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trad.marxiste

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte quinta

‘Una questione fondamentale’: le glosse di Lenin alle Tesi di aprile

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice ‘Lenin respinge un travisamento delle Tesi di aprile’

lenin aNell’aprile del 1917 Lenin sfornava articoli per la Pravda con una cadenza sbalorditiva. Uno di questi articoli, “Una questione fondamentale”, venne scritto il 20 aprile e pubblicato il giorno seguente. Un testo che successivamente avrebbe trovato il proprio posto nelle Opere complete di Lenin, dov’è oggi facilmente reperibile. Non si tratta in alcun modo di un documento misconosciuto o da riportare alla luce – e tuttavia, nel contesto di un nuovo sguardo agli eventi della primavera 1917, “Una questione fondamentale” appare come un documento notevole e rivelatore. Pertanto, l’ho ritradotto di recente e ho provveduto a fornirne un commento.

Ufficialmente, questo articolo costituiva una controreplica a una critica delle Tesi di aprile, ad opera di Georgy Plekhanov, pubblicata il 20 aprile (una traduzione dell’articolo di Plekhanov si può trovare in appendice). In realtà, Lenin era meno interessato a confutare Plekhanov che a rassicurare i praktiki bolscevichi (gli attivisti di medio livello che compivano il lavoro pratico del partito). Sergei Bagdatev era appunto un praktik bolscevico, nonché un ardente sostenitore del potere al soviet; nella parte quarta di questa serie di post, abbiamo visto come egli esprimesse il timore che alcuni aspetti delle Tesi di Lenin potessero ostacolare la via all’instaurazione del potere del soviet. La sua preoccupazione di fondo riguardava le basi di classe della rivoluzione in corso: Lenin stava davvero affermando che non erano necessari i contadini come alleati, come sottinteso dalle Tesi di aprile e da svariati altri commenti? In “Una questione fondamentale”, Lenin rispondeva con enfasi a tale preoccupazione: no, non era ciò che intendeva, non lo era nel modo più assoluto.

 

Plekhanov sui ‘deliri’ di Lenin

Negli anni Ottanta dell’Ottocento, Plekhanov fu un pioniere nella divulgazione del messaggio di Marx, nonché nella sua applicazione alle condizioni della Russia, guadagnandosi in tal modo l’appellativo di “padre del marxismo russo”. Da allora, giocò sempre un ruolo significativo nella socialdemocrazia russa, sebbene spesso ben lontano dall’essere costruttivo.

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ist onoratodamen

Centenario della rivoluzione bolscevica: riproporne l’attualità

di Carlo Lozito

putilov che colpisce i lavoratori il primo giorno della rivoluzione di febbraio del 1917Nonostante gli innumerevoli tentativi di infiocchettarla da parte di un esercito di apologeti borghesi, la violenza dei rapporti di produzione borghesi è tale che si impone, a coloro che con occhi disincantati guardano lo stato di cose attuale, il compito di cambiare un sistema così ingiusto e antistorico tornando a ripensare la società dei liberi produttori associati indicataci da Marx. Sono in gioco il futuro dell’umanità e la vivibilità del pianeta.

“Ogni cosa oggi sembra portare in sé la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria. Le conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura. Sembra che l’uomo nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla propria abiezione. Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo tenebroso dell’ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano infondere una vita spirituale alle forze materiali e al tempo stesso istupidire la vita umana, riducendola a una forza materiale. Questo antagonismo fra l’industria moderna e la scienza da un lato e la miseria moderna e lo sfacelo dall’altro; questo antagonismo fra le forze produttive e i rapporti sociali della nostra epoca è un fatto tangibile, macroscopico e incontrovertibile. Qualcuno può deplorarlo; altri possono desiderare di disfarsi delle tecniche moderne per sbarazzarsi dei conflitti moderni o possono pensare che un così grande progresso nell’industria esiga di essere integrato da un regresso altrettanto grande nella politica. Da parte nostra non disconosciamo lo spirito malizioso che si manifesta in tutte queste contraddizioni. Nei segni che confondono la borghesia e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione. La storia è il giudice e il proletariato il suo esecutore.”

