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sinistra

Pianificabilità, pianificazione, piano

di Ivan Mikhajlovič Syroežin

fig511Introduzione di Paolo Selmi

Cari compagni,

eccoci finalmente al primo capitolo tradotto. Un capitolo “senza formule matematiche”, ma che mi ha dato lo stesso abbastanza filo da torcere rivelandosi, al tempo stesso, altamente stimolante. Syroežin si è dimostrato sin da subito un ottimo capo-cordata, capendo che il nostro passo mai potrà essere il suo ma, al tempo stesso, assumendosi nel concreto di ogni sua parola il compito di portarci fino alla vetta. Il contrappunto continuo del “curatore”, al contrario, si è dimostrato altamente fastidioso, nella sua preoccupazione di adattarne o criticarne posizioni in linea alla vulgata gorbacioviana in essere al momento della pubblicazione postuma di questo lavoro. Per questo me ne sono liberato quasi subito, lasciandolo alla prima fontanella a crogiolarsi in quelli che, di lì a poco, sarebbero stati i primi milioni di dollari intascati da lui e dai suoi amici oligarchi.

Syroežin, tuttavia, scrive per i suoi connazionali, ovvero attacca la salita in medias res. Noi abbiamo bisogno di un minimo di riscaldamento. Prendiamo quindi la nostra macchina del tempo e fermiamo le lancette alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Il Paese dei Soviet si configurava ancora come un’economia a proprietà sociale dei mezzi di produzione, dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era abolito in quanto tutto il plusvalore prodotto attraverso una catena gerarchica di organizzazione della produzione diveniva ricchezza sociale, e dove la produzione era rigorosamente pianificata e non “lasciata all’anarchia del mercato”, come dicevano loro. Il capitolo IX del manuale sovietico di economia politica da me tradotto, è in grado di offrire un panorama più completo per chi volesse approfondire, e ad esso rimando1 .

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petiteplaisance

Per una seria cultura generale comune

Una proposta di Lucio Russo

di Fernanda Mazzoli

Coppa di Duride V secolo a.C. KunsthistorischesCon il suo ultimo libro, Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Lucio Russo, fisico, docente di Calcolo delle probabilità e storico della scienza, affronta con rigore argomentativo e nitida scrittura una serie di temi che dovrebbero figurare al centro del dibattito pubblico, troppo attento, invece, a seguire le chimere imposte dalle mode del momento e dagli imperativi del sistema mediatico di produzione e diffusione delle idee.

Sono temi di grande rilevanza sia per una migliore comprensione della cultura europea, esaminata sotto il rapporto del suo inestinguibile debito con la civiltà classica, sia per una quanto mai opportuna riflessione sugli attuali percorsi formativi ed una loro possibile ridefinizione, capace di rovesciare il paradigma dominante del gretto utilitarismo della “scuola delle competenze”.

L’autore, avvalendosi di una solida documentazione capace di coinvolgere e collegare ambiti disciplinari diversi, dimostra che le civiltà greca e romana hanno contribuito in modo determinante a dare forma e linfa vitale a tutte le declinazioni della cultura – scienze naturali , matematica, filosofia, pensiero politico, diritto, storiografia, linguistica, arte, letteratura – e hanno giocato un ruolo chiave nell’elaborarazione di concetti fondamentali (come quello di “democrazia”) per la storia e il pensiero dell’Occidente, almeno fino a tutto il XIX secolo.

Questo sguardo complessivo ed unitario ha il grande merito di fare giustizia di alcuni luoghi comuni, primo fra tutti quello che istituisce un’artificiosa separazione tra studi scientifici ed umanistici che – proprio nel loro rapportarsi alle fonti classiche – rivelano più punti di contatto di quanto la vulgata, anche pedagogica, riconosca.

