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Lavoro produttivo e lavoro improduttivo

Un ostacolo da superare per le politiche di spesa?

di Dino Raiteri

500 karl marx statues are highlight of trier exhibition 300x225Nel Capitale il lavoro produttivo viene così descritto:

"La produzione capitalistica non é soltanto produzione di merce, é essenzialmente produzione di plusvalore. E' produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'autovalorizzazione del capitale. Se ci é permesso scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola é lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l'imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo danaro in una fabbrica di istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e produzione del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale di origine storica che imprime all'operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale". (Il Capitale, libro I, sezione 5°, capitolo 14°,pag.222; Editori riuniti, 7° ediz.).

Un' altra descrizione la si può trovare, ad es., in Mandel, Trattato di economia marxista, 1962, pag.302:

" In generale si può dire che ogni lavoro che crei, modifichi o conservi valori d'uso o che sia tecnicamente indispensabile alla loro realizzazione, é un lavoro produttivo, cioè aumenta i loro valore di scambio. In questa categoria rientrerà ... [quindi anche] il lavoro d'immagazzinamento, di manutenzione e di trasporto, senza cui i valori d'uso non possono essere consumati".

Una descrizione invece del lavoro improduttivo la si può trovare, nel Capitale, descritta in modo indiretto, ad es. per quanto riguarda la circolazione del capitale:

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Conflitto e potere

L’inquieta persistenza del classico: Machiavelli tra filosofia e politica

di Antonio De Simone

machiavelli.630x360Perché Machiavelli?

Perché quando tutto cambia, quando «solo la continuità consente, per contrasto, di misurare la discontinuità»1, come nelle epoche di crisi schiacciate e oscurate dalle urgenze del presente, i classici registrano una loro straordinaria persistenza? Quale legame sussiste tra i classici, la crisi e il mutamento sociale e politico? Per potersi affermare, ogni classico non può che scompaginare i canoni della vecchia tradizione e decostruire l’ordine del discorso che lo precede. Il classico autentico è colui che «avverte e traduce nella propria scrittura» le contraddizioni del proprio tempo storico: egli è consapevole della «friabilità della propria costruzione», perché sa che essa «poggia su una faglia fragilissima, sempre sul punto di spezzarsi»2. Il classico, e non potrebbe essere altrimenti, «non è fuori dal tempo, al riparo dal vento della distruzione», egli sa che «la distruzione è più forte di ogni costruzione», poiché «eterna è solo la finitezza che scava dall’interno le nostre opere e i nostri giorni»3.

Come ho già osservato altrove4, ogni esercizio di lettura dei ‘classici’5 non è solo un esercizio di scrittura che ci sospinge a rileggerli ma anche a scrivere su quanto scritto da altri e, quindi, a riflettere (e scrivere) su scritti altrui per tentare di comprendere quanto di inalterato sia rimasto della loro «attualità» o meno e cercare di capire, nella scansione epocale che ci separa da loro, ciò che della loro luce o della loro ombra possa ancora riflettersi nella condizione umana contemporanea.

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Per Moishe Postone

di Jacob Blumenfeld

Moishe postone4Ho incontrato per la prima volta il libro di Moishe Postone sull'antisemitismo all'inizio degli anni 2000, ma è stato solo intorno al 2008-2009, quando gli Stati Uniti erano preda della crisi finanziaria, che il suo pensiero su Marx, sul capitalismo, e sul valore mi hanno davvero cominciato a colpire. Ricordo di aver fatto delle fanzine in cui pubblicavo pezzi dal suo libro "Critica e Trasformazione Storica", e le distribuivo a New York City agli studenti, agli attivisti, e agli amici, nella speranza di riuscire a dare l'avvio ad un dibattito sulla crisi che fosse più critico . Il punto era quello di riuscire ad andare oltre le superficiali analisi del "capitalismo clientelare" e vedere la totalità del capitale come una dinamica del valore auto-mediante soggetta alla crisi che non può essere semplicemente contrapposta al valore. Inoltre, la teoria critica di Postone sfidava quelli di noi che si erano politicizzati nel movimento "anti-globalizzazione" e nel movimento contro la guerra della fine degli anni '90 e dei primi anni 2000.

