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cumpanis

Una lettura “marxiana” di Piero Sraffa

di Federico Fioranelli

Il 29 aprile, nella sezione “Scuola Quadri” di Cumpanis, ho pubblicato un articolo (“Il fondamentale contributo di Piero Sraffa al riscatto del pensiero economico classico”), a carattere strettamente divulgativo e con un linguaggio il più possibile accessibile anche ai non addetti ai lavori, sulla figura dei uno dei massimi economisti del Novecento.

Dopo averne ripercorso per sommi capi la vita, ho presentato le opere di Sraffa del 1925, del 1926 e del 1930, con l’intento di evidenziare gli aspetti che maggiormente hanno contribuito alla critica distruttiva della teoria neoclassica di Jevons, Menger, Walras e Marshall.

Successivamente, invece, nel trattare “Produzione di merci a prezzo di merci” (1960), pur nella piena consapevolezza che il mio non sia l’unico punto di vista sulla questione, ho sottolineato il fatto che, attraverso questo lavoro, Sraffa abbia assestato un ulteriore colpo alle fondamenta della teoria neoclassica e, allo stesso tempo, sia riuscito a risolvere l’unico problema lasciato irrisolto da Ricardo e Marx, quello riguardante la teoria del valore-lavoro.

Per quanto riguarda Marx, al di là delle questioni terminologiche, egli è perfettamente consapevole del fatto che i valori di scambio ottenuti in base alla teoria del valore-lavoro non corrispondano ai prezzi che si determinano in una situazione di libera concorrenza e saggio di profitto uniforme tra i vari settori produttivi.

Infatti, in una situazione di libera concorrenza, con libero movimento dei capitali e libero ingresso di nuove imprese nei vari settori produttivi, esiste una tendenza al livellamento dei saggi di profitto, attuata da movimenti intersettoriali di capitali che si dirigono dove la valorizzazione è più alta.

Non esiste, invece, in una situazione di questo tipo, la possibilità che i vari settori produttivi abbiano la stessa composizione organica del capitale (q = c/v), costituita dal rapporto tra capitale costante e capitale variabile. Infatti “lavoro morto” e “lavoro vivo” non hanno la stessa proporzione in tutti i settori: in quelli dell’industria pesante che producono prevalentemente mezzi di produzione, come ad esempio quello siderurgico, il lavoro “morto” è decisamente superiore, mentre nei settori dell’industria leggera, come l’alimentare, che producono quasi esclusivamente beni di consumo, viene utilizzato proporzionalmente più “lavoro vivo”.

Partendo da questi presupposti e considerando che il profitto si estrae solo dal “lavoro vivo”, è palese l’impossibilità di scambiare le merci prodotte nei vari settori secondo i loro valori-lavoro.

Questa impossibilità può essere dimostrata attraverso l’esempio di un sistema economico composto da due settori, quello che produce mezzi di produzione (settore 1) e quello che produce beni di consumo (settore 2).

Dato che i valori (Va1 e Va2) dei beni prodotti nei due settori sono costituiti della somma del lavoro morto, del lavoro vivo e del plusvalore (Va = c + v + pv), possiamo supporre che Va1 sia 150 (= 90 + 30 + 30) e Va2 sia 140 (= 60 + 40 + 40). Questo significa che la composizione organica del capitale del primo settore (q1 = 3) è maggiore di quella del secondo (q2 = 1,5) mentre il saggio del plusvalore (pv/v) risulta identico nei due settori.

Il saggio di profitto [pv / (c + v)], cioè il rapporto tra il plusvalore e la somma del capitale costante e del capitale variabile, non è invece lo stesso nei due settori: nel primo è 0,25 (= 25%) e nel secondo 0,40 (= 40%). La conseguenza è che si verificano spostamenti di capitali dal primo settore verso il secondo. Così, nel primo settore si produce di meno, si contrae l’offerta e aumentano i prezzi; nel secondo settore, quello dei beni di consumo, si produce di più, aumenta l’offerta e i prezzi scendono. I prezzi, dunque, in seguito ai movimenti dei capitali, finiscono per scostarsi dai valori.

Questo significa che i beni non si possono scambiare con i valori di scambio ottenuti in base alla teoria del valore-lavoro.

Marx, nel terzo libro de “Il Capitale”, pubblicato postumo a cura di Engels, tenta di risolvere il problema tramite la cosiddetta trasformazione dei valori-lavoro in prezzi di produzione. Il prezzo di produzione prende così il posto del valore quale attrattore dei concreti prezzi di mercato che oscillano intorno ad esso.