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scienzaepolitica

Nel segno del “Sessantotto”

di Sandro Mezzadra e Maurizio Ricciardi*

Abstract. Questa introduzione apre il numero monografico tracciando un percorso che parte dal Sessantotto per arrivare al neoliberalismo come sua risposta più articolata, senza la pretesa di darne un quadro esaustivo bensì per illuminare la complessità e la radicalità di una cesura. In questa ricostruzione il Sessantotto comincia molto prima, tanto che non è possibile stabilirne una data e un luogo d’inizio precisi. La contestazione dell’autorità, la messa in discussione del patriarcato, l’attivazione di soggetti eterogenei e spesso “imprevisti”: la critica spietata dell’esistente produce una crisi di legittimità che investe lo Stato, la società, il capitalismo e la scienza. In questo senso il Sessantotto si è dato come rivoluzione incompleta e anche per questo mai terminata

19681. Il “Sessantotto”, a cui è dedicata questa sezione di «Scienza & Politica», non può certo essere ridotto a un anno solare – e deve dunque necessariamente essere scritto tra virgolette. È cominciato molto prima di quell’anno e non è possibile stabilirne una data e un luogo d’inizio assoluti. Dien Bien Phu e la battaglia d’Algeri, l’avvio della decolonizzazione in Africa con l’indipendenza del Ghana, le poteste di Berkeley e i freedom riders nel sud degli Stati Uniti, il movimento del black power, la conferenza tricontinentale a L’Avana, le lotte operaie in Italia nei primi anni Sessanta, l’instaurazione della Comune di Shangai all’inizio del 1967, la manifestazione del 2 giugno di quello stesso anno contro lo Scià di Persia a Berlino, durante la quale la polizia uccise lo studente Benno Ohnesberg: sono solo alcune istantanee, utili per dare conto della complessità della genealogia del Sessantotto per quanto riguarda sia le sue geografie sia le sue determinazioni soggettive. La lista potrebbe continuare, e sarebbe altrettanto facile nominare alcuni momenti iconici dell’anno 1968 – dalla “battaglia di Valle Giulia” tra studenti e polizia a Roma alle barricate del Maggio parigino, dal massacro di Tlatelolco in Messico il 2 ottobre alle mobilitazioni studentesche in Polonia, Jugoslavia e Giappone, dai ghetti in fiamme dopo l’omicidio di Martin Luther King ai pugni guantati di nero alzati al cielo da Tommie Smith e John Carlos durante le Olimpiadi di Città del Messico, dall’assalto al grattacielo di Springer a Berlino alle rivolte studentesche, operaie e contadine a Calcutta e nel Bengala occidentale. E ancora: il Sessantotto è andato ben oltre la fine dell’anno solare, per esempio con il Cordobazo, la grande insurrezione di operai e studenti che destabilizzò la dittatura di Onganía in Argentina nel maggio del 1969, con la rivolta operaia in Corso Traiano a Torino, seguita dall’Autunno caldo nel 196970, con la tumultuosa crescita in tutto il mondo del femminismo, con il trionfo dei Vietcong nel 1975, con il movimento del ‘77 in Italia.

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scienzaepolitica

Le origini intellettuali della rivoluzione italiana: il ‘68 e la sua genesi

di Michele Filippini

Abstract: Il ‘68 italiano, rispetto allo stesso movimento in altri paesi europei, si caratterizza per la sua lunga durata e per la sua particolare intensità. Si tratta infatti di un movimento che ha prodotto effetti potenti e duraturi sulla società italiana per almeno un decennio, con un impatto ben visibile nella persistente memoria storica dell’evento che si ripresenta anche ai giorni nostri. Ma lo scoppio del ‘68, come le conquiste sociali e legislative degli anni ‘70, devono le loro condizioni di possibilità a una rottura, politica ma soprattutto teorica, che si è verificata in precedenza, all’inizio degli anni ‘60. Risalire alla genesi della rottura dell’immaginario conservatore degli anni ‘50, oltre ad essere un’operazione di storia intellettuale, può essere utile per indagare come emerge la “novità teorica”, in questo caso attraverso una rottura con la tradizione tesa però alla sua riattivazione

