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marxismoggi

Russia 1917. Un anno rivoluzionario

di Elena Fabrizio* 

2401 03La parola/è un condottiero/della forza umana, scriveva Majakovskij nel 1926 in uno dei suoi magistrali versi, con i quali reagiva furioso al suicidio del poeta Sergèj Esénin, un gesto di insopportabile rinuncia a combattere con la parola e quindi a esaltare la vita dopo che si sia contribuito anche a trasformarla. Majakovskij è stato il più grande poeta rivoluzionario, per aver trasformato se stesso nel proprio tempo mentre questo tempo lavorava al progresso della civiltà con un dinamismo che non ha pari nella storia mondiale. Un dinamismo ciclopico, per parafrasare Pasternak, che travolge o stravolge, in cui «tutti si sentono grandi nel loro disorientamento», «come se ognuno fosse oppresso […] da una natura eroica rivelatasi in lui» (Il dottor Živago).

È con la parola quale condottiero della forza umana e delle sue debolezze che Guido Carpi, profondo conoscitore dell’universo culturale e politico russo, ha scelto di narrare la rivoluzione nel suo Centenario, interpellando protagonisti e testimoni attivi che ne registrano le fasi, gli umori, le illusioni e disillusioni, le attese di palingenesi o le angosce apocalittiche. La ricchezza delle loro testimonianze biografiche, letterarie, poetiche, artistiche, filosofiche e politiche, le diverse emotività che essi esprimono o i diversi destini che essi incarnano, le loro diverse posizioni  rispetto agli eventi e le conseguenti scelte politiche restituiscono l’immagine di un periodo storico drammatico ed esaltante, in cui forte è la coscienza del tramonto di un’epoca, che alcuni cercano di ritardare, o di transizione e trasformazione verso una società altra che invece altri vogliono contribuire a progettare.

carmilla

1917, un anno da non dimenticare

di Sandro Moiso

China Miéville, OTTOBRE. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti 2017, pp. 416, € 19,00

9788865945278 0 0 0 75Voglio chiudere questo centenario di scarse e, ancor più, confuse celebrazioni parlando di uno dei pochi testi originali ed interessanti pubblicati dall’editoria italiana nel corso dell’anno tra quelli dedicati alla ricostruzione degli avvenimenti che condussero alla Rivoluzione di Ottobre. Non a caso il testo proviene dal mondo anglo-sassone la cui tradizione storiografica, nel corso degli anni, ha continuato a dedicare grande attenzione ad uno degli episodi destinati a fondare il ‘900 e il suo immaginario sociale, culturale e politico.

Forse per questo motivo, il testo non è opera di uno storico tradizionale e non è figlio soltanto di un impegno militante, ma proviene dalla penna di uno dei più importanti autori di letteratura dark fantasy e SF degli ultimi anni: China Miéville (Londra 1972). Vincitore di numerosi e prestigiosi premi letterari in ambito fantascientifico e horror ( premio Bram Stoker nel 1999; premi Arthur C. Clarke e British Fantasy per il 2001; International Horror Guild e ancora Bram Stoker per il 2003; premi Arthur C. Clarke e Locus per il 2005; premio Locus per il 2008; poi ancora vincitore dei premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy in anni successivi e infine finalista per il premio Hugo 2012 nella categoria Miglior romanzo), lo scrittore è stato e rimane però ancora militante della sinistra radicale inglese.

lavoro culturale

A cosa somiglia una rivoluzione

Lenin e la politica economica sovietica

Tiziano Annulli intervista Vladimiro Giacché

Pubblicato per Il Saggiatore lo scorso 29 Giugno, Economia della rivoluzione è un’antologia di scritti di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, ampiamente introdotta e commentata da Vladimiro Giacché, filosofo normalista, economista e presidente del Centro Europa Ricerche

bolscevichi 768x570Quelli raccolti in Economia della rivoluzione sono dei testi che Lenin dedicò alla politica economica sovietica a partire dall’ottobre 1917, anno della presa del potere da parte dei Soviet, fino al marzo 1923, momento in cui la malattia che lo aveva colpito gli impedì di proseguire il suo lavoro per condurlo, quasi un anno più tardi, alla morte. Articoli, saggi, abbozzi di risoluzioni politiche, resoconti stenografici di interventi pubblici, appunti, promemoria. Economia della rivoluzione è un insieme eterogeneo di scritti – già editi in Opere Complete, pubblicate prima da Editori Riuniti e poi, ampliate, da Edizioni Lotta Continua – organizzati da Giacché secondo una scansione temporale: I) la presa del potere e i primi mesi di governo; II) lo scoppio della guerra civile e il comunismo di guerra; III) la Nuova politica economica.

