senza anteporgli alcuna retrotopia di Destra e senza alcun pregiudizio sciovinista di Sinistra, con il volume del 2023, Calemme dimostra che non vi sarà mai alcun futuro di emancipazione economica e sociale per gli italiani dei Sud senza una separazione rivoluzionaria dallo Stato unitario3.
Sulla scorta delle ricerche pubblicate nel 2023, sulla base delle collaborazioni con Giuliano Marrucci e Cristiano Sabino per il canale web OttolinaTV e l’associazione Multipopolare4, con La variabile legittima della storia.
Per un meridionalismo, critico, multipopolare e a portata di territori5 Calemme si pone le seguenti domande: nei mezzogiorni di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale, schiacciati da scambi ineguali e anomia, quali sono i nuovi margini di invenzione politica, capaci di rintracciare nuovi principi e nuove premesse di umanità, in grado di innestarsi, un domani, nei giochi sociali preesistenti, ridefinendone le regole, i vincoli, i comandi?6 Quali potrebbero essere le “menti di gruppo”, i profili politici dei soggetti collettivi, con cui sardi, siciliani e napoletani potrebbero oggi ricostituirsi come popoli in lotta per l’uscita dallo stato di minorità? Parafrasando Benedict Anderson, se è vero che ogni rivoluzione riuscita si è sempre definita in termini nazionali, esistono socialismi nazionali subalterni capaci di separare Sardegna, Sicilia e Italia meridionale dallo Stato unitario e consegnarle a un’ALBA mediterranea, multipopolare e a portata di territori?
Per rispondere a questi interrogativi politici occorre rinnovare la cassetta degli attrezzi, gli strumenti teorici utili per indagare le condizioni coloniali, semicoloniali, neocoloniali sarde, siciliane e napoletane. Calemme integra allora la Teoria critica di matrice marxiana con quella di stampo freudiano, precisamente la Sociologia politica con la Psicologia politica delle masse7.
Da questa prospettiva, La variabile legittima della storia di Calemme non sembra semplicemente un libro sui Mezzogiorni, ma una nuova versione delle Questioni meridionali. È un volume che pone in discussione il modo stesso in cui i Meridioni sono stati pensati, raccontati e interiorizzati. Calemme ripoliticizza le questioni sarda, siciliana e napoletana seguendo non solo le critiche che studiosi come Zitara, Capecelatro e Carlo compiono di Gramsci, precisando come le analisi del Filosofo e politico sardo sulla Questione meridionale di Sicilia e Italia meridionale non siano mai analisi di strutture, ma realizza un passo ulteriore: mostra che per comprendere davvero i Sud la sola Critica dell’economia politica non basta. La subalternità non è soltanto una condizione economica o istituzionale8. La subordinazione è anche un fenomeno psicologico collettivo che riduce qualsiasi soggetto a oggetto di consumo altrui, un’esperienza vissuta collettiva, un insieme di immagini, desideri, aspettative che si sedimentano nel tempo storico.
I primi due capitoli dell’opera costituiscono il nucleo teorico di questa proposta. Il primo capitolo adempie a un’operazione fondamentale: sottrae sardi, siciliani e napoletani alle narrazioni tecniche e neutralizzanti che li descrivono come attardati, problematici, anomali, esseri da correggere o emendare9. Calemme recupera Zitara per affermare nettamente che i Mezzogiorni non sono naturalmente disinteressati al lavoro e alla cittadinanza, ma sono il prodotto storico di rapporti di forza economici e sociali semicoloniali. Questo spostamento è decisivo perché riporta al centro la responsabilità storica e politica dello Stato unitario, e non solo di una solo presunta incapacità biologica o culturale dei meridionali di vivere dei propri fattori produttivi. Il punto più originale del capitolo però è quello secondo il quale la condizione semicoloniale non produce soltanto disuguaglianze sociali, ma produce anche fantasmi, finzioni reali, identità. Ciò che viene vissuto nell’esteriorità dei rapporti economici e sociali, i Sud finiscono per interiorizzarlo sotto forma di grammatiche politiche. Le narrazioni economiche e sociali non restano esterne alle masse, ma divengono sovrastrutture interne, topiche psico-politiche che delineano i profili psicologici collettivi delle società subalterne. Ripoliticizzare i Mezzogiorni vuol dire allora anche restituire loro la possibilità di raccontarsi diversamente, rompendo con uno sguardo, una parola, un gesto che hanno fatto dei Sud oggetti passivi di una storia esterna, metropolitana, tosco-padana.
Il secondo capitolo fa un’operazione ancora più audace10. Calemme sostiene che, per comprendere la subalternità dei Meridioni non basta analizzare i rapporti economici tra classi sociali, ma occorre capire come il dominio viene interiorizzato, come entra nei cervelli, negli immaginari collettivi e nei desideri sociali. È qui che l’Autore integra la sociologia marxiana con la psicologia freudiana. Il metodo marxiano permette di leggere le strutture del dominio, mentre quello freudiano permette di capire come queste strutture producano processi (e non sostanze) di soggettivazione, soggettività grammaticali, forme immaginarie di gruppo, che magari strutturano i desideri sociali delle masse entro confini politici determinati piuttosto che in altri.
La psicoanalisi di Calemme non è allora un ornamento teorico, ma uno strumento necessario per comprendere innanzitutto tre processi fondamentali: a) l’interiorizzazione psico-politica dei rapporti socio-economici; b) la formazione grammaticale dei desideri secondo determinati giochi di potere; c) la produzione di soggettivazioni subalterne. In questo senso, i Sud spesso finiscono per desiderare ciò che li marginalizza: modelli esterni, riconoscimenti impossibili, identità costruite altrove. La subalternità non è solo una condizione, ma è anche sensibilità, un pensarsi, un collocarsi collettivamente. Ed è proprio per questo che il discorso sull’emancipazione di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale non può ridursi soltanto ad analisi di natura esclusivamente economica, sociale e istituzionale, ma deve essere anche uno studio del simbolico, dell’immaginario, della psicologia politica delle masse subalterne.
Letti insieme, questi due capitoli costruiscono un trattato di teoria politica potente e originale. Il primo spiega perché serve un nuovo sguardo sui Mezzogiorni, il secondo espone come costruire questo sguardo, il terzo capitolo interpreta cosa questo sguardo ci restituisce nell’osservazione delle colonie domestiche d’Italia.
In questo lavoro i Mezzogiorni non emergono più come semplici oggetti di analisi, ma come possibili processi di soggettivazione politica. La liberazione allora non consiste più nel recupero dei ritardi, ma nella trasformazione del modo in cui sardi, siciliani e napoletani si sentono, si pensano e si raccontano.
La variabile legittima della storia è un libro importante perché restituisce profondità psicologica alle Questioni meridionali; mette nuovamente in dialogo marxismo e psicoanalisi in modo eterodosso, non convenzionale, e soprattutto proficuo; offre strumenti predittivi per immaginare politicamente nuove pratiche di emancipazione, radicate nelle soggettivazioni multipopolari e a portata di territori.
In conclusione, Calemme non si limita a descrivere soltanto ciò che si vede e non si vede, a circoscrivere fenomeni di cui non si conoscono le dinamiche, ma spiega come, nonostante tutti i loro fallimenti, sardi, siciliani e napoletani continuino ancora oggi a desiderare socialmente e organizzare politicamente indigene pratiche di emancipazione.









































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