Storia e futuro dell’ordine mondiale
di Matteo Bortolon
Amitav Acharya, nella sua monumentale opera Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi 2026), ci ha consegnato un testo di ampio respiro, proiettato nell’attualità più stringente ma saldamente impiantato in una prospettiva di storia mondiale. La prospettiva di attualità è palese nel sottotitolo: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente.
Si tratta quindi di un testo leggibile da diverse angolazioni: chi è appassionato di storia delle idee gusterà i capitoli che ripercorrono le antiche civiltà (sumeri, egizi, romani, ecc.); chi ha interesse per le civiltà extraeuropee affronterà con maggior impegno i capitoli che parlano di India, Cina, Giappone, civiltà amerindie. Chi, infine, vede tutto ciò come una mera premessa per affrontare i problemi di oggi correrà agli ultimi capitoli, dedicati all’ordine mondiale statunitense e al suo sgretolamento, tema su cui l’autore aveva già consegnato alle stampe il testo del 2014 The End of American World Order.
Acharya è uno studioso di relazioni internazionali e il centro del suo interesse consiste chiaramente nei rapporti fra entità statuali: diplomazia, competizione, cooperazione, ostilità, guerra. Attingendo a un’erudizione prodigiosa, torna indietro all’origine della civiltà stessa, rituffandoci all’epoca dei sumeri e degli egizi, e da lì procede ad affrontare Persia, India, Cina, mongoli, civiltà amerindie (Maya, aztechi, inca).
Il testo propone, in sintesi, tre tesi chiave. Prima: la costruzione di un ordine mondiale non è opera di una sola civiltà, ma un’impresa collettiva in una rete di influenze, influssi e migrazioni di idee e istituti. Seconda: l’ordine futuro non sarà dominato da una singola nazione. Terza: il crollo dell’egemonia occidentale non sarà (probabilmente) affatto un disastro.
Il possente sforzo di illustrazione storica segue tale schema di pensiero: ogni civiltà con un apparato organizzativo complesso ha dovuto confrontarsi col problema di gestire i rapporti diplomatici con altri regni attraverso una forma di architettura politica. Tali pratiche hanno influenzato le epoche successive, per cui ben può dirsi che “il nostro attuale ordine mondiale è frutto del contributo di più civiltà” (p. 15). Sebbene insegni negli USA e abbia acquisito la cittadinanza di tale paese, l’autore è nato in India, e si avverte fortemente un’inclinazione a demolire l’etnocentrismo occidentale: i valori di democrazia, diritti umani e le conseguenti forme di istituzionalizzazione non sono il prodotto esclusivo della civiltà occidentale, ma raccolgono l’eredità di modelli e concetti elaborati altrove. Esistono intere biblioteche sul tema degli influssi culturali nei più svariati campi – dall’arte alla tecnologia, dalla guerra alla letteratura – e in questo caso al centro stanno le pratiche politiche di relazione fra i popoli e i regni.
In alcuni casi la trasmissione di tali tradizioni è chiara, come nel caso degli istituti politici che l’ellenismo ha portato alla civiltà romana e, tramite essa, al Medioevo europeo. In altri è affascinante vedere come idee e forme organizzative che penseremmo siano state create dall’Occidente avessero parallelismi impressionanti in epoche remote o contesti lontani, come il modello delle relazioni diplomatiche delle città sumere o gli editti del re indiano Ashoka per la tutela dei poveri e dei deboli, escludendo forme di violenza – esempio, questo, già diffuso dal Nobel per l’economia Amartya Sen in un suo aureo libretto di fine anni Novanta. In tali casi l’interesse, più che nella genealogia storica di idee attuali, si colloca piuttosto nel futuro: riprendendo la citazione, fatta dall’autore, dello storico asiatico Wang Gungwu, “sebbene la storia non si ripeta mai davvero, essa amplia la nostra comprensione di ciò che oggi è possibile e di ciò che potrebbe accadere in futuro” (p. 487).
Venendo ai temi di più stringente attualità, l’autore affronta già nell’ampia Introduzione il logoramento dell’egemonia statunitense a favore della crescita di paesi non occidentali, anticipando l’assunto per cui, nonostante le diffuse paure di politici e commentatori occidentali, ciò non sarebbe necessariamente un male. Verso la fine torna sul tema più dettagliatamente. Un paragrafo dell’ultimo capitolo (Equilibrio di paura, p. 497) è tutto dedicato a mostrare l’infondatezza delle paure espresse da vari politici e commentatori: la diffusione di modelli autoritari, in specie quello cinese, l’avvento di una nuova era di guerre e disordini. Una delle tradizioni più forti, a partire da contesti remoti come quello persiano, indicava nella contrapposizione fra caos e ordine la maggiore funzione legittimante dell’assetto garantito dall’autorità: impedire lo scivolamento nel disordine sociale.
Le motivazioni sottostanti a tali assunti risiedono negli ultimi capitoli dedicati all’unificazione del mondo costruita dal colonialismo occidentale e dal paradigma politico che alla fine è diventato universale, a partire dall’ordine di Westfalia con il riconoscimento della sovranità, cioè il divieto di intromissione negli affari interni di altri Stati. L’autore, pur riconoscendone i meriti, ne denuncia energicamente i limiti, rilevando come il mutuo riconoscimento abbia escluso le popolazioni extraeuropee, consentendo colonialismo e imperialismo. Alcuni capitoli sono pieni delle atrocità e violenze funzionali alla costruzione della supremazia europea nel resto del mondo: colonialismo, razzismo, imperialismo, genocidi, schiavismo.
