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pierluigifagan

Quanto lunghe sono le nostre radici?

di Pierluigi Fagan

Riflessioni sulla lettura di  D.L.Smail, Storia profonda, Bollati Boringhieri, Torino, 2017

creazione12Daniel Lord Smail, professore ad Harvard, ha ereditato dal padre (a sua volta professore di storia) una passione istintiva per la -grande storia naturale dell’umanità-. Portata avanti l’indagine nei corsi si è risolto a buttare giù una introduzione per un volume di storia naturale che ne riportasse i contenuti ma poi si è accorto che l’una e l’altra, introduzione e storia, metodo e contenuto, avrebbero dato vita al classico mattone sulle seicento pagine. Ha quindi deciso di scrivere una libro di sola riflessione metodologica sull’ipotesi di “storia profonda”, la riunificazione di tutti i domini della storia (geologia, biologia, paleoantropologia, linguistica e storia dei fatti umani) alla ricerca di quel sfuggente oggetto che è la fenomenologia dell’umano.

Il tempo che prendiamo in esame, la sua durata o estensione, è la condizioni di pensabilità prima della profondità storica. Darwin non avrebbe mai potuto intuire e poi sviluppare la sua teoria, se poco prima i geologi non avessero cominciato a dilatare a dismisura il tempo naturale. Fu in un certo senso, lo sviluppo urbano a portare a quegli scavi da cui affiorarono resti atipici di animali che infiammarono il dibattito sulle classificazioni ai tempi di Cuvier.

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Ciò che è vivo e ciò che è morto della scuola di Don Milani

di Mauro Piras

[Il 26 giugno 1967 moriva, a 44 anni, Don Lorenzo Milani. Dedico questo intervento agli studenti e ai colleghi della 5D Servizi Socio-sanitari dell’Istituto Professionale “Elsa Morante”, Firenze]

Don MilaniUna scuola che seleziona distrugge la cultura.
Ai poveri toglie il mezzo d’espressione.
Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.
(Lettera a una professoressa)

Si parla fin troppo di Don Milani, quest’anno. Tutto è iniziato con un paio di articoli molto polemici. Uno di Lorenzo Tomasin sul Sole24ore, che denuncia nella Lettera a una professoressa una cultura del risentimento e dell’odio di classe (qui). Un altro di Paola Mastrocola, che da diverso tempo, periodicamente, accusa il “donmilanismo” di essere il male della scuola italiana, l’inizio di una decadenza che avrebbe portato all’abbandono dello studio serio “delle nozioni”, dell’italiano e della letteratura, a favore di attività di “intrattenimento” vaghe e inutili (qui). Sono seguiti diversi interventi di segno contrario che hanno, a volte con tono un po’ agiografico, difeso l’idea di scuola di Don Milani, o hanno ricostruito con più attenzione il contesto storico (Vanessa Roghi) o il senso del progetto pedagogico (Italo Fiorin); oppure, ultimamente, hanno cercato di pesare meglio i pro e i contro (Franco Lorenzoni). Fino alla visita del Papa a Barbiana, il 20 giugno scorso.

sinistra

Shakespeare e Il mercante di Venezia

di Enrico Galavotti

shylockAncora oggi c'è chi sostiene che Shakespeare sia soltanto un nome fittizio dietro cui si celano altri autori. In particolare si pensa a Michelangelo Florio, frate ed erudito fiorentino, di origine ebraica e siciliana, rifugiatosi a Londra dopo una serie di peregrinazioni in varie parti d'Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dell'Inquisizione, dal momento che aveva aderito al calvinismo. A Treviso abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. A Milano s'innamorò di una contessina, Giulietta, che, dopo essere stata rapita dal governatore spagnolo, decise di suicidarsi.

Ma si pensa anche al figlio di Michelangelo, Giovanni, nato nel 1553, destinato a diventare un grande linguista e traduttore (conosceva perfettamente italiano, francese, tedesco, spagnolo, inglese, latino, greco ed ebraico, oltre alla lingua toscana e napoletana). Shakespeare sarebbe stato, al massimo, un attore-prestanome, senza talento per la scrittura. La moglie del primo Florio aveva come cognome Crolla- o Scrolla - Lanza, che, tradotto in inglese suona proprio come "shake the speare" (scrolla la lancia).