Per prendere seriamente la critica del capitale che proponeva Postone, si richiedeva un nuovo orientamento nei confronti della politica e della lotta di classe che avrebbe superato i limiti dell'identità del consumatore, delle agende nazionaliste, dei sogni keynesiani, e le opposizioni semplicistiche fra wall street e main street, fra il capitale finanziario ed il capitale industriale. Per alcuni di noi, Postone non era andato abbastanza lontano nell'inseguire le proprie intuizioni teoriche. Nessuno dei "nuovi movimenti sociali" ci avrebbe salvato - come qualche volta lui aveva detto - ma lo avrebbe fatto solo una rottura radicale nella riproduzione della relazione di valore, avevamo affermato. Una tale rottura non sarebbe provenuta da dei partiti politici o dalle agende dei movimenti, ma solo dalle stesse lotte nel momento in cui sarebbero andate a cozzare contro i propri limiti e l'appartenenza di classe.

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Dalla superstizione alla fede scientifica

di Tomasz Konicz

La nuova "Marcia per la Scienza" mostra come nel capitalismo tardivo stia crescendo anche la regressione sociale

marcia5«il sapere che è potere non conosce limiti né
nell'asservimento delle creature né nella sua
docile acquiescenza ai signori del mondo.»
("Dialettica dell'Illuminismo")

Alla fine di aprile, c'è stata un'ondata di proteste da parte della comunità scientifica mondiale, rivolta principalmente contro le politiche anti-scienza del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Gli scienziati hanno dovuto confrontarsi con un'ostilità sempre più crescente nei confronti della scienza. Come nel caso, soprattutto, di quello che è stato l'attacco portato avanti dai nuovi movimenti populisti di destra. Tuttavia, in queste proteste è presente un ben noto errore di fondo che attiene all'assenza di qualsiasi auto-riflessione critica da parte della scienza. Le critiche relative alla ricerca e all'insegnamento, hanno riguardato solamente le condizioni lavorative nella comunità scientifica - dal momento che è stata completamente ignorata la contraddittoria funzione sociale della scienza nel capitalismo.

La nuova "Marcia per la Scienza" rientra, quindi, in una concezione acritica della scienza, che era popolare nel XIX secolo. Anche quelli che sono i classici della letteratura critica della scienza, sembra non aver lasciato alcuna traccia nella comunità scientifica. E, in effetti, il mondo può essere così meravigliosamente semplice... se hai sufficientemente fede nella scienza!

Da un lato, abbiamo gli scienziati illuminati che vogliono impegnarsi oggettivamente nella ricerca e nell'insegnamento, in quella che è la forma della comunità scientifica mondiale. Mentre l'altro lato verrà ad essere dominato dalle forze irrazionali dell'oscurità, dalla stupidità, dalla superstizione e dagli interessi privati.

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Manhattan. Dai laboratori del nucleare alla guerra generalizzata all'essere vivente

di Jean-Marc Royer

Se le due prime parti di questo libro partono da quella che è una storia completamente diversa del Nucleare, è la sua terza parte - agli occhi dell'autore, la più importante - che ambisce a trarre le conclusioni relative alla sfera teorica, storica, filosofica e politica. Va qui precisato che non si tratta di fare un qualche riassunto del libro, ma lo scopo di questa presentazione è quello di attrarre l'attenzione del lettore su degli aspetti che vengono considerati essere i più importanti. Di conseguenza, il lettore non troverà la cosiddetta base argomentativa di alcune delle affermazioni qui avanzate

nucleare51 - Se questa fosse solamente un'altra storia del Nucleare, quale sarebbe la sua specificità?

Solo un attento studio degli archivi disponibili, ha permesso di cogliere le gigantesche dimensioni storiche, politiche e industriali dell'evento nucleare che ha cambiato il volto del mondo (sia in senso proprio che in senso figurato); ha permesso di comprendere nel dettaglio in che modo gli Stati Uniti hanno usato il nucleare allo scopo di attribuirsi il ruolo di gendarme del mondo, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale [*1], e, più in generale, come i complessi (scientifici-militari-industriali) che ne sono stati all'origine abbiano finito per infettare tutti gli apparati statali. Ma questo non sarebbe stato sufficiente a poter cogliere il fenomeno in tutte le sue dimensioni: bisognava anche tornare indietro nel tempo per riuscire a restituire a questi avvenimenti tutta la loro profondità.

Fondamentalmente, il nucleare dev'essere caratterizzato come il primogenito della scienza dell'inizio del XX secolo, in quanto esso proviene dalle teorie della relatività e dalla fisica delle particelle. Tuttavia, la storia che viene raccontata in questo libro si tiene lontana da qualsivoglia approccio esclusivamente tecnico o scientifico.