lecanzoni del 681. Il movimento, la politica, la teoria

Se si dovesse scegliere la più rilevante tra le particolarità del ‘68 italiano rispetto al ciclo globale di mobilitazioni di quell’anno, questa sarebbe probabilmente la sua durata. La stessa storiografia ha ripetutamente identificato come “lungo ‘68” il decennio successivo a quell’evento, sottolineando più che la ripetizione – assai diverse sono infatti le fasi, le pratiche, i protagonisti – una specie di effetto a catena che permette di risalire a quella rottura per spiegare le profonde trasformazioni ideologiche, culturali e politiche avvenute in Italia negli anni ‘701. Quella rottura aveva però avuto nel decennio precedente un periodo di incubazione caratterizzato dall’accumularsi di fenomeni nuovi – lo sviluppo economico accelerato, la scolarizzazione crescente, l’emigrazione dal sud al nord del paese – che avevano creato contraddizioni e conflitti. Ha quindi qualche ragione chi fa risalire l’origine della rottura sessantottina al protagonismo giovanile nella rivolta del luglio ‘60 contro il governo Tambroni, alla ripresa del conflitto operaio con gli elettromeccanici a cavallo tra il ‘60 e il ‘61, ai tumulti di Piazza Statuto contro la Uil del ‘62 o alla grande stagione di lotta per i rinnovi contrattuali degli anni ‘62-‘632.

Anche dal punto di vista delle mobilitazioni studentesche, le prime occupazioni universitarie si hanno in Italia in anticipo rispetto al trend internazionale: già nel ‘66 alla Sapienza di Roma (dopo la morte dello studente Paolo Rossi) e a Sociologia a Trento (per il riconoscimento della nuova laurea); nel ‘67 la Cattolica a Milano, Palazzo Campana a Torino, la Statale a Pisa, ancora Trento, poi Napoli, Venezia, Milano Statale e Architettura. Il movimento dura poi a lungo anche dopo l’anno degli studenti3, scomponendosi e ricomponendosi all’interno dei nuovi gruppi extraparlamentari e attraverso esperienze più o meno fortunate di collegamento con i lavoratori (in particolare a Torino) di nuovo in lotta dall’autunno ‘69.

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utopiarossa2

Rosa Luxemburg

Nel centesimo anniversario dell’assassinio

di Michele Nobile

iu 11.

Rosa Luxemburg morì il 15 gennaio 1919, assassinata poco dopo Karl Liebknecht da elementi dell’esercito tedesco. Non furono gli unici a cadere in quel gennaio berlinese: la stessa sorte toccò, nei combattimenti e nelle esecuzioni sommarie, a molte decine di operai, dirigenti sindacali rivoluzionari e militanti socialisti che si erano lanciati in rivolta, reazione a una deliberata provocazione del governo che, si badi, era un governo socialdemocratico, un governo della sinistra.

Con Rosa Luxemburg scompariva la mente più lucida della teoria e della pratica rivoluzionaria nell’Europa occidentale nei primi due decenni del XX secolo, l’unica a potersi confrontare ad armi pari con Lenin e Trotsky.

A una mente brillante che nel modo migliore argomentò la ragione della rivoluzione socialista corrispondeva una passione inesauribile nel mettere al centro dell’azione dell’avanguardia politica organizzata il movimento sociale dei lavoratori, la dinamica delle loro lotte, la maturazione di una coscienza di classe rivoluzionaria attraverso l’esperienza diretta e l’auto-organizzazione della classe. Lottò perché la politica socialista fosse realmente un tutt’uno con la lotta di classe, intesa come movimento di auto-emancipazione sociale. Sostenne con coerenza ineguagliata la democrazia socialista come fine e come mezzo della lotta politica.

Le implicazioni storiche di quelle esecuzioni - e in particolare di Rosa Luxemburg - furono gravissime. Retrospettivamente portarono un colpo mortale alla direzione socialista e alla possibilità di realizzare la rivoluzione nel Paese più avanzato d’Europa. Quattordici anni dopo lo Stato capitalistico tedesco, la cui ricostruzione si ergeva sulla repressione di quel moto berlinese, si sarebbe denominato Terzo Reich.