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Se Freud entra in politica

Recalcati e le logiche (illogiche) del desiderio

di Marco Nicastro

sigmund freud 1153858 1920 608x400In questo articolo vorrei proporre alcune riflessioni a partire dai contenuti dell’intervento, liberamente visualizzabile sul canale Youtube, dal titolo “Politica, verità, testimonianza, rappresentanza”[1], tenuto da Massimo Recalcati, noto psicanalista milanese, alla presentazione della Scuola di Formazione Politica “Pier Paolo Pasolini” nel maggio di quest’anno.

Lo psicanalista milanese affronta in questo intervento alcune problematiche a lui particolarmente care, in particolare conduce un’analisi di alcuni movimenti e dinamiche politiche italiane attuali attraverso le lenti della psicoanalisi.

L’intervento in questione inizia con una considerazione sulla suscettibilità ai richiami populisti ed estremisti che aumenta in coloro, persone singole o gruppi che siano, che non si sentono rappresentate dalla politica; idea non nuova questa (basta leggere anche solo un po’ di storia recente) e propugnata tuttora da molti, compresi non pochi rappresentanti del M5S (solo per rimanere tra i principali destinatari delle stilettate di Recalcati), i quali sostengono da sempre di aver dato voce politica a migliaia di persone emarginate e deluse, convogliando un dissenso inascoltato in una forma di espressione democraticamente accettabile.

la citta futura

Relativismo o antirelativismo?

Il rispetto delle differenze culturali

di Alessandra Ciattini

Qual è il modo più opportuno per affrontare la questione delle differenze culturali?

1a14ab889878010be3390e9fa667abcb XLLa questione che intendo affrontare in questo breve scritto è piuttosto intricata e coinvolge il senso comune (si pensi al problema dei migranti), la filosofia e le scienze sociali, in particolare l’antropologia. In ambito filosofico essa risale al momento in cui alcuni hanno sostenuto che non esistono criteri superiori, validi universalmente, che ci consentano di valutare gli specifici criteri culturali adottati dalle diverse culture. Si potrebbe rimandare a questo proposito a Protagora (V sec. a. C.) e al suo famoso frammento, la cui interpretazione è alquanto controversa, “L’uomo è la misura di tutte le cose” e a Michel de Montaigne (1533-1592), per il quale il nostro modo di ragionare non nasce dalla natura, ma dal costume.

Naturalmente questa visione relativistica ha preoccupato la Chiesa cattolica, che nelle figure di papa Wojtila e papa Ratzinger, l’ha condannata in più occasioni, anche perché ha messo in discussione il monopolio della verità assoluta, che essa si attribuisce.

Benché – come si è visto – il relativismo abbia radici antiche e di tutto rispetto, almeno in ambito antropologico si fa risalire alla crisi dell’evoluzionismo e progressismo ottocentesco, che prefiguravano un avanzamento continuo della società umana e che distinguevano tra i diversi livelli culturali raggiunti dalle differenti forme di vita sociale, le quali erano confrontate a loro svantaggio con la “civiltà occidentale”.

lameladinewton

Humboldt: natura, giustizia e libertà

di Telmo Pievani

La biografia del viaggiatore scienziato Alexander von Humboldt svela un personaggio molto influente nell’Ottocento ma poi totalmente dimenticato, dalla vita avventurosa e piena di incontri sorprendenti. Mise insieme Goethe e Simón Bolívar, illuminismo e romanticismo, ambientalismo e anticolonialismo. Darwin lo lesse con ammirazione per tutta la vita, prendendolo a modello

Alexander von Humboldt 499Da una parte, un giovanotto prussiano che preferiva stare nella Parigi di Napoleone piuttosto che nella provinciale e austera Berlino, che di prussiano aveva solo l’educazione rigorosa e il reddito di famiglia, già famoso in tutta Europa per il suo avventuroso viaggio di quattro anni in Sudamerica, tra fiumi, cataratte, foreste pluviali e vulcani. Nel cuore, le idee del 1789. A suo modo figlio della rivoluzione francese, Alexander von Humboldt dopo aver ammirato la scenografia sublime della natura voleva adesso “godersi lo spettacolo di un popolo libero”.

