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sinistra

Per il 120° anniversario della morte di Antonio Labriola

di Eros Barone

antonio labriola.jpegI clowns politici hanno sempre di che divertirci in questo paese dove fiorisce la commedia da piangere e la tragedia da ridere.

Lettera di Antonio Labriola a Friedrich Engels del 5 novembre 1894.

La “crisi di fine secolo” e lo stato di assedio politico caratterizzarono in Italia il periodo intercorrente fra le cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con cui fu stroncata l’insurrezione popolare (Milano, 6-7-8-9 maggio 1898), e le revolverate dell’anarchico Gaetano Bresci, con cui fu stroncata la vita del re Umberto I (Monza, 29 luglio 1900). Tuttavia, questi eventi non impedirono una fioritura di studi e di ricerche intorno alla teoria di Marx, poiché in quel drammatico tornante fra i due secoli il marxismo conquistò una posizione di prestigio nella cultura italiana e divenne il centro di un ampio dibattito intellettuale che vide impegnate le menti più acute del tempo.

 

  1. Una eccezionale fioritura di studi e discussioni sul pensiero di Marx e di Engels

Nel volgere di pochi mesi videro la luce uno dopo l’altro i saggi di Benedetto Crocesu Materialismo storico ed economia marxistica, la monografia di Giovanni Gentile su La filosofia di Marx, 1 le considerazioni Pel materialismo storico di Corrado Barbagallo e La teoria del valore di Carlo Marx di Arturo Labriola: quattro giovani intellettuali emergenti che esordivano sulla scena della cultura facendo i conti con il pensiero marx-engelsiano. Sempre nello stesso periodo esplodeva la polemica sul revisionismo fra Merlino e Bissolati, il giovane Enrico Leone pubblicava sulla «Rivista critica del socialismo» un lavoro sul Metodo nel «Capitale» di Karl Marx e uscivano La produzione capitalistica di Antonio Graziadei e Il terzo volume del «Capitale» di Vincenzo Giuffrida. Una domanda sorge spontanea: come può essere spiegato il fatto che il marxismo, appena conosciuto venti anni prima, avesse raggiunto, in un’epoca in cui le idee circolavano ancora piuttosto lentamente, una simile influenza e un simile successo?

Contrariamente a ciò che si sarebbe portati a pensare, il merito dell’introduzione del marxismo in Italia spetta, innanzitutto, agli anarchici, che dissentivano da Marx su tante questioni – sulla dittatura del proletariato, sulla concezione del partito, sulla necessità di partecipare alle elezioni politiche –, ma riconoscevano in lui il maggior maestro e fondatore del socialismo moderno. Dal marxismo gli anarchici avevano mutuato la visione materialistica della storia, l’analisi della società borghese e delle sue contraddizioni, il metodo della lotta di classe e il fine del comunismo e, su questa base, si opponevano tanto alle riforme istituzionali dei repubblicani quanto alle riforme politiche dei radicali e degli stessi socialisti riformisti. A questo proposito, vanno ricordati almeno tre esponenti anarchici: Emilio Covelli, il quale nel 1871 cita e discute l’opera di Marx (il primo volume del Capitale era apparso nel 1867) sulle pagine della «Rivista Partenopea» (in quella Napoli dove nella stesso periodo si era costituita la prima sezione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori, conosciuta anche come Prima Internazionale); Carlo Cafiero, grande e umanissima figura dell’anarchismo (era un proprietario terriero che alla causa della emancipazione sociale sacrificò tutto: terre, patrimonio, sicurezza e salute), il quale nel 1879 pubblicava l’importante Compendio del primo volume del «Capitale», da lui preparato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dove si trovava rinchiuso per la sua partecipazione ai moti della Banda del Matese; l’avvocato Francesco Saverio Merlino (difensore, fra l’altro, del regicida Bresci), conoscitore diretto dell’opera di Marx e suo primo critico. Un posto particolare occupano, poi, il gruppo della «Plebe», animato da Bignami e dallo Gnocchi-Viani (futuro fondatore a Milano della prima Camera del Lavoro nel 1891), a mezza strada fra proudhonismo, malonismo (dalle posizioni idealistiche e revisionistiche dell’ex-comunardo Benoît Malon) e marxismo (per i suoi contatti con Marx e con Engels); Andrea Costa, che nel passaggio dalle posizioni anarchiche a quelle socialiste trasfuse in queste ultime non pochi elementi del marxismo, e, infine, per la sua attività appassionata e tenace di isolato artigiano del marxismo, il beneventano Pasquale Martignetti, autodidatta della lingua tedesca e traduttore di alcune importanti opere di Engels.

