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contropiano2

Il bazooka di Draghi è un narcotico pericoloso

di Andrea Del Monaco*

mario draghi quantitative easing 2Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.

Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?

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orizzonte48

Al netto delle elezioni italiane, l'€uropa non ha mai perso e non potrè mai perdere la sua identità (di assediante)

di Quarantotto

1024x576LaStampa.it1. La prima proposizione che deve essere chiara per non perdere la bussola nel corso di questo estenuante periodo di campagna elettorale, è che ogni cosa che verrà comunicata dal sistema dei big-media, - a partire dal lunare dibattito sulle coperture delle misure fiscali proposte dai vari partiti, e definite sprezzantemente elargitive (dire espansive sarebbe concedergli una chiarezza che non hanno), fino alla telenovela sempre più grottesca delle candidature-, serve a distrarre dalle future certezze e prospettive vincolanti del post-elezioni.

Sappiamo infatti che, a vincolo esterno immutato, l'indirizzo politico (cioè economico, fiscale, industriale, occupazionale, e ovviamente di politica monetaria) è predeterminato a prescindere da qualsiasi esito delle elezioni e da qualsiasi conseguente composizione del parlamento.

Anche se, in questa particolare tornata, si ha un non paradossale interesse, delle elites, come deve ammettere Wolf, alla conservazione della crescita astensionistica che caratterizza l'avvenuta instaurazione di un sistema ordoliberale e sovranazionale "al riparo dal processo elettorale" (pur con qualche rimedio possibile de iure condendo ma anche de iure condito).

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senso comune

Per un superamento del superamento del Fiscal Compact

di Marcello Spanò 

juncker merkelE’ circolato, a fine anno 2017, un appello sottoscritto da diversi economisti, italiani e non solo, favorevole a un superamento del Fiscal Compact, contrario a un suo “rafforzamento istituzionale”, preoccupato per il rischio di implosione dell’Unione Europea che una riconferma del patto fiscale, ormai scaduto, comporterebbe. Tra gli economisti firmatari figurano anche nomi importanti per il loro contributo alla critica della teoria economica mainstream. Per quanto sia apprezzabile una posizione critica, ed altrettanto apprezzabile il tentativo di mettere in agenda una discussione sul Fiscal Compact che, colpevolmente, non sembra appassionare i nostri media, devo tuttavia confessare che il contenuto dell’appello mi lascia molto perplesso. Noto una sproporzione ingiustificabile tra i principi generali di allarme e denuncia che si leggono in apertura e in chiusura dell’appello, e le concrete proposte di riforma, che mi suonano invece timide, non risolutive e anche incoerenti con lo stesso desiderio di un superamento del patto fiscale che ha inutilmente soffocato le economie e peggiorato le condizioni materiali dell’esistenza di gran parte della popolazione dei paesi che l’hanno sottoscritto. La biografia scientifica di alcuni firmatari, su cui nutro anche profondo rispetto personale e professionale, mi lasciano ancora più sorpreso. Come cantava De André, “voi avevate voci potenti….”; ebbene, perchè usare quelle voci per bisbigliare, e per promuovere proposte che qualunque economista consensuale e dottrinario potrebbe sottoscrivere, e niente di più?

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blogmicromega

L'Italia tra promesse elettorali e rischio fallimento

L'intesa “europeista” tra Berlino e Parigi non ci salverà

di Enrico Grazzini

absentLe strabilianti promesse miliardarie di meno tasse e più welfare fatte dai partiti italiani in vista delle elezioni sono poco più di aria fritta perché toccherà a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte decidere sui nostri conti. Sono infatti le istituzioni europee e la grande finanza a decidere del destino dei cittadini italiani, mentre le elezioni nazionali e la nostra democrazia parlamentare ormai contano poco. Il problema è che l'Italia è il ventre molle dell'eurozona, in particolare per il suo elevato debito pubblico, e nessuno ci farà degli sconti: l'Unione Europea, e il governo tedesco che comanda la UE germanizzata, ci imporranno sicuramente ancora austerità e sacrifici. La nuova grande speranza dei nostri politici, propagandata dalla fanfara dei media dominanti, è che il nuovo governo tedesco popolar socialista di Merkel-Schulz in via di costituzione accetti la proposta di alleanza “europeista” fatta da Emmanuel Macron e che l'intesa annunciata tra Berlino e Parigi per il rilancio dell'integrazione europea aiuti il nostro paese a ottenere più flessibilità sui conti pubblici, e quindi a uscire dalla crisi. Ma questa è una falsa speranza e una pia illusione. Ai due paesi europei, nostri vicini e concorrenti, può infatti convenire che l'Italia resti nel tunnel della crisi.

