Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

militant

Alle radici del nostro presente

di Militant

010 lucas milano 68 73cQuesta Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento.

comuneinfo

1977, una storia appena iniziata

Marvi Maggio

614“La nostra lotta è anche una lotta per la
memoria contro l’oblio… una politicizzazione
della memoria che distingue la nostalgia,
che vorrebbe che qualcosa fosse come era,
un tipo di atto senza utilità, da quel
ricordare che serve ad illuminare e
trasformare il presente
” 
(bell hooks,
Yearning: race, gender and cultural politics,
Turnaround, London, 1991)

Costruire subito relazioni sociali senza sessismo, leaderismo, sfruttamento, nei luoghi di lavoro, nella famiglia, nella società, nella vita di ogni giorno. Difendere l’autonomia dei movimenti dalle istituzioni, superare il mito operaista del lavoro ma anche l’idea di sviluppo fondata sullo sfruttamento e sulla moltiplicazione delle merci. C’è bisogno di rimettere al centro l’eredità del ’77: di certo quel movimento non aveva l’obiettivo di prendere il potere. Per questo le classi dominanti non sapevano che pesci prendere. Per questo è ancora indigesto a tanti.

carmilla

Una selvaggia e incontenibile voglia di libertà

di Sandro Moiso

Silvio Borione – Giaka, Una fame instancabile. Partigiani a Torino, Red Star Press 2017, pp. 204, € 14,00

unafameNonostante la straordinaria lezione di Gianni Bosio e Danilo Montaldi e l’opera di Cesare Bermani, si può dire che la storia orale non ha mai avuto molto successo nella storiografia italiana. Né in quella passata né in quella presente, compresa quella che dovrebbe bazzicare gli ambienti antagonisti. Sarà forse per questo motivo che diversi ricercatori attenti all’evolversi dei movimenti sociali, nel corso degli ultimi anni, hanno preferito rivolgersi agli strumenti dell’antropologia.

Negare la storia orale significa, sostanzialmente, togliere la parola agli ultimi e negare, troppo spesso e nei fatti, il diritto alle classi oppresse di ricostruire la loro storia oppure la Storia tout court.

Negare la lingua con cui gli oppressi si esprimono, negare la visione dal basso della storia grande e piccola per consegnare la ricostruzione del passato agli specialisti e agli accademici significa, ancora, lasciare che siano i vincitori, oppure i promotori di accordi fortemente marcati dalla rinuncia alla difesa degli interessi della maggioranza della società a definire ex-post quale sia e quale debba essere l’unica verità storica accettabile.

Che questo conduca poi all’apprezzamento di specialisti farlocchi, come sta avvenendo in questo quarantesimo anniversario del Movimento del ’77, oppure alla ritrattazione e revisione continua della memoria storica, come avviene in occasione di ogni 25 aprile, non costituisce altro che un corollario del precedente assunto. Poiché, semplificando al massimo, è soltanto la memoria dal basso che può vegliare sulla Memoria.

micromega

L’eredità tossica del Novecento

di Pierfranco Pellizzetti

François Furet, Il passato di un’illusione, Mondadori, Milano 1995
Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995

furet hobsbawn 510Il nostro secolo prova che la vittoria degli
ideali di giustizia e di eguaglianza è sempre
effimera, ma, se si riesce a salvaguardare la
libertà, si può ricominciare da capo»[1].
Leo Valiani

Per la prima volta nella storia, un mondo
interconnesso e indipendente sarà privo di
un singolo centro di gravità o di un angelo
custode globale»[2]
Charles A. Kupchan

Due sguardi sul secolo breve

Nell’anno di grazia 1995 l’asfittico panorama librario italiano venne mandato in fibrillazione dall’uscita contemporanea dei ponderosi saggi di due grandissimi storici – François Furet ed Eric Hobsbawm – dedicati al medesimo tema; in una sorta di illogica concorrenza distruttiva tra editori: il lascito del secolo morente, considerandolo compresso in un arco temporale ridotto rispetto alle dieci decadi canoniche.

altronovec

Pensare il 68

di Pier Paolo Poggio

sessantotto a8a7b 1Pensare il 68 a cinquant'anni di anni di distanza presuppone la messa a fuoco di alcune considerazioni preliminari sul 68 come oggetto storico. Le elenco in ordine sparso: esiste una storiografia sul 68 ? E se sì con quali caratteristiche, a livello nazionale-italiano, ovvero internazionale, o locale. Quali che siano le risposte un primo tema parrebbe essere il bilancio della storiografia sul 68; il che però si collega subito a uno dei topos più ricorrenti: quanto è durato il 68, quando iniziato e quando finito? Cosa che rimanda alle diverse partizioni spaziali di cui sopra, tenendo presente che una delle interpretazioni che vanno (andavano ?) per la maggiore sostiene che il 68 è il primo evento storico globale ( rischiando di dimenticare la Seconda guerra mondiale e l'inaugurazione dell'era atomica).

