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vocidallestero

Italia: come rovinare un paese in trent’anni

La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona

di Servaas Storm

25clt1fabroSul sito dell’Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell’economia italiana, che perdura da trent’anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l’articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d’uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l’economista olandese autore dell’articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori

* * * *

La terza recessione italiana in 10 anni

Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l’OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.

«Non sottovalutate l’impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).

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micromega

L’“Appello per l’Europa” di Sindacati e Confindustria è un clamoroso errore storico

di Enrico Grazzini

copertinawebappelloeuropaL' “Appello per l’Europa” firmato qualche giorno fa dai sindacati CGIL, CISL e UIL e da Confindustria conferma purtroppo la profonda debolezza di analisi e di capacità propositiva delle organizzazioni dei lavoratori e dell'associazione nazionale degli imprenditori nel campo decisivo delle politiche europee e delle politiche macroeconomiche. L'Appello, farcito di enfatica retorica europeista, dimostra che sindacati e Confindustria – organismi della società civile ovviamente fondamentali per l'evoluzione e il progresso della società italiana – sono purtroppo ancorati a una ideologia vetusta, del tutto irrealistica e acritica nei confronti delle politiche della Unione Europea.

Siamo nel mezzo di una crisi conclamata della UE e dell'eurozona; l'economia europea è nuovamente sull'orlo di una crisi recessiva. Ma il documento ignora tutto questo. Difende a spada tratta l'Europa, esorta (giustamente) tutti i cittadini ad andare a votare alle elezioni europee di maggio, ma non accenna minimamente ad una analisi critica sulle pesanti conseguenze negative delle politiche di austerità che hanno colpito l'Italia e i Paesi europei negli ultimi dieci anni. L'appello ripropone quelle riforme (eurobond, investimenti pubblici, ecc) già avanzate da almeno due lustri, ma mai accettate dalla UE, e quindi purtroppo velleitarie ed illusorie. Non c'è nessuna analisi critica sulla crisi dei bilanci pubblici causata dal predominio dei mercati finanziari. Nessun accenno al fatto che la UE si sta disintegrando per contraddizioni interne. Solo stupefacenti affermazione sui presunti grandi successi della UE e vaghe proposte consolatorie.

La povertà culturale nell'affrontare gli attuali problemi europei e nazionali è tanto più grave considerando che quasi certamente la crisi dell'eurozona – che è il cuore dell'Unione Europea – è destinata a peggiorare (o a precipitare) già nel prossimo futuro a causa delle crescenti tensioni commerciali tra Europa e Stati Uniti, e soprattutto a causa dei probabili prossimi sgonfiamenti dei mercati finanziari previsti ormai da quasi tutti gli economisti – i mercati finanziari sono infatti da troppi anni drogati dalle politiche monetarie espansive attuate delle banche centrali di tutto il mondo, ma l'”effetto droga” non può durare in eterno! -.

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La distopia della "Confederazione europea

di Moreno Pasquinelli

Trattati di Roma manifesto marzo 1957 1.jpg.pagespeed.ce .udxT0TlQa1 e1489743990267Premessa

Non fu solo perché il campo del "sovranismo" era oramai saldamente colonizzato dalle destre nazionaliste-xenofobe che noidecidemmo un anno fa di definirci sinistra patriottica — spiegammo quindi cosa ciò significhi per noi.

Un sintagma, quello di sinistra patriottica, dirimente, e non solo dal lato di quelli che ci considerano "rossobruni" (poiché impugniamo la questione della sovranità nazionale), lo è pure nell'area della variopinta sinistra-più-o-meno-no-euro. Questa sinistra, al netto di tutto il resto, è infatti divisa. Ci sono al suo interno, non vi sembri un paradosso, non solo quelli che considerano oramai obsoleta e fuori corso la dicotomia sinistra-destra —avemmo modo anni addietro di spiegare perché non lo fosse affatto—; ci sono coloro che hanno del tutto rimosso la centralità della sollevazione popolare — senza la quale secondo noi non ci si libererà da un bel niente e la riconquista piena della sovranità nazionale e democratica è una chimera. Ci sono infine coloro i quali, alla domanda "cosa proponete al posto dell'Unione europea?", rispondono: "una "Confederazione europea di stati sovrani". Proveremo a spiegare perché quella della "Confederazione europea" è una distopia, un miraggio, quindi uno slogan politico deviante.