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Stato, Unione Europea, Democrazia

di Marco Morra*

CatalognaUe1. L’Unione Europea e la sovranità popolare

In un recente documento di analisi la Rete dei comunisti sottolineava che «spesso i paesi oggetto delle ripetute aggressioni imperialiste non finiscono del mirino a causa della natura del loro governo o del loro sistema sociale, ma a causa delle loro risorse, della loro posizione o della loro appartenenza alla sfera d’influenza di una potenza concorrente»[1].

Tale è il caso del Donbass, per esempio, un territorio conteso tra gli imperialismi euro-atlantico e russo, con interessi divergenti e belligeranti, e, nondimeno, con una popolazione marcatamente russofila o, almeno, russofona, che rivendica il diritto di poter disporre di sovranità contro l’ingerenza dell’“Occidente” europeo e statunitense nella crisi ucraina che ha portato al governo le attuali classi dirigenti nazionaliste, scioviniste e filo-atlantiche.

La crisi ucraina riproduce, mutatis mutandis, la più classica delle configurazioni del dominio imperialista nella fase dello sviluppo transnazionale del capitalismo: se la tendenza degli Stati imperialisti è all’aggregazione sovranazionale (non senza contraddizioni), per quanto riguarda i paesi subordinati all’imperialismo, o contesi tra opposti interessi imperialistici, «la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie sub-nazionali e regionali, territoriali ed etnico-religiose»[2].

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e l

Il declino di una sinistra che chiude gli occhi

di Antonio Lettieri

I fallimenti dell’euro hanno imposto un duro prezzo alla maggior parte dei paesi dell’eurozona in termini di crescita, di disoccupazione, di esplosione delle diseguaglianze. E hanno, al tempo stesso, messo in crisi, quando non eliminato dalla scena, la vecchia sinistra di governo. Su questo dovrebbe concentrarsi il dibattito, ma la sinistra italiana non lo fa

df889805fccf3b959cf3b1fd89b4fae81. A metà del secolo scorso, la Francia, che sedeva tra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, decise di promuovere un accordo con la Germania che avrebbe cambiato il senso tragico della storia dei conflitti franco-tedeschi che avevano dominato la prima parte del secolo. Il protagonista politico della svolta fu Robert Schuman. L’occasione fu data dall’accordo sull’uso congiunto del carbone della Ruhr di cui la Francia, impegnata nella pianificazione economica diretta da Jean Monnet, aveva assoluto bisogno.

Nacque così, per iniziativa francese, la CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il primo accordo transnazionale nell’Europa contemporanea. La seconda tappa fu qualche anno dopo, nel 1957, l’istituzione del Mercato comune che, al pari della CECA, comprendeva, oltre a Francia e Germania, l’Italia e i paesi del Benelux. Gli effetti furono pari alle aspettative. Il “miracolo economico” tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta si estese dalla Germania all’Italia. L’Europa dei sei paesi fondatori della CEE, la Comunità economica europea,cresceva a vista d’occhio in un clima di tendenziale piena occupazione.

Con l’avvento di Charles de Gaulle, la Francia, dopo oltre un decennio, uscì finalmente dal vicolo cieco dei conflitti coloniali in Vietnam e in Algeria, e poté rilanciare l’impegno per la costruzione europea, ribadendo e rafforzando la partnership franco-tedesca.

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goofynomics

Chi guida contromano?

Una critica al complottismo dei tedeschi sul tasso di cambio

di Alberto Bagnai

ZsCHEPPA 01Cominciamo da una nota barzelletta: un vecchietto guida sul Grande Raccordo Anulare di Roma, ascoltando la radio, quando la musica viene interrotta da un’allerta sul traffico: “Un’auto sta guidando contromano sul Raccordo, fate molta attenzione. La polizia sta accorrendo sul posto”. E il nostro anziano amico commenta: “Come, una macchina sola? Ma sono tantissime!”

Adesso, diamo uno sguardo al tweet di questo giornalista tedesco:

“Italia e Francia erano solite risolvere i loro problemi svalutando. Ora dovranno imparare a fare diversamente”.