Una volta stabilito che il 68 c'è stato, quale che ne fosse la consistenza, l'importanza, l'estensione, le cause e le conseguenze, bisogna individuare quali sono stati gli attori del 68. Qui ci sono state forse più analisi sociologiche che storiche, in ogni caso è uno dei terreni cruciali, anche perché è un tema, a suo tempo, fortemente influenzato dalle ideologie degli attori in campo. In ogni caso mi sembra ineludibile inserirlo nel progetto di pensare il 68, individuando l'esistenza (o meno) di tale tipo di indagine e per quali aree e contesti.

marx xxi

«Concentrare tutte le forze» contro «il nemico principale»

Togliatti e la lotta per la pace ieri e oggi

di Domenico Losurdo

togliatti«Una delle qualità fondamentali dei
bolscevichi […], uno dei punti
fondamentali della nostra strategia
rivoluzionaria è la capacità di
comprendere ad ogni istante quale è
il nemico principale e di saper
concentrare tutte le forze contro questo
nemico».

(Rapporto al VII Congresso
dell’Internazionale Comunista)

1. Democrazia e pace?

Conviene prendere le mosse dalla guerra fredda. Per chiarire di quali tempi si trattasse mi limito ad alcuni particolari. Nel gennaio del 1952, per sbloccare la situazione di stallo nelle operazioni militari in Corea, il presidente statunitense Harry S. Truman accarezzava un’idea radicale che trascriveva anche in una nota di diario: si poteva lanciare un ultimatum all’Unione Sovietica e alla Repubblica popolare cinese, chiarendo in anticipo che la mancata ottemperanza «significava che Mosca, San Pietroburgo, Mukden, Vladivostock, Pechino, Shangai, Port Arthur, Dalian, Odessa, Stalingrado e ogni impianto industriale in Cina e in Unione Sovietica sarebbero stati eliminati» (Sherry 1995, p. 182).

carmilla

Tutto deve essere rimesso in questione

Victor Serge e la Russia post-rivoluzionaria

di Sandro Moiso

Victor Serge, Da Lenin a Stalin. 1917-1937 Cronaca di una rivoluzione tradita, Prefazione di David Bidussa, Bollati Boringhieri 2017, pp.185, € 15,00

lenin stalin plimlCon la ripubblicazione, a ottant’anni di distanza dalla sua prima edizione e a quarantaquattro anni dalla prima edizione italiana, dell’efficace sintesi di Victor Serge della storia della rivoluzione bolscevica, dai suoi esordi alle grandi purghe degli anni Trenta, la casa editrice Bollati Boringhieri sembra essersi accollata il merito di inaugurare un anno che molto probabilmente sarà, nel bene e nel male, ricco di rievocazioni di un evento fondamentale per la storia del Novecento.

Anno che correrà il rischio di vedere schierate da un lato le rievocazioni tardo-nostalgiche e acritiche e dall’altro le interpretazioni più distruttive e liquidatorie di un avvenimento rivelatosi determinante sia per la storia del movimento operaio che per quella del XX secolo.
Un avvenimento che nel suo catastrofico decorso, dall’avvento di una speranza concreta in una rivoluzione internazionale al suo volgersi in elemento fondamentale della controrivoluzione, ha meritato, merita e meriterà ancora per lungo tempo un’analisi attenta e complessa del suo svolgimento, delle sue intime contraddizioni e dei motivi del capovolgimento finale dei suoi presupposti.

Il testo di Serge, scritto e pubblicato all’estero, mentre quella orrenda trasformazione da faro della rivoluzione proletaria internazionale a mostruosa macchina dittatoriale e controrivoluzionaria era nel pieno della sua attuazione, può ancora costituire un primo, illuminante esempio di tentativo di analisi critica dei fatti che avrebbero coinvolto non solo il destino di centinaia di migliaia di militanti rivoluzionari e di milioni di proletari e contadini russi, ma anche di milioni di operai e militanti e tutti i partiti comunisti del resto del mondo.

sebastianoisaia

1917 – 2017. A un secolo dal grande azzardo

di Sebastiano Isaia

1269615887288 bogdanov gorki e lenin a capri aprile 1908Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. L’appellarsi ad uno schema di stadi della società che post festum mostra l’impotenza di un’epoca passata, in quel momento sarebbe stato teoricamente sbagliato e politicamente vile. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e Lutero contro Munzer, l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).