 

Cos'è una confederazione?

Cos'è infatti una Confederazione? ce ne sono mai state? E se sì, che fin han fatto?

Così l'Enciclopedia UTET:

«Confederazione, unione organizzata permanente di stati, avente lo scopo della comune difesa esterna dei membri e del mantenimento della pace fra essi. Questa Unione, a differenza dello stato federale, che è un'unione di diritto interno, è un'unione di diritto internazionale, costituita cioè in base a norme di diritto internazionale, poste da un trattato o patto confederale, il quale costituisce il fondamento dell'unione. Ogni confederazione si costituisce fra un gruppo di stati confinanti, aventi interessi comuni nel campo dell'attività internazionale».
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sinistra

Le asimmetrie della zona euro

di Sergio Farris

Relazione presentata al convegno  UE: riforma o uscita, tenuto ad Udine 30 marzo 2019 su invito del gruppo locale di Senso comune

81OMWL6Sq1L1. Ci vuole più Europa e meno Europa?

Serve meno Europa.

Il processo di aggregazione dei paesi europei è il portato dell'ideologia del libero mercato, condotta ai suoi estremi. L'unificazione monetaria rappresenta l'apice di tale processo.

La storia che ha condotto all'euro è una storia tutta incentrata su tentativi di ricostituire un accordo di cambio valutario dopo la cessazione del sistema di Bretton Woods, avvenuta nel 1971. Risiede alla sua base il postulato che - innanzitutto - l'integrazione dei mercati incentivi gli scambi internazionali e rechi vantaggi generalizzati; oltreciò, tale risultato si otterrebbe tramite l'abolizione di fattori di impedimento o di incertezza per gli scambi commerciali e la circolazione finanziaria.

L'euro, in particolare, è il risultato di diverse esigenze, condensate in un compromesso: da un lato la Germania - da sempre titubante per via della propria concentrazione sul pericolo dell'inflazione -, la quale ha acconsentito all'istituzione della moneta unica dopo varie proposte avanzate nei decenni, da parte francese. Pare che, alla fine, la Germania abbia acconsentito all'istituzione della moneta unica con l'occhio rivolto alla possibilità di difendersi dalle svalutazioni competitive dei vicini e, si dice, anche per ottenere il via libera alla riunificazione. Dall'altro lato la Francia, con le sue mire rivolte a contenere il potere del marco e altri paesi - come l'Italia - preoccupati dell'inflazione, dovuta anche alle svalutazioni e alle fluttuazioni dei tassi di cambio (oltre che mossa dalla richiesta padronale di frenare la dinamica salariale).

Ne è emerso un modello fondato sull'esasperazione della concorrenza e sull'ossessione per l'inflazione (i sistemi di cambio valutario fisso hanno infatti - quale costante giustificazione, il timore per l'inflazione e per i presunti danni che l'incertezza derivante dalle oscillazioni del cambio arrecherebbe alle relazioni di mercato).

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Autonomia differenziata: il convitato di pietra è l’Unione Europea

di Rete dei Comunisti

italy map 825x385Come è stato osservato in più interventi tenuti in una recente e riuscita assemblea a Napoli (09 marzo – “Il Sud Conta”) sulla questione del regionalismo differenziato, dalla riforma costituzionale del 2001 la “questione meridionale” (a prescindere dalle sue varie declinazioni) è stata espulsa dalla agenda politica nazionale e, anche formalmente, la questione settentrionale è entrata a far parte del discorso politico dominante, con chiara legittimazione costituzionale.

Il tema del recupero del “grande divario” tra Nord e Sud del Paese è stato, di conseguenza, del tutto obliterato. Le stesse politiche di orientamento della spesa pubblica nazionale hanno guardato altrove.