Prima di qualsiasi commento, guardiamo questo grafico, basato sui dati del PACIFIC Exchange Rate Services:

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pierluigifagan

Torniamo a pensare un piano B per l'Europa

Propositi per il nuovo anno

di Pierluigi Fagan

piano B MadridIn Europa è in atto una unione tra 27 stati, con una sezione rinforzata che adotta una moneta comune a 19 Paesi. Cosa s’intende per “Unione”? Nei fatti, l’Unione europea è una confederazione. Una confederazione altro non è che una alleanza intorno ad uno o più aspetti della politica interstatale. Tali alleanze sono giuridicamente regolate da un trattato o da una rete di trattati. Una confederazione, nonostante l’assonanza, non ha nulla a che fare con una federazione. Una federazione è un modo di organizzare internamente uno stato sovrano mentre nella confederazione gli stati associati rimangono sovrani individuali tranne che per le questioni che hanno deciso di mettere assieme nell’alleanza. Nessuno al momento ha dichiarato, né sembra avere intenzione ed obiettivo, di voler fare della confederazione europea una futura federazione[1].

Il perno del piano confederale europeo, non è la Germania, è la Francia. L’ Unione europea è in primis, è in essenza e ragion d’essere, il trattato di pace tra Francia e Germania, convivenza storicamente difficile che ha segnato la storia europea negli ultimi due secoli. Lo stato della relazione tra Francia e Germania è oggi in un impasse. La Francia ha superato la crisi politica di una paventata affermazione delle forze politiche più nazionaliste e critiche su i prezzi di sovranità pagati da Parigi per serrare Berlino in una rete di condivisioni che senza portare ad alcuna effettiva fusione che ripetiamo, in realtà nessuno vuole, garantisse l’impossibilità di ritrovarsi in una situazione di reciproco conflitto.

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linterferenza

La battaglia anti-euro è ancora possibile/auspicabile?

di Riccardo Achilli

Pubblichiamo questa ricca e articolata analisi di uno dei nostri redattori, Riccardo Achilli, pur non condividendone la proposta, convinti che sia comunque un contributo molto importante su un tema fondamentale quale quello della possibile uscita dall’euro e dalla UE

410611 20140511 c5 parlamento europeo bandiereA pochissimi mesi dalle imminenti elezioni politiche, in una fase di sostanziale rimozione della riflessione sull’Europa, dopo le tornate elettorali nei principali Paesi europei che hanno, sia pur per il momento, fugato i timori delle élite circa la possibile vittoria dei populismi anti-euro, corre l’esigenza di riprendere il filo del ragionamento in proposito. Siamo al momento dello scioglimento del nodo fondamentale: è possibile, adesso, nelle condizioni createsi, collocare al centro della proposta politica l’uscita dall’euro?

Io sono stato, per molti motivi, un sostenitore molto acceso dell’uscita dall’euro, sia pure dentro compatibilità di accordo politico e di utilizzo del tema in termini negoziali, per strappare concessioni significative in termini di direzione delle politiche economiche dell’euro-area. Credo, però, che prima o poi la realtà si imponga, per così dire, da sola. Non guardarla in faccia è un crimine, per chi voglia fare politica, o anche solo ragionare politicamente. Ci sono motivi politici che rendono impraticabile la strada dell’uscita dall’euro come proposta programmatica da offrire all’elettorato. Motivi politici interni ed esterni.

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micromega

L’Europa tedesca sempre più irriformabile

Il non paper di Schäuble e le nuove iniziative della Commissione

di Alessandro Somma

eurogoldCambio di vertice all’Eurogruppo

Buone notizie dall’organo che raccoglie i Ministri delle finanze dei Paesi dell’Eurozona, e che in pratica decide le loro politiche economiche. Tra un mese circa lascerà l’attuale presidente, quel Jeroen Dijsselbloem che ricorderemo per le sue uscite particolarmente odiose, come l’affermazione per cui “il Sud spende soldi per alcool e donne”. Il politico olandese sempre prono ai diktat tedeschi, tanto da meritarsi l’appellativo di delivery boy: il “ragazzo delle consegne” al servizio dei custodi dell’ortodossia neoliberale utilizzata come strumento per asservire Bruxelles agli interessi di Berlino.