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maelstrom

Il lungo viaggio degli uomini della moneta

Le radici del presente nell'analisi di Rita di Leo

di Damiano Palano

tankIl giorno di Ferragosto del 1971 l’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon annunciò da Camp David la sospensione della convertibilità tra dollaro e oro. Molti lessero allora quella clamorosa decisione come il segnale dell’imminente declino dell’«impero americano», impantanato nella guerra del Vietnam e alle prese con le forti tensioni sociali interne, con un’inflazione galoppante, con l’aumento della spesa pubblica. La sospensione della convertibilità – confermata definitivamente nel 1973 – sembrava inoltre concludere la quasi trentennale vicenda del sistema delineato a Bretton Woods nel 1944, quando si fissarono i cardini del nuovo ordine internazionale liberale, fondato sul ruolo egemone degli Usa. Quello che parve allora un tramonto può invece oggi essere considerato come il momento di avvio della globalizzazione (o quantomeno della sua fase più recente), oltre che come il punto di partenza di quella rivoluzione ‘neo-liberale’ che si manifestò compiutamente con la presidenza di Ronald Reagan a partire dagli anni Ottanta. L’ordine internazionale liberale si rivelò infatti molto più vitale di quanto molti avessero previsto, anche se modificò almeno in parte la propria logica. E proprio allora la partita della Guerra fredda conobbe per molti versi una mossa decisiva, destinata a rivelare le proprie conseguenze solo più tardi.

È anche per questo che, nel corso degli ultimi anni, molti studiosi sono tornati alla svolta degli anni Settanta per ripercorrere la genesi del nuovo assetto ‘neo-liberale’ e per individuare le radici della crisi contemporanea. Nel suo nuovo libro, L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo (Il Mulino, pp. 197, euro 19.00), Rita di Leo propone invece una rilettura più ambiziosa, che procede ben più indietro rispetto al 1971 e alla sospensione della convertibilità tra dollaro e oro.

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sinistra

Perché il ’68 è stato sconfitto

di Eros Barone

862824 kFlB 835x437IlSole24Ore WebLa borghesia non riesce a educare i suoi giovani (lotta di generazione): i giovani si lasciano attrarre culturalmente dagli operai e addirittura se ne fanno o cercano di farsene i capi («inconscio» desiderio di realizzare essi l'egemonia della loro propria classe sul popolo), ma nelle crisi storiche ritornano all'ovile.
Antonio Gramsci

Non c’è eredità senza eredi, non si è eredi se non si sa di esserlo e se non ci si situa in prospettiva fra un ieri e un domani, un donde e un dove.
Franco Fortini

Un quesito che spesso mi viene posto dai giovani che conosco è quello concernente le ragioni della sconfitta del ’68. Proverò ad abbozzare una risposta nelle note che seguono.

In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa ‘strategia della tensione e del terrore’ fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del Pci, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla ‘via pacifica al socialismo’, elaborò, a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del ‘compromesso storico’, cioè del patto di governo con la Dc.

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carmilla

URSS, una storia che non possiamo rimuovere

di Fabio Ciabatti

Sviluppo e declino dell’economia sovietica, a cura della redazione di Countdown. Studi sulla crisi, Asterios 2018, pp. 365, € 29,75

urssDi fronte alla rapida dissoluzione dell’URSS, con il classico senno di poi, il senso comune liberale ha decretato che la crisi era inevitabile e iscritta sin dall’inizio nelle fondamenta di un sistema sostanzialmente contronatura. Questione chiusa. E con ciò si è preteso di chiudere anche ogni prospettiva di modifica radicale degli assetti politico-economici dominanti. Che ci piaccia o no il crollo dell’Unione Sovietica ha dato un contributo essenziale a consolidare la convinzione che “non c’è alternativa” al sistema capitalistico. Non è un caso che di fronte alla crisi iniziata nel 2008, la più grave dopo quella del ‘29, siano state proposte solo pallide repliche di un riformismo keynesiano. Per tornare a parlare in modo credibile di una ipotesi di trasformazione reale sarebbe stata necessaria un’elaborazione collettiva della vicenda storica dell’Unione Sovietica. La questione, invece, è stata sostanzialmente rimossa. Ci sono però delle lodevoli eccezioni tra cui la redazione di Countdown che ha curato la raccolta di saggi dal titolo Sviluppo e declino dell’economia sovietica.