Il prezzo di produzione in un settore produttivo (Pp = c + v + pm) corrisponde ora alla somma del capitale complessivo speso per produrre (c + v) e del profitto medio (pm) realizzato su questo capitale. Il profitto medio è il risultato del prodotto tra il capitale investito nel settore e il saggio medio di profitto per l’intero sistema [pv / (c + v)] cioè il rapporto tra il plusvalore globale e la somma del capitale costante e del capitale variabile riferiti al sistema complessivo.

Sulla base dell’esempio fatto in precedenza, il saggio medio di profitto per l’intero sistema è 0,318 (= 70/220), cioè 31,8%. Quindi, con le dovute approssimazioni, pm1 = 38 (=120*0,318) e pm2 = 32 (=100*0,318). Di conseguenza, il prezzo di produzione del primo settore (Pp1) è 158 (= 90 + 30 + 38) mentre il prezzo di produzione del secondo settore (Pp2) corrisponde a 132 (= 60 + 40 + 32).

Dal confronto tra le formule, quella relativa ai valori e quella relativa ai prezzi di produzione, si può notare che la somma dei plusvalori (pv1 + pv2 = 70) è uguale alla somma dei profitti medi (pm1 + pm2 = 70) e che la somma dei valori (Va1 + Va2 = 290) è la stessa di quella dei prezzi di produzione (Pp1 + Pp2 = 290). Queste condizioni sono essenziali per poter parlare di trasformazione.

Tuttavia l’operazione condotta da Marx presenta un problema.

Marx infatti trasforma solo i plusvalori (pv1 e pv2) in profitti medi (pm1 e pm2). Per ottenere tale risultato, egli calcola un saggio medio di profitto per l’intero sistema, dividendo il plusvalore globale per la somma del capitale costante e del capitale variabile riferiti al sistema complessivo. Ma plusvalore, capitale costante e capitale variabile appaiono sul mercato in termini di prezzi.

Il calcolo del saggio medio di profitto, quindi, deve avvenire nella forma del rapporto tra prezzi. Per conoscere questi ultimi, è però necessario aver già calcolato il saggio di profitto. Dato che è proprio questa la grandezza che si vuole determinare, il ragionamento diventa circolare.

Marx si accorge del problema al punto da scrivere che, per far quadrare il cerchio, è necessario trovare una merce di valore invariabile che possa fungere da misuratore costante delle altre.

Chi arriva alla quadratura del cerchio è proprio Piero Sraffa attraverso la merce tipo.

La merce tipo costituisce proprio la soluzione al problema lasciato irrisolto da Marx (e Ricardo) in quanto è l’unità di misura che consente di determinare in modo esatto i prezzi delle merci, senza fare alcun riferimento al valore-lavoro. Essa è una merce composita, cioè una sorta di merce campione rappresentativa dell’insieme dei beni che entrano nel circuito economico sia come mezzi di produzione (input), fra i quali vanno considerati anche i beni di consumo acquistati dai lavoratori salariati, sia come prodotti finiti (output).

Il sistema economico appare quindi come un processo in cui le merci entrano come mezzi di produzione (input) ed escono come prodotto (output). In tale sistema, è possibile determinare il saggio di profitto come rapporto tra due quantità fisicamente omogenee: il sovrappiù, cioè la quantità di merce tipo data dalla differenza tra prodotto e mezzi di produzione, e i mezzi di produzione anticipati dai capitalisti.

Sraffa, grazie alla merce tipo, risolve il problema della trasformazione e dimostra anche che la distribuzione del reddito nazionale dipende dai rapporti di forza fra lavoratori e capitalisti.

La sua analisi, quindi, non stravolge in alcun modo Marx. Tutt’altro. Sraffa, pur partendo dal presupposto che la teoria del valore-lavoro non conduce a conclusioni precise dal punto di vista economico, non nasconde il fatto che le società capitalistiche si basano sullo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti. Sottolineando che il profitto è possibile in quanto il sistema è in grado di produrre un sovrappiù che non viene assorbito dai salari, fa emergere, forse con ancora maggiore forza, l’idea dello sfruttamento.