Dijsselbloem sarà sostituito da Mario Centeno, Ministro delle finanze portoghese, tra i principali artefici della politica adottata dal Primo ministro Antonio Costa: leader di un esecutivo socialista sostenuto da comunisti e verdi che ha adottato politiche di sostegno alla crescita attraverso aumenti salariali e pensionistici, riduzione dell’orario di lavoro e investimenti pubblici, in particolare nella sanità. Il tutto nonostante l’Unione europea abbia tentato di tutto per impedire la nascita di un esecutivo che con le sue ricette ha risollevato il Paese e sconfessato così le politiche rigoriste imposte dalla Troika.

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asimmetrie

Asimmetrie

di Panagiotis Grigoriou

Traduzione a cura di Rododak del post di Panagiotis Grigoriou sulla sua partecipazione alla sesta edizione del convegno Euro, mercati, democrazia, postato originariamente su Greek Crisis

2017120662Pioggia e vento. In passato in questo periodo credevamo di preparare il Natale. La scorsa settimana, gli amministratori coloniali della Troika hanno trascorso il loro solito soggiorno ad Atene, per ricevere i ministri-istrioni locali all’hotel Hilton. Si tratta in particolare di sorvegliare la puntuale esecuzione del programma di annientamento della loro preda. Il 2018 sarà l’anno in cui il processo di degrecizzazione dell’economia diventerà più veloce, passando per il sequestro dei beni dei greci, sia privati sia pubblici. I ministri di Tsipras sorridono costantemente alle telecamere, e i greci li odiano. Sì, è odio, e questo significa l’assoluta scomparsa dell’atto politico.

Le aste, oggi online, degli immobili sequestrati dalle banche e dal “fisco greco” sono state in grado di riprendere, secondo una richiesta… storica e insistente delIa Troika. I media riferiscono che saranno liquidati più di 18.000 immobili, ed è solo l’inizio. Va notato che coloro che perdono la loro proprietà (e più spesso si tratta di case e appartamenti utilizzati come prima casa) non avranno il diritto di “riscattarli” al 5% del loro valore (attraverso un accordo con le “loro” banche, per esempio), né, come regola generale, potranno farlo gli altri cittadini del paese. Perché gli acquirenti (i soli autorizzati a “ricomprare” questi beni al 5% del loro valore) sono esclusivamente legati ai famosi fondi esteri, o in alcuni casi ai loro partner greci, selezionati attraverso un vaglio molto severo.

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orizzonte48

Il ritorno allo "stato forte"? L'innesco della globalizzazione ulteriore...

di Quarantotto

Elysium1. I segnali che lancia il sistema mediatico-culturale di controllo possono apparire contrastanti. 

Se l'obiettivo finale, o meglio lo step prossimo venturo, sarebbe quello di diffondere e rendere operativo il paradigma della self-sovereign identity, rendendo progressivamente e irreversibilmente "inutili" gli Stati, occorre comprendere, tuttavia, che, per poter avviare questa mega start-up politico-tecnologica hanno bisogno dell'attuale cooperazione degli stessi Stati, affinchè, mediante la forza normativa formale, ed ancora decisiva, di cui dispongono, apprestino il quadro regolatorio fondamentale in cui il paradigma sia inizialmente validato e reso cogente. 

Insomma, l'innesco ha bisogno della sovranità statale, a condizione che essa già risulti pre-orientata e fondamentalmente condizionata, dal diritto internazionale privatizzato.

 

2. Di questo fenomeno, di cooperazione attiva degli Stati nella loro stessa de-sovranizzazione, ne abbiamo vasti esempi già operativi: il primo, il più eclatante, è la stessa moneta unica, con il processo a cascata della soft law realizzativa dell'Unione bancaria; ma certamente non è da meno il sistema dell'accoglienza no-limits, fondato sul recepimento statale di fonti €uropee forzate fino all'alterazione sistematica delle stesse previsioni dei trattati, che pure, già di per sè, assolvono allo scopo di prefigurare il mercato del lavoro deflazionista-salariale globale (in particolare, e correlato allo "ius soli", p.12), condito di africanizzazione e islamizzazione per consolidare meglio l'accettazione della destrutturazione istituzionale, sociale e identitaria che il sistema comporta.

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micromega

Puidgemont o Ada Colau?

Il feticcio dell'indipendentismo e l'alternativa possibile

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

puigdemont ada colau 510In tutta Europa, come reazione all'attuale crisi socioeconomica e democratica, si stanno diffondendo pulsioni indipendentiste: nuove mini statualità in opposizione allo strapotere finanziario di Bruxelles. Ma, come dimostra la Catalogna, sono illusioni più che vie percorribili per un reale cambiamento. Che passa invece attraverso la valorizzazione dei cittadini nel governo delle città, come dimostra Barcellona con Ada Colau.