I curatori del volume hanno un consolidato gusto per la provocazione nei confronti delle più radicate convinzioni della sinistra. Cosa che traspare dal giudizio che viene dato dei soviet nell’articolo di Paolo Giussani: “Strumenti di lotta e sistemi di riferimento per la massa dei lavoratori, erano del tutto estranei al funzionamento dell’economia” e dunque non potevano essere altro che organismi adatti a un “rivoluzionamento politico”.1 La presa del potere da parte di un governo rivoluzionario è però soltanto la premessa per la gestione associata dei produttori dell’apparato produttivo e distributivo. Per raggiungere questo scopo occorrono forme politiche adeguate che dovrebbero essere elaborate, almeno in parte, nel corso della presa del potere politico.

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trad.marxiste

‘Tutto il potere ai Soviet!’. Parte quarta

Tredici a due: i bolscevichi di Pietrogrado discutono le Tesi di aprile

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice ‘Le Tesi di aprile: i bolscevichi mettono le cose in chiaro’

image 49885604 soviet propaganda wallpaperOvunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il vlast non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma.

Sergei Bagdatev così spiegava le sue apprensioni circa le Tesi di aprile di Lenin nel corso della Conferenza di aprile del partito bolscevico.

In quasi tutti i resoconti delle attività del partito bolscevico, nella primavera del 1917, si troverà una frase che afferma quanto segue: le Tesi di aprile di Lenin risultarono a tal punto scioccanti per i membri del partito che, nel corso di una riunione del Comitato di Pietrogrado tenutasi l’8 aprile, vennero respinte con un voto di tredici a due (e un astenuto). Un episodio al quale viene dedicata niente più che una singola frase, ma una frase che, anche solo presa di per sé, costituisce certamente un pugno nello stomaco. Tredici a due! – I bolscevichi dovevano essere rimasti davvero scandalizzati dal nuovo e radicale approccio di Lenin.

Il potere di una buona storia non dovrebbe essere sottovalutato. L’aneddoto sul voto di tredici a due, dopo il rientro di Lenin, si può collocare a giusto titolo accanto a quello sulla presunta “censura” delle sue Lettere da lontano prima del suo ritorno in Russia. Lo statuto di questi due aneddoti quali fatti indiscussi, probabilmente, conferisce alla consueta narrazione del riarmo più sostegno di qualsiasi seria argomentazione. Precedentemente, in questa serie di testi, prendendo in esame l’episodio delle Lettere di Lenin, ho dimostrato come si tratti di un “documento volubile”, che cambia dunque aspetto laddove messo in questione.

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carmilla

Le false promesse del “capitalismo di Stato”

di Sandro Moiso

Mark Harrison, Ulrich Herbert, Larry Liu, Otto Nathan, Peter Robinett, La politica economica del nazionalsocialismo, Countdown Studi sulla crisi/2, Asterios, Trieste 2018, pp. 270, euro 30,00

comedonchisciotte controinformazione alternativa auschwitz cancelli 300x225Ciclicamente tornano in scena i dibattiti, sia da sinistra in chiave keynesiana che da destra con richiamo orgoglioso ai fasti statalisti del Ventennio, sull’utilità dell’intervento dello Stato nell’economia, esattamente come è avvenuto nei giorni successivi al crollo del ponte Morandi a Genova. Tale dibattito rimuove sempre la funzione ultima dello Stato, relegandolo al ruolo di agente neutrale della regolazione del sistema economico, ma dimenticando che, in realtà, fin dalla sua prima apparizione ha avuto come scopo ultimo quello di garantire che la ricchezza socialmente prodotta forse drenata quasi esclusivamente verso un solo polo della società: quello dei detentori dei mezzi di produzione, siano questi ultimi sotto forma di capitale costante oppure di capitali finanziari. Siano questi rappresentati da individui, aziende, società per azioni o partiti.