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Individuo e collettività, passato e presente

Touraine vs Bauman: una lettura incrociata

di Piero Borzini

touraine65Avevo appena comprato due libri. Emanavano ancora un buon profumo di carta stampata. Si trattava di: Noi Soggetti Umani di Alain Touraine (Il Saggiatore, 2017) e Retrotopia di Zygmunt Bauman (Laterza, 2017). Nell'accingermi alla non facile impresa di prendere appunti in vista di una eventuale recensione, una domanda mi ha subito bloccato: è ammissibile che un lettore comune, che nulla sa di sociologia, si permetta di 'recensire' saggi sociologici? Dopo averci rimuginato su per un po', sono giunto alla seguente conclusione: se il saggio in questione è scritto da accademici per altri accademici, il lettore comune farebbe bene a tenere le proprie riflessioni per sé. Se invece il saggio in questione è di carattere divulgativo, vale a dire diretto al lettore comune, allora sì, è lecito che egli commenti ciò che era indirizzato espressamente a lui. Soddisfatto per aver escogitato questa giustificazione, eccomi qua con la penna in mano. Un'unica avvertenza: la mia competenza in fatto di scienze umane è prossima a zero. Le opinioni che qui riporto sono quindi il frutto più della mia ignoranza che non della mia competenza e del fatto che l'occhio con cui osservo le cose è quello di chi guarda più ai fatti reali che alle costruzioni verbali e a quelle teoretiche.

Due parole essenziali sugli autori. Alain Touraine (1925) è un sociologo francese. No-vantadue anni compiuti, si occupa di sociologia dei movimenti sociali e politici, in modo particolare in relazione a quella che egli ha chiamato la "società post-industriale" (che è quella che altri chiamano società post-moderna). Zygmunt Bauman (1925-2017), è stato un sociologo dai vasti interessi: ha studiato la società moderna e post moderna (cui ha attribuito l'aggettivo "liquida") alle prese con il consumismo e la globalizzazione, occupandosi in modo particolare delle ragioni morali dell'agire sociale.

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L’importante è finire. Su un libro recente di Giordano Sivini

di Riccardo Bellofiore

Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios, Trieste 2016, 128 pp.

md12906128276La fine del capitalismo. Dieci scenari di Giordano Sivini è un volume di piccole dimensioni ma di grande utilità. Il libro è, nella sua gran parte, una rassegna del discorso sociologico-economico sul capitalismo, soprattutto recente, al vaglio della questione dell’approssimarsi di una sua ‘fine’, se non di un suo già sperimentato collasso. In capitoli che accoppiano sinteticità a chiarezza espositiva l’autore riesce a dar conto dei caratteri principali della riflessione di alcuni dei pensatori al centro del dibattito odierno sul nodo di una ‘fase terminale’ del capitalismo. Si inizia nel capitolo primo (La fine della storia del capitalismo) con Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein, della scuola del ‘sistema-mondo’. Si prosegue nel capitolo secondo (L’agonia del capitalismo) con l’elaborazione più recente di Wolfgang Streeck, messa in parallelo con la geografia materialistica di David Harvey in un confronto attorno alla questione del ‘soggetto’. Il passaggio ulteriore, nel capitolo terzo (Il suicidio del capitale), prende di petto sintonie e divergenze nell’arcipelago del marxismo per molti versi eterodosso tra, da un lato, la scuola della ‘critica del valore’, guardando in particolare alla riflessione di Robert Kurz, e, dall’altro lato, alla riflessione di Moishe Postone, l’uno e l’altro propositori di un’uscita dal lavoro. Nel capitolo quarto (Verso la nuova società) viene più decisamente avanti la questione del profilo di un possibile futuro ‘oltre’ il capitalismo, con la considerazione del lungo e differenziato percorso di André Gorz, del discorso sul ‘postcapitalismo’ di Paul Mason, e delle pubblicazioni di Jeremy Rifkin.

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antiper

Terrore, terrorismo, rivoluzione

di Andrea Russo

Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora

e44c8535dbbe8aa79b20840d53210404Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.

«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».

Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”. Non è un caso, quindi, che siano soprattutto gli Stati a usare il termine nella retorica del discorso pubblico, revisionando di continuo la definizione a seconda dei gruppi che intendono squalificare.

