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sinistra

Il diavolo in corpo

di Algamica*

francia alg.pngNella espressione italiana, a parte il romanzo, avere il diavolo in corpo può significare due cose: essere molto agitati, irrequieti, nervosi o pieni di energia incontenibile e vivace. Nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero i movimenti giovanili in alcuni paesi d’Europa e i suoi riflessi, sono presenti entrambi.

Perché l’inaspettato movimento degli studenti medi delle scuole di periferia francesi spaventano, e non poco, l’establishment occidentale e buona parte della pancia sociale popolare qui in Europa e oltre Atlantico?

Partito come un movimento giovanile contro il degrado della scuola pubblica nelle periferie, che richiede maggiori fondi per la pubblica istruzione e in particolare stipendi più alti per gli insegnanti e più insegnanti, la protesta studentesca è divenuta ormai da due settimane una aperta e generalizzata rivolta sociale.

Una mobilitazione che sulla carta rivendica pari opportunità nella competizione meritocratica delle carriere scolastiche, tra centro e periferia, e che sembrava un fuoco di paglia di fine estete, si è esteso a Bruxelles e poi nelle città italiane e in particolare nel suo nord “produttivo”.

Nel contempo assistiamo a un riverbero sismico, ancora delle nuove generazioni, anche su altri versanti, come ad esempio in Albania con l’assalto degli studenti al Parlamento e contro una classe politica che da un lato vuole mettere in vendita pezzi del paese alle multinazionali USA e alle lobby finanziarie ebraiche e dall’altro impone l’aumento dei costi dell’istruzione. Mentre in Spagna ci si mobilita contro gli effetti del mercato selvaggio degli affitti come risultato dell’industria del turismo di massa. O ancora a Rio de Janeiro si scende in piazza contro il programma neoliberista di Bolsonaro di tagli alla pubblica istruzione. O perfino dall’altra del mondo, in India ci si attivizza contro la corruzione nelle carriere scolastiche e così via. Certo, c’è un filo conduttore nell’unire i vari puntini di una mobilitazione su scala mondiale che a tratti in Europa assume i connotati della rivolta sociale.

Il filo conduttore è la crisi sistemica dell’accumulazione di un modo di produzione unitario, caratterizzato da un movimento storico monista, la cui diretta e immediata conseguenza è il blocco dell’ascensore sociale, che da un lato colpisce le nuove generazioni, dall’altro produce la percezione sempre più netta, che via via, le condizioni materiali della vita saranno peggiori di quelle dei padri, dei nonni e dei bisnonni.

Detto ciò la rivolta dei giovani studenti in Francia, Belgio e Italia ha degli aspetti particolari e sono proprio queste “particolarità” che turbano profondamente l’establishment occidentale e l’humus sostanziale delle sue classi sociali. L’Europa dal ’68 e passando per gli anni ’70, del secolo passato, è stata attraversata da lunghe stagioni di contestazioni giovanili e dai tratti ideologici “anti sistemici” e perfino violenti. Poi, grazie agli anni dello sviluppo precedentemente accumulato, sulla pelle dei popoli colonizzati e razzializzati da più di 400 anni, fu possibile riassorbire quelle contestazioni tra le pieghe del conflitto complementare utile a consolidare le società dell’Occidente nel suo ulteriore divenire storico di fine XX secolo.

Ma quanto accade sotto i nostri occhi non ha nulla a che vedere col passato, perché i giovani delle scuole di periferia francesi o degli istituti tecnico professionali, sommersi dall’alternanza scuola lavoro, non contestano ideologicamente il sistema capitalista nel suo complesso, la scuola non diviene un bersaglio in quanto una sovrastruttura autoritaria dello Stato e della società borghese come nel passato. Semmai i giovani di oggi rivendicano condizioni per una concorrenza leale in un mercato più selvaggio. Rivendicano l’assicurazione che le regole della meritocrazia, di cui il liberalismo democratico si fa vanto, siano garantite nella formazione scolastica: parità di programmi formativi, di fondi e di condizioni materiali, inclusa pari disponibilità di insegnanti tra scuole di periferie e/o professionali e scuole dei centri città a medio e alto reddito. Ma ciò è sufficiente per far allarmare le forze di sicurezza, perché?