Nel 2001 lo Svimez, analizzando l’andamento dell’anno precedente, da un lato si rallegrava del fatto che il Sud da qualche anno presentasse incrementi del prodotto interno lordo, dei consumi e degli investimenti maggiori di quelli del resto del paese, mentre dall’altro lato evidenziava (come a dire qui lo dico e qui lo nego) delle tendenze che mostravano come tale miglioramento fosse illusorio:

«… l’economia del Mezzogiorno si presenta con dati e prospettive certamente migliori rispetto all’esperienza della prima parte degli anni ’90, avendo saputo arrestare la tendenza ad un ulteriore arretramento dei livelli relativi di prodotto, di occupazione e di investimenti. Un consolidamento ed ulteriori progressi del processo di crescita dell’economia dell’area restano più che mai legati, oltre che alla congiuntura nazionale e internazionale, all’intensità e alla regolarità dell’azione volta a rimuovere i vincoli strutturali e gli elementi di debolezza che continuano a gravare sul Mezzogiorno».

In effetti questa ripresa del mai compiuto processo di convergenza si inseriva in un quadro che la rendeva meramente congiunturale, ossia dipendente dal ciclo italiano, europeo e più propriamente mondiale.

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laboratorio

La natura della UE e la sua immodificabilità

di Domenico Moro

Relazione al Convegno UE: riforma o uscita, Udine 30 marzo 2019

La piramide del sistema capitalistaIl capitalismo può trionfare
solo quando si identifica con lo stato,
quando è lo stato.
Braudel

Per capire se la Ue sia riformabile o meno è necessario capirne la natura, cioè quale ne sia la funzione e la ragione d’essere storica. Per rispondere a questa domanda, è necessario fare quello che raccomandava Arrighi, uno dei maggiori sociologi italiani del XX secolo. Marx scriveva che, per capire il capitalismo, bisognava scendere di un livello al di sotto del mercato, seguendo il capitalista nel “laboratorio segreto” dove entra in contatto con il detentore forza lavoro allo scopo di produrre il profitto. Allo studio di questo laboratorio, la fabbrica, Marx dedica capitoli importanti de Il capitale. Arrighi, parafrasando Marx, dice che per capire pienamente il capitalismo è necessario penetrare in un altro “laboratorio segreto”, situato però al piano superiore rispetto al mercato, lì dove il possessore di denaro, ossia il capitalista, incontra un altro attore, il possessore del potere politico[1].

Il piano inferiore al mercato è quello che il marxismo chiama struttura, vale a dire i rapporti di produzione, mentre quello superiore è la sovrastruttura, ossia i rapporti giuridici e politici, in una parola lo Stato. Senza quest’ultimo, il mercato non potrebbe neanche esistere. Se, quindi, vogliamo capire la Ue, anche noi dobbiamo guardare sia al di sotto sia al di sopra del mercato unico, cioè ai rapporti tra struttura e sovrastruttura. La Ue e l’euro non eliminano lo Stato, ma lo rimodulano in base alle trasformazioni della struttura dei rapporti di produzione.

Sul piano della struttura la fase attuale è caratterizzata dalla tendenza alla caduta del saggio di profitto. Contro tale tendenza il capitale mette in atto delle “cause antagonistiche”, come le chiama Marx: la riduzione del salario, l’aumento dello sfruttamento, l’esercito industriale di riserva, la finanziarizzazione e, soprattutto, l’esportazione di merci e capitali.

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laboratorio

Europee: coazione a ripetere e dissolvimento della sinistra

di Domenico Moro, Fabio Nobile

europeeIl contesto politico italiano appare significativamente modificato rispetto ad appena un anno fa. Secondo il sondaggio Emg Acqua per Agorà, se si votasse oggi, la Lega avrebbe il 31% dei voti contro il 17,4% delle elezioni politiche di un anno fa, mentre il M5s avrebbe il 23,4% contro il 32,7%. Il Pd appare in lieve risalita, dal 18,5% al 21%. I sondaggi non sono elezioni e possono sbagliare anche di alcuni punti percentuali. Tuttavia, è indiscutibile che il rapporto di forze tra Lega e M5s si sia ribaltato.

Il voto fuoriesce dal M5s sia verso destra sia verso sinistra, sia per le difficoltà del M5s a mantenere le promesse elettorali, sia per l’egemonia che, all’interno del governo, si è conquistato Salvini. Questi è stato molto abile a focalizzarsi su un tema a costo zero, gli immigrati, mentre il M5s è alle prese con temi complessi e difficili, come quello dello sviluppo economico. Il non aver fatto i conti con i vincoli europei, a dispetto delle promesse “sovraniste”, rende esigui i margini di manovra, ad esempio sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s. Tali limiti sono accentuati dall’impreparazione dei quadri del M5s e dal recente scandalo, che coinvolge il presidente del Consiglio comunale di Roma. Si tratta di un grave danno per il M5s che ha fondato la sua identità di partito sull’onestà e sulla critica morale alla “casta” dei politici.