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marx xxi

Per una vera cultura industriale, rompere con l'infantilismo tecnologico

di Amar Bellal

Testo di Amar Bellal in preparazione del prossimo Congresso del PCF - da lepcf.fr

iaUn tema centrale

L'industria è il cuore della produzione di ricchezza di un paese: possiamo tirare qualsiasi filo dell'attività umana, l'istruzione, il settore sanitario, i trasporti, alla fine ci sarà inevitabilmente un processo di produzione, una fabbrica, per dirla in parole semplici. Il settore dei servizi è spesso solo al servizio di un processo industriale o è strettamente dipendente da esso: senza un settore industriale forte, che si aggira intorno al 10-15%, un paese è condannato, a più o meno lungo termine, perché costretto ad importare massicciamente i prodotti che consuma, con conseguente squilibrio nella bilancia commerciale e impoverimento. Un paese che vivesse solo con un settore primario e un settore terziario non potrebbe sopravvivere a lungo. Questa deve essere una parte importante della nostra riflessione.

 

Una grave mancanza di cultura industriale nel partito

Tuttavia, vi è una difficoltà. La sociologia del partito è molto cambiata, soprattutto tra coloro che animano i collettivi di idee e coloro che hanno il compito di raccogliere la nostra riflessione su questo tema: molti insegnanti, compagni di scienze umane, che non sempre hanno molta esperienza in questi settori. Non si tratta qui di incolparli, naturalmente, l'autore di queste righe ne fa parte. Ma siamo d'accordo: questo spesso si traduce in una mancanza di interesse e di competenza su questi temi nel partito. Questa perdita di competenze è drammatica perché apre la strada a utopie di ogni tipo, facilmente accessibili, che danno l'impressione di fornire una cultura in questo campo a costi contenuti.

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sinistra

Riportando tutto a casa: osare l’impossibile

di Paolo Selmi

Dopo un breve momento di riflessione, rieccomi. Mi sono rafforzato ancor più nella convinzione che sia necessario passare dalla pars destruens a quella construens. E mi sono deciso a tradurre Planomernost', Planirovanie, Plan. Ma non solo, renderlo fruibile, divulgabile, spiegarne le ragioni, predigerirlo, renderlo accattivante, per quanto un testo di economia lo possa essere. Lo scopo è quello che spiego nelle pagine seguenti, di doverosa premessa. Davvero mi piacerebbe che si ritornasse a parlare in questi termini

tab411Per questo ti invio il tutto, rimettendomi come sempre al tuo giudizio. Spero davvero che ti piaccia e che possa piacere ai compagni, interessarli, smuoverli e smuoverne sempre di più, sulla base di questi appunti di lavoro e altri che spero verranno più acuti, più efficaci dei miei.

Che ci volete fare, mi piacciono i vecchi libri e le vecchie fotografie. Questa foto, che rappresenta una giovane contadina mentre guarda attraverso un teodolite per geometri, rappresenta forse la sintesi di questo nuovo ciclo di appunti: guardare il futuro da un punto di vista di classe, il nostro punto di vista. Il futuro lo guardano già in tanti, in troppi, ciascuno dal proprio punto di vista piccolo,medio, o grande borghese: Steve Jobs o Bill Gates, piuttosto che il Sig. Huawei (Ren Zhengfei 任正非 ), con i loro chip sottopelle, insieme ai loro epigoni in piccola, infima, scala, tipo Casaleggio e associati e le loro “democrazie” del futuro, piuttosto che i loro riproduttori su grande scala come le grandi, attuali, potenze imperialistiche: USA, RPC e i loro corridoi economici che segnano le rotte intorno a cui dare ulteriore sostanza alle loro mire egemoniche. Come questo accada e stia portando il pianeta all’autodistruzione, è stato materia del primo quaderno1 .

