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Dopo il fallimento dell’UE: una Confederazione di democrazie sovrane
di Enrico Grazzini
L’Unione Europea sta crollando: ormai è solo un fantasma impotente che però minaccia guerra alla Russia e fa rumore (e danni) per far credere di essere ancora viva. Il centrosinistra continua però a sostenere questa UE in agonia e la Commissione europea capitanata dalla tedesca Ursula von der Leyen. Il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici, i liberali di Renew (il partito del presidente francese Emmanuel Macron) e i Verdi hanno scelto di sostenere la “maggioranza Ursula” anche per fermare l’avanzata delle destre estreme nelle istituzioni europee. Ma la “maggioranza Ursula” ha evidentemente fallito il suo obiettivo: l’estrema destra avanza in tutta Europa. Alla sinistra conviene abbandonare al più presto il battello UE che va alla deriva e sta per affondare. Continuare a sostenere questa UE porta alla disfatta. Occorre invece cominciare a concepire un’unione europea radicalmente diversa: il sistema istituzionale centralizzato e pseudofederale su cui si è retta finora l’UE ormai non regge più. Le politiche liberiste di austerità fiscale e il bellicismo di Bruxelles producono proteste e rivolte ovunque. La diarchia franco-tedesca che reggeva tutta la baracca dell’Unione Europea non funziona più da tempo. In Germania il cancelliere ultraconservatore Friedrich Merz è un’anatra zoppa, perde voti a valanga ed è inviso al suo stesso partito, la CDU-CSU democristiana. Macron, il presidente più detestato della storia di Francia, lascerà la sua reggia in primavera, tra pochi mesi, mentre il suo popolo si ribella in massa nelle piazze.
Ursula von der Leyen, la capa della Commissione europea, non riesce a mettere d’accordo i capi di governo dell’UE per decidere il futuro bilancio pluriennale dell’Unione, quello relativo agli anni 2028-2034. Nessun governo membro dell’UE vuole finanziare l’Unione. Per mantenersi a tutti i costi al potere, Ursula, pur essendo sostenuta da una maggioranza di centrosinistra, insegue l’estrema destra scatenata contro gli immigrati e gli islamici. In effetti, la presidente della Commissione UE sembra un’impiegata della NATO più che la dirigente dell’Unione: ormai sa parlare solo di guerra infinita in Ucraina contro la Russia. Da parte sua, il presidente americano Donald Trump è contro l’UE e vuole spartirsi l’Europa con la Russia di Vladimir Putin.
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Data center, guerra multidominio e hiperwar
Ecco come l'UE ha deciso di preservare la pace
di Francesco Cappello
Il trucco del “doppio uso” che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l’intelligenza artificiale arruolati nella Hyperwar
Sotto la veste rassicurante del titolo “Preservare la pace”, la Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27 della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante, pubblicata il 16 ottobre 2025, ha rappresentato l’atto di consacrazione della transizione dell’Unione Europea verso un’economia di guerra permanente. La cosiddetta “Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030” non costituisce un piano di tutela della cittadinanza, bensì una colossale operazione di dirottamento di risorse pubbliche a vantaggio dei complessi militari-industriali e della finanza speculativa.
La narrazione ufficiale ha costruito il proprio impianto sulla minaccia rappresentata dalla Russia, che nel 2025 ha destinato al comparto militare oltre il 7% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrispondono a circa 140 miliardi di euro. L’Unione europea ha attivato una pericolosa corsa al riarmo che ha sistematicamente e strumentalmente abbandonato ogni canale diplomatico. I dati quantitativi illustrano un’impennata della spesa militare collettiva dagli iniziali 218 miliardi di euro del 2021 fino ai 343 miliardi di euro del 2024, con una proiezione di 392 miliardi di euro per il 2025. Solamente nel 2024 gli investimenti per il settore bellico sono cresciuti del 42%, con 106 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo di nuove armi e 88 miliardi di euro destinati agli appalti di equipaggiamenti.
