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La logistica è la logica del capitale

di Anna Curcio e Gigi Roggero

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

Sem títuloPartiamo dal titolo. La tesi, che facciamo nostra, è stata formulata da un lavoratore della Tnt di Bologna in un dibattito a Padova. Bologna e Padova, l’Emilia e il nord-est, due snodi importanti del sistema della logistica in Italia, due snodi importanti del ciclo di lotte dentro e contro quel sistema che ha avuto il suo picco nel periodo tra il 2011 e il 2014. A essere presenti a quel dibattito, insieme a militanti, studenti e lavoratori precari, erano Si Cobas e Adl Cobas, i due sindacati di base che maggiormente sono stati protagonisti di quel ciclo di lotte. Arriviamo ora velocemente alla “fine”, o meglio a quello che a quel ciclo di lotte è seguito. Le imprese della logistica, inizialmente spiazzate dalle lotte e dopo aver subito ingenti danni economici e di immagine, sono riuscite almeno in parte a utilizzarle per un passaggio in avanti in termini di innovazione organizzativa, produttiva e in limitata misura anche tecnologica, in uno scenario – quello italiano – segnato da una storica arretratezza del settore rispetto al contesto internazionale. Le lotte hanno trasformato in un terreno di battaglia questa arretratezza (fatta soprattutto di scarsa automazione del processo e ipersfruttamento di una forza lavoro razzializzata e retribuita come dequalificata); i padroni hanno risposto non solo mandando la polizia ai picchetti, come hanno abbondantemente fatto e periodicamente continuano a fare, ma innanzitutto tentando di mettere in produzione il conflitto per i loro fini, costruendo al contempo nuovi livelli nel governo della forza lavoro.

In questo articolo ci concentriamo in particolare su ciò che sta nel mezzo tra la logica del capitale e l’esito del ciclo di lotte. Focalizziamo la nostra attenzione, cioè, nel vivo del processo conflittuale, per analizzarne composizione e dinamiche di soggettivazione, per comprendere la genealogia del presente e le differenti possibilità che in essa hanno agito, per ragionare su ricchezze, limiti e problemi aperti. Prima di addentrarci in questo processo, in sede introduttiva sono necessarie un paio di brevi premesse.

In primo luogo, l’articolo è basato sui materiali di un percorso di ricerca militante1. Utilizziamo questa definizione in termini non retorici, cioè non semplicemente per dire che coloro che hanno portato avanti la ricerca sono militanti. Vogliamo invece sottolineare che la ricerca è stata uno strumento fondamentale di produzione al contempo di conoscenza e organizzazione. Del resto, studenti e lavoratori precari hanno preso parte ai picchetti, agli scioperi e alle mobilitazioni dei facchini della logistica non solo e non tanto in chiave di solidarietà, ma come possibilità di costruire uno spazio comune di lotta. Non si tratta, ovviamente, di rimuovere ideologicamente le evidenti differenze che segnano le forme di vita e di lavoro di soggetti differenti. E tuttavia, per un certo periodo di tempo queste differenze hanno trovato un terreno di combinazione virtuosa, nell’individuazione di comuni nemici e di una lotta contro una più generale deprivazione del presente e del futuro. Si è così costruita una cooperazione conflittuale, con saperi, pratiche e competenze differenti che si sono composti, intersecati e articolati, permettendo di combinare la capacità di agire dentro e fuori dai magazzini, di fronteggiare i cordoni della polizia e utilizzare il piano sindacale, di boicottare i grandi marchi e manifestare sul piano cittadino contro Legacoop (come è avvenuto a Bologna quando gli scioperi di Granarolo si sono riversati sul tessuto urbano), di comunicare autonomamente e attraverso i media mainstream. Anzi, crediamo che proprio il ritorno a un’idea puramente solidaristica del rapporto tra lotte dei facchini e soggetti esterni che vi partecipano abbia rappresentato un arretramento sintomatico del progressivo esaurirsi delle potenzialità che quelle lotte per un certo periodo hanno espresso.

La seconda premessa è la delimitazione del campo della nostra ricerca, che corrisponde alla delimitazione del campo delle lotte di cui qui si parla. Qui ci riferiamo alla logistica di distribuzione ed in particolare alle lotte all’interno dei magazzini di smistamento delle merci; la difficoltà o incapacità di andare oltre questo ambito settoriale, investendo più complessivamente il sistema e dunque un ganglio decisivo della logica del capitale, è come vedremo uno dei limiti delle lotte. In questo quadro, la nostra ricerca si è sviluppata in Emilia, tra Piacenza e Bologna. Non perché questa porzione territoriale sia più importante di altre aree geografiche, al contrario i processi organizzativi dei lavoratori per esempio in Veneto hanno radici più profonde e per certi versi più dense2. È questa, più semplicemente, l’area di intervento politica in cui ci collochiamo e a partire da cui tentiamo di tracciare delle analisi che siano al contempo specifiche e almeno parzialmente generalizzabili.

 

Le lotte contro il sistema delle cooperative

In Italia le lotte nel settore della logistica, in particolare di quel ciclo cui abbiamo fatto cenno, hanno trovano tutte una medesima localizzazione geografica: la pianura padana, vero e proprio hub di circolazione delle merci in Italia. All’interno di questo spazio, possiamo parlare di almeno tre blocchi di conflitto: tra il 2008 e il 2010 i processi di lotta cominciano ad assumere consistenza nell’hinterland della vasta metropoli milanese e, più o meno contemporaneamente, vertenze e scioperi si consolidano nei magazzini del nord-est, in particolare a Verona e Padova; varcato il Po, a cominciare dai blocchi del 2011 alla Tnt e all’Ikea, le lotte si concentrano nel polo logistico di Piacenza e poi dilagano nell’Emilia, raggiungendo il loro culmine a Bologna. Queste differenti aree territoriali hanno trovato una virtuosa triangolazione con il blocco del settore in occasione del primo sciopero nazionale il 22 marzo del 2013. In queste aree l’adesione allo sciopero è infatti stata altissima, con percentuali talora vicine al 100%.