In questo secondo quaderno, mi piacerebbe rimettere la classe giusta dietro quel teodolite. Mi piacerebbe che si smettesse di parlare di “narrazioni” e “visioni”, come recentemente sottolineato da Carlo Galli2 , ma si iniziasse a parlare di piani concreti o, meglio ancora, di “piano” (план). Già, perché questi appunti saranno stesi partendo da un presupposto, che potrà piacere, far sorridere, o inorridire: ripartiremo da dove il discorso era stato, frettolosamente, interrotto, da dove il bambino era stato buttato via con l’acqua sporca, da dove le socialdemocrazie occidentali avevano preferito avventurosi percorsi alternativi, terze vie intrise di finta responsabilità, di vera paura del “che fare” una volta raggiunto il potere, nonché implicita ammissione di impotenza di fronte ai mutamenti epocali che il Capitale ha rovesciato sulla popolazione di questo pianeta, per la quasi totale maggioranza composta di classi subalterne, dicendo loro: “La Storia va in questa direzione, questa è la minestra”.

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Un socialismo possibile. Per aprire un dibattito. Parte II

di Gianbattista Cadoppi

Qui la prima parte

Le muse inquietanti dettaglio e1451925731638Dalla riforma al socialismo di mercato. La Cina nella prima fase del socialismo

Ciò che era stato fatto in epoca maoista poteva costituire una solida base per proiettarsi in avanti. Da un reddito pro-capite che era la metà di quello indiano nel 1949 è passata allo stesso livello dell’India alla metà degli anni Settanta. Con la rivoluzione la Cina è di nuovo uno stato completamente sovrano che, per la prima volta dopo una eclissi secolare, riesce nell’unificazione nazionale godendo di peso e riconoscimento internazionale.

La Cina nel 1978 può contare su importanti complessi industriali e una potente industria militare-spaziale; l’agricoltura dispone di grandi opere idrauliche e di infrastrutture, comunque insufficienti se stimiamo che il paese possiede quasi la quarta parte della popolazione mondiale ma il suo territorio, per ragioni naturali e geografiche, costituisce solo il 7 per cento delle superfici arabili a livello mondiale. Il paese asiatico ha anche altri vantaggi, non soffre di processi inflazionistici, né di pesanti debiti esteri. La crescita dell’economia, però, si rivela insufficiente, e la produttività molto bassa. Nel 1978, il 3° plenum dell’11° CC delibera di passare alla riforma. Gli effetti dell’introduzione del mercato sono stati semplicemente spettacolari.

Si sente spesso dire che la Cina dopo avere privilegiato le esportazioni dovrebbe ora privilegiare il consumo interno. Abbiamo detto della persistente mancanza di beni di consumo nei paesi socialisti, è ciò crea molte opportunità non sfruttate per la produzione di beni di consumo e servizi. Anche il trasferimento di quantità modeste di risorse nella produzione di beni di consumo, così hanno ragionato i dirigenti cinesi, avrebbe dovuto rapidamente aumentarne la domanda.

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marxismoggi

Un socialismo possibile. Per aprire un dibattito - parte I

di Gianbattista Cadoppi

searching for the fourth dimensionAll’amico, compagno e maestro Domenico Losurdo[1].

Considerazioni sui sistemi socialisti in URSS, Est Europa e Cina

La formazione della teoria del socialismo alla cinese ha usato proprio il marxismo come linea di guida, facendo un bilancio dell’esperienza e delle lezioni dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est europeo, e anche della stessa esperienza di costruzione del socialismo in Cina nel periodo ‘49-’78, prendendole come base per la formazione di questa teoria.
Huang Hua Guang, responsabile per l’Europa Occidentale del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Cinese (Ceccotti, 2010)

Il socialismo marxista differisce da altre impostazioni di tipo sociale come il fabianesimo[2] inglese che rifiutano il capitalismo esclusivamente per ragioni etiche. Il socialismo marxista dovrebbe superare i sistemi precedenti anche, e soprattutto, in termini di razionalità economica.