Lo dimenticano anche coloro che si esaltano per i “socialismi nazionali”, dimenticando così che dall’URSS di staliniana memoria a tutti gli altri esperimenti condotti in seguito, dalla Cina al Sud America, tale nazionalizzazione degli apparati produttivi ha svolto la funzione di un’accumulazione capitalistica primigenia giunta in ritardo, ma poi svoltasi spesso, anche se non sempre, in maniera accelerata rispetto a quella originale dell’Occidente. Appare così utile, ai fini di una riflessione più ampia e meno superficiale, la pubblicazione del testo della casa editrice Asterios di Trieste, nella collana Countdown -Studi sulla crisi /2, dedicato alla disanima della politica economica nazionalsocialista.

Countdown, il cui sottotitolo recitava e continua a recitare Studi sulla crisi, è stata fin dalla sua prima comparsa nel 2016, all’epoca per le edizioni Colibrì, una rivista attenta ai motivi della crisi economica che travaglia l’economia mondiale da diversi anni a questa parte, che ha indagato con articoli quasi sempre legati ad una lettura non ‘ufficiale’ e non superficiale della stessa.

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orizzonte48

Mussolini the original: tra liberalismo e sovranità senza popolo

di Arturo

Fondamentale post "fenomenologico" di Arturo. Inutile dire che nella lettura occorre prendersi il dovuto tempo di riflessione. E non trascurare i links. Neppure uno

8188340751. Continuano a moltiplicarsi, in forme anche grottesche, le accuse di fascismo rivolte al governo, alla maggioranza, ai suoi elettori ma anche agli italiani in generale.

Visto che il fascismo storico fu un impasto confuso di filoni politici diversi – sindacalismo, nazionalismo, combattentismo, idealismo, elitismo, eccetera – esso si presta bene ad analisi che si concentrino sul coté ideologico, individuino questo o quell’elemento astrattamente ritenuto essenziale per ricostruire una genealogia in grado di isolare il virus malefico e formulare atti d’accusa.

Con l’impiego di metodologie siffatte si è riusciti nella notevole impresa di identificare le origini del fascismo nell’opera di De Maistre (Isaiah Berlin), come in quella di Marx (Settembrini). Risultati tanto disparati dovrebbero però far sorgere qualche perplessità sul metodo.

Di puro buon senso mi paiono quindi le riserve in proposito formulate dal più noto storico dell’ideologia fascista, Emilio Gentile:

Nessuno può prevedere a quali altri esiti potrebbe condurre questo modo di studiare le origini dell’ideologia fascista su un piano esclusivamente teorico-intellettualistico, accentuando ora l’uno ora l’altro degli elementi - o dosando in proporzione differente gli elementi - che si reputano essenziali per definire l’essenza di un «fascismo idealtipico».” (Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Il Mulino, Bologna, 1996, pag. 19).

 

2. Da parte nostra, abbiamo provato a ricollocare il fascismo sul terreno dei rapporti materiali e del conflitto sociale. Un approccio che, se non può vantare l’appeal della novità, mi pare ancora fornito di un certo potere esplicativo.

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gyorgylukacs

Crisi parallele

Intervista a György Lukács

In «L’utopia concreta. Rivista quadrimestrale», I, n. 1, ottobre 1993 [da «New Left Review», n°60, marzo – aprile 1970]

1 paolo morso da un vipera dopo il naufragio a malta roma basilica di san paoloCompagno Lukács, come giudica la sua vita e l’epoca storica in cui ha vissuto? In cinquantanni di lavoro scientifico e rivoluzionario ha avuto la sua parte di onori e di umiliazioni. Sappiamo anche che è stato in pericolo dopo l’arresto di Béla Kun nel 1937. Se dovesse scrivere un’autobiografia o delle memorie personali, quale lezione fondamentale ne trarrebbe?