Basta fare la radiografia asettica della rivolta di questi giorni e di queste ore per comprendere come la storia della cosiddetta civiltà occidentale, obbligata dalle stesse leggi del moto della produzione del valore e dello scambio, ha dovuto allevare nella sua casa e nel suo corpo sociale delle periferie uno strato alieno, non europeo, che diviene maggioritario e per certi aspetti condizionante tra le nuove generazioni nel resto dell’Occidente. Hai voglia a paragonare i figli del ’68 con i giovani neri e marroni che infuriano in strada oggi.

Sicché la reazione istintiva di fronte a una manifestazione di giovani studenti, dai tratti poco europei, desta le medesime reazioni quando un corteo di braccianti immigrati dall’Africa attraversa il centro provinciale disturbando la quiete cittadina.

Pochi giorni prima dell’avvio dell’improvvisa rivolta degli studenti medi l’intera Europa era già attraversata da una crescente mobilitazione sociale impulsata da un aspetto della crisi reale del modo di produzione, che si rappresenta nella coscienza sociale del vecchio continente come paura nei confronti della “crisi da sostituzione etnica”. Si tratta del riflesso nella coscienza di un dato materiale reale e decisivo della crisi sistemica del moto modo di produzione detto capitalismo: la decrescita demografica, in particolare tra i paesi industrialmente più avanzati, in Europa e in Occidente, che indebolisce sul piano storico anche quel fattore della forza violenta del proprio privilegio razzista. E’ il concludersi di un tempo storico in cui il mondo occidentale era in continua crescita della sua popolazione e ancora nei primi anni ’50 del secolo scorso, rappresentava un quarto della popolazione mondiale. Produceva capitali, macchinari, valuta, merci e popolazione in misura crescente.

Dunque siamo di fronte a due tempi storici completamente diversi. Poi parlare a vanvera serve a passare le serate in trattoria.

Da qui le campagne ossessive contro gli immigrati e i figli di immigrati in tutta l’Europa e negli Stati Uniti, che sfociano in pogrom veri e propri contro arabi, musulmani e africani, in movimenti sociali per la remigrazione, fino alle boutade irrealizzabile del governo Meloni che pretenderebbe di realizzare un numero limitato di bambini e di ragazzi figli di non italiani nelle classi scolastiche per non far sentire i bimbi bianchi e italiani una minoranza. C’è una gioventù africana, araba, asiatica e musulamana che aumenta in proporzione tra le nuove generazioni di europei e occidentali, diviene maggioritaria nella periferia e nei confronti delle quali la storia ha determinato che per essi non possono valere le stesse regole. Nei loro confronti, infatti, si erge fortificata da mezzo millennio di storia quella “limpieza de sangrue” che con la “reconquista spagnola” del XV secolo e col 1492 ha dato alla luce l’Occidente e al razzismo sistemico di un modo di produzione storico che non può essere rimosso senza far crollare parte dell’architrave su cui l’Occidente stesso è stato innalzato dalle leggi impersonali del valore e dello scambio.

Sono i giovani delle scuole di periferia o degli istituti professionali, che in Francia o nelle città e nelle provincia del laborioso Nord Italia a costituire il nerbo della rivolta. Già da tempo questi nuovi giovani hanno trovano un nome che li definisce razzisticamente: sono i maranza! Una definizione che include automaticamente i figli di tunisini, di algerini, di marocchini, di nigeriani, di senegalesi, di ivoriani, di ghanesi o di maliani e di qualsiasi paese africano, oppure sono i figli di pakistani o di bengalesi e generalmente tutti quelli che sono figli di musulmani, arabi o musulmani essi stessi.

Come ci si comporta coi maranza? Con quelli cioè che non “condividono i nostri valori”, che costituiscono quell’alterità incapace di vivere secondo i canoni di “civiltà” e di “libertà” superiori propri che l’Occidente ha esportato, poco importa se col sangue e lutti, nel mondo? E se vi sono tra loro bianchi europei, questi non sono la ripetizione di quelli del ’68 o degli anni ’70, hanno più a che fare con il variegato mondo giovanile “pro pal” che contesta l’Occidente.

