
Noterelle sul presente
di Gianfranco Gavianu
Caro Tonino, questa volta ti propongo come oggetto di pubblicazione una lettera che ho ricevuto dall'amico e collega Gianfranco Gavianu riguardo agli articoli recentemente pubblicati sul Corriere della Sera da tre 'intellettuali' liberalfascisti e guerrafondai. Nella presente congiuntura ritengo che questa lettera costituisca una testimonianza di notevole valore politico, intellettuale e civile, e pertanto mi permetto di caldeggiarne la pubblicazione nel sito di Sinistra in Rete. Accludo sull'autore della lettera la seguente nota biografica con la quale può essere opportuno integrarne la pubblicazione [E. Barone].
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Carissimo Eros,
riprendo dopo la cesura estiva il nostro fecondo, e aggiungerei facondo, dialogo. Muovo dall’assunzione, forse ovvia per chi come noi si riconosce nel dettato e nella migliore tradizione marxiana, del concetto di ‘presente come storia’. L’asserzione nella sua schematicità appare ovvia e sembra non porre problemi. Non mi sfugge tuttavia la complessità dell’attuale stato delle cose pullulante e irto di contraddizioni, ma non riesco a concepire altro compito per chi voglia coltivare la propria integrità e dignità etico-razionale e al tempo stesso svolgere una funzione critica nell’oggi, seppur da una posizione marginale e periferica come può essere apparentemente la nostra. L’attenzione a ciò che è presente deve costituire dunque uno sforzo costante in quanto è il fondamento dell’esperienza e della conoscenza. Ma il cosiddetto ‘presente’ - e chi come noi ha il culto della mediazione lo sa bene – non può essere né definito, né spiegato, né compreso nella sua cieca immediatezza, praticando stoltamente una miope ottusa empiria avvolti nelle nebbie mistificanti di una sistematica manipolazione mediatica: a questa condizione mi sembra ridotta la maggior parte degli intellettuali, ‘cerretani alla ribalta giornalistico-televisiva’, fonografi di menzogne ideologiche funzionali ai centri del potere economico finanziario, dove per citare attualizzandolo Dante «Cristo (ossia la verità storica) tutto dì si merca» (perdonami il climax enfatico!).
Sappiamo d’altra parte entrambi che la ‘borghesia’, forse dalla rivoluzione del 1848 in poi, per sopravvivere, deve riconoscersi esclusivamente in «Ciò che è», non sopporta di considerare l’«Essere» come un «Essere divenuto», dovrebbe mettere in discussione sé stessa, la sua legittimità ad esistere come classe dominante, il cui motto essenziale è “Après moi le déluge”, come le catastrofi che di continuo genera attestano.
L’analisi che segue tende a inverare e a dimostrare questi assunti esaminando la miseria etico-intellettuale di tre ‘famosi’ - nel duplice senso latino - articolisti del Corriere.
La realtà storica immediata, quella che i linguisti chiamerebbero ‘referente’, è sistematicamente rimossa ed eclissata soprattutto oggi, da calcolate strategie di disinformazione, che alternano grossolana brutalità e astuzia raffinata. Le considerazioni che ti propongo sono state in me suscitate dalla lettura dei recenti interventi giornalistici sulla guerra russo-ucraina scritti da figure - sarebbe più giusto definirli al maschile - che diffondono mistificanti menzogne atteggiandosi a dotti maestri di storia e diritto: mi riferisco agli articoli apparsi in sequenza sul Corriere della Sera, in questo mese, a firma di Antonio Polito, Ernesto Galli della Loggia e di una tua vecchia conoscenza con cui in tempi lontani, se ricordo bene, avesti un breve e polemico scambio epistolare: il sociologo-giornalista Angelo Panebianco. In tali letture mi sono dapprima casualmente imbattuto; in seguito, soffrendo e quasi con ribrezzo, mi sono imposto di analizzarle più distesamente nella convinzione che comunque occorre conoscere il ‘negativo’.