Dall’altra, il terzo presidente degli Stati Uniti d’America, un uomo di 61 anni, vedovo da venti, dimesso e rustico nei modi e nel vestiario, che aveva scritto la Dichiarazione di Indipendenza nel 1776 ed era circondato ora da sette nipotini nella sua tenuta di Monticello in Virginia. Thomas Jefferson aveva molto in comune con Humboldt: la capacità di fare sempre tre cose contemporaneamente, le poche ore bastanti di sonno, un’ansia irrequieta di conoscenza, la smania di misurare tutto, l’amore per la botanica, per il giardinaggio e per le scienze naturali.

L’economia commerciale statunitense girava forte, il Presidente aveva appena comprato dalla Francia la Louisiana e ambiva a espandersi verso occidente, in quel selvaggio west che avrebbe voluto trasformare in una terra di piccole fattorie autosufficienti a gestione familiare.

pandora

Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook

di Raffaele Danna

Questo articolo è stato scritto originariamente in inglese dall’autore, con il titolo From Marx to Mark: Philosophy of History in the Age of Facebook. Qui vi proponiamo la traduzione. La versione originale è consultabile a questo indirizzo

Mark Zuckerberg Background desktop wallpaperDa Marx a Mark

Secondo il fondatore di Facebook, la storia non è più storia di lotte di classe. Lo è stata, ai tempi dell’occidente imperialista, dell’industria del carbone e dell’architettura del ferro. Oggi, ai tempi della crisi economica, del mondo senza centro, dell’informatica e dei social network, la storia è diventata altro.

I filosofi gettavano sguardi sulla storia universale e offrivano interpretazioni complessive del suo sviluppo: filosofie della storia. I filosofi erano immancabilmente al centro, se non al culmine, della storia stessa. Oggi, nel mondo plurale e senza egemonia occidentale, all’avvento della quarta rivoluzione industriale, dell’abolizione dello spazio e della continua accelerazione, l’occidente ha trovato altri profeti. Ai seriosi ritratti di un Hegel o alla barbuta espressione di un Marx si è sostituita la glabra babyface di uno Zuckerberg. “Zuck” per gli amici.

In un post pubblicato di recente il CEO di Facebook racconta la sua visione per il futuro della sua azienda.

ospite ingrato

Guerra alla guerra: Brecht e Fortini

di Donatello Santarone

9788804534730 guerra alla guerraI saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,

his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,

his wind screen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.1

Sono le prime tre strofe di 92 del poemetto di 184 versi in tetrapodie giambiche2 a rima baciata A Cold Coming – Un freddo venire, del poeta britannico Tony Harrison. Nato nel 1937 a Leeds, città industriale dello Yorkshire, da una famiglia della working class (il padre era fornaio), studia i classici greci e latini presso l’Università di Leeds e si immerge nella grande tradizione letteraria inglese (da Blake a Shelley, da Keats a Yeats). Dopo aver molto viaggiato (insegna per un periodo in Nigeria e in Cecoslovacchia, visita Cuba, Mozambico, Leningrado, passa diversi periodi di lavoro negli Stati Uniti), oggi vive a Newcastle. Con Ted Hughes e Seamus Heaney, Harrison è uno dei massimi poeti britannici del secondo dopoguerra (una selezione di sue poesie edite nel 1984 dalla Penguin vendette più di mezzo milione di copie, un record per un libro di poesie).