Questa vertiginosa espansione finanziaria trova la sua massima espressione nel piano ReArm Europe, strutturato per mobilitare fino a 800 miliardi di euro, e nei nuovi parametri stabiliti dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per il 2035, che imponendo una spesa minima del 3,5% del PIL richiederanno agli Stati membri un esborso supplementare di almeno 288 miliardi di euro ogni anno. Queste risorse vengono sottratte direttamente ai servizi pubblici fondamentali, alimentando politiche di austerità sociale e privando di finanziamenti la transizione ecologica, la sanità, la scuola e la ricerca civile per trasferirli nei bilanci dei produttori di armamenti.
L’architettura della tabella di marcia delinea una forte saldatura tra enti pubblici, finanza e mercati privati.
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Cosa c'è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?
di Domenico Moro
Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.
Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico
La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.
In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.
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Il debito italiano nella trappola dell’euro
di Enrico Grazzini
Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, ad un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per finire la guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE, e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta per dire (giustamente) che non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare (giustamente) che la UE deve ripudiare il trattato che concede lo status di partner privilegiato a Israele.
Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande debito pubblico al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL, un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per l’effetto cosiddetto “palla di neve” – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale.
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Squadra che perde non si cambia!
di Gianandrea Gaiani
Le hanno sbagliate tutte per anni, segnando tanti autogol, eppure continuano a giocare titolari nell’unica squadra al mondo che gioca contro sé stessa, puntando sempre a perdere ogni incontro a vantaggio degli avversari.
Impossibile trovare spiegazioni logiche eppure questa è la realtà europea, della Commissione europea ma anche di gran parte dei governi degli stati membri.
Donald Trump rilancia la proposta di negoziati tra Mosca e Kiev ma politica e grandi media in Europa non perdono occasione per ingigantire la minaccia di aggressione russa anche a costo di arrampicarsi sugli specchi e di coprirsi di ridicolo.
Esasperare la minaccia russa
Un attacco alla locomotiva di un treno che trasportava armi per Kiev (secondo Mosca, mentre per gli ucraini era un treno passeggeri) a ridosso del confine polacco è stato dipinto come un attacco alla NATO e il tentativo di uccidere consiglieri europei (tra cui l’ex premier britannico Boris Johnson) del governo ucraino che invece viaggiavano su un altro convoglio.
Il drone russo che avrebbe cercato di abbattere l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cui hanno parlato TG e quotidiani è caduto in realtà a 160 chilometri di distanza, come conferma la stessa Kiev.
Ogni drone russo che cade appena oltre i confini ucraini in Moldavia, Romania o Polonia rappresenta una “provocazione russa” non un normale incidente, sempre possibile quando si compiono incursioni lungo le frontiere, specie se da esse entrano in Ucraina armi e munizioni messe a disposizione dalle nazioni aderenti a UE e NATO incluse quelle al confine con l’Ucraina.
I due razzi di segnalazione lanciati da una nave militare russa per allontanare un elicottero delle forze aeree danesi che la sorvolava in acque internazionali nel Mar Baltico è stato definito un atto ostile dal governo di Copenhagen.
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Oltre la favola degli Stati Uniti d’Europa: la svolta confederale contro la crisi dell’UE
di Enrico Grazzini
La nuova proposta fallimentare di Draghi: il “federalismo pragmatico”. Ma solo un progetto confederale può salvare un nucleo di cooperazione europea.
L’Unione Europea in via di disfacimento: il 2027 è l’anno decisivo
L’Unione Europea è ormai allo sbando ma, mentre Draghi e i politici europeisti di centro e di sinistra predicano che occorre avanzare verso nuove forme di pseudofederalismo, l’unica soluzione realistica ed efficace per superare la profonda crisi europea è invece quella confederale. Tutti però, anche la sinistra più radicale, continuano colpevolmente ad ignorarla, essendo ipnotizzati dal sogno inutile e dannoso degli Stati Uniti d’Europa.
