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La traiettoria teorica e politica di Mario Tronti

di Davide Gallo Lassere

Pubblichiamo in anteprima la traduzione italiana della voce “Mario Tronti” scritta da Davide Gallo Lassere per il dizionario sul marxismo che verrà pubblicato da Routledge in occasione del bicentenario della nascita del Moro di Treviri. Proprio oggi esce per Il Mulino l’antologia di scritti di Tronti con il titolo “Il demone della politica”

120423585 cceec1cd f5d7 48fa a512 6a4946832dffIl comunismo del Novecento – la nostra Heimat

Scrutare il mondo con sguardo politico. Confrontarsi con la storia innanzitutto, e solo in seguito con la teoria. Perseguire non tanto l’inserzione in una tradizione di pensiero, ma degli strumenti per organizzare la lotta. Ecco, a grandi linee, l’approccio sviluppato da Mario Tronti lungo l’arco della sua vita. Politico pensante piuttosto che pensatore politico, l’autore dell’opera fondatrice dell’operaismo fa sistematicamente implodere la separazione tra teoria e pratica. Secondo Tronti, la teoria è sempre politica, e la politica è sempre teorica; è a partire dalla pratica che si produce della teoria e la teoria può e deve esprimere una produttività politica. Come egli scrive in un articolo giovanile, “se il Capitale è nello stesso tempo un’opera scientifica e un momento d’azione politica che sposta la realtà oggettiva delle cose, si potrebbe sostenere inversamente che la stessa rivoluzione d’Ottobre o la Comune di Parigi sono nello stesso tempo un grande movimento pratico e una potente scoperta teorica”[1].

Malgrado le svolte significative conosciute nel corso del tempo – dal conflitto ancorato nella materialità della classe a una visione metafisica della conflittualità -, questo stile di militanza che fonde ricerca teorica e azione politica è diventato uno dei marchi di fabbrica di Tronti, determinato dal sentimento di appartenenza destinale a una parte del mondo sociale che – una volta sconfitta dalle forze della storia – assume dei tratti tragici[2].

trad.marxiste

Diritti umani: una prospettiva marxiana

di Zoltan Zigedy

hum5Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

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Dalla “crisi fiscale dello stato” alla “seconda contraddizione del capitale”

Il percorso intellettuale di James O’Connor

di Alfredo Agustoni

evoluzione e crisi dei mercati finanziari martone 56 638James O’Connor è ben conosciuto, prima che per la sua proposta di un approccio “ecomarxista”, per la sua analisi della crisi fiscale dello stato. Di qui, l’estrema attualità di un autore che cerca di esaminare, dal punto di vista di un marxismo “critico”, problemi che al tempo in cui scrive sono “emergenti” e che oggi sono autentiche “emergenze”. In entrambi i casi, O’Connor osserva come il capitale esporti le proprie contraddizioni fuori dai ristretti confini della produzione, per ritrovarsi ad affrontarle quindi nel proprio ambiente: la produzione capitalistica funziona, da un certo punto di vista, come la macchina di Carnot, incapace di generare movimento senza esportare disordine al di fuori dei propri confini. Ma, diversamente dalla macchina di Carnot, che continua a compiere gli stessi movimenti, ci troviamo qui di fronte a processi storici, dove il capitalismo si espande colonizzando nuovi ambiti e nuovi territori, per ritrovarvi di volta in volta le proprie stesse contraddizioni. Un discorso di questo genere si colloca, in realtà, a pieno titolo sulla scia di un complesso di riflessioni sull’imperialismo, a partire da Hobson, Lenin e Rosa Luxemburg.

In ogni caso, esiste un filo rosso che unisce l’autore della Crisi fiscale dello stato, nei primi anni settanta, all’autore di Natural Causes un quarto di secolo dopo. Il filo rosso può essere individuato nell’analisi dei rapporti tra capitalismo, stato e movimenti sociali (dai movimenti di protesta degli anni sessanta ai movimenti ecologici degli anni ottanta e novanta).