lavoro culturale

Nessuno è perfetto nella società delle norme

“Il soggetto delle norme” di Pierre Macherey

di Marco Ambra

Che cosa significa essere un soggetto della società delle norme? Quali sono le strutture che definiscono il modo in cui si diventa soggetto? A questi interrogativi prova a rispondere l’ultimo libro tradotto in Italia del filosofo Pierre Macherey

riproduzione vietata 768x521Nella prima stagione di The Leftovers il protagonista della serie, Kevin Garvey, capo della polizia della sperduta cittadina americana di Mapleton, cerca disperatamente di mettere in scena la propria routine quotidiana, nello stesso modo in cui si svolgeva prima che un inspiegabile e inquietante evento, la sparizione nel nulla del 2% della popolazione mondiale, sconvolgesse la vita di tutti. Così, rapiti come lui dall’angosciante sparizione di massa, vediamo Kevin indossare gli indumenti da runner per estenuanti sessioni di corsa mattutina, oppure ancora assistiamo ai suoi maldestri tentativi di addomesticare un cane randagio o di fare una ramanzina alla figlia adolescente. In altre parole chief Garvey tenta un nostalgico e impossibile ritorno alla normalità che precede la catastrofe. Cosa lo spinge, in un mondo in cui il senso della vita umana è stato fatto a brandelli da un avvenimento incomprensibile, a rifugiarsi nella propria divisa da poliziotto? Perché, ritornando al nostro contemporaneo, i movimenti centripeti della modernità, distruttori di Templi e Leggi, hanno lasciato sulla scena un’imprevisto bisogno di servitù volontaria?

È a questa e ad altre domande che cerca di rispondere Il soggetto delle norme, testo piacevole – cosa rara per la filosofia politica – di Pierre Macheray, pubblicato da ombre corte per la cura di Girolamo De Michele, voce anche di una conversazione con l’autore riportata a chiusura del libro.

paroleecose

Il sintomo di Lacan

di Federico Leoni 

cropped 31fb420d de2d 4f42 a5f0 b58970785744Jacques Lacan è di moda. Ha tutte le carte in regola, per esserlo. C’è il personaggio, il dandy drappeggiato di buffe camicie barocche, armato di uno strano sigaro attorcigliato e di una ricca serie di sentenze misteriose e fascinose. E c’è il suo insegnamento psicoanalitico, un discorso che nel giro di una pagina passa con nonchalance dalla drammatica dialettica servo-padrone all’algida eleganza dello strutturalismo, dagli enigmi esistenziali del desiderio all’improvviso balenare del misteriosissimo oggetto a piccolo. Infine c’è la materia bruta, incandescente, concretissima, intorno a cui ruotano il personaggio e l’insegnamento, cioè la vita di chiunque di noi, il suo percorso più o meno felice o infelice, di illusione in illusione, di scoperta in scoperta, di amore in amore. Quei concetti enigmatici e quelle manovre tortuose, di cui l’insegnamento di Lacan è intessuto, dovrebbero seguire nella loro tortuosità, illuminare nei loro anfratti più oscuri, accompagnare sperimentandone il segreto in fondo testardo e silenzioso, il tragitto di una vita. Ce n’è abbastanza, insomma, per essere di moda. E anche per resistere a ogni moda.

Per esempio, il libro che Alex Pagliardini dedica a Lacan, Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale (Galaad), è decisamente fuori moda. Il Lacan più noto è il Lacan che si riassume in una batteria di parole chiave ormai sulla bocca di tutti.

carmilla

Parole di destra

di Armando Lancellotti

Luc Boltanski, Arnaud Esquerre, Verso l’estremo. Estensione del dominio della destra, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 78, € 6,00