Secondo Charles De Gaulle, antagonista del federalista Jean Monnet, era possibile tentare di costruire l’unità europea solo se venivano rispettate le sovranità statali, senza quindi abolire le democrazie nazionali. Ma la sua idea venne messa da parte, anche perché la sua proposta era sostanzialmente anti-americana: De Gaulle, infatti, auspicava un’Europa indipendente dall’America e dalla NATO e in competizione con gli Stati Uniti. Passò invece l’idea federalista pro-America e pro-NATO di Monnet, per la quale le democrazie nazionali devono essere subordinate a organi sovranazionali di tipo federale; organi che, come quelli di Bruxelles e di Francoforte, sovrastano gli Stati nazionali e centralizzano il potere. Organi autoritari senza democrazia.
L’Unione Europea è stata costruita come un organismo ibrido, sia sovranazionale che intergovernativo: infatti il processo decisionale è concentrato nel Consiglio Europeo e nella Commissione UE, che deliberano al di sopra delle nazioni, delle istituzioni rappresentative nazionali e dei singoli governi. Eppure il Consiglio Europeo è formato dai capi di Stato e di governo, e la Commissione UE è nominata dai governi. Nell’UE decidono dunque i governi — innanzitutto quelli di Germania e Francia — e non i popoli. Il Parlamento UE dà solo una verniciatura leggera di pseudo-democrazia perché, come noto, è escluso dalle decisioni più importanti, come quelle che riguardano il riarmo. In pratica il Parlamento serve solo a ratificare le decisioni prese dai governi UE. L’Unione Europea è dunque strutturalmente anti-democratica, paradossalmente nel nome del federalismo e della democrazia!
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Le ragioni della crisi dell'auto tedesca ed europea e dell'affermazione dell'auto cinese
di Domenico Moro
Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche dell’Italia e dell’Europa. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.
Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].
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L’illusione dell’esercito europeo e i veri problemi della sicurezza del continente
di Enrico Grazzini
Federico Fabbrini e Sergio Fabbrini sono due illustri studiosi dei problemi europei, ma si sbagliano: nonostante le loro illusioni e i loro desideri non ci sarà mai un esercito federale europeo. Ursula von der Leyen, o chi per lei, non sarà mai a capo di un esercito integrato europeo semplicemente perché non è possibile che si formi uno Stato federale europeo.
Per realizzare una difesa europea ci sono, in teoria, tre strade:
1. quella federale, suggerita dai due Fabbrini;
2. quella confederale, più realistica ma molto difficile. Per costruire un esercito confederale i governi europei dovrebbero formare una Nato europea, duplicando la Nato attuale, ma questo è molto complesso e costoso;
3. infine, una sorta di difesa europea spuria può basarsi sulla disponibilità dei maggiori governi europei, cioè di Francia, Germania e Gran Bretagna, a coordinare di volta in volta, senza vincoli cogenti, le loro politiche estere e le loro forze armate nazionali in base alle singole necessità.
In questa direzione i tre maggiori paesi europei hanno già formato una «Unione dei Volontari», aperta ad altri paesi.
In questo articolo esaminiamo brevemente questi tre modelli di difesa europea. Inoltre, l’articolo esamina anche la questione cruciale dei possibili avversari dell’Europa: da chi deve difendersi l’Europa? Da Trump, che vuole prendersi la Groenlandia, o da Putin, che ha invaso illegalmente l’Ucraina? O dalla Germania, che si sta riarmando insieme all’Ucraina? In realtà, alla fine vedremo che la migliore strategia di difesa dell’Europa non è quella militare. L’Europa deve rendersi il più possibile autonoma (derisking) dalle politiche belliciste di Trump e di Netanyahu, e attuare politiche negoziali di pace e di controllo bilanciato degli armamenti nei confronti della Russia.