L’acribia con cui la razionalità politica statuale si dedica a rappresentare il terrorismo come forma assoluta del Male contemporaneo è, in realtà, indice del tentativo, mai del tutto riuscito, di occultare quel quantum di terrore che resta inscritto nel cuore dello Stato moderno.

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Il demone di Tronti

di Damiano Palano

Mario tronti 1 608x400

«Chi vuole fare politica in generale, e soprattutto chi vuole esercitare la politica come professione […] entra in relazione con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro a ogni violenza. […] Chi aspira alla salvezza della propria anima e alla salvezza di altre anime non le ricerca sul terreno della politica, che si pone un compito del tutto diverso e tale da poter essere risolto soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore, anche il dio cristiano nella sua forma ecclesiastica, vivono in un intimo contrasto, che in ogni momento può trasformarsi in un conflitto insanabile».

Sfogliando le seicentocinquanta pagine del Demone della politica – la corposa antologia, curata da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila M.H. Mascat, che raccoglie alcuni dei lavori più importanti stesi da Mario Tronti dal 1958 al 2015 (Il Mulino, pp. 656, euro 46.00) – è quasi inevitabile tornare alle parole che Max Weber pronunciò nella sua celebre conferenza del gennaio 1919. Perché non c’è dubbio che il «demone della politica» sia costantemente presente in ogni pagina di Mario Tronti, dai suoi primi scritti apparentemente teorici fino ai lavori più recenti, pur dominati dalla disillusione e persino da una forma di «disperazione teorica». Non c’è infatti nessuna pagina di Tronti in cui la motivazione e gli obiettivi non siano – più o meno scopertamente – politici. Anche se la politica cui pensa Tronti è una «grande politica» che non ha nulla a che fare con il querulo battibecco che – nella quotidianità delle nostre democrazie d’inizio millennio – siamo soliti chiamare (fin troppo generosamente) «politica».

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Principio speranza

di Salvatore Bravo

C UfDB9XkAIkvx La meraviglia panica, ci disperde, dinanzi al trionfo del neoliberismo. Si deve passare dallo stupore alla razionalizzazione. Dinanzi alla carcassa che ci offre il neoliberismo, con lo splendore di un corpo in decomposizione logorato dalle sue contraddizioni senza risposte, dalle quali non pare aprirsi alcun campo di ricerca, alcuna prassi. E’ necessario partire dal punto zero del pensiero per ricominciare. L’incipit di un nuovo percorso deve avere la chiarezza della trappola in cui il mondo è caduto, “La notte del mondo”, a voler usare il linguaggio di Heidegger, e non si coglie la fine della notte. Al silenzio del pensiero e della speranza è necessario opporre la domanda. Quest’ultima necessita che si guardi in profondità, che ci si sottragga alla stimolazione perenne, per vivere l’irrilevanza di questi decenni. La categoria con la quale è possibile leggere la contemporaneità è l’irrilevanza, la mercificazione fa molto più che ridurre tutto alla totalità della valorizzazione, trasforma la vita, le nostre vite, da organico ad inorganico, agisce da acido, annichilisce, con il pensiero, la passione di vivere. Se seguissimo i dettami della nostra Costituzione, il carattere feticistico delle merci sarebbe illegale, non costituzionale, poiché la Costituzione fa della dignità e della volontà soggettiva l’architrave della difesa della dignità delle persone, così come recita l’articolo terzo:

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kabulmagazine

Ma gli androidi ‘pensano’ pecore elettriche?

Intelligenza Artificiale, Biomorfismo e Automazione Cognitiva

di Fabio Iapaolo

1 4 800x800Il gioco [dell’imitazione] può forse essere criticato sulla base del fatto che le possibilità sono troppo nettamente a sfavore della macchina. Se l’uomo dovesse cercare di fingere di essere una macchina, farebbe certamente una pessima figura. Sarebbe tradito immediatamente dalla sua lentezza e imprecisione nell’aritmetica. Non possono forse le macchine comportarsi in qualche maniera che dovrebbe essere descritta come pensiero, ma che è molto differente da quanto fa un uomo?
(A. M. Turing, 1950)

In Blade Runner[1] Rick Deckard sottopone i suoi interrogati al test di Voight-Kampff, così da poter discriminare tra umani e replicanti: i secondi pressoché identici ai primi e tuttavia incapaci di provare emozioni analoghe a quelle dell’uomo.