L’assetto del mondo post-1945 viene trattato nel modo seguente: da un lato vengono indicati i limiti anche di quelle istituzioni che ricevono un apprezzamento quasi universale, come la Carta dell’ONU e la Dichiarazione dei Diritti Umani; dall’altro si mostra come ad alcuni dei maggiori progressi abbiano contribuito i paesi non occidentali nel pieno del processo di decolonizzazione, sebbene questo non venga abitualmente riconosciuto. Anche l’ordine mondiale incardinato su Europa e USA è stato una creazione plurale.
In chiusura l’autore azzarda qualche previsione più dettagliata sul futuro. Si tratta di una parte meno scontata e più discutibile rispetto alle conclusioni cui sono arrivati molti autori, soprattutto dal 2022, riguardo a una nuova forma di policentrismo o multipolarismo. Il termine usato da Acharya è multiplex: secondo lui il futuro assomiglierà più a un cinema multisala che a un assetto unitario governato da una o più potenze. In sostanza, la differenza è che, secondo lo studioso indiano, si svilupperà una serie di processi differenti, per ciascuno dei quali saranno protagonisti differenti Stati e soggetti a geometria variabile; nel mondo futuro ci saranno molte leadership a vari livelli, non esclusivamente coincidenti con i vertici degli Stati nazionali più forti, a seconda non solo dei rapporti di forza economici e militari, ma anche delle idee e della cultura.
Nel complesso si tratta di un’opera che costituisce uno dei più formidabili attacchi all’etnocentrismo occidentale, in quanto lo sfida sul suo terreno: anziché fondarsi su una base valoriale totalmente alternativa – come un’ortodossia religiosa o una forma di tradizionalismo – ne accetta i presupposti di fondo, mostrandone più l’incoerenza che l’infondatezza: democrazia e diritti umani non sono principi da abbandonare, ma da impugnare contro il suprematismo occidentale.
Si tratta senza dubbio di una visione originale rispetto a una replica del Concerto europeo delle potenze del XIX secolo, che andrebbe approfondita e discussa. Il motivo per cui si potrebbe esprimere un certo scetticismo rispetto a tale visione non è tanto un eccesso di idealismo: in nessun passo lo studioso esclude che un qualsiasi ordine mondiale contempli guerre e conflitti, nemmeno quello immaginato da lui. Il punto è che l’autore non si pone la questione di una transizione che può rivelarsi dolorosa. In effetti considera l’egemonia euroatlantica come un’epoca di sostanziale continuità, limitandosi a registrare concisamente che “con la seconda guerra mondiale […] gli Stati Uniti emersero come potenza egemonica globale”. Ma il Regno Unito non passò il testimone senza cercare di mantenere il suo primato. Secondo molti autori, infatti, il passaggio da una fase egemonica all’altra è irto di rischi e di conflitti, perché la potenza dominante che si sente scivolare il potere dalle mani cerca di usare la forza per mantenerlo. È difficile non vedere in tale luce la guerra in Ucraina e, in modo più scoperto anche se più illogico, le due guerre contro l’Iran – di cui, al momento in cui scriviamo, non si vede una conclusione; conflitti in cui la supremazia militare statunitense pare aver incontrato i suoi limiti e che è presumibile inaugurino una fase di ulteriore decadimento.
Il magistrale capitolo 8, L’ascesa dell’Occidente, prende in rassegna i vari fattori che, secondo gli storici, sono dietro il predominio mondiale delle nazioni europee, mettendo all’angolo le interpretazioni che peccano di eurocentrismo, e conclude dando molta importanza al colonialismo. Ciò è comprensibile alla luce di quanto si dice in uno svelto paragrafo in merito all’egemonia occidentale nel campo delle relazioni internazionali: “le case editrici e le istituzioni occidentali detengono ancora un controllo pressoché totale su ciò che si insegna non solo in Occidente ma anche nel resto del mondo” (p. 490). Per decolonizzare la prospettiva storica, Acharya è più interessato a una discussione critica sulle cause del dominio occidentale rispetto alle sue conseguenze. Il testo individua lucidamente tanto il fatto che il colonialismo pone le basi materiali per una prima unificazione mondiale, quanto quello per cui a capo di esso vi è una civiltà con molteplici centri di potere in spietata competizione reciproca. Non ne trae la conclusione per cui il passaggio di egemonia viene vissuto dalle potenze europee come una sconfitta nell’ambito delle loro relazioni normali, cioè di competizione e guerra, per cui chi è in declino lotta con le unghie e con i denti senza cedere un millimetro.
I due temi non si escludono a vicenda: è possibile che, dopo una fase turbolenta di transizione, si arrivi all’ordine multiplex previsto dall’autore. Ma di fronte a noi si profila un Occidente che, lungi dal rassegnarsi mestamente a non essere più il dominus globale, si riarma con rinnovata aggressività, a dispetto dei maggiori benefici che, come mostra ogni forma di razionalità, comporterebbe una nuova epoca di più profonda collaborazione e cooperazione internazionale.













































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