Milano, Piacenza, Bologna, Verona e Padova, epicentro e origine delle lotte del settore, sono al contempo i punti nodali del sistema di circolazione delle merci in Italia e in Europa, dove la valle del Po e la fitta rete viaria che l’attraversa si connette direttamente ai porti di Genova e Venezia che gestiscono il traffico di merci con il Medio Oriente e il Nord Africa. Non è un caso che un gigante della distribuzione globale come Ikea abbia localizzato a Piacenza il più grande magazzino in Europa e che anche Amazon abbia scelto la stessa zona per il proprio primo insediamento produttivo, mentre il gruppo tedesco Hangartner è diventato terminalista ferroviario acquistando dei magazzini nell’interporto di Verona, dal quale transita tutto l’import/export di frutta e verdura tra Medio Oriente, Spagna, America Latina e Nord Europa.

Dentro questa vasta area geografica, le cooperative della logistica e i marchi globali della distribuzione su grande scala hanno dunque trovato una potente fonte di valorizzazione basata sull’accelerazione e la linearità dei processi di circolazione. Non stupirà allora che il settore in Italia abbia risentito solo in parte della crisi economica globale ormai arrivata al suo decimo anno, mentre l’import/export restava l’unico settore in attivo nel paese e il trasporto intermodale ha contribuito a fare della voce “esportazioni” uno dei titoli che reggono l’asfittico Pil nazionale.

Occorre notare che in Italia, a differenza di altri paesi che hanno investito in automazione e sistemi informatici, le plusvalenze del settore hanno a lungo trovato fondamento nello sfruttamento di forza lavoro poco qualificata o pagata come tale, in genere migranti. Magari diplomati o addirittura laureati, resi ricattabili per la vulnerabilità del loro status e le politiche di gestione dei confini, gli occupati nel settore della logistica sono finiti nella tagliola del sistema a scatole cinesi delle cooperative. Tale sistema, che in Italia assume una forte peculiarità, ha permesso di eludere le tutele e le garanzie contrattuali previste dal CCNL. A comporre il sistema vi sono attori diversi. Molte sono le cosiddette “finte” cooperative, create esclusivamente per aggirare la legislazione in materia; in vari casi sono società flight-by-night, che nascono, spariscono o cambiano nome con estrema rapidità e grandi vantaggi anche sul piano fiscale3. Lo mette in evidenza uno dei lavoratori protagonisti degli scioperi alla Tnt di Piacenza nel 2011 e poi nel successivo ciclo di lotta: “[Queste cooperative] ogni due anni cambiano nome, così non pagano i contributi e fregano i lavoratori [oppure ricorrono] a prestanome diversi, trovano proprietari di 80 anni che non sono perseguibili”.

L’aggettivo “finte” rischia però di circoscrivere indebitamente la questione, riducendola esclusivamente a un problema di sorveglianza legislativa e intervento giudiziario. In realtà, nel sistema di cui qui stiamo parlando rientrano a tutti gli effetti, e con ingenti profitti, le cooperative di LegaCoop, che nell’Emilia “rossa” e a livello nazionale hanno un peso economico di primo piano (basti pensare che, mentre i lavoratori della logistica si battevano contro questo sistema, diventava ministro del lavoro Poletti, ex presidente proprio di LegaCoop).

Non sorprenderà allora che oltre il 98% dei lavoratori del settore impiegati dal sistema delle cooperative sono migranti, catturati tra le strette maglie della deregolamentazione del lavoro e la legislazione sulle migrazioni, la famigerata legge Bossi-Fini. Quest’ultima, una volta di più, mostra i suoi effetti innanzitutto come legge sul lavoro, evidenziando come la gestione e il controllo dei confini sia un dispositivo di devalorizzazione della forza lavoro, ovvero di aumento dei livelli di ricattabilità e sfruttamento dei migranti. Anche dall’angolo prospettico offertoci da questo caso di studio è possibile vedere come la competizione tra lavoratori autoctoni e stranieri per occupazioni perlopiù dequalificate e per un welfare ormai destrutturato sia tanto reale quanto artificialmente costruita, cioè frutto di precise scelte e volontà politiche. È perciò facile mostrare che se la destra utilizza l’effetto naturalizzandolo in chiave di competizione razziale, le politiche e le pratiche della sinistra (ivi incluse, ovviamente, il sistema delle cooperative) sono in buona misura la causa che determina questo perverso risultato.

 

Dentro i magazzini

Per capire meglio le specifiche forme di sfruttamento di questo pezzo del sistema della logistica dobbiamo fare qualche cenno all’organizzazione del lavoro interna ai magazzini in cui si sono avute le principali lotte di cui stiamo parlando. Essa ruota prevalentemente intorno alla figura di un responsabile, vero e proprio “caporale” come viene definito da molti lavoratori, che stabilisce i turni sulla base di precise gerarchie stabilite secondo i criteri della docilità e dell’ubbidienza, oltre che alle gerarchie razziali che, come vedremo, puntano sistematicamente alla segmentazione, frantumazione e dunque governabilità della forza lavoro. Ogni settimana il “caporale” fissa per ciascun lavoratore il numero di ore, cosa che determina l’ammontare del salario in busta paga. All’interno di questo sistema è successo di frequente che i lavoratori più attivi nelle lotte si vedessero presentare un foglio ore ridotto all’osso o finanche comunicazioni di temporanea sospensione, come ritorsione per l’attività sindacale o per generici comportamenti di insubordinazione. Sono queste alcune delle forme di ricatto che i lavoratori descrivono come vere e proprie intimidazioni mafiose: “IKEA + CGS coop = MAFIA” era scritto su uno degli striscioni fuori dal deposito di Piacenza in agitazione (il CGS, acronimo di Consorzio Gestione Servizi, è uno dei molti attori di questo sistema paludoso). Non si escludono neanche violenze fisiche e danneggiamenti, con scenari che richiamano alla mente le iniziative padronali e dei loro sgherri negli Stati Uniti dell’inizio del secolo scorso: durante le agitazioni alcuni lavoratori hanno avuto le gomme della macchina tagliate, minacce e aggressioni. Nei magazzini in cui sono presenti le non molte donne occupate nel settore, si sono registrati non di rado episodi di molestie e più o meno espliciti abusi sessuali. In un caso, quello della cooperativa Mr. Job che impacchetta per il marchio Yoox l’abbigliamento destinato all’e-commerce, ciò ha portato alle ribellione delle lavoratrici e a una lotta prolungata e radicale nei magazzini dell’azienda dentro l’interporto di Bologna, con un importante protagonismo femminile che ha mostrato come la questione di genere agisca pienamente dentro i meccanismi dello sfruttamento. Nella sua appendice giudiziaria, i dirigenti responsabili sono stati condannati, ma certo non è questo l’elemento sostanziale, proprio perché – come scioperi e picchetti delle lavoratrici hanno messo con forza in evidenza – non si tratta di casi isolati ma di un dispositivo generale connesso ai rapporti di potere dentro i magazzini.