Il test di Voight-Kampff, per analogia di scopo,[2] è simile al test di Turing, introdotto dallo stesso Alan Turing nel suo pioneristico saggio sull’intelligenza macchinica[3] del 1950 che, in maniera provocatoria, si apre con la domanda: le macchine sono in grado di pensare?[4] Turing suggerisce di riformulare questo dilemma sotto forma di un test comportamentale, detto ‘gioco dell’imitazione’, a cui partecipano tre soggetti, due umani e un computer. Il gioco, in breve: un esaminatore umano sottopone una serie di domande scritte a un altro essere umano e a un computer, entrambi separati fisicamente dal primo di modo che questi non possa sapere da chi provengano le risposte. Un computer supera il test di Turing – e gli viene dunque riconosciuta la capacità di simulare un comportamento intelligente – se l’interrogatore si dimostra incapace di stabilire con certezza chi sia di volta in volta a rispondere alle sue domande.

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Apogeo e declino della “transizione” (e della sinistra)

di Luca Nivarra

Sketch31225511 doveravate 1280x6401. «Una delle differenze fondamentali tra la rivoluzione borghese e la rivoluzione socialista consiste nel fatto che per la rivoluzione borghese, che nasce dal feudalesimo, in seno al vecchio regime si creano progressivamente delle nuove organizzazioni economiche, le quali trasformano gradualmente tutti i lati della società feudale. La rivoluzione borghese aveva avanti a sé un compito solo: spezzare, gettare via, distruggere tutte le catene della vecchia società. Assolvendo questo compito, ogni rivoluzione borghese fa tutto quel che le è richiesto: essa stimola lo sviluppo del capitalismo. La rivoluzione si trova in una situazione del tutto diversa. Quanto più è arretrato il paese nel quale, in virtù degli zig-zag della storia, ha dovuto incominciare la rivoluzione socialista, tanto più per essa è difficile passare dai vecchi rapporti capitalistici ai rapporti socialisti. Ai compiti della distruzione si aggiungono qui nuovi compiti, di difficoltà inaudita, i compiti di organizzazione»1. Questo passo di Lenin, tratto da un rapporto tenuto il 7 marzo del 1918 al VII Congresso del PC(b), rappresenta, a mio avviso, un buon punto di partenza per alcune riflessioni su un tema, quello della “transizione”, tanto “inattuale” quanto, in realtà, istruttivo.

Seppur racchiusa in poche righe (ma, in realtà, si tratta di un tema che, o sotto la specie dell’alternativa “collettivizzazione/NEP” o sotto la specie dell’alternativa “socialismo in un solo paese/rivoluzione permanente” accompagnerà tutto il dibattito all’interno del partito russo fino alla svolta del ’28 e alla definitiva presa del potere da parte di Stalin), l’analisi di Lenin, in cui è possibile avvertire l’eco della drammaticità e dell’urgenza dei compiti che il gruppo dirigente bolscevico si trovò a fronteggiare all’indomani della Rivoluzione, presenta, infatti, i tratti di una specifica idea di “transizione” il confronto con la quale porta alla luce una pluralità di significati del termine, apparentati per alcuni aspetti, ma distinti sotto altri profili.

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Complessità, società adattativa e sistemi di pensiero

di Pierluigi Fagan

Questo articolo non affronta nessuna questione d’attualità stretta, ma questioni di ciclo storico che si misurano col metro della lunga durata

756765 n1Consapevoli o meno, noi pensiamo entro i limiti di un determinato sistema di pensiero[1]. I sistemi di pensiero hanno diversi obblighi, quattro principali: 1) debbono tener fissi una serie di presupposti ed al limite muovere tutto il resto che li compone; 2) debbono mantenere una coerenza interna anche approssimata, di modo da non produrre troppe contraddizioni o troppo gravi o troppo a lungo; 3) sebbene ognuno di noi abbia il suo sistema di pensiero, questo è in genere una variante o un personale assemblaggio di sistemi impersonali condivisi da più individui. Credenze, religioni, ideologie, culture sono appunto sistemi impersonali condivisi; 4) i sistemi di pensiero debbono in qualche modo riferirsi al “fuori di noi”, realtà o mondo che dir si voglia. Riferirsi significa che il sistema di pensiero aiuta a categorizzare, giudicare, collegare, archiviare fatti, nella sua funzione passiva, significa pensare, progettare ed ordinare l’azione nel mondo, nella sua funzione attiva. Al decisivo cambiamento dei tempi, della realtà e del mondo umano, consegue un radicale cambiamento nei sistemi di pensiero. Il termine “radicale” qui significa che cambiano i presupposti ed a cascata l’intero sistema.