Pare che al volgere dell’anno 1916 lo Zar Nicola II lasciasse cadere sul popolo russo, sfiancato da due anni di terribile guerra, le lapidarie quanto poco – o molto, dipende dai punti di vista – profetiche parole che seguono: «Il 1916 è stato un anno molto difficile, ma il 1917 sarà un trionfo». Sappiamo come andò a finire. In effetti un trionfo, alla fine del ’17, ci fu, ma Nicola II non pensava certo a Lenin e ai suoi compagni quando pronunciò l’ultimo augurio di fine/inizio anno nella sua qualità di Zar di tutte le Russie.  D’altra parte i regnanti e i governanti in genere hanno l’obbligo dell’ottimismo: «Oggi va malissimo, e nessuno può negarlo; ma domani, statene pur certi, sarà tutta un’altra cosa, e chi lo nega non è che un disfattista».

trad.marxiste

Il comunismo nella storia cinese

Riflessioni su passato e futuro della Repubblica popolare cinese

di Maurice Meisner

cina12I. Introduzione

I critici di Mao Zedong paragonano spesso gli ultimi anni del Presidente a quelli di Qin Shihuangdi, il primo Imperatore che nell’anno 221 a.C. unificò i vari regni feudali dell’antica Cina in un impero centralizzato sotto la dinastia Qin, la prima in una serie lunga 2000 anni di regimi imperiali. Nella tradizionale storiografia confuciana, il Primo imperatore viene ritratto come l’epitome del governante malvagio e tirannico – non da ultimo perché mise al rogo tanto i libri quanto gli studiosi di tale tradizione. Mao Zedong, negli ultimi anni del suo stesso regno (i Sessanta e i primi Settanta), abbracciò con entusiasmo l’analogia storica, lodando il Primo imperatore e il suo ministro legista Li Si per aver promosso il progresso storico nell’antica Cina, sgravata delle antiquate tradizioni del passato. Mao, inoltre, difese la durezza del governo del Primo imperatore (e implicitamente il proprio governo) quale modello di vigilanza rivoluzionaria necessaria alla soppressione dei reazionari e all’accelerazione del movimento progressivo della storia.

L’immedesimazione di Mao Zedong col Primo imperatore ha rinsaldato una forte tendenza diffusa tra gli storici occidentali ad ipotizzare un’essenziale continuità fra il lungo passato imperiale cinese ed il suo presente comunista. La Repubblica popolare, secondo tale punto di vista, appare come l’ennesima dinastia in una lunga serie che ha caratterizzato la Cina, con Mao Zedong esponente di un’altrettanto lunga serie di imperatori cinesi; la burocrazia comunista quale reincarnazione di quella imperiale; ed il marxismo/pensiero di Mao Zedong, come ideologia ufficiale dello stato, in un ruolo funzionalmente simile a quello del confucianesimo imperiale sotto il vecchio regime (1).

ilcomunista

Marc Bloch oltre la nouvelle histoire

Prospettive teoriche da riscoprire*

Adriana Garroni

Con questo articolo si ripercorrere una tappa fondamentale della storia della storiografia moderna: la reazione contro il positivismo del tardo XIX sec. fino all’elaborazione di nuovi metodi e nuovi oggetti della ricerca storica novecentesca. Si propone un’analisi del dibattito storiografico francese novecentesco, dalla storia totale di Marc Bloch e Lucien Febvre alle riflessioni di Le Goff e altri storici sulla antropologia storica e sulla, tanto celebrata quanto criticata, dilatazione dell’ambito della ricerca storica. Si sostiene la necessità di riscoprire quegli strumenti intellettuali di analisi e di sintesi, ravvisabili certamente nell’opera di Bloch, coi quali elaborare non solo nuove sintesi della conoscenza storica, ma anche una interpretazione complessiva delle nostre società, che è condizione necessaria per il loro miglioramento

Prise de la BastilleGli ultimi decenni del XIX sec. furono caratterizzati da una vera e propria “rivolta contro il positivismo”;1 come ha scritto lo studioso italiano Angelo D’Orsi, dall’«avvento di una nuova epistéme, ossia l’insieme delle concezioni e dei modi di considerare e organizzare i processi della conoscenza»,2 ponendo così le basi per il salto qualitativo della storiografia novecentesca.