Con questi metodi il processo di lavoro (almeno tra il 2011 e il 2013) ha potuto seguire la richiesta di accelerazione di un settore in espansione, sull’onda delle esportazioni favorite dalla crisi, e i processi di sfruttamento si sono intensificati. Nel 2011 alla TNT di Piacenza (da cui sono cominciati gli scioperi che poi si sarebbero travasati all’Ikea e successivamente estesi all’intero territorio emiliano), duecento lavoratori erano costretti a fare il lavoro di cinquecento facchini. I ritmi – raccontano i lavoratori – erano scanditi dalla voce di un responsabile che, per usare le parole di uno degli intervistati, “giorno e notte urlava: ‘dai dai dai’, sembrava un cd incantato!”. Ciò ha permesso al gruppo di ridurre di oltre la metà il costo del lavoro e, a queste condizioni, la TNT ha ottenuto un grosso risultato di produttività.

Nel deposito Ikea di Piacenza, nel giugno del 2012, le “righe” da scaricare erano passate da 12/13 a 35. Anche in questo caso all’incremento della produttività non era corrisposto nessun aumento salariale, mentre erano cresciuti tra i lavoratori i malesseri fisici: ernie, problemi articolari, disturbi posturali, spesso non riconosciuti come infortuni sul lavoro. Quando poi i facchini sono entrati in sciopero per protestare contro l’incremento dei ritmi, in molti si sono visti ridurre la giornata lavorativa fino a sole quattro ore, con due giorni di riposo forzato e uno stipendio mensile di 400 euro. Nei magazzini della CTL (Cooperativa Trasporto Latte), che a Bologna gestisce per conto di Granarolo lo smistamento dei prodotti caseari, i lavoratori hanno denunciato lunghe ore di lavoro nelle aree frigorifere, a temperature intorno ai 4 gradi, sprovvisti dell’idonea attrezzatura, altro motivo dei crescenti malesseri tra i facchini. Quotidianamente il magazzino smista merci destinate a circolare in Italia, Germania e Russia, impiegando 80 persone; per ogni turno ci sono circa 20 carrellisti e 50 addetti al picking, ossia la raccolta dei colli da spedire. Nelle numerose interviste raccolte davanti ai magazzini e nelle lunghe albe dei picchetti, i lavoratori raccontano continuamente dettagli come quelli riportati da Aadil: “Ognuno ha la sua ‘pistola’ con la missione: quali colli per ogni bancale e la porta in cui lasciarli. Finisci di lavorare quando hai completato la missione. In genere lavoriamo dalle 14 fino alle 20, 21. Ma a fine mese la maggior parte non raggiunge le 168 ore e lo stipendio non è mai pieno, anche se ci sono alcuni che fanno straordinari”; “Nel magazzino il responsabile della cooperativa ha stabilito un clima di paura – aggiunge Bharat. Se non fai più di 200 colli all’ora ti mette in ferie, nonostante per contratto i colli siano 180”.

 

La razzializzazione come dispositivo di organizzazione del lavoro

A fronte di una stragrande presenza di lavoro migrante nel settore, in Emilia Romagna gli addetti del settore sono prevalentemente maghrebini (egiziani, marocchini, tunisini); meno numerosi ma ben presenti sono coloro che provengono dall’Europa dell’est, dall’Africa sub-sahariana e dall’Asia del sud (in particolare dal Bangladesh). Molti, soprattutto tra i maghrebini, sono stati reclutati nei paesi di provenienza da società di intermediazione del lavoro che, agendo in un vuoto legislativo, riescono a garantirsi buoni proventi dalla loro attività. Sono perlopiù uomini, in gran parte giovani e giovanissimi, mediamente istruiti, spesso con un diploma, qualcuno con una laurea o iscritto all’università; tra di loro vi è anche chi è nato o cresciuto sin da piccolo in Italia, le cosiddette “seconde generazioni”.

Nei magazzini le gerarchie sul terreno della razza sono dispositivi materiali di organizzazione del lavoro. Un esempio tra i molti è Cogefrin, che gestisce l’import-export di materie plastiche dai paesi arabi destinate al resto d’Europa. Racconta Hassan: “Ci sono circa 30 operatori. Gli stranieri lavorano all’aperto. Pioggia, neve, sole siamo lì, con un orario di lavoro più lungo: dalle 7.30 alle 22. Carichiamo e scarichiamo materiale che arriva sfuso nei container oppure in sacchi. Io per fortuna ho imparato ad usare le macchine e scarico i container che è comunque un lavoro pericoloso. Gli altri lavorano con sacchi da 25 kg da scaricare manualmente nelle cisterne con l’aiuto di un nastro scorrevole. Ogni cisterna contiene 20 bancali da 55 sacchi. Si caricano 7 cisterne al giorno, circa 200 tonnellate di merce giornalmente mosse da 4 persone”.

La peculiare composizione del lavoro, connessa alle già menzionate forme di ricatto legate alla specifica organizzazione all’interno dei magazzini e al particolare sistema di controllo e gestione del lavoro migrante in Europa, ha permesso – nel settore della logistica di distribuzione – un significativo taglio del costo del lavoro accompagnato da una profonda deregolamentazione di tutele e garanzie. Negli anni in cui le lotte si sono sviluppate il salario medio era decisamente inferiore (in termini relativi e talvolta addirittura assoluti) di quello percepito dai lavoratori negli anni Novanta. Puntando sul lavoro razzializzato le imprese della logistica hanno potuto intensificare i ritmi, aumentare la produttività e accrescere significativamente i profitti. All’Ikea di Piacenza le dinamiche che gestiscono il processo produttivo sono state dunque ben riassunte da uno striscione esposto davanti ai cancelli del deposito durante i giorni delle agitazioni: “Coop. Facchinaggio = schiavitù”.