Tre grandi capitoli all’interno dei quali prende corpo e si evolve la riflessione di Lenin, una riflessione che, nell’affrontare il problema dello sviluppo economico, continuamente si confronta con il portato della filosofia marxista e la sua ortodossia, riflette sulla necessità e sulla possibilità della formazione di una classe dirigente in un contesto arretrato, tratteggia i confini di una strategia politica costretta fra la ricerca del consenso, la dialettica con il capitalismo, l’imperialismo, si cimenta con i temi dell’emancipazione femminile.

Oltre cinquecento pagine che tornano attuali sia perché portatrici di una riflessione radicalmente alternativa al modo di produzione capitalistico, sia come esempio di un pensiero temerario, al tempo stesso rigoroso e pragmatico.

palermograd

Violenti desideri

di Tommaso Baris

1977 p

Forse sono un po’ svanito/ma il domani non esiste
e quest’oggi io non voglio essere triste

Gianfranco Manfredi, Ma non è una malattia, 1976

Il volume di Alessio Gagliardi (Il 77 tra storia e memoria, Manifestolibri, Roma, 2017, p. 122, euro 12) torna a ragionare sul ’77, ponendosi alcuni obiettivi precisi. Il primo è fuoriuscire dalla memoria e dalla rievocazione individuale come chiave di lettura di quel periodo. È un approccio, nota l’autore, che oscillando tra silenzio e ostentata rivendicazione “ha steso sul ’77 una coltre di reticenze, omissioni, distorsioni, prese di distanza, o al contrario, strumentalizzazioni celebrative” (p. 10). Il secondo è ridiscutere l’interpretazione oggi diventata senso comune e riproposta con forza dai principali media che hanno ridotto un complesso ed articolato movimento sociale “all’aspetto della violenza, che pure fu uno degli elementi distintivi”, identificando con essa l’intera esperienza del ’77, mentre sono stati lasciati fuori da ogni attenzione “altri elementi non meno rilevanti” (p.11). Il terzo è ripensare l’immagine, trasversalmente diffusa, del ’77 come “sintomo, spia, epitome di un momento di transizione” (p. 12) dell’Italia, dal fordismo al post-fordismo, dalla fabbriche al terziario avanzato, dai grandi partiti di massa e movimenti collettivi ai partiti personali e alla politica della società liquida; insomma il ’77 letto come anticipazione della modernizzazione degli anni Ottanta caratterizzata infine dalla crisi della politica e dal ritorno al privato.

palermograd

Come hanno vinto i bolscevichi

di Alexander Rabinowitch

13clt01af01Nel mio contributo vorrei rivisitare le principali conclusioni dei miei scritti sul 1917, soprattutto per ciò che riguarda la spinosa, e tuttora profondamente politicizzata questione, su come i bolscevichi hanno prevalso nella lotta per il potere a Pietrogrado nel 1917. Tuttavia, lasciatemi iniziare con poche parole sulle opinioni degli storici che in precedenza si sono occupati di quest’argomento.

Per gli studiosi sovietici, la Rivoluzione d’ottobre del 1917 fu la legittima espressione della volontà delle masse rivoluzionarie di Pietrogrado: un’insurrezione popolare armata a sostegno del potere bolscevico, guidata da un partito d’avanguardia fortemente disciplinato e brillantemente diretto da V.I. Lenin. Gli storici occidentali, d’altro canto, tendevano a vedere il successo dei bolscevichi come conseguenza della debolezza del governo provvisorio nei confronti della sinistra radicale; un incidente storico o, più spesso, il risultato di un golpe militare ben riuscito, privo di un significativo sostegno popolare, realizzato da una piccola, compatta, profondamente autoritaria e cospirativa organizzazione controllata da Lenin e sovvenzionata dalla nemica Germania. Per gli storici che esprimono quest’ultima opinione – tra cui, attualmente, molti studiosi russi – la struttura e le pratiche del partito bolscevico nel 1917 rappresentano l’ineludibile antecedente dell’autoritarismo sovietico.