La maggior parte dei rivoltosi francesi in piazza aveva poco più di dodici o tredici anni, quando il 27 giugno 2023 i loro fratelli e sorelle più grandi insorgevano nelle periferie in seguito all’assassinio a sangue freddo da parte degli agenti di polizia di Nahel Merzouk, 17 enne di Nanterre di origini algerine. I “maranza” nelle piazze d’Europa di oggi avevano sempre 12 o 13 anni quando da lì a pochi mesi l’insieme dell’Occidente, dopo il 7 ottobre, ha sostenuto e giustificato il genocidio del popolo palestinese. E’ una gioventù che non è stata impressionata da Genova 2001, dal crollo delle “torri gemelle” di New York, dalla devastazione compiuta in Iraq e erano poco più che bambini quando la pandemia da Coronavirus metteva in brache di tela l’Occidente, negli Usa in modo particolare, e il suo avanzatissimo sistema sanitario. Erano ancora bambini quando scoppiava la rivolta di massa a seguito dell’assassinio razzista di George Floyd. Sicchè per questa generazione diviene parte di una esperienza diretta e quotidiana il fatto che lo stato di degrado e di abbandono delle scuole di periferia non sia separabile dal razzismo. Ed è un punto di vista che condiziona parte dei loro coetanei bianchi, sicché la forza materiale della “bianchezza”, che risiedeva in quella incredibile capacità produttiva di un tempo, mostra le sue prime crepe.

Nei confronti dei maranza la repressione della polizia assume un tratto caratteristico. Le cariche violente, i fermi e gli arresti vengono attuati secondo la profilazione razziale del giovane, un metodo nei confronti del quale Europa e Occidente sono più che esperti dopo centinaia di anni di pratica.

Come si atteggia la classe operaia di fronte alle mobilitazioni di questo periodo? I sindacati temporeggiano dietro le loro usuali agende. La CGT francese di fatto è immobile se non per farsi portavoce di rivendicazioni di dettaglio. La CGIL in Italia si appresta a uno sciopero generale il 20 novembre nella speranza che il movimento che sta attraversando Francia e Italia sarà già rifluito. Il povero Landini sbraita a vuoto, non sa che pesci pigliare. Dobbiamo avere la forza di chiamare le cose col loro nome: il movimento dei lavoratori in quanto tale è più attento a conservare un mondo che vacilla a garanzia di quella posizione di complementareità con lo stato di cose presente. Ma come? Il movimento operaio un movimento conservativo? Ebbene sì, la storia ha dimostrato questo e ci tocca prenderne atto.

Circa le “grandi firme” citiamo Ezio Mauro, su un articolo di fondo apparso su la Repubblica il 18 ottobre, a proposito dell’Ucraina, quindi su tutt’altro argomento. Scrive sullo stato di cose presente rispetto al quale il cittadino medio elettore del campo largo in stato di confusione non può che fare un parallelo con l’immagine di Parigi in fiamme: « Siamo all’ultimo atto, anche se fingiamo di non accorgercene: dopo la fine di qualsiasi coscienza democratica “collettiva”, sta andando in frantumi anche lo stesso concetto di Occidente. Non sappiamo più cosa siamo e cosa vogliamo. »

Ed Ernesto Galli della Loggia, che a proposito delle mobilitazioni studentesche dei Campus Universitari negli USA contro Israele, in un articolo di fondo del 17 maggio 2024, affrontava dal punto di vista degli interessi del liberismo la discontinuità col passato delle nuove generazioni: « .. i figli rivoltosi di allora » quelli del ’68 intende il nostro « si ispiravano certo a idee, libri, illusioni. Che però pur collocandosi all’opposizione dell’ordine esistente, tuttavia facevano integralmente parte del patrimonio ideologico-culturale anche del mondo dei padri. Marx, Freud, Marcuse, Foucault, Laing, Nietzsche, Lévi-Strauss potevano ben essere annoverati, eccome!, in quello che venti anni dopo Allan Bloom avrebbe chiamato il “Canone occidentale”. E lo stesso, a suo modo, poteva dirsi pure per Lenin, perfino per Stalin ». Viceversa, circa i giovani di oggi, l’editorialista del Corriere della Sera spiegava « la rivolta giovanile antisraeliana attuale non solo non si rifà ad alcun canone culturale, tanto meno occidentale, a nessun testo, a nessun libro, ma che il suo retroterra sta per intero in un campo programmaticamente e radicalmente ostile all’Occidente in quanto tale » e tutto sommato rappresenta « una potenziale ma già virtuale secessione dall’Occidente dei suoi figli ». Viva la faccia.