Se quanto abbiamo detto è vero, allora la sinistra radicale dovrebbe e potrebbe intercettare almeno una parte del voto in uscita dal M5s, anche perché è verso il M5s che è andata molta parte del voto della sinistra radicale nell’ultimo decennio[1]. Invece, il rischio concreto è che la sinistra radicale non riesca in tale compito e che il voto in uscita dal M5s o vada all’astensionismo, in cui staziona molta parte delle classi subalterne, o rifluisca nel Pd.

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la citta futura

A proposito di Europa, sovranismi ed elezioni europee

di Enzo Gamba

Il confronto tra le forze politiche di sinistra sul programma e le alleanze in vista delle elezioni europee ha palesato problemi e limiti riguardanti la corretta valutazione dei rapporti di forza e la radicalità vista come antidoto al tradimento di classe e al riformismo

d470244f18da1d2db8f761a254041a67 XLComplici le imminenti elezioni europee, si sta sviluppando un dibattito politico sulla questione europea tesa a delineare una posizione politica di classe alternativa a quelle che vanno per la maggiore nel quadro politico italiano ed europeo: quella europeista liberista e quella nazional-sovranista.

Nelle minoritarie forze comuniste, o in quelle che quantomeno rimangono ancorate ad una visione di classe ed ad una prospettiva di società socialista, sembra essere abbastanza acquisito il fatto che le due impostazioni ideologico-politiche dominanti, in apparenza contrapposte, siano in realtà due facce della stessa medaglia, che rispondono, all’interno del fronte borghese, l’una alla grande borghesia sovranazionale, l’altra alla piccola e media borghesia nazionale del piccolo capitale, accomunate però da un’unica politica di classe antidemocratica ed antipopolare. Appare scontato ricordare che proprio la grande borghesia sovranazionale, quella del grande capitale monopolistico finanziario transnazionale, in concomitanza con il deflagrare e acuirsi della crisi dagli anni 70/80 in poi, ha diretto e gestito il processo europeo e che la contrapposizione nazional-sovranista della piccola borghesia è espressione di una contraddizione intra-capitalista in cui essa è storicamente e strategicamente perdente, contraddizione tutta interna al campo borghese.

Per non rimanere però ad un livello di critica sovrastrutturale è bene ricordare, seppur in modo succinto e schematico, alcuni aspetti che definiscono l’attuale fase imperialista europea, quella del grande capitale monopolistico finanziario transnazionale europeo. Innanzitutto il processo di “transnazionalità” che ha interessato i vari imperialismi nazionali europei, così come li abbiamo conosciuti nel secondo dopoguerra, è tuttora un aspetto che opera in maniera forte nel quadro economico del vecchio continente, anche se è ben lungi dal determinare l’esito di un imperialismo europeo univoco e strutturato, come è il caso di quello usa-americano e che come tale si pone come unico e unitario attore sulla scena imperialista internazionale.

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Uscire dall’impasse europea

di Frédéric Lordon*

inuiwehiyhwiehiheuygIl provincialismo è una malattia culturale grave. Quasi mortale. Lo dimostra ogni giorno il livello della discussione pubblica – imposta dai media mainstream – normalmente al di sotto degli standard minimi vigenti altrove. E, come andiamo ripetendo da anni, questa brutta malattia è diffusa soprattutto “a sinistra”, dove è totale la sudditanza alle cazzate sparate da Repubblica e Tg3 (che pure non dovrebbe più poter essere scambiato con la TeleKabul del compianto Sandro Curzi).

Ma neppure noi osavamo credere a una sindrome autenticamente bipolare (in senso quasi clinico), per cui se un’analisi critica impietosa dell’Unione Europea viene fatta da compagni italiani viene immediatamente bollata come “sovranista” (o peggio), mentre se arriva in traduzione da una prestigiosa rivista francese ottiene una pubblicazione in prima pagina.

E’ quello che è accaduto con la versione italiana di Le Monde Diplomatique, tradotta e pubblicata in allegato da il manifesto. Ovvero da un quotidiano che ha pesantemente contribuito a diffobdere, qui da noi, una visione ideologica, “romantica” assolutamente e fasulla della Ue.