L’acre, rabbiosa animosità che accomuna i tre scritti è stata scatenata dalle affermazioni nette contro la guerra di una giovane militante (Oibò!) del PD!, delle quali senz’altro hai avuto notizia. Lo sdegno stizzito dei tre si rivolge ovviamente anche contro chi non si riconosce ‘senza se e senza ma’ (abietto sintagma che nei nostri tempi va per la maggiore) nella nobile difesa dei valori occidentali, animata da russofobia, in una guerra orchestrata sul lungo periodo dagli USA NATO e dai suoi zelanti servi europei. Virginia Libero, nella Festa dell’Unità, ha richiamato la miseria delle condizioni economiche delle masse giovanili, ha citato l ’articolo 11 della nostra Costituzione ed evocato la necessità della diserzione nel caso che la nostra corrotta classe politica ci trascinasse nella tragedia. Non l’avesse mai fatto: un coro di voci sdegnate si è levato in ampi settori della ‘Sinistra’ alternando orrore e commiserazione.
In particolare i tre intellettuali liberal già citati assumono verso la giovane militante un atteggiamento di irridente sufficienza, sfruttando la loro posizione privilegiata nella risibile gerarchia dei ristretti saperi di cui dispone il giornalismo nostrano; intendono evidentemente intimidire e ammaestrare, con la retorica dei buoni sentimenti civili, dei saggi moniti morali, conditi degli eterni valori del liberalismo, non solo la destinataria dei loro insegnamenti ma anche quelli che ritengono i loro potenziali sprovveduti lettori, digiuni di storia. Ma questa presuntuosa saggezza storica è fin da subito miserevolmente contraddetta dalla rudimentale elementarità delle categorie esplicative degli eventi storici che essi adottano.
Panebianco sul Corriere di domenica 13 settembre, sdegnoso, dalle vette avvolte di nubi e folgori sapienziali delle sue conoscenze politologiche, richiamandosi alla Realpolitik, tratta con ironia i sostenitori di qualsiasi tentativo diplomatico di risoluzione del conflitto e a tal fine ricorre, ovviamente servendosi del lessico anglosassone, al termine inglese appeasement. Dipinge poi a tinte fosche la figura di Vladimir Putin, reincarnazione di Stalin, perfido nuovo zar animato da ambizioni neo-imperialistiche, attribuendogli la maligna perversità dell’omino nero delle fiabe dei fratelli Grimm. A sua volta Galli della Loggia, qualche giorno dopo sul medesimo giornale, adattando la storia al suo orizzonte tramato dei più logori luoghi comuni della vulgata interpretativa sul primo dopoguerra, afferma severo quanto segue: «La sinistra italiana scherza col fuoco. Essa rischia per la seconda volta nella sua storia di dare un contributo decisivo a consegnare il Paese a un marasma irto di pericoli decretando, insieme, il proprio suicidio politico. E lo fa di nuovo a proposito della questione cruciale della guerra: come già fu nel 1919-20, quando la sua azione contribuì a produrre la nascita e la vittoria del fascismo». Ovviamente il giornalista divulgatore di storia accusa i giovani di ignoranza, mentre se ne rivela il vessillo: oblia le responsabilità e le complicità nello scoppio della prima guerra e nell’avvento del fascismo di gran parte del ceto liberale (Benedetto Croce in primis!) a cui sembra nobilmente rifarsi. L’altra strategia interpretativa che adotta è ovviamente quella di fermarsi all’immediato, all’hic et nunc, per cui c’è l’aggressione russa e vengono trascurati e deliberatamente ignorati precedenti, l’archeologia - direbbe Tucidide - del conflitto russo-ucraino. Del resto il fermarsi stizzosamente e ottusamente all’immediato o il complementare ricorrere a una ricostruzione storica selettiva edificando un passato di cartapesta sembra costituire una sorta di coazione a ripetere per gli epigoni d quelli che furono i grandi intellettuali borghesi.
