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Regole per chi?

Italia e Germania, le doppie morali dell'euro

Giovanna Cracco intervista Sergio Cesaratto

Screenshot from 2018 10 15 12 59 24Nell’ignoranza drammatica in cui i media mainstream tengono i cittadini italiani in tema di Unione europea, una narrazione si è talmente solidificata da essere divenuta faticosamente scalfibile: l’Italia non rispetta le regole, ed è per questo che fatica economicamente a stare al passo con gli altri Paesi dell’eurozona; ha speso e continua a spendere troppo in welfare, ed è per questo che il suo debito pubblico tocca vette da capogiro in rapporto al Pil. Ad aprile di quest’anno Sergio Cesaratto, professore di Politica monetaria e fiscale dell’Unione economica e monetaria europea all’Università di Siena, esce per i tipi di Imprimatur con un agile saggio che demolisce pezzo per pezzo questa errata narrazione. Unendo chiave di lettura politica e analisi economica, con un linguaggio semplice e comprensibile anche a chi non mastichi di economia, Cesaratto mostra quanto i disequilibri dell’eurozona abbiano ragioni strutturali e sistemiche, e come queste siano aggravate dalle scelte dei governi tedeschi, che da anni portano avanti un modello economico incompatibile con le regole di una unione monetaria. Applicando oltretutto una doppia morale all’interno della Uem: i Pigs devono rispettare le norme, quelle scritte nei Trattati e quelle non scritte di disciplina economica, la Germania no.

* * * *

Partiamo dall'inizio: l'Italia è tra i Paesi fondatori dell'Unione europea, e ne ha promosso e seguito l'intero percorso, dalla Ceca alla Cee, dall'entrata nello Sme all'Atto Unico Europeo nel 1986. Approdare a Maastricht nel 1992 e alla moneta unica era quindi in qualche modo già scritto nella strada intrapresa, eppure non c'è dubbio che legarsi ai cosiddetti “vincoli esterni”, in tema di bilancio pubblico e politica monetaria, è stato un 'salto di qualità', se così possiamo definirlo, importante rispetto al far parte solo di un mercato comune, come era l'Unione disegnata fino a quel momento dai Trattati sottoscritti. Perché i governi italiani hanno deciso di farlo? Tu individui nel libro ragioni sociali ed economiche...

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vocidallestero

L’Italia distruggerà l’eurozona?

Ilia Roubanis intervista Sergio Cesaratto

Da New Europe, l’intervista al professore Sergio Cesaratto, docente di Economia Internazionale all’Università di Siena e nome ben conosciuto all’interno del dibattito critico sull’euro. Il professor Cesaratto spazia a tutto tondo su debito pubblico italiano e la sua sostenibilità, lo spread, le politiche economiche del governo gialloverde e lo scontro che si prospetta tra Italia e Unione europea. Scontro che, nelle sue parole, non sembra poter terminare, a causa della stolidità tedesca, se non con la distruzione di uno dei due contendenti

02 Monte dei i Paschi 1280x500Il dibattito critico sull’euro è mainstream in Italia. L’attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.

L’economia è l’epicentro della discussione.

Fino all’inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.

In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all’Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell’Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania – Le doppie morali dell’euro” edito da Imprimatur.

Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l’attenzione sulla teoria della crescita e dell’innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull’economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.

* * * *

New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l’Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?

Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:

1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera

2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri

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economiaepolitica

Le doppie morali della crisi europea

di Lucio Baccaro

chi non rispetta le regole 640x933Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).

 

La lettura “tedesca” della crisi

Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.