A partire dal 1891 la divulgazione occasionale da parte degli anarchici cede il posto a un’attività sistematica di informazione e di approfondimento da parte della rivista «Critica Sociale» che Filippo Turati e Anna Kuliscioff cominciano a pubblicare a Milano. Laddove va ricordata la grande influenza che esercitò su Andrea Costa prima e su Turati poi questa intelligente e affascinante esule russa, la “signora del socialismo italiano”, la quale, formatasi alla scuola di Pietro Lavrov e della socialdemocrazia tedesca, padroneggiava, già alla fine degli anni ’70, la concezione marxista. In tal senso, i primi dieci anni di «Critica Sociale» costituirono il laboratorio teorico e politico del marxismo italiano. La rivista, che si avvalse dei consigli di Engels ai socialisti italiani, della collaborazione di Lafargue, di Kautsky e di Plechanov, della costante e puntuale informazione sulle esperienze e sui dibattiti internazionali, non solo gettò un ponte fra la cultura socialista italiana e quella europea, ma collegò anche la cultura positivista, che era stata tipica della democrazia repubblicana, al giovane pensiero marxista, trovando un critico severo e irriducibile di tale eclettismo in Antonio Labriola (1843-2004). Il caustico professore universitario ha infatti un posto centrale nella storia del marxismo in Italia. Il suo saggio In memoria del «Manifesto dei comunisti» (1895), la “Dilucidazione preliminare” che introduce il saggio Del materialismo storico (1896), le lettere a Georges Sorel raccolte in Discorrendo di socialismo e di filosofia (1897), rappresentarono le basi e segnarono l’inizio del grande dibattito accennato in apertura di questo articolo. Labriola non solo imponeva rispetto al marxismo e al socialismo nelle aule universitarie, ma con l’acume del ragionamento, con lo stile ad un tempo elevato e mosso dei suoi scritti, con la profonda comprensione del metodo e dei contenuti del marxismo, portò questa teoria al livello più alto del confronto con le correnti culturali dell’epoca. Il suo epistolario è la prova del rigore teorico e della dignità intellettuale a cui seppe innalzare il marxismo italiano, rimasto fino a quel momento un mezzo di propaganda quotidiana, ripetuto in modo catechistico, senza un’adeguata rielaborazione critica e interpretativa.

 

  1. Un carteggio intenso in un periodo storico cruciale

«La Germania ebbe Marx ed Engels, e il primo Kautsky; la Polonia, Rosa Luxemburg; la Russia, Plechanov e Lenin; l’Italia, Labriola, che (quando da noi c’era Sorel!) era in corrispondenza da pari a pari con Engels, poi Gramsci». Così Louis Althusser, in quella raccolta di saggi, Pour Marx, che fra gli anni ’60 e gli anni ’70 del Novecento dette un contributo importante alla ripresa del dibattito marxista, registrava, denunciando nel contempo «l’assenza di una reale cultura ‘teorica’ nella storia del movimento operaio francese»2, l’esistenza, in Italia, di una grande tradizione teorica del marxismo, che era stata perfino in grado di dialogare, attraverso Labriola, con uno dei due fondatori del marxismo stesso, cioè con Engels.

La corrispondenza fra Antonio Labriola e Friedrich Engels abbraccia il quinquennio 1890-95: un periodo di tempo che in Italia vede la lotta di classe inasprirsi, le rivolte popolari, prima circoscritte a livello di sommosse locali, assumere dimensioni nazionali e il movimento operaio uscire faticosamente dalla spontaneità e dare vita al partito socialista, mentre le classi dominanti reagiscono in modo furioso alla crescente pressione delle masse ed esplodono scandali che mettono a nudo la corruzione e i metodi affaristici di gestione del ceto politico di governo. 3 Non a caso, gli storici, riferendosi ai conflitti sociali e alle repressioni statuali degli anni ’90, attribuiscono a questo periodo la qualifica di “decennio di sangue”. Come accade nelle fasi di transizione da un ciclo economico recessivo a un ciclo economico espansivo, anche la fase che segue la fine della “grande depressione” (1873-1895) e la trasformazione del capitalismo liberoscambista in senso monopolistico, inaugurando l’epoca dell’imperialismo e dei suoi robusti rampolli (protezionismo, colonialismo, militarismo e sciovinismo), è segnata dalla esplosione di guerre fra gli Stati e di conflitti fra le classi. Nel caso italiano, il decollo industriale si intreccia con la crisi agraria e le alte tariffe doganali si sommano alle crescenti spese militari, determinando un aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari e provocando una vasta opposizione antigovernativa che coinvolge anche settori della borghesia imprenditoriale del Nord, danneggiata dalla politica economica protezionistica del governo centrale nella sua ricerca di sbocchi sui mercati esteri.