Nel marxismo la superiorità etica del socialismo va di pari passo con la sua superiorità economica. L’emancipazione umana nel socialismo diventa una premessa per liberare le forze produttive da obsoleti rapporti di produzione che devono essere superati per l’emancipazione dell’umanità. Tutto ruota attorno ai rapporti di produzione. In altre parole, la proprietà sociale dei mezzi di produzione dovrebbe garantire a ogni membro della società il diritto di un accesso equo alle decisioni concernenti il modo in cui i mezzi di produzione vengono impiegati e al modo in cui i frutti di tale impiego sono distribuiti. La proprietà sociale dovrebbe stabilire un rapporto adeguato tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. La socializzazione dei mezzi di produzione renderebbe il lavoro direttamente sociale giacché nel capitalismo lo è solo indirettamente essendo mediato dal profitto individuale (Brus; Łaski, 1989).

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tempofertile

Quattro tempi della storia per Domenico Losurdo

di Alessandro Visalli

foto napoliL’ultimo capitolo dell’ultimo libro del filosofo marxista Domenico Losurdo, scomparso questo anno, su “Il marxismo occidentale” si pone una domanda di straordinaria difficoltà, ma di grande rilevanza in questa fase nella quale l’ultima versione del capitalismo sta mostrando tutta la sua ferocia e capacità di creare continuamente nuovi e creativi modi per creare periferie da sottoporre a saccheggio e isole di sfruttamento coloniale in ogni luogo, anche entro le ex opulente società del ‘primo mondo’.

Il punto di partenza di Losurdo nel suo libro è che la storia del novecento è andata in modo ben diverso da quanto il modello astratto di Marx ed Engels prevedevano in ultima analisi perché la dialettica interna alla società borghese è stata neutralizzata dalla forza maggiore che spingeva il capitalismo alla espansione coloniale. Spinta che ancora si manifesta e che, anzi, si manifesta ovunque sempre più forte. La contraddizione tra l’espansione delle forze produttive e la sua appropriazione limitata, che avrebbe dovuto portare al socialismo, è rimasta senza effetti. Al contrario il marxismo occidentale ha ovunque perso la propria capacità emancipativa, riducendosi o ad un generico progressismo (che si accontenta del tempo che chiamerà del “futuro in atto”, ovvero della capacità del capitalismo borghese di dissolvere i rapporti sociali tradizionali, sostituendoli con rapporti “razionalizzati”, ovvero rapporti sociali tra cose), o ad un altrettanto generico messianesimo (che salta direttamente, e in modo meramente enunciativo, dal “futuro in atto”, che rigetta solo nominalmente, al “futuro remoto”, avvolto nella nebbia dell’utopia). Ciò che ha squalificato la prospettiva marxista occidentale, e quindi la sua carica emancipativa, è il rifiuto di fatto della transizione reale, ovvero del tempo nel quale si crea un “futuro prossimo”. Ovvero il tempo nel quale lo Stato non va dissolto ma usato, in cui le classi esistono e bisogna farci i conti (anche con le necessarie alleanze), in cui la pressione esterna richiede di organizzare le forze.

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sinistra 

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. XI

Money for nothing and chicks for free

di Paolo Selmi

Uno sguardo a ideologia, evoluzione tecnologica e rapporti monetario-mercantili

tab311Le persone sono persone. Amano i soldi, ma è sempre stato così... l'umanità ama i soldi, non importa di cosa siano fatti: di pelle, carta, bronzo o oro. Sono frivoli... che farci... ma la pietà alle volte pulsa nei loro cuori... gente normale... in generale ricordano coloro che li hanno preceduti, soltanto la questione degli alloggi li ha rovinati...1