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sinistra

L’euro come governo politico dell’accumulazione capitalistica

La necessità dell’exit*

di Domenico Moro

jpg a 65 a colEuro come strumento di modifica dei rapporti di forza

L’integrazione monetaria europea, sebbene sia percepita come costruzione tecnico-economica, è soprattutto un progetto politico, intendendo la politica come definizione dei rapporti di forza tra classi dominanti e subalterne e tra settori di classe. Lo Stato, pur essendo sempre l’organismo della classe economicamente dominante, è al contempo il luogo della mediazione tra le classi, rappresentando la cristallizzazione dei rapporti di forza raggiunti in una certa fase storica. L’integrazione europea - soprattutto l’introduzione di una valuta comune - sono stati progettati e sono utilizzati per la modificazione dei rapporti di forza tra le élites capitalistiche e le classi popolari ereditati dalla sconfitta del fascismo e dal periodo di avanzamento delle lotte di massa degli anni ’60 e ’70. Tale modificazione avviene attraverso la rimodulazione dello Stato e del rapporto tra le sue istituzioni.

 

Cosa è la Sovranità

La questione della sovranità è centrale in questo contesto. Il concetto di sovranità viene connotato da alcuni come di per sé di destra e reazionario. Invece, sovrano è semplicemente quel potere o autorità che non dipende nè è soggetto ad un altro potere all’interno di un dato territorio geografico. La realizzazione della sovranità dello Stato, e quindi della prevalenza sugli altri poteri locali e particolaristici o sovrannazionali (la Chiesa ad esempio) è il risultato del superamento della frammentazione del potere feudale-medievale. Sebbene la sovranità si sia spesso identificata - per ragioni storiche specifiche dell’Europa - nella nazione, ossia nella unità di caratteristiche linguistiche, culturali, ed economico-sociali, suo ambito e strumento di attuazione è lo Stato.

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micromega

Un sovranismo democratico per un nuovo europeismo

di Alessandro Somma

populismo conflitto sociale sovranismoUn scontro tra europeisti e sovranisti, i primi raccolti attorno a Macron e i secondi guidati da Orbán e Salvini. È questa l’immagine più utilizzata per rappresentare lo scontro in atto, confezionata ad arte per nascondere la sostanziale convergenza di europeisti e sovranisti, fautori i primi di un neoliberalismo cosmopolita e i secondi di un neoliberalismo nazionale. E per impedire di riconoscere che il vero confronto è quello tra i fautori di un ritorno agli Stati per alimentare una guerra per la conquista dei mercati, e chi vuole invece ripristinare la dimensione statale per impiegarla in una guerra ai mercati: terreno sul quale si gioca il rilancio della sinistra.

È dunque un rilancio che passa da un diverso sovranismo. Non quello incentrato su valori premoderni buoni solo a reprimere i conflitti causati dalla modernità capitalistica, bensì quello democratico: volto a ripristinare la sovranità popolare in quanto fondamento della democrazia economica, oltre che della democrazia politica.

 

Il momento Polanyi

La società, rilevava Polanyi nel corso degli anni Quaranta, è naturalmente portata a difendersi dal mercato autoregolato, a opporre al movimento verso “l’allargamento del sistema di mercato” un “opposto movimento protezionistico”. Si assiste così a un “doppio movimento”, il primo volto ad affermare “il principio del liberalismo economico”, e il secondo quello “della protezione sociale”. Quest’ultimo movimento, verso la ripoliticizzazione e risocializzazione del mercato, può avvenire nel rispetto dell’ordine politico democratico, come è successo con il New Deal statunitense, ma anche attraverso il suo affossamento, come si è verificato nel Ventennio fascista[1].

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Il partito (italiano) che vuole l'Italia in crisi

Federico Ferraù intervista Alessandro Mangia

Perché con il deficit Macron può fare quello che gli pare e noi no? Perché il partito del pareggio di bilancio in Italia è così agguerrito? L'analisi e lo scenario

europa unioneeuropea commissione lapresse thumb660x453Un antipopulista a vocazione continentale che fa il populista alla bisogna, approfittando del fatto che il suo paese è ancora troppo importante per essere commissariato. Un economista che rilascia interviste da premier in pectore, facendo della riduzione del deficit e del debito il comandamento di una religione secolare. In attesa che il patto M5s-Lega si rompa, magari con l'aiuto del Colle, per andare a Palazzo Chigi. C'entrano le due cose? Eccome, secondo Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell'Università Cattolica di Milano.