Friedrich Engels, in questo periodo, era giunto ormai al limite dei suoi anni ed era la guida carismatica, spesso ricercata, dei partiti socialisti della Seconda Internazionale, ai quali prestava l’aiuto prezioso della sua eccezionale esperienza. In precedenza, sino all’inizio degli anni ’80, Antonio Labriola aveva scritto prevalentemente libri, saggi e memorie accademiche, anche se non dette mai un grande peso né a quel genere di produzione né al lavoro dei suoi colleghi di università, «che fingono di non sapere – come scrisse a Benedetto Croce nel 1897 – che sono tutti malati di servitù volontaria». 4 Poi, giunto alla soglia dei cinquant’anni, lo studio sistematico di Marx e di Engels, nonché il complesso di esperienze a cui si accennerà più avanti, orientarono Labriola verso il marxismo. La sua corrispondenza, a quel punto, divenne intensa e nuova, giacché, per un verso, fu in larga misura indirizzata ai maggiori dirigenti del socialismo internazionale al fine di presentare le vicende italiane con uno sguardo scevro da “tendenze nazionalistiche” e, per un altro verso, svolse una funzione propedeutica ai tre “Saggi” che Labriola stese di seguito nella seconda metà degli anni ’90. Così, se i suoi interlocutori privilegiati erano stati in precedenza filosofi come Bertrando Spaventa e Benedetto Croce, a partire dal 1890 Labriola trova in Engels il cervello politico “internazionale” e il “maestro” a cui rivolgersi «per ogni dubbio scientifico, per ogni accertamento di fatti, per ogni consiglio pratico». 5

 

  1. Verso la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani

Con la conferenza del 1889 sul socialismo Labriola dimostra di aver condotto a termine il suo apprendistato marxista, facendolo fruttificare sul duplice terreno di un’autonoma elaborazione teorica e di una consistente esperienza politica, sino a raggiungere quella piena maturazione che sentirà di aver conseguito nel 1894, quando potrà scrivere a Engels che «gli son passati tutti i dubbi su la interpretazione materialistica della storia». 6 L’alternanza e la combinazione della teoria e della pratica o, se si preferisce, della filosofia e della politica, nonché la loro fusione tendenziale nella costituzione del partito del proletariato, meta ultima a cui, in questa fase, sono rivolti gli sforzi di Labriola, scandiscono con un ritmo dialettico serrato il processo di acquisizione ed elaborazione del marxismo, di cui il professore-militante è solitario protagonista fra anni ’80 e anni ’90. Conviene perciò ricordare, proprio per mostrare il ruolo decisivo della pratica in quanto origine, fonte e criterio della teoria, quale sia stato, in questo lasso di tempo, il punto di avvio della militanza socialista di Labriola, e cioè l’organizzazione della manifestazione internazionale del Primo Maggio del 1891, caratterizzata dalla parola d’ordine della giornata lavorativa di otto ore. Il Nostro, in una congiuntura che vede il movimento socialista ancora debole e poco incisivo, non solo si prodiga per attuare tale iniziativa, ma si dedica anche a chiarire il significato strategico e rivoluzionario della rivendicazione delle ‘otto ore’ in alternativa a quella precedente del ‘diritto al lavoro’, che era di origine quarantottesca e di ispirazione riformista. La riduzione della giornata lavorativa è infatti per lui, come per Marx e per Engels, il giusto obiettivo intermedio che può alimentare e far crescere, anche in una situazione arretrata come quella italiana, «il sano germe di un partito dei lavoratori». 7

 