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La visibilità dell'invisibile

di Franco Senia

ginzburg4Anche Marx fa ricorso a Shakespeare per parlare dell'estraneità della lingua, della lingua come qualcosa che ossessiona, che non è mai del tutto integrata. Harald Weinrich lega insieme Shakespeare e Goethe nell'analogia del francese visto come lingua della menzogna. Derrida, da dentro tale lingua, in "Spettri di Marx" commenta "Il 18 brumaio" di Marx, soprattutto per quel che riguarda la parte in cui Viene detto che «indossa la maschera dell'apostolo Paolo», allo stesso modo in cui la Rivoluzione del 1789-1814 «ha indossato alternativamente come quelle della Repubblica romana e quella dell'Impero romano.»

Si può qui ricordare che nel suo saggio dedicato a Lutero, Aby Warburg affronta quella figura storica mettendo in evidenza la sua dimensione di traduttore e di mediatore culturale (allo stesso modo di Erasmo, Lutero è stato uno dei pochi a dominare il greco nel XVI secolo, traducendo, a partire dal 1921, il Nuovo Testamento in tedesco). Lutero, in quanto operatore della differenza sia linguistica che ideologica, opera sui passaggi, sulle contaminazioni: «Attraverso la mediazione fedele di quelle vie migratorie che portano l'ellenismo in Arabia, in Spagna, in Italia e in Germania», scrive Warburg, «gli dei planetari sono sopravvissuti nelle parole e nelle immagini come divinità viventi», e più avanti: «L'astrologo dell'epoca della Riforma attraversa questi due estremi opposti - l'astrazione matematica ed il vincolo culturale -, irreconciliabili per il naturalista di oggi giorno, come se fosse il punto di inversione di uno stato d'animo omogeneo e di un'ampia oscillazione» (Aby Warburg, Divinazione antica pagana in testi e immagini dell'età di Lutero).

sinistra 

«Egregio signore e compagno!»1

Il carteggio tra Labriola ed Engels

di Eros Barone

labriolaHo sempre per le mani molta carta
stampata; ma ho sempre studiato
pochi libri, per conservarmi sano il cervello.
Ed è così che negli ultimi anni mi sono
assimilati i vostri e gli scritti di Marx.
(
Lettera a Engels del 13 giugno 1894)

I clowns politici hanno sempre di che divertirci,
in questo paese dove fiorisce la commedia da
piangere e la tragedia da ridere.
(
Lettera a Engels del 5 novembre 1894)

1. Un carteggio intenso in un periodo storico cruciale

«La Germania ebbe Marx ed Engels, e il primo Kautsky; la Polonia, Rosa Luxemburg; la Russia, Plekhanov e Lenin; l’Italia, Labriola, che (quando da noi c’era Sorel!) era in corrispondenza da pari a pari con Engels, poi Gramsci». Così Louis Althusser, in quella raccolta di saggi, Pour Marx, che fra anni ’60 e anni ’70 dètte un contributo importante alla ripresa del dibattito marxista, registrava, denunciando nel contempo «l’assenza di una reale cultura teorica nella storia del movimento operaio francese»2 , l’esistenza, in Italia, di una grande tradizione teorica del marxismo, che era stata perfino in grado di dialogare, attraverso Labriola, con uno dei due fondatori del marxismo stesso, cioè con Engels.

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Il primo e il secondo Colletti: questioni aperte

di Franco Russo

colletti 1 300x300Si riprenda l’intervista rilasciata a Giampiero Mughini per Mondoperaio del novembre 1977, in cui Lucio Colletti riconosce, con accenti seccamente autocritici, di aver visto per lungo tempo “il modello di libertà in Stato e rivoluzione di Lenin, nella Comune di Parigi, nell’autogoverno dei produttori, nella democrazia diretta roussoiana” (Tra marxismo e no, pp. 143-52). Purtroppo, conclude, gli esperimenti degli Stati del socialismo reale, avendo dato vita a dittature, hanno dimostrato che quel modello, cioè l’autogoverno dei produttori e la democrazia diretta, è impraticabile. Quest’autocritica sul credo politico è scandita insieme alla riaffermazione dei principi del materialismo, che per Colletti coincidono con quelli delle scienze naturali, mentre rispetto alla conoscenza del mondo sociale ha oscillato tra una visione positivista – essa deve adottare metodi scientifici (peraltro mai da lui definiti) ‒, e un velato scetticismo sostenendo che rimane una questione irrisolta.