* * * *

Dopo che Macron ha comunicato di voler aumentare il deficit fino al 2,8% per tagliare 25 miliardi di tasse, Di Maio ha detto: facciamo anche noi il 2,8% come loro. Alla luce di quanto accaduto fino ad oggi, però, noi non abbiamo potuto fare quello ha fatto la Francia: perché?

Perché la Francia, nell'assetto attuale d'Europa, è un elemento essenziale per la tenuta del sistema di potere che si è instaurato dopo la crisi del 2010-2011. E quindi le va lasciato margine di manovra. Senza la foglia di fico francese dell'asse franco-tedesco sarebbe evidente a tutti chi domina e chi è dominato in Europa: e l'Europa si ridurrebbe alla sola Germania e ai suoi sottoposti.

 

Vuol dire che in cambio di una parte in commedia, alla Francia viene lasciata maggiore libertà di bilancio?

Proprio così. Una libertà di bilancio e di spesa che, però, stanti le caratteristiche strutturali della moneta unica, si traduce in maggior debito e maggior deficit sull'estero.

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“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”

di Luciano Vasapollo e Rita Martufi

Inflazione 259682Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati maggiormente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti della crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni Settanta, nel contesto della così detta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.

Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.

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“Finalmente dai NO si passa alla proposta”. La vendetta dei Pigs

di Stefano Zai*

Un commento al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop

Eurostop convegno su Pigs presidenzaIl testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.

Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.)

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e l

L’anno che può sconvolgere l’Europa

di Antonio Lettieri

Le elezioni del Parlamento Ue in primavera indeboliranno ancora, con ogni probabilità, le coalizioni che hanno tradizionalmente guidato la maggior parte dei paesi, alla vigilia dei rinnovi delle principali cariche di vertice. In Italia, nonostante le ambiguità e contraddizioni, il governo giallo-verde gode dell’appoggio popolare. Se davvero attuerà una politica più espansiva sarà un segnale importante. E’ possibile un cambio di rotta sia da noi che nell’Unione

di maio salvini300 0Nei sondaggi correnti la maggioranza degli elettori si schiera a favore del governo basato sulla coalizione fra Cinquestelle e Lega. Ma se si chiedesse ai militanti di ciascuno dei due partiti della coalizione quale sarebbe stata la sua scelta preferenziale, almeno una parte avrebbe espresso una scelta diversa: l’una a favore di una coalizione chiaramente di destra; l’altra per un’alleanza fra Cinquestelle e Partito democratico. La ragione è chiara. La lega di Salvini è un partito inequivocabilmente di destra. Mentre in una parte dei Cinquestelle, forse la maggioranza, prevale un’inclinazione di sinistra.

In mancanza di possibili soluzioni alternative, i due partiti hanno formato una coalizione di governo per molti versi eterogenea, come ha dimostrato la laboriosa elaborazione del “Contratto”, mediando le evidenti dissonanze su temi importanti come i migranti, la tassazione, le nazionalizzazioni, i rapporti con la giustizia, oltre alle divergenze nei rapporti europei come ha dimostrato l’incontro fra Salvini e Orban.

 

1. Ma prima di giudicare, a seconda dei diversi punti di vista, il governo in carica, è giusto porsi una domanda preliminare: da dove nasce questo quadro politico segnato da indubbie ambiguità e contraddizioni? E perché, non ostante le dissonanze, la coalizione gode del consenso di una inusuale maggioranza degli elettori? Posta in altri termini la domanda è: per quale ragione i due partiti che hanno governato il paese in alternanza nell’ultimo quarto di secolo - Il PD e Forza Italia - hanno insieme raggiunto una misera somma di voti inferiore a quella del solo Movimento Cinquestelle, nato da appena qualche anno? E’ sufficiente eludere la domanda ricorrendo all’etichetta del populismo, nuovo passepartout dell’analisi politica? E, infine, non si tratta dello stesso elettorato che appena quattro anni fa aveva votato con una schiacciante maggioranza di oltre il 40 per cento per Matteo Renzi, acclamato alla testa del partito democratico?