Nell’organizzazione del lavoro all’interno dei magazzini, del resto, i processi di razzializzazione hanno funzionato come “supplemento interno” alle forme di gerarchizzazione e segmentazione. Le differenti appartenenze nazionali sono spesso giocate le une contro le altre, come strumento di disciplinamento che punta a interrompere i processi di solidarietà e unificazione tra i lavoratori. La costruzione di vere e proprie tassonomie del lavoro e di profili stereotipati da parte dei responsabili sono il terreno su cui i processi di razzializzazione si dispiegano nella loro concretezza: gli egiziani diventano “spie”, i magrebini sono messi in competizione con russi e rumeni rispetto alla produttività del lavoro, gli asiatici vengono ritenuti docili e chiusi, e via di questo passo. Da questo punto di vista, il razzismo non è una questione morale o umanitaria, dipendente dall’essere più o meno predisposti alla tolleranza e al cosmopolitismo; è, al contrario, un dispositivo maledettamente materiale, che permette o impedisce dei processi ricompositivi interni alla classe. Solo la lotta e i percorsi di soggettivazione che in essa si determinano, e non una coscienza ideale, può quindi mettere in discussione, combattere o distruggere questo dispositivo. Ce l’ha spiegato con grande chiarezza, in un picchetto al deposito Ikea di Piacenza, un lavoratore della TNT: “I padroni mi hanno provocato una malattia: il razzismo. Ero diventato razzista contro i miei compagni di lavoro di altre nazioni, i capi dicono ai marocchini che i tunisini sono più bravi, ai tunisini dicono che sono più bravi gli egiziani o i rumeni. Con la lotta contro lo sfruttamento ci siamo uniti e abbiamo sconfitto anche il razzismo. Ora sappiamo che siamo tutti uguali perché siamo dei lavoratori”.

Come già successo in altre epoche, inoltre, va considerato che i lavoratori migranti portano con sé l’esperienza, diretta o indiretta, di altre pratiche e forme di lotta dei contesti territoriali da cui provengono. Si pensi per esempio al fatto che mentre le lotte esplodono nella pianura padana, con un forte protagonismo di facchini nordafricani, Tunisia ed Egitto erano attraversati da quelle insurrezioni che in occidente sono state etichettate come “primavere arabe”. Non è un caso, allora, che molti lavoratori hanno parlato di una sorta di “rivoluzione nella logistica”, da un lato per tracciare un filo rosso con quello che stava accadendo nei loro paesi di origine, dall’altro per rimarcare il retroterra soggettivo di cui erano portatori.

 

Soggettivazione e uso operaio del sindacato

Sono proprio le fratture della composizione operaia costruite lungo la linea del colore uno dei primi nodi politici che le lotte hanno incontrato; proprio dove il padrone aveva costruito segmentazioni e gerarchie, si sono dati processi di unificazione. La comune condizione di lavoratori soggetti al comando e allo sfruttamento capitalistici si è fatta terreno di battaglia, divenendo lama affilata nelle mani dei lavoratori. Il riferimento alle esperienze degli IWW è ritornato spesso nei dibattiti attorno a scioperi e picchetti, per la forte presenza di una forza lavoro mobile, per la sperimentazione di modelli e forme di conflitto differenti da quelle abituali dei sindacati, per la tensione a “organizzare gli inorganizzabili”. È ritornato anche nella ripresa del noto slogan “An injury to one is an injury to all”, ripetuto di continuo e fin da subito spiegato da uno dei lavoratori in lotta all’Ikea: “Abbiamo imparato che il padrone comanda se i lavoratori sono divisi e adesso quando toccano uno, toccano tutti”.

Le lotte hanno cioè permesso di trasformare soggettività assoggettate dalla paura e dal ricatto in soggettività capaci di rovesciare i dispositivi di comando. L’unificazione dei lavoratori all’interno dei magazzini e la battaglia contro l’ipersfruttamento a cui sono sottoposti, con scioperi a oltranza, picchetti e blocchi delle merci, ha prodotto ingenti perdite alle imprese del settore. In una dinamica di veloce contagio, uno dopo l’altro i magazzini di diversi marchi della distribuzione su gomma dell’area emiliana, da Piacenza a Bologna, sono entrati in lotta e i lavoratori sono riusciti – spesso, non sempre – a imporre una parte delle proprie istanze e rivendicazioni (dal riconoscimento dell’attività sindacale autorganizzata a concreti risultati rispetto a salari e ritmi, dal reintegro dei colleghi sospesi o licenziati alla condivisione di arretrati mai riconosciuti).

La peculiare composizione soggettiva qui brevemente descritta e trasformata nel corso delle lotte ha saputo utilizzare la conoscenza, almeno sui livelli medio-bassi del sistema, degli specifici meccanismi e dei delicati ingranaggi del processo di circolazione e distribuzione delle merci. Prima ancora che negli hub emiliani si concretizzassero precise volontà e forme di conflitto, l’incrinarsi degli abituali dispositivi di governo della forza lavoro si è dato attraverso un rifiuto delle proposte di lotta – definite come puramente “simboliche” – offerte dai sindacati confederali. Questo rifiuto è stato espresso con parole molto efficaci da un lavoratore della TNT di Piacenza: “Se vai con la bandiera a fare uno sciopero tradizionale o sali sul tetto puoi stare lì anche tutta la vita, non cambierà niente. Basta con lo sciopero della fame o cose del genere, perché la fame la deve fare il padrone! A noi basta già la sofferenza che viviamo tutti i giorni sul posto di lavoro”. Ciò che in apparenza era letto dalle lenti sindacali come docilità e passività di questo pezzo di composizione di classe, celava invece una disponibilità a un conflitto in grado di “far male al padrone” per conquistare effettivi cambiamenti delle proprie condizioni di lavoro e di vita.

Per procurare al padrone ingenti perdite, i lavoratori hanno appunto compreso di dover mettere a valore le conoscenze accumulate rispetto alla quantità e temporalità dei flussi di merci, praticando forme di lotta in grado di bloccarli nei momenti in cui il danno sarebbe stato maggiore. Per farlo è stato necessario giocare la carta dell’imprevedibilità, da cui il carattere selvaggio assunto dalla maggior parte degli scioperi nel ciclo di lotte di cui stiamo parlando. La mobilità delle merci è perciò diventata mobilità delle lotte. E mentre il ciclo produttivo e distributivo veniva dislocato per eludere i blocchi, è stato possibile costruire vere e proprie catene di unificazione tra differenti magazzini localizzati in aree diverse, una sorta di coordinamento che ha permesso di coprire un’ampia porzione di territorio tra Piacenza, Modena e Bologna. È un meccanismo di diffusione spaziale dei conflitti che sarà poi ripetuto in occasione degli scioperi generali del settore.