  1. Antonio Labriola e “il classico triangolo marxista”

Benedetto Croce, che fu a lui legato da vincoli di amicizia e di stima e fu editore dei suoi “Saggi”, fissò con questa immagine, esattamente centoventi anni fa in occasione della morte, il ritratto di Antonio Labriola: un maestro che il giovane allievo stava “tutto orecchi ad ascoltare”, ammirandone la capacità di trasformare la politica in “satira amenissima” e conversare di ogni cosa “con vena abbondante” e “con spirito scintillante”, quale che fosse la scena in cui questo moderno Socrate si trovava a discutere: un salotto intellettuale o un’aula dell’università di Roma o una sezione del partito socialista o una sala del caffè “Aragno”. E rievocando la funzione svolta da Labriola sul terreno della elaborazione e della diffusione del materialismo storico, Croce la definisce nel modo seguente: «Di questa concezione [Labriola] fu il primo banditore da una cattedra universitaria, il primo che ne trattasse, non da dilettante o da giornalista, ma da scienziato, con severità d’intenti». 8 Nel prosieguo di tale articolo Croce ribadiva inoltre quel dissenso di fondo nei confronti della concezione del materialismo storico che avrebbe fatto di lui e di Giovanni Gentile, non senza che quella importante lezione lasciasse tuttavia nel loro pensiero filosofico tracce assai consistenti, i due principali esponenti del neo-idealismo italiano. Del resto, scrivendo i famosi saggi sul socialismo scientifico in quella breve stagione fra il 1895 e il 1897, Labriola era mosso dal convincimento che quella fosse l’unica opera politica che gli fosse consentita nella situazione data. Sempre nello stesso senso, è da sottolineare con forza che Labriola è stato il primo intellettuale italiano che abbia caratterizzato con un costante richiamo alla priorità e alla ineliminabilità della teoria il suo rapporto con il movimento di classe. Ciò spiega, fra l’altro, la grande stima che Lenin ebbe nei suoi confronti: quel Lenin che, per parte sua, non avrebbe mai cessato di affermare, consapevole della circolarità dialettica fra teoria e pratica, che «senza teoria rivoluzionaria non vi può essere alcun movimento rivoluzionario». 9

In questo senso, la lezione di Antonio Labriola ci aiuta a comprendere che il marxismo è, al tempo stesso, una filosofia, una scienza e una politica, dunque una “triangolazione” tra questi tre poli, con lati di lunghezza variabile a seconda delle correnti e delle esperienze storiche, così da dar luogo a infinite variazioni sulla figura geometrica del triangolo. Oggi tuttavia, come ha scritto Göran Therborn, “il classico triangolo marxista si è spezzato, ed è assai improbabile che lo si possa ricomporre”. 10 Chi scrive ritiene che il lato mancante sia oggi quello rappresentato, per un verso, dalla politica – il marxismo non orienta più da tempo l’azione del movimento operaio – e, per un altro verso, dalla filosofia per l’eclettica debolezza della teoresi marxista rispetto alla forza, peraltro più apparente che reale, delle correnti borghesi – qui è chiaramente il materialismo dialettico che occorre rilanciare – . 11 Ecco perché rimettere in circolazione i testi di Antonio Labriola sarà impresa utile e meritoria nella misura in cui gioverà a ricomporre proprio quel triangolo.


Note
1 Per il cruciale significato della lettura gentiliana della “filosofia di Marx” si veda il seguente articolo:
https://www.sinistrainrete.info/filosofia/28728-eros-barone-giovanni-gentile-dalla-discussione-sul-marxismo-alla-riforma-dell-idealismo-e-al-sostegno-del-fascismo.html.
2 Cfr. L. Althusser, Per Marx, Roma, 1967, p. 7.
3 Circa l’importanza della corrispondenza epistolare intercorsa tra Engels e Labriola mi permetto di rinviare al seguente articolo: https://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/egregio_signore_e_compagno.pdf.
4 A. Labriola, Epistolario 1896-1904, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 683.
5 Lettera a Engels del 3 aprile 1890, in A. Labriola, Epistolario 1890-1895, Editori Riuniti, Roma 1983.
6 Ivi, Lettera a Engels del 14 marzo 1894.
7 A. Labriola, Scritti filosofici e politici, Einaudi, Torino 1973, p. 132.
8 A. Labriola, Scritti varii di filosofia e politica, raccolti e pubblicati da B. Croce, Laterza, Bari 1906, pp. 498 sgg.
9 V. I. Lenin, Che fare?, in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni Progress, Mosca 1978, p. 30.
10 Cfr. Göran Therborn, From Marxism to Post-Marxism?, Verso, London, 2008.
11 Un tentativo in questa direzione è rappresentato dal seguente saggio: https://www.sinistrainrete.info/filosofia/17473-eros-barone-come-si-vede-il-mondo.html.
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Comments