Per rispondere brevemente, direi che è stata una mia grande fortuna aver vissuto una vita intensa e densa di avvenimenti. Lo considero come un particolare privilegio di cui ho avuto esperienza negli anni 1917/1919. Poiché provenivo da un ambiente borghese – mio padre era un banchiere di Budapest – e pur attuando un’opposizione piuttosto individuale in «Nyugat»1 – facevo parte tuttavia dell’opposizione borghese.

Non arriverei a dire – non potrei – che il puro e semplice impatto della prima guerra mondiale sarebbe stato sufficiente a fare di me un socialista. Fu senza dubbio la Rivoluzione russa e i movimenti rivoluzionari che ne seguirono in Ungheria che mi spinsero a diventarlo, e a ciò sono rimasto fedele. Ritengo che questo sia uno degli aspetti più positivi della mia vita. È un’altra questione se, oppure no, essa, nel suo insieme, abbia subito degli alti e bassi, in qualsiasi direzione, si può dire però che abbia avuto una certa unità. Guardando indietro, posso individuare le due tendenze che hanno prevalso lungo tutto l’arco della mia esistenza: in primo luogo, esprimere me stesso, poi, essere al servizio del movimento socialista – così come io l’ho inteso in ogni momento. Queste due tendenze non si sono mai disgiunte, né sono mai stato assillato da un qualche conflitto tra di esse.

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marxismoggi

Il massacro di Tlatelolco: io c’ero

di Nunzia Augeri

Da “Marxismo Oggi”, n.3/2008

Tlatelolco En plena matanza 2Il 2008 ha portato gradi rievocazioni, discussioni e bilanci sugli avvenimenti del 1968, una data considerata spartiacque nel corso degli avvenimenti del secolo scorso. Sono stati anche ampiamente ricordati gli avvenimenti internazionali, sia il maggio francese che l’invasione della Cecoslovacchia, il 20 di agosto: un fatto che toccò molto da vicino l’opinione pubblica in Italia. Quasi nessuno però, nella stampa italiana, ha ricordato la strage avvenuta a Città del Messico il 2 ottobre 1968, pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi, quando gli occhi di tutto il mondo erano puntati sul paese che in America Latina deteneva una fama non del tutto immeritata di libertà e di apertura democratica, soprattutto per l’opera del leggendario presidente Lazaro Cardenas, negli anni Trenta del secolo scorso.

Dieci anni fa, in occasione del trentennale, la stampa un poco ne aveva parlato, ma per reiterare quella che era stata la tesi del governo di Gustavo Diaz Ordaz, il presidente del Messico in carica nel 1968: una congiura comunista, stroncata con una repressione resa necessaria dalle particolari circostanze, e che si era conclusa con 26 morti.

Nel 1968 io abitavo da due anni a Città del Messico, nel quartiere di Tlatelolco, proprio nell’edificio Chihuahua, prospiciente la Piazza delle Tre Culture, al quinto piano. Da pochi giorni avevo traslocato da un appartamento affacciato sulla piazza a un altro contiguo, sulla parte posteriore.

Quel 2 di ottobre il pomeriggio ero uscita per fare acquisti, lasciando in casa la bambina di due anni e il bimbo di quattro mesi con la domestica, un’anziana india. Intorno alle cinque era caduta qualche goccia di pioggia e mi ero affrettata a prendere un taxi per tornare a casa. Ricordando che sulla piazza era prevista una manifestazione, scesi dall’auto sulla Calzada de Nonoalco, il viale che passava davanti al grattacielo del Ministero degli esteri, e feci a piedi le poche decine di metri che mi separavano da casa.

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micromega

Cambiare la vita o conquistare il potere?

Foa, Trentin e il futuro della sinistra

di Giorgio Pagano

Vittorio Foa, “La Gerusalemme rimandata”, Einaudi, Torino, 1985
Bruno Trentin, “La città del lavoro”, Feltrinelli, 1997

images830La sinistra, oggi a rischio avanzatissimo di irrilevanza, vive solo se ricrea una dimensione sociale a partire dalle persone che lavorano. “La città del lavoro” di Bruno Trentin e “La Gerusalemme rimandata” di Vittorio Foa sono due libri che non ebbero fortuna quando uscirono. Riletti oggi, ci forniscono preziose riflessioni non solo sul passato ma anche sul presente e sul futuro.