Люди как люди… le persone sono persone. Come dar torto al buon Woland in visita di istruzione a Mosca (a prescindere che, personalmente, ci penserei due volte prima di dar torto a un Woland, a un Azazel o a un Begemot)? Eppure, qualcosa da aggiungere la avrei: è vero, ljudi kak ljudi, ma esistono armi e armi del delitto. In altre parole, non possiamo affermare den’gi kak den’gi (деньги как деньги, “i soldi sono soldi”): ci sono “soldi” e “soldi” e, chi ne ha escogitato le attuali forma, condizioni e modalità di esercizio, lo ha fatto scientemente al fine di instaurare nelle “persone” comportamenti, sovrastrutture psichiche del tutto funzionali ai modelli di consumo e scambio desiderati sin dal momento della loro ideazione. In altre parole, i “soldi di adesso” sono qualitativamente diversi dai “soldi di una volta”, dai biblici “trenta denari” ai červoncy (червонцы), per chiudere il cerchio con Bulgakov, che planano dal cielo agli spalti del Variété. dove una calca di avide mani di “uomini nuovi” sovietici li attende. Affronteremo ora per sommi capi questo argomento.

 

Nelle auto prese a rate Dio è morto”...

Tutto iniziò con Francesco Guccini e Augusto Daolio (scusate, ma non potevo non “riportare a casa” anche loro in quest’ultimo capitolo…): partiamo subito dal presupposto che non ce l’avevano con chi, perché non ricco di suo o beneficiario di qualche lascito, non poteva permettersi il lusso di pagare una macchina in contanti (mi spiace, ma il resto della canzone non lascia dubbi a proposito!).

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blackblog

Marx, Weber, Kurz e presunte «forme antidiluviane» del capitale

Nota critica su "Islam e capitalismo" di Maxime Rodinson

di Clément Homs

islam5Maxime Rodinson, nel suo classico, "Islam e Capitalismo" - in un dibattito, cominciato negli anni '50, sulla presunta incapacità da parte dell'Islam di generare il capitalismo (quest'ultimo termine, all'epoca veniva eufemizzato sotto la categoria borghese e naturalizzante di «sviluppo» o di «economia di mercato») - ha il merito di combattere contro la visione orientalista che vede un mondo arabo arretrato, immobile e immerso in una stagnazione multi-secolare. Tuttavia, nel pensare che il capitalismo sarebbe sempre esistito nelle società musulmane premoderne, sotto forma embrionale, la sua posizione rimane implicitamente segnata dall'idea problematica di uno sviluppo progressivo e trans-storico, ad un livello sempre più elevato, della forma valore e del denaro; ed è anche vero che è stato lo stesso Marx a suggerire una simile comprensione erronea, quando ha evocato le «forme antidiluviane» del capitale, nelle società precapitalistiche (anche Jacques Camatte rimarrà intrappolato in questa problematica erronea).

Secondo Robert Kurz - che ha mostrato la tensione e la contraddizione in Marx sia su tale questione che su altre (in particolare, l'aporia di Marx circa la questione del lavoro [*1]) - evocando, da un lato, questa teoria delle «forme antidiluviane», in quanto stato sottosviluppato di una logica trans-storica semplice, Marx soccombe all'ideologia della storia della modernità capitalista, sostenuta dall'Illuminismo, per la quale tutta la storia precedente non costituisce altro che un cammino verso sé stessa. Dall'altro lato, si vedono ugualmente in Marx alcuni sviluppi molto più radicali che sfuggono a questa ideologia, quando egli si oppone agli «economisti che cancellano tutte le differenze storiche e vedono in tutte le forme della società, quelle che sono le forme della società borghese» [*2]. Marx arriva persino a storicizzare le categorie stesse quando afferma che «il concetto economico di valore non si incontra affatto nell'Antichità [...]. Il concetto di valore rientra integralmente nell'economia più moderna, in quanto esso è l'espressione più astratta del capitale stesso e della produzione basata sul capitale» [*3].