Ancora più rivoltante e patetica è la trama argomentativa del recentissimo articolo del Polito (domenica 20 settembre) costellato da un miserando e stucchevole refrain con cui ipocritamente condanna la guerra proprio mentre ne evoca in trasparenza la necessità. Dice dunque il Nostro in stucchevoli iterazioni litaniche «speriamo non ci sia mai», «speriamo non accada mai» … In realtà dopo aver sottolineato che l’invito alla diserzione è insensato in quanto la leva obbligatoria in Italia non c’è, ricorda in modo subdolo che il servizio militare è solo sospeso, perché l’articolo 52 non è stato abrogato. E a questo punto non esita a sottolineare l’aggettivo ‘sacro’, contenuto nel primo comma del suddetto articolo: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», scomoda ovviamente a suo vantaggio l’autorevolezza di un Aldo Moro e di un Palmiro Togliatti. Senonché il Polito compie una mirabolante capriola logica estendendo arbitrariamente l’obbligo di difender la Patria, l’Italia, alla necessità di intervenire in difesa dell’Ucraina aggredita dal feroce orso russo. Distorce quindi pro domo sua il secondo comma dell’articolo 11 secondo cui l’Italia «consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…». Ed ecco il miserando giochetto: l’Italia, deduce e glossa il Polito, può e deve intervenire a difendere il più debole e dopo aver richiamato lo sciagurato esempio dell’ex comunista D’Alema che inviò truppe italiane contro la Serbia (in violazione dei decreti dell’ONU! ma seguendo devotamente le scelte della NATO-USA: Operazione Allied Force) conclude con sofferta saggezza, evidenziata da un pudico condizionale: «Dunque il nostro Paese potrebbe essere chiamato a una guerra difensiva (speriamo non accada mai) da solo (sic!) o insieme con le organizzazioni internazionali che assicurano la pace…». Dove queste organizzazioni operino (forse a Gaza? a difesa dell’Iran, o di Cuba?) solo lo sguardo sovrano del Polito, che non disdegna il ridicolo, può svelarlo. Riesuma e ribadisce infatti il frusto concetto di ‘guerra giusta’, variante becera del motto arbitrariamente attribuito alla Latinità classica: “Si vis pacem, para bellum”. Nella parte conclusiva, per suffragare le sue tesi subdolamente belliciste, dopo aver rimandato quelli che considera i putiniani d’Italia, alle illuminanti pagine di un certo Salvatore Curreri, conclude con toni minacciosi e ricattatori abbandonando la falsa benevolenza comprensiva iniziale verso i giovani: «Ma se un giorno (speriamo non accada mai) dovessimo davvero partecipare a un conflitto armato, allora va da sé che la diserzione sarebbe punita». Non manca alla fine l’invito, forse inconsciamente rivolto a sé stesso, a ripassare la Carta Costituzionale.
Aggiungo che mi sembra di poter cogliere nelle menti di tutti e tre i giornalisti, nel loro odio-terrore verso la Russia, l’agitarsi paranoico della paura, al momento infondata ma inestinguibile nel borghese, di un fantasma: il comunismo.
Forse perdo il mio tempo e sopravvaluto il ruolo pubblico che costoro svolgono (a chi si rivolgono, chi tentano persuadere?). Tuttavia temo che, come in passato, le velleitarie smanie belliciste, implicite od esplicite di molti intellettuali, mascherate di nobili valori di libertà, che trovano ahimé consensi ed echi in settori della ‘Sinistra’ (vedi PD), favorite dalla diffusione capillare nei media, possano incidere sull’ opinione pubblica, trascinando tutti verso la catastrofe. Credo dunque utile, ai fini di un rischiaramento dialettico del ‘presente’, analizzare e comprendere le categorie concettuali e gli impulsi emotivi che determinano l’universo di discorso e strutturano le menti di chi elabora doxai per i più. Questa indagine appartata e marginale, che qui ho solo abbozzato, permette forse di delineare l’Idealtypus dell’intellettuale medio italiano, giubilante e ben pagato, servo solo in parte consapevole delle molteplici articolazioni del capitalismo finanziario. Definire il paradigma del ‘nemico’, in senso non certo psicologico-moralistico, ma in una prospettiva sociale, è probabilmente una dolorosa ma ineludibile necessità della nostra Ragione e della nostra Esistenza, del Logos e del Bios.
Un abbraccio fraterno
Gianfranco













































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