blackblog

Marx e la Rivoluzione francese; la "poesia del passato"

di Michael Löwy

rivoluzione direct thumb3Nel momento in cui esce nelle sale il film di Raoul Peck sul giovane Marx, vale la pena interrogarsi sul rapporto che aveva Marx con la rivoluzione, ed in particolare con la Rivoluzione francese. Infatti, secondo Michael Löwy, Marx è stato letteralmente affascinato dalla Rivoluzione francese, così come molti altri intellettuali tedeschi della sua generazione: ai suoi occhi, essa era semplicemente la rivoluzione per eccellenza - più precisamente «la più colossale rivoluzione [Kolossalste]» [*1].

Si sa che nel 1844, Marx aveva intenzione di scrivere un libro sulla Rivoluzione francese, a partire dalla storia della Convenzione. Nel 1843, egli aveva cominciato a consultare delle opere, a prendere delle note, a spulciare attentamente periodici e collezioni. Queste erano soprattutto delle opere tedesche - Karl Friederich Wilhelm, Ernst Ludwig Wachsmuth - ma in seguito predominano i libri francesi, fra i quali le memorie di Levasseur [montagnardo che aveva fatto parte della Convenzione], i cui estratti avevano riempito molte pagine dei quaderni di note di Marx redatti a Parigi nel 1844. Oltre a questi quaderni (riprodotti da Maximilien Rubel nel III volume delle "Œuvres" pubblicate nella "Pléïade"), i riferimenti citati in quegli articoli o in quei quaderni (soprattutto negli anni 1844-1848) testimoniano sulla vasta bibliografia consultata: La "Histoire parlementaire de la Révolution française", di Buchez et Roux, La "Histoire de la Révolution française", di Louis Blanc, quelle di Carlyle, Mignet, Thiers, Cabet, dei testi di Camille Desmoulin, Robespierre, Saint-Just, Marat, ecc. Si può trovare un resoconto parziale di questa bibliografia nell'articolo di Jean Bruhat su «Marx et la Révolution française», pubblicato negli «Annales historiques de la Révolution française», nell'aprile-giugno del 1966.

marx xxi

L'economia della rivoluzione

di Ascanio Bernardeschi

Riflessioni a partire da un importante lavoro di Vladimiro Giacché

rivol.industrAntonio Gramsci definì l'Ottobre russo una rivoluzione contro il capitale, in quanto si discostava dalle previsioni marxiane secondo cui la rivoluzione sarebbe stata possibile in paesi ad avanzato sviluppo capitalistico e non nell'arretrata Russia. Probabilmente il grande dirigente politico e teorico italiano non poteva disporre di alcuni scritti dell'ultimo Marx proprio sulla Russia che non escludevano invece una possibilità di rottura rivoluzionaria in quel paese [1]. Ma a prescindere da ciò, Gramsci aveva ragione a respingere le posizioni dogmatiche che pretendevano un'applicazione senza mediazioni della teoria del Capitale a tutte le situazioni.

Questa teoria, che poi in realtà è un grande abbozzo incompiuto, è stata elaborata a un elevato livello di astrazione: parla del modo di produzione capitalistico, dei suoi caratteri generali, comuni a tutte le realtà economico-sociali in cui prevale tale modo di produzione.

Naturalmente essa è indispensabile per individuare, partendo da questi caratteri generali, le particolarità delle singole, diverse realtà. Ma andremmo fuori strada se pensassimo che basti usare questa teoria generale per giungere a corrette decisioni politiche contingenti.

marx xxi

Il giudice, il prigioniero... e i romanzieri

di Domenico Losurdo

Prefazione al volume “Gramsci e il giudice” di Ruggero Giacomini

RockXGramsci Web e1493280234104Tra i tormenti che affliggono Gramsci in carcere c’è un dubbio, semplice e atroce: i suoi compagni di partito si stanno realmente impegnando per la sua liberazione, oppure c’è qualcuno che trama nell’ombra per ostacolarla o renderla impossibile? A partire da questo dubbio, alcuni interpreti si sono sbizzarriti in ricostruzioni romanzesche, al cui centro campeggia l’avventurosa affermazione secondo cui il grande pensatore e rivoluzionario avrebbe concluso la sua esistenza dando l’addio alla militanza comunista. Ho parlato di ricostruzioni romanzesche per il fatto che esse si fondano sul nulla. Non solo i Quaderni, anche le Lettere dal carcere testimoniano sino alla fine l’interesse simpatetico di Gramsci per il paese scaturito dalla rivoluzione d’Ottobre.