sinistra destraA questo libretto o pamphlet dei sociologi Luc Boltanski e Arnaud Esquerre – non «uno studio specialistico appesantito di note, […] né un editoriale politico, […] bensì […] un genere discorsivo trascurato da qualche decennio, ovvero quello dell’analisi impegnata» (p. 17) – si debbono riconoscere almeno tre meriti: innanzi tutto quello di essere profondamente immerso nella materia che tratta, in quanto scritto tra il febbraio e l’aprile del 2014 “sotto l’urgenza dei fatti”, da intendersi come il dilagare inarginabile dell’estrema destra francese, di quel Front National, che un paio di mesi più tardi, nelle elezioni europee del 24-25 maggio, si sarebbe affermato come primo partito nazionale con il 25% circa dei consensi. Il secondo merito consiste nel fatto di considerare la spaventosa deriva politica francese ed europea verso l’estrema destra attraverso l’analisi delle parole, dei termini, delle forme linguistiche che esprimono concetti dentro ai quali si addensano grumi di pensiero reazionario e fascista che, qualche anno fa ripescati dalla loro condizione di latenza e riemersi attraverso i percorsi carsici del pensiero politico, ormai imperano, tracotanti e sicuri al punto da essersi trasformati in un nuovo “senso comune”, in un «inquietante spirito del tempo in espansione» (p. 8). Ed infine, non meno importante è l’intento di contribuire al risveglio di una sinistra francese (e poi europea) che disorientata e tramortita non sembra in grado di resistere all’onda montante di questo nuovo “fascismo da terzo millennio”. [Per analoghi temi riguardanti l’estrema destra italiana vedi su Carmilla “Cinghiamattanza”: pensieri, parole ed opere dei “fascisti del terzo millennio”].

palermograd

Mary per sempre

L'eterno Ritorno di Mrs. Poppins

di Marcello Benfante

mary poppins returns sequel 2018Tutto ritorna a ciò che è veramente intero
Tao-Tê-ching

Mary Poppins è una creatura aerea. Il che, tuttavia, non la fa appartenere al cielo più di quanto non appartenga al sottosuolo.

È il Vento dell’Est a portarla nel romanzo d’esordio. Forse lo stesso vento foriero di trasformazioni che avverte Sherlock Holmes in chiusura del racconto “Il suo ultimo saluto”.

Anche in “Mary Poppins ritorna” (Mary Poppins Comes Back, 1936) l’indecifrabile governante entra in scena dall’alto, come un deus ex machina.

A trascinarla giù sembrerebbe l’aquilone dei piccoli Banks, Michele e Giovanna, rimasto impigliato tra le nuvole sopra gli ordinatissimi giardini pubblici.

Ma le cose non stanno proprio così. Mary Poppins ha preso il posto dell’aquilone, si è sostituita ad esso per mezzo di una magica metamorfosi.

prismo

40 anni di Orientalismo

di Lorenzo Forlani

A quasi quarant'anni dall'uscita di Orientalismo, l'influente saggio di Edward Said, cosa è cambiato nella rappresentazione occidentale del mondo islamico? Stereotipi, pregiudizi e sensazionalismi di una narrazione viziata alla fonte

Copertina orientalismo 1680x840Sono passati quasi quarant’anni dall’uscita di Orientalismo, il saggio scritto dall’intellettuale di origine palestinese Edward W. Said e pubblicato negli Stati Uniti nel 1978. Non sono molti i testi che mantengono intatta la loro attualità a quasi mezzo secolo dalla loro uscita: ai tempi, quello di Said è stato un grimaldello fondamentale nella comprensione di quell’“orientalismo” che dà il titolo al saggio, e che altro non sarebbe che il modo in cui l’Occidente narra e rappresenta un non meglio precisato “Oriente” che va dall’Asia al mondo arabo. Da allora però, non molto sembra cambiato: specie per quanto riguarda l’Islam, la narrazione mediatica mainstream sembra rimasta prigioniera di assunti e luoghi comuni legittimati da secoli di studi, anche accademici. Anzi: alcuni eventi, dall’11/9 alla comparsa dello Stato Islamico, hanno contribuito al loro rafforzamento.