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Comments

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Eros Barone
Monday, 24 May 2021 19:41
Le elucubrazioni degli sraffiani non meritano, a mio avviso, alcuna attenzione. Piuttosto vale la pena di considerare due aspetti riguardo alla persistenza, soprattutto in Italia, del mito di Sraffa: uno di carattere personale ed un altro di carattere propriamente politico. Orbene, Sraffa è stato un esponente di spicco, insieme con Joan Robinson, della “scuola di Cambridge”, vale a dire di un indirizzo della teoria economica borghese che si proponeva di conciliare Marx con Ricardo, facendo poggiare tale intento sulla falsa equazione tra la teoria del valore e dei profitti di Ricardo e la teoria del valore e dei profitti di Marx, laddove l'unica differenza tra i due “economisti” sarebbe rappresentata unicamente dall’antagonismo tra il capitale e il lavoro salariato “completamente assente in Ricardo”. Partendo allora dall'assunto di tale “continuità” tra Ricardo e Marx, si comprende perché la “riflessione” degli economisti cantabricensi finisca con l’incentrarsi sul problema dei prezzi. D'altra parte, non vi è bisogno di ribadire che la critica di Sraffa, elaborata come replica alla scuola marginalista, servì da base per un attacco all’analisi marxista delle leggi di movimento del capitale. Così la visione monocentrica della sfera della circolazione ha due implicazioni immediate: da un lato, spinge a sviluppare unilateralmente il valore di scambio, dimenticando che la produzione capitalistica è “produzione di valori di scambio per mezzo di valori d’uso”; dall’altro, giustifica le rivendicazioni di carattere egualitario e proudhoniano, basate sulla pretesa di abolire lo sfruttamento capitalistico mediante la richiesta che il plusvalore, attraverso un’equa distribuzione, possa ritornare alla classe operaia che l’ha prodotto. La questione sociale, in tal modo, da questione che investe i rapporti di produzione (Marx) si contrae in questione che investe la distribuzione dei redditi (Sraffa). Questa torsione della problematica in senso economicista e riformista spiega le ragioni del successo che gli economisti di Cambridge, e Sraffa in particolare, hanno ottenuto presso la sinistra liberale e/o socialdemocratica. A questo proposito, basterà rammentare che un pericoloso sovversivo di nome Giorgio Napolitano, in un articolo comparso sul n. 31 di "Rinascita" del 4 agosto 1978 (p. 21), dal titolo "Omaggio a Piero Sraffa", definì l’economista torinese come un “amico e maestro dei comunisti italiani”. Ieri con Sraffa, oggi con Piketty, Stiglitz, Krugman, Latouche, e via tamponando, la vaselina del riformismo ha sempre lo stesso scopo: mascherare la vera essenza del modo di produzione capitalistico, rendendolo accettabile alle classi lavoratrici attraverso vantaggi tanto illusori quanto precari.
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AlsOb
Sunday, 23 May 2021 16:59
Sergio Cesaratto non si autocita ma vale la pena di leggere anche un suo contributo a un libro: The Classical ‘Surplus’ Approach and the Theory of the Welfare State and Public Pensions


"Fortunately, we are not left in any such theoretical void. The classical view of income distribution is quite helpful here. In particular, the absence in this approach of mechanical laws of distribution actually renders their absence in the case of PAYG transfers less surprising. In the meantime, the relevance attributed to the social conflict and the prevailing moral views that predominate in each historical period help us to overcome the horror vacui due to the absence of those automatic laws, in favour of a classification of historical experiences, and of a careful analysis of the factors that determine their evolution."
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Sergio Cesaratto
Sunday, 23 May 2021 09:46
Forse Carlo Rao potrebbe leggersi Massimo Pivetti, 1999. "On Sraffa's "Cost & Surplus" Concept of Wages and its Policy Implications," Rivista italiana degli economisti, Società editrice il Mulino, issue 2, pages 279-279.
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carlo rao
Saturday, 22 May 2021 02:51
Tentiamo di fare chiarezza su tutta la faccenda. In Sraffa le tre grandezze che dobbiamo considerare sono :
1) prodotto netto tipo (prodotto sociale complessivo come merce-tipo: il “sovrappiù”)
2) salari (la quota del reddito nazionale che va ai salari, la chiamiamo “w”)
3) mezzi di produzione
Esse hanno omogeneità fisica piena tra di loro, in quanto sono misurabili come una unica merce, la merce-tipo, perciò saranno direttamente confrontabili tra loro (senza dover “saltare” dai valori ai prezzi) onde trovare la relazione tra il salario e il saggio di profitto. In questa economia reale si pone la quantità complessiva di lavoro impiegato (ad es. 1 anno lavoro) come quantità unitaria di lavoro, così otterremo che il saggio del salario w coincida con i salari totali; analogamente trattiamo la totalità del prodotto netto tipo di questa economia quale unità fisica della merce-tipo. La relazione base è la seguente:
R = prodotto netto tipo/ mezzi di produzione
allora il saggio del profitto r sarà determinato dal suo massimo valore possibile, R, meno il salario totale:
r = R (1 – w)