Non vengono trascurati neppure gli aspetti più minuti: lo dimostrano i riferimenti positivi (nelle lettere al figlio Delio dell’estate e del novembre 1936) al «giornale dei pionieri» e alla «giovane e valorosa filologia sovietica»,  alla «letteratura fresca» e «criticamente elaborata»  sviluppatasi in Unione Sovietica su Puškin e Gogol (LC,  ed. a cura di A. A. Santucci, Palermo 1996, pp. 779 e 786). Ed è sempre del 1936, anche se il mese è imprecisato, una lettera a Giulia in cui come punto di forza dell’educazione del figlio Delio viene sottolineato il fatto che egli ha vissuto non «la vita meschina e angusta di un paese della Sardegna» bensì la vita di «una città mondiale dove confluiscono enormi correnti di cultura e di interessi e di sentimenti che raggiungono anche i venditori di sigarette della strada» (LC, p. 794).

militant

Conversazioni con Stalin, di Milovan Gilas

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

9788868022105 0 0 0 75Ovviamente scomparso dalle librerie, torna rieditato da Pgreco Conversazioni con Stalin, il libro di memorie del dirigente comunista jugoslavo Milovan Gilas, al tempo della pubblicazione (1962) già compromesso con l’anticomunismo e di lì a poco definitivamente venduto all’Occidente. Nonostante ciò, si tratta di un libro bellissimo, per chi lo sa leggere. In prima battuta è semplicemente lo sfogo dell’ex dirigente in rotta col suo partito. Grattata via la superficie del rancore emerge il punto di vista intimo di un capo comunista, per anni ai vertici del movimento comunista jugoslavo, posizione che gli ha permesso numerosi incontri con la dirigenza sovietica e in primo luogo con Stalin. Da questi incontri Gilas ne ricava un’antropologia del potere sovietico e un’essenza del comunismo. Ma andiamo con ordine.

C’è un fatto che caratterizza i rapporti tra Jugoslavia e Urss, e che difficilmente si ritroverà nelle relazioni tra Unione sovietica e gli altri paesi del glacis: nonostante l’ovvia “devozione” per Stalin e l’Urss, il gruppo dirigente jugoslavo cercò di mantenere sempre le relazioni politiche su di un piano di parità e di indipendenza. Fatto questo reso possibile dalla particolare evoluzione della Resistenza jugoslava che, come noto, si liberò autonomamente dell’invasore nazi-fascista, ma non solo: in Jugoslavia si sviluppò parallelamente alla guerra d’indipendenza una massacrante guerra civile contro le formazioni monarchico-nazionaliste cetniche. Una doppia guerra che portò sia alla Liberazione che alla nascita di un nuovo Stato. Questo fatto impresse al comunismo jugoslavo la sua originalità nonché la predisposizione a salvaguardare gelosamente le conquiste epocali prodotte dalla Resistenza-Rivoluzione del ’41-’45. Di questa indipendenza sono intrise le pagine di questo diario.

diacronie

Cosa fare dell’anniversario del 1917?

di Valerio Romitelli

N31 ROMITELLIA cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, ci si trova di fronte a interrogativi e riflessioni sull’eredità di un evento che ha cambiato radicalmente il volto del XX secolo. Il crollo del socialismo reale si è portato appresso uno stigma che ha reso difficile un’analisi critica e possibilmente priva di pregiudizio sulla portata effettiva del 1917 e sul grande periodo di cambiamenti sociali e movimenti emancipatori che essa ha innescato.