L’impossibile difesa federale europea
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Suicidio o illusione infranta? Le disavventure dell’Europa e l’avvenire dell’internazionalismo*
di Valerio Romitelli
Che l’Europa si sia votata al suicidio è tema ricorrente in più saggi[1]. Ovvia condizione preliminare di ogni suicidio è però che a farlo sia qualcuno di effettivamente vivente. Mentre è proprio questo che qui mi preme contestare. Più che euroscettico potrei infatti venire classificato come eurocinico. Tra i cinici più noti non vi era infatti quel tal Diogene che andava in giro a cercare “l’uomo” rifiutando chiunque si presentasse come tale? Ebbene, se la comparazione è ammessa, a me viene da dubitare di chiunque si presenti come europeista! Mia convinzione è infatti che l’Europa politica, quella fatta da 27 Stati, l’Ue insomma, altro non sia che un’illusione. Un’illusione che come ogni illusione duratura ha effetti del tutto reali, ma non conformi alle intenzioni che la legittimano.
Il punto è, detto brutalmente, che la prima ad essere antieuropeista a me pare sia la stessa Europa, quale si è venuta edificando dal secondo dopoguerra: un’Europa dunque contraria, opposta, antagonista a ciò che è l’Europa in senso geografico. Certo va da sé che geopolitica e geografia non sempre coincidano, ma il caso in cui l’una sia incompatibile con l’altra rappresenta un vero paradosso. Ed è proprio questo il paradosso dell’Europa quale la abitiamo dai primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il guaio è che ci siamo talmente abituati a questo paradosso che oramai non ce ne rendiamo più neanche conto. L’illusione dentro cui così viviamo consiste nel ritenere Europa solo meno di 2/3 del “vecchio continente”, mentre il suo restante territorio corrispondente a più di 1/3 lo trattiamo come uno spazio non solo estraneo, ma addirittura ostile. Per molti abitanti della prima porzione d’Europa ovviamente non è così, ma nessuna protesta pare riuscire a convincere la maggioranza dei governi di questa porzione a desistere dalla loro sempre più forsennata russofobia. Sì perché oramai lo si sarà capito che ciò di cui sto parlando altro non è se non il fatto che quasi mezza Europa è Russia e che allo stesso tempo l’altra metà abbondante è obbligata a considerare questo fatto un inconveniente contro cui lottare. Fino anche a morte, fino anche armi in pugno!
Chi giustifica questo atteggiamento tanto illusorio quanto cieco ne fa risalire l’occasione scatenante al febbraio 2022 e all’invasione Russia dell’Ucraina.
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La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia
di Alessandro Bartoloni
E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.
Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas — Dal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.
Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.
Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.
Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.
Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.
Cap. 1: L'Europa è una civiltà?
Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.
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Le pericolose comiche baltiche del grande circo europeo
di Gianandrea Gaiani
La visita del 26 maggio in Lituania del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, ha offerto spunti utili a fare il punto sulle condizioni della sicurezza europea e di cui la guida.
Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania a Vilnius, il presidente von der Leyen ha affermato che la recente intensificazione degli attacchi ibridi che ha interessato i Paesi baltici è una “strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche“.
Per il presidente della Commissione Mosca “sta fallendo” e “le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era: allarmi antiaerei, famiglie che cercano riparo, scuole chiuse, trasporti interrotti. Questa è la realtà al confine orientale dell’Europa nel 2026. Oggi è qui, domani sarà altrove lungo il confine orientale. Dobbiamo essere chiari su cosa significhi: questi non sono incidenti isolati, questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche”.
Von der Leyen ha poi lodato la resilienza dei Paesi baltici, che hanno “risposto con calma, responsabilità e con un chiaro messaggio alla Russia: prevarremo”. Bruxelles esprime “piena solidarietà” a Estonia, Lettonia e Lituania, perché “quando sono messe alla prova, l’intera Europa è messa alla prova”.
Il 21 maggio anche Kubilius (nella foto sotto) aveva denunciato un’intensificazione delle pressioni e della guerra ibrida attribuite alla Russia ai danni dei Paesi baltici, interpretandole come un tentativo del Cremlino di testare la tenuta del sostegno europeo all’Ucraina. In un intervento al Guardian, Kubilius ha collegato l’inasprimento della retorica di Mosca alle difficoltà militari sul fronte ucraino, sostenendo che il Cremlino “sta diventando nervoso e si radicalizza nei suoi attacchi ibridi contro i Paesi baltici”.