Tutti i tentativi di denunciare gli stereotipi e le dicotomie sul mondo islamico devono qualcosa all’opera polemica di Said, la cui densità – trecentocinquanta pagine di testo più una ventina di bibliografia – ha scatenato accesi dibattiti nonché diversi fraintendimenti, anche nello stesso mondo islamico. Said da parte sua scrive chiaramente che la sua critica non è un attacco all’Occidente, e che la risposta al “discorso orientalista” non può e non deve essere un “discorso occidentalista”. Si limita alla descrizione di un modus operandi della tradizione orientalista istituzionale sopratutto dal 1700 in poi, per decostruire miti e stereotipi orientalisti senza per questo semplificare un’entità eterogenea come l’Oriente.

palermograd

Silvia Federici a colloquio con George Souvlis e Ankica Čakardić

Quest’intervista teorico-politica all’autrice di Calibano e la strega e Il punto zero della rivoluzione (1) viene pubblicata in inglese da Salvage (qui il link) ed è stata condotta da George Souvlis (PhD candidate in History, European University Institute, Firenze) e Ankica Čakardic (Dipartimento di Filosofia, Università di Zagabria)

streghe filtri L1. Streghe, casalinghe e capitale

Vuoi parlarci innanzitutto delle esperienze formative (in ambito accademico e politico) che ti hanno maggiormente influenzato?

La prima esperienza formativa della mia vita è stata la seconda guerra mondiale. Sono cresciuta nell’immediato dopoguerra, quando la memoria di un conflitto durato anni, in aggiunta a quella degli anni del fascismo, era ancora molto viva in Italia. In giovanissima età ero già consapevole del fatto d’esser nata in un mondo profondamente diviso, e sanguinario; ero consapevole del fatto che lo stato, lungi dal proteggerci, potrebbe esserci nemico; del fatto che la vita è estremamente precaria e, come dirà poi la canzone di Joan Baez, «there but for fortune go you and I». In questa situazione era difficile non essere politicizzata. Perfino da ragazzina non potevo non sentirmi antifascista, ascoltando tutte le storie che ci raccontavano i miei genitori, e le tirate di mio padre contro il regime fascista. Oltretutto sono cresciuta in una città comunista, dove il primo maggio i lavoratori appuntavano il garofano rosso alla giacca, e ci si svegliava al suono di Bella Ciao; e dove la lotta tra comunisti e fascisti proseguiva, con i fascisti a tentare periodicamente di far saltare per aria il monumento al partigiano e i comunisti ad assaltare per rappresaglia la sede del MSI – Movimento Sociale Italiano – che tutti sapevano essere la continuazione del partito fascista ormai messo al bando.

prismo

Contro il pop

intervista a Paolo Mossetti

Dalla religione del lavoro alla Londra post-Brexit, dall'anarchismo individualista alla prospettiva di un'Europa “mediterranea”: una conversazione con Federico Campagna, filosofo, attivista e autore di L'ultima notte

CAMPAGNA HERO 2Il sottotitolo è già una mappa: Anti-Lavoro, Ateismo, Avventura. E il movimento, al contrario dei soliti pamphlet pieni di denuncia, numeri e indignazione, è tutto in ascesa: si racconta ciò che ci tiene incatenati, il trionfo di una nuova religione – quella del Lavoro – e poi si naviga attraverso una miriade di rotte per uscirne. Non sarà un viaggio facile. E saranno proprio le convinzioni di noi gente di sinistra che verranno messe in crisi. 

Ispirato da una serie di articoli pubblicati tra il 2008 e il 2013 sul blog che lui stesso ha contribuito a fondare, L’ultima notte del filosofo e attivista Federico Campagna è tra i casi editoriali più interessanti del panorama saggistico attuale. Pubblicato tre anni fa dalla londinese Zero Books dopo che la bozza – caso più unico che raro – era stata consegnata direttamente in inglese dal suo autore, tradotto in italiano da Postmedia (Milano), il libro ha riscosso il plauso di intellettuali affermati come Simon Critchley, Mark Fisher, Franco Berardi o Saul Newman. Secondo quest’ultimo, “Campagna ha scritto niente di meno che un nuovo L’Unico e la sua proprietà, aggiornato per la nostra contemporaneità neoliberale – un’epoca in cui in teoria l’ego individuale regna libero e supremo ma dove, in realtà, l’individuo è soffocato dall’estasi celestiale della fede e della rinuncia a sé”.

Federico Campagna lo incontro a Londra, nella casa dove ha vissuto negli ultimi otto anni, a New Cross, un quartiere operaio a sud del Tamigi ora invaso da studenti alla moda.