se w fosse pari a 0, allora R sarebbe il massimo saggio del profitto ottenibile nel sistema dato.
Il salario totale w sarà perciò:

w = 1– r/R

La quantità r/R indica la proporzione del prodotto netto tipo che va ai profitti al saggio r , e w sarà il residuo
1 – (r/R) del prodotto che va ai salari. R è un valore noto nella formula perché, come in Ricardo per il grano si da come postulato che la quantità fisica del prodotto eccede quella dei suoi mezzi di produzione, quindi con R noto sarà r a variare in base alla quota che andrà al salario w: Sraffa quindi evidenzia la proporzione della spartizione del prodotto netto tra profitti e salari senza che vi sia bisogno di conoscere preventivamente il dato quantitativo di questa spartizione e i prezzi che vi corrispondono. Se noi ipotizziamo un completo sistema economico così organizzato, ne consegue che, come scrive Sraffa, “nel sistema tipo il rapporto fra prodotto netto e mezzi di produzione rimarrebbe lo stesso qualunque variazione avesse luogo nella ripartizione del prodotto netto fra salario e profitto e quali che fossero i cambiamenti di prezzo che ne risultassero.”
Il saggio massimo possibile di profitto, R, è un rapporto quantitativo tra merci autonomo dai loro prezzi relativi. Questo rapporto si basa sulla quantità di profitto disponibile e la quantità di mezzi di produzione nell’intero sistema tipo, ed essendo quantità della stessa merce-tipo abbiamo una relazione lineare tra profitti e salari: aumentando la quota dei profitti diminuisce quella che va ai salari, quindi aumenta il saggio di profitto r; ad esempio, se entro il sistema tipo la quantità prodotta di una data merce-tipo eccede del 20% la quantità impiegata nella sua produzione e il saggio del salario w viene fissato in ¾ del prodotto netto tipo, il saggio di profitto r applicato su questa merce sarà r = 5% .
Confrontiamo l’equazione del saggio di profitto costruita da Marx, r = s/c +v, con quella di Sraffa, r = R (1 – w) . La differenza tra essa e quella di Marx è che in quest’ultima plusvalore s (in prezzi: saggio di profitto) e capitale variabile v (in prezzi: salari) sono ben distinti, invece in Sraffa i salari sono parte del sovrappiù, inteso come prodotto netto complessivo da cui capitalisti e lavoratori traggono le rispettive quote r e w. In Marx il salario v fa parte dei mezzi di produzione, cioè dal punto di vista del capitalista esso è quella parte di capitale che unito a quello impiegato per i macchinari, il capitale costante c, costituisce l’insieme dei costi di produzione che deve affrontare per produrre la merce PRIMA di poter realizzare il profitto sul mercato. In Sraffa invece capitalista e lavoratore si fronteggiano per spartirsi quote di “sovrappiù” DOPO il processo produttivo (comandato dalle sole condizioni tecniche di produzione). Nel modello di Sraffa dunque tende a perdersi il tema dello “sfruttamento del lavoro operaio”, che in Marx è dovuto al fatto che il lavoratore produce tutta la somma s + v ma gli viene restituito solo v : il capitalista si appropria di s in quanto è proprietario della parte dei mezzi di produzione corrispondenti al capitale costante c.
Il concetto implicito nella equazione di Sraffa è che a rigore il lavoratore può ritenersi “sfruttato” solo se non prende nessuna quota del sovrappiù prodotto, cioè solo se w = 0 , limite ovviamente irrealistico dal momento che in questo contesto anche la parte di salario corrispondente alla sussistenza pura del lavoratore deve essere tratta dal sovrappiù; ma allora dove si pone in Sraffa l’asticella oltre la quale il lavoratore può dirsi “sfruttato”? Nel modello di Sraffa non ci sono elementi per poter rispondere a questa domanda: vi è sfruttamento se la quota di sovrappiù che va al lavoratore è esattamente il valore in merci della sussistenza? oppure è del 20% del sovrappiù? oppure del 30%? o è comunque sfruttato se non lo ottiene tutto, cioè w = 1?
La critica a Sraffa di parte marxista sostenne che non è chiaro da dove e da cosa si generi il “sovrappiù”; di certo non è il plusvalore s marxiano generato dal lavoro operaio ed escluso dal salario. Infatti R nelle equazioni di Sraffa origina da una relazione tecnica che in sede di produzione consente di distinguere il prodotto netto in rapporto ai macchinari e alle materie prime, i mezzi di produzione ammessi nel suo modello. In tal modo si perde la distinzione marxiana tra quantità di merci come “prodotto necessario” (salario di sussistenza) e quantità di merci come “plusprodotto”, tanto che si potrebbe dedurre che il profitto è soltanto la “naturale” remunerazione del capitale impiegato nella produzione dal capitalista, come il salario lo è del lavoro impiegato dall’operaio, per cui non vi sarebbe alcuno “sfruttamento” (a ciascuno il suo, si potrebbe dire!).