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marx xxi

Lavoro, patria e costituzione

di Vladimiro Giacché

Pubblichiamo l'intervento di Vladimiro Giacché all'assemblea di presentazione dell’associazione “Patria e Costituzione” tenutasi a Roma l'8 settembre 2018

Nuoro2inserto dellopera dedicato a CostituzioneL’incontro di oggi ruota attorno a 3 parole: lavoro, patria e Costituzione.

L’idea di fondo è che oggi il lavoro (gli interessi dei lavoratori) possa essere difeso soltanto attraverso un patriottismo costituzionale.

La patria di cui parliamo oggi ha una specifica genesi e una specifica configurazione storico/istituzionale: è la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista e contro l’invasore nazista, una Repubblica che ha per l’appunto la Costituzione (i valori cui si ispira, i diritti che rende esigibili) quale architrave istituzionale e stella polare delle sue leggi e dell’operato dei suoi organi statuali.

Dire questo oggi, e soprattutto praticare una politica conseguente, non è più scontato. Non lo è da anni, in verità.

Il primo motivo di questo è lo svuotamento/negazione della Costituzione da parte dei Trattati europei e della legislazione che a essi si ispira.

Un esempio tra i molti possibili: il recepimento nella nostra legislazione della sola Unione bancaria europea pone in discussione (nega) ben 3 articoli della Costituzione:

- l’art. 43, che in coerenza con l’importanza attribuita al settore pubblico dell’economia dalla Costituzione, prevede la possibilità di espropriare “a fini di utilità generale” (con indennizzo) “imprese o categorie di imprese…che abbiano carattere di preminente interesse generale”;

- l’art. 47, secondo il quale la Repubblica tutela il risparmio “in tutte le sue forme”, e quindi senz’altro nella forma di deposito di conto corrente;

- e, se passerà la cosiddetta riforma delle banche di credito cooperativo prevista dalla L. 49/2016, anche l’art. 45, il quale prevede che “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

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“L’Europa è sull’orlo dell’abisso”

Mathieu Magnaudeix intervista Joseph Stiglitz

In un’intervista a Mediapart, il celebre Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz si preoccupa del perseguimento dell’austerità nella zona euro. Si allarma anche delle politiche di Donald Trump e dell’esplosione delle disuguaglianze, dieci anni dopo la crisi finanziaria del 2008. Più che mai, sostiene di “aumentare i salari”, regolare la finanza e lottare contro i “monopoli”

euro26 Dieci anni dopo la crisi del 2008, a che punto è la regolamentazione finanziaria? Membri dell’ICRICT [Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, ndt], una commissione indipendente create da tre anni che propone soprattutto di riformare la tassazione delle multinazionali, illustri economisti e sostenitori di una regolamentazione della finanza si sono riuniti martedì 4 settembre a New York. Tra questi, lo specialista dei paradisi fiscali Gabriel Zucman, professore all’università californiana di Berkeley, l’eurodeputata ecologista Eva Joly, o l’economista indiana Jayati Ghosh, venuta ad esprimere i suoi timori di vedere la bolla di indebitamento dei paesi emergenti “scoppiare presto, forse da quest’anno”.

Anche lui, membro dell’ICRIT, il celebre Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University e precedente capo economista alla Banca Mondiale, ha risposto alle domande di Mediapart.