Quelli che abbiamo chiamato “presupposti” possiamo anche dirli “principi”. Qual è il principio che ha ordinato il sistema di pensiero moderno, sin dalla sua prima formazione cinque secoli fa[2]? Non sembra esserci un termine-sintesi efficace da poter opporre in risposta alla domanda. Il più accettato nel mondo dello studio è il termine “disincanto” proposto da M. Weber[3].

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1917-2017: effetti della guerra, effetti del neoliberismo

di Augusto Illuminati

3027301 kuF U1050421655520H0E 700x394LaStampa.itIl 1917 di Martov fu singolare e ne derivò una lettura minoritaria, complessivamente erronea, ma a tratti acuta e presaga della rivoluzione. Martov (Julij Osipovič Cederbaum, Costantinopoli 1873-Schönberg 1923), dopo essere passato da Odessa a Pietroburgo per sfuggire ai pogrom, si era avvicinati al marxismo e fu arrestato per la prima volta nel 1892, esiliato a Vilna, in Lituania, dove contribuisce alla costituzione del Bund (Unione generale dei lavoratori ebrei). Ritornato a Pietroburgo, fonda insieme a Lenin, l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia: nel 1896 vengono entrambi esiliati in Siberia. Contrae la tubercolosi, come la maggior parte dei carcerati di epoca zarista, e non ne guarirà mai. Nel 1898 confluiscono nel riorganizzato Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e fondano, con Plechanov e Vera Zásulič la rivista «Iskra». Nel 1903 redazione e Posdr si spaccano in due tendenze: Lenin è alla testa di quella maggioritaria (bolscevica), Martov di quella minoritaria (menscevica). Nel 1905 Martov oscilla fra una rivoluzione popolare non compromessa con gli elementi borghesi e la partecipazione a una coalizione con la borghesia liberale (i cadetti). Nel 1914 si oppone alla guerra imperialista, avvicinandosi a Lenin e Trockij e partecipando alle conferenze internazionaliste di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916).

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Soviet: dentro e oltre il “secolo breve”

di Toni Negri

E' stato pubblicato il nuovo fascicolo della South Atlantic Quarterly, vol. 116, n.4 – October! To commemorate the Future – numero curato da Michael Hardt e Sandro Mezzadra e dedicato a riflessioni sul tempo attuale alla luce della Rivoluzione. Dopo l’introduzione dei curatori [qui] e il testo di G. Amendola [qui], pubblichiamo, grazie alla cortese autorizzazione della rivista e dell’editore, il testo di T. Negri. Concluderemo infine le pubblicazioni con il testo di M. Hardt – EN

potemkin9 10301. Chiunque affronti il problema della democrazia in termini marxisti – alla ricerca cioè di un potere costituente a misura della classe lavoratrice – si trova di fronte al rapporto storico tra struttura oggettiva del processo economico e dinamica soggettiva della decisione. Quest’ultima non sarà qui interpretata alla maniera della scienza politica classica e cioè come elemento puntuale, drammatico, e evenemenziale di innovazione istituzionale bensì come processo, insieme, di destituzione del vecchio potere ed espressivo di un constituency da parte del soggetto rivoluzionario. Se vogliamo capire come questo processo non si risolve semplicemente in un “momento” – che esso cioè non è un’ “eccezione” ma piuttosto un’ “eccedenza” – possiamo assumere un punto di vista “genealogico”, alla Foucault, meglio un “punto di vista di classe”. Così lo chiamavano gli “operaisti” quando descrivevano, preparavano e costruivano un processo rivoluzionario nella prospettiva della realizzazione di una tendenza, gestita dalle lotte di classe operaia ed interpretata da un soggetto che ne pone in atto l’organizzazione. È d’altronde il metodo de Il Principe – ma il soggetto non è evidentemente lo stesso nell’indagine che sviluppiamo: qui il soggetto è la classe operaia russa nel periodo nel quale si forma nei soviet, si organizza nel partito e sviluppa la sua lotta tra il 1905 e il 1917 – e poi dissolve, nel “secolo breve”, le sue originali istituzioni nella gestione socialista del capitale. Quindi, la prima domanda da porsi è quale fosse la struttura della classe operaia russa, meglio, la composizione che ne ha permesso questo sviluppo.

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