La teoria di Sraffa ci riconduce alla definizione classica di “sovrappiù” sociale (Smith, Ricardo), ma con differenze rilevanti nella definizione di salario e profitto. Se il salario fosse una grandezza data come nel contesto classico (ed in parte anche in Marx), dove era propriamente un salario di sussistenza fisiologicamente determinato (calorie necessarie all’attività fisica lavorativa), esso sarebbe naturalmente una grandezza nota prima di conoscere i prezzi di produzione, e quindi indipendente dal saggio di profitto che remunera il capitale. Ma quando assumiamo con Sraffa che il salario contiene anche una parte del sovrappiù prodotto sarà problematico assumerlo come “dato” a monte della determinazione dei prezzi che compongono il paniere dei “beni-salario”; in tal caso sarà il saggio di profitto, che pone l’asticella dove si ferma il salario, ad esprimere un rapporto indipendente dalla determinazione dei prezzi. Ne consegue che le quote di sovrappiù che vanno a profitti e salari, due fattori tra loro complementari, sono causa anziché effetto del livello generale dei prezzi dell’insieme di merci prodotte dal sistema.
In conclusione nel sistema di Sraffa il saggio di profitto è la variabile indipendente. E’ pur vero che nel momento in cui il salario non è più di sola sussistenza e partecipa alla distribuzione del sovrappiù, si possono costruire equazioni in cui esso è la variabile indipendente, rimanendo nel quadro teorico che abbiamo esposto (si ricordino in proposito le parole d’ordine nelle rivendicazioni salariali degli anni 70). D’altra parte se entro la teoria di Marx abbandoniamo il concetto di salario di sussistenza non è affatto chiaro come si determini la quota del capitale variabile v in termini di salario e quella del plusvalore s in termini di profitto: dove si pone l’asticella tra prodotto necessario e plusprodotto, tra valore e plusvalore? Marx aveva presente il problema, e assegnò al concetto di “sussistenza” un contenuto sociale e non solo fisiologico (diversamente da Ricardo), ma così facendo ne prefigurava una misurazione che di fatto sembra dover dipendere da valutazioni soggettive che non dovrebbero avere campo in una teoria rigorosa. Se oggi il concetto di salario di sussistenza è indefinibile nelle aree del capitalismo più sviluppato, allora la suddetta critica a Sraffa può essere rivolta altrettanto a Marx: in uno non è chiaro quali presupposti presiedano alla spartizione del sovrappiù, nell’altro non lo sono i presupposti che delimitano la quantità di v rispetto ad s, per cui la questione si presenta in uno sotto forma di valore e plusvalore nella produzione e nell’altro sotto forma di quantità di merci nella distribuzione del reddito.
Possiamo inoltre osservare che in Sraffa il valore dei capitali impiegati nel ciclo produttivo è un risultato delle equazioni, per cui non esiste uno stock di capitale il cui valore sia noto prima e indipendentemente dai prezzi. Per questo motivo la dinamica tra profitti e salari non dipende da una qualche “naturale” adesione alla quantità data di capitale presente all’inizio del ciclo (come invece propagandavano i teorici della cosiddetta teoria “marginalista”); in altri termini il “capitale” non è di per se stesso un “fattore produttivo” autonomo. Infatti nel modello di Sraffa il prezzo dei mezzi di produzione è determinato congiuntamente al prezzo di tutte le altre merci e quindi non si presenta come un capitale già misurato e “speso”; ne consegue che se non poniamo la merce-tipo come unità di misura del sistema di equazioni, al variare del prezzo del salario varierebbe anche il valore in prezzi del capitale impiegato, e viceversa.
In Sraffa si trova dunque conferma che il saggio di profitto è influenzato dalle dinamiche sociali che incidono sulla distribuzione dei redditi, le quali si svolgono su un terreno più vasto (e più sfuggente) di quello definito dai rapporti di produzione.
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Eros Barone