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Eros Barone
Monday, 04 November 2024 22:24
Nel suo commento Paolo Selmi ha perfettamente colto il significato teorico e politico, quindi non puramente storico, della centralità che va riconosciuta, nell’àmbito del marxismo, alla figura e al pensiero di Antonio Labriola. E il problema è proprio quello, affrontato da Paolo nella sua tesi di dottorato su Mao Zedong, di “tradurre quel mondo, di uno, due secoli fa, nel mondo di oggi”, mediandolo ai giovani. Laddove il procedimento della “traduzione” va visto, in senso dialetticamente bidirezionale, non solo, come ha fatto Paolo, ponendo in luce il sostrato confuciano presente in Mao e, più in generale, nella ‘forma mentis’ che è propria della cultura cinese, ma anche e soprattutto dando risalto alla ricca tradizione del pensiero dialettico che attraversa e feconda l’intera storia intellettuale del “Paese di Mezzo”. Sennonché, riprendendo la tematica del “triangolo marxista”, che è strettamente connessa alla soluzione del problema della “traduzione” della ‘lingua’ europea del marxismo nelle ‘lingue’ nazionali dei differenti paesi del mondo, occorre riflettere, esaminando quel lato del triangolo che corrisponde al rapporto tra scienza e politica, sulla disarticolazione del nesso fra teoria e pratica, che ha storicamente connotato il marxismo italiano e ha raggiunto il suo apice negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. A questo proposito, vanno sottolineate due fondamentali esigenze che allora in qualche modo si manifestarono e che conservano ancor oggi un posto centrale nel ‘programma di ricerca’, valevole non solo a livello italiano, con cui è chiamato a cimentarsi il pensiero marxista. La prima esigenza è quella di applicare alla società il modello teorico del modo di produzione capitalistico, poiché questa applicazione costituisce il presupposto per determinare, sul terreno del materialismo storico, i metodi e gli obiettivi di una giusta pratica politica. Si tratta di leggere il capitale (quello con la ‘c’ minuscola), adoperando le categorie che ci fornisce il “Capitale”, categorie che non valgono soltanto per quella particolare società capitalistica dell’800 analizzata da Marx, ma valgono per ogni tipo di società capitalistica. L’esigenza di comprendere le “leggi di movimento” della società capitalistica non ha infatti carattere puramente conoscitivo, ma costituisce per il proletariato un fattore di potere di prim’ordine, affinché esso possa convertire le armi della critica in critica delle armi. E la verità scientifica è l’arma in ultima analisi decisiva. Si è detto: conoscere le “leggi di movimento” della società capitalistica e fornire previsioni. Si deve quindi poter disporre di un modello teorico che spieghi il funzionamento dei rapporti di produzione e le contraddizioni fra tali rapporti e lo sviluppo delle forze produttive, la dinamica nel breve periodo (cioè l’adattamento dell’economia ai mutamenti delle condizioni sociali) e la dinamico nel lungo periodo (cioè le cause della decomposizione di un sistema e della sua trasformazione in un altro sistema). È difficile negare che il marxismo, in quanto analisi scientifica della società capitalistica, possa prescindere dal concetto di ‘previsione’. Nondimeno, può essere opportuno distinguere la previsione di tipo ‘morfologico’, secondo il modulo di Labriola, da quella di tipo ‘teleologico’, secondo il modulo di Gramsci. Mentre la prima si fonda su una legalità di tipo naturalistico - anche se relativa ad una realtà concepita dialetticamente (Labriola parla di “un’autocritica delle cose stesse”) -, la seconda fa leva su una stretta connessione tra la previsione teorica e il programma politico. A questo proposito, lo storico marxista Walter Kula, autore di un importante studio sulla "Teoria economica del sistema feudale", ha evocato due coefficienti che, data la loro natura storico-sociale, possono essere adeguatamente integrati solo in una previsione di tipo teleologico: il “coefficiente della pazienza umana” e il “coefficiente dell’inclinazione alla rivolta”. Non vi è bisogno di ricordare come tutta una tradizione di pensiero rivoluzionario (dal Lenin del "Che fare?" e dell'insurrezione come arte al Gramsci che elabora nei “Quaderni del carcere” una scienza politica della transizione) si sia sforzata di concettualizzare questo spazio teorico di frontiera, situato fra modello teorico del capitale e teoria della rivoluzione, in cui la conoscenza rigorosa delle leggi di questo sistema economico-sociale deve servire a spezzarle. La pratica politica acquista così carattere di scienza grazie alla capacità di misurare - con la stessa precisione delle scienze esatte, diceva Gramsci - i rapporti obiettivi di forza, il “coefficiente della pazienza umana” e il “coefficiente dell’inclinazione alla rivolta”. Non bisogna quindi meravigliarsi se da Bernstein a Kautsky, da Plechanov a Labriola, da Lenin a Mao, il rapporto tra teoria e politica, tra conoscenza scientifica della società e programma politico, si sia sempre configurato come discrimine tra revisionismo e ortodossia, e se le tensioni accumulatesi in questo campo di ricerca si siano scaricate sul concetto di previsione. Occorre pertanto, se si vuole rendere operativo questo concetto, tornare all’analisi delle forze materiali della società (cfr. le “Tesi di Lione” del P.C.d’I.), trascurata in questi ultimi decenni per eccesso di politicizzazione dell’analisi, mentre non lo fu in altri periodi e presso altri partiti comunisti (cfr. le annate della rivista «Lo Stato operaio», pubblicata dal P.C.d'I., e gli scritti di Mao Zedong sulla società cinese). Egualmente, occorre procedere con “analisi concrete di situazioni concrete” (Lenin) e mantenere la distinzione, ma anche saper operare un corretto scorrimento biunivoco fra teoria e politica, se si vuole aprire la via alla elaborazione di una strategia offensiva, fondata non sui desideri e sulle impazienze, ma sui dati obiettivi e sui processi reali. La seconda esigenza concerne la elaborazione, la verifica e la diffusione della teoria marxista nel proletariato e tra le nuove generazioni. In effetti, la crisi della fine degli anni ’60 e l’“onda lunga” che ne scaturì e che caratterizzò gli anni ’70, non fu una crisi rivoluzionaria, bensì una “crisi di egemonia” della classe dominante. La diffusione del marxismo che si produsse allora in strati sociali non proletari, investi - e in parte deformò - la stessa struttura teorica di tale concezione, nel momento stesso in cui la elevò ad un’altezza mai raggiunta della totalità sociale e delle sue connessioni intime, ad un’altezza dalla quale era possibile rivolgere lo sguardo oltre l’orizzonte dei rapporti di produzione dominanti. Un’altezza tale da inverare perfino quello che György Lukács chiama “il punto archimedico della critica”, cioè quel punto a partire dal quale i fenomeni del mondo economico, sociale e culturale diventano comprensibili, ma che, rispetto alla realtà del presente, può avere solo il carattere di un’istanza. Mai come allora fu chiaro che la conoscenza è una “questione pratica” e che, per converso, la conquista dell’egemonia è una questione di conoscenza, non solo di coscienza. Sappiamo che la risposta egemonica di parte proletaria è stata sconfitta, mentre ha avuto luogo in sua vece una “rivoluzione passiva”, cioè una spinta verso una trasformazione funzionale alla fase di crisi e ristrutturazione che il capitalismo imperialista ha prodotto su scala nazionale, regionale e mondiale. Sappiamo infine che tra la “rivoluzione passiva” e il processo di integrale socialdemocratizzazione del movimento operaio esiste un rapporto di mutua interdipendenza. È per tutte queste ragioni che io sono convinto che il pensiero marxista non può non misurarsi, nel definire e dispiegare un ‘programma di ricerca’ orientato e condotto alla luce del materialismo dialettico e storico, con il problema di ricostruire una nuova coscienza di classe - politica, teorica ed organizzativa - capace di fare i conti con la totalità dell’oppressione e dello sfruttamento che pervadono la società del capitale.
https://www.sinistrainrete.info/teoria/28520-eros-barone-un-partito-per-unirci-per-lottare-e-per-vincere.html
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Paolo Selmi
Monday, 04 November 2024 16:17
Carissimo Eros,