 

Proviamo a trarre qualche conclusione

La rivolta sociale di queste settimane offre la manifestazione pratica e causale di quella potenzialità di secessione che si fa sempre meno virtuale per stato di necessità reale. E’ il demone impersonale di quella secessione dal patrimonio spirituale dell’Occidente che prende forma e vita, che diviene volontà cieca ancor prima di sedimentare qualsiasi tipo di “coscienza”, che viene sempre dopo. Così come rappresenta una manifestazione causale di quel collasso dell’identità dell’Occidente e dell’insieme delle relazioni sociali che lo caratterizzano. Nondimeno le cause di questa improvvisa rivolta sono più profonde e non provocate da fattori di tipo congiunturale. Protesta e rivolta sociale di massa e negozi saccheggiati, sarebbero “esproprio proletario”? Sciocchezze, roba di altri tempi. Nel mondo reale la misura della felicità è data dal consumo di una merce, per una borsa di Luis Vitton le ragazzine italiane sono disposte anche a prostituirsi. Dietro alle vetrine infrante dei grandi marchi ci sono cose di lusso che valgono più dei salari mensili dei propri genitori oppure sono a buon mercato, perchè tutti prodotti con manodopera minorile in Asia impiegata per quattro spicci. Nel linguaggio informale dei giovani maranza che compiono o giustificano gli “atti vandalici” c’è molto di più di una semplice quota di plusvalore redistribuito.

Tra i fumi dei gas lacrimogeni, i cassonetti incendiati e i negozi saccheggiati, sono poche le bandiere che sventolano nelle piazze. Ma a Place de la Republique a Parigi, come a Piazza Duomo a Milano o Piazza Castello a Torino, tra i gas dei lacrimogeni, i cassonetti in fiamme e le vetrine dei negozi infranti e saccheggiati abbiamo visto sventolare in perfetta sinergia il tricolore francese o italiano con la bandiera palestinese.

Un contraddizione o un sintomo di una lotta arretrata? E’ la tipica osservazione che potrebbe fare chi guarda ai fatti con lo sguardo dell’ideologia. No, è la fotografia di un tempo storico e di una condizione materiale di emarginazione razzista reale in cui questa gioventù da bambino è divenuta adolescente, che diviene maggioritaria rispetto ai bianchi in diversi contesti condizionandoli. Così come evidenzia la crisi verticale dello stato di cose presente che si abbatte attraverso onde telluriche discontinue nella parte essenziale della riproduzione sociale attraverso le nuove generazioni di occidentali. Davanti alla gioventù occidentale, che dovrebbe garantire la sua continuità nella concorrenza spietata mondiale, si frappongono 500 anni di storia che hanno articolato un ghetto razzista. Non esistono i mezzi materiali per sgretolarlo senza mettere a rischio il cedimento di uno degli architravi che tengono in piedi l’intero edificio.

Eccolo il demonio impersonale che seriamente preoccupa l’establishment occidentale: la rivolta di queste settimane offre sulla base dei fatti la prova storica del volgere dentro un nuovo stadio temporale. Ovvero di come quelle leggi impersonali del movimento storico del rapporto degli uomini con i mezzi della produzione e dello scambio, impossibilitato a procedere oltre, stiano mettendo l’Occidente con le spalle al muro e in serio allarme per la sua continuazione come realtà sociale.

Il futuro è cupo per i cantori del liberismo occidentale: all’orizzonte si rafforza la tendenza verso un conflitto di tipo sistemico e non meramente generazionale contro la parte maggioritaria delle nuove generazioni che dovrebbero garantirne la sua continuità nella storia.

Se le destre europee e gli strati sociali che si muovono in modo conservativo a difesa dello stato di cose presente, di fronte alle orde dei “maranza” di ogni colore si domandano razzisticamente « dove sono i giovani francesi ?» Viceversa, nazionalisti, liberisti e democratici di ogni specie, farebbero bene a domandarsi a chi affiderete la torcia dello spirito della ragion pratica con cui l’Occidente ha preteso di essere superiore rispetto al resto dei “popoli incivili”? Sicchè la reazione della destra sociale sarà tanto più carognesca, quanto più la crisi della accumulazione ridurrà i margini per un rilancio dell’Europa e dell’Occidente nella concorrenza mondiale.