Thursday, 20 May 2021 17:41
“La sua analisi [di Sraffa], quindi, non stravolge in alcun modo Marx”. Così Federico Fioranelli conclude la sua apologia della teorizzazione criptomarginalista di Sraffa. “Nego majorem”: risponderei al modo degli Scolastici quando nelle dispute costoro intendevano confutare la premessa maggiore del sillogismo formulato dall’avversario. Bisogna dire però che in questo caso l’apologeta non si è minimamente curato di documentare la fondatezza della proposizione chiave del suo ragionamento. Né potrebbe farlo per alcune ragioni che ora esporrò. Nella sua “Critica al programma di Gotha” del 1873 Marx scrive: “Il socialismo volgare (e con esso una parte della democrazia) ha ereditato dagli economisti borghesi l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualche cosa che riguarda essenzialmente la distribuzione. Ma dato che rapporti reali sono stati da molto tempo messi in chiaro, perché tornare indietro?”. A molti sraffiani dovrebbero fischiare le orecchie! Sennonché per Ricardo stesso, oltre che per Marx, il valore – prima di essere una misura – è ‘rappresentazione’ del lavoro sociale contenuto nelle merci: concetto, questo, fondamentale per discriminare la visione dell’economia sulla cui base è costruita la critica dell’economia politica di Marx, dalla visione che la scienza economica borghese – e gli sraffiani con essa - hanno del loro oggetto. Sul tema della specificità dei concetti di ‘scienza’ e di ‘economia’ nella critica dell’economia politica mi sembra allora corretto e doveroso rinviare a Louis Althusser ed Etienne Balibar, “Leggere il Capitale”, Feltrinelli, Milano 1968, capp. VII, VIII e IX. Dal canto suo, nel cap. 11° del terzo libro del “Capitale”, dedicato all’esame degli “effetti delle oscillazioni generali del salario sui prezzi di produzione” (cfr. “Il Capitale”, l. III, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 255), Marx così scrive: “Tutte queste manifestazioni [in sostanza gli scostamenti tra i valori e i prezzi di produzione] ‘sembrano’ essere in contraddizione tanto con la determinazione del valore da parte del tempo di lavoro quanto con la natura del plusvalore costituito dal pluslavoro non pagato. ‘Nella concorrenza tutto ciò sembra invertito’. La forma definitiva dei rapporti economici, quale si manifesta alla superficie, nella sua esistenza reale, e quindi l’idea che gli agenti attivi e passivi di tali rapporti cercano di farsene per arrivare a comprenderli, differiscono considerevolmente dalla intima, essenziale, ma nascosta struttura fondamentale di questi rapporti e dal concetto che ad essi corrisponde, anzi ne rappresentano addirittura il rovesciamento, l’antitesi”. Orbene, si può non concordare con quanto asserisce Marx, ma due cose non si possono assolutamente fare: l’una, ignorare che Marx era perfettamente consapevole della natura apparentemente contraddittoria della forma definitiva di esistenza reale dei rapporti economici, di quei rapporti della superficie che Sraffa farà propri, talché sarà proprio Marx a denunciare (e non a subire) la “contraddizione assoluta” che “a prima vista” ‘sembra’ esserci tra il mondo dei prezzi (produzione complessiva, circolazione, concorrenza ecc.) e il rapporto di valore delle merci (inteso non come semplice misura); l’altra cosa che non si può assolutamente fare è ignorare che le analisi dei rapporti apparenti nella loro espressione fenomenica dei prezzi-senza-valore di tipo sraffiano “rappresentano addirittura il rovesciamento, l’antitesi” della marxiana teoria del valore e del plusvalore. In conclusione, se ci sono economisti e politici che ritengono “superiore” e più scientifica l’analisi di Sraffa, si accòmodino pure (assolvendo il relativo ‘onus probandi’); ma in verità costoro non hanno alcun elemento concreto per permettersi di nascondere l’antitesi (epistemologica, economica e teleologica) tra Marx e Sraffa, anche se arrivano ad asserire, con un’acrisia sconfinante nella provocazione, che “l’analisi di Sraffa non stravolge in alcun modo Marx” e… “fa emergere, forse con ancora maggiore forza, l’idea dello sfruttamento”. D’altronde, è pur vero che chi ha storpiato freudianamente il titolo del librino di Sraffa, trascrivendolo come segue: “Produzione di merci a prezzo di merci”, merita più una risata che un biasimo.
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