* * * *

Panama Papers, Paradise Papers, Swiss Leaks, LuxLeaks, Malta Files, etc. Dalla crisi del 2008, grandi inchieste internazionali hanno provato la portata dell’evasione fiscal nel mondo. Ma la situazione è veramente cambiata?

La crisi finanziaria del 2008 non è stata provocata dai paradisi fiscali, ma è abbastanza notevole constatare la piena luce che ha proiettato su questi. Ed è una buona cosa! Grazie al lavoro di investigazione di giornalisti del mondo intero, ci si è resi conto della magnitudine dell’evasione fiscale, ma anche dell’elusione fiscale, che priva gli Stati di risorse essenziali. Le restrizioni fiscali che hanno seguito la crisi hanno peraltro accresciuto questa presa di coscienza e reso l’opinione pubblica molto sensibile a queste questioni.

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Elezioni europee. Rompiamo il falso schema “europeisti versus nazionalisti”

di Dante Barontini

potere al popolo camp 539x303 539x300L’orizzonte delle europee e la crisi della governance Ue

Non siamo degli appassionati del rito elettorale, ma per la prima volta la scadenza di solito più inutile – le elezioni europee – assume un valore strategico.

E’ quasi sorprendente, visto che tutta la costruzione dell’Unione Europea è stata pensata per congelare dentro trattati di fatto non modificabili (se non all’unanimità, ossia mai) rapporti di forza temporanei e indirizzi di governance in grado di vanificare eventuali risultati elettorali divergenti in qualche singolo paese.

Come spiegava il cerbero Wolfgang Schaeuble in una riunione dell’Eurogruppo, “non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19 e, se ogni volta che c’è una elezione, cambia qualcosa i contratti tra noi non significherebbero nulla”.

Tutta la costruzione, però, poggiava su una maggioranza politica che sembrava eterna: la grosse koalition su scala continentale tra “popolari” e “socialisti”. Ancora nel 2009 questa coalizione sfiorava i due terzi dei seggi a Strasburgo e quindi garantiva che qualsiasi scelta fatta nella formazione della Commissione (il “governo” europeo, quello che fa le leggi e le “raccomandazioni”, che controlla/contratta la stesura delle “leggi di stabilità” nazionali, ecc), o nel Consiglio Europeo, venisse approvata senza problemi.

I primi scricchiolii sono stati avvertiti già nel 2015, quando la maggioranza è scesa al 54%, mentre cresceva l’opposizione di destra che andava al governo in alcuni paesi, ed ora è diventata un protagonista problematico in quasi tutti. Esisteva anche un’opposizione di sinistra, molto variegata quanto ad orientamenti, ma politicamente ininfluente o subordinata ai “socialisti”.

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Gallino, l'euro, lo spread, Salvini, Visegrad

L'impotenza della sinistra europeista

di Enrico Grazzini

427af556 64b7 4d6a a399 eb049e3e332c largeLuciano Gallino aveva denunciato i disastri prodotti dalla subordinazione dello stato al mercato, spiegando come uscire dalla gabbia dell’euro e dell’austerità senza rompere l’Unione europea. Una lezione inascoltata dalla sinistra italiana, che continua a difendere questa Europa liberista in nome di un europeismo acritico e illusorio. Con il rischio di consegnare così milioni di elettori alla destra xenofoba e anti-europeista.

La sinistra alternativa che quattro anni fa aveva promosso la lista Tsipras, anche con l'aiuto e l'adesione del compianto Luciano Gallino – senza alcun dubbio lo studioso più profondo e critico della sinistra –, non può certamente riproporre quello stesso progetto di uscita dall'austerità che molti (come me) considerano del tutto fallimentare, o che comunque, nella migliore delle ipotesi, certamente non può più costituire un riferimento esemplare! Dopo la capitolazione greca di fronte alla Troika (UE, BCE e FMI) oggi la sinistra europea e soprattutto quella italiana non hanno ancora elaborato una proposta credibile per l'Europa e per l'euro. Il problema è che la sinistra italiana non vuole neppure discuterne e si chiude nei suoi dogmi. Così si assume la pesante corresponsabilità di consegnare milioni di elettori alla destra xenofoba e anti-europeista.