questo tuo lavoro su Labriola apre a un mondo di considerazioni. Un "mondo" nel senso letterale della parola.

Perché il problema, per il resto del mondo non occidentale, è stato proprio quello di rapportarsi con il pensiero di Marx ed Engels.

Neanche tanto ragionare CON, INSIEME a Marx ed Engels, poter dialogare con loro vivi, in carne ed ossa. Ma proprio rapportarsi con loro per COMPRENDERLI, anzi tutto.

Oltre dieci anni fa chiudevo la mia tesi di dottorato su Mao, dal titolo "Il substrato confuciano e tradizionale del "marxismo" di Mao Zedong"... da allora fino a oggi a prender polvere qui:
https://www.academia.edu/3394081/Il_substrato_confuciano_e_tradizionale_del_marxismo_di_Mao_Zedong

Ora Croce scriveva di Labriola: "«Di questa concezione [Labriola] fu il primo banditore da una cattedra universitaria, il primo che ne trattasse, non da dilettante o da giornalista, ma da scienziato, con severità d’intenti»."

E questo mi ha fatto venire in mente che in Cina, di fatto, arrivò DI COLPO un PACCHETTO prefatto, preconfezionato, a corredo "nuziale" e sull'onda dell'entusiasmo per la fondazione della Terza Internazionale, del Partito Comunista Internazionale.

Un pacchetto che dal tedesco e dall'inglese passava al russo come lingua veicolare. Un pacchetto che per la maggior parte dei delegati dell'Estremo Oriente aveva una sola, grande parola a sigillo marchiato a fuoco: LIBERAZIONE.

Un pacchetto che arrivava DOPO il gesto e il messaggio rivoluzionario, persino per le avanguardie locali, che a malapena eran riuscite a tradurre DAL GIAPPONESE qualcosa.

Un pacchetto che era un po' come l'oggetto magico nella MORFOLOGIJA SKASKI di PROPP... a questo proposito scrivo a p. 22:

"In altre parole, lungi dall'essere percepito come scienza nel senso di disciplina basata sull'applicazione di un metodo scientifico e rigoroso, il marxismo in Cina entrò prima come scienza nel senso deteriore e deterministico di mito infallibile. Non è inoltre da sottovalutare la portata messianica insita
nel messaggio di Marx e Lenin, nel senso di buona notizia, evangelo di liberazione per tutti i popoli oppressi e necessario corollario alla realizzazione terrena del mythos della Rivoluzione incarnato dall'URSS.

A quanto appena accennato occorre quindi aggiungere un altro elemento, di tipo messianico, che in Cina toccava corde estremamente sensibili e la cui portata non è assolutamente
da sottovalutare, non solo per motivi retorici. La millenaria storia
del Paese di Mezzo infatti è costellata da rivolte popolari con un'amplissima base di massa, guidate dalle ideologie, religioni e utopie più disparate. La rivoluzione cinese non poté prescindere da tali immagini, vive nella memoria collettiva e forti del loro notevole bagaglio di significati.

Millenarismo buddhista o taoista e distribuzione razionale delle terre confuciana, ritorno all'antica età dell'oro dei Re Saggi e proiezione positivistica in un futuro dominato dalla scienza e dalla tecnica, finalmente espropriati del loro contenuto
“straniero” e addomesticati entro il costante fluire della Cina di sempre: tutto questo e ancora di più convisse all'interno del cosiddetto “secolo breve”, in un rapido e violento processo di metamorfosi che continua tuttora.

Appaiono ora più chiaramente i motivi per cui questa versione di marxismo-leninismo, retoricamente potente quanto teoricamente edulcorata, una volta approdata nel Paese di Mezzo avesse avuto sin da subito avuto vita difficile a essere correttamente e “scientificamente” recepita.

In altre parole, si esplicita ora una delle tesi di fondo di questo lavoro: concetti base del pensiero marxista come “Rivoluzione”, “Comunismo” e “Socialismo”, è soltanto alla luce storica di tale composita esperienza fondamentale che possono essere letti, pena la caduta in interpretazioni equivoche e la costruzione
di un'immagine del Paese di Mezzo del tutto artificiale e per molti versi astratta.

Parlare di “sinizzazione” del marxismo-leninismo, non può logicamente prescindere dalla sua stessa traduzione (che è anche, in misura maggiore o minore, tradimento) in un contesto extraeuropeo che allo stesso tempo era maledettamente bisognoso di trovare un proprio Dao [道] o Via di
salvezza, per uscire dalle catene dell'imperialismo straniero."

E così via altre cinquecento pagine... La tesi espressa è in buona parte già tutta qui, comunque.