Lo scorso 5 ottobre Mauro Pili, deputato sardo di Unidos e appartenente al gruppo Misto, ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per avviare un percorso “democratico per far scegliere ai cittadini se continuare a essere discriminati dallo Stato italiano o meno”. La sua non è una voce isolata: a quanto si apprende da un recente sondaggio, in Sardegna aumenta la percentuale del fronte indipendentista. I cittadini sardi si sentirebbero abbandonanti dallo Stato centrale, la disperazione per la crisi economica, la sfiducia nei confronti delle istituzioni, la burocrazia invincibile e impermeabile completerebbero il desolante quadro. Ma le pulsioni indipendentiste sono in crescita. Ovunque. Dal Nord al Sud Europa. Da Ovest ad Est. Non è un caso che una delegazione di indipendentisti sardi, così come di indipendentisti fiamminghi e veneti, senza contare la presenza del leghista Mario Borghezio, sia volata lo scorso 1 ottobre a Barcellona per vigilare sulle votazioni del referendum di autodeterminazione convocato unilateralmente dal governo catalano. Quella consultazione poi repressa dal governo centrale guidato da Mariano Rajoy.

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senso comune

Le paure di un’Europa germanizzata

di Marco Novelli 

germania europaC’è un periodo centrale della storia contemporanea della Germania, dell’Europa e persino del mondo, a quasi un secolo dal suo inizio, che andrebbe riscoperto e approfondito, a mio avviso, ma ad avviso anche di molti altri commentatori politici attuali[1], al fine di trarne la giusta esperienza per il presente e per i tempi futuri o, più semplicemente, al fine di creare un quadro dell’epoca più veritiero ed oggettivo possibile. Cadere in una lettura incompleta della storia, infatti, è alquanto facile ed un approfondimento che vada oltre la lettura di un semplice articolo di giornale o del programma scolastico di storia è doveroso se si vogliono cogliere tutte le sfumature e non rimanere intrappolati nella “parzialità” cui spesso veniamo relegati in quanto ultimi attori dei processi politici e sociali.

Il periodo in oggetto è la Repubblica di Weimar, Germania dal 1918 al 1933, periodo repubblicano transitorio tra l’epilogo dell’Impero, in seguito alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, e l’avvento al potere di una delle dittatura più feroci della storia, quella nazista. Periodo in cui visse una fragile democrazia, con suffragio universale e una Costituzione “sociale”, molto simile a quella adottata poi, ad esempio, nel nostro Paese nel ‘48.

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La politica monetaria della BCE gonfia la finanza senza rilanciare l'economia reale

E la diseguaglianza aumenta

di Enrico Grazzini

Amadeo de Souza Cardoso 1916 Parto da viola Bom MénageAlla fine di ottobre la Banca Centrale Europea guidata dall'italiano Mario Draghi ha prolungato, con grande plauso dei commentatori, la manovra di espansione monetaria, il cosiddetto Quantitative Easing. Le politiche monetarie della BCE di Draghi si sono confermate espansive mentre quelle fiscali dettate dal trattato di Maastricht e dall'assurdo Fiscal Compact imposto da Berlino, sono invece restrittive. E allora tutti a ripetere ancora una volta che Draghi “è il salvatore dell'Europa”. Da quando Draghi, l'ex banchiere della Goldmann Sachs, ne è diventato presidente, la BCE è acclamata come salvatrice dell'Europa (e della patria Italia, l'anello debole tra le grandi economie continentali). Tutti riconoscono che la BCE è in effetti l'unica istituzione che è riuscita a difendere l'eurozona dalla speculazione finanziaria e a controbilanciare con la sua politica espansiva la brutale e stupida austerità teutonica. Senza il supporto della politica monetaria della BCE di Draghi l'euro non esisterebbe più da anni. E quindi la BCE è diventata un mito e un tabù.

Ma la politica della BCE non difende solo la moneta unica europea: aiuta soprattutto le banche e aumenta le diseguaglianze. La BCE affianca attivamente l'Unione Europea nelle sue politiche di contro-riforme strutturali, cioè di destrutturazione del mercato del lavoro e di riduzione selvaggia del welfare. Grazie alla politica monetaria della BCE che alimenta i mercati finanziari i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E non è detto che la sua azione alla fine sarà efficace.

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