La famigerata Troika non ha lasciato la Grecia, anche se formalmente ha terminato il suo programma di aiuti; il debito pubblico greco è ancora al 180% del PIL, e il programma europeo di austerità continua incessante sia nell'Ellade che in Italia e negli altri paesi dell'eurozona (a parte ovviamente la Germania). La Grecia è sotto il controllo straniero. La Banca Centrale Europea tuttora non include l'Ellade nel suo piano di Quantitative Easing perché giudica ancora insolvente lo stato greco. Mario Draghi non considera affidabili i titoli di debito greci, che non quindi sono sostenuti dalla BCE.

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vocidallestero

L’Unione bancaria europea e i problemi delle banche italiane

di Vladimiro Giacché

italy 1280x500Con piacere pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Vladimiro Giacché sulla crisi bancaria italiana uscito sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, con delle modifiche non sostanziali da parte dell’Autore, che ha anche aggiunto alcune note sul tema delle Banche di Credito Cooperativo. La tesi, documentata con rigore, è che la crisi bancaria italiana sia il frutto delle normative europee, che hanno generato enormi asimmetrie e condizioni inique sopratutto per il nostro paese.  Normative aggirate dalla Germania, che da un lato ha proceduto prima della loro entrata in vigore a salvare con interventi pubblici le proprie banche, e poi ha ottenuto di esentare dalla supervisione bancaria europea le proprie Sparkasse, legate a filo doppio alla politica locale e oggi a rischio sistemico, data l’entità degli impieghi. Insomma, l’Italia ha ben poco da rimproverarsi sulle proprie banche, se non l’arrendevolezza della classe politica che ha accettato regole contrarie all’interesse nazionale.

* * * *

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria dell’Eurozona. La balcanizzazione –  la frattura del sistema bancario transfrontaliero che avviene quando creditori nervosi si ritirano verso i sicuri porti nazionali – è stata percepita a ragione come uno dei maggiori pericoli per la stabilità e la sussistenza stessa della moneta unica.

Infatti, all’indomani della crisi finanziaria, gran parte delle ricerche disponibili evidenziavano come il sistema – che sino al 2008/2009 si presentava così interconnesso da essere apparentemente inestricabile – si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”. I prestiti transfrontalieri nell’eurozona erano crollati all’incirca alla metà dei valori pre-crisi, e ingenti capitali erano stati rimpatriati da molte banche e investitori nei paesi core (Germania e Francia).

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Una valuta parallela per l'Italia è possibile

di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini

0004FBBA monetaNota preliminare di Pino Cabras

Si moltiplicano i segnali che fanno ritenere possibile l’arrivo di una fortissima pressione finanziaria internazionale sull’Italia ancora prima che in autunno il parlamento approvi il prossimo bilancio. Per qualche settimana il tema era passato in secondo piano, ma era sempre lì, minaccioso, a fare capolino.

È stato talmente presente da aver accompagnato sin dall’inizio la formazione del governo M5S-Lega, come un convitato di pietra, come un latente “stato di eccezione” pronto a spostare gli equilibri in favore di chi aveva il potere di dichiarare quella eccezionalità. Tutti giocavano secondo le regole, ma alcuni giocavano con la regola che annichilisce le altre e fornisce la vera sovranità: su tutto, lo spread (e la conseguente paura di incenerire il risparmio).