 

1. Contraddizioni dialettiche e opposizioni reali

Di un giudizio Colletti è rimasto sempre assolutamente convinto, che la ‘dialettica’ – elaborata da Hegel – fosse antiscientifica e si risolvesse in un’escatologia ‒ la storia del mondo è la “realizzazione dello spirito”, si legge nelle pagini finali del quarto volume delle Lezioni sulla filosofia della storia. Nel corso delle sue ricerche Colletti si accorse, tanto da restarne stordito, di non aver capito che Il Capitale di Marx, per lui esempio di indagine scientifica, fosse intriso di dialettica a cominciare dalle famose pagine del primo volume dedicate all’analisi del feticismo delle merci.

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Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”

d Alessandro Visalli

indigena3Il libro del filosofo Domenico Losurdo è del 2017, e rappresenta una densa e coraggiosa carrellata su tutti i motivi più sensibili della tradizione marxista, al contempo con uno spirito militante e rigore storico. A metà tra la storia delle idee e l’interpretazione della dinamica storico-sociale la tesi del filosofo marxista, assolutamente al centro dei dibattiti che agitano la contemporaneità nel campo del pensiero critico, è che abbiamo avuto in sostanza negli ultimi cento anni non un paradigma marxista internazionale, ma almeno due: quello occidentale e quello orientale.

All’origine della divergenza, che a tratti è stata scontro, è una differenza essenziale di priorità, prima ancora che di posizione e ruolo:

  • - Dove il marxismo ha trionfato, sempre in paesi deboli e periferici rispetto al centro imperiale del capitalismo occidentale, il tema che si è guadagnato la centralità è sempre stato la sopravvivenza. Quindi l’indipendenza e la difesa dal colonialismo, ferocemente perseguito con assoluta determinazione dalle potenze occidentali.
  • - Dove il marxismo, invece, si è sviluppato come pensiero e prassi critica di opposizione, sbarrata nell’accesso reale al potere, ovvero in occidente, il tema divenuto centrale è stato l’antiautoritarismo in chiave di antinazionalismo e di attesa messianica e millenarista di una finale dissoluzione dello Stato.

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La corsa alla produttività e la distruzione della produzione di valore

di Norbert Trenkle

trenkle4«Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo» (Marx)

Ma questo obbligo ad ammassare quantità sempre maggiori di lavoro astratto tuttavia si oppone ad un'altra dinamica sistemica, quella che parallelamente appartiene all'essenza della logica capitalistica e che, in quanto tale, costituisce l'altro lato dell'autocontraddizione interna del capitalismo: se si è detto che il lavoro di ciascun individuo è socialmente valido solo in quanto "lavoro astratto", vale a dire come rappresentazione di un certo numero di unità di tempo astratto che sono state spese nella produzione di una qualsiasi merce, ciò include il fatto che la misura secondo cui ciascun lavoro viene valutato è allo stesso modo una categoria sociale che sfugge al controllo dell'individuo e della società nel suo insieme. La quantità di valore che rappresenta la realizzazione di un certo lavoro non si definisce a partire da quel lavoro, ma sempre in rapporto da uno standard sociale generale presupposto, che riflette il livello del progresso della produttività della società. In altre parole: il valore di una merce non è definito dal tempo di lavoro individuale che un individuo o una certa impresa impiega per la sua fabbricazione, ma dal tempo di lavoro che corrisponde al livello attuale della produttività della società Un lavoro è socialmente valido solo nella misura in cui viene utilizzato a tale livello.

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Miseria e Debito

Logica e Storia delle eccedenze di popolazione e di capitale

di Endnotes

o.183718Tendiamo ad interpretare l'attuale crisi per mezzo delle teorie cicliche di una generazione più vecchia. Mentre gli economisti ufficiali frugano in cerca di "germogli verdi" [i primi segnali che, dopo una recessione, un'economia sta crescendo di nuovo] di recupero, i critici critici si domandano soltanto se ci vorrà un po' più tempo per "ripristinare" la crescita. È vero che se partiamo dalle teorie dei cicli economici, o addirittura dalle onde lunghe, allora diventa facile supporre che boom e crolli si susseguano puntuali come un orologio, e che le fasi di declino sempre "preparano la strada" per impennate di ripresa. Ma quanto è probabile, quando e se si sistema questo macello, che vedremo una nuova età d'oro del capitalismo? [*1]