In questo quadro, a partire dall’indifferenza e dal rifiuto dei sindacati confederali, è necessario approfondire il rapporto tra questi lavoratori, perlopiù privi di precedenti esperienze politiche e di lotta, e i sindacati di base che ne hanno sostenuto gli sforzi. In particolare, ci soffermiamo qui sul rapporto con il Si Cobas, che è stato il soggetto sindacale maggiormente presente nelle mobilitazioni sul territorio emiliano. Per comprenderlo, riportiamo due casi, che possiamo ritenere sufficientemente paradigmatici di questo rapporto. Il primo si riferisce all’inizio del processo di organizzazione della lotta alla TNT di Piacenza nel 2011, descritta in modo molto chiaro da uno dei suoi leader, il lavoratore egiziano Mohamed Arafat:

“Il gruppo iniziale era di una ventina di lavoratori, su 380. Sono andato di casa in casa per spiegare com’era il contratto, come ci hanno sfruttato e cosa ci hanno fregato per anni, per dire che non dobbiamo più accettare questo trattamento che calpesta la nostra dignità. Ho iniziato a fare formazione tra i lavoratori, ho dato dei compiti a ognuno per allargare il gruppo. Mi hanno chiamato dei responsabili per avvertirmi che sapevano delle riunioni a casa mia. Allora, perché non andare in giro per la città, allo scoperto, a convincere tutti? Sono andato in 50-60 case, nei giorni successivi alla TNT abbiamo aperto uno spiraglio. Sono venuti in tanti a dirmi che lo sfruttamento e la sofferenza sono condivisi e che volevano partecipare alla lotta. Ogni tanto, per far crescere l’organizzazione, bisogna dire una ‘bugia’ per dare coraggio: quando eravamo in venti dicevo che gli altri anche se non partecipavano erano con noi, che eravamo in cento, poi in due o tre giorni ci siamo arrivati davvero! [...] Noi non sapevamo neanche cosa volesse dire sindacato: lo conoscevamo solo per il rinnovo del permesso di soggiorno, per i ricongiungimenti famigliari o per compilare un modulo, come un’agenzia di servizi. Non ci siamo mai rivolti a loro per rivendicare diritti, perché quando qualcuno si lamenta dicono ‘lavora e zitto’, hanno dimenticato la lotta. Allora sono andato in giro a cercare un sindacato disponibile a sostenerci nelle lotte, intese come diciamo noi, facendo scioperi e picchetti che colpiscano gli interessi del padrone. Infatti, non deve essere il sindacato a utilizzare i lavoratori, ma devono essere i lavoratori a utilizzare il sindacato. Nel luglio 2011 abbiamo incontrato il Si Cobas, ho spiegato che entro una settimana ci saremmo organizzati per fare un blocco. Sono stati disponibili, abbiamo iniziato e abbiamo vinto.”

Possiamo qui vedere riassunti in successione i passaggi e le concatenazioni di un processo di lotta e organizzazione: insopportabilità delle condizioni di lavoro, indifferenza e radicale insoddisfazione per i sindacati esistenti, importanza del ruolo soggettivo e di trascinamento di uno o più lavoratori, messa a valore dei legami comunitari (Arafat si rivolge innanzitutto agli altri egiziani e poi ai lavoratori nordafricani) per un processo che andrà oltre o metterà in discussione il rischio di chiusura di questi stessi legami, ricerca di un sindacato utile per scioperare. E ovviamente, per non immaginare uno sviluppo lineare, va considerato un certo ruolo giocato dall’elemento di casualità (Arafat si mette in viaggio per Milano e trova quel sindacato); il punto, però, è che l’elemento casuale si inserisce sempre all’interno di un rapporto tra condizioni di possibilità materiale e volontà soggettiva. Virtù e fortuna, per dirla con Machiavelli; o per citare una celebre espressione di Marione Dalmaviva, “quando leggi Lenin poi dici ‘che bravo!’ e subito dopo ‘che culo!’”. Il punto, cioè, è costruire le condizioni di possibilità per avere culo.

Il secondo caso paradigmatico è quello delle lotte dei lavoratori in appalto alla Coop Adriatica di Anzola dell’Emilia all’inizio del 2013. I lavoratori ci hanno raccontato di essere stati iscritti in numeri consistenti alla Cisl e di aver strappato tutti insieme la tessera quando ha firmato un contratto bidone; successivamente, la stessa dinamica si è ripetuta con l’Ugl. Al di fuori quindi di ogni opzione ideologica, nel Si Cobas hanno trovato una struttura disponibile a mettersi a disposizione delle loro lotte per migliorare le condizioni di lavoro e di vita.

È proprio questa funzione di servizio del sindacato ciò che ha orientato inizialmente la scelta dei lavoratori. Dentro la crisi della rappresentanza, ciò che almeno inizialmente i facchini hanno cercato non era un soggetto che potesse parlare a loro nome, ma semplicemente una struttura tecnica in grado di sostenere le loro esigenze, le loro pratiche, le loro lotte. Possiamo parlare di un uso operaio del sindacato, che per qualche tempo ha rovesciato il rapporto tradizionale tra rappresentanti e rappresentati. Tutto sommato, la restaurazione di quel rapporto ha in parte segnato l’esaurirsi degli elementi potenzialmente più esplosivi di quel ciclo di lotte.

 

Riorganizzazione dentro la logica del capitale

In un recente articolo ripreso dalla newsletter di C.I.S.Co., lo studioso del settore Kim Moody, dopo aver succintamente descritto l’ormai conclamato declino dei sindacati, ha evidenziato come tale declino sia stato ulteriormente aggravato proprio dalla “rivoluzione logistica”, attraverso una riorganizzazione complessiva delle forme di produzione e circolazione delle merci che ha in buona parte reso liquidi quei luoghi in cui i sindacati erano radicati. E tuttavia, continua Moody, tale rivoluzione è permanentemente esposta alla propria fragilità strutturale, individuabile principalmente in due elementi: da un lato, la vulnerabilità della circolazione delle merci, ossia il fatto che bloccare un anello della catena faccia saltare tutto il meccanismo del just-in-time; dall’altro, è secondo l’autore “una delle grandi ironie del capitalismo moderno assistere alla ricostruzione delle massicce concentrazioni di lavoratori manuali a cui i dirigenti aziendali avevano cercato di sfuggire”4.