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. X

Spandi, spendi, effendi: vecchi e nuovi attori del triangolo Oro-Petrolio-Denaro

di Paolo Selmi

tab husson18Abbiamo appena lasciato il triangolo d’oro della borsa cinese, una e trina, e approdiamo ora a un altro triangolo, ben più antico del primo, ma che ultimamente – guarda un po’ che caso – sta iniziando a imparare anch’esso la lingua della civiltà del Fiume Giallo. Forse, forse, in realtà l’ha sempre parlata…

Or sappiate ch'egli fa fare una cotal moneta com'io vi dirò. Egli fa prendere scorza d'un àlbore ch'à nome gelso – èe l'àlbore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta –, e cogliono la buccia sottile che è tra la buccia grossa e 'l legno dentro, e di quella buccia fa fare carte come di bambagia; e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte cosí, egli ne fa de le piccole, che vagliono una medaglia di tornesegli picculi, e l'altra vale uno tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra 2 grossi, e l'altra 5, e l'altra 10, e l'altra un bisante d'oro, e l'altra 2, e l'altra 3; e cosí va infino 10 bisanti. E tutte queste carte sono sugellate del sugello del Grande Sire, e ànne fatte fare tante che tutto 'l tesoro (del mondo) n'appagherebbe. E quando queste carte sono fatte, egli ne fa fare tutti li pagamenti e spendere per tutte le province e regni e terre ov'egli à segnoria; e nesuno gli osa refiutare, a pena della vita.

E sí vi dico che tutte le genti e regioni che sono sotto sua segnoria si pagano di questa moneta d'ogne mercatantia di perle, d'oro, d'ariento, di pietre preziose e generalemente d'ogni altra cosa. E sí vi dico che la carta che si mette (per) diece bisanti, no ne pesa uno; e sí vi dico che piú volte li mercatanti la cambiano questa moneta a perle e ad oro e a altre cose care. E molte volte è regato al Grande Sire, per li mercatanti che vale 400.000 bisanti e 'l Grande Sire fa tutto pagare di quelle carte, e li mercatanti le pigliano volentieri, perché le spe(n)dono per tutto il paese1 .

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sinistra

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. IX

La fabbrica dei soldi: sulla crescente finanziarizzazione dell’economia cinese

di Paolo Selmi

primaimm selmiAffrontiamo ora un argomento ancora più complesso dei precedenti, ma di vitale importanza ai fini del nostro lavoro: l’attuale politica economica cinese in materia di finanza. Abbiamo già accennato alle restrizioni agli investimenti esteri che NON provengano dal suo Stato satellite Hong Kong (quasi il 75% da solo), e dalle affini Taiwan e Singapore.

Il dato che emerge, quando OLTRE TRE QUARTI DEGLI “INVESTIMENTI ESTERI” IN TERRA DI CINA PROVENGONO DA “ECONOMIE DI TRANSITO”, non lascia adito a molte ambiguità interpretative: veri e propri meccanismi di filtraggio (e riciclaggio per e da destinazioni off shore) mostrano il lato oscuro di un capitalismo già opaco di suo, permeato da regole il più delle volte non scritte e tese unicamente alla massimizzazione dei profitti e al loro immediato occultamento da parte di tutti i soggetti politico-economici coinvolti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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iltascabile

Smarriti nella matematica

di Massimo Sandal*

L'ossessione per la bellezza e l'eleganza matematica sta rovinando la fisica contemporanea?

diventare prof di matematicaLa fisica è fuori rotta? Rischia di schiantarsi seguendo il canto di sirene dai nomi irresistibili di simmetria, naturalezza ed eleganza matematica? Cassandra di questo possibile naufragio è Sabine Hossenfelder, fisica teorica della gravità quantistica all’Istituto di Studi Avanzati di Francoforte, blogger e ora autrice di Lost in Math: How Beauty Led Physics Astray (letteralmente “Smarriti nella matematica: come la bellezza ha portato la fisica fuori strada”), uscito il 12 giugno e ancora in cerca di un editore italiano. Hossenfelder guida, assieme ai suoi colleghi Peter Woit e Lee Smolin, una minoranza crescente di eretici convinti che la fisica contemporanea sia diventata una mosca che sbatte contro il vetro senza accorgersi della via d’uscita. Hossenfelder non ci gira intorno: “Non riesco a credere cosa sia diventata questa professione un tempo rispettabile. I fisici teorici una volta spiegavano quello che veniva osservato. Ora cercano di spiegare perché non possono spiegare quello che non viene osservato. E non sono neanche molto bravi a farlo”, scrive.