Potremmo cominciare col ricordare che gli anni del miracolo della precedente età d'oro (approssimativamente, 1950-1973) dipendevano non solo sa una guerra mondiale e da un enorme incremento della spesa pubblica, ma anche da passaggio senza precedenti della popolazione dall'agricoltura all'industria. Le popolazioni agricole si sono rivelate una potente arma nella ricerca della "modernizzazione", dal momento che hanno fornito una fonte di lavoro a basso costo per una nuova ondata di industrializzazione. Nel 1950, il 23% della forza lavoro tedesca veniva impiegata in agricoltura, il 31% in Francia, il 44% in Italia ed il 49% in Giappone - nel 2000, tutti questi paesi avevano la loro popolazione agricola al di sotto del 5%. [*2]

gramsci oggi

Gramsci e la rivoluzione d'Ottobre

di Vittorio Gioiello

Gramsci tesseraNell’ambito di un breve intervento non posso che estrapolare alcuni aspetti della riflessione gramsciana, cercando di tener ferma, come metodologia, una visione complessiva che non separi politica, economia e società. E cercherò di mettere in evidenza come alcuni brani gramsciani che si riferiscono alla rivoluzione d’Ottobre, possano essere punti di riferimento per l’attuale battaglia politico-culturale.

Una premessa sostanziale (a maggior ragione a fronte di distorsioni recenti e meno recenti): la formazione politica e culturale di Gramsci è profondamente segnata dall’evento della rivoluzione d’Ottobre. La rivoluzione socialista costituisce il problema fondamentale della sua epoca, e le strategie da mettere in atto in Italia e in Occidente per realizzare la rivoluzione rimangono al centro della riflessione dei Quaderni.

Quando pubblica, il 24 novembre 1917, sull’Avanti, la sua «Rivoluzione contro il “Capitale”», Antonio Gramsci è ancora un giovane militante del Partito socialista italiano, permeato dall’idealismo crociano e gentiliano.

lanatra di vaucan

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione

Introduzione di Samuele Cerea*

eteretopie kurz collasso modernizzazioneridPubblichiamo qui la bella introduzione di Samuele Cerea alla traduzione italiana del libro di Robert Kurz: Il collasso della modernizzazione, Mimesis 2017.

Il testo di Kurz, uscito in Germania nel 1991, a ridosso del crollo dei regimi a socialismo reale dell’est, mantiene ad oggi una sua vibrante attualità. La tesi di fondo, in estrema sintesi, è che questo crollo, contrariamente a quanto se ne è detto e si continua a dire, non ha rappresentato la vittoria di un blocco, quello occidentale, presunto “alternativo” e antagonista a quello orientale, che ne sarebbe uscito sconfitto e umiliato. Tantomeno, ha sancito la fine di ogni possibilità di “rivoluzione”, decretando quello capitalistico-occidentale non solo come il migliore dei mondi possibili, ma proprio l’unico, e affrettandosi a seppellire Marx e ogni istanza critica che abbia l’ardire di metterlo in discussione. Piuttosto, sarebbe la prima tappa di un crollo ben più importante e inevitabile, quello dello stesso sistema capitalistico, a cui anche i regimi dell’est hanno sempre appartenuto, sia pure nella forma di “modernizzazioni di ritardo”, quindi in modo raffazzonato e un po’ cialtrone, ma non meno devastante.

La crisi economica mondiale sembra aver confermato, a posteriori e in modo clamoroso, le tesi di Kurz e di tutti coloro che hanno partecipato ad elaborare la “critica del valore”, ovvero la teoria su cui poggia l’analisi che legge la fine del “socialismo da caserma” dei regimi dell’est come primo momento di una rottura, come detto, ben più ampia.

illatocattivo

Solitudine della teoria comunista

di Bruno Astarian

astarian1Nel testo che segue, cercheremo di comprendere la situazione di grave isolamento in cui versa la teoria comunista nella nostra epoca. È difficile, per i teorici, non vedere a qual punto il linguaggio che usano – che devono usare – risulti incomprensibile alla grande maggioranza dei proletari, anche quelli di buona volontà. Questo è vero indipendentemente dalle differenti opzioni teoriche. Tra i gruppi o gli individui che riflettono teoricamente sulla situazione attuale della società capitalistica, e sul suo superamento possibile, nessuno ha trovato il linguaggio e/o il punto di vista che gli permettano di uscire da un piccolo milieu ripiegato su se stesso. Questa situazione rimette in questione la teoria comunista nella sua specificità storica? Oppure la rimette semplicemente al suo posto?