Sono esattamente gli elementi su cui hanno fatto leva le lotte nella pianura padana, utilizzando la concentrazione come base di organizzazione e colpendo il padrone in termini economici e di immagine. Non sempre è stato possibile quantificare il danno economico subito dalle imprese. Lo è stato nei magazzini

di Granarolo che muove merci deperibili: quattro ore di blocco significano una perdita di circa 250 mila euro. Non è stato possibile quantificare con altrettanta solerzia il costo di un giorno di blocco nel deposito piacentino di Ikea, o nell’impianto Cogefrin all’interporto bolognese. Sappiamo comunque che se le merci non vengono caricate sui camion non arrivano in tempo nei porti per essere imbarcate verso l’Europa dell’est, il Medio oriente e il Nord Africa, producendo gravi ritardi nelle spedizioni. Il blocco di un solo magazzino può far esplodere l’intero circuito e servono circa dieci giorni perché il ciclo possa essere riportato a regime.

Tuttavia, i padroni non indugiano mai troppo nella perplessità o nei turbamenti rispetto ai conflitti, né si affidano esclusivamente alla repressione per rimuovere i punti di blocco. Innanzitutto studiano le lotte, cercano di trovarne i punti deboli per contenerle, addomesticarle e soprattutto per rovesciarle in possibile fonte di innovazione e sviluppo del proprio sistema. Nell’immediato, per esempio, per aggirare i blocchi, le imprese interessate da scioperi e picchetti hanno modificato i tempi di carico e scarico delle merci e smistato parte della produzione in altri siti, lontani anche 50 km. Talvolta, nei picchi di maggior forza delle lotte, i blocchi sono riusciti a seguire le mosse di rilocalizzazione della produzione e della distribuzione; alla lunga, però, le possibilità di riorganizzazione dei padroni si sono rivelate per ovvi motivi maggiori nella tenuta degli strumenti nelle mani dei lavoratori.

Su un livello di prospettiva, le imprese hanno provato a rispondere con un parziale aumento degli investimenti in innovazione tecnologica, come strumento – oltre che di crescita del plusvalore relativo – di indebolimento del potere contrattuale della forza lavoro e di deconcentramento di quella spazializzazione che, come ha notato Moody, è uno dei fattori di facilitazione dell’aggregazione conflittuale. È ancora da valutare quanto questi investimenti appartengono a un reale piano strategico o, almeno per il momento, siano infarciti di molta retorica. Secondo Gianni Boetto, dal suo punto di vista situato dentro i magazzini, la possibilità di un balzo tecnologico in grado di ridefinire completamente il rapporto tra macchine e lavoratori è in Italia ancora piuttosto lontana e indefinita. Sono diventati di utilizzo diffuso solo alcuni dispositivi come la voice, i palmari attraverso cui controllare la produttività individuale, le pistole per il picking e in alcuni casi i sorter, delle particolari giostre che leggono i pacchi e smistano automaticamente, che determinano la necessità di maggior personale ma part-time, dunque con una riduzione del tempo di occupazione.

Se nel nostro paese all’aumento complessivo della movimentazione di merci non corrisponde ancora, per il padrone, la capacità di farvi fronte in modo massiccio con l’automazione tecnologica e la riduzione consistente della forza lavoro, è in atto un processo di riorganizzazione complessiva che sta mutando anche le punte arretrate del settore. Boetto lo definisce il “modello Amazon”, come diffusione delle forme di organizzazione del lavoro dei suoi magazzini, nei quali vigono come è noto livelli alti di ricatto e bassi di garanzie, con situazioni che “rendono difficili i processi di autorganizzazione”; si riferisce però, più in generale, all’imposizione di nuovi standard complessivi che vanno al di là delle sedi della multinazionale americana (si pensi per esempio alla consistente modificazione dell’attività dei corrieri). Queste forme di riorganizzazione produttiva e tecnologica, già operanti o come possibile tendenza, sono indubbiamente una risposta alle lotte. Il problema è come le lotte si possono ricollocare a questa nuova altezza, per tentare di giocare di anticipo e non essere limitate a un ruolo resistenziale di corto respiro.

 

Contratto e sfide sindacali

Il contratto nazionale, scaduto nel 2015 e rinnovato con due anni di ritardo, è definito da Boetto e in varie altre interviste una “scadenza liturgica”: quello che lì viene scritto, infatti, “ha un valore formale, se non si ha la capacità di applicarlo e imporlo attraverso i rapporti di forza tra lavoratori e controparte padronale rimane aria fritta”. Proprio le lotte dei facchini lo dimostrano: in diverse situazioni sono state imposte delle rivendicazioni che vanno ben oltre quello che è codificato nei contratti formali. Un esempio significativo è l’introduzione del principio dell’anzianità come automatismo nei passaggi di livello, che è uno stravolgimento del principio che lega la professionalità e gli avanzamenti di carriera al merito. Rivendicazioni come questa sono state conquistate in accordi nazionali come quelli con Fedit (Federazione Italiana Trasportatori), che poi vengono implementate e sviluppate attraverso battaglie specifiche nei singoli posti di lavoro. In altre situazioni, infatti, “basta un attimo di distrazione per stravolgere quello che era stato conquistato, perché siamo davvero nella giungla”.

Tuttavia, per quanto formale e partecipata dai confederali che “agiscono sempre più come sindacati di Stato”, la scadenza del contratto nazionale ha comunque una sua rilevanza politica e per gli orientamenti di massima del settore. Dopo una lunga trattativa tra i vari attori, l’ultimo contratto registra una sorta di partita di scambio tra regolamentazione degli appalti e flessibilità del lavoro. Oggi l’impresa che subentra nell’appalto è formalmente tenuta ad assumere i lavoratori a parità di condizioni, mantenendo anzianità pregressa, livelli retributivi, inquadramento e disciplina relativa al licenziamento, tutte questioni che hanno ampiamente animato le lotte nella fase che consideriamo. Anche qui, tuttavia, non mancano ambiguità e scappatoie. È stata per esempio inserita una postilla in cui si precisa che in caso di innovazione tecnologica si lascia alle imprese maggiore autonomia rispetto alla normativa. Allo stesso tempo, benché molti ex soci lavoratori siano diventati dipendenti (dopo che le lotte hanno saputo mettere in discussione la figura del socio lavoratore, costretto a versare le quote societarie e farsi artefice del proprio sfruttamento), la prima figura è tutt’atro che sparita.