La nuova storia si proponeva di accogliere i migliori risultati della storiografia positivista e le innovazioni metodologiche e interpretative apportate dalle altre scienze sociali. Influenzati dal marxismo, gli storici statunitensi furono i primi a parlare di new history3 e a dare nuova enfasi ai fattori socio-economici nella spiegazione storica. Cominciarono a occuparsi di intellectual history e respinsero le divisioni disciplinari per concentrarsi sui legami che le diverse attività umane intrattengono con la storia delle società. E così, nel corso del Novecento si affermò in Europa e negli Stati Uniti l’attenzione verso la storia della cultura in senso generale, delle idee e delle abitudini mentali degli uomini in una data epoca e in un dato ambiente. Si trattò di una trasformazione complessiva della scienza storica, dei suoi oggetti e del suo metodo, che avrà esiti diversi nei diversi ambienti intellettuali. A questo proposito D'Orsi ha osservato che:

404notfound

[TraDueMondi] Il percorso di Vittorio Foa

Teorie ed esperienze di democrazia industriale

Bruno Settis*

vittorio foaTra gli ostacoli che sbarrano la strada a una comprensione del nostro presente vi è quella visione semplificata, quando non caricaturale, del Novecento, che vediamo condivisa da retoriche diverse – anche schierate su fronti politici opposti: una visione che, in estrema sintesi, lo definisce come il secolo della grande fabbrica, della quale la società, la politica, il sindacato avrebbero riprodotto, specie nel trentennio del compromesso “keynesiano” (“età dell’oro” nello schema del Secolo breve di Hobsbawm), sia la capacità di generare prosperità che la fondamentale rigidità delle strutture. A tale presunta rigidità ci siamo abituati a sentir contrapporre – e abbiamo imparato a diffidarne – l’apparato retorico della flessibilità: del resto, osservava Vittorio Foa più di trent’anni fa, a diventare più flessibili, ideologicamente e politicamente, sono state in primo luogo le classi dominanti, e «proprio perché il nemico storico è diventato così flessibile, dobbiamo riconoscere nella sua flessibilità una serie di finalità di cui non abbiamo nemmeno l’idea.»[1]

Per tagliare questa nebbia di luoghi comuni, quale migliore chiave d’accesso che una figura come quella di Foa? Figura complessa, vasta, che si è contraddetta e ha riflettuto con lucidità su queste contraddizioni – in quello sforzo incessante di trasparenza che costituisce la caratteristica ispirazione dei suoi libri di memorie, ma anche dei suoi testi di storia – capace di contenere moltitudini («uomo plurale» s’intitolava il libro dedicatogli nel 2011 da Luigi Falossi e Paolo Giovannini) o almeno a lungo tesa a dar voce alla «classe operaia», di cui in quegli anni il sindacato e i partiti della sinistra andavano costruendo il linguaggio comune su scala nazionale, la forma organizzata di presa di parola (nei suoi testi ricorrono brani, anche lunghi, tratti dagli interventi di operai e delegati, citati accanto a Marx come vere e proprie autorità sulla vita in fabbrica).

sinistra

La storia terreno di scontro

Ottone Ovidi

fvmyndaCi sono persone che con la loro vita incarnano lo spirito di un determinato tempo storico. Raccontare la vita di queste persone è oggi più che mai fondamentale. Per molto tempo i contemporanei hanno avuto l’abitudine di rivolgersi al passato, nel tentativo di cercare esempi di vita o ispirazione. Poteva avvenire sia per la costruzione di un immaginario legato al potere dominante, sia per la costruzione di immaginari “altri”, popolari e/o antagonisti. Negli ultimi decenni abbiamo però assistito al venir meno della capacità dei movimenti di classe o più genericamente di protesta di creare, attraverso battaglie culturali e/o politiche, un immaginario conflittuale in cui i singoli individui potessero riconoscersi, al di là dello specifico vissuto personale.