A metà tra testo divulgativo e pamphlet, fitto di dialoghi con i protagonisti della fisica contemporanea, Lost in Math è allo stesso tempo mappa degli incantesimi in cui rischia di essere intrappolata la ricerca, denuncia delle politiche perverse dell’accademia e cronaca della disperata ricerca di un senso.

 

La grave bellezza

Oggi abbiamo due teorie che non hanno senso e funzionano perfettamente: il Modello Standard della fisica quantistica e la relatività generale di Einstein. Non hanno senso perché descrivono lo stesso universo, eppure a livello fondamentale è impossibile miscelarle, come olio e acqua. Né dicono nulla su materia oscura o energia oscura, che compongono gran parte del cosmo. Funzionano perfettamente perché ogni volta che vengono messe alla prova ne escono con successo totale, precise fino all’inverosimile. Questo significa che non ci sono dati capaci di indicarci la strada per trovare nuove teorie, perché quelle vecchie bastano sempre.

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petiteplaisance

L’umanesimo del lavoro in Marx

di Salvatore Bravo

Il lavoro dell'«uomo macchina» distrugge il lavoro come progetto creativo in cui riconoscersi, perchè il lavoro coatto brucia la creatività e inibisce la possibilità di costruire e produrre secondo le leggi della bellezza

istat lavoro 755x515Il lavoro dell’uomo macchina

Il lavoro è divenuto esperienza della costrizione, della coazione a ripetere. La globalizzazione, la competizione senza limiti intensificano a dismisura la dequalificazione del lavoro, il quale è pura attività produttiva finalizzata alla sopravvivenza biologica e del mercato. Il lavoro del capitalismo assoluto è molto di più che un fenomeno di abbrutimento dell’umano, è il tentativo scientemente organizzato di introdurre nella carne viva dell’essere umano il meccanicismo dell’uomo macchina. Si assiste dunque ad una nuova rivoluzione copernicana: questa volta al centro non vi l’uomo, ma il plusvalore che detta le leggi della produzione e delle macchine da riprodurre, e tra queste macchine l’essere umano. Il lavoro come pura meccanica è introdotta nella carne viva attraverso le parole. I linguaggi creano mondi e concetti e con essi disposizioni ad agire ed a essere. Le parole che risuonano come imperativi categorici sono: competizione-flessibilità.

 

La competizione

La competizione spinge il lavoratore a regredire ad una condizione emotivamente primitiva. Si vive la realtà dell’ambiente del lavoro come fosse stato di natura, per cui si diffida di tutti: per principio l’animale braccato, perennemente in tensione ansiosa, si rappresenta l’altro come nemico potenziale. Si disgrega in tal modo la naturale tendenza umana all’intenzionalità relazionale. La natura umana non la si può cancellare con un tratto di penna. Può sopravvivere, ma in modo perverso: il soggetto giudica la naturale disposizione ad aprirsi all’altro come debolezza, come patologia, e dunque utilizza le proprie energie per deviare l’intenzionalità dal suo obiettivo.