Comunque, se le nuove regole che disciplinano gli appalti sono state obbligate a recepire almeno in parte le istanze delle lotte, sull’altro piatto della bilancia le organizzazioni padronali hanno posto la rivendicazione di un aumento della flessibilità del lavoro, della produzione e della distribuzione. Il nuovo CCNL estende l’orario giornaliero dei singoli lavoratori fino a 9 ore, mentre la settimana lavorativa include adesso anche il sabato per il personale non viaggiante (prima erano 39 ore settimanali spalmate su cinque giorni).

Quanto alla riorganizzazione del ciclo, viene introdotta la possibilità di variare l’orario di lavoro dopo sei mesi senza accordo sindacale, o con tempi addirittura più ridotti e il pagamento di una piccola indennità di disagio. A ciò si aggiungono specifiche ulteriori limitazioni del diritto di sciopero, attraverso cui le organizzazioni padronali tentano di prevenire le minacce alle fragilità del proprio sistema e gli ingenti danni economici e di immagine prodotti dal blocco dei magazzini. In seguito a lotte come quella di Granarolo a Bologna e di altri nodi della distribuzione alimentare, le imprese hanno ottenuto l’estensione dello spettro dei beni di prima necessità (ora comprendenti anche prodotti come animali vivi, carburante, medicinali, ecc.), cioè quelli per cui i facchini sono vincolati a procedure di “raffreddamento” e nei fatti di impedimento della possibilità di scioperare in modo efficace. Se prima era solo il trasporto a far parte dei servizi garantiti, ora è nei fatti blindata l’intera filiera logistica legata a questi prodotti.

Proprio quest’ultimo è, forse, il risultato più importante conquistato dal padronato nel nuovo contratto. La questione della filiera è, nel sistema della logistica, chiaramente centrale, in quanto indica il ciclo produttivo e distributivo della merce. La sua definizione e delimitazione è però, a differenza di quello che si vorrebbe far credere, tutt’altro che oggettiva: appartiene invece, come il contratto nazionale dimostra, a uno scontro tra posizioni e interessi differenti o contrapposti. Garantendosi la regolamentazione dello sciopero sull’intera filiera dei prodotti, le imprese hanno così allargato a dismisura l’area di salvaguardia rispetto alle proprie fragilità di sistema, approfondendo al contempo la possibilità di un’interpretazione soggettiva dei confini della filiera. Un’interpretazione, cioè, legata ai rapporti di forza e alla capacità di imporla. Potremmo dire che attorno alla definizione materiale di filiera si gioca un asse centrale dello scontro tra ciclo del capitale e ciclo delle lotte. Il padronato lo ha temporaneamente vinto, ricomponendo il proprio ciclo e frammentando quello della controparte, che fino a questo momento non è riuscita – come vedremo nelle conclusioni – a uscire dalla compartimentazione nei magazzini.

In questo quadro, comunque, i principali obiettivi dell’autorganizzazione sindacale si stanno concentrando sul breve e medio periodo nel tentativo di “non accettare le forme di flessibilità e gli straordinari imposti dal contratto siglato dai sindacati confederali, di conquistare aumenti salariali e indennità di vacanza contrattuale, di continuare sulla strada dell’automatismo nei passaggi di livello svincolandoli sempre di più dal merito, di estendere la copertura per malattia e infortunio nelle tante situazioni in cui ancora non è prevista, a partire dai soci di cooperativa”. E siamo così arrivati all’oggi.

 

Conclusioni. Alcuni insegnamenti del ciclo di lotte

Come è necessario fare per ogni ciclo di lotta, anche per quello di grande importanza portato avanti dai lavoratori della logistica proviamo a ragionare nei termini delle ricchezze e dei limiti. Le prime sono state evidenziate con forza nelle pagine precedenti: le pratiche di sciopero e dei picchetti, la capacità di far male al padrone e di colpire i punti di fragilità del sistema della logistica, l’uso operaio del sindacato sono alcune delle principali caratteristiche di un complessivo processo di controsoggettivazione di un pezzo specifico della composizione di classe, fortemente segnata da dispositivi di razzializzazione e ricatto.

Va anche sottolineato che indicare nel periodo tra il 2011 e il 2014 il picco delle lotte non significa che negli anni successivi i magazzini siano stati pacificati o la conflittualità sia venuta meno. Al contrario, scioperi e picchetti non sono cessati, e vi è stata una stabilizzazione del ruolo del sindacato di base nelle imprese. In diversi luoghi dell’Emilia, la sola annunciata presenza del Si Cobas è servita per far ottenere ai lavoratori condizioni più vantaggiose. Ciò a dimostrazione della minacciosa forza che questo ciclo di lotte ha avuto. Tuttavia, come abbiamo visto, l’effetto di miglioramento delle condizioni lavorative è relativo.

Innanzitutto, perché il padrone ha agito il piano della riorganizzazione produttiva e dell’innovazione per scomporre e frammentare la sua controparte. In secondo luogo, perché i rapporti di forza non sono irreversibili, e la tendenza al miglioramento delle condizioni di lavoro dipende esattamente da quei rapporti di forza. In terzo luogo, non è la stessa cosa quando le rivendicazioni sono imposte o sono concesse: in un caso appartengono all’accumulo di una forza di parte, nell’altro possono diventare uno strumento di governo della forza lavoro. Ci sembra, per restare al territorio emiliano in cui si è svolta la nostra ricerca militante, che vi sia stato un progressivo ribaltamento nel rapporto tra vertenze e lotte: se nella fase ascendente del ciclo conflittuale le vertenze erano uno strumento di sviluppo delle lotte, nella fase successive le lotte sono diventate finalizzate quasi esclusivamente alle vertenze. Il sindacato ha cioè parzialmente cessato di essere uno spazio utilizzato per un processo di controsoggettivazione, per diventare il fine (e per molti la fine) di quel processo.