Questo contributo, senza aspirare ad una esaustiva rassegna storiografica, vuole mettere in luce i principali nodi della riflessione sul 1917 e le sue conseguenze di lungo periodo prendendone in considerazione analisti e critici e cercando di trarre alcune conclusioni sulla pesante eredità della più importante rivoluzione della contemporaneità.

* * * *

Ci sono centenari dall’immensa portata simbolica. Caso clamoroso da tale punto di vista è quello della Rivoluzione Francese del 1789: che nell’Ottocento costituì un’importante occasione per il formarsi della socialdemocrazia in Europa e che invece nel Novecento registrò il disfarsi dell’Unione sovietica col conseguente crollo di credibilità di tutto il comunismo. Ben diversamente il centenario in corso della Rivoluzione dell’ottobre 1917 in Russia, fino a imprevedibili prove contrarie, non pare sancire alcunché di simbolicamente rilevante.

gramsci oggi

La Rivoluzione d'Ottobre e i movimenti di liberazione nazionale

di Spartaco A. Puttini

Rivoluzione RussaA un secolo dall’assalto al palazzo d’Inverno cosa resta dell’Ottobre?

Cosa resta della rivoluzione russa, dopo il crollo dell’URSS e la dissoluzione del campo socialista? Dopo il collasso dei sistemi politici novecenteschi e la fine del compromesso tra capitale e lavoro che ha caratterizzato la seconda metà del XX secolo, in seguito alla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale e all’ombra della competizione bipolare?

A un primo sguardo sommario una risposta potrebbe essere “non molto”. Eppure molte delle conquiste che sono scaturite dal ’17, secondo un processo tortuoso e mai rettilineo, continuano a interessare il nostro mondo.

Una su tutte: il risveglio dei molti Sud del pianeta dalla colonizzazione di cui sono stati vittime nel ciclo storico imperialistico precedente la rivoluzione del ’17.

Come ha scritto lo storico britannico Geoffrey Barraclough, “Quando la storia della prima metà del ventesimo secolo […] verrà scritta in una più ampia prospettiva, è difficile che un solo tema si riveli più importante della rivolta contro l’Occidente”1.

palermograd

La Rivoluzione d'Ottobre

di China Miéville*

Ottobre rosso1 800X400 800x400L’alba del 25 si avvicinava. Kerensky, disperato, lanciò un appello ai cosacchi «in nome della libertà, dell’onore e della gloria del nostro Paese natio […] per venire in aiuto del Comitato centrale esecutivo del soviet, della democrazia rivoluzionaria e del governo provvisorio, e per salvare lo Stato russo morente».

Ma i cosacchi volevano sapere se la fanteria stesse arrivando. La riposta del governo fu evasiva, e allora tutti, ad eccezione di pochi fedelissimi, risposero che non erano disposti ad agire da soli «facendo da bersagli viventi».

Ripetutamente, in diversi punti della città, il Comitato militare rivoluzionario (Cmr) disarmava senza colpo ferire le guardie fedeli al governo, invitandole semplicemente a tornarsene a casa. Nella maggior parte dei casi, esse obbedirono. Gli insorti occuparono il Palazzo dei genieri semplicemente entrandovi. «Entrarono e si misero a sedere, mentre quelli che erano seduti si alzarono e se ne andarono», secondo un aneddoto. Alle sei del mattino quaranta marinai rivoluzionari si diressero verso la Banca di Stato di Pietrogrado, le cui guardie, del reggimento Semenovsky, si erano dichiarate neutrali: avrebbero difeso la banca da rapinatori e criminali, ma non avrebbero preso posizione tra reazione e rivoluzione, né sarebbero intervenuti. Si fecero allora da parte e lasciarono che il Cmr prendesse il loro posto.

gramsci oggi

La rivoluzione d'Ottobre continua

di Bruno Casati

lenin arringa i delegatiL’insurrezione in Russia dell’Ottobre di 100 anni fa fu l’atto conclusivo, liberatorio, di un lungo processo rivoluzionario. Un processo che si apre e si chiude a Pietrogrado, la capitale dell’impero, e poi dilaga nell’immenso paese.