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Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità
L’UE plasma il consenso trasformando l’integrazione europea in un dogma
di Thomas Fazi
Nel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.
* * * *
L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».
Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.
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La fine dell’Unione europea non è un progetto politico: è un destino ineluttabile
di Alessandro Somma
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”[1].
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche[2].
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Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti
di Mireno Berrettini
Come il declino relativo dell’Occidente trasforma il rapporto transatlantico in una gerarchia di dominio
Dalla crisi dell’ordine egemonico del 1945 al «revisionismo» statunitense. Mentre il sistema internazionale scivola verso nuovi equilibri, la relazione tra Stati Uniti ed Europa abbandona la finzione della parità istituzionale, per farsi apertamente transazionale. Sotto la pressione della competizione globale con Russia e Cina, i dossier Ucraina e Groenlandia rivelano la nuova postura di Washington: «egemone revisionista» che riduce gli alleati a semplici vassalli.
* * * *
In un quadro della politica globale sempre più attraversato da crisi frequenti e di crescente intensità, tale da rendere evidente come il sistema internazionale si stia assestando su nuovi equilibri, anche una delle relazioni più granitiche della politica mondiale sta progressivamente perdendo la propria funzione di riferimento in termini di stabilità e continuità.
Il rapporto tra Stati Uniti e gli attori europei sta scivolando progressivamente da una logica basata su regole comuni, istituzioni condivise, consultazioni continue e sostanziale prevedibilità, a una logica spiccatamente transazionale, fatta non tanto di mera competizione, quanto dell’esternazione delle gerarchie, della definizione di priorità strategiche asimmetriche e di un crescente disciplinamento politico.
Il rapporto transatlantico, che certamente nel passato non è stato scevro da momenti di frizione, si trasforma così da relazione perno delle identità e dell’agire politico tanto nordamericano quanto europeo, condotta secondo una grammatica consolidata e formalmente paritaria, a un rapporto disarmonico in cui prevale una gestione selettiva e apertamente unilateralista degli interessi e delle priorità da parte statunitense.
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Bulldozer Trump e il Professor Zelensky impartiscono lezioni all’Europa
di Gianandrea Gaiani
Povera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.
Del resto Trump e Zelensky, pur tra le tante diatribe che hanno caratterizzato il loro rapporto, sembrano convergere su un unico punto fondamentale: prendere di mira l’Europa, demolirne la residua rilevanza e comprometterne quel che resta della sua credibilità. Osservando le iniziative di Trump non vi sono dubbi circa l’intenzione di colpire gli “alleati” (per chi vuole ancora crederci) europei.
Il presidente statunitense prima scatena quasi una guerra rivendicando il diritto di occupare la Groenlandia con le buone o con le cattive. I danesi mandano sull’isola alcuni dei pochi militari di cui dispongono, gli europei per solidarietà a Copenhagen ne inviano poche decine ma i tedeschi ritirano subito i loro 15 militari, appena Trump minaccia di dazi le nazioni che inviano truppe ad addestrarsi in Groenlandia.
Ridicolizzata la Germania e l’intera Europa, Trump sembrerebbe ora accontentarsi di un accordo che ceda diritti minerari e alcune basi militari installate forse su territori a sovranità americana (come le basi britanniche a Cipro). Concessioni che avrebbe potuto ottenere senza alcuna minaccia né braccio di ferro con gli “alleati” europei. Del resto gli accordi del 1951 prevedevano già che gli Stati Uniti potessero disporre liberamente di basi militari in Groenlandia.
Risolta, per ora solo a parole la grana artica, “Bulldozer Trump“ ha atteso solo poche ore per prendere di nuovo di mira gli “alleati” europei.
Nel discorso, lungo e confuso, tenuto a Davos, Trump ha lamentato che la NATO “ha trattato ingiustamente per anni gli Stati Uniti”, che hanno pagato “praticamente il 100% della difesa” degli altri alleati e senza chiedere mai nulla in cambio, confermando ancora una volta di considerare la NATO un organismo a cui gli USA sono estranei.
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