Questo progressivo ribaltamento è stato puntellato da un limite di fondo, che lungi dall’appartenere solo alle lotte nella logistica di distribuzione interroga in profondità i movimenti o gli sprazzi di conflitto che si sono avuti nell’ultimo decennio: stiamo parlando della difficoltà di far corrispondere all’estensione orizzontale dentro il settore un’intensità ricompositiva, sul piano “esterno” e sul piano “interno”. Sul piano “esterno” al sistema della logistica, la capacità ricompositiva è stata insufficiente rispetto ad altri soggetti del lavoro vivo che, pur in contesti e con caratteristiche differenti, hanno una base comune non solo di sfruttamento ma di potenzialità di lotta contro lo sfruttamento. Per esempio, nel 2014, più o meno parallelamente agli scioperi selvaggi nei magazzini di Granarolo, all’Università di Bologna c’è stata una mobilitazione particolarmente significativa e piuttosto prolungata dei lavoratori delle portinerie “appaltati” all’Unibo da Coopservice. La presenza dei facchini alle prime assemblee all’università è stata, insieme alla presenza attiva degli studenti, un fattore di grande importanza per l’avvio della lotta, che tra l’altro ha ripreso da quanto avveniva a Granarolo alcune forme significative (lo sciopero selvaggio, il picchetto, ecc.). È stato individuato nel sistema di potere e di organizzazione dello sfruttamento delle cooperative il nemico comune; a partire da qui, si è creato uno spazio comune chiamato “no coop”, che il primo maggio 2014 ha dato vita a una vivace manifestazione con una contestazione alla piazza della Cgil. Tuttavia, questo processo che aveva come obiettivo un piano tendenzialmente ricompositivo è stato bloccato, anche per delle problematiche valutazioni e scelte soggettive da parte del sindacato e di alcune strutture organizzate che lo sostenevano.

Sul piano “interno”, la difficoltà è stata la ricerca di un piano di alleanza o convergenza di interessi con figure al di fuori dei magazzini che, su alcuni livelli, hanno una loro baricentralità nella catena logistica. Un esempio rilevante è quello degli autotrasportatori, che hanno percorsi di organizzazione molto differenti da quelli dei facchini. Nelle lotte di cui abbiamo parlato vi sono state poche occasioni di connessione tra queste figure, anzi perlopiù vi sono stati motivi di attrito o scontro per ragioni facilmente intuibili data la particolare posizione nel ciclo della logistica (gli uni devono consegnare le merci per portare a casa il salario, gli altri devono bloccarle per migliorarlo). Tuttavia, proprio l’intervento in questo ambito complicato è segnalata dallo stesso Boetto come una necessità, per esempio attraverso la rivendicazione del riconoscimento del lavoro notturno che, a differenza dei facchini, non è concessa ad autisti e driver.

Insomma, rischiando di chiudersi dentro il settore e i magazzini, il processo di controsoggettivazione e le potenzialità di lotta si sono incanalate verso una dinamica di limitazione vertenziale dell’iniziativa. E rischiando, all’interno della vertenzialità, di veder progressivamente indeboliti i rapporti di forza. Questo rischio è stato ulteriormente complicato da un discorso politico-ideologico prevalente tra alcune delle strutture organizzate che ha teso a vedere nelle lotte della logistica l’esclusivo ritorno dell’egemonia del lavoro manuale. Se l’obiettivo polemico può in parte essere condivisibile, cioè la postulata egemonia del lavoro cosiddetto “immateriale”, tale discorso ha finito per presentarsi semplicemente come suo rovescio speculare, riproponendone con segno di valore opposto gli stessi vicoli ciechi. Ben oltre un’idea platonica di rigida divisione tra corpo e anima, proprio il sistema complessivo della logistica come logica del capitale ci mostra la continua combinazione e concatenazione di alta densità di sfruttamento delle conoscenze e dei muscoli. Lo stesso lavoro dei facchini, come si può facilmente evincere dalle descrizioni che ne hanno fatto nel corso delle interviste, è fatto non solo di sforzo fisico, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) di gestione di software e saperi, per quanto su livelli bassi. Proprio questa combinazione è ciò che le lotte per un certo periodo hanno contro-utilizzato per colpire gli interessi padronali.

Last but not least, questa combinazione è stata il terreno su cui è stata possibile la costruzione di un iniziale piano di incontro tra lavoratori della logistica, studenti e precari. Studenti e precari, cioè, sono andati davanti ai cancelli innanzitutto perché hanno compreso che quella logica di sfruttamento e quelle lotte riguardava anche loro. Abbandonando le possibili linee della ricomposizione, si è ritornati nel ristretto alveo della mera solidarietà, che ha corto respiro e non coincide con la generalizzazione dei conflitti. Come abbiamo visto, infatti, il padrone utilizza l’arma dell’innovazione: lì aspetta le lotte, le sfianca e salta in avanti. Per tentare di anticipare, è necessario acquisire il portato che le lotte ci consegnano e proiettarlo su nuove linee di tendenza del conflitto. Solo così, crediamo, sia possibile tentare di uscire dai micro-spazi in cui, alla lunga, il padrone ha la meglio, e tentare di approfondire in pieno quella grande politicità che si è aperta nelle contraddizioni della logistica, in quanto appunto logica del capitale.


Note
1 Le interviste citate nel corso del testo e gli altri materiali della ricerca sono disponibili sui siti uninomade.org e commonware.org.
2 Nella parte conclusiva dell’articolo, soprattutto riguardo alle questioni relative al contratto e allo stato attuale dei processi sindacali, ci avvaliamo dell’intervista realizzata nel febbraio 2018 con Gianni Boetto, militante storico dell’Adl Cobas di Padova.
3 Si veda la relazione di Sergio Bologna “Lavoro e capitale nella logistica italiana: alcune considerazioni sul Veneto”, pubblicata su “UniNomade”, 15 marzo 2013, disponibile all’indirizzo http://www.uninomade.org/wp/wp-content/uploads/2013/02/ lavoro_e_capitale_nella_logistica.pdf.
4 Kim Moody, “Modern capitalism has opened a major new front for strike action – logistics”, in “The Conversation”, 3 gennaio 2018, disponibile all’indirizzo http://theconversation.com/modern-capitalism-has-opened-a-major-new-front-for-strike-action-logistics-89616.
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