In Italia, visti i precedenti che risalgono anche a tempi vicini, lo stato di eccezione si compone di un miscuglio terribile di speculazione internazionale, differenziali di tassi d’interesse, decisioni di pochi soggetti non controllati dalla rappresentanza democratica che portano il Presidente della Repubblica a forzare la mano e a scegliere governanti non eletti, ossia tecnocrati dalle mani di forbice disposti ad azzerare in una notte diritti sociali esistenti da decenni. L’esecutivo denominato governo Monti è stato, più che altro, un governo Napolitano. E anche Sergio Mattarella ha influito profondamente sulle fasi di formazione del nuovo governo rivendicando un’interpretazione rigidissima dei poteri presidenziali al momento di negoziare la scelta del presidente del Consiglio e dei ministri chiave. Non dimentichiamo che a un certo punto Mattarella aveva dato l’incarico di premier a Carlo Cottarelli, da presentare alla Camere a capo di un governo tecnico di minoranza, per fortuna scongiurato dal successivo formarsi del “governo del cambiamento” retto da Giuseppe Conte, forte di un fresco consenso delle formazioni politiche che hanno trionfato il 4 marzo 2018.

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Qui una recensione di Carlo Formenti

Qui una recensione di Ascanio Bernardeschi

1234523 copertina anteprima

Qui l'introduzione al volume di Agostino Spataro

debord57

Qui e qui due recensioni del libro

rivol ottobre powerpoint

Le rivoluzioni russe del 1905 e del febbraio 1917 e ottobre 1917 illustrate e spiegate in powerpoint, a cura di Eros Barone, tramite delle immagini, particolarmente esplicative ed incisive, di un fumetto russo sullo stesso tema, risalente agli anni Settanta del secolo scorso, Un lavoro adatto ad una divulgazione rigorosa di quei temi. Qui potete scaricare il powerpoint. Qui invece è possibile scaricare la presentazione in formato pdf.

 

galileo

Una presentazione in powerpoint a cura di Eros Barone dedicata al conflitto tra Galileo e Bellarmino sulla interpretazione epistemologica della teoria copernicana e, più in generale, sull’idea di verità. In tempi di nichilismo, post-modernismo e post-verità, che è quanto dire in tempi di irrazionalismo galoppante, i marxisti, quindi i materialisti dialettici e storici, devono assolvere il compito decisivo di battersi, sul terreno epistemologico e filosofico, in difesa dell’idea di verità come corrispondenza degli enunciati ai fatti. La presentazione in oggetto vuol essere un contributo a questa importante battaglia intellettuale e, in ultima analisi, politica. Perché, come ha giustamente sottolineato Gramsci, la verità è rivoluzionaria.Qui potete scaricare il powerpoint. Qui il formato PDF

Il flagello del neoliberismo

Una recensione qui

LavoroTeoricoRdc

Una presentazione qui

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Una presentazione del libro qui

moro cop

Una scheda del libro qui

Recensioni qui e qui

erbaqualerivol

A questo link è possibile scaricare il volume in formato PDF

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Qui è possibile scaricare una scheda del libro

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Il volume è scaricabile qui in formato DOC

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Qui potete leggere e scaricare i quaderni del Centro Studi e Iniziative

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Qui la prefazione di Alberto Bagnai

Carchedi

Per l’acquisto dell’opuscolo è richiesta una sottoscrizione di 5 euro scrivendo a:
retedeicomunisti@gmail.com.

Qui potete trovare la prefazione del testo.

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Qui la prefazione del libro

Qui alcune notizie sull'autore

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Qui una presentazione del libro e dell'autore

Figure della creatività luglio 2017 7

Qui il primo numero della rivista scaricabile in formato pdf

lungo XX secolo. Denaro potere e lorigine dei nostri La cultura Italian Edition Il Giovanni Arrighi

Qui è possibile scaricare il libro in formato PDF

index19

Qui una presentazione del libro

17 03 26 Castelbuono

Una recensione di Ernesto Screpanti qui

La scomparsa della sinistra cover

Due recensioni al libro: Sergio Cesaratto e Paolo di Remigio

TERZA GUERRA MONDIALE fronte low

Qui una recensione del libro

copertina falegn

Qui una presentazione

spano

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