Allo stesso tempo la società neoliberista, sulla spinta della vittoria ottenuta contro i movimenti rivoluzionari e della pacificazione armata che è seguita in Europa, ha dimostrato ancora una volta la capacità della società del capitale di sussumere i modelli di vita delle sottoculture, in diversi modi a seconda del livello di resistenza di cui i diversi segmenti di popolazione erano portatori, di appropriarsene e metterli a valore, evitando così anche la possibilità che una loro politicizzazione potesse farli diventare pericolosi.

coordinamenta

Un filo rosso: Rosa Luxemburg e Ulrike Meinhof

di Elisabetta Teghil

tumblr kr1gk99Kzq1qzt0f0o1 500“No, non voglio essere una delle vostre donne confezionate col cellophane. Non voglio essere presenza tenera di piccole risate e di sorrisi stupidamente allettanti e dovermi sforzare di essere quel tanto triste e ammiccante e al tempo pazza e imprevedibile e poi sciocca e infantile e poi materna e puttana e poi all’istante ridere pudica in falsetto a una vostra immancabile trivialità.” Ulrike Meinhof  

* * *        

Il libro appena uscito per le Edizioni Gwynplaine  “Ulrike Meinhof, una vita per la rivoluzione-R.A.F. Teoria e prassi della guerriglia urbana” a cura di Giulia Bausano e Emilio Quadrelli su Ulrike Meinhof e sui documenti della RAF, viene a distanza di 37 anni da quando l’editore Bertani pubblicò “La guerriglia nella metropoli -Testi della RAF e ultime lettere di Ulrike Meinhof”.

In quella occasione in una nota, l’editore rammentò un articolo della stampa mainstream che ipotizzava che in un “covo” erano stati ritrovati degli scritti della RAF con un elenco di nomi fra cui un certo “George Bertein”. Era facile fare il collegamento fra questa presunta scoperta e il nome dell’editore Giorgio Bertani.

palermograd

Lenin e l'ombra lunga del militarismo

Unione Sovietica, partito bolscevico, Gramsci in alcuni recenti contributi storiografici

di Tommaso Baris

In seguito all’incontro seminariale di martedì 1 marzo tenuto presso il circolo Rosa Luxemburg, pubblichiamo una riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica scritta da Tommaso Baris, docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo

Revolución marzo rusia russianbolshevik00rossuoftLa storiografia italiana si è arricchita recentemente di alcuni importanti contributi sulla storia dell’Unione Sovietica, permettendoci di rendere estremamente più articolata l’immagine dell’Urss costruita nel nostro paese. In particolare punto di partenza di questa riflessione sono i lavori di Silvio Pons e di Andrea Graziosi, che hanno condensato in due importanti volumi sul movimento comunista internazionale e sulla storia dell’Urss un pluriennale lavoro di ricerca[1].

Tra le tante questioni segnalate dai due volumi vale la pena soffermarsi su quella che mi pare cruciale: la forte correlazione esistente tra Grande Guerra e forma politica assunta dal partito bolscevico nel corso della sua presa del potere. Pons insiste molto su questo aspetto cruciale, sul fatto cioè che il bolscevismo, dinanzi al massacro della Prima guerra mondiale, abbia adottato un modello organizzativo strettamente militare, introiettando fortemente nella sua cultura politica le categorie e le forme organizzative tipiche di un moderno esercito di massa in vista del suo diventare il “partito della guerra civile”. L’idea di Pons è che questo tratto burocratico-militare costituisca l’essenza dell’approccio alla politica del bolscevismo e che caratterizzi quindi le scelte politiche non solo nel corso della guerra civile russa scoppiata dopo la presa del Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, ma che continui ad operare anche dopo la stabilizzazione dello Stato sovietico, tanto nelle sue relazioni interne che in quelle esterne.

sinistra

Ancora sull'«Effetto di sdoppiamento»

di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio

pitagoraQui di seguito una lettera del compagno Enrico Galavotti con la nostra risposta sulle discussione aperta con tema l'Effetto di sdoppiamento:

«Per me resta esagerato far risalire la civiltà a 9000 anni fa (singole città, come p.es. Gerico, non fanno testo perché rappresentano delle eccezioni). La nascita dell’agricoltura e dell’allevamento di per sé non implica la nascita delle classi. Diciamo che i problemi insorgono quando gli allevatori si contrappongono agli agricoltori, ma questo, su ampia scala, in varie parti del pianeta, ha cominciato ad avvenire 6000 anni fa. Una specializzazione in una mansione lavorativa di per sé non implica un antagonismo sociale.

Che poi una città come Gerico appartenesse allo stile collettivistico, quello stile tipico del paleolitico, per me è un controsenso. Una qualunque città esprime uno stile di vita non conforme a natura, quindi anticollettivistico per definizione. La città tende inevitabilmente a schiavizzare la campagna circostante, proprio perché non può pretendere l’autonomia alimentare. Essa implica già una sorta di stratificazione sociale e la comparsa della religione, che le è sempre correlata.