Vi proponiamo perciò l’editoriale di apertura di Frédéric Lordon, che potremmo sottoscrivere pressoché per intero, con distinguo veramente marginali. Straordinaria, secondo noi, soprattutto l’analisi sulla “sinistra colta” incapace di prendere atto della realtà; e, al contrario, l’atteggiamento del nostro “blocco sociale” che capisce immediatamente qual’è il problema (dovendo fare i conti con la perdita di potere d’acquisto dall’introduzione dell’euro in poi).

Buona lettura e che l’ideologia “europeista” vi abbandoni…

* * * *

Invece di vertere sui problemi comuni dell’Unione, le elezioni europee giustappongono ventisette consultazioni sulla politica interna. Nella maggior parte degli Stati, gli elettori si pronunceranno soprattutto a favore o contro la squadra al governo.

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paginauno

L'Unione Europea di Hayek

di Giovanna Cracco

fvonhayekCi attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del 'sistema' Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l'unico che consente di guardare l'Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l'Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un'idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.

L'affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi - gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keyne-siano - il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale - la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione. Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell'esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L'economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l'ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione - capitali, merci, persone - e trova la soluzione nella sua "abrogazione".

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senso comune

Critica del neoliberismo e critica dell’europeismo devono procedere assieme

Fabio Cabrini intervista Domenico Moro

moro 850x609Il titolo del tuo ultimo libro “La gabbia dell’euro” non lascia spazio a troppe interpretazioni. Ci spieghi, in sintesi, perché la zona euro dovrebbe essere intesa come una camicia di forza dalla quale liberarsi il prima possibile? Cosa rispondi alle critiche di coloro che vedono nell’uscita, dati gli attuali rapporti di forza, un evento che andrebbe ad avvantaggiare esclusivamente i partiti nazionalisti?

DM: L’integrazione europea, in particolare quella monetaria, aliena alcune importati funzioni – bilancio e moneta – dallo Stato alle istituzioni sovranazionali europee. Lo scopo è sottrarre le decisioni economiche fondamentali all’influenza dei Parlamenti, ossia alla sovranità popolare e ai lavoratori, allo scopo di ricondurle sotto il controllo dello strato superiore e fortemente internazionalizzato del capitale. L’integrazione europea modifica, insieme al funzionamento delle istituzioni dello Stato, anche i rapporti di forza tra classi sociali, lavoratori salariati e capitalisti, a favore di questi ultimi. Per questa ragione, in Europa al centro di una politica democratica e favorevole alle classi subalterne non può che esserci il superamento dell’euro e dei Trattati, in pratica il superamento della Ue. Dire che per uscire bisogna aspettare rapporti di forza favorevoli è sbagliato. Infatti, se uscire espone a dei rischi e rimanere è disastroso, qual è l’alternativa? Una tale posizione è ingenua e impolitica, condannando alla irrilevanza e all’impotenza qualsiasi posizione politica progressiva e di classe. I rapporti di forza si modificano attraverso la politica, cioè mediante la creazione di consenso e la costruzione di organizzazione attorno a posizioni forti e adeguate alla fase storica. Uscire dall’euro è una di queste posizioni, anzi al momento è quella centrale, imprescindibile nella definizione di un programma di sinistra e socialista.

 

A maggio si terranno le elezioni europee. A parte che un eventuale spostamento dei rapporti di forza si andrebbe a realizzare in un organo, il Parlamento europeo, dal peso specifico assai relativo, c’è anche da dire che il PPE e il PSE, forze che si richiamano a un europeismo di matrice neoliberale, quasi certamente manterranno la maggioranza. Insomma, ad oggi sembra alquanto difficile immaginare, come fanno alcuni sovranisti di destra, dei cambiamenti sostanziali circa gli equilibri vigenti. Cosa ne pensi?