 

1. La teoria comunista e la lotta di classe

Cominciamo col dire che cosa la teoria comunista non è. La teoria comunista non è il resoconto scientifico della congiuntura economica, degli imprevisti dell’accumulazione del capitale.

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Karl Marx, la comune rurale e la questione russa

di Alessandro Visalli

S. V. Ivanov. Yuris Day. 1908Un interessante saggio di Pier Paolo Poggio, direttore della Fondazione Luigi Micheletti, pubblicato su Sinistrainrete, dal titolo “Marx sulla Russia”, consente di tornare sulla valutazione che il Marx maturo compie sul vasto movimento rivoluzionario russo che di lì a qualche decennio porterà alla rivoluzione del 05 e poi del 17. Ci sono da trenta a quaranta anni tra la lettera alla «Otecestvennye Zapiski», che è del 1877, e gli eventi rivoluzionari; una distanza pari a quella che ci divide da eventi come “via Fani”, o il compromesso storico che questa interrompe.

Nella lettera (che viene pubblicata solo dopo un decennio) e nella successiva lettera a Vera Zasulic, di cui abbiamo parlato nella lettura del libro di Marcello Musto “L’ultimo Marx” che è del 1881, prende posizione per la obšcina e la proprietà collettiva della terra. Ovvero, sposando anche tatticamente (contro Bakunin) la posizione di Cernyševskij, Marx tenta di connettere comunità ed individualità.

Il tema era, ed è, di enorme difficoltà, e viene infatti rimosso completamente dal “marxismo” che comincia a formarsi già negli ultimi anni di vita del filosofo di Treviri e si consoliderà nel marxismo-leninismo dopo l’esperienza di radicale rottura del ‘17.

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L'ascesa del denaro al cielo

di Robert Kurz

I limiti strutturali della valorizzazione del capitale, il capitalismo da casinò e la crisi finanziaria globale

HenriDeToulouse Lautrec AtTheMoulinRouge TheDance 1889 90 VR1. Capitale reale e capitale produttivo d’interesse

Delle molte strutture schizoidi del mondo moderno fa parte anche il rapporto contradditorio tra lavoro e denaro. Il lavoro come dispendio astratto di energia umana nel processo di razionalità aziendale, e il denaro come forma fenomenica del "valore" economico così prodotto (cioè di una fantasmagoria feticistica della coscienza sociale oggettivata), sono due lati della stessa medaglia. Nel processo capitalistico autoreferenziale, che consiste in un’accumulazione incessantemente accresciuta di tale mezzo feticistico, il denaro rappresenta o "è" nient’altro che "lavoro morto", al quale l’astrazione reale conferisce l’aspetto di una cosa. L’umano "ricambio organico con la natura" (Marx) è diventato un dispendio di forza-lavoro, astratto e di per sé insensato, proprio perché nella forma feticistica potenziata, cioè nel capitale, il denaro si è autonomizzato di fronte all’attore umano: non è il bisogno umano a regolare il dispendio di energia; al contrario, è la forma "morta" dell’energia spesa, la forma autonomizzata nelle cose, ad aver sottomesso a sé la soddisfazione dei bisogni umani. Il rapporto con la natura, così come i rapporti sociali, sono diventati puri e semplici processi di passaggio per la "valorizzazione di denaro".

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100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900

di Francesco Piccioni

Karl Marx and Friedrich Engels statue Memento Park 3A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, ci sembra utile accompagnare il ricordo per la prima e straordinaria vittoria duratura della Rivoluzione con una riflessione che non si nasconde quel che è accaduto dopo. Ma che, al tempo stesso, non cade nel vecchio vizio di andare a “trovare l’errore decisivo” nel comportamento di Tizio o Caio o addirittura – come fanno i pentiti di ogni epoca – nell’idea stessa di Rivoluzione. Viene tracciata un’ipotesi di ricerca storiografica, certamente complessa ma almeno all’altezza dell’oggetto.

A voi l’intervento elaborato da Francesco Piccioni per il convegno ‘Il vecchio muore ma il nuovo non può nascere’, a dicembre 2016.

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Idee per un programma di ricerca

Se si guarda alla storia del movimento comunista, oggi, l’impressione è spesso quella di trovarsi davanti a un deserto di macerie. In cui vagano alcuni fantasmi che, se si incontrano, si mandano a quel paese…