Vittorio Foa e Bruno Trentin si conobbero a Milano il giorno prima della Liberazione. Insieme scrissero l’appello alle Brigate di “Giustizia e Libertà” per l’insurrezione di Milano che inizia con la frase “La bandiera rossa sventola su Berlino”. Si frequentarono assiduamente nei due anni di esistenza del Partito d’Azione, per poi prendere strade diverse allo scioglimento del partito nell’autunno 1947: Foa aderì al partito Socialista, Trentin si laureò e si iscrisse al Pci probabilmente nel 1950. Alla fine del 1949 Foa, diventato vicesegretario della Cgil con l’incarico di seguire l’ufficio studi, chiamò Trentin in questo ufficio con l’incarico di ricercatore. Il loro comune maestro fu Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil. Foa fu dirigente della Cgil fino al 1970, Trentin ne fu segretario dal 1988 al 1994.

Nell’ultima fase delle loro vite, entrambi tornarono a studiare e a riflettere sulla loro esperienza sindacale e politica, sulla sconfitta del movimento operaio dopo le grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta di cui furono protagonisti, e soprattutto sul socialismo libertario, l’”altra strada” per la sinistra. Foa pubblicò “La Gerusalemme rimandata” nel 1985, dopo quattro anni di studi in Inghilterra. Trentin pubblicò “La città del lavoro” nel 1997, dopo un lavoro durato tre anni. Sono due libri che, quando uscirono, non ebbero successo: furono quasi “clandestini”. Riletti oggi, ci forniscono preziose riflessioni non solo sul passato ma anche sul presente e sul futuro.

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Coordinamenta2

E questo è quanto

di Silvia De Bernardinis

salvo“E questo è quanto. Storie di rivoluzionarie e rivoluzionari”. Il titolo della nuova collana edita da Bordeaux e curata da Ottone Ovidi esordisce con questo primo volume dedicato a Salvatore Ricciardi. Una storia e una vita di militanza, iniziata nelle piazze, con le grandi manifestazioni contro il governo Tambroni nel 1960 e la rivolta degli edili a Piazza SS. Apostoli nel 1963, stesso carattere e stessi contenuti della più nota Piazza Statuto torinese dell’anno precedente, uno snodo importante che comincia a dare fisionomia ad una nuova soggettività operaia, quella che farà da traino e sarà il collante del movimento di classe che emergerà chiaramente durante il biennio 68-69. La crescita politica di Salvatore, come lui stesso racconta, avviene nel contesto di queste lotte operaie, prima con gli edili e poi, soprattutto, nelle ferrovie, dove svolge attività sindacale nella Cgil e successivamente, cacciato dal sindacato, nel Cub-ferrovieri, di cui è uno dei fondatori. Sono gli anni, quelli tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, che sanciscono il passaggio dalla non ostilità alla rottura con la sinistra istituzionale, ed in particolare con il Pci, che nel corso degli anni 70 diventerà sempre più profonda. Nel 1977, l’entrata nella colonna romana delle Brigate Rosse. Sarà arrestato nel 1980, e come tutti i prigionieri politici sperimenterà il circuito delle carceri speciali e l’ultima grande rivolta carceraria, quella di Trani che, legata al contemporaneo sequestro D’Urso, porterà alla chiusura dell’Asinara. Ultima battaglia unitaria delle BR, dopo la quale si consumerà la scissione dell’organizzazione, diretta dall’interno del carcere, con la formazione del Partito Guerriglia al quale, diversamente dalla maggioranza dei prigionieri politici BR, Salvatore non aderirà. È un processo, questo che porta alla scissione, che Salvatore vive in parte fuori e in parte dentro il carcere, che inizia nel 1979 con una dura critica dei prigionieri politici all’Esecutivo, espressa attraverso le 20 tesi del “documentone” elaborate nel carcere di Palmi, con le quali si accusava l’organizzazione all’esterno di incapacità di innalzare lo scontro sociale e guidare un movimento che si immaginava, astrattamente ed erroneamente, fosse all’offensiva.