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econopoly

Errori di previsione del Pil durante l’Eurocrisi: quali cause?

di Emiliano Brancaccio e Fabiana De Cristofaro*

Da cosa dipesero i gravi errori di previsione della crescita del Pil durante la crisi? Per l’ex capo economista del FMI Olivier Blanchard si trattò di una sottostima dei “moltiplicatori keynesiani”, che portò anche a sottovalutare gli effetti recessivi dell’austerity. Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi provano a confutare questa tesi e nel loro nuovo libro suggeriscono un’interpretazione alternativa. Emiliano Brancaccio, invece, questa volta spezza una lancia a favore dell’economista francese fornendo nuove evidenze empiriche a sostegno della sua interpretazione

Tutte le tappe dell Eurocrisi. Cronologia di 5 anni di passioneRiabilitare la politica di austerity, nella versione basata sui tagli alla spesa pubblica: è questo l’ambizioso obiettivo di Austerità, il nuovo libro di Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi, che discuteremo oggi presso l’Università Bocconi.

Questo libro ha alcuni meriti. In primo luogo, presenta una metodologia di analisi in parte inedita, basata sul concetto di “piani fiscali” e su un insieme di dati più esteso di quelli solitamente adoperati dalla letteratura in materia. Inoltre, gli intenti scientifici del volume sono giudiziosamente delimitati: per esempio, gli autori specificano che i loro “risultati non indicano in alcun modo quali siano le dimensioni ottimali del settore pubblico” e aggiungono che l’impatto delle politiche di austerity sui livelli di disuguaglianza è “questione che esula dai propositi del libro”. Chi dunque speri di trovare in Austerità un sostegno indiscriminato alle politiche di lacrime e sangue, alle dottrine sullo “Stato minimo” o alle strategie reaganiane per “affamare la bestia” statale, rimarrà probabilmente deluso.

Nonostante le sue qualità, tuttavia, confessiamo che il libro non ci ha ammaliati. Qui ci soffermeremo su uno dei punti del volume che ci sono sembrati meno convincenti: si tratta dell’esercizio con il quale i tre autori provano a confutare una celebre tesi “keynesiana” di Olivier Blanchard. L’economista francese, ex capo della ricerca del Fondo Monetario Internazionale, ha sostenuto che gli errori di previsione sull’andamento del Pil in Europa durante la crisi sarebbero da imputare a una sottostima dei cosiddetti “moltiplicatori” della spesa autonoma. A nostro avviso la tesi di Blanchard regge alla prova empirica mentre il tentativo di confutazione di Alesina, Favero e Giavazzi ci pare contestabile. Ecco perché, dopo averlo in varie occasioni criticato, questa volta abbiamo ritenuto giusto scrivere un “Pro-Blanchard”.

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laboratorio

Il Trattato di Aquisgrana e la fine dell’Europa politica

di Domenico Moro

Trattato di AquisgranaIl 6 febbraio 2019 la commissaria alla concorrenza della Ue, Margrethe Vestager, ha bocciato la fusione tra Alstom e Siemens nel settore ferroviario. Immediatamente la Francia e la Germania hanno dichiarato che avrebbero dato avvio a un processo di revisione delle regole della concorrenza. Ben diverso è stato l’atteggiamento dei due Stati in occasione della fusione tra Fincantieri e Stx France, nella cantieristica. In questo caso la Francia, sostenuta immediatamente dalla Germania, ha chiesto alla commissione alla concorrenza di esaminare la fusione alla luce del regolamento sulle concentrazioni. Si tratta di un esempio che dimostra quanto l’Europa sia tutt’altro che un organismo unitario. La Ue, in realtà, è un sistema intergovernativo dove gli Stati non solo continuano ad esistere ma agiscono, sempre di più, secondo interessi e strategie nazionali. Al di là dei numerosi esempi in tal senso degli ultimi anni, specie dopo lo scoppio della crisi del debito pubblico, il Trattato di Aquisgana, siglato a gennaio dai governi di Francia e Germania, sancisce definitivamente l’inesistenza dell’Europa non solo come soggetto politico unitario, ma persino come terreno politico di coordinamento tra Stati.

La scelta della città di Aquisgrana ha una forte valenza simbolica. Infatti, Aquisgrana fu la capitale dell’Impero carolingio, che unì in uno stesso organismo politico Francia e Germania. Attorno al nucleo centrale composto da questi due Paesi, l’impero di Carlo Magno riuniva gli attuali Belgio, Olanda, Austria, Italia centrosettentrionale e Catalogna, insomma quello che ora è il nocciolo duro dell’area euro. Mentre l’Europa si scopre sempre più divisa su molte tematiche, e le divergenze economiche tra i Paesi si sono allargate sempre di più, la Francia e la Germania anziché lavorare, come vorrebbe la retorica europeista, ad una maggiore integrazione europea, si focalizzano sull’integrazione franco-tedesca con obiettivi e istituzioni proprie.