Si apre nel 1905 in quella che passò come “la domenica di sangue” quando, davanti al Palazzo dello Zar, i soldati massacrarono il popolo inerme che chiedeva pane, pace e libertà. Migliaia i morti e i feriti in quell’eccidio spaventoso voluto dall’autocrazia che da oltre tre secoli opprimeva i cittadini russi che, quel giorno, supplicavano lo Zar, ingenuamente chiedendogli di rinunciare ad essere quel che era (questa prima parte dell’articolo è liberamente estratta da alcune pagine del recente libro di Angelo D’Orsi “1917, l’anno della Rivoluzione” Editore Laterza). Ingenuità del popolo, stolta crudeltà dello Zar. Ma è proprio in quel giorno tragico, che si ripeterà mesi dopo a Mosca, che si avvia la Rivoluzione Russa. Una rivoluzione che non dispone né di una guida, ne di una strategia: è un Movimento. E tale resta anche 12 anni dopo quando, nel Marzo 1917, ancora il popolo di Pietrogrado in rivolta, sempre per il pane, la pace e la libertà, si trova di nuovo schierati davanti i soldati dello Zar che, questa la novità, si rifiutano di sparare e si ammutinano: “la guarnigione della capitale ha issato la bandiera rossa”, così Leone Trotsky nella sua fondamentale “Storia della Rivoluzione Russa”.

marxismoggi

Un “ponte sull’abisso”. Lenin dopo l’Ottobre

di Alexander Höbel

Rivoluzione di ottobreIn occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre, si sta opportunamente riaprendo la discussione sul significato e il valore storico di quella straordinaria svolta che ha segnato di sé l’intero XX secolo e che si riflette, per alcuni aspetti, a partire dal mutamento dei rapporti di forza tra aree del mondo, sulla nostra stessa contemporaneità.

In questo quadro è essenziale approfondire il significato ma anche i problemi di quella esperienza. Se l’obiettivo della Rivoluzione socialista era quello di sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà cosciente e organizzata delle masse, in vista del benessere collettivo, Lenin fu sempre consapevole della difficoltà di tale sfida, in particolare in un paese arretrato come la Russia del 1917.

La consapevolezza di tale difficoltà andò crescendo nei mesi e negli anni successivi alla presa del potere, senza però trasformarsi mai in una diversa valutazione sulla svolta dell’Ottobre, anzi sempre ribadendo la giustezza della scelta fatta, l’opportunità di aver colto il momento, di aver sfruttato al meglio le possibilità offerte da una eccezionale contingenza storica.

All’indomani dell’Ottobre, Lenin individua come “uno dei compiti più importanti” quello di “sviluppare il più largamente possibile questa libera iniziativa degli operai [...] e di tutti gli sfruttati [...] nel campo dell’organizzazione.

sinistra

Rivoluzione russa e sua mitologia

di Michele Castaldo

Ottobre2Il peggior servizio che si possa prestare a un grande evento sociale, di portata storica, come quello in Russia nei primi anni del XX secolo è di renderlo un mito. I miti la storia li disvela per quel che sono, crollano evidenziando l’imponenza del grande evento.

La rivoluzione russa non comincia nel 1917, ma nel 1861, con la cosiddetta abolizione della servitù della gleba. Si trattava di un’abolizione formale – nel senso che il bracciante agricolo non era più vincolato al diritto di proprietà del padrone del fondo feudale. Sul piano sostanziale però i servi avevano avuto la possibilità di acquistare pezzi di terra – i peggiori ovviamente – e a condizioni capestro sia dallo Stato che dagli ex proprietari. In questo modo i servi divenuti formalmente titolari di un lotto di terra erano costretti a pagare la quota per l’acquisto o allo Stato, o all’ex proprietario, o alle banche che avevano finanziato l’acquisto. Il povero contadino non potendo pagare in moneta era costretto a pagare in natura e dunque lavorava il proprio pezzo di terra il cui raccolto doveva servire per pagare una parte dei debiti; e per pagare l’altra parte dei debiti era costretto – unitamente ai propri familiari a lavorare la tenuta del pomescik, cioè l’ex proprietario. Nel corso degli anni accadde che la gran parte degli ex servi della gleba furono costretti a vendere la terra agli aristocratici o ai contadini ricchi come i kulaki e a essere di nuovo sottomessi al lavoro dei campi come braccianti piuttosto che come servi, questa era l’unica differenza tra la vecchia servitù della gleba e la nuova che si era andata sviluppando.