Come sempre ci corre l’obbligo di essere chiari: con ciò non vogliamo asserire che un nuovo soggetto rivoluzionario, che si fa soggetto politico, è in movimento. Ma riaffermare che la crisi di un modo di produzione effettivamente stia agendo da soggetto impersonale della storia proprio nella direzione spedita, per moto proprio e a causa delle sue stesse leggi, verso il collasso dell’insieme composito di tutte le relazioni sociali.

A chi è costretto a stare dalla parte degli oppressi, dei razzializzati e degli sfruttati, lì e nella nostra dimensione spaziale in Occidente, vogliamo aggiungere. Attenzione, la voragine che tende ad aprirsi non ha paragone alcuno con la storia passata, siamo chiamati a essere partecipi attivi a eventi che metteranno alla prova tutto quanto fin qui avevamo dato per scontato.


* Alessio Galluppi, Michele Castaldo
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Italo Pelinga
Wednesday, 21 October 2026 18:01
Forse un parallelo con il '68 c'è. Dopo l'ebbrezza rivoluzionaria (dei ragazzi), il mal di testa (dei padri) per lo straripare delle forze di destra. Sembra che il coltello dalla parte del manico ce l' abbiamo sempre saldamente i cosiddetti "padroni". Salvo imprevisti.
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Massimo Croci
Wednesday, 21 October 2026 16:59
Condivido tutto,compresi gli ultimi due alinea dello scritto,aggiungo solo,sotto il profilo delle soggettività:
1)il numero,la demografia, non è tutto,ma conta: dalla fine degli anni 70 del sec. scorso ad oggi la percentuale di adolescenti sulle popolazioni complessive si è pressoché dimezzata,mentre la generazione del' 68( e,in Italia, del '69 operaio) era quella del baby boom delll' immediato indomani della II guerra cosiddetta mondiale. Inoltre,questi adolescenti sono " figli" della generazione,in Occidente ma non solo, di Seattle e Genova 2001;
2) può sembrare fantasioso e/o ideologico, ma forse si può cogliere una serie di parallelismi tra quanto avviene in questi giorni in piazze e strade ( più queste ultime) di parte dell' Europae altri fenomeni:
2.1)Se nel 68 i giovani chiedevano di vivere in un mondo del tutto rovesciato rispetto all' esistente borghese( verificandosi poi una profonda rivoluzione del costume e,in parte,dei diritti,specie civili),se il 77 è stata la intuizione della necessità di prendere atto che non era dalla classe operaia ( di fabbrica) che ci si poteva attendere la rivoluzione,se quel movimento di fine '900 protestava che la fine del modello sovietico non era la fine della storia, questi adolescenti vivono " sulle proprie carni" e nella propria psiche ,senza bisogno che nessuno e niente,nessun libro,glielo spieghi il rischio non di vivere in un mondo che non gli piace,non di vivere male,ma di non sopravvivere proprio ( sulla rete girano le immagini dei ragazzi ucraini arruolati colla forza per andare a morire per conto dell'Occidente, e in questi giorni il comandante in capo dell esercito inglese ha detto esplicitamente,in sostanza: preparatevi a morire)
2) c'è una analogia tra questa richiesta minimale e quella del c.d. Sud del mondo (B.R.C.S. ,ecc.),altrettanto ,al di là dei modi,oggettivamente sommessa"(ma non sottomessa) ,di semplicemente godere di una partecipazione un po'meno iniqua e soffocante alla distribuzione dei profitti nella produzione a livello planetario. Sia l ' una sia l' altra sono però intollerabili per il blocco imperialista mondiale;
2.2) quel che succede in questi giorni rende meno sorprendente la partecipazione giovanile di massa al movimento contro il genocidio a Gaza,improvvisamente inabissatosi un anno fa. Viene in mente lo slogan sul cartello di un manifestante di allora " credevamo di liberare la Palestina,ma alla fine la Palestina ha liberato noi". C' era (anche) la consapevolezza che i nuovi gazawi operano essere,in un non remoto futuro,loro stessi.
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ndr60
Thursday, 22 October 2026 09:16
"C' era (anche) la consapevolezza che i nuovi gazawi operano essere,in un non remoto futuro,loro stessi.": assolutamente sì, e non è certo un caso che i rapporti tra l'industria israeliana di security, riconoscimento facciale, ecc. si siano parecchio intensificati con i governi della UE.
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Lella
Wednesday, 21 October 2026 14:38
Fusse che fusse la volta buona.....!
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