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vocidallestero

La testimonianza di Yanis Varoufakis che lo condanna

I negoziati segreti e le speranze deluse

di Eric Toussaint

Eric Toussaint, dottore in scienze politiche dell’università di Liegi e di Paris VIII e coordinatore dei lavori della “Commissione per la verità sul debito pubblico greco” creata il 4 aprile 2015 su iniziativa del Presidente del Parlamento greco e poi ben presto disciolta, ha ricostruito in una serie di articoli le vicende dei febbrili negoziati tra Bruxelles e il governo greco durante i giorni più caldi della crisi, basandosi sul libro pubblicato dall’ex ministro Varoufakis e sui suoi stessi ricordi. Qui si ricostruiscono gli accordi sulle privatizzazioni con i Cinesi e le interferenze della Germania, le speranze disilluse sull’aiuto dei russi e degli americani, e la fugace esaltazione per la coraggiosa decisione, presto rientrata, di non pagare il debito al Fmi. In particolare Toussaint sottolinea la rinuncia del governo greco a comunicare col popolo degli elettori per cercar di spiegare la situazione e ottenere il sostegno ad azioni coraggiose

yanis lagardeNell’undicesimo capitolo del suo libro, Yanis Varoufakis spiega di essere intervenuto per portare a termine la vendita del terzo terminal del Porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, che già gestiva dal 2008 i terminal 1 e 2. Come Varoufakis stesso riconosce, Syriza prima delle elezioni aveva promesso che non avrebbe consentito la privatizzazione della parte restante del porto del Pireo. Varofakis continua: “Syriza durante la campagna dal 2008 prometteva non soltanto che avrebbe impedito il nuovo accordo, ma che avrebbe totalmente estromesso Cosco“. E aggiunge: “Avevo due colleghi ministri che dovevano la loro elezione a questa promessa“. Tuttavia Varoufakis si affretta a cercar di concludere l’accordo di vendita a Cosco. Se ne occupa con l’assistenza di uno dei consulenti senior di Alexis Tsipras, Spyros Sagias, che fino all’anno precedente era stato consulente legale della Cosco. Nella scelta di Sagias c’era quindi un chiaro conflitto di interessi, cosa che Varoufakis riconosce (pag. 313). Era stato lo stesso Sagias, peraltro, a redigere il primo accordo con Cosco nel 2008. Sagias negli anni ’90 era stato consigliere anche del primo ministro del PASOK Konstantinos Simitis, che aveva organizzato la prima grande ondata di privatizzazioni.

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carmilla

Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte?

di Alessandro Barile

UE 300x200«Senza teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario» Lenin

«Un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria» Engels

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato dal sistema politico-mediatico si concentra nei pressi proprio dell’Unione europea: sovranità politica o popolare, sovranismo, populismo, questione nazionale, lotta alla globalizzazione, crisi economica et similia. L’Unione europea è al centro di ogni frame discorsivo massmediatico che ci investe quotidianamente. Va però riconosciuto che siamo entrati in una fase diversa. Se negli anni attorno allo scoppio della crisi economica, e soprattutto – in Italia – nel periodo tra il 2009 e il 2012, andava introdotto a forza un pensiero critico che ponesse la Ue al centro delle riflessioni sistemiche, oggi questa critica si è assestata. Procede affinandosi, ovviamente, ma si è resa in qualche modo inaggirabile, al di là di come la si pensi sulla rottura o meno della costruzione europeista. Per essere più precisi: la critica alla Ue è andata sedimentando tre posizioni, espressioni di altrettante sinistre: da una parte la sinistra anti-Ue, che orienta la sua proposta politica attorno al tema della rottura coi vincoli europeisti; dall’altra, quella sinistra che, nonostante il posizionamento critico, persiste nel dichiararsi europeista, proponendosi al più di «cambiare dall’interno» il rigido regime liberista di Maastricht; c’è poi una sinistra che decide di posizionarsi fuori da questo schematismo, lasciando decisioni e ragionamenti in sospeso, evitando il confronto diretto con la questione europeista.