La questione quindi diviene TRADURRE / TRADIRE ( in entrambi i casi fino a quanto?) il pensiero di Marx, Engels, Lenin, in altre culture a volte completamente diverse, come quella CINESE, e non soltanto per percorso storico, ma anche per l'impossibilità, storicamente e socialmente determinata, e che dimostro qualche pagina prima, di procedere secondo le stesse categorie logico-formali a noi decisamente più familiari e che partono da Aristotele e arrivano a Lenin passando per Hegel e Marx: Questa fu, all'epoca, la mia applicazione del lavoro di KOBZEV, uno dei maggiori sinologi russi, sulla PROTOLOGICA confuciana e la difficoltà di tradurre in eidos un segno, quello cinese, che anche nella variante più astratta, quella fonoideografica, rimanda sempre a immagini concrete, sensorialmente percepibili.

Quello cinese fu (ed è tutt'ora, per certi versi) un caso limite.

Ma anche oggi, nel mondo U-ccidentale di oggi, ai giovani di oggi, a cui si apre un mondo del lavoro destrutturato, delocalizzato, dematerializzato, sempre più difficile da leggere, interpretare... quale marxismo?

Almeno lì c'era un "pacchetto", il corredo nuziale del Komintern, incarnato a sua volta, terra e materia, uomini, contadini e operai in carne ed ossa, dal Paese dei Soviet!

Qual è oggi il "pacchetto" per questi giovani? E torno al tuo "triangolo" finale: filosofia, scienza e politica. Il terzo punto lasciam perdere... scrivo e sottoscrivo quanto scrivi.

Filosofia... manca una forte matrice marxistica, oggi, nella vita culturale italiana. Revisionismi continui poi han tolto "dal pacchetto" prima Mao (barbaro eclettico), poi Stalin (autocrate scopiazzator di pensieri altrui), poi Lenin (un certo bertinotti oltre vent'anni fa dicendo che la categoria di imperialismo era "obsoleta"... se non ricordo male), poi Engels (accusato di aver "inquinato" di positivismo il pensiero "puro" di Marx)... poi lo stesso Marx! C'è Marx primo, Marx secondo, il "vero" Marx è nel primo periodo, eccetera...

Marxismo sovietico poi? Perché? I sovietici pensavano?

Ecco allora che la battuta che facevi sul "marxismo mestruale", a giorni alterni, non mi ricordo più di chi... oggi un pezzo di qui, un pezzo di lì... a mo' di vezzo... non è più soltanto una battuta, purtroppo.

Veniamo all'ultimo punto... l'ultimo vertice del triangolo: la scienza. Intesa non come sottolineavo in quel passo dove mi (auto)citavo. Non come approccio fideistico, scienza=infallibilità. ma come METODO RIGOROSO, di indagine, analisi, CRITICA e al contempo come BASE PER UN PERCORSO PROGETTUALE e RIVOLUZIONARIO al contempo che porti alla fine al SOCIALISMO, inteso come proprietà sociale dei mezzi di produzione e conduzione pianificata degli stessi. Più progresso culturale, sociale, civile sempre partendo da questa base critica, per la promozione dei valori universali di quel TOTALER MENSCH di marxiana matrice, 100%.

Se esiste una riduzione possibile alla platea che ancora si riconosce nel marxismo come filosofia, tale riduzione la troviamo qui.

Sempre più difficile.

A noi comunisti allora un compito "adeguato", se così si può dire, a questi tempi sempre più difficili.

TRADURRE quel mondo, di uno, due secoli fa, nel mondo di oggi. Traghettarlo. Portarlo qui e ora. Renderlo attuale a quei giovani, PER quei giovani.

Scusami le considerazioni a braccio e grazie mille per il tuo lavoro

Un abbraccio
Paolo
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Ros*Lux
Sunday, 03 November 2024 19:50
Secondo Labriola:Quote:
la giornata lavorativa di otto ore («un passo verso la socializzazione del capitale»).
https://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-labriola_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/

Oggi che il Quote:
marxismo non orienta più da tempo l’azione del movimento operaio
Come scritto nell'articolo... C'è un assordante silenzio ventennale intorno alla giornata lavorativa legale di 13 ore ex Dlgs 66 del 2003.
Intanto i sindacati sono impegnati a propagandare la fuffa neofemminista,di nota provenienza, dello gender pay gap...per esempio

https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/inps-lavoro-donne-precarieta-aqzi8ywb
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