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gramsci oggi

Filosofo della storia, geografo dell’anticolonialismo

di Marcos Aurélio da Silva*

losurdo689Domenico Losurdo, l’eminente filosofo italiano che tante volte ha visitato il Brasile e qui è stato ampiamente pubblicato, ci ha lasciato la mattina del 28 giugno scorso. Assieme alle lacrime per la perdita di un intellettuale di tanta levatura, ci possiamo però felicitare per l’enorme eredità che Losurdo ci ha lasciato attraverso le sue molte opere. Da queste possiamo ricavare molti insegnamenti su come leggere la storia e prendere posizione nel dibattito delle idee volte a superare questo mondo “grande, terribile e complicato”, come diveva Gramsci (Lettere dal carcere, 1926-1937. Org.A.A. Santucci, Palermo: Sellerio, 1996, p.421). Quel Gramsci che fu una delle principali fonti di ispirazione di Losurdo e del quale fornì un’interpretazione rigorosa e di grande interesse.

Infatti per Losurdo il grande autore marxista italiano è anzitutto consapevole che “l’assorbimento della parte vitale dell’hegelismo” nel materialismo storico è “un processo storico ancora in movimento” (Q. 10 II, § 10, p. 1248)1 . Un Gramsci, dunque, sempre attento alla categoria di "sviluppo storico", come Alberto Burgio, non per caso il primo alunno di dottorato di Losurdo, ha sottolineato in un'opera dedicata a questo argomento (Gramsci Storico, Roma: Laterza, 2002). Questo è un punto di partenza cruciale se si vuol capire il modo in cui, esercitando sempre una filologia esigente nella citazione dei testi di Gramsci, Losurdo presenta una lettura del comunista italiano molto diversa da quella a cui è stato a lungo associato. Non un Gramsci distaccato dalla rivoluzione bolscevica, ma un autore che identifica il "livello più avanzato raggiunto dal marxismo" proprio nel "processo rivoluzionario russo"(Antonio Gramsci, dal liberalismo al «Comunismo critico». Ed. Gamberetti, 1997).

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L’insegnamento della storia e la periodizzazione del Novecento: omaggio a Samir Amin

di Eros Barone

479Ricordi il sofista che diceva: oh Socrate! io vedo il cavallo ma non la cavallinità? Io penso che lo storico dovrebbe saper vedere insieme, strettamente connessi, cavalli e cavallinità1.
Lettera di Claudio Pavone a Roberto Vivarelli (Torchiara, 24 agosto 1992)

  1. 1. La periodizzazione: nucleo fondante e procedurale del sapere storico

Se il nucleo fondante di una disciplina va individuato in quei concetti che ricorrono nei vari luoghi della stessa e hanno perciò valore strutturante e generativo di conoscenze, è allora evidente che la periodizzazione ha un’importanza decisiva non solo nel campo della ricerca storica, ma anche nel campo dell’insegnamento e dell’apprendimento di tale sapere. In quanto involge necessariamente l’articolazione interna del tempo e dello spazio, ossia le basi stesse della conoscenza del passato, la periodizzazione si trova infatti nel luogo geometrico di intersezione, dove il nucleo fondante della disciplina diviene nucleo procedurale, che può condurre, attraverso lo svolgimento intelligente e consapevole di determinate operazioni mentali e pratiche, all’acquisizione di una competenza (si può rappresentare questa relazione fra nucleo fondante, nucleo procedurale e competenza con l’immagine delle forbici che, usate da mani esperte, tagliano un pezzo di carta o di stoffa e ne ricavano una figura o un capo di abbigliamento). La competenza è definibile a sua volta come ciò che, in un contesto dato (quello di una certa disciplina), si sa fare, sulla base di un sapere, per raggiungere un obiettivo atteso e per produrre conoscenza (visibilità esterna, dunque, di un sapere e di un saper essere, in un saper fare). Orbene, come esiste, nel campo dell’insegnamento e dell’apprendimento, una circolarità (che è ad un tempo didattica e cognitiva) fra nuclei fondanti, nuclei procedurali e competenze, così esiste, nel campo della conoscenza storica, un’analoga circolarità (che è ad un tempo epistemologica e teleologica) tra i fatti, la sintassi, l’ipotesi di ricerca e il contesto.